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Naija1979
Tuesday, December 11, 2007 5:31 PM
Se qualcuno, in passato, prima dell’Olocausto, mi avesse chiesto chi ero gli avrei detto semplicemente che ero Naija. A molte persone questa semplice risposta bastava. Ma a quei pochi curiosi, che non si sarebbero accontentati solo del nome, ma avessero preteso anche il cognome, non avrei saputo cosa dire. La mia famiglia da secoli oramai non usa un cognome nel senso stretto del termine. Quando ero ancora piccola, mi insegnarono che questo era dovuto al fatto che la nostra famiglia viveva nella segretezza, l’avere un cognome comune, che potesse identificarci, avrebbe rappresentato una falla nel velo di mistero e oblio che ci avvolgeva.. All’epoca non capìì le parole che mi dissero e le ragioni che addussero. Forse non sono in grado di comprenderle neanche oggi. Fatto stà che, almeno questo lo avevo capito, parte del motivo della nostra segretezza risiedeva nell’arte di combattimento da noi praticata: La Disciplinia della Civetta. Appresi solo molti anni dopo, ad addestramento oramai iniziato, che la nostra Disciplina, seppur molto particolare, era solo una delle ben 108 o più che assieme, costituivano la Divina scuola di Nanto, una delle scuole Maggiori di arti marziali.
All’interno della Famiglia io avevo uno status particolare. Ero la figlia minore di Nejozu, capofamiglia nonché erede e caposcuola della Disciplina della Civetta di Nanto. In quanto tale, almeno nei primi anni della mia vita, venivo trattata dagli altri come una principessina. Tuttavia condividevo questo status con Neiji, mio fratello maggiore.

La storia della mia famiglia affonda le sue radici indietro nei millenni. Originari della Cina, i miei avi vi rimasero fino a sei secoli fa, quando uno di essi, Heng-fu Tsu, riuscì ad assurgere al grado di caposcuola della Disciplina della Civetta di Nanto. Fu lui che trasformò questa disciplina, il cui insegnamento era aperto a chiunque ne fosse ritenuto degno, in uno “Stile di famiglia” come diceva lui. Egli, infatti, decise di insegnare l’arte della Civetta solo ed esclusivamente ai sui eredi di sangue ed impose che i suoi segreti, per essere preservati al meglio, dovessero rimanere all’interno della "Famiglia". Questa smania di preservazione dei segreti della nostra disciplina fu, nel secolo successivo, ulteriormente accentuata. Gli eredi di Heng-fu, rinunciarono al cognome Tsu ed emigrarono in massa dalla Cina, nell’arcipelago Giapponese. Giunti li però essi non si stabilirono neanche presso i nipponici, ma continuarono a muoversi a nord verso l’isola dell’arcipelago denominata Hokkaido. Li trovarono una popolazione semiprimitiva ma che li accolse calorosamente: Gli Ainu. Questa popolazione, che viveva isolata dal resto della popolazione Giapponese e che non ne riconosceva neanche l’autorità centrale, adorava animali, principalmente l’Orso. Il fatto che i Giapponesi detestassero gli Ainu e che non volessero averci nulla a che fare fù una garanzia di segretezza per i membri della mia famiglia. L’odio razziale tra Ainu e giapponesi garantiva a noi l’isolamento e la segretezza a cui tanto anelavamo. Così la mia famiglia si stabilì nei territori degli Ainu. All’epoca eravamo talmente numerosi da edificare un villaggio a se stante. Per non dare nell’occhio, almeno esternamente adottammo gli usi e costumi di quella popolazione, ma quando sapevamo di essere lontano da occhi indiscreti, ecco che dagli armadi e dai bauli venivano tirate fuori le raffinate sete Cinesi ed i gioielli di giada.
Per più di cinquecento anni la mia famiglia visse nell’isolamento di Hokkaido, sempre coltivando e raffinando le tecniche della Disciplina della Civetta. Le altre scuole di Nanto, giunsero a mettere addirittura in dubbio la nostra esistenza. Solo una persona sapeva dove trovarci: Il Sacro Pugno della Stella della Benevolenza. Contrariamente alle altre scuole di Nanto infatti, noi della Disciplina della Civetta non abbiamo mai partecipato alla scelta del nuovo Sacro Pugno alla morte di quello vecchio. Tuttavia una volta che la scelta è stata fatta dalle altre scuole, il Maestro della nostra disciplina và di persona, in segreto, a presentarsi a lui e ad offrire la nostra obbedienza ed i nostri servigi.
Così gli anni passarono. Da Hokkaido la mia famiglia vide la fine dell’epoca Sengoku in Giappone. L’ascesa e la caduta di Oda Nobunaga e di Toyotomi Hideyoshi ed il trionfo finale di Ieyasu Tokugawa. Vedemmo il lungo periodo dello Shogunato e la restaurazione Meiji. Il Primo conflitto mondiale e l’ascesa militaristica giapponese ci sfiorarono appena.
Fu tuttavia La Seconda guerra mondiale che, per la prima volta, mise in pericolo il nostro isolamento e la nostra segretezza. O meglio per l’esattezza furono le truppe d’occupazione americane dopo le due bombe atomiche e dopo l’armistizio. Nei primi mesi del dopoguerra, una compagnia di Marines si spinse a nord, verso Hokkaido, sperando di trovare di che razziare. Dato che la citta di Sapporo non servì a soddisfare la loro sete di bottino ebbero la brillante idea di spingersi nella parte più settentrionale dell’isola, nel territorio degli Ainu, sperando, nella loro stupidità ed ignoranza, di trovare chissà cosa. Gli Ainu ovviamente, con il loro stile di vita semplice, non avevano ricchezze da razziare. Così la compagnia di marines, oramai oltretutto fuori controllo e dichiarata anche dalle autorità Americane, disertrice e criminale di guerra, dopo aver bruciato e massacrato la popolazione di un paio di villaggi Ainu giunse al villaggio della nostra famiglia: furono le ultime azioni scellerate della loro vita. Noi non avevamo molte opportunità di usare apertamente la nostra disciplina. Con l’esclusione delle questioni di “Dovere” che illustrerò in seguito, eravamo relativamente pacifici e preferivamo risolvere le cose con le parole e la diplomazia. Dopotutto eravamo una delle discipline della stella della benevolenza. I Marines però non ci lasciarono scelta. Il sole calò, la notte, silenziosa, passò e spuntò l’alba. Dei marines non erano rimasti che brandelli di membra sparse in maniera disordinata sul terreno. A guidare la difesa del nostro villaggio fù ovviamente l’allora Maestro e caposcuola, il mio pro-prozio.
L’azione ci portò la gratitudine illimitata e l'amicizia eterna degli Ainu e nessuna ricerca venne intrapresa dagli amercani in merito. Figurarsi se, con una nazione occupata da “gestire”, le autorità potevano perdere il loro tempo a cercare una compagnia di disertori e criminali scomparsi chissà dove.
L’episodio tuttavia ci fece capire che l’isolamento non sarebbe durato a lungo. Ben presto il progresso tecnologico dell’umanità avrebbe fatto si che la nostra coltre di segreto sarebbe crollata. Quando mio Nonno divenne Maestro caposcuola della Disciplina della Civetta impresse allora alla famiglia un nuovo corso capovolgendo totalmente la logica che stava alla base della nostra segretezza. Approfittando del caos della ricostruzione, la Famiglia abbandonò il suo secolare isolamento e si stabilì a Sapporo. Ci saremmo mischiati tra la gente comune, avremmo vissuto vite normali come tutti gli altri, lavorato come tutti gli altri, e proprio questa normalità, proprio il fatto di trovarci sotto gli occhi di tutti alla luce del giorno, avrebbe preservato i nostri segreti. Non dice il detto per caso “Si fa meno caso all’albero che hai davanti agli occhi che al ramoscello nascosto nel cespuglio”?

Io e mio fratello nascemmo a Sapporo molti anni dopo. Appartenevamo alla prima generazione della mia famiglia cosiddetta “Cittadina”. Ma anche noi, così come tutti coloro che erano venuti prima di noi, fummo introdotti ed addestrati ai segreti della Disciplina della Civetta in attesa di quello che la mia famiglia chiamava il “Torneo del Successore”. La successione al titolo di maestro caposcuola della Disciplina della Civetta, infatti, non avviene per via ereditaria, ossia di padre in figlio. Quando i tempi sono maturi essa avviene tramite un torneo a cui partecipano i giovani di tutti i rami della famiglia. Il vincitore del torneo viene proclamato Successore della Scuola. Coloro che non vincono, tuttavia, percorrono una via che è tutt’altro che disonorevole. Essi diventano Monaci di Nanto al servizio personale del Sacro Pugno. Essi studiano la filosofia della scuola e viaggiano per il mondo facendo attenzione che le tecniche Nanto non siano usate a sproposito.
Ricordo ancora il mio torneo. Eravamo circa una trentina di partecipanti. Io e mio fratello eravamo stati addestrati da mio padre, l’allora caposcuola, ed eravamo quindi favoriti. Io avevo solo 10 anni, mio fratello 11. I pronostici quella volta non sbagliarono, ed io e Neiji ci ritrovammo l’una contro l’altro nella finale.
Ho sempre avuto un grande complesso di inferiorità nei confronti di Neiji. Lui è sempre stato più bravo di me. A Scuola, in combattimento, nella vita affettiva… Il sapere di combattere contro di lui mi faceva venire la nausea dal nervosismo. Nervosismo che quella notte era accentuato dal fatto che mio padre ci aveva preannunciato che al nostro combattimento sarebbe stata presente una persona di grande importanza.
Eravamo nella sala dei combattimenti, scavata nella roccia viva nei sotterranei di una villa di campagna appartenente alla nostra famiglia, al limite dei territori degli Ainu. Il legame tra noi e quel popolo era ancora forte. Io e Neiji eravamo l’una affianco all’altra ed eravamo rivolti verso il seggio di pietra dove di solito sedeva mio padre. Quella notte però, mio padre sedeva su una bassa sedia di legno alla destra del seggio. Il silenzio nella sala era assoluto. Ad un tratto alle nostre spalle si udirono dei passi e poco mio padre si alzò e si inchinò dinnanzi ad un uomo che andò ad accomodarsi sul seggio di pietra. Il suo aspetto mi impressionò. Era alto e robusto, con i capelli lunghi e di un colore azzurro, ed i lineamenti duri del suo viso contrastavano nettamente con gli occhi. Occhi meravigliosi che trasmettevano pace e bontà.
Venne dato il segnale di iniziare il combattimento e le torce vennero spente. Era tradizione, infatti, che la finale per il titolo di successore della Disciplina della Civetta si combattesse al buio. Il combattimento fù lungo. Diedi il massimo di me…ma persi. Non sono mai riuscita a battere mio fratello. Mentre mi stavo rialzando udì l’uomo parlare con mio padre:

“Un bel combattimento Nejozu. I tuoi figli sono entrambi molto promettenti”

“Voi mi onorate moltissimo con queste parole, Shew-sama. Volete seguirmi? Ho preparato un banchetto in vostro onore.” Disse mio padre.

“Mi spiace Nejozu ma devo rimettermi in viaggio subito. Mi aspettano domani al Palazzo della Grande Croce. Devo presenziare al combattimento rituale di uno dei giovanissimi aspiranti successori di Hokuto. Anche Souther sarà presente ed io non posso mancare. Mi hanno parlato molto di quel ragazzo”

“Capisco. Allora non vi tratterrò oltre. Gli dei vi proteggano Shew-sama” Disse infine mio padre inchinandosi nuovamente all’uomo.

Da quella notte sono passati circa otto anni. Mio padre ora si occupa come da tradizione, solo di Neiji. Lo ammetto, sono gelosa ed invidiosa. A me, invece è stato assegnato un altro maestro di nome Kenzo. Credo sia mio cugino di non so che grado. E’ una persona simpatica ma un po’ taciturna. E soprattutto non è mio padre! Con lui ho girato in Giappone in lungo ed in largo e devo ammettere che ho imparat molte cose. Ora sono una Monaca di Nanto a tutti gli effetti ed il mio compito è quello di ricondurre, da un lato, le “pecorelle smarrite” della scuola di Nanto sulla retta via….con le buone o le cattive. Dall'altro vi è quello di difendere l'ortodossia della Dottrina di Nanto. Sebbene lo abbia ora detto in maniera molto innocente è un lavoro molto serio ed estremamente duro.
Un giorno ci viene assegnata una missione particolare.
Dobbiamo recarci in Corea, nella città di Taegu...
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