Dubito che in molti abbiano visto il debutto horror di Stevan Mena, quel Malevolence targato 2004 che, dopo una gustosa premessa, crollava miseramente su se stesso soffocato da un budget ridicolo e da quella bruttisima sensazione di squallore generale data da tanti film di serie B, girati magari con passione ma con scarsa esperienza e nessuna abilità specifica (tralascio la colonna sonora a base di synth che neanche nei peggiori camp-horror anni 80 avevo dovuto sopportare...).
Fatto sta che dopo la parentesi di Brutal Massacre, una commedia in salsa horror riuscita a metà ma comunque onesta e guardabile, Mena è riuscito ad ottenere un budget decente per creare il prequel di Malevolence, affidandosi stavolta ad un cast solido (c'è persino Michael Biehn, anche se in un ruolo che non gli rende affatto giustizia) e, con l'aiuto dell'italiano Marco Cappetta alla fotografia, ad uno stile sporco e polveroso, perfetto per un torture-porn fatto come si deve o, se preferite, per uno slasher a la Texas Chainsaw Massacre.
Ed alla fine Bereavement è proprio un ibrido tra questi due sottogeneri, mescolato ad una vena visionaria/esistenziale che scimmiotta in qualche modo Martyrs senza mai raggiungerne la stessa efficacia visiva e narrativa.
Raramente ho cambiato così tante volte idea sul giudizio da attribuire ad un film come durante la visione di questa pellicola: Martin, il bambino rapito dal serial killer e testimone delle sue peggiori nefandezze ed atrocità, è affetto da una rara sindrome che non gli consente di provare dolore, nè fisico nè, così sembra, psichico.
Martin è prigioniero silente di un folle a sua volta intrappolato in un labirinto mentale, che uccide per adempiere ad una presunta missione salvifica: lo schema sembra funzionare a dovere, ma Mena nell'alternare scene di ordinaria vita quotidiana a macellazioni di donne inermi rende il ritmo farraginoso da subito, impedendo a Bereavement di creare quella tensione palpabile che, con un climax del genere (il finale è effettivamente riuscito, spiazzante e devastante anche dal punto di vista grafico), avrebbe soltanto giovato all'intera economia della pellicola.
Non aiutano neanche le azioni demenziali della Daddario, che mette la spunta alla lista completa delle "cose da NON fare in un film dell'orrore" (ma ha delle tette memorabili che scavalcano quelle di Jessica Biel nella chart personale delle migliori pere viste in un horror nell'ultimo decennio), e neanche i momenti di involontaria comicità dati da una recitazione che, nel caso di Brett Ryckaby, rende efficace il personaggio di Graham (il sadico killer completamente alienato da qualsiasi parvenza umana), ma giunge ad un parossismo che fagocita il ruolo stesso, distruggendolo.
Un film mediocre salvato da una conclusione potentissima, all'insegna della violenza con la V maiuscola, reso comunque meno amaro dalla sensazione di malato emanata da una fotografia azzeccata e da una regia accorta e puntuale. Mena ha curato anche il montaggio e le musiche, ottenendo un risultato più che accettabile: è indubbio che il ragazzo abbia talento e passione da vendere, mi auguro riesca ad ottenere qualcosa di più concreto, scevro da banali errori di logica e imperdonabili cali di tensione.