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Full Version: Basaglia
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Friday, February 12, 2010 12:24 AM
C'era una volta Basaglia

di Giancarlo De Cataldo
Ora che una magnifica fiction ha riacceso i riflettori sulla luminosa e generosa figura di Franco Basaglia, quelli della mia generazione ricorderanno che c’è stato un tempo in cui, quando i benpensanti dovevano prendersela con qualcuno per lamentare il degrado dei tempi, se la prendevano coi drogati e coi matti. Dei primi si diceva che erano troppo coccolati da una società permissiva e che, per risolvere il problema, bisognava tornare alle sane regole di una volta. E quanto ai matti, chi li aveva liberati era più matto di loro. Basaglia, appunto. Era il tempo in cui i maestri del pensiero, spesso “pentiti” di un passato libertario, tuonavano “basta”! Il tempo in cui cominciavano a emergere figure autorevoli di rigidi terapeuti imbronciati e buoni padri che sostituivano all’autorevolezza l’autoritarismo, alla persuasione il castigo corporale.

Il sorriso compassionevole scompariva dal nostro orizzonte culturale, rimpiazzato, alternativamente, dal grugno militaresco o dallo sghignazzo della ribalta televisiva. Era, all’incirca, la fine degli anni Ottanta. Impegnati a convivere con l’edonismo reganiano (do you remember?, ci rendevamo appena conto che stava nascendo quel nucleo forte del pensiero conservatore destinato a diventare, col passare del tempo, egemone in modo pressoché totalizzante. Un tempo lontano. Matti e drogati furono i primi. Poi si è passato ad altro. Dei matti ci siamo dimenticati. Ai drogati provvedono il carcere e l’ipocrisia di una società ufficialmente repressiva e occultamente cocainofila. E gli sceneggiatori che dispongono delle nostre vite hanno affidato il ruolo dello spauracchio agli immigrati e agli zingari. Di Basaglia all’orizzonte se ne vedono pochi. Eppure, che maledetta nostalgia di quegli slanci, di quell’utopia benefica, di quei sogni, di quella speranza che le cose potessero cambiare!
09 febbraio 2010

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Friday, February 12, 2010 12:25 AM
Le telecamere di Franco,
via alla liberazione

di Toni Jop
«Vado non vado vado», e andava, eccome, davanti alle telecamere. Magari dopo aver riflettuto con Franca, sua compagna nonché formidabile intellettuale, su quel conduttore che era «mona» , ma ci andava. Niente vanità, tranne forse una e neppure troppo piccola: era convinto di essere lui ad usare la tv e non viceversa. Aveva torto o ragione? Per chi come noi lo ha seguito passo passo, tenuto conto del fatto che la tv prima degli anni Ottanta non aveva ancora i denti di dracula, Franco Basaglia ha avuto ragione. Diceva: «Non mi interessa vincere ma convincere» e convincere non può prescindere dalla comunicazione. Ecco perché era un comunicatore programmatico e, non dovendo vendere il suo fascino ma una storia di liberazione collettiva, alla fine convinceva e la tv lo serviva in questo viaggio.

Era iniziato con Zavoli; sua la prima troupe a varcare i cancelli di Gorizia. La bella fiction di Raiuno cita correttamente l’evento, perché di evento si trattò: nessuno in Italia e non solo aveva mai visto l’interno di un manicomio senza veli da uno schermo televisivo, nessuno aveva mai visto – tantomeno in tv – una assemblea in cui parlavano i «matti». Franco voleva che la gente sapesse cosa accadeva in un «luogo» simbolo della paura, popolato non di fantasmi ma di donne e uomini costantemente sotto tortura. Gli interessava si sapesse nelle cucine degli italiani che anche un simbolo della paura può essere abbattuto e che poi si sta meglio tutti, chi stava dentro e chi stava fuori. Gli stava a cuore si potesse apprezzare che la liberazione è una strada faticosa, tutta da inventare, che è una pratica di per se terapeutica e che cambia ciò che sembrava destinato a non cambiare mai.

Per questo, i cancelli di Gorizia e di San Giovanni a Trieste furono attraversati da centinaia di troupe tv venute da tutto il mondo. Franco non diceva mai di no, al massimo era costretto a rinviare le interviste di qualche giorno e forse qualcuno si è risentito per questo. Ma tutto qui. Accettava di buon grado anche gli studi televisivi. A dire il vero, in casa c’era quasi sempre un dibattito sul tema e Franca era molto più severa di lui: perché, obiettava, andare da chi in realtà voleva «bombardare» quella esperienza di liberazione? Andava. Bisogna dire che Costanzo gli offrì con grande convinzione la sedia del suo show più di una volta. Semplice, diretto, con un accento fortemente veneziano che non tentava nemmeno di correggere, diceva la sua, polemizzava, sorrideva, si arrabbiava. Una sera attaccò l’intera classe medica e il suo potere, a casa sua furono costretti a staccare il telefono. Di questa fiction avrebbe detto che era utile e ben fatta ma che lui era più alto di Gifuni.
09 febbraio 2010

l'U


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Friday, February 12, 2010 12:26 AM
Il sorriso di Basaglia e i suoi «matti»
La rivoluzione in tv

di Concita De Gregorio
Prima di tutto il sorriso. Quel sorriso che da solo è già una cura, disarma i nemici e consola gli amici. Ce lo eravamo dimenticati il sorriso di Franco Basaglia, sommerso dalle smorfie orrende le urla le mandibole quadrate, le bave alla bocca, le prepotenze vuote di senso dei nostri dibattiti tv. Dalle urla, soprattutto: da quel modo - è probabile che lo insegnino in certi seminari di formazione politica o tv, che è lo stesso - di ripetere ossessivamente e a voce sempre più alta «lei non interrompa», interrompendo. Di gridare «lei mente», mentendo. Di insultare, confondere, dire volgarità e fare ascolti così. Ci avete fatto caso? Quanto più urlano tanto meno hanno da dire. Chi ha qualcosa da dire parla piano. Si fa silenzio attorno, di solito. E non serve la violenza, al contrario. La violenza è sempre nemica del pensiero: è la misura della sua debolezza. Il sorriso, dunque. Nel film tv che avete visto ieri e domenica su RaiUno è quello calmo e indomabile di Fabrizio Gifuni, straordinario nel dare anima a un corpo. Quieto ma non docile, visionario e fraterno. Non il sorriso mercantile del venditore, un altro. Proprio molto diverso. Pieno di condivisione, questo: di comprensione, di pazienza, di lungimiranza.

Che il film su Basaglia prodotto da Claudia Mori e realizzato da Marco Turco abbia vinto la competizione degli ascolti, nelle ultime due serate tv, è una bellissima notizia per molte importanti ragioni. Perché è andato in onda su Rai Uno in prima serata, fatto eccezionale al punto che fino alla vigilia se ne temeva la messa in onda: come se chi l’ha decisa non avesse capito di cosa si trattava (così i maligni) o come se l’avesse fatto apposta, per far dispetto a qualcuno, e come se ci fosse il timore che Costui se ne accorgesse troppo presto. È andato, invece, e gli spettatori di RaiUno - in larga parte ignari di teorie e pratiche psichiatriche - sono rimasti in più di cinque milioni lì fino alla fine ad ascoltarlo.

Dunque non solo pacchi, no? Non servono soldi in regalo per fare ascolti, come non servono tette culi e polemisti di professione meglio se furiosi. Chi l’avrebbe detto: anche una storia funziona. Vera. Di un manicomio, addirittura. Di un cavallo blu di cartapesta. Di una ragazza con gli occhi spalancati durante l’elettroshock (l’avevate mai visto in tv cos’è l’elettroshock?), di un’infermiera che dubita, di una madre vittima e carnefice, di un gigante di nome Boris che s’innamora.

Oggi non è più quel tempo, non sono gli anni Sessanta e - seconda ragione - è doppiamente istruttiva la storia di chi disse per primo che diversi a voler guardare siamo tutti e che bisogna curare chi è malato, certo, ma non chiuderlo buttare la chiave ed averne paura. Allora i «matti», lo dice bene il film, erano spesso orfani di guerra, ragazze ribelli, uomini e donne reduci da traumi collettivi del cui peso erano vittime. Non solo, certo. Ma anche, spesso. Aprire e non chiudere, guardare in faccia la realtà e attraversarla: farsene carico insieme, e il peso dei deboli lo portino i forti. Questo diceva Basaglia. C’è sul nostro sito un video girato giorni fa al Cie di Bari: centro identificazione ed espulsione degli immigrati.

Guardatelo adesso, dopo aver visto il film. I luoghi, i volti, i letti, le parole sono gli stessi dei matti di Gorizia. Ascoltate le parole dei dannati di Rosarno. Guardate le foto di una scuola nella pagina che segue. Un tetto di bambini stranieri nelle classi, ha detto il ministro Gelmini voltando la sua graziosa messa in piega. Leggete il servizio sulla elementare De Donato, quartiere Esquilino, Roma: guardate quei bambini. Non sono matti, sono bambini.

Proprio ieri una persona molto cara mi ha raccontato, di Basaglia, questo aneddoto. Erano seduti, lei e lui, ad ascoltare la relazione di un giovane neolaureato che aveva immaginato per la sua tesi un manicomio modello. Grandi sale, luce, il meglio della cosiddetta architettura sociale. «Ze beo», aveva detto Basaglia al ragazzo guardando il progetto. «Che bella idea che ti ghe avuto». «Ti ze bravo», dandogli infine una carezza sulla testa. Poi, alzandosi in piedi col suo sorriso: «Ma mi i manicomi non li voglio».

Ci sono uomini che cominciano a pensare da dove gli altri finiscono. Falliscono, spesso. Restano soli, quasi sempre. Intorno non capiscono, denigrano, procurano il fallimento. Anche Basaglia ha fallito, in molti sensi. Non siamo stati alla sua altezza, non ancora. Ma da lì, da quel sorriso, indietro non si potrà mai più tornare.
09 febbraio 2010

concita_l'U


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Wednesday, February 17, 2010 12:17 AM
Addio manicomi, ecco
dove germogliano i semi di Basaglia

di Cristiana Pulcinelli
Trent’anni fa il Brasile aveva un enorme numero di pazienti psichiatrici chiusi in manicomi privati per venti, trent’anni della loro vita. Lo stato pagava le rette e quindi la psichiatria nel paese era un grande business. Nel 1979 Franco Basaglia tiene una serie di seminari nel paese raccontando l’esperienza italiana di superamento del manicomio con l’apertura delle strutture e la restituzione dei diritti al malato. Nel paese c’era ancora la dittatura militare e i seminari di Basaglia incontrano una diffusa voglia di libertà: partecipano centinaia di operatori, psichiatri, intellettuali. La luta antimanicomial del Brasile comincia da lì. Negli anni «fermenta»: già con il governo precedente a quello attuale comincia un processo di riforma. I contatti con gli psichiatri di Trieste sono costanti: Franco Rotelli, che andò a dirigere il manicomio di Trieste al posto di Basaglia nel 1979 e che lo chiuse definitivamente un anno dopo, va spesso in Brasile. Nasce un enorme movimento di utenti. I risultati: i posti letto in psichiatria diminuiscono del 40%, in 15 anni i centri territoriali aumentano del 70%. Oggi il Brasile di Lula ha ridotto drasticamente i grandi ospedali psichiatrici, talvolta li ha chiusi definitivamente. Ha creato 2000 servizi territoriali e ha esperienze di punta a Santos, San Paulo, Bel Orizonte, nel Minas Gerais. I semi di Trieste nel mondo stanno germogliando? «Trieste è un modello di riferimento per l’Oms –commenta Franco Rotelli - Il superamento degli ospedali psichiatrici e l’utilizzo di servizi decentrati ormai è un dato acquisito, ma poi esistono realtà molto diverse fra loro. La frammentazione delle pratiche e delle teoche sia difficile disegnare una mappa, sia mondiale che italiana». Esperienze avanzate nel mondo ce ne sono molte: in Nuova Zelanda e in Australia, ad esempio.

DA TRIESTE AL MONDO
Alcune fanno riferimento esplicito al modello triestino: in Brasile, in Argentina, in Islanda, nei Balcani, dove si parte da situazioni molto arretrate, ma dove si stanno verificando importanti cambiamenti. E in alcune zone dell’Inghilterra, come racconta John Jenkins che oggi dirige la International Mental Health Collaborating Network, una Ong che aiuta i paesi che vogliono aprire servizi di salute mentale centrati sulla comunità: «Sono diventato direttore di un grande ospedale psichiatrico nel 1976. L’anno successivo, ispirati in parte dal lavoro di Trieste, decidemmo di aprire i servizi di salute mentale di comunità che avrebbero rimpiazzato l’ospedale. Così avvenne: l’ospedale fu chiuso nel 1985. Da allora, il governo inglese ha appoggiato questa politica e i molti altri manicomi sono stati chiusi». E l’Italia? «Non esiste il disastro italiano di cui talvolta si sente parlare – dice Peppe Dell’Acqua, direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste - Pensiamo solo alla zona di Aversa: fa riflettere che nella patria dei casalesi ci siano 5 centri di salute mentale aperti 24 ore al giorno per 7 giorni su 7». I protagonisti di queste esperienze, italiane e straniere, saranno a Trieste dal 9 al 13 febbraio per l’incontro «Che cos’è salute mentale?», fortemente voluto da Dell’Acqua: «Usciamo da un periodo difficile, i segnali che arrivano sono quelli di un ritorno della psichiatria della sicurezza». Rotelli è d’accordo: «Sarkozy ha detto che bisogna qualificare gli ospedali psichiatrici. È l’esempio del vento che sta girando in Europa. Il paziente è considerato persona da tenere d’occhio perché rischiosa e quindi crescono i sistemi di controllo». Il mondo vastissimo di operatori, cooperatori, familiari, pazienti dice però cose diverse. È questo mondo che l’incontro di Trieste vuol mettere insieme. L’incontro triestino vuole essere anche la risposta al paradigma secondo cui «la malattia mentale è qualcosa che non funziona nel cervello. Qualcosa che i farmaci rimetteranno a posto». «Un paradigma vecchio – prosegue Dell’Acqua – che dietro ha strutture territoriali misere e psichiatri ridotti a prescrittori di farmaci». A questo “sé” neurochimico si contrappone un “sé” che si costruisce attraverso le relazioni tra le persone.
03 febbraio 2010

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Thursday, March 11, 2010 1:07 AM
Manicomi abbandonati, fotoracconto e una mostra



Il Santimatti studio nasce dall'amicizia di Filippo Giansanti e Fabrizio Pelamatti, due fotografi toscani che fino al 2007 hanno svolto indipendentemente la loro attività. Dall'autunno 2008 , per circa un anno, hanno esplorato e fotografato i resti di alcuni ospedali psichiatrici a trent'anni dalla legge Basaglia. Il risultato è un percorso tra stanze, corridoi, suppellettili abbandonate e attrezzature sanitarie che sembrano uscite da un romanzo di Shelley, che il tempo e la legge 180 hanno lasciato dietro di sé.
Domenica 14 marzo la mostra fotografica verrà inaugurata a Pistoia presso la galleria de "Lo Spazio di via dell'ospizio"

Rep(cont...)


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Saturday, May 22, 2010 12:22 AM
Roma ricorda Franco Basaglia.
Convegno della Cgil a dieci anni dalla chiusura
del manicomio di Santa Maria della Pieta'

di Paola Natalicchio
«La forchetta e il coltello ai pazienti. Se devo scegliere un’immagine della nostra battaglia contro le regole del manicomio a Roma mi viene in mente questa. I malati potevano mangiare solo con i cucchiaio. Che senso aveva? Nessuno. E allora noi ci battemmo. Non solo perché cadessero le reti di recinzione e si aprissero le porte chiuse a chiave. Non solo per denunciare l’elettroshock, la disperazione, i suicidi. Ci battemmo anche per dare ai pazienti forchetta e coltello». Adriano Pallotta è un anziano signore di 76 anni, con gli occhi chiari e la voce gentile. Dell’ex manicomio Santa Maria della Pietà di Roma è la memoria storica. Ha lavorato qui come infermiere per una vita intera: ci è entrato che aveva 24 anni, alla fine degli anni Cinquanta; ci è uscito nel 1996, per la pensione, che ancora la chiusura del manicomio non si era totalmente compiuta.

«Non hai idea di cosa fosse questo posto prima che Franco Basaglia cambiasse il corso degli eventi. Poi negli anni Settanta le cose iniziarono a cambiare e fu nel 1974 che creammo, a Roma, il primo movimento anti-istituzionale del manicomio: eravamo una trentina di infermieri del padiglione 16. Iniziammo a proporre delle modiche al modo di trattare i pazienti, anche agli altri ottocento e più infermieri che lavoravano negli altri 33 padiglioni. Non fu facile e non critico chi non ci seguì subito. Qualcuno ci disse allora che eravamo noi i veri folli del manicomio e forse aveva ragione». Adriano parla e con lo sguardo cerca Alfredo, un suo ex paziente ultrasettantenne: «Si è fatto 40 anni al Santa Maria della Pietà, come me. Lo avevano rinchiuso solo perché era orfano, pensa. Ora abita in una casa-famiglia qua vicino con altri due ex pazienti. Io ci vado ogni tanto per fare volontariato. Oggi siamo venuti qui insieme, solo che non so bene dove sia finito». Sorride, Adriano, senza preoccupazione, Alfredo sarà in mezzo alla gente (tanta, almeno 300 persone) che passeggia, disegna e beve birra a sorsi dai bicchieri plastica nei giardini davanti all’ex Lavanderia, invasi pacificamente, ieri pomeriggio, dalle bandiere della Cgil Funzione Pubblica, che ha organizzato una festa per celebrare i dieci anni dalla chiusura dell’istituto-lager romano.

Al posto del manicomio, oggi, questo complesso ospita molte cose diverse: i locali del municipio, dell’Asl, del Museo della Mente, di alcune cooperative sociali e di un’associazione, e l’associazione ex Lavanderia, appunto, che da anni si batte per la riqualificazione sociale e culturale dell’ex complesso para-carcerario. «Non vogliamo solo festeggiare la chiusura del manicomio e celebrare la legge 180. Vogliamo riflettere su come attualizzarla e rilanciarla, sostenendo i servizi territoriali come le case famiglia e i centri pubblici per la salute mentale, in un momento in cui sembrano essere tornati in discussione a favore del rilancio dei servizi sanitari privati», spiega Lorenzo Mazzoli, segretario generale della Fp Cgil del Lazio, che ha organizzato l’evento. Tutt’attorno la gente continua ad arrivare: le maestre con le scolaresche, le giovani coppie, gli anziani del quartiere sottobraccio, i genitori con i bambini che giocano a catturare i girini nella grande fontana al centro del cortile. Arrivano anche Furio e Giancarlo, comici del Trio Medusa che hanno svolto, dieci anni fa, il servizio civile in una casa-famiglia legata all’ex manicomio. Arriva anche Ascanio Celestini che su questo posto ha fatto uno spettacolo teatrale e sta girando un film. Scende la sera: si balla, si canta, si applaude. Il passato è presente e lontano insieme.
21 maggio 2010

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Sunday, May 23, 2010 12:44 AM
Il Santa Maria della Piet
dieci anni dopo il manicomio

di Paola Natalicchio
La forchetta e il coltello ai pazienti. Se devo scegliere un’immagine della nostra battaglia contro le regole del manicomio a Roma mi viene in mente questa. I malati potevano mangiare solo con i cucchiaio. Che senso aveva? Nessuno. E allora noi ci battemmo. Non solo perché cadessero le reti di recinzione e si aprissero le porte chiuse a chiave. Non solo per denunciare l’elettroshock, la disperazione, i suicidi. Ci battemmo anche per dare ai pazienti forchetta e coltello». Adriano Pallotta è un anziano signore di 76 anni, con gli occhi chiari e la voce gentile. Dell’ex manicomio Santa Maria della Pietà di Roma è la memoria storica. Ha lavorato qui come infermiere per una vita intera: ci è entrato che aveva 24 anni, alla fine degli anni Cinquanta; ci è uscito nel 1996, per la pensione, quando ancora la chiusura del manicomio non si era totalmente compiuta.

«Non hai idea di cosa fosse questo posto prima che Franco Basaglia cambiasse il corso degli eventi. Poi negli anni Settanta le cose presero un'altra piega. E fu nel 1974 che creammo, a Roma, il primo movimento anti-istituzionale del manicomio: eravamo una trentina di infermieri del padiglione 16, quello in cui seguivamo i malati con la tubercolosi. Iniziammo a proporre delle modiche al modo di trattare i pazienti anche agli altri ottocento e più infermieri che lavoravano negli altri trentatrè padiglioni. Non fu facile e non critico chi non ci seguì subito. Qualcuno ci disse allora che eravamo noi i veri folli del manicomio. E forse aveva ragione». Adriano ricorda quello che accadde negli anni successivi. «Fu l'approvazione della legge 180, nel '78, a darci coraggio. Iniziammo a pensare che anche a Roma potevano cambiare le cose, come stava accadendo a Gorizia, a Trieste, in Toscana e in Umbria. All'inizio del 1980 Franco Basaglia in persona entrò al Santa Maria della Pietà. Le sue visite a Roma si facevano sempre più frequenti dopo l'approvazione della legge, perché era diventato consulente delle istituzioni. Quando varcò il cancello del nostro istituto a noi parve di vedere il messia. Speravamo di poter iniziare un lavoro insieme a lui nei mesi successivi. Ma di lì a poco, in agosto, Basaglia morì. Noi siamo andati avanti, certo. Nel solco del suo insegnamento. Ma per chiudere questo manicomio, in applicazione della legge 180, ci sono voluti molti altri anni». Mentre parla Adriano cerca con lo sguardo Alfredo, un suo ex paziente ultrasettantenne. «Si è fatto quarant'anni anni al Santa Maria della Pietà, come me. Lo avevano rinchiuso solo perché era orfano, pensa. Ora abita in una casa-famiglia qua vicino con altri due ex pazienti. Io ci vado ogni tanto per fare volontariato. Oggi siamo venuti qui insieme, solo che non so bene dove sia finito». Sorride, Adriano, senza preoccupazione. Alfredo sarà senz'altro in mezzo alla gente (tanta, almeno 300 persone) che passeggia, disegna e beve birra a sorsi dai bicchieri plastica nei giardini davanti all’ex Lavanderia, invasi pacificamente, ieri pomeriggio, dalle bandiere della Cgil Funzione Pubblica, che ha organizzato un convegno e una festa per celebrare i dieci anni dalla chiusura dell’istituto-lager romano.

Al posto del manicomio, oggi, questo complesso ospita molte cose diverse: i locali del municipio, dell’Asl, del Museo della Mente, di alcune cooperative sociali e di un’associazione, la “ex Lavanderia”, appunto, che da anni si batte per la riqualificazione sociale e culturale dell’ex complesso para-carcerario. «Non vogliamo solo festeggiare la chiusura del manicomio e celebrare la legge 180. Vogliamo riflettere su come attualizzarla e rilanciarla, sostenendo i servizi territoriali come le case-famiglia e i centri pubblici per la salute mentale, in un momento in cui sembrano essere tornati in discussione a favore del rilancio dei servizi sanitari privati», spiega Lorenzo Mazzoli, segretario generale della Fp Cgil di Roma e del Lazio. «Siamo preoccupati dai tagli alla sanità e dal blocco del turnover che, soprattutto nel settore dei servizi di assistenza psichiatrica, rischia di farsi sentire pesantemente. Molti operatori di questo settore sono figure professionali di lungo corso e alla soglia della pensione. Se nessuno potrà sostituirli, il sistema rischia di indebolirsi fino alla paralisi». Tutt’attorno la gente continua ad arrivare: le maestre con le scolaresche, le giovani coppie, gli anziani del quartiere sottobraccio, i genitori con i bambini che giocano a catturare i girini nella grande fontana al centro del cortile e scivolano qua e là sui monopattini, i militanti del sindacato che distribuiscono volantini e raccolgono firme per il referendum sull'acqua pubblica, gli operatori delle case-famiglia con gli ospiti al seguito, qualcuno allegro, qualcun altro spaesato forse per la quantità di gente che va e viene dai viali. Il pomeriggio scivola veloce: prima una serie di spettacoli per i più piccoli (tra cui un applauditissimo Pinocchio) messi in scena da ex pazienti psichiatrci e giovani compagnie teatrali; poi laboratori di pittura e disegno. Fino a un gettonatissimo gioco dell'oca a tema, allestito sull'asfalto da un'associazione di psicologi e operatori psichiatrici under 30: www.oltrelarete.org . Una serie di cartelli a fare da caselle, fermati da grossi sassi e paia di scarpe sparse. Su ogni casella un passaggio chiave della storia della psichiatria in Italia, dalla Legge Basaglia in poi. Verso le sei spuntano Furio e Giancarlo, cronisti d'assalto e comici del Trio Medusa. Sentono la causa più che mai, perché - spiegano - hanno svolto, dieci anni fa, il servizio civile in una casa-famiglia legata all’ex manicomio: “Progetto Giuseppina”. Raccontano la loro esperienza, davanti a una platea attenta e ammirata. Ritrovano tra il pubblico alcuni ex ospiti, fino alla cuoca dell'associazione, che appena viene nominata dal palchetto improvvisato arrossisce dalla timidezza. A fine pomeriggio, è il turno di Ascanio Celestini che su questo posto ha fatto uno spettacolo teatrale e sta girando un film. Il suo monologo sui manicomi-campi di concentramento, intervallato dalle filastrocche e dalle storie scanzonate di Giufà, è applaudito come e più del solito. Scende la sera, chiude il concerto degli Yo Yo Mundi. Si balla, si canta, si mangia con la forchetta e il coltello la cena a prezzi popolari servita nei piatti di plastica dai volontari. I palazzoni attorno sembrano finalmente innocui. Il passato è presente e lontano insieme.
22 maggio 2010

l'U


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Thursday, December 23, 2010 1:25 AM
Su R3 stanno facendo 1 docu sulla psikiatria dolce ed ho pensato ke Basaglia ha fatto scuola anke all'Estero
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