Il sorriso di Basaglia e i suoi «matti»
La rivoluzione in tv
di Concita De Gregorio
Prima di tutto il sorriso. Quel sorriso che da solo è già una cura, disarma i nemici e consola gli amici. Ce lo eravamo dimenticati il sorriso di Franco Basaglia, sommerso dalle smorfie orrende le urla le mandibole quadrate, le bave alla bocca, le prepotenze vuote di senso dei nostri dibattiti tv. Dalle urla, soprattutto: da quel modo - è probabile che lo insegnino in certi seminari di formazione politica o tv, che è lo stesso - di ripetere ossessivamente e a voce sempre più alta «lei non interrompa», interrompendo. Di gridare «lei mente», mentendo. Di insultare, confondere, dire volgarità e fare ascolti così. Ci avete fatto caso? Quanto più urlano tanto meno hanno da dire. Chi ha qualcosa da dire parla piano. Si fa silenzio attorno, di solito. E non serve la violenza, al contrario. La violenza è sempre nemica del pensiero: è la misura della sua debolezza. Il sorriso, dunque. Nel film tv che avete visto ieri e domenica su RaiUno è quello calmo e indomabile di Fabrizio Gifuni, straordinario nel dare anima a un corpo. Quieto ma non docile, visionario e fraterno. Non il sorriso mercantile del venditore, un altro. Proprio molto diverso. Pieno di condivisione, questo: di comprensione, di pazienza, di lungimiranza.
Che il film su Basaglia prodotto da Claudia Mori e realizzato da Marco Turco abbia vinto la competizione degli ascolti, nelle ultime due serate tv, è una bellissima notizia per molte importanti ragioni. Perché è andato in onda su Rai Uno in prima serata, fatto eccezionale al punto che fino alla vigilia se ne temeva la messa in onda: come se chi l’ha decisa non avesse capito di cosa si trattava (così i maligni) o come se l’avesse fatto apposta, per far dispetto a qualcuno, e come se ci fosse il timore che Costui se ne accorgesse troppo presto. È andato, invece, e gli spettatori di RaiUno - in larga parte ignari di teorie e pratiche psichiatriche - sono rimasti in più di cinque milioni lì fino alla fine ad ascoltarlo.
Dunque non solo pacchi, no? Non servono soldi in regalo per fare ascolti, come non servono tette culi e polemisti di professione meglio se furiosi. Chi l’avrebbe detto: anche una storia funziona. Vera. Di un manicomio, addirittura. Di un cavallo blu di cartapesta. Di una ragazza con gli occhi spalancati durante l’elettroshock (l’avevate mai visto in tv cos’è l’elettroshock?), di un’infermiera che dubita, di una madre vittima e carnefice, di un gigante di nome Boris che s’innamora.
Oggi non è più quel tempo, non sono gli anni Sessanta e - seconda ragione - è doppiamente istruttiva la storia di chi disse per primo che diversi a voler guardare siamo tutti e che bisogna curare chi è malato, certo, ma non chiuderlo buttare la chiave ed averne paura. Allora i «matti», lo dice bene il film, erano spesso orfani di guerra, ragazze ribelli, uomini e donne reduci da traumi collettivi del cui peso erano vittime. Non solo, certo. Ma anche, spesso. Aprire e non chiudere, guardare in faccia la realtà e attraversarla: farsene carico insieme, e il peso dei deboli lo portino i forti. Questo diceva Basaglia. C’è sul nostro sito un video girato giorni fa al Cie di Bari: centro identificazione ed espulsione degli immigrati.
Guardatelo adesso, dopo aver visto il film. I luoghi, i volti, i letti, le parole sono gli stessi dei matti di Gorizia. Ascoltate le parole dei dannati di Rosarno. Guardate le foto di una scuola nella pagina che segue. Un tetto di bambini stranieri nelle classi, ha detto il ministro Gelmini voltando la sua graziosa messa in piega. Leggete il servizio sulla elementare De Donato, quartiere Esquilino, Roma: guardate quei bambini. Non sono matti, sono bambini.
Proprio ieri una persona molto cara mi ha raccontato, di Basaglia, questo aneddoto. Erano seduti, lei e lui, ad ascoltare la relazione di un giovane neolaureato che aveva immaginato per la sua tesi un manicomio modello. Grandi sale, luce, il meglio della cosiddetta architettura sociale. «Ze beo», aveva detto Basaglia al ragazzo guardando il progetto. «Che bella idea che ti ghe avuto». «Ti ze bravo», dandogli infine una carezza sulla testa. Poi, alzandosi in piedi col suo sorriso: «Ma mi i manicomi non li voglio».
Ci sono uomini che cominciano a pensare da dove gli altri finiscono. Falliscono, spesso. Restano soli, quasi sempre. Intorno non capiscono, denigrano, procurano il fallimento. Anche Basaglia ha fallito, in molti sensi. Non siamo stati alla sua altezza, non ancora. Ma da lì, da quel sorriso, indietro non si potrà mai più tornare.
09 febbraio 2010
concita_l'U