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+PetaloNero+
Thursday, March 20, 2008 4:20 PM
Messaggio del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano a Benedetto XVI per il suo onomostico e la Pasqua



"Santità, Nel giorno del Suo onomastico, mi è gradito rivolgerle, a nome mio personale e del popolo italiano, sentiti voti augurali”. Ieri, in occasione dell’onomastico di Benedetto XVI anche il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, ha voluto inviare un messaggio al Pontefice. “Quest'anno la festa di San Giuseppe cade nella Settimana Santa – si legge ancora nel testo -. Mi è quindi ancor più lieta l'occasione per indirizzarle anche fervidi auguri per una serena celebrazione della Pasqua, che auspico possa contribuire a rafforzare in tutti gli uomini di buona volontà il comune impegno a favore della pace. La prego di accogliere i miei sentimenti di amicizia e profonda considerazione – conclude il Capo dello Stato italiano - per il Suo alto Magistero".(M.G.)




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+PetaloNero+
Thursday, March 20, 2008 9:04 PM
Messa nella Cena del Signore. ''Il cristianesimo non è moralismo''



di Matteo Spicuglia/ 20/03/2008

La Santa Messa in Coena Domini, nella basilica di San Giovanni in Laterano, diventa per Benedetto XVI un'occasione per riflettere sulla radicalità dell'amore di Dio, da cogliere nella dimensione del dono, ma anche dell'esempio da seguire.

ROMA - “Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell’amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto”. La Santa Messa in Coena Domini diventa così un'occasione per riflettere sulla radicalità dell'amore di Dio, da cogliere nella dimensione del dono, ma anche dell'esempio da seguire. Nella basilica di San Giovanni in Laterano, Benedetto XVI presiede il secondo momento liturgico del Giovedì santo. Dopo la messa del Crisma per ricordare l'istituzione del sacerdozio, la memoria dell'Ultima Cena e della prima Eucaristia. Parole e gesti, come l'episodio evangelico della lavanda dei piedi, ripetuto da Benedetto XVI con 12 sacerdoti della diocesi di Roma. Ed è anche in questo segno che trova significato la capacità di dono “sino alla fine” di Cristo. Il papa ne ha parlato nella sua omelia, una vera e propria catechesi per ribadire che il cristianesimo non è moralismo, ma amore: lo stile di un Dio che vuole gratificarci come “partner personali e vivi”.

Cristo lava i piedi sporchi dei discepoli, dice il papa, per renderci “puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso”. Un'opportunità alla portata dell'uomo di oggi ricoperto “di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata”, di “una molteplice semifalsità o falsità aperta”. Eppure, spiega Benedetto XVI, “se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore”.

Dalla lavanda dei piedi scaturiscono però anche altri aspetti: la dimensione del dono (“il dono della purezza, della 'capacità per Dio'”), ma soprattutto la presenza di un modello, ovvero “il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri”. Dono ed esempio diventano così la cifra stessa del cristianesimo che non può essere ridotto a moralismo. “All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale”, chiarisce il papa, “Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi, non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede”. Per questo, “l’atto centrale dell’essere cristiani è l’Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà”.

Il papa riflette poi sull'atteggiamento di Pietro che in un primo momento rifiuta di farsi lavare i piedi da Gesù. “Il suo concetto di Messia comportava un’immagine di maestà, di grandezza divina”, spiega. Pietro “doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell’umiltà del servizio, nella radicalità dell’amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto”.

Da ultimo, l'invito alla riconciliazione e al perdono, perché “abbiamo bisogno della lavanda dei peccati di ogni giorno” e “della confessione dei peccati”. Una realtà, conclude il papa, che “ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio”.

La celebrazione si è svolta poi secondo la norma, con la preghiera dei fedeli plurilingue (francese, inglese, polacco, tedesco e spagnolo), per il papa, i vescovi e i sacerdoti, per i diaconi, ma anche per i laici, “perché sappiano portare nelle realtà terrestri l’autentico spirito di Cristo “. Il papa ha distribuito la Comunione, come è consuetudine, ad alcuni membri del corpo diplomatico e al termine, ha guidato una breve processione per la reposizione del SS. Sacramento all’altare della Cappella di San Francesco. Le offerte raccolte nel corso della Messa sono state devolute come ogni ad opere di carità, in particolare all’orfanotrofio “La edad de oro” dell'Avana, a Cuba. Un segno di vicinanza alla Chiesa dell'isola, a poche settimane dal viaggio del segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone.




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+PetaloNero+
Thursday, March 20, 2008 9:05 PM
Da Petrus

Pasqua, gli auguri di Prodi a Benedetto XVI: "Moltiplicare gli sforzi per la tolleranza"



CITTA’ DEL VATICANO - Il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, in occasione della ricorrenza della Santa Pasqua, ha fatto pervenire al Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Tarcisio Bertone, una lettera di auguri per il Papa. ''La piu' importante festa della cristianita' - si legge nella lettera - giunge quest'anno mentre il mondo e' pressato da problemi profondi e complessi, che riguardano il rispetto dei diritti umani in molti paesi e, sul fronte economico, investono le stesse prospettive dello sviluppo, che ormai viene riconosciuto come non piu' compatibile con il mantenimento dell'equilibrio delle risorse del pianeta, se perseguito senza regole''. ''Si puo' dire, con espressione popolare, che oggi i nodi giungono al pettine e la civilta' e il pianeta vanno presentando il conto delle numerose aggressioni subite, mentre l'uomo comprende di dover rispettare limiti, pur non volendo. Quei limiti cui il cristiano e' avvezzo per conoscere il valore profondo della legge di Dio, mentre la rivendicazione di una indipendenza soggettiva assoluta e' spesso un pericoloso presupposto per la costruzione di regole non buone per l'umanita' e per comportamenti lesivi della dignita' umana''. Il Presidente Prodi coglie inoltre l'occasione per rinnovare il profondo cordoglio per l'uccisione di Monsignor Faraj Rahho, unito allo sdegno e alla forte condanna per il gesto efferato. ''Questo ennesimo episodio di violenza ed intolleranza conferma il difficile momento che stanno vivendo i cristiani in Medio Oriente, una situazione che mi preoccupa molto e che, purtroppo, non si limita soltanto a quelli che risiedono nel martoriato Iraq. Una prospettiva che ci esorta a moltiplicare i nostri sforzi a favore della tolleranza e del rispetto reciproco. Il Governo che ho l'onore di presiedere ha prestato a cio' grande attenzione impegnando, in modo convinto, uomini e mezzi''. Infine, il Presidente Prodi sottolinea la grande attesa per i messaggi di Sua Santita' in occasione della ricorrenza pasquale e del prossimo viaggio alle Nazioni Unite.


+PetaloNero+
Thursday, March 20, 2008 9:07 PM
La giornata vaticana. Nuovo vescovo di Locri, cardinale Poletto, Cina

di Mattia Bianchi/ 20/03/2008

Le notizie del giorno sulla vita della Chiesa e della Santa Sede, riportate dalle principali agenzie di stampa italiane. I testi integrali con fonte...

MINACCE DI AL QAEDA. PADRE LOMBARDI: NESSUN CAMBIO DI PROGRAMMA PER IL PAPA
Le minacce di Osama bin Laden ''non ci faranno cambiare programmi o alzare misure di sicurezza'' ne' per la Pasqua ne' per i prossimi impegni pontifici: e' quanto ha precisato il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, oggi pomeriggio all'Ansa. Il nuovo messaggio del leader di al Qaida non ha generato ''nessuna particolare preoccupazione'' in Vaticano in vista degli impegni pasquali di Ratzinger o della visita pontificia negli Stati Uniti dal 15 al 21 aprile prossimi. ''Non ci saranno cambiamenti di programmi, ne' verranno rafforzate le misure di sicurezza misure di sicurezza'', ha rassicurato il direttore della Sala Stampa Vaticana. (Fonte: ANSA)

PADRE MOROSINI, NUOVO VESCOVO DI LOCRI
Dopo alcuni mesi di sede vacante, la diocesi di Locri-Gerace ha il suo nuovo vescovo. Il Papa ha infatti nominato alla guida della comunita' calabrese padre Giuseppe Fiorini Morosini, gia' Superiore generale dell'Ordine dei Minimi. Religioso come il suo predecessore, mons. Giancarlo Maria Bregantini, divenuto nel frattempo arcivescovo a Campobasso, mons. Fiorini Morosini e' nato a Paola il 27 novembre 1945. Nel 1955 e' entrato nella Scuola Apostolica del Santuario di Paola. Nel 1961 ha emesso i voti temporanei e nel 1966 quelli solenni. Ordinato sacerdote nel 1969, ha seguito i corsi di filosofia e di teologia presso la Pontificia Universita' Lateranense, laureandosi in teologia e ottenendo quindi il dottorato in filosofia. Tra gli incarichi svolti, quello di docente della Scuola Apostolica di Paola (1970-1974); vice-parroco a Lamezia Terme e docente nei licei statali (1974-1980); conferenziere, predicatore di corsi di esercizi spirituali. E' stato quindi direttore dell'Ufficio catechistico diocesano di Lamezia Terme e direttore del Terz'Ordine fino all'86. Nei vent'anni successivi ha ricoperto incarichi sempre piu' rilevanti nel proprio ordine: a Paola, nella Repubblica Ceca (1992-1994) e poi Superiore generale per due mandati (1994-2006). Tra l'altro, e' autore di numerosi studi e pubblicazioni. (Fonte: ADNKRONOS)

IL CARDINALE POLETTO VESCOVO DI TORINO PER ALTRI DUE ANNI
Il 10 marzo scorso l'Arcivescovo di Torino, il cardinale Severino Poletto, che il 18 di questo mese ha compiuto 75 anni, aveva inviato, cosi' come prevede il diritto canonico, una lettera di dimissioni a Papa Benedetto XVI. Ma proprio ieri e' arrivata una comunicazione del Nunzio Apostolico, a nome del Pontefice, con la quale e' stato prolungato di due anni l'incarico del cardinale alla guida della chiesa torinese. La notizia e' stata annunciata dallo stesso arcivescovo Poletto durante la messa cresimale, officiata oggi al Duomo di Torino davanti a tutti i parroci della diocesi, celebrazione in cui vengono benedetti tutti gli olii dei sacramenti per l'intero anno. Un prolungamento che per Poletto significa la possibilita' di guidare la sua comunita' per altri due anni con serenita'. (Fonte: ADNKRONOS)

ANGELO BAGNASCO: IL MONDO E' POVERO DI PADRI
Il mondo contemporaneo ''sembra sempre piu' povero di 'padri' e quindi piu' orfano e solo'': lo ha affermato l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, durante l'omelia che ha pronunciato questa mattina in Cattedrale in occasione della Messa ''Crismale''. Rivolgendosi ai 280 sacerdoti presenti in San Lorenzo, il prelato ha svolto il tema della ''paternita' sacerdotale'' ed ha parlato ''della paternita' a cui e' chiamata l'intera Comunita' cristiana nei confronti del mondo contemporaneo che sembra sempre piu' povero di 'padri' e quindi sempre piu' orfano e solo''. Il cardinale Bagnasco ha poi affermato che ''la testimonianza dell'amore fraterno, della comunione, della solidarieta' cristiana, dell'impegno per i valori non negoziabili della vita, della famiglia, della liberta' educativa - nonche' per la giustizia e per la difesa di chi non ha voce - e' una condizione vitale per accompagnare il lieto annuncio di Cristo''. Citando poi l'enciclica 'Spe salvi' di Benedetto XVI, Bagnasco ha poi ricordato che non e' la scienza che redime l'uomo, ma l'amore. All'inizio dell'omelia il prelato aveva confidato ai presenti una ''brevissima testimonianza'' personale affermando: ''Ogni mattina chiedo al Signore che tutti coloro che incontreranno il Vescovo possano avvertire qualcosa della paternita' di Dio; possano sentire la maternita' della Chiesa. Giunto alla sera, mi chiedo se cio' sia accaduto ma la risposta non e' facile ed allora, cosciente della mia poverta' e certo della mia sincerita', tutto affido alla misericordia di Dio che purifica e feconda''. (Fonte: ANSA)

VIA CRUCIS SULLA CINA. CARDINALE ZEN: NON TEMO REAZIONI
Il cardinale Joseph Zen non ''teme reazioni'' negative di Pechino al fatto che nelle meditazioni che ha scritto per la Via crucis di domani al Colosseo usi la parola ''persecuzione''. L'arcivescovo di Hong Kong lo spiega in una intervista al Corriere della Sera, in cui ricorda che di ''persecuzione'' ha scritto anche il Papa nella sua lettera al popolo cinese dello scorso luglio. Comunque, spiega, per la stesura delle meditazioni si e' consultato con gli esperti vaticani, ''persone molto sagge'' che hanno letto i testi ''in modo che non vi fosse nessuna parola pericolosa''. A proposito dell'uso dei termini ''persecuzione'' e ''Chiesa del silenzio'' nei testi della Via crucis, il porporato spiega: ''Sono parole dette in un atto di preghiera e non in un atto di accusa o di protesta. La parola 'persecuzione' e' usata anche dal Papa nella lettera del luglio scorso: quando non c'e' piena liberta' religiosa noi diciamo che c'e' persecuzione. Ma badi bene che nella Via crucis si prega anche per i persecutori...''. (Fonte: ANSA)

AUGURI DI PRODI AL PAPA
Il presidente del Consiglio Romano Prodi, in occasione della ricorrenza della Santa Pasqua, ha fatto pervenire al Segretario di Stato Vaticano Card. Tarcisio Bertone una lettera di auguri per il Santo Padre. ''La piu' importante festa della cristianita' - si legge nella lettera - giunge quest'anno mentre il mondo e' pressato da problemi profondi e complessi, che riguardano il rispetto dei diritti umani in molti paesi e, sul fronte economico, investono le stesse prospettive dello sviluppo, che ormai viene riconosciuto come non piu' compatibile con il mantenimento dell'equilibrio delle risorse del pianeta, se perseguito senza regole''. ''Si puo' dire, con espressione popolare, che oggi i nodi giungono al pettine e la civilta' e il pianeta vanno presentando il conto delle numerose aggressioni subite, mentre l'uomo comprende di dover rispettare limiti, pur non volendo. Quei limiti cui il cristiano e' avvezzo per conoscere il valore profondo della legge di Dio, mentre la rivendicazione di una indipendenza soggettiva assoluta e' spesso un pericoloso presupposto per la costruzione di regole non buone per l'umanita' e per comportamenti lesivi della dignita' umana''. Il Presidente Prodi coglie inoltre l'occasione per rinnovare il profondo cordoglio per l'uccisione di Monsignor Faraj Rahho, unito allo sdegno e alla forte condanna per il gesto efferato. ''Questo ennesimo episodio di violenza ed intolleranza conferma il difficile momento che stanno vivendo i cristiani in Medio Oriente, una situazione che mi preoccupa molto e che, purtroppo, non si limita soltanto a quelli che risiedono nel martoriato Iraq. Una prospettiva che ci esorta a moltiplicare i nostri sforzi a favore della tolleranza e del rispetto reciproco. Il Governo che ho l'onore di presiedere ha prestato a cio' grande attenzione impegnando, in modo convinto, uomini e mezzi''. Infine, il Presidente Prodi sottolinea la grande attesa per i messaggi di Sua Santita' in occasione della ricorrenza pasquale e del prossimo viaggio alle Nazioni Unite. (Fonte: ANSA)

SANTA SEDE, DELEGAZIONE CINESE IN VATICANO
Una delegazione cinese sarebbe stata segretamente ricevuta in Vaticano lo scorso 18 marzo. La notizia, riportata dal quotidiano francese Le Figaro, e' stata confermata da un dispaccio dell'agenzia I.Media. L'incontro tra la delegazione cinese e alcuni funzionari vaticani sarebbe coinciso casualmente con gli scontri in Tibet tra rivoltosi e forze governative, e seguiva di pochi giorni la fine della riunione del comitato ristretto di cardinali nominato da papa Benedetto XVI per studiare il dossier-Cina. Secondo I.Media, la visita dei diplomatici cinesi faceva seguito a quella dello scorso novembre a Pechino, tenuta altrettanto sotto silenzio, di una delegazione vaticana, guidata dal Sottosegretario per i rapporti con gli Stati, mons. Pietro Parolin. All'indomani della visita della delegazione cinese, il papa, durante l'udienza generale del mercoledi', ha finalmente rotto il silenzio tenuto fino ad allora sulla crisi tibetana. Domani sara' invece il giorno della Via Crucis, con le meditazione dell'arcivescovo di Hong Kong, card. Joseph Zen Ze-Kiun, che accennano alla situazione della Chiesa cattolica in Cina parlando di ''Chiesa del silenzio'' e ''persecuzioni''. (Fonte: ASCA)



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+PetaloNero+
Friday, March 21, 2008 12:57 AM
Omelia del Papa nella Messa in Coena Domini


CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 20 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI questo pomeriggio, Giovedì Santo, presiedendo nella Basilica di San Giovanni in Laterano la concelebrazione della Messa in Coena Domini.








* * *

Cari fratelli e sorelle,

san Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne, quasi liturgico. "Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (13, 1). È arrivata l'"ora" di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall'inizio. Ciò che costituisce il contenuto di questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio (metabainein, metabasis) ed agape - amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come "passaggio" alla gloria di Dio, come un "passare" dal mondo al Padre. Non è come se Gesù, dopo una breve visita nel mondo, ora semplicemente ripartisse e tornasse al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé la sua carne, il suo essere uomo. Sulla Croce, nel donare se stesso, Egli viene come fuso e trasformato in un nuovo modo d'essere, nel quale ora è sempre col Padre e contemporaneamente con gli uomini. Trasforma la Croce, l'atto dell'uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione "sino alla fine" Giovanni rimanda in anticipo all'ultima parola di Gesù sulla Croce: tutto è portato a termine, "è compiuto" (19, 30). Mediante il suo amore la Croce diventa metabasis, trasformazione dell'essere uomo nell'essere partecipe della gloria di Dio. In questa trasformazione Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa "passaggio", trasformazione. Così riceviamo la redenzione - l'essere partecipi dell'amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l'intera nostra esistenza.

Questo processo essenziale dell'ora di Gesù viene rappresentato nella lavanda dei piedi in una specie di profetico atto simbolico. In essa Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio ciò che il grande inno cristologico della Lettera ai Filippesi descrive come il contenuto del mistero di Cristo. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge col "panno" dell'umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l'uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com'è, subentra il bagno nuovo: Egli ci rende puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso. "Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato", dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15, 3). Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s'infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l'incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell'anima, dell'uomo interiore. È, questo, ciò a cui ci invita il Vangelo della lavanda dei piedi: lasciarci sempre di nuovo lavare da quest'acqua pura, lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Ma dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, bensì anche sangue (Gv 19, 34; cfr1 Gv 5, 6. 8). Gesù non ha solo parlato, non ci ha lasciato solo parole. Egli dona se stesso. Ci lava con la potenza sacra del suo sangue, cioè con il suo donarsi "sino alla fine", sino alla Croce. La sua parola è più di un semplice parlare; è carne e sangue "per la vita del mondo" (Gv 6, 51). Nei santi Sacramenti, il Signore sempre di nuovo s'inginocchia davanti ai nostri piedi e ci purifica. PreghiamoLo, affinché dal bagno sacro del suo amore veniamo sempre più profondamente penetrati e così veramente purificati!

Se ascoltiamo il Vangelo con attenzione, possiamo scorgere nell'avvenimento della lavanda dei piedi due aspetti diversi. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua - il dono della purezza, della "capacità per Dio" offerto a loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall'incarnazione fino alla croce e alla risurrezione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra metabasis, la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nell'apertura per Dio e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza nostro merito, semplicemente ci dà deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L'insieme di dono ed esempio, che troviamo nella pericope della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto col moralismo, è di più e una cosa diversa. All'inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi - non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all'inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l'atto centrale dell'essere cristiani è l'Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà.

Con ciò, tuttavia, non restiamo destinatari passivi della bontà divina. Dio ci gratifica come partner personali e vivi. L'amore donato è la dinamica dell'"amare insieme", vuol essere in noi vita nuova a partire da Dio. Così comprendiamo la parola che, al termine del racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13, 34). Il "comandamento nuovo" non consiste in una norma nuova e difficile, che fino ad allora non esisteva. Il comandamento nuovo consiste nell'amare insieme con Colui che ci ha amati per primo. Così dobbiamo comprendere anche il Discorso della montagna. Esso non significa che Gesù abbia allora dato precetti nuovi, che rappresentavano esigenze di un umanesimo più sublime di quello precedente. Il Discorso della montagna è un cammino di allenamento nell'immedesimarsi con i sentimenti di Cristo (cfr Fil 2, 5), un cammino di purificazione interiore che ci conduce a un vivere insieme con Lui. La cosa nuova è il dono che ci introduce nella mentalità di Cristo. Se consideriamo ciò, percepiamo quanto lontani siamo spesso con la nostra vita da questa novità del Nuovo Testamento; quanto poco diamo all'umanità l'esempio dell'amare in comunione col suo amore. Così le restiamo debitori della prova di credibilità della verità cristiana, che si dimostra nell'amore. Proprio per questo vogliamo tanto maggiormente pregare il Signore di renderci, mediante la sua purificazione, maturi per il nuovo comandamento.

Nel Vangelo della lavanda dei piedi il colloquio di Gesù con Pietro presenta ancora un altro particolare della prassi di vita cristiana, a cui vogliamo alla fine rivolgere la nostra attenzione. In un primo momento, Pietro non aveva voluto lasciarsi lavare i piedi dal Signore: questo capovolgimento dell'ordine, che cioè il maestro - Gesù - lavasse i piedi, che il padrone assumesse il servizio dello schiavo, contrastava totalmente con il suo timor riverenziale verso Gesù, con il suo concetto del rapporto tra maestro e discepolo. "Non mi laverai mai i piedi", dice a Gesù con la sua consueta passionalità (Gv 13, 8). È la stessa mentalità che, dopo la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, a Cesarea di Filippo, lo aveva spinto ad opporsi a Lui, quando aveva predetto la riprovazione e la croce: "Questo non ti accadrà mai!", aveva dichiarato Pietro categoricamente (Mt 16, 22). Il suo concetto di Messia comportava un'immagine di maestà, di grandezza divina. Doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell'umiltà del servizio, nella radicalità dell'amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto.

Quando il Signore dice a Pietro che senza la lavanda dei piedi egli non avrebbe potuto aver alcuna parte con Lui, Pietro subito chiede con impeto che gli siano lavati anche il capo e le mani. A ciò segue la parola misteriosa di Gesù: "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi" (Gv 13, 10). Gesù allude a un bagno che i discepoli, secondo le prescrizioni rituali, avevano già fatto; per la partecipazione al convito occorreva ora soltanto la lavanda dei piedi. Ma naturalmente si nasconde in ciò un significato più profondo. A che cosa si allude? Non lo sappiamo con certezza. In ogni caso teniamo presente che la lavanda dei piedi, secondo il senso dell'intero capitolo, non indica un singolo specifico Sacramento, ma il sacramentum Christi nel suo insieme - il suo servizio di salvezza, la sua discesa fino alla croce, il suo amore sino alla fine, che ci purifica e ci rende capaci di Dio. Qui, con la distinzione tra bagno e lavanda dei piedi, tuttavia, si rende inoltre percepibile un'allusione alla vita nella comunità dei discepoli, alla vita nella comunità della Chiesa - un'allusione che Giovanni forse vuole consapevolmente trasmettere alle comunità del suo tempo. Allora sembra chiaro che il bagno che ci purifica definitivamente e non deve essere ripetuto è il Battesimo - l'essere immersi nella morte e risurrezione di Cristo, un fatto che cambia la nostra vita profondamente, dandoci come una nuova identità che rimane, se non la gettiamo via come fece Giuda. Ma anche nella permanenza di questa nuova identità, per la comunione conviviale con Gesù abbiamo bisogno della "lavanda dei piedi". Di che cosa si tratta? Mi sembra che la Prima Lettera di san Giovanni ci dia la chiave per comprenderlo. Lì si legge: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa" (1, 8s). Abbiamo bisogno della "lavanda dei piedi", della lavanda dei peccati di ogni giorno, e per questo abbiamo bisogno della confessione dei peccati. Come ciò si sia svolto precisamente nelle comunità giovannee, non lo sappiamo. Ma la direzione indicata dalla parola di Gesù a Pietro è ovvia: per essere capaci a partecipare alla comunità conviviale con Gesù Cristo dobbiamo essere sinceri. Dobbiamo riconoscere che anche nella nostra nuova identità di battezzati pecchiamo. Abbiamo bisogno della confessione come essa ha preso forma nel Sacramento della riconciliazione. In esso il Signore lava a noi sempre di nuovo i piedi sporchi e noi possiamo sederci a tavola con Lui.

Ma così assume un nuovo significato anche la parola, con cui il Signore allarga il sacramentum facendone l'exemplum, un dono, un servizio per il fratello: "Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri" (Gv 13, 14). Dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri nel quotidiano servizio vicendevole dell'amore. Ma dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri. Il debito che il Signore ci ha condonato è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti che altri possono avere nei nostri confronti (cfr Mt 18, 21-35). A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l'altro diventi nel profondo un avvelenamento dell'anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio.

Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell'amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto. Vogliamo pregare il Signore in questa ora, affinché gratitudine e gioia diventino in noi la forza di amare insieme con il suo amore. Amen.

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


Paparatzifan
Sunday, March 23, 2008 10:11 PM
Dal blog di Lella...

VIA CRUCIS AL COLOSSEO PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE, 21.03.2008

Questa sera, alle ore 21.15, il Santo Padre Benedetto XVI presiede al Colosseo il pio esercizio della Via Crucis, trasmesso in mondovisione.
I testi delle meditazioni e delle preghiere proposte quest’anno per le stazioni della Via Crucis sono stati composti dall’Em.mo Card. Joseph Zen Ze-kiun, S.D.B., Vescovo di Hong Kong.
Al termine della Via Crucis, il Papa rivolge ai presenti e a quanti lo seguono attraverso la radio e la televisione, le seguenti parole:

PAROLE DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

anche quest’anno abbiamo ripercorso il cammino della croce, la Via Crucis, rievocando con fede le tappe della Passione di Cristo. I nostri occhi hanno rivisto la sofferenza e l’angoscia che il nostro Redentore ha dovuto sopportare nell’ora del grande dolore, che ha segnato il culmine della sua missione terrena. Gesù muore in croce e giace nel sepolcro.

La giornata del Venerdì Santo, così impregnata di umana mestizia e di religioso silenzio, si chiude nel silenzio della meditazione e della preghiera. Tornando a casa, anche noi come coloro che assistettero al sacrificio di Gesù, ci "percuotiamo il petto", ripensando a quanto è accaduto (cf Lc 23,48). Si può forse restare indifferenti dinanzi alla morte di un Dio? Per noi, per la nostra salvezza si è fatto uomo ed è morto in croce.

Fratelli e sorelle, i nostri sguardi spesso distratti da dispersivi ed effimeri interessi terreni, oggi volgiamoli verso Cristo; fermiamoci a contemplare la sua Croce.

La Croce è sorgente di vita immortale, è scuola di giustizia e di pace, è patrimonio universale di perdono e di misericordia; è prova permanente di un amore oblativo e infinito che ha spinto Dio a farsi uomo vulnerabile come noi sino a morire crocifisso. Le sue braccia inchiodate si aprono per ciascun essere umano e ci invitano ad accostarci a Lui certi che ci accoglie e ci stringe in un abbraccio di infinita tenerezza: "Quando sarò elevato da terra, - aveva detto - attirerò tutti a me" (Gv 12,32).

Attraverso il cammino doloroso della croce gli uomini di ogni epoca, riconciliati e redenti dal sangue di Cristo, sono diventati amici di Dio, figli del Padre celeste. "Amico!", così Gesù chiama Giuda e gli rivolge l’ultimo drammatico appello alla conversione; amico chiama ognuno di noi perché è amico vero di tutti. Purtroppo non sempre gli uomini riescono a percepire la profondità di quest’amore sconfinato che Iddio nutre per le sue creature. Per Lui non c’è differenza di razza e cultura. Gesù Cristo è morto per affrancare l’intera umanità dalla ignoranza di Dio, dal cerchio di odio e vendetta, dalla schiavitù del peccato. La Croce ci rende fratelli.

Ci domandiamo: ma che abbiamo fatto di questo dono? Che abbiamo fatto della rivelazione del volto di Dio in Cristo, della rivelazione dell’amore di Dio che vince l’odio?

Tanti, anche nella nostra epoca, non conoscono Dio e non possono trovarlo nel Cristo crocifisso; tanti sono alla ricerca di un amore e di una libertà che escluda Dio; tanti credono di non aver bisogno di Dio.

Cari amici, dopo aver vissuto insieme la passione di Gesù, lasciamo questa sera che il suo sacrifico sulla Croce ci interpelli; permettiamo a Lui di porre in crisi le nostre umane certezze; apriamogli il cuore: Gesù è la Verità che ci rende liberi di amare. Non temiamo! Morendo il Signore ha salvato i peccatori, cioè tutti noi. Scrive l’apostolo Pietro: Gesù "portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti" (1Pt 2,24).

Questa è la verità del Venerdì Santo: sulla croce il Redentore ci ha restituito la dignità che ci appartiene, ci ha resi figli adottivi di Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Restiamo dunque in adorazione davanti alla Croce. O Cristo, Re crocifisso, donaci la vera conoscenza di Te, la gioia a cui aneliamo, l’amore che colmi il nostro cuore assetato d’infinito. Così Ti preghiamo questa sera, Gesù, Figlio di Dio, morto per noi in Croce e risorto il terzo giorno. Amen!

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Paparatzifan
Sunday, March 23, 2008 10:12 PM
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VEGLIA PASQUALE NELLA BASILICA VATICANA, 22 MARZO 2008

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Nel suo discorso d’addio, Gesù ha annunciato ai discepoli la sua imminente morte e risurrezione con una frase misteriosa. Dice: “Vado e vengo da voi” (Gv 14, 28).

Il morire è un andare via. Anche se il corpo del deceduto rimane ancora – egli personalmente è andato via verso l’ignoto e noi non possiamo seguirlo (cfr Gv 13, 36). Ma nel caso di Gesù c’è una novità unica che cambia il mondo. Nella nostra morte l’andare via è una cosa definitiva, non c’è ritorno. Gesù, invece, dice della sua morte: “Vado e vengo da voi”.

Proprio nell’andare via, Egli viene. Il suo andare inaugura un modo tutto nuovo e più grande della sua presenza. Col suo morire Egli entra nell’amore del Padre. Il suo morire è un atto d’amore. L’amore, però, è immortale. Per questo il suo andare via si trasforma in un nuovo venire, in una forma di presenza che giunge più nel profondo e non finisce più. Nella sua vita terrena Gesù, come tutti noi, era legato alle condizioni esterne dell’esistenza corporea: a un determinato luogo e a un determinato tempo.

La corporeità pone dei limiti alla nostra esistenza. Non possiamo essere contemporaneamente in due luoghi diversi. Il nostro tempo è destinato a finire. E tra l’io e il tu c’è il muro dell’alterità. Certo, nell’amore possiamo in qualche modo entrare nell’esistenza dell’altro. Rimane, tuttavia, la barriera invalicabile dell’essere diversi. Gesù, invece, che ora mediante l’atto dell’amore è totalmente trasformato, è libero da tali barriere e limiti.

Egli è in grado di passare non solo attraverso le porte esteriori chiuse, come ci raccontano i Vangeli (cfr Gv 20, 19). Può passare attraverso la porta interiore tra l’io e il tu, la porta chiusa tra l’ieri e l’oggi, tra il passato ed il domani. Quando, nel giorno del suo ingresso solenne in Gerusalemme, un gruppo di Greci aveva chiesto di vederLo, Gesù aveva risposto con la parabola del chicco di grano che, per portare molto frutto, deve passare attraverso la morte. Con ciò aveva predetto il proprio destino: Non voleva allora semplicemente parlare con questo o quell’altro Greco per qualche minuto. Attraverso la sua Croce, mediante il suo andare via, mediante il suo morire come il chicco di grano, sarebbe arrivato veramente presso i Greci, così che essi potessero vederLo e toccarLo nella fede.

Il suo andare via diventa un venire nel modo universale della presenza del Risorto, in cui Egli è presente ieri, oggi ed in eterno; in cui abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi. Ora può oltrepassare anche il muro dell’alterità che separa l’io dal tu. Questo è avvenuto con Paolo, il quale descrive il processo della sua conversione e del suo Battesimo con le parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Mediante la venuta del Risorto, Paolo ha ottenuto un’identità nuova. Il suo io chiuso si è aperto. Ora vive in comunione con Gesù Cristo, nel grande io dei credenti che sono divenuti – come egli definisce tutto ciò – “uno in Cristo” (Gal 3, 28).
Cari amici, così appare evidente, che le parole misteriose di Gesù nel Cenacolo ora – mediante il Battesimo – si rendono per voi di nuovo presenti.

Nel Battesimo il Signore entra nella vostra vita per la porta del vostro cuore. Noi non stiamo più uno accanto all’altro o uno contro l’altro. Egli attraversa tutte queste porte. È questa la realtà del Battesimo: Egli, il Risorto, viene, viene a voi e congiunge la vita sua con quella vostra, tenendovi dentro al fuoco aperto del suo amore. Voi diventate un’unità, sì, una cosa sola con Lui, e così una cosa sola tra di voi.

In un primo momento questo può sembrare assai teorico e poco realistico. Ma quanto più vivrete la vita da battezzati, tanto più potrete sperimentare la verità di questa parola.

Le persone battezzate e credenti non sono mai veramente estranee l’una per l’altra. Possono separarci continenti, culture, strutture sociali o anche distanze storiche. Ma quando ci incontriamo, ci conosciamo in base allo stesso Signore, alla stessa fede, alla stessa speranza, allo stesso amore, che ci formano. Allora sperimentiamo che il fondamento delle nostre vite è lo stesso. Sperimentiamo che nel più profondo del nostro intimo siamo ancorati alla stessa identità, a partire dalla quale tutte le diversità esteriori, per quanto grandi possano anche essere, risultano secondarie.

I credenti non sono mai totalmente estranei l’uno all’altro. Siamo in comunione a causa della nostra identità più profonda: Cristo in noi. Così la fede è una forza di pace e di riconciliazione nel mondo: è superata la lontananza, nel Signore siamo diventati vicini (cfr Ef 2, 13).

Questa intima natura del Battesimo come dono di una nuova identità viene rappresentata dalla Chiesa nel Sacramento mediante elementi sensibili. L’elemento fondamentale del Battesimo è l’acqua; accanto ad essa c’è in secondo luogo la luce che, nella Liturgia della Veglia Pasquale, emerge con grande efficacia. Gettiamo solo uno sguardo su questi due elementi.

Nel capitolo conclusivo della Lettera agli Ebrei si trova un’affermazione su Cristo, nella quale l’acqua non compare direttamente, ma che, per il suo collegamento con l’Antico Testamento, lascia tuttavia trasparire il mistero dell’acqua e il suo significato simbolico. Là si legge: “Il Dio della pace ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna” (cfr 13, 20). In questa frase echeggia una parola del Libro di Isaia, nella quale Mosè viene qualificato come il pastore che il Signore ha fatto uscire dall’acqua, dal mare (cfr 63, 11). Gesù appare come il nuovo Pastore, quello definitivo che porta a compimento ciò che Mosè aveva fatto: Egli ci conduce fuori dalle acque mortifere del mare, fuori dalle acque della morte. Possiamo in questo contesto ricordarci che Mosè dalla madre era stato messo in un cestello e deposto nel Nilo. Poi, per la provvidenza di Dio, era stato tirato fuori dall’acqua, portato dalla morte alla vita, e così – salvato egli stesso dalle acque della morte – poteva condurre gli altri facendoli passare attraverso il mare della morte. Gesù è per noi disceso nelle acque oscure della morte. Ma in virtù del suo sangue, ci dice la Lettera agli Ebrei, è stato fatto tornare dalla morte: il suo amore si è unito a quello del Padre e così dalla profondità della morte Egli ha potuto salire alla vita.

Ora eleva noi dalla morte alla vita vera. Sì, è ciò che avviene nel Battesimo: Egli ci tira su verso di sé, ci attira dentro la vera vita. Ci conduce attraverso il mare spesso così oscuro della storia, nelle cui confusioni e pericoli non di rado siamo minacciati di sprofondare.

Nel Battesimo ci prende come per mano, ci conduce sulla via che passa attraverso il Mar Rosso di questo tempo e ci introduce nella vita duratura, in quella vera e giusta. Teniamo stretta la sua mano! Qualunque cosa succeda o ci venga incontro, non abbandoniamo la sua mano! Camminiamo allora sulla via che conduce alla vita.

In secondo luogo c’è il simbolo della luce e del fuoco. Gregorio di Tours racconta di un’usanza che qua e là si è conservata a lungo, di prendere per la celebrazione della Veglia Pasquale il fuoco nuovo per mezzo di un cristallo direttamente dal sole: si riceveva, per così dire, luce e fuoco nuovamente dal cielo per accendere poi da essi tutte le luci e i fuochi dell’anno. È questo un simbolo di ciò che celebriamo nella Veglia Pasquale.

Con la radicalità del suo amore, nel quale il cuore di Dio e il cuore dell’uomo si sono toccati, Gesù Cristo ha veramente preso la luce dal cielo e l’ha portata sulla terra – la luce della verità e il fuoco dell’amore che trasforma l’essere dell’uomo.

Egli ha portato la luce, ed ora sappiamo chi è Dio e come è Dio. Così sappiamo anche come stanno le cose riguardo all’uomo; che cosa siamo noi e per che scopo esistiamo. Venir battezzati significa che il fuoco di questa luce viene calato giù nel nostro intimo. Per questo, nella Chiesa antica il Battesimo veniva chiamato anche il Sacramento dell’illuminazione: la luce di Dio entra in noi; così diventiamo noi stessi figli della luce. Questa luce della verità che ci indica la via, non vogliamo lasciare che si spenga.

Vogliamo proteggerla contro tutte le potenze che intendono estinguerla per rigettarci nel buio su Dio e su noi stessi. Il buio, di tanto in tanto, può sembrare comodo. Posso nascondermi e passare la mia vita dormendo. Noi però non siamo chiamati alle tenebre, ma alla luce. Nelle promesse battesimali accendiamo, per così dire, nuovamente anno dopo anno questa luce: sì, credo che il mondo e la mia vita non provengono dal caso, ma dalla Ragione eterna e dall’Amore eterno, sono creati dal Dio onnipotente. Sì, credo che in Gesù Cristo, nella sua incarnazione, nella sua croce e risurrezione si è manifestato il Volto di Dio; che in Lui Dio è presente in mezzo a noi, ci unisce e ci conduce verso la nostra meta, verso l’Amore eterno. Sì, credo che lo Spirito Santo ci dona la Parola di verità ed illumina il nostro cuore; credo che nella comunione della Chiesa diventiamo tutti un solo Corpo col Signore e così andiamo incontro alla risurrezione e alla vita eterna. Il Signore ci ha donato la luce della verità. Questa luce è insieme anche fuoco, forza da parte di Dio, una forza che non distrugge, ma vuole trasformare i nostri cuori, affinché noi diventiamo veramente uomini di Dio e affinché la sua pace diventi operante in questo mondo.

Nella Chiesa antica c’era la consuetudine, che il Vescovo o il sacerdote dopo l’omelia esortasse i credenti esclamando: “Conversi ad Dominum” – volgetevi ora verso il Signore. Ciò significava innanzitutto che essi si volgevano verso Est – nella direzione del sorgere del sole come segno del Cristo che torna, al quale andiamo incontro nella celebrazione dell’Eucaristia. Dove, per qualche ragione, ciò non era possibile, essi in ogni caso si volgevano verso l’immagine di Cristo nell’abside o verso la Croce, per orientarsi interiormente verso il Signore. Perché, in definitiva, si trattava di questo fatto interiore: della conversio, del volgersi della nostra anima verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente, verso la luce vera. Era collegata con ciò poi l’altra esclamazione che ancora oggi, prima del Canone, viene rivolta alla comunità credente: “Sursum corda” – in alto i cuori, fuori da tutti gli intrecci delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angosce, della nostra distrazione – in alto i vostri cuori, il vostro intimo! In ambedue le esclamazioni veniamo in qualche modo esortati ad un rinnovamento del nostro Battesimo: Conversi ad Dominum – sempre di nuovo dobbiamo distoglierci dalle direzioni sbagliate, nelle quali ci muoviamo così spesso con il nostro pensare ed agire. Sempre di nuovo dobbiamo volgerci verso di Lui, che è la Via, la Verità e la Vita. Sempre di nuovo dobbiamo diventare dei “convertiti”, rivolti con tutta la vita verso il Signore. E sempre di nuovo dobbiamo lasciare che il nostro cuore sia sottratto alla forza di gravità, che lo tira giù, e sollevarlo interiormente in alto: nella verità e l’amore. In questa ora ringraziamo il Signore, perché in virtù della forza della sua parola e dei santi Sacramenti Egli ci orienta nella direzione giusta e attrae verso l’alto il nostro cuore. E lo preghiamo così: Sì, Signore, fa che diventiamo persone pasquali, uomini e donne della luce, ricolmi del fuoco del tuo amore. Amen.

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Paparatzifan
Sunday, March 23, 2008 10:13 PM
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MESSAGGIO URBI ET ORBI DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI, 23 MARZO 2008

PASQUA 2008

Alle ore 12, dal sagrato della Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI rivolge ai fedeli presenti in Piazza San Pietro ed a quanti lo ascoltano attraverso la radio e la televisione il Messaggio pasquale che riportiamo di seguito:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

“Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia! - Sono risorto, sono sempre con te. Alleluia!”. Cari fratelli e sorelle, Gesù crocifisso e risorto ci ripete oggi quest'annuncio di gioia: è l'annuncio pasquale. Accogliamolo con intimo stupore e gratitudine!

“Resurrexi et adhuc tecum sum - Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole, tratte da un'antica versione del Salmo 138 (v. 18b), risuonano all'inizio dell'odierna Santa Messa. In esse, al sorgere del sole di Pasqua, la Chiesa riconosce la voce stessa di Gesù che, risorgendo da morte, si rivolge al Padre colmo di felicità e d'amore ed esclama: Padre mio, eccomi! Sono risorto, sono ancora con te e lo sarò per sempre; il tuo Spirito non mi ha mai abbandonato. Possiamo così comprendere in modo nuovo anche altre espressioni del Salmo: “Se salgo in cielo, là tu sei, / se scendo negli inferi, eccoti. / ... / Nemmeno le tenebre per te sono oscure, / e la notte è chiara come il giorno; / per te le tenebre sono come luce” (Sal 138, 8.12).

È vero: nella solenne veglia di Pasqua le tenebre diventano luce, la notte cede il passo al giorno che non conosce tramonto. La morte e risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile, è la vittoria dell'Amore che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Ha cambiato il corso della storia, infondendo un indelebile e rinnovato senso e valore alla vita dell'uomo.

“Sono risorto e sono ancora e sempre con te”. Queste parole ci invitano a contemplare Cristo risorto, facendone risuonare nel nostro cuore la voce. Con il suo sacrificio redentore Gesù di Nazareth ci ha resi figli adottivi di Dio, così che ora possiamo inserirci anche noi nel dialogo misterioso tra Lui e il Padre. Ritorna alla mente quanto un giorno Egli ebbe a dire ai suoi ascoltatori: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27). In questa prospettiva, avvertiamo che l'affermazione rivolta oggi da Gesù risorto al Padre, - “Sono ancora e sempre con te” - riguarda come di riflesso anche noi, “figli di Dio e coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria” (cfr Rm 8,17). Grazie alla morte e risurrezione di Cristo, pure noi quest'oggi risorgiamo a vita nuova, ed unendo la nostra alla sua voce proclamiamo di voler restare per sempre con Dio, Padre nostro infinitamente buono e misericordioso.

Entriamo così nella profondità del mistero pasquale. L'evento sorprendente della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento d'amore: amore del Padre che consegna il Figlio per la salvezza del mondo; amore del Figlio che si abbandona al volere del Padre per tutti noi; amore dello Spirito che risuscita Gesù dai morti nel suo corpo trasfigurato. Ed ancora: amore del Padre che “riabbraccia” il Figlio avvolgendolo nella sua gloria; amore del Figlio che con la forza dello Spirito ritorna al Padre rivestito della nostra umanità trasfigurata. Dall'odierna solennità, che ci fa rivivere l'esperienza assoluta e singolare della risurrezione di Gesù, ci viene dunque un appello a convertirci all'Amore; ci viene un invito a vivere rifiutando l'odio e l'egoismo e a seguire docilmente le orme dell'Agnello immolato per la nostra salvezza, a imitare il Redentore “mite e umile di cuore”, che è “ristoro per le nostre anime” (cfr Mt 11,29).

Fratelli e sorelle cristiani di ogni parte del mondo, uomini e donne di animo sinceramente aperto alla verità! Che nessuno chiuda il cuore all'onnipotenza di questo amore che redime! Gesù Cristo è morto e risorto per tutti: Egli è la nostra speranza! Speranza vera per ogni essere umano. Oggi, come fece con i suoi discepoli in Galilea prima di tornare al Padre, Gesù risorto invia anche noi dappertutto come testimoni della sua speranza e ci rassicura: Io sono con voi sempre, tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr Mt 28,20).

Fissando lo sguardo dell'animo nelle piaghe gloriose del suo corpo trasfigurato, possiamo capire il senso e il valore della sofferenza, possiamo lenire le tante ferite che continuano ad insanguinare l'umanità anche ai nostri giorni. Nelle sue piaghe gloriose riconosciamo i segni indelebili della misericordia infinita del Dio di cui parla il profeta: Egli è colui che risana le ferite dei cuori spezzati, che difende i deboli e proclama la libertà degli schiavi, che consola tutti gli afflitti e dispensa loro olio di letizia invece dell'abito da lutto, un canto di lode invece di un cuore mesto (cfr Is 61,1.2.3). Se con umile confidenza ci accostiamo a Lui, incontriamo nel suo sguardo la risposta all'anelito più profondo del nostro cuore: conoscere Dio e stringere con Lui una relazione vitale, che colmi del suo stesso amore la nostra esistenza e le nostre relazioni interpersonali e sociali. Per questo l'umanità ha bisogno di Cristo: in Lui, nostra speranza, “noi siamo stati salvati” (cfr Rm 8,24).

Quante volte le relazioni tra persona e persona, tra gruppo e gruppo, tra popolo e popolo, invece che dall'amore, sono segnate dall'egoismo, dall'ingiustizia, dall'odio, dalla violenza! Sono le piaghe dell'umanità, aperte e doloranti in ogni angolo del pianeta, anche se spesso ignorate e talvolta volutamente nascoste; piaghe che straziano anime e corpi di innumerevoli nostri fratelli e sorelle. Esse attendono di essere lenite e guarite dalle piaghe gloriose del Signore risorto (cfr 1 Pt 2,24-25) e dalla solidarietà di quanti, sulle sue orme e in suo nome, pongono gesti d'amore, si impegnano fattivamente per la giustizia e spargono intorno a sé segni luminosi di speranza nei luoghi insanguinati dai conflitti e dovunque la dignità della persona umana continua ad essere vilipesa e conculcata. L’auspicio è che proprio là si moltiplichino le testimonianze di mitezza e di perdono!

Cari fratelli e sorelle, lasciamoci illuminare dalla luce sfolgorante di questo Giorno solenne; apriamoci con sincera fiducia a Cristo risorto, perché la forza rinnovatrice del Mistero pasquale si manifesti in ciascuno di noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre città e nelle nostre Nazioni. Si manifesti in ogni parte del mondo.

Come non pensare in questo momento, in particolare, ad alcune regioni africane, quali il Darfur e la Somalia, al martoriato Medioriente, e specialmente alla Terrasanta, all'Iraq, al Libano, e infine al Tibet, regioni per le quali incoraggio la ricerca di soluzioni che salvaguardino il bene e la pace!

Invochiamo la pienezza dei doni pasquali, per intercessione di Maria che, dopo aver condiviso le sofferenze della passione e crocifissione del suo Figlio innocente, ha sperimentato anche la gioia inesprimibile della sua risurrezione. Associata alla gloria di Cristo, sia Lei a proteggerci e a guidarci sulla via della fraterna solidarietà e della pace. Sono questi i miei auguri pasquali, che rivolgo a voi qui presenti e agli uomini e alle donne di ogni nazione e continente a noi uniti attraverso la radio e la televisione. Buona Pasqua!

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-danich-
Monday, March 24, 2008 3:12 PM
cronologicamente è in ritardo ma è stupenda

PREDICA DEL VENERDÌ SANTO 2008
NELLA BASILICA DI SAN PIETRO
21 MARZO 2008


“La tunica era senza cuciture”
Padre Raniero Cantalamessa


“I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quat-tro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessu-ta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte” (Gv 19, 23-24).
Ci si è chiesti sempre che cosa abbia voluto dire l’evangelista con l’importanza che da a questo particolare della Passione. Una spiegazione recente è che la tunica ricorda il paramento del sommo sacerdote e che Giovanni, perciò, abbia voluto affermare che Gesù morì non soltanto come re, ma anche come sacerdote. Della tunica del sommo sacerdote non si dice, però, nella Bibbia, che doveva essere senza cuciture (cf. Es 28, 4; Lev 16,4); per questo i più autorevoli esegeti preferiscono attenersi alla spiegazione tradizionale se-condo cui la tunica inconsutile simboleggia l’unità della Chiesa .
Qualunque sia la spiegazione che si da del testo, una cosa è certa: l’unità dei disce-poli è, per Giovanni, lo scopo per cui Cristo muore: “Gesù doveva morire… per riunire in-sieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 51-52). Nell’ultima cena lui stesso aveva detto: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21).
La lieta notizia da proclamare il Venerdì Santo è che l’unità, prima che un traguardo da raggiungere, è un dono da accogliere. Che la tunica fosse tessuta “dall’alto in basso”, scrive san Cipriano, significa che “l’unità recata da Cristo proviene dall’alto, dal Padre ce-leste, e non può perciò essere scissa da chi la riceve, ma deve essere accolta integral-mente” .
I soldati fecero in quattro pezzi “la veste”, o “il mantello” (ta imatia), cioè l’indumento esteriore di Gesù, non la tunica, il chiton, che era l’indumento intimo, portato a diretto contatto con il corpo. Un simbolo anche questo. Noi uomini possiamo dividere la Chiesa nel suo elemento umano e visibile, ma non la sua unità profonda che si identifica con lo Spirito Santo. La tunica di Cristo non è stata e non potrà mai essere divisa. È la fede che professiamo con le parole: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”.

* * *

Ma se l’unità deve servire da segno “perché il mondo creda”, essa deve essere una unità anche visibile, comunitaria. È questa unità che è andata perduta e che dobbiamo ritrovare. Essa è ben più che dei rapporti di buon vicinato; è la stessa unità mistica inte-riore, in quanto accolta, vissuta e manifestata, di fatto, dai credenti: “Un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un so-lo Dio Padre di tutti” (Ef 4, 4-6). Una unità che non è compromessa dalla pluriformità, ma anzi si esprime in essa.
Dopo la Pasqua gli apostoli chiesero a Gesù: “Signore, è questo il tempo in cui rico-stituirai il regno di Israele?”. Oggi rivolgiamo spesso a Dio la stessa domanda: È questo il tempo in cui ricostituirai l’unità visibile della tua Chiesa? Anche la risposta è la stessa di allora: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1, 6-8).
Lo ricordava il Santo Padre nell’omelia tenuta, il 25 Gennaio scorso, nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, a conclusione della settimana per l’unità dei cristiani: “L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle, diceva, è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo! Come san Paolo, anche noi riponiamo la nostra speran-za e fiducia nella grazia di Dio che è con noi”.
Anche oggi, sarà lo Spirito Santo, se ci lasciamo guidare, a condurci all’unità. Come fece lo Spirito Santo a realizzare la prima fondamentale unità della Chiesa: quella tra giudei e pagani? Venne su Cornelio e la sua casa nello stesso modo con cui a Pentecoste era venuto sugli apostoli. Sicché a Pietro non rimase che tirare la conclusione: “Se dun-que Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?” (At 11,17).
Ora, da un secolo a questa parte, noi abbiamo visto ripetersi sotto i nostri occhi questo stesso prodigio, su scala mondiale. Dio ha effuso il suo Spirito Santo, in modo nuovo e inconsueto, su milioni di credenti, appartenenti a quasi tutte le denominazioni cristiane e, affinché non ci fossero dubbi sulle sue intenzioni, lo ha effuso con le stesse identiche manifestazioni. Non è questo un segno che lo Spirito ci spinge a riconoscerci a vicenda come discepoli di Cristo e a tendere insieme all’unità?
Questa unità spirituale e carismatica da sola, è vero, non basta. Lo vediamo già all’inizio della Chiesa. L’unità tra giudei e gentili è appena fatta che è già minacciata dallo scisma. Nel cosiddetto concilio di Gerusalemme vi fu una “lunga discussione” e alla fine fu raggiunto un accordo, annunciato alle Chiesa con la formula: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi...” (Atti 15, 28).
Lo Spirito Santo opera, dunque, anche attraverso un’altra via che è il confronto pa-ziente, il dialogo e perfino il compromesso tra le parti, quando non è in gioco l’essenziale della fede. Opera attraverso le “strutture” umane e i “ministeri” posti in atto da Gesù, so-prattutto il ministero apostolico e petrino. È quello che chiamiamo oggi ecumenismo dot-trinale e istituzionale.

* * *

Anche questo ecumenismo dottrinale, o di vertice, non è però sufficiente e non a-vanza, se non è accompagnato da un ecumenismo spirituale, di base. Ce lo ripetono con sempre maggiore insistenza proprio i massimi promotori dell’ecumenismo istituzionale. Nel centenario dell’istituzione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (1908-2008), ai piedi della croce, vogliamo meditare su questo ecumenismo spirituale: in che consiste e come possiamo avanzare in esso.
L’ecumenismo spirituale nasce dal pentimento e dal perdono e si alimenta con la preghiera. Nel 1977 partecipai a un congresso ecumenico carismatico a Kansas City, nel Missouri. C’erano quarantamila presenti, metà cattolici (tra cui il cardinal Suenens) e me-tà di altre denominazioni cristiane. Una sera, al microfono, uno degli animatori cominciò a parlare in un modo, per me, a quel tempo, strano: “Voi sacerdoti e pastori, piangete e fate lamento, perché il corpo del mio Figlio è spezzato… Voi laici, uomini e donne, piange-te e fare lamento perché il corpo del mio Figlio è spezzato”.
Cominciai a vedere le persone cadere una dopo l’altra in ginocchio intorno a me e molte di esse singhiozzare di pentimento per le divisioni nel corpo di Cristo. E tutto que-sto mentre una scritta campeggiava da una parte all’altra dello stadio: “Jesus is Lord, Gesù è il Signore”. Io ero lì come un osservatore ancora assai critico e distaccato, ma ri-cordo che pensai tra me: Se un giorno tutti i credenti saranno riuniti a formare una sola Chiesa, sarà così: mentre saremo tutti in ginocchio, con il cuore contrito e umiliato, sotto la grande signoria di Cristo.
Se l’unità dei discepoli deve essere un riflesso dell’unità tra il Padre e il Figlio, essa deve essere anzitutto una unità d’amore, perché tale è l’unità che regna nella Trinità. La Scrittura ci esorta a “fare la verità nella carità” (veritatem facientes in caritate) (Ef 4, 15). E sant’Agostino afferma che “non si entra nella verità se non attraverso la carità”: non intratur in veritatem nisi per caritatem .
La cosa straordinaria, circa questa via all’unità basata sull’amore, è che essa è già ora spalancata davanti a noi. Non possiamo “bruciare le tappe” circa la dottrina, perché le differenze ci sono e vanno risolte con pazienza nelle sedi appropriate. Possiamo invece bruciare le tappe nella carità, ed essere uniti, fin d’ora. Il vero, sicuro segno della venuta dello Spirito non è, scrive sant’Agostino, il parlare in lingue, ma è l’amore per l’unità: “Sappiate che avete lo Spirito Santo quando acconsentite a che il vostro cuore aderisca all’unità attraverso una sincera carità” .
Ripensiamo all’inno alla carità di san Paolo. Ogni sua frase acquista un significato attuale e nuovo, se applicata all’amore tra membri delle diverse Chiese cristiane, nei rap-porti ecumenici:
“La carità è paziente….
La carità non è invidiosa…
Non cerca solo il suo interesse (o solo l’interesse della propria Chiesa).
Non tiene conto del male ricevuto (semmai, del male arrecato agli altri!).
Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità (non gode delle difficoltà delle altre Chiese, ma si rallegra dei loro successi spirituali).
Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (l Cor 13,4 ss).
Questa settimana abbiamo accompagnato alla sua dimora eterna una donna, Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei focolari. Ella è stata una pioniera e un modello di questo ecumenismo spirituale dell’amore. Ha dimostrato che la ricerca dell’unità tra i cri-stiani non porta alla chiusura verso il resto del mondo; è anzi il primo passo e la condi-zione per un dialogo più vasto con i credenti di altre religioni e con tutti gli uomini che hanno a cuore le sorti dell’umanità e della pace.

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“Amarsi, è stato detto, non significa guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nel-la stessa direzione”. Anche tra cristiani, amarsi significa guardare insieme nella stessa di-rezione che è Cristo. “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14). Se ci convertiremo a Cristo e an-dremo insieme verso di lui, noi cristiani ci avvicineremo anche tra di noi, fino a essere, come lui ha chiesto, “una cosa sola con lui e con il Padre”. Succede come per i raggi di una ruota. Essi partono da punti distanti della circonferenza, ma a mano a mano che si avvicinano al centro, si avvicinano anche tra di loro, fino a formare un punto solo.
Ciò che potrà riunire i cristiani divisi sarà solo il diffondersi tra di essi, per opera dello Spirito Santo, di un’ondata nuova di amore per Cristo. È ciò che sta avvenendo nella cristianità e che ci riempie di stupore e di speranza. “L’amore di Cristo ci spinge, al pen-siero che uno è molto per tutti” (2 Cor 5,14). Il fratello di un’altra Chiesa – anzi, ogni es-sere umano – è “uno per cui Cristo è morto” (Rom 14,16), come è morto per me.


* * *

Un motivo deve soprattutto spingerci avanti in questo cammino. La posta in gioco all’inizio del terzo millennio, non è più la stessa che all’inizio del secondo millennio, quan-do si produsse la separazione tra oriente e occidente; neppure è la stessa che a metà dello stesso millennio, quando si produsse la separazione tra cattolici e protestanti. Pos-siamo dire che la maniera esatta di procedere dello Spirito Santo dal Padre o il modo in cui avviene la giustificazione dell’empio siano i problemi che appassionano gli uomini di oggi e con cui sta o cade la fede cristiana? Il mondo è andato avanti e noi e siamo rimasti inchiodati a problemi e formule di cui il mondo non conosce più neppure il significato.
Nelle battaglie medievali c’era un momento in cui, superati i fanti, gli arcieri e la cavalleria, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva l’esito finale dello scon-tro. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Esistono edifici o strutture metalliche così fatti che se si tocca un certo punto nevralgico, o si leva una certa pietra, tutto crolla. Nell’edificio della fede cristiana questa pietra angolare è la divinità di Cristo. Tolta questa, tutto si sfalda e, prima di ogni altra cosa, la fede nella Trinità.
Da ciò si vede come ci siano oggi sono due ecumenismi possibili: un ecumenismo della fede e un ecumenismo dell’incredulità; uno che riunisce tutti quelli che credono che Gesù è il Figlio di Dio, che Dio è Padre Figlio e Spirito Santo, e che Cristo è morto per salvare tutti gli uomini, e uno che riunisce tutti quelli che, in ossequio al simbolo di Nicea, continuano a proclamare queste formule, ma svuotandole del loro vero contenuto. Un ecumenismo in cui, al limite, tutti credono le stesse cose, perché nessuno crede più a niente, nel senso che la parola “credere” ha nel Nuovo Testamento.
“Chi è che vince il mondo, scrive Giovanni nella Prima Lettera, se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”, (1 Gv 5,5). Stando a questo criterio, la fondamentale distinzione tra i cristiani non è tra cattolici, ortodossi e protestanti, ma tra coloro che credono che Cristo è il Figlio di Dio e coloro che non lo credono.

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“L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Si-gnore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote…: Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre la mia casa è ancora in rovi-na?” (Ag 1, 1-4).
Questa parola del profeta Aggeo è rivolta oggi a noi. È questo il tempo di continuare a preoccuparci solo di quello che riguarda il nostro ordine religioso, il nostro movimento, o la nostra Chiesa? Non sarà proprio questa la ragione per cui anche noi “seminiamo mol-to, ma raccogliamo poco” (Ag 1, 6)? Predichiamo e ci diamo da fare in tutti i modi, ma il mondo si allontana, anziché convertirsi a Cristo.
Il popolo d’Israele ascoltò il richiamo del profeta; smisero di abbellire ognuno la propria casa per ricostruire insieme il tempio di Dio. Dio allora inviò di nuovo il suo profe-ta con un messaggio di consolazione e di incoraggiamento che è anche per noi: “Ora, co-raggio, Zorobabele – oracolo del Signore – coraggio, Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sa-cerdote; coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro, perché io sono con voi” (Ag 2,4). Coraggio, voi tutti che avete a cuore la causa dell’unità dei cristiani, e al lavoro, perché io sono con voi, dice il Signore!



+PetaloNero+
Tuesday, March 25, 2008 3:27 PM
RINUNCE E NOMINE

RINUNCIA DEL VESCOVO DI ORLU (NIGERIA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Orlu (Nigeria), presentata da S.E. Mons. Gregory O. Ochiagha, in conformità al canone 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Vescovo di Orlu (Nigeria), il Rev.do Augustine Tochukwu Ukwuoma, del clero di Orlu, Parroco di St. Teresa Church a Uli.

Rev.do Augustine Tochukwu Ukwuoma

Il Rev.do Augustine Tochukwu Ukwuoma, è nato il 29 agosto 1953 in Amucha, Imo State (diocesi di Orlu). Ha frequentato la Scuola di San Giuseppe in Umuna per l’educazione primaria e quella di San Patrizio in Amucha per la secondaria. È entrato poi nel Seminario Minore di Umuowa ed in seguito in quello di Okpala. Ha studiato Filosofia presso il Seminario di San Giuseppe in Ikot-Ekpene ed ha completato gli studi di Teologia presso il Bigard Memorial Seminary di Enugu. È stato ordinato sacerdote il 30 luglio 1983 ed incardinato nella diocesi di Orlu.

Dopo l’ordinazione ha ricoperto i seguenti incarichi:1983: Vice Parroco nella St. Gregory’s Parish, Amaigbo; 1983-1992:Parroco della St. Thomas’ Parish, Nkwerre; 1992: Amministratore della Cattedrale di Orlu; 1992-2002: Sudi per il Dottorato in Clinical Mental Health Counselling presso l’Università di Akron, Ohio, Stati Uniti; 1992-1995: Associate Pastor, St. Ignatius’ Parish, Los Angeles, Stati Uniti; 1995-1999: Priest in Residence, Annunciation Parish, Akron, Ohio, Stati Uniti; 1999-2002: Hospital Chaplain, St. Joseph Hosp., Savannah, Georgia, Stati Uniti; dal 2002: Parroco di Saint Teresa, Uli.

Inoltre insegna part-time nel Seminario Maggiore Seat of Wisdom di Owerri, è Decano regionale per la zona pastorale di Uli, membro del Vicariate Examination Board e Preside del Silver Jubilee Souvenir Committee di Orlu (2005-2006).

+PetaloNero+
Tuesday, March 25, 2008 3:28 PM
Benedetto XVI celebrerà il 2 aprile a San Pietro una Messa in memoria di Giovanni Paolo II. Il cardinale Saraiva Martíns: molta gente, ma anche il dicastero vaticano delle Cause dei Santi, vuole vedere presto Papa Wojtyla sugli altari



Il 2 aprile 2008 ricorre il terzo anniversario della morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II e in quello stesso giornata, alle 10.30, Benedetto XVI presiederà la Santa Messa sul sagrato della Basilica Vaticana. Il 28 aprile 2005, il Papa concesse la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte, per l'inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Papa Wojtyla. Nell’aprile 2007, a due anni dalla morte di Giovanni Paolo II, nella basilica di San Giovanni in Laterano, il cardinale Camillo Ruini dichiarò conclusa la prima fase diocesana del processo di Beatificazione di Giovanni Paolo II, consegnando le risultanze al competente dicastero vaticano. Luca Collodi ha chiesto al cardinale José Saraiva Martíns, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, a che punto è la "fase romana" del processo che mira a portare Giovanni Paolo II agli onori degli altari:


R. - Tutti noi ricordiamo il giorno del funerale di Papa Wojtyla, ricordiamo quel “Santo subito!”. Quella espressione, quel grido in piazza San Pietro esprimeva bene il modo di pensare della gente: voleva dire che Giovanni Paolo II veramente godeva di una vera fama di santità tra i fedeli e questo sappiamo bene che è fondamentale in un processo di Beatificazione. Se non ci fosse questa fama di santità, non si potrebbe nemmeno iniziare una Causa di beatificazione. Per quanto riguarda lo stato attuale del processo la Beatificazione di Giovanni Paolo II, ogni iter di questo tipo ha due fasi fondamentali: una diocesana, locale, e un’altra che noi chiamiamo “romana”, a livello di Santa Sede. La fase diocesana è stata chiusa il 2 aprile dell’anno scorso. Appena chiusa la fase diocesana si è aperta subito, senza perdere tempo, la fase romana con la consegna ufficiale di tutta la documentazione raccolta nella fase diocesana al mio dicastero.


D. - Eminenza, quali saranno i tempi per chiamare "Beato" Giovanni Paolo II?


R. - Una volta ricevuta questa documentazione, noi abbiamo subito provveduto all’approvazione di un postulatore per la fase romana che è lo stesso postulatore che aveva agito per la fase diocesana. Abbiamo nominato anche un relatore sotto la guida del quale il postulatore deve elaborare la cosiddetta positio, cioè la raccolta di tutti i documenti organizzati in modo sistematico e organico. Questa positio viene stampata dopo ed è questa stessa documentazione che verrà studiata dai vari organi collegiali del dicastero. In questo momento, dunque, è il postulatore della Causa beatificazione di Giovanni Paolo II che sta elaborando la positio, cioè quel volume o volumi, non so quanti saranno, che poi saranno consegnati al dicastero. Quindi, non dipende dal dicastero, ma dal tempo che impiegherà il postulatore per finire il suo lavoro. Non so quanti mesi, se un anno… non lo so io e forse nemmeno lui. La cosa che posso garantire è che appena noi avremo la positio la studieremo subito senza perdere tempo, perché certamente il dicastero desidera che Giovanni Paolo II arrivi quanto prima agli altari e lo si possa chiamare “Beato” e così rispondere al grido di piazza San Pietro: “Santo subito!”.



www.radiovaticana.org
+PetaloNero+
Tuesday, March 25, 2008 3:29 PM
Da Petrus

Flash dal Vaticano - Il Pontefice chiede un pianoforte per le vacanze estive. Il 2 Aprile Messa in memoria di Giovanni Paolo II



CITTA’ DEL VATICANO - Un pianoforte nell'appartamento di Papa Benedetto XVI al Seminario maggiore di Bressanone, dove il Santo Padre sara' in vacanza dal 28 luglio all'11 agosto prossimo: e' la richiesta arrivata dal Vaticano alla Diocesi locale. Lo scrive il quotidiano 'Corriere dell'Alto Adige', raccontando la passione del Pontefice per questo strumento e per Mozart. Mercoledi' 2 aprile alle 10.30, intanto, Benedetto XVI presiedera', sul sagrato della Basilica Vaticana, la Messa del terzo anniversario della morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II. Lo rende noto l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche.
+PetaloNero+
Wednesday, March 26, 2008 2:54 PM
RINUNCE E NOMINE




RINUNCIA E SUCCESSIONE DELL’ARCIVESCOVO DI PORT MORESBY (PAPUA NUOVA GUINEA)

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Port Moresby (Papua Nuova Guinea), presentata da S.E. Mons. Brian James Barnes, O.F.M., in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Gli succede S.E. Mons. John Ribat, M.S.C., Coadiutore della medesima arcidiocesi.




RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO DI KUMASI (GHANA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Kumasi (Ghana), presentata da S.E. Mons. Peter Kwasi Sarpong, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo di Kumasi (Ghana) S.E. Mons. Thomas Kwaku Mensah, finora Vescovo di Obuasi.

[00487-01.01]


NOMINA DEL VESCOVO DI OBUASI (GHANA)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo della diocesi di Obuasi (Ghana) S.E. Mons. Gabriel Justice Yaw Anokye, finora Vescovo titolare di Celle di Mauritania e Ausiliare dell’arcidiocesi di Kumasi (Ghana).



NOMINA DEL VESCOVO DI RECONQUISTA (ARGENTINA)

Il Papa ha nominato Vescovo di Reconquista (Argentina) S.E. Mons. Ramón Alfredo Dus, finora Vescovo titolare di Tibica ed Ausiliare di Reconquista.

S.E. Mons. Ramón Alfredo Dus
S.E. Mons. Ramón Alfredo Dus è nato il 22 maggio 1956 a San Lorenzo (Corrientes). Ha seguito l’iter di formazione filosofica e teologica nel Seminario di Paraná.
È stato ordinato sacerdote l’8 dicembre 1980. Ha conseguito il Dottorato in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico (1999). Ha svolto gli incarichi di professore nel Seminario di Santa Fe ed in quello di Paraná, dove è stato anche Rettore. Ha anche insegnato in vari Istituti teologici. Nella diocesi di Paraná è stato anche Delegato per l’Ecumenismo dell’Argentina.
Il 5 agosto 2005 è stato nominato Vescovo titolare di Tibica ed Ausiliare di Reconquista.
+PetaloNero+
Wednesday, March 26, 2008 2:56 PM
L’UDIENZA GENERALE


L’Udienza Generale di questa mattina, mercoledì dell’Ottava di Pasqua, si è svolta alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre - proveniente in elicottero dalla residenza estiva di Castel Gandolfo - ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana il Papa, ha incentrato la meditazione sul significato della Pasqua.

Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

Al termine, il Santo Padre è rientrato a Castel Gandolfo.



CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle!

"Et resurrexit tertia die secundum Scripturas – il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture". Ogni domenica, con il Credo, rinnoviamo la nostra professione di fede nella risurrezione di Cristo, evento sorprendente che costituisce la chiave di volta del cristianesimo. Nella Chiesa tutto si comprende a partire da questo grande mistero, che ha cambiato il corso della storia e che si rende attuale in ogni celebrazione eucaristica. Esiste però un tempo liturgico in cui questa realtà centrale della fede cristiana, nella sua ricchezza dottrinale e inesauribile vitalità, viene proposta ai fedeli in modo più intenso, perché sempre più la riscoprano e più fedelmente la vivano: è il tempo pasquale. Ogni anno, nel "Santissimo Triduo del Cristo crocifisso, morto e risorto", come lo chiama sant’Agostino, la Chiesa ripercorre, in un clima di preghiera e di penitenza, le tappe conclusive della vita terrena di Gesù: la sua condanna a morte, la salita al Calvario portando la croce, il suo sacrificio per la nostra salvezza, la sua deposizione nel sepolcro. Il "terzo giorno", poi, la Chiesa rivive la sua risurrezione: è la Pasqua, passaggio di Gesù dalla morte alla vita, in cui si compiono in pienezza le antiche profezie. Tutta la liturgia del tempo pasquale canta la certezza e la gioia della risurrezione del Cristo.

Cari fratelli e sorelle, dobbiamo costantemente rinnovare la nostra adesione al Cristo morto e risorto per noi: la sua Pasqua è anche la nostra Pasqua, perché nel Cristo risorto ci è data la certezza della nostra risurrezione. La notizia della sua risurrezione dai morti non invecchia e Gesù è sempre vivo; e vivo è il suo Vangelo. "La fede dei cristiani – osserva sant’Agostino – è la risurrezione di Cristo". Gli Atti degli Apostoli lo spiegano chiaramente: "Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesù risuscitandolo da morte" (17,31). Non era infatti sufficiente la morte per dimostrare che Gesù è veramente il Figlio di Dio, l’atteso Messia. Nel corso della storia quanti hanno consacrato la loro vita a una causa ritenuta giusta e sono morti! E morti sono rimasti. La morte del Signore dimostra l’immenso amore con cui Egli ci ha amati sino a sacrificarsi per noi; ma solo la sua risurrezione è "prova sicura", è certezza che quanto Egli afferma è verità che vale anche per noi, per tutti i tempi. Risuscitandolo, il Padre lo ha glorificato. San Paolo così scrive nella Lettera ai Romani: "Se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti sarai salvo" (10,9).

E’ importante ribadire questa verità fondamentale della nostra fede, la cui verità storica è ampiamente documentata, anche se oggi, come in passato, non manca chi in modi diversi la pone in dubbio o addirittura la nega. L’affievolirsi della fede nella risurrezione di Gesù rende di conseguenza debole la testimonianza dei credenti. Se infatti viene meno nella Chiesa la fede nella risurrezione, tutto si ferma, tutto si sfalda. Al contrario, l’adesione del cuore e della mente a Cristo morto e risuscitato cambia la vita e illumina l’intera esistenza delle persone e dei popoli. Non è forse la certezza che Cristo è risorto a imprimere coraggio, audacia profetica e perseveranza ai martiri di ogni epoca? Non è l’incontro con Gesù vivo a convertire e ad affascinare tanti uomini e donne, che fin dagli inizi del cristianesimo continuano a lasciare tutto per seguirlo e mettere la propria vita a servizio del Vangelo? "Se Cristo non è risuscitato, diceva l’apostolo Paolo, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede" (1 Cor 15, 14). Ma è risuscitato!

L’annuncio che in questi giorni riascoltiamo costantemente è proprio questo: Gesù è risorto, è il Vivente e noi lo possiamo incontrare. Come lo incontrarono le donne che, al mattino del terzo giorno, il giorno dopo il sabato, si erano recate al sepolcro; come lo incontrarono i discepoli, sorpresi e sconvolti da quanto avevano riferito loro le donne; come lo incontrarono tanti altri testimoni nei giorni che seguirono la sua risurrezione. E, anche dopo la sua Ascensione, Gesù ha continuato a restare presente tra i suoi amici come del resto aveva promesso: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Il Signore è con noi, con la sua Chiesa, fino alla fine dei tempi. Illuminati dallo Spirito Santo, i membri della Chiesa primitiva hanno incominciato a proclamare l’annuncio pasquale apertamente e senza paura. E quest’annuncio, tramandatosi di generazione in generazione, è giunto sino a noi e risuona ogni anno a Pasqua con potenza sempre nuova.

Specialmente in quest’Ottava di Pasqua la liturgia ci invita ad incontrare personalmente il Risorto e a riconoscerne l’azione vivificatrice negli eventi della storia e del nostro vivere quotidiano. Oggi mercoledì, ad esempio, ci viene riproposto l’episodio commovente dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Dopo la crocifissione di Gesù, immersi nella tristezza e nella delusione, essi facevano ritorno a casa sconsolati. Durante il cammino discorrevano tra loro di ciò che era accaduto in quei giorni a Gerusalemme; fu allora che Gesù si avvicinò, si mise a discorrere con loro e ad ammaestrarli: "Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti… Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,25 -26). Cominciando poi da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. L’insegnamento di Cristo – la spiegazione delle profezie – fu per i discepoli di Emmaus come una rivelazione inaspettata, luminosa e confortante. Gesù dava una nuova chiave di lettura della Bibbia e tutto appariva adesso chiaro, orientato proprio verso questo momento. Conquistati dalle parole dello sconosciuto viandante, gli chiesero di fermarsi a cena con loro. Ed Egli accettò e si mise a tavola con loro. Riferisce l’evangelista Luca: "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro" (Lc 24,29-30). E fu proprio in quel momento che si aprirono gli occhi dei due discepoli e lo riconobbero, "ma lui sparì dallo loro vista" (Lc 24,31). Ed essi, pieni di stupore e di gioia, commentarono: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?" (Lc 24,32).

In tutto l’anno liturgico, particolarmente nella Settimana Santa e nella Settimana di Pasqua, il Signore è in cammino con noi e ci spiega le Scritture, ci fa capire questo mistero: tutto parla di Lui. E questo dovrebbe far ardere anche i nostri cuori, così che possano aprirsi anche i nostri occhi. Il Signore è con noi, ci mostra la vera via. Come i due discepoli riconobbero Gesù nello spezzare il pane, così oggi, nello spezzare il pane, anche noi riconosciamo la sua presenza. I discepoli di Emmaus lo riconobbero e si ricordarono dei momenti in cui Gesù aveva spezzato il pane. E questo spezzare il pane ci fa pensare proprio alla prima Eucaristia celebrata nel contesto dell’Ultima Cena, dove Gesù spezzò il pane e così anticipò la sua morte e la sua risurrezione, dando se stesso ai discepoli. Gesù spezza il pane anche con noi e per noi, si fa presente con noi nella Santa Eucaristia, ci dona se stesso e apre i nostri cuori. Nella Santa Eucaristia, nell’incontro con la sua Parola, possiamo anche noi incontrare e conoscere Gesù, in questa duplice Mensa della Parola e del Pane e del Vino consacrati. Ogni domenica la comunità rivive così la Pasqua del Signore e raccoglie dal Salvatore il suo testamento di amore e di servizio fraterno. Cari fratelli e sorelle, la gioia di questi giorni renda ancor più salda la nostra fedele adesione a Cristo crocifisso e risorto. Soprattutto, lasciamoci conquistare dal fascino della sua risurrezione. Ci aiuti Maria ad essere messaggeri della luce e della gioia della Pasqua per tanti nostri fratelli. Ancora a tutti voi cordiali auguri di Buona Pasqua.



SINTESI DELLA CATECHESI NELLE DIVERSE LINGUE



○ Sintesi della catechesi in lingua francese

Chers Frères et Sœurs,

Chaque dimanche, par le Credo, nous renouvelons notre profession de foi dans la résurrection du Christ, et la liturgie du temps pascal chante la certitude et la joie de cet événement. Nous devons constamment renouveler notre adhésion au Christ mort et ressuscité pour nous. La nouvelle de sa résurrection ne vieillit pas et Jésus est toujours vivant. Il est important de redire cette vérité fondamentale de notre foi, parce qu’aujourd’hui, comme dans le passé, de diverses manières, elle est mise en doute et même niée. L’affaiblissement de la foi dans la résurrection de Jésus rend fragile le témoignage des croyants. Par contre, l’adhésion du cœur et de l’esprit au Christ mort et ressuscité change la vie et illumine toute l’existence des personnes et des peuples. Pendant l’octave de Pâques, la liturgie nous invite particulièrement à rencontrer personnellement le Ressuscité et à reconnaître son action vivifiante dans les événements de l’histoire et de notre vie quotidienne. Dans la célébration de l’Eucharistie, nous revivons la Pâque du Seigneur et nous accueillons son testament d’amour et de service fraternel. Que la joie de ces jours rende encore plus ferme notre foi !

Je suis heureux d’accueillir les pèlerins de langue française. Je salue en particulier le groupe du diocèse de Bruges, en Belgique. Que votre pèlerinage à Rome soit l’occasion de renouveler votre foi dans le Christ mort et ressuscité. Soyez des messagers de la lumière et de la joie de Pâques pour tous vos frères ! Que Dieu vous bénisse !


○ Sintesi della catechesi in lingua inglese

Dear Brothers and Sisters,

Christ is risen! The mystery of Jesus’ resurrection from the dead stands at the heart of the Christian faith. Throughout this Easter season, the Church contemplates the infinite richness of this mystery and strives to live the new life brought to us by the Risen Lord. Christ’s resurrection is also our resurrection; in his passover from death to life, Jesus has assured us of our salvation. The Church’s joyful proclamation that Christ is risen has the power to change lives and to shed new light upon human history. Today, as in every age, Christ comes to meet us and to remain in our midst with his saving power. During these days of the Octave of Easter, the Liturgy invites us to reaffirm our faith in the Risen Lord, to hope more firmly in his promises, and, like the disciples on the way to Emmaus, to recognize him in the breaking of the bread (cf. Lk 24:31). In the Eucharist, the living memorial of Christ’s sacrifice and the celebration of his real presence, we truly encounter the Risen Jesus in his word and in the sacrament of his body and blood. Through the prayers of the Virgin Mary, may the joy of this Easter make us faithful messengers of the light and hope of the resurrection. Happy Easter to you and your families!

I offer a warm welcome to the international group of School Sisters of Saint Francis gathered in Rome. I also thank the choirs for their praise of God in song. Upon all the English-speaking pilgrims, especially those from Wales, Ireland, Indonesia, Japan, Canada and the United States, I cordially invoke the joy and peace of the Risen Christ.


○ Sintesi della catechesi in lingua tedesca

Liebe Brüder und Schwestern!

In diesen österlichen Tagen verkündet und besingt die Liturgie der Kirche die freudige Gewißheit der Auferstehung Christi. Durch die Auferweckung seines Sohnes bekundet uns Gott, daß die Frohbotschaft Jesu über den Tod hinaus Bestand hat und auch uns ewiges Heil schenken kann. Diese grundlegende Wahrheit gilt es gläubig anzunehmen, wie der hl. Paulus sagt: »Denn wenn du mit deinem Mund bekennst: „Jesus ist der Herr" und in deinem Herzen glaubst: „Gott hat ihn von den Toten auferweckt", so wirst du gerettet werden« (Röm 10, 9). Die Begegnung mit dem auferstandenen Christus hat die Kraft, die Menschen nachhaltig zu verändern. Dies haben die Apostel und die Jünger in den Tagen nach Ostern erfahren, aber auch den Christen aller Jahrhunderte und jedem Gläubigen gilt die Zusage des Auferstandenen: „Seht, ich bin bei euch alle Tage bis ans Ende der Welt" (Mt 28, 20). Auch heute können wir Christus persönlich begegnen, der auf besondere Weise in jeder Eucharistiefeier zu uns spricht und uns wie den Emmausjüngern den Sinn der Schrift und der Geschichte erklärt. Jesus bricht auch uns das Brot und gibt sich uns hin, damit wir in ihm das wahre Leben haben.

In österlicher Freude begrüße ich die zahlreichen Pilger und Besucher aus den deutschsprachigen Ländern. Besonders heiße ich heute die Priesterseminaristen der Diözesen Graz-Seckau und Gurk in Begleitung ihrer Diözesanbischöfe willkommen. Der auferstandene Herr schenke euch seinen Frieden und mache euch zu mutigen Zeugen der Auferstehung für eure Brüder und Schwestern. Euch allen wünsche ich eine frohe und gesegnete Osterwoche.


○ Sintesi della catechesi in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas:

Cada año, la liturgia del tiempo pascual canta la certeza y la alegría de la resurrección de Cristo, que constituye la verdad central de la fe cristiana. En efecto, en la Iglesia todo se comprende a partir de este gran misterio, que ha cambiado el curso de la historia y que se hace actual en cada celebración eucarística. En la muerte del Señor vemos el inmenso amor con que nos ha amado, pero sólo la resurrección es prueba segura de la verdad de todo lo que Él ha enseñado. Es importante afirmar de nuevo esta realidad fundamental de nuestra fe, porque la adhesión a Cristo muerto y resucitado cambia la vida de las personas y da valor y fortaleza al testimonio de los creyentes. Especialmente en esta Octava de Pascua, la liturgia nos invita a encontrar personalmente al Resucitado y a reconocer su acción vivificadora. También nosotros, como los dos discípulos que iban camino de Emaus, podemos encontrar a Cristo en la celebración de la Eucaristía, en la cual Él se nos da en la mesa de la Palabra anunciada y del Pan y el Vino consagrados. Cada domingo la comunidad revive así la Pascua del Señor y recibe del Salvador su testamento de amor y de servicio fraterno.

Saludo cordialmente a los visitantes de lengua española. En particular, a los alumnos del Seminario Mayor Ibero-americano de los Padres de Schoenstatt. Saludo también a los distintos grupos de estudiantes y peregrinos venidos de Argentina, El Salvador, España, México, Puerto Rico, y de otros países latinoamericanos. Que la alegría de la Resurrección de Cristo haga más profunda y fiel vuestra vida cristiana, al mismo tiempo que os animo a ser, con la ayuda de María, mensajeros de la luz y la alegría de la Pascua para todos vuestros hermanos. Felices Pascuas.




SALUTI PARTICOLARI NELLE DIVERSE LINGUE



○ Saluto in lingua portoghese

Amados Irmãos e Irmãs,

Aos peregrinos de língua portuguesa que aqui vieram, mormente os portugueses do Colégio Sagrado Coração de Jesus de Bragança, convido a viverem a alegria pascal correspondendo com fé e otimismo cristãos aos dons que Cristo Nosso Senhor fez nascer do alto da Cruz. Se fordes coerentes com a vossa fé, sereis Cristo presente entre os homens!

Que o Deus de toda a consolação abençoe vossos lares e o trabalho de cada um, para serdes portadores de paz e de alegria na esperança da feliz ressurreição no dia do Senhor!



○ Saluto in lingua polacca

Pozdrawiam pielgrzymów z Polski. Bracia i siostry, radość tych paschalnych dni niech umocni nasze wierne przywiązanie do Chrystusa ukrzyżowanego i zmartwychwstałego. Niech Jego miłość wprowadza naszą codzienność w nowe życie w Bożej chwale. Serdecznie Wam błogosławię!

[Saluto i pellegrini provenienti dalla Polonia. Fratelli e sorelle, la gioia di questi giorni pasquali rafforzi la nostra fedele adesione a Cristo crocifisso e risorto. Il suo amore introduca la nostra quotidianità nella vita nuova della gloria di Dio. Vi benedico cordialmente!]



○ Saluto in lingua croata

Srdačno pozdravljam i blagoslivljam sve hrvatske hodočasnike, a osobito skupinu vjernika iz Dubrovnika. Neka vam Gospodinovo uskrsnuće i njegova pobjeda nad grijehom i smrću bude razlog radosti kroz sve dane vašega života. Hvaljen Isus i Marija!

[Saluto e benedico di cuore i pellegrini croati, particolarmente il gruppo di fedeli di Dubrovnik. La risurrezione del Signore e la sua vittoria sul peccato e sulla morte sia il motivo della vostra gioia in tutti i giorni della vostra vita. Siano lodati Gesù e Maria!]



○ Saluto in lingua slovena

Dobrodošli romarji iz Slovenije, ki ste se zbrali v tako velikem številu! Še posebej pozdravljam vernike iz mladih škofijskih občestev Celje, Murska Sobota in Novo mesto, ki se hvaležno spominjate nedavne ustanovitve vaših škofij. To romanje v Večno mesto, kjer sta svojo vero v Kristusa izpričala sveta apostola Peter in Pavel, naj okrepi vašo vero v Vstalega Gospoda ter vašo apostolsko gorečnost, da boste svojim rojakom prinašalci veselja in upanja. Naj bo z vami moj blagoslov!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini della Slovenia qui convenuti così numerosi! In particolare, saluto i fedeli provenienti dalle giovani comunità diocesane di Celje, Murska Sobota e Novo mesto che ricordano con gratitudine la recente istituzione delle loro Diocesi. Il vostro pellegrinaggio nella Città Eterna, dove i SS. Apostoli Pietro e Paolo diedero la testimonianza della loro fede in Cristo, consolidi la vostra fede nel Signore Risorto come pure il vostro zelo apostolico affinché siate portatori della gioia e della speranza. Vi accompagni la mia Benedizione!]



○ Saluto in lingua italiana

Rinnovo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Grazie per la vostra gioia di Pasqua. In particolare, saluto i novelli Diaconi della Compagnia di Gesù con i loro Superiori e familiari, ed invoco su ognuno di essi una copiosa effusione di doni celesti, a conferma dei loro generosi propositi di fedeltà a Cristo. Saluto i fedeli della Parrocchia Maria Santissima Assunta e San Liberale in Castelfranco Veneto e quelli della Parrocchia Sacro Cuore di Gesù in Bellizzi. Un affettuoso saluto indirizzo ai fedeli della Parrocchia di Ognissanti, in Roma che ricordano quest’anno il centenario di fondazione della parrocchia, affidata a San Luigi Orione dal mio predecessore San Pio X. Auguro a tutti di essere sempre fedeli testimoni di Cristo e di contribuire a diffondere ovunque la gioia di seguire il suo Vangelo per costruire insieme una società più fraterna.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani - e specialmente voi, ragazzi e ragazze che siete venuti così numerosi da parrocchie e oratori dell'Arcidiocesi di Milano, siate entusiasti protagonisti nella Chiesa e nella società. Voi, che fate quest'anno la "Professione di fede", impegnatevi a costruire la civiltà dell'amore, fondata su Cristo che è morto e risorto per tutti. Cari malati, la luce della Risurrezione illumini e sostenga la vostra quotidiana sofferenza, rendendola feconda a beneficio dell'intera umanità. E voi, cari sposi novelli, attingere ogni giorno dal Mistero pasquale la forza per un amore sincero ed inesauribile.










Benedetto XVI all'udienza generale: la Risurrezione di Gesù ha cambiato il corso della storia, la vita delle persone e dei popoli, ma ancora oggi qualcuno la pone in dubbio



La certezza e la gioia della Risurrezione di Cristo, “evento sorprendente”, “chiave di volta del cristianesimo”: ne ha parlato oggi il Papa, rivolto ai numerosi fedeli - circa 30 mila - raccolti per l’udienza generale in piazza San Pietro, in questo primo mercoledì di primavera. Benedetto XVI è giunto in Vaticano, stamani, a bordo di un elicottero da Castel Gandolfo, dove sta trascorrendo un periodo di riposo pasquale e dove farà ritorno al termine dell’udienza per restarvi fino a domenica prossima. Il servizio di Roberta Gisotti:



“Nella Chiesa tutto si comprende - ha spiegato il Papa - a partire da questo grande mistero che ha cambiato il corso della storia e che si rende attuale in ogni celebrazione eucaristica”. Ma è nel “tempo pasquale” che questa “realtà centrale della fede cristiana” “viene proposta ai fedeli in modo più intenso, perché sempre più la riscoprano e più fedelmente la vivano”. Pasqua è anche la nostra Pasqua, perché nel Cristo risorto ci è data la certezza della nostra risurrezione finale:


"E’ importante ribadire questa verità fondamentale della nostra fede, la cui verità storica è ampiamente documentata anche se oggi, come in passato, non manca chi in modi diversi la pone in dubbio o addirittura la nega".

Da qui, il monito di Benedetto XVI: “Nella Chiesa tutto si ferma, tutto si sfalda” se viene meno la fede nella Risurrezione di Gesù che rende “debole la testimonianza dei credenti”. Al contrario, l’adesione a Cristo morto e resuscitato cambia la vita e illumina l’intera esistenza delle persone e dei popoli:

"Non è forse la certezza che Cristo è risorto, a imprimere coraggio, audacia profetica e perseveranza ai martiri di ogni epoca? Non è l’incontro con Gesù vivo a convertire e ad affascinare tanti uomini e donne che fin dall’inizio del cristianesimo continuano a lasciare tutto per seguirlo e mettere la propria vita a servizio del Vangelo?".

“Se Cristo non è resuscitato - ha aggiunto il Papa citando l’apostolo Paolo - allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede”:


"Soprattutto, lasciamoci conquistare dal fascino della sua Risurrezione. Ci aiuti Maria ad essere messaggeri della luce e della gioia della Pasqua per tanti nostri fratelli".

Nei saluti finali nella varie lingue, il Santo Padre ha ricordato il centenario della Parrocchia romana di Ognissanti, affidata da San Pio X a San Luigi Orione, e si è poi rivolto in particolare ai giovani giunti numerosi a Roma dalla diocesi di Milano:


"Siate entusiasti protagonisti nella Chiesa - vedo che siete entusiasti! (applausi) – protagonisti nella Chiesa e nella società!".

Tra i fedeli in piazza San Pietro anche un gruppo di bambini di Beslan, località nell’Ossezia del Nord, sopravvissuti alla strage consumata nella loro scuola attaccata nel settembre 2004 da terroristi islamici e separatisti ceceni. In quella tragica vicenda, ci furono centinaia di morti, tra cui 186 piccoli scolari. I bimbi di Beslan sono ospiti in questi giorni dell’associazione "Reset" di Graffignano, in provincia di Viterbo.

Al termine dell’udienza, Benedetto XVI ha ricevuto in una saletta adiacente l’Aula Paolo VI il presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, il macedone Srgjan Kerim. Ricordiamo che il Papa si recherà in visita al Palazzo di vetro dell’ONU, a New York, il 18 aprile prossimo.









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Thursday, March 27, 2008 2:47 PM
RINUNCE E NOMINE


RINUNCIA DEL VESCOVO DI BABAHOYO (ECUADOR) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Babahoyo (Ecuador), presentata da S.E. Mons. Jesús Ramón Martínez De Ezquerecocha Suso, in conformità al can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Vescovo di Babahoyo (Ecuador) S.E. Mons. Fausto Gabriel Trávez Trávez, O.F.M., Vescovo titolare di Sulletto, finora Vicario Apostolico di Zamora.

S.E. Mons. Fausto Gabriel Trávez Trávez, O.F.M.

S.E. Mons. Fausto Gabriel Trávez Trávez, O.F.M., è nato l’8 marzo 1941 a Toacazo, diocesi di Latacunga. Ha studiato in patria e in Colombia presso l’Università di San Bonaventura, Bogotà, dove ha completato gli studi di filosofia. Ha emesso la professione solenne il 15 ottobre 1965. È stato ordinato sacerdote il 12 dicembre 1970.

È stato: incaricato del "Movimiento Juvenil Franciscano" da lui fondato a Quito nel 1969; Membro del Definitorio Provinciale, Maestro dello studentato francescano; Superiore; Parroco, Fondatore nel 1982 delle "Misioneras Franciscanas de la Juventud"; Ministro Provinciale, Presidente della "Unión de Conferencias Latinoamericanas Franciscanas" e della "Conferencia Franciscana Bolivariana".

Nominato Vescovo titolare di Sulletto e Vicario Apostolico di Zamora en Ecuador il 14 gennaio 2003, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 15 marzo successivo.
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Thursday, March 27, 2008 2:48 PM
Il 7 aprile, il Papa in preghiera sulle tombe dei Martiri del nostro tempo, all'Isola Tiberina. Da oggi e nei prossimi giorni, cerimonie in memoria di mons. Romero




Una sosta in preghiera sulle tombe dei testimoni che hanno pagato col sangue, nella nostra epoca, la loro fedeltà al Vangelo. La compirà Benedetto XVI il prossimo 7 aprile nel Santuario Memoriale dei Martiri del Nostro Tempo, che dal 2002 sorge a Roma, sull’Isola Tiberina, per volontà di Giovanni Paolo II che ne affidò la realizzazione e la cura alla Comunità di Sant’Egidio da Giovanni Paolo II. Tra le reliquie ospitate dal mausoleo vi sono, tra le molte, quelle dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, ucciso il 24 marzo di 28 anni fa. Alla memoria del presule, sono dedicate alcune iniziative che inizieranno nel pomeriggio di oggi con la proiezione di un film sulla sua figura e avranno nella celebrazione ecumenica di domani, nella Chiesa di San Marcello al Corso, uno dei momenti più significativi. Alessandro De Carolis ricorda in questo servizio la figura e l’opera di mons. Romero:


“Debe prevalecer la ley de Dios que dice: ‘No matar!’…
Deve prevalere la legge di Dio che dice ‘non uccidere!’. (applausi) Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio”.

Il microfono che ha catturato queste parole e l’entusiasmo di che le accoglie e si sente scaldare il cuore non sa che chi le ha pronunciate ha firmato la propria condanna a morte. Il giorno dopo, fra un mese, fra un anno, non importa: qualcuno ha già deciso di inquadrare nel mirino un uomo coraggioso, diventato uno scomodo nemico dell’impunità e di quei poteri che la spalleggiano. Quell’uomo è Oscar Arnulfo Romero, è arcivescovo di San Salvador ed è stato malgiudicato da chi comanda: pareva un ecclesiastico remissivo e tradizionalista e si è trasformato in un megafono martellante, che reclama diritti e terra per i contadini, scuole e sanità per le loro famiglie, e giustizia: giustizia per un Paese dove qualche milione di abitanti è “ostaggio” di una trentina di famiglie, che usano l’esercito per tutelare i propri privilegi e permettono di massacrare chi alza la voce in difesa dei poveri.


“En el nombre de Dios...
In nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ed ogni giorno sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino - in nome di Dio - che cessi la repressione!” (applausi)


Quell’uomo con la tonaca, i grandi occhiali e lo zucchetto color porpora deve morire, stabiliscono un giorno i poteri forti. Devono tacere le sue omelie incessanti, le sue denunce continue, tante e più delle violenze che continuano a insanguinare El Salvador, portando la morte fin dentro le chiese. Ed è esattamente questo che succede il 24 marzo 1980. Mons. Romero sta celebrando la Messa delle 18. Nell’ombra in fondo alla Chiesa, un uomo prende con cura la mira inquadrando il vescovo che alza il calice. “In questo Calice - sta dicendo il vescovo - il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”. Poi due colpi sordi rimbombano nel silenzio e il sangue del sacrificio di Cristo si mescola a quello di un nuovo martire.




Tre anni dopo la sua tragica morte, Giovanni Paolo II si recò a pregare sulla tomba di mons. Romero, durante il suo terzo viaggio apostolico in America Latina. Nel 1997, venne aperta la Causa di Beatificazione che ha il suo postulatore nel vescovo di Terni-Narni-Amelia, Vincenzo Paglia, che ricorda così, al microfono di Emanuela Campanile, la figura del presule salvadoregno:

R. - Mons. Romero resta per me un grande pastore, che si è consumato sulle Scritture, sui Padri e sul pianto per il suo popolo travagliato da una guerra assurda ... Lui non sapeva tanto di politica, non sapeva quasi nulla di marxismo; si è trovato in una situazione tra due parti estreme, e cioè la guerriglia e gli squadroni della morte salvadoregni, che tenevano in schiavitù l’intero popolo del Salvador. E Romero si è scagliato contro ogni violenza sia quella della destra che quella della sinistra. Pensava di poter risolvere questo problema con la predicazione e con la presentazione della Dottrina sociale della Chiesa. La predicazione di questa dottrina era per lui, come dire, da una parte troppo aperta per la destra, e veniva accusato di comunista; dall’altra, era troppo tradizionale per la guerriglia e veniva accusato di tradimento. Ma Romero non ha tradito il suo popolo e neppure il Vangelo e neppure la Chiesa o il suo Magistero. Questo pastore, ucciso – come sottolineò Giovanni Paolo II nella celebrazione dei nuovi martiri al Colosseo, nel 2000 – uno che è stato ucciso sull’altare mentre celebrava la Messa, al momento dell’Offertorio.


D. – Mons. Paglia, c’è un legame fortissimo tra giustizia e pace, un legame che mons. Romero sottolineava spessissimo ...


R. – Questo legame, mons. Romero lo sottolineava a partire anzitutto dai testi del Concilio, poi dal Magistero e nel suo impegno pastorale lui comprese che la Chiesa – non solo in America Latina – doveva annunciare il Vangelo su questa via: della giustizia e della pace, sapendo che questi due termini si legano se si riesce a partire dall’attenzione ai più poveri e ai più deboli, come appare in tutte le pagine della Scrittura.



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Friday, March 28, 2008 2:25 PM
L’eredità dei martiri e il 40.mo della Comunità di Sant’Egidio al centro della prossima visita del Papa alla Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina: con noi, il prof. Andrea Riccardi



All’indomani dell’annuncio, la Comunità di Sant’Egidio attende con trepidazione l’incontro con Benedetto XVI, che il 7 aprile prossimo si recherà nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, in occasione del 40.mo anniversario della nascita della Comunità. Per volere di Giovanni Paolo II, sull’Isola Tiberina sorge il primo Santuario Memoriale dei Martiri del Nostro Tempo, voluto e affidato, per la sua realizzazione e la preghiera, alla Comunità di Sant’Egidio. Le aspettative di questo incontro con il Papa nelle parole del fondatore di Sant’Egidio, il prof. Andrea Riccardi, intervistato da Alessandro Gisotti:


R. – Noi ci prepariamo a ricevere il Santo Padre con un grande sentimento di gratitudine per due motivi. Primo, perchè il Santo Padre ci porta la sua parola e la sua presenza nel 40.mo anno della nostra fondazione. Per noi figli della Chiesa di Roma il Santo Padre è anche il nostro vescovo e la sua parola ha sempre indirizzato il nostro cammino. Questo avveniva ai tempi di Giovanni Paolo II e avviene oggi con Benedetto XVI. Poi c’è la visita alla Chiesa di San Bartolomeo. La Chiesa di San Bartolomeo ha una sua storia particolare per la Comunità di Sant’Egidio. Ci fu donata da Giovanni Paolo II per i 25 anni della comunità, quando venne a celebrare in Santa Maria in Trastevere. Appoggiò l’idea che fosse dedicata ai nuovi martiri e da quel momento è una Chiesa dove c’è una memoria ecumenica dei nuovi martiri. E’ stato un luogo di pellegrinaggio che ha visto il patriarca Bartolomeo, che ha visto il patriarca armeno, tante figure cattoliche e non cattoliche, venire lì, proprio per questa memoria dei nuovi martiri che unisce e che è un’eredità preziosa per il nostro tempo. La Comunità di Sant’Egidio si è interpellata tante volte su quali fossero le risorse del cristianesimo in questo nostro mondo contemporaneo e l’eredità dei martiri, che è un’eredità di fede, di fedeltà nella fede e di perseveranza nell’amore, forse l’eredità più preziosa.


D. – Quindi, anche una dimensione ecumenica del martirio, della testimonianza che accompagna sempre la vita della Chiesa?


R. – E’ la dimensione che Giovanni Paolo II suscitò appunto nel 2000 quando disse: “Il sangue dei martiri parla più forte delle nostre divisioni”. E il sangue dei martiri parla di un cristianesimo vissuto come amore fino all’estremo segno della morte. I martiri non sono degli eroi, ma sono gente come noi che hanno avuto la forza e la disponibilità di essere fedeli. E noi dobbiamo cercare di imitarli.


D. – La Comunità di Sant’Egidio celebra 40 anni di vita. Con quale spirito guarda al futuro? Cosa si aspetta anche da Benedetto XVI per dare nuova linfa, nuovo slancio alla comunità?


R. – La Comunità di Sant’Egidio guarda con riconoscenza, per la sua storia, al Signore, con molta umiltà e con disponibilità a seguire il Signore, il servizio al Vangelo e il servizio ai poveri nelle strade di domani. In questo senso, la visita del Papa per noi, soprattutto, sarà un momento di preghiera. Pregare con il Papa, pregare con i nuovi martiri, il Signore risorto, perché ci aiuti in questo mondo a testimoniarlo e perché questo mondo possa risorgere con Lui.



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Friday, March 28, 2008 2:26 PM
RINUNCE E NOMINE



RINUNCIA DEL VESCOVO DI MÜNSTER (GERMANIA)

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Münster (Germania), presentata da S.E. Mons. Reinhard Lettmann, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.


NOMINA DEL VESCOVO DI TLAXCALA (MESSICO)

Il Papa ha nominato Vescovo di Tlaxcala (Messico) S.E. Mons. Francisco Moreno Barrón, finora Vescovo titolare di Gaguari ed Ausiliare di Morelia.

S.E. Mons. Francisco Moreno Barrón

S.E. Mons. Francisco Moreno Barrón è nato a Salamanca, Guanajuato, arcidiocesi di Morelia, il 3 ottobre 1954. Ha compiuto gli studi filosofici e teologici presso il Seminario Maggiore di Morelia; è diplomato in organo e pianoforte presso la Scuola Superiore di Musica Sacra di Morelia.

Ricevuta l’ordinazione sacerdotale il 25 febbraio 1979, ha svolto i seguenti incarichi: Vicario parrocchiale, Rettore del Tempio di Cristo Re a Morelia; Segretario esecutivo della Commissione episcopale di pastorale giovanile della Conferenza Episcopale del Messico, Parroco e Vicario episcopale per la zona di Morelia detta "Nuestra Señora de la Luz".

Il 2 febbraio 2002 è stato nominato Vescovo titolare di Gaguari ed Ausiliare di Morelia ed ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 20 marzo successivo.

In seno alla Conferenza Episcopale Messicana collabora attualmente nella Commissione episcopale per la famiglia, gioventù e laici come responsabile dell’area giovanile.


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Friday, March 28, 2008 9:03 PM
Da Petrus

Santa Messa a rosario in Vaticano il 2 Aprile per il terzo anniversario della morte di Wojtyla



CITTA’ DEL VATICANO - Una solenne Messa nella piazza di San Pietro, presieduta da Benedetto XVI, la mattina, e un rosario nelle grotte vaticane, davanti alla tomba di Giovanni Paolo II, presieduto dal Cardinale Camillo Ruini, dal Cardinale Stanislao Dziwisz e dal Cardinale Angelo Comastri la sera: saranno questi i due momenti salienti del 2 aprile, giorno del terzo anniversario della morte di Papa Wojtyla, scomparso nel 2005. La celebrazione nella piazza vaticana si terrà alle 10.30; il Papa presiederà la celebrazione che quella settimana sostituirà l'udienza generale del mercoledì. La sera, invece, alle 21, ci sarà un rosario nelle grotte vaticane promosso dal Vicariato di Roma - servizio pastorale giovanile - a cui parteciperà una rappresentanza di un centinaio di giovani. Il rosario sarà dunque presieduto dal Cardinale Camillo Ruini, dall'arcivescovo di Cracovia Stanislao Dziwisz, per oltre 20 anni segretario personale di Giovanni Paolo II, e dal Cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica vaticane. Sono proprio di quest'ultimo le riflessioni che si alterneranno a scritti di Wojtyla durante la veglia nelle grotte. La recita del rosario sarà trasmessa da Sat2000 e in collegamento ci sarà anche una rappresentanza di circa 30 giovani della Conferenza episcopale italiana che si troveranno a Cracovia, città di Wojtyla.







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Saturday, March 29, 2008 2:29 PM
RINUNCE E NOMINE


ELEVAZIONE DI LILLE (FRANCIA) A CHIESA METROPOLITANA E NOMINA DEL PRIMO ARCIVESCOVO METROPOLITA

Il Santo Padre Benedetto XVI ha elevato a Chiesa metropolitana la sede di Lille (Francia), assegnandole come suffraganee l’arcidiocesi di Cambrai, finora sede metropolitana, e la diocesi di Arras, e nominando Arcivescovo Metropolita di Lille S.E. Mons. Laurent Ulrich.




NOMINA DI AUSILIARE DI ODESSA-SIMFEROPOL DEI LATINI (UCRAINA)

Il Papa ha nominato Vescovo Ausiliare della diocesi di Odessa-Simferopol dei Latini (Ucraina) il Rev.do Padre Petro Herkulan Malchuk, O.F.M., finora Economo della Provincia dell’Ordine dei Frati Minori in Ucraina, assegnandogli la sede titolare vescovile di Media.

Rev.do Padre Petro Herkulan Malchuk, O.F.M.

Il Rev.do Padre Petro Herkulan Malchuk, O.F.M., è nato il 7 luglio 1965 a Sloboda Rashkiv (Moldova). Ha frequentato il Seminario Maggiore di Riga ed è stato ordinato sacerdote il 7 giugno 1992.

Nel 1993 ha emesso la professione perpetua nell’Ordine dei Frati Minori. Ha ottenuto un dottorato in Teologia spirituale presso l’Ateneo Antonianum di Roma (1998). Ha ricoperto diversi incarichi, tra i quali: Vice-Parroco a Polonné (1998-1999); Custode e in seguito Provinciale dei Frati Minori in Ucraina (2004-2007).

Dal 2007 è Economo della Provincia OFM in Ucraina.




NOMINA DELL’INVIATO SPECIALE ALLE CELEBRAZIONI DEL 75° ANNIVERSARIO DELLE APPARIZIONI DELLA "VIERGE DES PAUVRES" (BANNEUX, BELGIO - 31 MAGGIO 2008)

Il Santo Padre ha nominato l’Em.mo Card. Godfried Danneels, Arcivescovo di Malines-Bruxelles, Suo Inviato Speciale alle celebrazioni del 75° anniversario delle apparizioni della "Vierge des Pauvres", che avranno luogo nel Santuario di Banneux (Belgio) il 31 maggio 2008.


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Saturday, March 29, 2008 2:56 PM
Il Papa invita i fedeli a pregare affinché i sacerdoti siano formati culturalmente e spiritualmente: sulle intenzioni di preghiera per il mese di aprile, la riflessione di mons. Aldo Martini



“Perché i futuri presbiteri delle giovani Chiese siano sempre più formati culturalmente e spiritualmente per evangelizzare le loro nazioni e tutto il mondo”: è l’intenzione missionaria di preghiera di Benedetto XVI per il prossimo mese d’aprile. Il Papa invita dunque i fedeli a dedicare le migliori risorse per dare alla Chiesa sacerdoti con un’adeguata formazione umana, intellettuale e pastorale. Per una riflessione su questo tema, richiamato dal Papa, Alessandro Gisotti ha intervistato mons. Aldo Martini, presidente dell’OPAM, l’Opera di promozione per l’Alfabetizzazione nel mondo:


R. – Nei giovani che incontro e che sono inviati qui per studiare a Roma, vedo una grande ansia di prepararsi bene, di approfittare cioè di tutte le opportunità che Roma offre. Avverto però, in alcuni, la tentazione forte di non rientrare poi nelle rispettive diocesi perché restano un po’ abbagliati da tanti mezzi che la nostra società offre. Quindi questo è un problema reale che spesso viene discusso con i vescovi che manifestano le loro preoccupazioni e pensano: “Noi mandiamo dei sacerdoti a Roma, facciamo tanti sforzi e poi non rientrano e allora le nostre diocesi si impoveriscono”.


D. – Quali sono le maggiori difficoltà nella formazione intellettuale e spirituale nelle terre di missione, nelle terre di nuova evangelizzazione?


R. – Dobbiamo sempre collocare, situare la realtà nella quale questi giovani sono chiamati a vivere, ad operare, situazioni tanto diverse da chiesa a chiesa. Alcune di queste diocesi sono estremamente povere, prive di strutture minime per garantire una formazione culturale e spirituale sufficienti. Ad esempio, non ci sono seminari minori: mi diceva un vescovo che se manda i suoi ragazzi che hanno frequentato delle scuole della zona ad un seminario di una città importante, nove su dieci vengono scartati proprio per l’assenza di basi culturali minime. Quindi assenza di seminari, di scuole, scarsità di clero, con conseguente isolamento e solitudine nella vita pastorale; diocesi grandi quanto il Piemonte, la Lombardia, con 18, 20 sacerdoti locali, quindi mancanza anche di confronto, di sostegno fraterno e sappiamo la difficoltà di chi vive solo, di chi è sottoposto ogni giorno a tentazioni di tutti i generi.


D. – Quali iniziative sta portando avanti l’OPAM proprio a sostegno della formazione intellettuale e spirituale dei seminaristi, dei giovani sacerdoti?


R. – Noi operiamo in stretto collegamento sempre con le diocesi, con i vescovi. Sosteniamo da qualche tempo a questa parte la costruzione di seminari. La seconda iniziativa è che abbiamo lanciato l’adozione di seminaristi: proprio in una diocesi nella Repubblica Democratica del Congo, ci siamo accorti che le famiglie di questi ragazzi non potevano assolutamente affrontare le spese di mantenimento, le spese per gli strumenti minimi didattici come penne, libri, quaderni ecc. Allora, con 120 euro l’anno, contribuiamo all’adozione e agli studi di un seminarista. La terza iniziativa è una fraternità sacerdotale dell’OPAM, una piccola iniziativa, una fraternità di preti di vari continenti che si incontrano una volta al mese: preghiamo, riflettiamo insieme sulla Parola di Dio dove cerchiamo di condividere le nostre esperienze, le nostre storie anche personali, come siamo arrivati al sacerdozio. Cerchiamo strade per una evangelizzazione che sia adatta ai tempi e alle culture in cui il Signore ci chiama a vivere.


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Sunday, March 30, 2008 2:59 PM
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DEL REGINA CÆLI




Alle ore 12 di oggi, II Domenica di Pasqua, della Divina Misericordia, il Santo Padre Benedetto XVI guida la recita del Regina Cæli dal Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, dove ha trascorso alcuni giorni di riposo e da dove farà ritorno questo pomeriggio in Vaticano.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la recita della preghiera mariana con i fedeli e i pellegrini convenuti nel Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo e in collegamento audio-video con Piazza San Pietro:



PRIMA DEL REGINA CÆLI

Cari fratelli e sorelle!

Durante il Giubileo del 2000, l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II stabilì che in tutta la Chiesa la Domenica dopo Pasqua, oltre che Domenica in Albis, fosse denominata anche Domenica della Divina Misericordia. Questo avvenne in concomitanza con la canonizzazione di Faustina Kowalska, umile Suora polacca, nata nel 1905 e morta nel 1938, zelante messaggera di Gesù Misericordioso. La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio, il volto con il quale Egli si è rivelato nell’antica Alleanza e pienamente in Gesù Cristo, incarnazione dell’Amore creatore e redentore. Questo amore di misericordia illumina anche il volto della Chiesa, e si manifesta sia mediante i Sacramenti, in particolare quello della Riconciliazione, sia con le opere di carità, comunitarie e individuali. Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10). Dalla misericordia divina, che pacifica i cuori, scaturisce poi l’autentica pace nel mondo, la pace tra popoli, culture e religioni diverse.

Come Suor Faustina, Giovanni Paolo II si è fatto a sua volta apostolo della Divina Misericordia. La sera dell’indimenticabile sabato 2 aprile 2005, quando chiuse gli occhi a questo mondo, era proprio la vigilia della seconda Domenica di Pasqua, e molti notarono la singolare coincidenza, che univa in sé la dimensione mariana – il primo sabato del mese – e quella della Divina Misericordia. In effetti, il suo lungo e multiforme pontificato ha qui il suo nucleo centrale; tutta la sua missione a servizio della verità su Dio e sull’uomo e della pace nel mondo si riassume in quest’annuncio, come egli stesso ebbe a dire a Cracovia-Łagiewniki nel 2002, inaugurando il grande Santuario della Divina Misericordia: "Al di fuori della misericordia di Dio non c’è nessun’altra fonte di speranza per gli esseri umani". Il suo messaggio, come quello di Santa Faustina, riconduce dunque al volto di Cristo, suprema rivelazione della misericordia di Dio. Contemplare costantemente quel Volto: questa è l’eredità che egli ci ha lasciato, e che noi con gioia accogliamo e facciamo nostra.

Sulla Divina Misericordia si rifletterà in modo speciale nei prossimi giorni, in occasione del primo Congresso Apostolico Mondiale della Divina Misericordia, che avrà luogo a Roma e si aprirà con la Santa Messa che, a Dio piacendo, presiederò la mattina di mercoledì 2 aprile, nel terzo anniversario della pia morte del servo di Dio Giovanni Paolo II. Poniamo il Congresso sotto la celeste protezione di Maria santissima Mater Misericordiae. A Lei affidiamo la grande causa della pace nel mondo, perché la misericordia di Dio compia ciò che è impossibile alle sole forze umane, e infonda nei cuori il coraggio del dialogo e della riconciliazione.




DOPO IL REGINA CÆLI

Rivolgo anzitutto un cordiale saluto ai numerosi pellegrini che in questo momento sono radunati in Piazza San Pietro, in modo speciale a quanti hanno preso parte alla Santa Messa celebrata nella chiesa di Santo Spirito in Sassia dal Cardinale Tarcisio Bertone, in occasione della festa della Divina Misericordia. Cari fratelli e sorelle, l’intercessione di santa Faustina e del servo di Dio Giovanni Paolo II vi aiutino ad essere autentici testimoni dell’amore misericordioso. Quale esempio da imitare mi piace oggi indicare Madre Celestina Donati, fondatrice della Congregazione delle Figlie Povere di San Giuseppe Calasanzio, che oggi, a Firenze, sarà proclamata Beata.

À l’occasion de la prière mariale du Regina caeli, je vous salue chers pèlerins francophones, en particulier les Religieuses de Saint-Joseph de l’Apparition de Syrie, ainsi que les jeunes du Centre Madeleine Daniélou de Rueil et les élèves de Saint-Jean de Passy venus à Rome pour leur profession de foi. Dans la prière et dans la vie sacramentelle, puissiez-vous contempler le Ressuscité, qui nous apporte la paix profonde et qui nous révèle le visage de miséricorde de notre Père des Cieux. Demeurez dans la lumière de Pâques, source de notre joie.

I greet all the English-speaking pilgrims and visitors here today. This Sunday’s Gospel reminds us that through faith we recognize the presence of the Risen Lord in the Church, and that we receive from him the gift of the Holy Spirit. During this Easter season may we strengthen our desire to bear witness to the Good News of Jesus Christ calling us to a life of peace and joy. Upon each of you present and your families, I invoke God’s blessings of happiness and wisdom.

Am heutigen Weißen Sonntag begrüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher hier in Castel Gandolfo. Jesus, der nach seiner Auferstehung den Aposteln die Vollmacht zur Vergebung der Sünden gibt und den zweifelnden Thomas zum Glauben führt, offenbart uns die göttliche Barmherzigkeit. Vertrauen auch wir stets auf die heilbringende Kraft der Wunden Christi, der uns durch sein kostbares Blut erlöst hat. Der Herr schenke euch und euren Familien eine gnadenreiche Osterzeit.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española. Queridos hermanos: En este domingo dedicado a la Divina Misericordia, agradezcamos a Dios Padre el amor que nos ha manifestado en la muerte y resurrección de su propio Hijo, y pidamos a la Virgen María que interceda por nosotros para que sepamos reconocer en Cristo resucitado la fuente de la esperanza y de la alegría verdadera. Feliz domingo.

Pozdrawiam wszystkich Polaków, a szczególnie pielgrzymów w sanktuarium w Krakowie-Łagiewnikach. Miłosierdziu Bożemu zawierzam nasze losy osobiste i dzieje całego Kościoła. Niech pokój, który przynosi zmartwychwstały Pan, zawsze gości w waszych sercach. Niech Bóg wam błogosławi.

[Saluto tutti i polacchi, e in modo particolare i pellegrini radunati nel santuario di Cracovia-Lagiewniki. Alla Misericordia di Dio affido le nostre vicende personali e gli avvenimenti di tutta la Chiesa. La pace che ci porta il Signore risorto sia sempre nei vostri cuori. Dio vi benedica.]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare le Figlie di Maria Ausiliatrice venute dall’India per un corso di formazione, i missionari e volontari laici dell’associazione "Italia Solidale" e i partecipanti al Congresso su sport e fraternità del Movimento dei Focolari. Saluto inoltre il gruppo di fidanzati di Altamura, gli alunni degli Istituti "Mons. Gagliano" di Altavilla Milicia, "Santa Caterina di Alessandria" di Pavia e "Scaglioni" di Lodi e i fedeli di Azzano – Pordenone, e infine i cari amici di Castel Gandolfo. A tutti auguro una buona domenica.







La Misericordia, nucleo del Vangelo: Benedetto XVI al Regina Caeli ricorda Giovanni Paolo II e annuncia il Primo Congresso Apostolico Mondiale della Divina Misericordia


La Misericordia di Dio compia ciò che è impossibile alle sole forze umane: è l’invocazione di Benedetto XVI al Regina Caeli, recitato nel Cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Benedetto XVI ha ricordato che “durante il Giubileo del 2000, l’amato Servo di Dio Giovanni Paolo II stabilì che in tutta la Chiesa la Domenica dopo Pasqua, oltre che Domenica in Albis, fosse denominata anche Domenica della Divina Misericordia”. Avvenne in concomitanza con la canonizzazione di Faustina Kowalska, umile Suora polacca, nata nel 1905 e morta nel 1938, definita “zelante messaggera di Gesù Misericordioso”.
Il servizio di Fausta Speranza

“La Misericordia è il nucleo centrale del messaggio evangelico”: afferma Benedetto XVI.

“Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza”.

La misericordia – spiega - è il nome stesso di Dio, il volto con il quale Egli si è rivelato nell’antica Alleanza e pienamente in Gesù Cristo, incarnazione dell’Amore creatore e redentore.

“Questo amore di misericordia illumina anche il volto della Chiesa, e si manifesta sia mediante i Sacramenti, in particolare quello della Riconciliazione, sia con le opere di carità, comunitarie e individuali”.

Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo, spiega il Papa, ricordando che “dalla misericordia divina, che pacifica i cuori, scaturisce poi l’autentica pace nel mondo, la pace tra popoli, culture e religioni diverse”. Cita Suor Faustina, dicendo che come lei Giovanni Paolo II si è fatto a sua volta apostolo della Divina Misericordia.

“La sera dell’indimenticabile sabato 2 aprile 2005, quando chiuse gli occhi a questo mondo, era proprio la vigilia della seconda Domenica di Pasqua, e molti notarono la singolare coincidenza, che univa in sé la dimensione mariana – il primo sabato del mese – e quella della Divina Misericordia”.

Benedetto XVI ricorda il pontificato di Giovanni Paolo II definendolo “lungo e multiforme” e sottolineando come “tutta la sua missione a servizio della verità su Dio e sull’uomo e della pace nel mondo si riassume nelle sue parole pronunciate a Cracovia-Łagiewniki nel 2002, inaugurando il grande Santuario della Divina Misericordia: “Al di fuori della misericordia di Dio non c’è nessun’altra fonte di speranza per gli esseri umani”.

“Il suo messaggio, come quello di Santa Faustina, - afferma Benedetto XVI - riconduce dunque al volto di Cristo, suprema rivelazione della misericordia di Dio”. E poi il Papa annuncia il primo Congresso Apostolico Mondiale della Divina Misericordia, che avrà luogo a Roma e si aprirà con la Santa Messa presieduta da Benedetto XVI la mattina di mercoledì 2 aprile, terzo anniversario della morte del servo di Dio Giovanni Paolo II. Poi l’invocazione a Maria:

“A Lei affidiamo la grande causa della pace nel mondo, perché la misericordia di Dio compia ciò che è impossibile alle sole forze umane, e infonda nei cuori il coraggio del dialogo e della riconciliazione”.

Dopo la recita del Regina Caeli, un saluto speciale per “quanti hanno preso parte alla Santa Messa celebrata nella chiesa di Santo Spirito in Sassia dal Cardinale Tarcisio Bertone, in occasione della festa della Divina Misericordia”. Con un esempio da imitare: Madre Celestina Donati, fondatrice della Congregazione delle Figlie Povere di San Giuseppe Calasanzio, proclamata Beata nel pomeriggio a Firenze.

In francese, l’incoraggiamento a contemplare la Risurrezione, che “ci porta la pace profonda e ci rivela il volto misericordioso del nostro Padre nei Cieli”. In inglese, l’invito a rafforzare in noi la volontà di essere testimoni di Gesù, che ci chiama ad una vita di pace e gioia vera. In polacco, un pensiero particolare ai pellegrini radunati nel santuario di Cracovia-Lagiewniki, con una preghiera: “Affido alla Misericordia di Dio – dice il papa - le nostre vicende personali e gli avvenimenti di tutta la Chiesa”. Parole in italiano di particolare saluto alle Figlie di Maria Ausiliatrice venute dall’India per un corso di formazione, i missionari e volontari laici dell’associazione “Italia Solidale” e i partecipanti al Congresso su sport e fraternità del Movimento dei Focolari. Al gruppo di fidanzati di Altamura, gli alunni degli Istituti “Mons. Gagliano” di Altavilla Milicia, “Santa Caterina di Alessandria” di Pavia e “Scaglioni” di Lodi e i fedeli di Azzano – Pordenone, e ai “cari amici di Castel Gandolfo”.

Infine, c’è da dire che il Papa, alle ore 18:30, lascerà in elicottero le Ville Pontificie di Castel Gandolfo, per fare rientro in Vaticano.



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Monday, March 31, 2008 3:11 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Em.mo Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi;

Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale delle Antille, in Visita "ad Limina Apostolorum":

S.E. Mons. Robert Rivas, O.P., Arcivescovo di Castries (Santa Lucia); Amministratore Apostolico di Kingstown (San Vincenzo e Grenadine);

S.E. Mons. Gabriel Malzaire, Vescovo di Roseau (Dominica); Amministratore Apostolico di Saint John’s-Basseterre (Antigua e Barbuda, Saint Kitts e Nevis);

S.E. Mons. Vincent Darius, O.P., Vescovo di Saint George’s in Grenada (Grenada).

Il Papa riceve questa mattina in Udienza:

S.E. il Signor Nurlan Danenov, Ambasciatore del Kazakhstan, in visita di congedo.

Partecipanti al Capitolo Generale della Società Salesiana di San Giovanni Bosco (Salesiani).
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Monday, March 31, 2008 3:13 PM
UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELLA SOCIETÀ SALESIANA DI SAN GIOVANNI BOSCO (SALESIANI)

Alle 12.20 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Capitolo Generale della Società Salesiana di San Giovanni Bosco (Salesiani) e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari Membri del Capitolo Generale

della Congregazione Salesiana,

mi è gradito incontrarvi quest’oggi mentre i vostri lavori capitolari stanno ormai giungendo alla loro fase conclusiva. Ringrazio innanzitutto il Rettore Maggiore, Don Pascual Chávez Villanueva, per i sentimenti che ha espresso a nome di tutti voi, confermando la volontà della Congregazione di operare sempre con la Chiesa e per la Chiesa, in piena sintonia col Successore di Pietro. Lo ringrazio pure per il servizio generoso svolto nel sessennio scorso e gli porgo i miei auguri per l’incarico che gli è stato appena rinnovato. Saluto anche i membri del nuovo Consiglio Generale, che aiuteranno il Rettore Maggiore nel suo compito di animazione e di governo di tutta la vostra Congregazione.

Nel messaggio indirizzato all’inizio dei vostri lavori al Rettore Maggiore, e per suo tramite a voi Capitolari, avevo espresso alcune attese che la Chiesa ripone in voi Salesiani ed avevo pure offerto alcune considerazioni per il cammino della vostra Congregazione. Oggi intendo riprendere ed approfondire alcune di queste indicazioni, anche alla luce del lavoro che state svolgendo. Il vostro XXVI Capitolo Generale si colloca in un periodo di grandi cambiamenti sociali, economici, politici; di accentuati problemi etici, culturali ed ambientali; di irrisolti conflitti tra etnie e nazioni. In questo nostro tempo vi sono, d’altra parte, comunicazioni più intense fra i popoli, nuove possibilità di conoscenza e di dialogo, un più vivace confronto sui valori spirituali che danno senso all’esistenza. In particolare, gli appelli che i giovani ci rivolgono, soprattutto le loro domande sui problemi di fondo, fanno riferimento agli intensi desideri di vita piena, di amore autentico, di libertà costruttiva che essi nutrono. Sono situazioni che interpellano a fondo la Chiesa e la sua capacità di annunciare oggi il Vangelo di Cristo con tutta la sua carica di speranza. Auguro perciò vivamente che tutta la Congregazione salesiana, grazie anche ai risultati del vostro Capitolo Generale, possa vivere con rinnovato slancio e fervore la missione per cui lo Spirito Santo, per l’intervento materno di Maria Ausiliatrice, l’ha suscitata nella Chiesa. Voglio oggi incoraggiare voi e tutti i Salesiani a continuare sulla strada di questa missione, in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel contesto ormai dell’imminente bicentenario della nascita di Don Bosco.

Con il tema "Da mihi animas, cetera tolle" il vostro Capitolo Generale si è proposto di ravvivare la passione apostolica in ogni Salesiano ed in tutta la Congregazione. Ciò aiuterà a caratterizzare meglio il profilo del Salesiano, in modo che egli diventi sempre più consapevole della sua identità di persona consacrata "per la gloria di Dio" e sia sempre più infiammato di slancio pastorale "per la salvezza delle anime". Don Bosco volle che la continuità del suo carisma nella Chiesa fosse assicurata dalla scelta della vita consacrata. Anche oggi il movimento salesiano può crescere in fedeltà carismatica solo se al suo interno continua a permanere un nucleo forte e vitale di persone consacrate. Perciò, al fine di irrobustire l’identità di tutta la Congregazione, il vostro primo impegno consiste nel rafforzare la vocazione di ogni Salesiano a vivere in pienezza la fedeltà alla sua chiamata alla vita consacrata. Tutta la Congregazione deve tendere ad essere continuamente "memoria vivente del modo di essere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli" (Vita consecrata, 22). Cristo sia il centro della vostra vita! Occorre lasciarsi afferrare da Lui e da Lui bisogna sempre ripartire. Tutto il resto sia considerato "una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù" ed ogni cosa sia ritenuta "come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo" (Fil 3, 8). Da qui nasce l’amore ardente per il Signore Gesù, l’aspirazione ad immedesimarsi con Lui assumendone i sentimenti e la forma di vita, l’abbandono fiducioso al Padre, la dedizione alla missione evangelizzatrice, che devono caratterizzare ogni Salesiano: egli deve sentirsi scelto per porsi al seguito di Cristo obbediente, povero e casto, secondo gli insegnamenti e gli esempi di Don Bosco.

Il processo di secolarizzazione, che avanza nella cultura contemporanea, non risparmia purtroppo nemmeno le comunità di vita consacrata. Occorre per questo vigilare su forme e stili di vita che rischiano di rendere debole la testimonianza evangelica, inefficace l’azione pastorale e fragile la risposta vocazionale. Vi domando perciò di aiutare i vostri Confratelli a custodire e a ravvivare la fedeltà alla chiamata. La preghiera rivolta da Gesù al Padre prima della sua Passione, perché custodisse nel suo nome tutti i discepoli che Gli aveva dato e perché nessuno di loro si perdesse (cfr Gv 17,11-12), vale in particolare per le vocazioni di speciale consacrazione. Per questo "la vita spirituale deve essere al primo posto nel programma" della vostra Congregazione (Vita consecrata, 93). La Parola di Dio e la Liturgia siano le sorgenti della spiritualità salesiana! In particolare la lectio divina, praticata quotidianamente da ogni Salesiano, e l’Eucaristia, celebrata ogni giorno nella comunità, ne siano l’alimento ed il sostegno. Da qui nascerà l’autentica spiritualità della dedizione apostolica e della comunione ecclesiale. La fedeltà al Vangelo vissuto sine glossa e alla vostra Regola di vita, in particolare un tenore di vita austero e la povertà evangelica praticata in modo coerente, l’amore fedele alla Chiesa e il generoso dono di voi stessi ai giovani, specialmente ai più bisognosi e svantaggiati, saranno garanzia della fioritura della vostra Congregazione.

Don Bosco è fulgido esempio di una vita improntata alla passione apostolica, vissuta a servizio della Chiesa entro la Congregazione e la Famiglia salesiana. Alla scuola di San Giuseppe Cafasso, il vostro Fondatore imparò ad assumere il motto "Da mihi animas, cetera tolle" come sintesi di un modello di azione pastorale ispirato alla figura e alla spiritualità di San Francesco di Sales. L’orizzonte in cui si colloca tale modello è quello del primato assoluto dell’amore di Dio, un amore che giunge a plasmare personalità ardenti, desiderose di contribuire alla missione di Cristo per accendere tutta la terra con il fuoco del suo amore (cfr Lc 12,49). Accanto all’ardore dell’amore di Dio, l’altra caratteristica del modello salesiano è la coscienza del valore inestimabile delle "anime". Questa percezione genera, per contrasto, un acuto senso del peccato e delle sue devastanti conseguenze nel tempo e nell’eternità. L’apostolo è chiamato a collaborare all’azione redentrice del Salvatore, affinché nessuno vada perduto. "Salvare le anime" fu quindi l’unica ragion d’essere di Don Bosco. Il Beato Michele Rua, suo primo successore, così sintetizzò tutta la vita del vostro amato Padre e Fondatore: "Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù ... Realmente non ebbe a cuore altro che le anime".

Anche oggi è urgente alimentare nel cuore di ogni Salesiano questa passione. Egli non avrà così paura di spingersi con audacia negli ambiti più difficili dell’azione evangelizzatrice a favore dei giovani, specialmente dei più poveri materialmente e spiritualmente. Avrà la pazienza ed il coraggio di proporre ai giovani di vivere la stessa totalità di dedizione nella vita consacrata. Egli avrà il cuore aperto a individuare i nuovi bisogni dei giovani e ad ascoltare la loro invocazione di aiuto, lasciando eventualmente ad altri i campi già consolidati di intervento pastorale. Egli affronterà per questo le esigenze totalizzanti della missione con una vita semplice, povera ed austera, nella condivisione delle stesse condizioni dei più poveri ed avrà la gioia di dare di più a chi nella vita ha avuto di meno. La passione apostolica si farà così contagiosa e coinvolgerà anche altri. Il Salesiano diventa pertanto promotore del senso apostolico, aiutando prima di tutto i giovani a conoscere ed amare il Signore Gesù, a lasciarsi affascinare da Lui, a coltivare l’impegno evangelizzatore, a voler far del bene ai propri coetanei, ad essere apostoli di altri giovani, come San Domenico Savio, la Beata Laura Vicuña ed il Beato Zefirino Namuncurà e i cinque giovani Beati Martiri dell’oratorio di Poznań. Cari Salesiani, sia vostro impegno formare laici con cuore apostolico, invitando tutti a camminare nella santità di vita che fa maturare discepoli coraggiosi ed autentici apostoli.

Nel messaggio che ho indirizzato al Rettore Maggiore all’inizio del vostro Capitolo Generale ho voluto consegnare idealmente a tutti i Salesiani la Lettera da me recentemente inviata ai fedeli di Roma, sulla preoccupazione di quella che ho chiamato una grande emergenza educativa. "Educare non è mai stato facile e oggi sembra diventare sempre più difficile: perciò non pochi genitori e insegnanti sono tentati di rinunciare al proprio compito, e non riescono più nemmeno a comprendere quale sia, veramente, la missione loro affidata. Troppe incertezze e troppi dubbi, infatti, circolano nella nostra società e nella nostra cultura, troppe immagini distorte sono veicolate dai mezzi di comunicazione sociale. Diventa difficile, così, proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita" (Discorso nella consegna alla Diocesi di Roma della Lettera sul compito urgente dell’educazione, 23 febbraio 2008). In realtà, l’aspetto più grave dell’emergenza educativa è il senso di scoraggiamento che prende molti educatori, in particolare genitori ed insegnanti, di fronte alle difficoltà che presenta oggi il loro compito. Così scrivevo infatti nella citata lettera: "Anima dell’educazione può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti, e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini ‘senza speranza e senza Dio in questo mondo’, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita", che, in fondo, non è altro che sfiducia in quel Dio che ci ha chiamati alla vita. Nell’educazione dei giovani è estremamente importante che la famiglia sia un soggetto attivo. Essa è spesse volte in difficoltà nell’affrontare le sfide dell’educazione; tante volte è incapace di offrire il suo specifico apporto, oppure è assente. La predilezione e l’impegno a favore dei giovani, che sono caratteristica del carisma di Don Bosco, devono tradursi in un pari impegno per il coinvolgimento e la formazione delle famiglie. La vostra pastorale giovanile quindi deve aprirsi decisamente alla pastorale familiare. Curare le famiglie non è sottrarre forze al lavoro per i giovani, anzi è renderlo più duraturo e più efficace. Vi incoraggio perciò ad approfondire le forme di questo impegno, su cui già vi siete incamminati; ciò tornerà anche a vantaggio dell’educazione ed evangelizzazione dei giovani.

Di fronte a questi molteplici compiti è necessario che la vostra Congregazione assicuri, specialmente ai suoi membri, una solida formazione. La Chiesa ha urgente bisogno di persone di fede solida e profonda, di preparazione culturale aggiornata, di genuina sensibilità umana e di forte senso pastorale. Essa necessita di persone consacrate, che dedichino la loro vita a stare su queste frontiere. Solo così diventerà possibile evangelizzare efficacemente. A questo impegno formativo pertanto la vostra Congregazione deve dedicarsi come ad una sua priorità. Essa deve continuare a formare con grande cura i suoi membri senza accontentarsi della mediocrità, superando le difficoltà della fragilità vocazionale, favorendo un solido accompagnamento spirituale e garantendo nella formazione permanente la qualificazione educativa e pastorale.

Concludo rendendo grazie a Dio per la presenza del vostro carisma al servizio della Chiesa. Vi incoraggio nella realizzazione dei traguardi che il vostro Capitolo Generale proporrà a tutta la Congregazione. Vi assicuro la mia preghiera per l’attuazione di ciò che lo Spirito vi suggerirà per il bene dei giovani, delle famiglie e di tutti i laici coinvolti nello spirito e nella missione di Don Bosco. Con questi sentimenti imparto ora a tutti voi, quale pegno di copiosi doni celesti, l’Apostolica Benedizione.






Benedetto XVI ai Salesiani: fedeli al carisma di San Giovanni Bosco per rispondere con "passione apostolica" all'emergenza educativa dei nostri tempi



“Audacia” nell’annunciare il Vangelo, “pazienza” nel proporne ai giovani la radicalità e “cuore aperto” per cogliere le loro nuove esigenze. Benedetto XVI ha individuato in queste peculiarità il profilo dei Salesiani del 21.mo secolo, chiamati a fronteggiare una “grave emergenza educativa” e, nel contempo, a lasciarsi contagiare con slancio rinnovato dalla “passione apostolica” che fu di San Giovanni Bosco. Sono i pensieri che il Papa ha affidato ai membri del Capitolo generale dei Salesiani, ricevuti stamattina in udienza nella Sala Clementina del Palazzo apostolico in Vaticano. Il servizio di Alessandro De Carolis:


I giovani guardano al mondo che cambia - correndo - volto sociale, economico, politico e rivolgono agli adulti domande “sui problemi di fondo” - etici, culturali, ambientali - mostrando di avere un bagaglio di valori che parlano di “intensi desideri di vita piena, di amore autentico, di libertà costruttiva”. Intercettare queste aspirazioni e tradurle in risposte radicate sul messaggio di Gesù è vocazione specifica della Società Don Bosco, incoraggiata da Benedetto XVI a “continuare sulla strada di questa missione, in piena fedeltà” al carisma salesiano. Carisma che - come sottolineato dai lavori del 26.mo Capitolo generale della Congregazione, giunto quasi al termine - chiede a Dio le “anime” e nient’altro:


“Don Bosco volle che la continuità del suo carisma nella Chiesa fosse assicurata dalla scelta della vita consacrata. Anche oggi il movimento salesiano può crescere in fedeltà carismatica solo se al suo interno continua a permanere un nucleo forte e vitale di persone consacrate. Perciò, al fine di irrobustire l’identità di tutta la Congregazione, il vostro primo impegno consiste nel rafforzare la vocazione di ogni Salesiano a vivere in pienezza la fedeltà alla sua chiamata alla vita consacrata”.


Prima di affrontare il tema dell’educazione, Benedetto XVI ha insistito a lungo, nel suo discorso, sul fatto che siano anzitutto i religiosi Salesiani ad essere coerenti con la loro chiamata. E’ necessario che tutti ricevano una “solida formazione”, perché la Chiesa - ha ripetuto - deve poter contare su persone “di preparazione culturale aggiornata, di genuina sensibilità umana e di forte senso pastorale”. E tuttavia, queste caratteristiche oggi sono in conflitto con il processo di secolarizzazione, che - ha affermato il Papa - avanza nella cultura contemporanea” e “non risparmia purtroppo nemmeno le comunità di vita consacrata”. Dunque, ha rilanciato Benedetto XVI, l’Eucaristia quotidiana e comunitaria, la lectio divina, la “vita semplice, povera ed austera” aiutino a rafforzare l’identità dei Salesiani:


“Da qui nascerà l’autentica spiritualità della dedizione apostolica e della comunione ecclesiale. La fedeltà al Vangelo vissuto sine glossa e alla vostra Regola di vita, in particolare un tenore di vita austero e la povertà evangelica praticata in modo coerente, l’amore fedele alla Chiesa e il generoso dono di voi stessi ai giovani, specialmente ai più bisognosi e svantaggiati, saranno garanzia della fioritura della vostra Congregazione”.

Questo “modello apostolico”, proprio dei Salesiani, può allora rispondere a quella “grande emergenza educativa” che Benedetto XVI aveva già sollevato con la sua Lettera alla Diocesi di Roma dedicata a questo tema. “Educare non è mai stato facile - ha ripetuto con le note parole di quella lettera - e oggi sembra diventare sempre più difficile: perciò non pochi genitori e insegnanti sono tentati di rinunciare al proprio compito, e non riescono più nemmeno a comprendere quale sia, veramente, la missione loro affidata”. Il motivo? Un acuto deficit di speranza:


“Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita, che, in fondo, non è altro che sfiducia in quel Dio che ci ha chiamati alla vita. Nell’educazione dei giovani è estremamente importante che la famiglia sia un soggetto attivo. Essa è spesse volte in difficoltà nell’affrontare le sfide dell’educazione; tante volte è incapace di offrire il suo specifico apporto, oppure è assente. La predilezione e l’impegno a favore dei giovani, che sono caratteristica del carisma di Don Bosco, devono tradursi in un pari impegno per il coinvolgimento e la formazione delle famiglie”.



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Monday, March 31, 2008 3:14 PM
La Chiesa celebra la Solennità dell'Annunciazione. Benedetto XVI: l'umile e nascosto "sì" di Maria ha cambiato la storia



Oggi la Chiesa celebra la Solennità dell’Annunciazione, spostata dalla data del 25 marzo per la coincidenza con l’Ottava di Pasqua. Benedetto XVI lo ha definito uno stupendo e ineffabile mistero che ha dato il via alla nuova era dell’umanità. Ma ascoltiamo le parole del Papa nel servizio di Sergio Centofanti.


“L’Annunciazione … è un avvenimento umile, nascosto – nessuno lo vide, nessuno lo conobbe, se non Maria –, ma al tempo stesso decisivo per la storia dell’umanità. Quando la Vergine disse il suo ‘sì’ all’annuncio dell’Angelo, Gesù fu concepito e con Lui incominciò la nuova era della storia”.


Così il Papa ha descritto l’Annunciazione nell’Angelus del 25 marzo 2007. Per Benedetto XVI questo evento ci mostra come l’umiltà sia “il modo di agire di Dio”. Ed è l’umiltà di Maria “ciò che Dio apprezza più di ogni altra cosa in lei”. Dall’incontro di queste due umiltà, “l’umiltà del Creatore e l’umiltà della creatura … è nato Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo”. L’Arcangelo Gabriele – ha poi sottolineato il Papa durante la visita alla parrocchia romana di Santa Maria Consolatrice il 18 dicembre 2005 – saluta Maria con una parola particolare: “gioisci, rallegrati”:


“Possiamo quindi dire che la prima parola del Nuovo Testamento è un invito alla gioia: ‘gioisci, rallegrati!’. Il Nuovo Testamento è veramente ‘Vangelo’, la ‘Buona Notizia’ che ci porta gioia. Dio non è lontano da noi, sconosciuto, enigmatico, forse pericoloso. Dio è vicino a noi, così vicino che si fa bambino, e noi possiamo dare del ‘tu’ a questo Dio”.

L’Arcangelo Gabriele invita Maria a “non temere”:


“In realtà, vi era motivo di temere, perché portare adesso il peso del mondo su di sé, essere la madre del Re universale, essere la madre del Figlio di Dio, quale peso costituiva! Un peso al di sopra delle forze di un essere umano! Ma l’Angelo dice: ‘Non temere! Sì, tu porti Dio, ma Dio porta te. Non temere!’ … Maria dice questa parola anche a noi”.


Il Papa infine medita sul sì di Maria alla volontà di Dio:


“Maria ci invita a dire anche noi questo ‘sì’ che appare a volte così difficile. Siamo tentati di preferire la nostra volontà, ma Ella ci dice: ‘Abbi coraggio, dì anche tu: Sia fatta la tua volontà’, perché questa volontà è buona. Inizialmente può apparire come un peso quasi insopportabile, un giogo che non è possibile portare; ma in realtà non è un peso la volontà di Dio, la volontà di Dio ci dona ali per volare in alto, e cosi possiamo osare con Maria anche noi di aprire a Dio la porta della nostra vita, le porte di questo mondo, dicendo ‘sì’ alla Sua volontà, nella consapevolezza che questa volontà è il vero bene e ci guida alla vera felicità”.




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Monday, March 31, 2008 9:11 PM
In udienza dal Papa i vescovi delle Antille. Con noi, il presidente della Conferenza episcopale, mons. Lawrence Burke



Benedetto XVI ha ricevuto, stamani, in udienza un primo gruppo di presuli delle Antille, in visita ad Limina. La Conferenza episcopale riunisce i vescovi di 13 nazioni indipendenti, tre dipartimenti d’oltremare francesi, due territori autonomi dell’Olanda, sei colonie inglesi e dipendenze degli Stati Uniti e include quindi popoli di lingua inglese, francese e olandese. Una realtà quanto mai diversificata, quella di queste isole-Stato dei Caraibi, per condizioni di vita e per cultura. Lisa Zengarini ha chiesto al presidente della Conferenza episcopale delle Antille, mons. Lawrence Burke, arcivescovo di Kingston in Giamaica, quali siano le principali sfide per la Chiesa in questa regione:

R. - The most important pastoral issue ...
Il problema pastorale più grande è costituito dal fatto che nella maggior parte dei nostri Paesi la Chiesa non sta crescendo. Siamo molto esposti all’influenza dell’America del Nord e le Chiese tradizionali, tra cui quella cattolica, sono in calo numerico a causa dell’invasione dei gruppi evangelici e di altre sette. La Chiesa cattolica nell’area è in prima linea nel venire incontro ai bisogni della gente e dei più poveri. Abbiamo promosso molte iniziative contro l’AIDS. Abbiamo poi una grande rete scolastica: da sempre l’educazione è una parte molto importante del nostro apostolato. Un’altra sfida pastorale nella regione è costituita dal declino delle vocazioni e la riduzione numerica dei sacerdoti e dei religiosi.


D. - Quali sono le ragioni di questo declino?


R. - A lot of it comes from materialistic culture ...
Questo problema è in gran parte riconducibile alla cultura materialista dominante nelle famiglie benestanti che non sono interessate al sacerdozio o alla vita religiosa. Per questo, la gran parte degli aspiranti sacerdoti e i religiosi vengono da famiglie povere. L’altra grande sfida è quella della violenza e la mancanza di rispetto per la vita. Occorre affrontare le vere cause del problema: la povertà, la disoccupazione, la mancanza di istruzione. C’è poi il problema dell’aborto che è stato legalizzato in diversi nostri Paesi come Santa Lucia, Barbados e Guyana. In Giamaica lo stiamo affrontando adesso: la Chiesa cattolica, insieme agli evangelici, si sta mobilitando contro una modifica della legge in questo senso.


D. - Cosa vi aspettate dalla vostra visita “ad Limina” e dal vostro incontro con il Santo Padre?


R. - Our region is not very well known in Rome ...
La nostra regione non è molto conosciuta a Roma e quindi ritengo sia importante per noi informare il Santo Padre e i dicasteri vaticani sulla realtà della Chiesa nei Caraibi che sta subendo un declino e deve fare i conti con una progressiva secolarizzazione. Inoltre, abbiamo bisogno dei loro consigli.


D. - Come intendete dare attuazione alle raccomandazioni finali della Conferenza di Aparecida, segnatamente alla “Grande Missione Continentale”?


R. - We are putting great emphasis now in adult catechesis and formation. ...
Stiamo puntando molto sulla catechesi e la formazione degli adulti. Stiamo cercando, soprattutto attraverso i media, di educare i nostri adulti alla fede. Dobbiamo sfruttare meglio le grandi potenzialità del laicato che sono una fonte straordinaria di energia per la Chiesa. Le nostre liturgie sono molto vivaci, con una grande partecipazione. Penso siano una grande fonte di vita per la nostra gente. Quello che dobbiamo migliorare è l'annuncio della Parola. Sono molto contento che il prossimo Sinodo dei Vescovi sia dedicato a questo tema.



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Tuesday, April 01, 2008 3:21 PM
RINUNCE E NOMINE


NOMINA DEL VESCOVO DI SHREVEPORT (U.S.A.)

Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Vescovo di Shreveport (U.S.A.) il Rev.do Mons. Michael Gerard Duca, del clero della diocesi di Dallas, Rettore dell’Holy Trinity Seminary a Irving, Texas.

Rev.do Mons. Michael Gerard Duca

Il Rev.do Mons. Michael Gerard Duca è nato a Dallas il 5 giugno 1952. Dopo aver frequentato le scuole elementari e secondarie alla Saint Thomas Aquinas School a Dallas e alla Bishop Lynch High School a Irving, ha studiato all’Holy Trinity Seminary a Irving, ottenendo poi la Licenza in Diritto Canonico alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma.

È stato ordinato sacerdote il 29 aprile 1978 per la diocesi di Dallas.

Ha svolto poi i seguenti incarichi: Vicario parrocchiale alla All Saints Parish a Dallas (1978-1981); Vicario parrocchiale alla Saint Patrick Parish a Dallas (1981-1984); Vicario parrocchiale alla Saint Luke Parish a Irving (1984-1985); Cappellano per gli studenti cattolici presso la Southern Methodist University a Dallas (1985-1993); Direttore diocesano delle Vocazioni (1985-1992); Rettore dell’Holy Trinity Seminary a Irving (dal 1996 ad oggi).

È membro del Consiglio Presbiterale, del Priest Personnel Board ed è Consultore Diocesano.

+PetaloNero+
Tuesday, April 01, 2008 3:22 PM
Benedetto XVI presiederà domani in Piazza San Pietro la Messa in suffragio di Giovanni Paolo II, nel terzo anniversario della morte. Domani sera, veglia di preghiera nelle Grotte Vaticane




La Chiesa si appresta a vivere domani un momento di grande intensità spirituale: ricorre, infatti, il terzo anniversario della morte di Papa Wojtyla. Benedetto XVI presiederà una Santa Messa in suffragio del suo amato predecessore in Piazza San Pietro alle ore 10.30. La celebrazione sarà seguita in radiocronaca diretta dalla nostra emittente, per la zona di Roma, con commento in lingua italiana. Domani sera, alla Grotte Vaticane, si terrà invece una Veglia di preghiera dei giovani, presieduta dal cardinale vicario Camillo Ruini. Anche questo evento sarà seguito in radiocronaca diretta in lingua italiana, a partire dalle ore 20.50. Sono passati dunque tre anni dalla morte dell’indimenticabile Papa polacco, che è tornato alla Casa del Padre proprio mentre la Chiesa già celebrava la Solennità della Divina Misericordia, istituita proprio da Giovanni Paolo II. Un culto, quello di cui fu apostola suor Faustina Kowalska, che ha contrassegnato tutto il Pontificato di Karol Wojtyla. Il servizio di Alessandro Gisotti:



Come Karol Wojtyla, il culto della Divina Misericordia nasce nel cuore della Polonia. Per Apostola ha un piccola religiosa polacca, suor Faustina Kowalska a cui, nel 1931, all’età di 26 anni, Gesù appare in visione, risorto e benedicente. A Faustina chiede di far dipingere la Sua immagine, con due raggi che si irradiano dal Suo cuore, accompagnata dalla frase “Gesù confido in te!”. Un simbolo che accompagna la vita di Karol Wojtyla e che, 70 anni dopo, diverrà proprio grazie al primo Papa figlio della Polonia, culto della Chiesa universale:


“Questo messaggio consolante si rivolge soprattutto a chi, afflitto da una prova particolarmente dura o schiacciato dal peso dei peccati commessi, ha smarrito ogni fiducia nella vita ed è tentato di cedere alla disperazione. A lui si presenta il volto dolce di Cristo, su di lui arrivano quei raggi che partono dal suo cuore e illuminano, riscaldano, indicano il cammino e infondono speranza”.


Già 20 anni prima del Giubileo del Duemila, Giovanni Paolo II dedica a questo Mistero l’Enciclica “Dives in Misericordia”. Il Papa ci insegna che l’uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma è anche chiamato ad usare misericordia verso gli altri. Misericordia e perdono, dunque, sono un binomio inscindibile. Il 30 aprile del Duemila, poi, canonizza Suor Faustina, a lui tanto cara, e istituisce, nella seconda domenica di Pasqua, la “Domenica della Divina Misericordia”:


“E tu, Faustina, dono di Dio al nostro tempo, dono della terra di Polonia a tutta la Chiesa, ottienici di percepire la profondità della Divina Misericordia, aiutaci a farne esperienza viva e a testimoniarla ai fratelli. Il tuo messaggio di luce e di speranza si diffonda in tutto il mondo, spinga alla conversione i peccatori, sopisca le rivalità e gli odi, apra gli uomini e le nazioni alla pratica della fraternità.


Anche l’ultimo messaggio di Giovanni Paolo II, letto in Piazza San Pietro dopo la sua morte, è un affidamento del mondo intero alla Divina Misericordia. Risuonano ancora oggi le parole di Karol Wojtyla, che ci incoraggia a non aver paura, a confidare in Gesù, nella sua Misericordia:


Noi oggi, fissando lo sguardo con te sul volto di Cristo risorto, facciamo nostra la tua preghiera di fiducioso abbandono e diciamo con ferma speranza: Gesù, confido in Te!”.




www.radiovaticana.org
+PetaloNero+
Wednesday, April 02, 2008 2:51 PM
RINUNCE E NOMINE





RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MOBILE (U.S.A.) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Mobile (U.S.A.), presentata da S.E. Mons. Oscar Hugh Lipscomb, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di Mobile (U.S.A.) S.E. Mons. Thomas John Rodi, finora Vescovo di Biloxi.

S.E. Mons. Thomas John Rodi

S.E. Mons. Thomas John Rodi è nato a New Orleans (Louisiana) il 27 marzo 1949. Dopo gli studi elementari e secondari in scuole cattoliche a New Orleans, ha frequentato la Georgetown University a Washington (1967-1971) e poi la Tulana University a New Orleans (1971-1974), ottenendovi la laurea in diritto civile. È entrato nel 1974 nel Seminario di Notre Dame dell’arcidiocesi di New Orleans per lo studio della teologia. Successivamente, ha ottenuto la licenza in diritto canonico all’Università Cattolica di Washington (1986).

È stato ordinato sacerdote per l’arcidiocesi di New Orleans il 20 maggio 1978. Ha poi ricoperto i seguenti incarichi: Vice Parroco delle parrocchie Saint Ann, Saint Laurence and Saint Christopher a Metairie, Saint Agnes a Jefferson e Saint Matthew a River Ridge. Dal 1989 al 1992 è stato Vicario per la pastorale nella curia diocesana e, dal 1992 al 1995, Cancelliere Arcidiocesano. È stato Parroco della Saint Rita Parish a New Orleans dal 1995 al 1996, quando è stato nominato Vicario Generale e Moderatore della Curia. È stato inoltre Difensore del Vincolo e Giudice Prosinodale del Tribunale Metropolitano, Direttore per l’Educazione religiosa, membro del Collegio dei Consultori e del Consiglio Presbiterale.

Nominato Vescovo della diocesi di Biloxi il 15 maggio 2001, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 2 luglio successivo.




ELEVAZIONE DELLA PRELATURA TERRITORIALE DI HUARÍ (PERÚ) AL RANGO DI DIOCESI E NOMINA DEL PRIMO VESCOVO

Il Santo Padre ha elevato al rango di diocesi la Prelatura territoriale di Huarí (Perú), con la medesima denominazione e configurazione geografica, rendendola suffraganea della Chiesa metropolitana di Trujillo.

Il Papa ha nominato primo Vescovo di Huarí (Perú) S.E. Mons. Ivo Baldi Gaburri, finora Vescovo Prelato di Huarí.

S.E. Mons. Ivo Baldi Gaburri

S.E. Mons. Ivo Baldi Gaburri è nato il 27 marzo 1947 a Città di Castello, in provincia di Perugia (Italia). Ha compiuto gli studi filosofici e teologici nel Seminario Regionale di Assisi.

È stato ordinato sacerdote il 9 ottobre 1971. Subito dopo è stato nominato vice-parroco della Cattedrale di Città di Castello, con l’incarico di occuparsi in pari tempo dei gruppi giovanili dell’Operazione "Mato Grosso".

Con l’autorizzazione del suo Ordinario, si è recato in Perú nel 1975, destinato alla Prelatura di Huarí, nei gruppi dell’Operazione "Mato Grosso". È stato parroco di Psicobamba e di San Marcos e, poi, Rettore del Seminario di Pumallucay della Prelatura di Huarí, affidato anch’esso alla direzione dell’Operazione "Mato Grosso". È stato quindi Vicario Generale della stessa Prelatura.

Il 14 dicembre 1999 è stato nominato Vescovo di Huaraz ed ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 6 gennaio 2000.

Il 4 febbraio 2004 è stato trasferito alla Prelatura territoriale di Huarí.

Dati statistici

La diocesi di Huarí ha una superficie di 23.000 km2 e una popolazione di 319.700 abitanti, di cui 306.000 sono cattolici. Le parrocchie sono 20; vi sono 37 sacerdoti diocesani e 6 sacerdoti religiosi. I seminaristi maggiori sono 44 e le religiose 36. Gli Istituti educativi sono 22 e quelli di beneficenza 15. È suffraganea dell’arcidiocesi di Trujillo.
+PetaloNero+
Wednesday, April 02, 2008 2:53 PM
CAPPELLA PAPALE NEL TERZO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II

Questa mattina, alle ore 10.30, il Santo Padre Benedetto XVI presiede, sul sagrato della Basilica Vaticana, la celebrazione della Santa Messa con i Cardinali nel III anniversario della morte del Servo di Dio il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Celebrazione Eucaristica:



OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

La data del 2 aprile è rimasta impressa nella memoria della Chiesa come il giorno della partenza da questo mondo del servo di Dio Papa Giovanni Paolo II. Riviviamo con emozione le ore di quel sabato sera, quando la notizia della morte fu accolta da una grande folla in preghiera che gremiva Piazza San Pietro. Per diversi giorni la Basilica Vaticana e questa Piazza sono state davvero il cuore del mondo. Un fiume ininterrotto di pellegrini rese omaggio alla salma del venerato Pontefice e i suoi funerali segnarono un’ulteriore testimonianza della stima e dell’affetto, che egli aveva conquistato nell’animo di tantissimi credenti e di persone d’ogni parte della terra. Come tre anni fa, anche oggi non è passato molto tempo dalla Pasqua. Il cuore della Chiesa è ancora profondamente immerso nel mistero della Risurrezione del Signore. In verità, possiamo leggere tutta la vita del mio amato Predecessore, in particolare il suo ministero petrino, nel segno del Cristo Risorto. Egli nutriva una fede straordinaria in Lui, e con Lui intratteneva una conversazione intima, singolare e ininterrotta. Tra le tante qualità umane e soprannaturali, aveva infatti anche quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica. Bastava osservarlo quando pregava: si immergeva letteralmente in Dio e sembrava che tutto il resto in quei momenti gli fosse estraneo. Le celebrazioni liturgiche lo vedevano attento al mistero-in-atto, con una spiccata capacità di cogliere l’eloquenza della Parola di Dio nel divenire della storia, al livello profondo del disegno di Dio. La Santa Messa, come spesso ha ripetuto, era per lui il centro di ogni giornata e dell’intera esistenza. La realtà "viva e santa" dell’Eucaristia gli dava l’energia spirituale per guidare il Popolo di Dio nel cammino della storia.

Giovanni Paolo II si è spento alla vigilia della seconda Domenica di Pasqua; al compiersi del "giorno che ha fatto il Signore". La sua agonia si è svolta tutta entro questo "giorno", in questo spazio-tempo nuovo che è l’"ottavo giorno", voluto dalla Santissima Trinità mediante l’opera del Verbo incarnato, morto e risorto. In questa dimensione spirituale il Papa Giovanni Paolo II più volte ha dato prova di trovarsi in qualche modo immerso già prima, durante la sua vita, e specialmente nell’adempimento della missione di Sommo Pontefice. Il suo pontificato, nel suo insieme e in tanti momenti specifici, ci appare infatti come un segno e una testimonianza della Risurrezione di Cristo. Il dinamismo pasquale, che ha reso l’esistenza di Giovanni Paolo II una risposta totale alla chiamata del Signore, non poteva esprimersi senza partecipazione alle sofferenze e alla morte del divino Maestro e Redentore. "Certa è questa parola – afferma l’apostolo Paolo – se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo" (2 Tm 2,11-12). Fin da bambino, Karol Wojtyła aveva sperimentato la verità di queste parole, incontrando sul suo cammino la croce, nella sua famiglia e nel suo popolo. Egli decise ben presto di portarla insieme con Gesù, seguendo le sue orme. Volle essere suo fedele servitore fino ad accogliere la chiamata al sacerdozio come dono ed impegno di tutta la vita. Con Lui visse e con Lui volle anche morire. E tutto ciò attraverso la singolare mediazione di Maria Santissima, Madre della Chiesa, Madre del Redentore intimamente e fattivamente associata al suo mistero salvifico di morte e risurrezione.

Ci guidano in questa riflessione rievocativa le Letture bibliche appena proclamate: "Non abbiate paura, voi!" (Mt 28,5). Le parole dell’angelo della risurrezione, rivolte alle donne presso il sepolcro vuoto, che ora abbiamo ascoltato, sono diventate una specie di motto sulle labbra del Papa Giovanni Paolo II, fin dal solenne inizio del suo ministero petrino. Le ha ripetute più volte alla Chiesa e all’umanità in cammino verso il 2000, e poi attraverso quello storico traguardo e ancora oltre, all’alba del terzo millennio. Le ha pronunciate sempre con inflessibile fermezza, dapprima brandendo il bastone pastorale culminante nella Croce e poi, quando le energie fisiche andavano scemando, quasi aggrappandosi ad esso, fino a quell’ultimo Venerdì Santo, in cui partecipò alla Via Crucis dalla Cappella privata stringendo tra le braccia la Croce. Non possiamo dimenticare quella sua ultima e silenziosa testimonianza di amore a Gesù. Anche quella eloquente scena di umana sofferenza e di fede, in quell’ultimo Venerdì Santo, indicava ai credenti e al mondo il segreto di tutta la vita cristiana. Il suo "Non abbiate paura" non era fondato sulle forze umane, né sui successi ottenuti, ma solamente sulla Parola di Dio, sulla Croce e sulla Risurrezione di Cristo. Via via che egli veniva spogliato di tutto, da ultimo anche della stessa parola, questo affidamento a Cristo è apparso con crescente evidenza. Come accadde a Gesù, pure per Giovanni Paolo II alla fine le parole hanno lasciato il posto all’estremo sacrificio, al dono di sé. E la morte è stata il sigillo di un’esistenza tutta donata a Cristo, a Lui conformata anche fisicamente nei tratti della sofferenza e dell’abbandono fiducioso nella braccia del Padre celeste. "Lasciate che vada al Padre", queste – testimonia chi gli fu vicino – furono le sue ultime parole, a compimento di una vita totalmente protesa a conoscere e contemplare il volto del Signore.

Venerati e cari fratelli, vi ringrazio tutti per esservi uniti a me in questa santa Messa di suffragio per l’amato Giovanni Paolo II. Un pensiero particolare rivolgo ai partecipanti al primo Congresso mondiale sulla Divina Misericordia, che inizia proprio oggi, e che intende approfondire il suo ricco magistero su questo tema. La misericordia di Dio – lo disse egli stesso – è una chiave di lettura privilegiata del suo pontificato. Egli voleva che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio raggiungesse tutti gli uomini ed esortava i fedeli ad esserne testimoni (cfr Omelia a Cracovia-Łagiewniki, 18.8.2002). Per questo volle elevare all’onore degli altari suor Faustina Kowalska, umile Suora divenuta per un misterioso disegno divino messaggera profetica della Divina Misericordia. Il servo di Dio Giovanni Paolo II aveva conosciuto e vissuto personalmente le immani tragedie del XX secolo, e per molto tempo si domandò che cosa potesse arginare la marea del male. La risposta non poteva trovarsi che nell’amore di Dio. Solo la Divina Misericordia è infatti in grado di porre un limite al male; solo l’amore onnipotente di Dio può sconfiggere la prepotenza dei malvagi e il potere distruttivo dell’egoismo e dell’odio. Per questo, durante l’ultima visita in Polonia, tornando nella sua terra natale ebbe a dire: "Non c’è altra fonte di speranza per l’uomo che la misericordia di Dio" (ibid.).

Rendiamo grazie al Signore per aver donato alla Chiesa questo suo fedele e coraggioso servitore. Lodiamo e benediciamo la Beata Vergine Maria per avere vegliato incessantemente sulla sua persona e sul suo ministero, a beneficio del Popolo cristiano e dell’intera umanità. E mentre offriamo per la sua anima eletta il Sacrificio redentore, lo preghiamo di continuare a intercedere dal Cielo per ciascuno di noi, per me in modo speciale, che la Provvidenza ha chiamato a raccogliere la sua inestimabile eredità spirituale. Possa la Chiesa, seguendone gli insegnamenti e gli esempi, proseguire fedelmente e senza compromessi la sua missione evangelizzatrice, diffondendo senza stancarsi l’amore misericordioso di Cristo, sorgente di vera pace per il mondo intero.






SALUTI DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA SANTA MESSA DI SUFFRAGIO PER IL PAPA GIOVANNI PAOLO II

Pubblichiamo di seguito i saluti che il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto ai fedeli presenti in Piazza San Pietro al termine della Santa Messa nel III anniversario della morte del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II:


SALUTI DEL SANTO PADRE

Prima di concludere la celebrazione, desidero rivolgere a tutti voi, cari fratelli e sorelle, venuti da diversi Paesi, il mio saluto cordiale.

Je vous salue chaleureusement, vous les pèlerins francophones, venus participer à la Messe à l’occasion du troisième anniversaire de la mort de Jean-Paul II. Mes salutations vont tout particulièrement à ceux qui sont aussi rassemblés pour le Congrès de la Miséricorde. Puissiez-vous tous, à la suite du serviteur de Dieu Jean-Paul II, vous attacher à aimer intimement le Christ, pour le suivre et devenir d’authentiques témoins de la Bonne Nouvelle et de la tendresse de Dieu.

I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present at this celebration of the Eucharist. We have remembered with love my venerated predecessor, Pope John Paul II. May his example of joy and courage in his service to the Church inspire us to embrace with hope and generosity the task of being faithful Christians in our daily lives. May God bless you all!

Sehr herzlich grüße ich alle Brüder und Schwestern aus dem deutschen Sprachraum. Einen besonderen Gruß richte ich an die Teilnehmer des ersten Weltkongresses über die Göttliche Barmherzigkeit, der mit der heutigen Gedenkmesse am dritten Todestag des Dieners Gottes Johannes Pauls II. begonnen hat. Die Göttliche Barmherzigkeit ist in gewisser Weise ein Schlüssel zum Pontifikat meines verehrten Vorgängers. So möge diese Tagung dazu beitragen, seine reiche Verkündigung zu diesem Thema weiter bekannt zu machen. Gerne begleite ich euch alle mit meinem Segen.

Saludo con afecto a los fieles de lengua española aquí presentes, y les invito a seguir el ejemplo de fidelidad y amor a Cristo y a la Iglesia, que nos dejó como preciosa herencia el recordado Papa Juan Pablo II. Que Dios os bendiga.

Gorące pozdrowienie kieruję do Polaków. Wraz z wami dziękuję Bogu za życie i dzieło waszego wielkiego Rodaka Sługi Bożego Jana Pawła II. Wciąż brzmi w naszych sercach jego zachęta: „Nie lękajcie się, otwórzcie drzwi Chrystusowi". Niech te słowa i przykład jego oddania będą dla wszystkich źródłem odwagi na drogach wiary i miłości. Jego opiece zawierzam was, tu obecnych, wasze rodziny i cały Kościół w Polsce. Niech wam Bóg błogosławi.

[Un caloroso saluto rivolgo ai Polacchi. Insieme a voi ringrazio Dio per la vita e per l’opera del vostro grande Connazionale il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Ancora risuona nei nostri cuori il suo invito: "Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo". Queste parole e l’esempio della sua dedizione siano per tutti fonte di coraggio nel cammino di fede e di amore. Alla sua protezione affido voi, le vostre famiglie e tutta la Chiesa in Polonia. Dio vi benedica.]

Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, tra i quali mi piace menzionare il gruppo della Postulazione della causa di beatificazione del servo di Dio Giovanni Paolo II.

Su tutti i presenti, e su quanti sono collegati mediante la radio e la televisione, invoco la celeste protezione di Maria Santissima, Madre della Chiesa.











Benedetto XVI alla Messa in suffragio di Giovanni Paolo II: fu un'anima eletta che annunciò la gioia e la misericordia del Risorto, stringendo tra le braccia la Croce. In Piazza San Pietro 40 mila persone da tutto il mondo



Un Pontificato che ha testimoniato nel mondo la misericordia di Cristo Risorto, vissuto da un Papa che ha saputo essere fedele al Cristo Crocifisso. Tra gli estremi di questo mistero, Benedetto XVI ha collocato la storia e il ministero di Giovanni Paolo II, in suffragio del quale - a tre anni dalla scomparsa - ha presieduto questa mattina una Messa in Piazza San Pietro. Quarantamila i fedeli giunti da molte parti del mondo per riflettere una volta ancora - attraverso le parole dell’amico e successore al Soglio Petrino - sulla testimonianza lasciata alla Chiesa da Papa Wojtyla. La cronaca della celebrazione nel servizio di Alessandro De Carolis:


(canto)


La croce impugnata con piglio deciso dall’uomo infaticabile nel corpo e nello spirito, che la porterà ai quattro punti cardinali della terra. La croce come ultimo appiglio dell’uomo indebolito nel corpo ma non nello spirito, che sta per tornare alla casa del Padre. E’ la commovente dissolvenza che Benedetto XVI offre per ricordo e per riflessione alle migliaia di fedeli giunti a San Pietro, convocati dall’affetto mai sbiadito verso il Servo di Dio, Giovanni Paolo II. Benedetto XVI incrocia con bella intuizione due immagini, che per singolare e simbolica somiglianza raccontano da sole l’inizio e la fine di uno straordinario Pontificato: il giovane Papa Wojtyla che dopo la Messa di inizio Pontificato alza d’impulso verso la folla la croce del pastorale - quasi a ribadire con un gesto le parole di poco prima: “Spalancate le porte a Cristo” - e l’anziano Papa Wojtyla che quasi si aggrappa alla croce nell’ultimo Venerdì Santo della sua vita, seduto nella cappella privata ad ascoltare le meditazioni della Via Crucis al Colosseo scritte, per un altro imperscrutabile intreccio, da colui che meno di un mese dopo gli succederà a capo della Chiesa universale.


(canto)


Croce e Risurrezione: per Benedetto XVI, le chiavi di lettura per capire cosa sia stato per tanta parte di umanità Giovanni Paolo II:


“In verità, possiamo leggere tutta la vita del mio amato Predecessore, in particolare il suo ministero petrino, nel segno del Cristo Risorto. Egli nutriva una fede straordinaria in Lui, e con Lui intratteneva una conversazione intima, singolare e ininterrotta. Tra le tante qualità umane e soprannaturali, aveva infatti anche quella di un’eccezionale sensibilità spirituale e mistica. Bastava osservarlo quando pregava: si immergeva letteralmente in Dio e sembrava che tutto il resto in quei momenti gli fosse estraneo”.


Ma la quercia solida di queste qualità, che resero ben presto ammirato ed amato il Papa venuto da un Paese lontano, affondava le radici in sofferenze che a Giovanni Paolo II non furono risparmiate, prima e dopo la sua chiamata a Servo dei Servi di Dio. “Fin da bambino”, ha osservato Benedetto XVI, Karol Wojtyła incontrò sul suo cammino, nella sua famiglia e nel suo popolo, la croce:


“Egli decise ben presto di portarla insieme con Gesù, seguendo le sue orme. Volle essere suo fedele servitore fino ad accogliere la chiamata al sacerdozio come dono ed impegno di tutta la vita. Con Lui visse e con Lui volle anche morire. E tutto ciò attraverso la singolare mediazione di Maria Santissima, Madre della Chiesa, Madre del Redentore intimamente e fattivamente associata al suo mistero salvifico di morte e risurrezione”.


Oggi come tre anni fa, ha proseguito Benedetto XVI, la Chiesa era immersa nel clima spirituale della Pasqua e la lettura della Messa di suffragio ha riproposto le parole dell’angelo della Risurrezione che Giovanni Paolo II trasformò in un programma apostolico: “Non abbiate paura!”:


“Le ha pronunciate sempre con inflessibile fermezza, dapprima brandendo il bastone pastorale culminante nella Croce e poi, quando le energie fisiche andavano scemando, quasi aggrappandosi ad esso, fino a quell’ultimo Venerdì Santo, in cui partecipò alla Via Crucis dalla Cappella privata stringendo tra le braccia la Croce. Non possiamo dimenticare quella sua ultima e silenziosa testimonianza di amore a Gesù. Anche quella eloquente scena di umana sofferenza e di fede, in quell’ultimo Venerdì Santo, indicava ai credenti e al mondo il segreto di tutta la vita cristiana”.


Quel “Non abbiate paura”, ha sottolineato Benedetto XVI parlando , “non era fondato sulle forze umane, né sui successi ottenuti, ma solamente sulla Parola di Dio, sulla Croce e sulla Risurrezione di Cristo”. E via via che quel Papa forte e coraggioso “veniva spogliato di tutto, da ultimo anche della stessa parola, questo affidamento a Cristo è apparso con crescente evidenza”. Ma, allora e oggi, restano in eredità pietre miliari del magistero di Giovanni Paolo II, che in molti sperano sia presto portato agli onori di quegli altari al pari di quei moltissimi da lui elevati alla medesima dignità. Come Santa Faustina Kowalska, canonizzata nel 2000 perché apostola nel mondo del mistero della Misericordia di Dio. E questo mistero è un’altra “chiave di lettura privilegiata” del magistero di Papa Wojtyla:


“Il servo di Dio Giovanni Paolo II aveva conosciuto e vissuto personalmente le immani tragedie del XX secolo, e per molto tempo si domandò che cosa potesse arginare la marea del male. La risposta non poteva trovarsi che nell’amore di Dio. Solo la Divina Misericordia è infatti in grado di porre un limite al male; solo l’amore onnipotente di Dio può sconfiggere la prepotenza dei malvagi e il potere distruttivo dell’egoismo e dell’odio”.


Benedetto XVI ha affidato in particolare quest'ultimo pensiero ai circa settemila partecipanti al primo Congresso della Divina Misericordia, inaugurato dalla Messa e in programma fino a domenica prossima. Poi la conclusione dell’omelia, un affettuoso atto di riconoscenza a quella che il Papa chiama "anima eletta":


“Possa la Chiesa, seguendone gli insegnamenti e gli esempi, proseguire fedelmente e senza compromessi la sua missione evangelizzatrice, diffondendo senza stancarsi l’amore misericordioso di Cristo, sorgente di vera pace per il mondo intero”. (applausi)

E al termine della Messa, salutando i presenti in sei lingue, Benedetto XVI ha affidato ciascuno insieme con le sua famiglia alla protezione di Giovanni Paolo II, indicando nell’"esempio della sua dedizione" - ha detto in lingua polacca - una "fonte di coraggio" per tutti "nel cammino di fede e di amore".


(canto)






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