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+PetaloNero+
Thursday, February 07, 2008 2:54 PM
STATIO E PROCESSIONE PENITENZIALE
DALLA BASILICA DI SANT'ANSELMO
ALLA BASILICA DI SANTA SABINA ALL’AVENTINO


SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI


Basilica di Santa Sabina
Mercoledì delle Ceneri, 6 febbraio 2008




Cari fratelli e sorelle!

Se l’Avvento è per eccellenza il tempo che ci invita a sperare nel Dio-che-viene, la Quaresima ci rinnova nella speranza in Colui-che-ci-ha-fatti-passare-dalla-morte-alla-vita. Entrambi sono tempi di purificazione – lo dice anche il colore liturgico che hanno in comune – ma in modo speciale la Quaresima, tutta orientata al mistero della Redenzione, è definita “cammino di vera conversione” (Orazione colletta). All’inizio di quest’itinerario penitenziale, vorrei soffermarmi brevemente a riflettere sulla preghiera e sulla sofferenza quali aspetti qualificanti del tempo liturgico quaresimale, mentre alla pratica dell’elemosina ho dedicato il Messaggio per la Quaresima, pubblicato la scorsa settimana. Nell’Enciclica Spe salvi, ho indicato la preghiera e il soffrire, insieme all’agire e al giudizio, come “luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza”. Potremmo quindi affermare che il periodo quaresimale, proprio perché invita alla preghiera, alla penitenza e al digiuno, costituisce una occasione provvidenziale per rendere più viva e salda la nostra speranza.

La preghiera alimenta la speranza, perché nulla più del pregare con fede esprime la realtà di Dio nella nostra vita. Anche nella solitudine della prova più dura, niente e nessuno possono impedirmi di rivolgermi al Padre, “nel segreto” del mio cuore, dove Lui solo “vede”, come dice Gesù nel Vangelo (cfr Mt 6,4.6.18). Vengono in mente due momenti dell’esistenza terrena di Gesù che si collocano uno all’inizio e l’altro quasi al termine della sua vita pubblica: i quaranta giorni nel deserto, sui quali è ricalcato il tempo quaresimale, e l’agonia nel Getsemani – entrambi sono essenzialmente momenti di preghiera. Preghiera con il Padre solitaria a tu per tu nel deserto, preghiera colma di “angoscia mortale” nell’Orto degli Ulivi. Ma sia nell’una che nell’altra circostanza, è pregando che Cristo smaschera gli inganni del tentatore e lo sconfigge. La preghiera si dimostra così la prima e principale “arma” per “affrontare vittoriosamente il combattimento contro lo spirito del male” (Orazione colletta).

La preghiera di Cristo raggiunge il suo culmine sulla croce, esprimendosi in quelle ultime parole che gli evangelisti hanno raccolto. Laddove sembra lanciare un grido di disperazione: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34; cfr Sal 21,1), in realtà Cristo fa sua l’invocazione di chi, assediato senza scampo dai nemici, non ha altri che Dio a cui votarsi e, al di là di ogni umana possibilità, ne sperimenta la grazia e la salvezza. Non vi è dunque contraddizione tra il lamento: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, e le parole piene di fiducia filiale: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46; cfr Sal 30,6). Anche queste sono prese da un Salmo, il 30, implorazione drammatica di una persona che, abbandonata da tutti, si affida sicura a Dio. La preghiera di supplica colma di speranza è, pertanto, il leit motiv della Quaresima, e ci fa sperimentare Dio quale unica àncora di salvezza. Pur quando è collettiva, la preghiera del popolo di Dio è voce di un cuore solo e di un’anima sola, è dialogo “a tu per tu”, come la commovente implorazione della regina Ester quando il suo popolo sta per essere sterminato: “Mio Signore, nostro re, tu sei l’unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso se non te, perché un grande pericolo mi sovrasta” (Est 4,17l). Di fronte a un “grande pericolo” ci vuole una più grande speranza, e questa è solo la speranza che può contare su Dio.

La preghiera è un crogiuolo in cui le nostre attese e aspirazioni vengono esposte alla luce della Parola di Dio, vengono immerse nel dialogo con Colui che è la verità, ed escono liberate da menzogne nascoste e compromessi con diverse forme di egoismo (cfr Spe salvi, 33). Senza la dimensione della preghiera, l’io umano finisce per chiudersi in se stesso, e la coscienza, che dovrebbe essere eco della voce di Dio, rischia di ridursi a specchio dell’io, così che il colloquio interiore diventa un monologo dando adito a mille autogiustificazioni. La preghiera, perciò, è garanzia di apertura agli altri: chi si fa libero per Dio e le sue esigenze, si apre contemporaneamente all’altro, al fratello che bussa alla porta del suo cuore e chiede ascolto, attenzione, perdono, talvolta correzione ma sempre nella carità fraterna. La vera preghiera non è mai egocentrica, ma sempre centrata sull’altro. Come tale essa esercita l’orante all’“estasi” della carità, alla capacità di uscire da sé per farsi prossimo all’altro nel servizio umile e disinteressato. La vera preghiera è il motore del mondo, perché lo tiene aperto a Dio. Per questo senza preghiera non c’è speranza, ma solo illusione. Non è infatti la presenza di Dio ad alienare l’uomo, ma la sua assenza: senza il vero Dio, Padre del Signore Gesù Cristo, le speranze diventano illusioni che inducono ad evadere dalla realtà. Parlare con Dio, rimanere alla sua presenza, lasciarsi illuminare e purificare dalla sua Parola, ci introduce invece nel cuore della realtà, nell’intimo Motore del divenire cosmico, ci introduce per così dire nel cuore pulsante dell’universo.

In armonica connessione con la preghiera, anche il digiuno e l’elemosina possono essere considerati luoghi di apprendimento ed esercizio della speranza cristiana. I Padri e gli scrittori antichi amano sottolineare che queste tre dimensioni della vita evangelica sono inseparabili, si fecondano reciprocamente e portano tanto maggior frutto quanto più si corroborano a vicenda. Grazie all’azione congiunta della preghiera, del digiuno e dell’elemosina, la Quaresima nel suo insieme forma i cristiani ad essere uomini e donne di speranza, sull’esempio dei santi.

Vorrei ora soffermarmi anche sulla sofferenza poiché, come ho scritto nell’Enciclica Spe salvi “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società” (Spe salvi, 38). La Pasqua, verso cui la Quaresima è protesa, è il mistero che dà senso alla sofferenza umana, a partire dalla sovrabbondanza della com-passione di Dio, realizzata in Gesù Cristo. Il cammino quaresimale, pertanto, essendo tutto irradiato dalla luce pasquale, ci fa rivivere quanto avvenne nel cuore divino-umano di Cristo mentre saliva a Gerusalemme per l’ultima volta, per offrire se stesso in espiazione (cfr Is 53,10). La sofferenza e la morte sono calate come tenebre via via che Egli si avvicinava alla croce, ma viva si è fatta anche la fiamma dell’amore. La sofferenza di Cristo è in effetti tutta permeata dalla luce dell’amore (cfr Spe salvi, 38): l’amore del Padre che permette al Figlio di andare incontro con fiducia al suo ultimo “battesimo”, come Lui stesso definisce il culmine della sua missione (cfr Lc 12,50). Quel battesimo di dolore e d’amore, Gesù lo ha ricevuto per noi, per tutta l’umanità. Ha sofferto per la verità e la giustizia, portando nella storia degli uomini il vangelo della sofferenza, che è l’altra faccia del vangelo dell’amore. Dio non può patire, ma può e vuole com-patire. Dalla passione di Cristo può entrare in ogni sofferenza umana la con-solatio, “la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza” (Spe salvi, 39).

Come per la preghiera, così per la sofferenza la storia della Chiesa è ricchissima di testimoni che si sono spesi per gli altri senza risparmio, a costo di duri patimenti. Più è grande la speranza che ci anima, tanto maggiore è anche in noi la capacità di soffrire per amore della verità e del bene, offrendo con gioia le piccole e grandi fatiche di ogni giorno e inserendole nel grande com-patire di Cristo (cfr ivi, 40). Ci aiuti in questo cammino di perfezione evangelica Maria, che, insieme con quello del Figlio, ebbe il suo Cuore immacolato trafitto dalla spada del dolore. Proprio in questi giorni, ricordando il 150° anniversario delle apparizioni della Vergine a Lourdes, siamo condotti a meditare sul mistero della condivisione di Maria con i dolori dell’umanità; al tempo stesso siamo incoraggiati ad attingere consolazione dal “tesoro di compassione” (ibid.) della Chiesa, a cui Ella ha contribuito più di ogni altra creatura. Iniziamo pertanto la Quaresima in spirituale unione con Maria, che “ha avanzato nel cammino della fede” dietro il suo Figlio (cfr Lumen gentium, 58) e sempre precede i discepoli nell’itinerario verso la luce pasquale. Amen!

+PetaloNero+
Thursday, February 07, 2008 2:55 PM
Giovani, evangelizzazione, sfida educativa al centro dell'incontro di Benedetto XVI con il clero della diocesi di Roma



“Aiutarci reciprocamente”: è questo, nelle parole di Benedetto XVI, lo spirito che ha animato l’incontro di stamani con i parroci e il clero della diocesi di Roma, all’Aula delle Benedizioni in Vaticano. Come già nei tre appuntamenti degli anni scorsi, il Papa ha risposto a braccio alle domande dei sacerdoti, che hanno parlato al loro vescovo con affetto e sincerità. Tra i temi più ricorrenti, nelle domande di 10 sacerdoti, i giovani, l’evangelizzazione e la sfida educativa. L’indirizzo d’omaggio al Papa, per questo ormai tradizionale appuntamento, è stato rivolto dal cardinale vicario Camillo Ruini che ha messo l’accento sulle tante ricchezze umane e spirituali presenti nella diocesi di Roma. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Giovani in primo piano nell’incontro del Papa con i sacerdoti della sua diocesi. Oggi, ha costatato il Santo Padre, rispondendo ad una domanda, è difficile per un ragazzo vivere da cristiano, visti gli stili dominanti di vita. E’ allora fondamentale che i sacerdoti sappiano testimoniare che noi possiamo davvero conoscere Dio, che possiamo essergli amici e camminare assieme a Lui. Benedetto XVI ha indicato l’importanza della presenza di Dio nell’educazione. Non basta mai, ha avvertito riprendendo la sua Lettera alla diocesi di Roma, una formazione professionale senza una formazione del cuore, senza la presenza di Dio. D’altro canto, ha proseguito, è anche un aspetto della formazione culturale conoscere il Vangelo. Il Papa si è quindi soffermato sul periodo quaresimale. In un tempo così inflazionato da immagini e parole, è stato il suo invito, abbiamo bisogno di fare spazio alla Parola di Dio, non basta dunque solo un digiuno del corpo:


“Mi sembra che il tempo della Quaresima potrebbe anche essere un tempo di digiuno delle parole e delle immagini, perché abbiamo bisogno di un po’ di silenzio. Abbiamo bisogno di uno spazio senza il bombardamento permanente delle immagini (…) di crearci spazi di silenzio e anche senza immagini, per riaprire il nostro cuore all’immagine vera e alla Parola vera”.

Rispondendo poi ad un sacerdote indiano, che si trova a Roma da alcuni anni, il Papa ha affrontato il tema dell’evangelizzazione, riprendendo la Nota sul tema approvata recentemente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Dialogo, ha ribadito, vuol dire rispetto dell’altro. Ma questa dimensione del dialogo, così necessario, ha precisato, non esclude l’annuncio del Vangelo, dono della Verità che non possiamo avere solo per noi stessi, ma dobbiamo offrire anche agli altri. Missione non è imposizione, ma è offrire il dono di Dio lasciando che la sua bontà ci illumini, altrimenti trascureremmo un dovere. Saremmo infedeli anche noi se non proponessimo la nostra fede, pur rispettando la libertà dell’altro. Per noi, dicono molti non cristiani, ha aggiunto, la presenza del Cristianesimo ci aiuta anche se non ci convertiamo. Per Gandhi, per esempio, ha ricordato il Papa, il Sermone della Montagna era un punto di riferimento che ha formato tutta la sua vita. Il lavoro missionario è fondamentale. Dialogo e missione non si escludono, ha aggiunto, ma anzi si richiamano l’un l’altro. Dieci le domande, come detto, alcune particolarmente impegnative. Ad una di queste, il Papa ha risposto, iniziando con una simpatica battuta. “Grazie per questo intervento. Naturalmente, lei sa bene, che le domande sono così grandi che avremmo bisogno di almeno un semestre di teologia per rispondere… (risate e applausi)”.

Il Pontefice si è poi soffermato sull’importanza dei Novissimi, riconoscendo che forse oggi nella Chiesa si parla troppo poco del peccato, come anche del Paradiso e dell’Inferno. Anche per questo, ha detto il Papa, “ho voluto parlare del Giudizio Universale nell’Enciclica Spe Salvi”. Chi non conosce il Giudizio ultimo, ha avvertito, non conosce la possibilità del fallimento e la necessità della redenzione. Chi non lavora per il Paradiso, ha detto ancora, non lavora neanche per il bene degli uomini sulla Terra. Nazismo e comunismo, ha affermato, che volevano cambiare solo il mondo, lo hanno distrutto. Il Papa ha quindi messo l’accento sul ruolo sempre più significativo dei diaconi, oltre cento a Roma, rammentando che dobbiamo ringraziare i padri del Concilio Vaticano II se è stato ripristinato nel suo valore. Un ministero, ha sottolineato, che rappresenta un collegamento tra il mondo laico e il ministero sacerdotale.



www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000206.flv&vaiserver=A&vai=ctv_frame00206.jpg&var1=07/02/2008&var2=Vatican%20City&var3=La%20sfida%20educativa%20tra%20i%20temi%20dell%20incontro%20del%20Papa%20con%20i%20parroci%20romani&settimana=6&anno_perlinknav=2008&dal=03/02&...







+PetaloNero+
Thursday, February 07, 2008 4:40 PM
PAPA/ GRANDI ADUNATE GIOVANILI POSSONO FAR PERDERE SPIRITUALITA'
Davanti a parroci romani parla di Gmg, Ghandi e dialogo religioni


Città del Vaticano, 7 feb. (Apcom) - Il Papa parla di Gandhi e di dialogo interreligioso, a Roma come in terra di missione. Di "emergenza educativa" nella capitale e in Italia. Ma anche della preponderanza negativa dei mass media nella società degli interrogativi sollevati dalle grandi adunate religiose di ragazzi, come le Giornate mondiali della gioventù (la prossima Gmg, in estate, si terrà a Sidney, in Australia), dove la partecipazione di massa rischia di far perdere di vista la centralità della liturgia e della spiritualità. Sono questi gli argomenti affrontati da Benedetto XVI in un incontro, avvenuto oggi in Vaticano, con i sacerdoti della diocesi di Roma. Un appuntamento tradizionale che, ogni anno, vede i preti capitolini confrontarsi con il loro vescovo in una sorta di 'question time', uno scambio di domande libere e risposte sui temi pastorali, teologici e dell'attualità della Chiesa cattolica durato un'ora e tre quarti.

Il Papa, a quanto riferito dai commenti concordanti dei parroci che uscivano dall'Aula delle benedizioni, è tornato ad affrontare il tema delle grandi adunate giovanili. E' noto che Ratzinger, a differenza di Wojtyla, teme il rischio che occasioni come le Gmg perdano di vista l'aspetto spirituale. Al parroco che gli faceva notare che nel recente incontro con i giovani, a Loreto, si avvertiva un po' di distanza tra il celebrante e la folla di ragazzi, Benedetto XVI ha risposto, a quanto riferito, che si è trattato di una questione organizzativa. Il Papa, in termini più generali, ha sottolineato che l'esigenza di partecipazione alle grandi adunate va contemperata con la necessità di rispettare la spiritualità, il sacro e la corretta liturgia di questi avvenimenti. Benedetto XVI, che ha di recente liberalizzato il messale pre-conciliare (la cosiddetta messa in latino), avrebbe anche espresso perplessità sull'uso troppo disinvolto della concelebrazione sacerdotale.

Il Papa, che di recente ha denunciato i rischi legati all'esagerata presenza dei mass media nella società odierna, e alla loro volgarità, ha poi ribadito il concetto. In occasione della Quaresima, tempo di diugiuno e penitenza iniziato ieri, il Papa ha poi invitato a digiunare delle immagini e delle parole. A un sacerdote che gli domandava della difficoltà di testimoniare il cattolicesimo in quartieri romani con forte presenza di stranieri di altre religioni, Benedetto XVI ha ricordato l'esigenza di rispettare gli altri, ma non per questo di rinunciare all'annuncio del Vangelo. A questo proposito Ratzinger ha allargato il tema alle terre di missione, ricordando una recente nota della Congregazione della dottrina della fede sull'evangelizzazione che spronava i cattolici a non rinunciare alla testimonianza cristiana. Il Papa ha anche fatto riferimento a Gandhi, che citava il sermone della montagna di Gesù come un suo punto di riferimento.

Tra gli altri argomenti affrontati nell'incontro, il Papa ha risposto ad una domanda sull'inferno. La salvezza, ha sottolineato, non è automatica e non arriverà per tutti e l'inferno è una possibilità reale. Benedetto XVI ha lodato, ancora, il ruolo dei diaconi, che aiutano i sacerdoti nel loro compito pastorale, pur sottolineando che il ruolo del prete non è sostituibile. Quanto al laicismo presente nella società d'oggi, il Papa ha esortato i cattolici ad essere testimoni credibili del messaggio cristiano. Sul tema dell'insegnamento della religione a scuola, infine, ha raccomandato che i docenti sappiano rivolgersi anche a chi è più distante.





PAPA: NAZISMO E COMUNISMO VOLEVANO CAMBIARE MONDO E LO HANNO DISTRUTTO

Citta' del Vaticano, 7 feb. - (Adnkronos) - Nazismo e comunismo che volevano solo cambiare il mondo, lo hanno distrutto perche' chi non lavora per il Paradiso, non lavora neanche per il bene degli uomini sulla Terra. E' quanto ha affermato questa mattina Benedetto XVI incontrando i sacerdoti e i parroci della diocesi di Roma. Il Papa ha dialogato con loro a porte chiuse rispondendo ad alcune domande. Ratzinger ha osservato che forse oggi nella Chiesa si parla troppo poco del peccato, come anche del Paradiso e dell'Inferno. Anche per questo, ha detto il Papa, ''ho voluto parlare del Giudizio Universale nell'Enciclica Spe Salvi. Chi non conosce il Giudizio ultimo - ha avvertito - non conosce la possibilita' del fallimento e la necessita' della redenzione''. Chi non lavora per il Paradiso, ha detto ancora, non lavora neanche per il bene degli uomini sulla Terra. Nazismo e comunismo che volevano cambiare il mondo, lo hanno distrutto. (Fpe/Ct/Adnkronos)

Sihaya.b16247
Thursday, February 07, 2008 4:46 PM
Re:
+PetaloNero+, 07/02/2008 16.40:

PAPA/ GRANDI ADUNATE GIOVANILI POSSONO FAR PERDERE SPIRITUALITA'
Davanti a parroci romani parla di Gmg, Ghandi e dialogo religioni


Città del Vaticano, 7 feb. (Apcom) - Il Papa parla di Gandhi e di dialogo interreligioso, a Roma come in terra di missione. Di "emergenza educativa" nella capitale e in Italia. Ma anche della preponderanza negativa dei mass media nella società degli interrogativi sollevati dalle grandi adunate religiose di ragazzi, come le Giornate mondiali della gioventù (la prossima Gmg, in estate, si terrà a Sidney, in Australia), dove la partecipazione di massa rischia di far perdere di vista la centralità della liturgia e della spiritualità. Sono questi gli argomenti affrontati da Benedetto XVI in un incontro, avvenuto oggi in Vaticano, con i sacerdoti della diocesi di Roma. Un appuntamento tradizionale che, ogni anno, vede i preti capitolini confrontarsi con il loro vescovo in una sorta di 'question time', uno scambio di domande libere e risposte sui temi pastorali, teologici e dell'attualità della Chiesa cattolica durato un'ora e tre quarti.

Il Papa, a quanto riferito dai commenti concordanti dei parroci che uscivano dall'Aula delle benedizioni, è tornato ad affrontare il tema delle grandi adunate giovanili. E' noto che Ratzinger, a differenza di Wojtyla, teme il rischio che occasioni come le Gmg perdano di vista l'aspetto spirituale. Al parroco che gli faceva notare che nel recente incontro con i giovani, a Loreto, si avvertiva un po' di distanza tra il celebrante e la folla di ragazzi, Benedetto XVI ha risposto, a quanto riferito, che si è trattato di una questione organizzativa. Il Papa, in termini più generali, ha sottolineato che l'esigenza di partecipazione alle grandi adunate va contemperata con la necessità di rispettare la spiritualità, il sacro e la corretta liturgia di questi avvenimenti. Benedetto XVI, che ha di recente liberalizzato il messale pre-conciliare (la cosiddetta messa in latino), avrebbe anche espresso perplessità sull'uso troppo disinvolto della concelebrazione sacerdotale.







+PetaloNero+
Thursday, February 07, 2008 9:34 PM
Dialogo, liturgia, realtà ultime. Faccia a faccia del papa con i parroci romani



di Mattia Bianchi/ 07/02/2008

Un confronto senza rete per condividere valutazioni, attese e speranze. Nell’incontro con il clero svoltosi stamani in Vaticano, dieci domande dei parroci a cui sono seguite le risposte a braccio di Benedetto XVI.

Un confronto senza rete che ogni anno permette al papa e ai sacerdoti di Roma di condividere valutazioni, attese e speranze. Nell’incontro con il clero svoltosi stamani in Vaticano, dieci domande dei parroci a cui sono seguite le risposte a braccio di Benedetto XVI che in un’ora e 40 minuti ha avuto modo di dire la sua su molti argomenti. Per un resoconto definitivo è necessario aspettare la trascrizione integrale degli interventi (disponibile nelle prossime ore), ma dalle testimonianze dei presenti emerge già un quadro generale. Nel faccia a faccia, si è parlato di giovani, di dialogo interreligioso, di famiglia, ma anche della liturgia e della Quaresima.

DIGIUNO DAI MEDIA. Il papa ha proposto così una forma di ''digiuno dalle immagini e dalle troppe parole, anche dei media''. Rispondendo alla domanda su come comportarsi di fronte al ''laicismo dilagante'' e come ''parlare di valori evangelici ai giovani'', Benedetto XVI ha evidenziato il valore della credibilità e della testimonianza, per poi mettere in guardia dall'”inquinamento e sovraccarico di parole”. “Mi sembra - ha detto il papa - che il tempo della Quaresima potrebbe anche essere un tempo di digiuno delle parole e delle immagini, perche' abbiamo bisogno di un po' di silenzio. Abbiamo bisogno di uno spazio senza il bombardamento permanente delle immagini, di crearci spazi di silenzio e anche senza immagini, per riaprire il nostro cuore all'immagine vera e alla parola vera”.

RADUNI E SPIRITUALITA’. Si è parlato poi dei grandi raduni giovanili e del rischio dispersione. Il papa ha spiegato che da tempo si sta interrogando sul senso e lo stile di queste ''concelebrazioni'', per “dare profonda valenza spirituale a incontri, che comunque devono venire incontro alle esigenze dei ragazzi e avere uno stile a loro comprensibile''. A un parroco che, a proposito dell’Agorà dei giovani di Loreto, lamentava la permanenza sotto il sole per un tempo molto lungo, il papa ha ricordato che in quella occasione i canti erano affidati ai disabili, e che se loro avevano sopportato la situazione, ''tanto più” potevano farlo i parroci.

PECCATO E REALTA’ ULTIME. Nella riflessione di Benedetto XVI sono entrate anche le ''questioni ultime'' sulla vita dopo la morte. “Forse oggi nella Chiesa si parla troppo poco del peccato, come anche del paradiso e dell'inferno'' – ha detto - anche per questo ho voluto parlare del Giudizio universale nella enciclica Spe salvi''. ''Chi non conosce il giudizio ultimo - ha avvertito - non conosce la possibilità del fallimento e la necessità della redenzione, chi non lavora per il paradiso non lavora neanche per il bene degli uomini sulla terra: nazismo e comunismo - ha affermato - che volevano cambiare solo il mondo, lo hanno distrutto''.

DIALOGO INTERRELIGIOSO. Spazio poi al dialogo tra religioni diverse, che deve avvenire nel pieno rispetto delle identità di ciascuno. Dunque, spiega il papa, i cattolici hanno il dovere di annunciare anche in questo ambito il messaggio del Vangelo. A questo proposito, Benedetto XVI ha allargato il tema alle terre di missione, ricordando una recente nota della Congregazione della dottrina della fede sull'evangelizzazione che spronava i cattolici a non rinunciare alla testimonianza cristiana. Il papa ha anche citato Ghandi, che esprimeva un linguaggio di ispirazione religioso ma non esclusivamente rivolto alla propria confessione.


www.korazym.org
+PetaloNero+
Friday, February 08, 2008 2:50 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale di Costa Rica, in Visita "ad Limina Apostolorum":
S.E. Mons. Guillermo Loría Garita, Vescovo di San Isidro de El General;
S.E. Mons. José Francisco Ulloa Rojas, Vescovo di Cartago;
S.E. Mons. Vittorino Girardi Stellin, M.C.C.I., Vescovo di Tilarán;

Gruppo degli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale di Costa Rica, in Visita "ad Limina Apostolorum".

Il Papa riceve questo pomeriggio in Udienza:

Em.mo Card. William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.







RINUNCE E NOMINE




RINUNCIA DEL VESCOVO DI UMTATA (SUD AFRICA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Umtata (Sud Africa), presentata da S.E. Mons. Oswald Georg Hirmer, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Vescovo di Umtata (Sud Africa) il Rev.do Sithembele Anton Sipuka, del clero di Queenstown, Rettore del Seminario Maggiore "St. John Vianney" di Pretoria.

Rev.do Sithembele Anton Sipuka

Il Rev.do Sithembele Anton Sipuka è nato il 27 aprile 1960, ad Idutywa (Eastern Cape Province), nella Diocesi di Queenstown. Ha iniziato la sua educazione primaria a Umtata e l’ha completata a Butterworth, ottenendo il diploma di maturità. Dopo aver lavorato due anni nell’Ufficio Postale, allo sportello, è entrato al Seminario Maggiore di "St. John Vianney".

È stato ordinato sacerdote il 17 dicembre 1988 ed incardinato nella Diocesi di Queenstown.

Dopo l’ordinazione sacerdotale ha svolto i seguenti incarichi: 1989-1991: Vicario Parrocchiale nelle parrocchie di Qoqodala e di Lady Frere, e poi Parroco a Cofimvaba; 1992-1994: Studi per la Licenza in Teologia Sistematica alla Pontificia Università Urbaniana; 1994-1995: Tornato in Sud Africa, ha insegnato Filosofia della religione e liturgica al Seminario Maggiore Filosofico di "St. Peter’s", a Pretoria, e allo stesso tempo, Teologia fondamentale ed eucaristica al Seminario Maggiore Teologico di "St. John Vianney", sempre a Pretoria; 1996-1999: Vice-Rettore del Seminario di "St. Peter’s" e successivamente "Acting Rector" del medesimo.

Da 2000 è Rettore del Seminario Maggiore di "St. John Vianney".




NOMINA DEL VESCOVO DI KURNOOL (INDIA)

Il Papa ha nominato Vescovo di Kurnool (India) il Rev.do Anthony Poola, del clero di Cuddapah, Direttore del Christian Foundation for Children and Aging e Consultore Diocesano.

Rev.do Anthony Poola

Il Rev.do Anthony Poola è nato il 15 novembre 1961 a Poluru, nella Diocesi di Kurnool. Dopo aver frequentato il Seminario Minore a Nuzvid, ha studiato presso il St. Peter’s Pontifical Seminary a Bangalore.

Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 20 febbraio 1992 ed è stato incardinato nella Diocesi di Cuddapah.

Dopo l’ordinazione sacerdotale ha ricoperto i seguenti incarichi: 1992-1993: Vicario parrocchiale in St. Mary’s Cathedral; 1993-1994: Vicario parrocchiale ad Amagampalli; 1994-2001: Parroco in diverse parrocchie: 1994-1995 a Tekurpet; 1995-2000 a Badvel; 2000-2001 a Veerapalli; 2001-2003: Studi per il conseguimento di un Master in Pastorale Sanitaria e corso in Teologia (Loyola University, Chicago) negli Stati Uniti; Servizio pastorale presso St. Genevieve Church, nell’Arcidiocesi di Chicago, USA.

Dal 2004 è Direttore della Christian Foundation for Children and Aging.

Inoltre è Consultore Diocesano, Segretario per l’Educazione, Vice Amministratore delle Scuole della Diocesi di Cuddapah e Coordinatore dello Sponsorship Program.



NOMINA DEL CAPO DELLA CANCELLERIA DEL SUPREMO TRIBUNALE DELLA SEGNATURA APOSTOLICA

Il Santo Padre ha nominato Capo della Cancelleria del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica il Rev.do Sacerdote Pawel Malecha, finora Notaro nel suddetto Tribunale.



NOMINA DI MEMBRI DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA

Il Papa ha nominato Membri del Pontificio Consiglio della Cultura gli Em.mi Cardinali: Marc Ouellet, Arcivescovo di Québec (Canada), e Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.
+PetaloNero+
Friday, February 08, 2008 2:51 PM
Si deve difendere il bene della famiglia davanti a tutte le istanze competenti: così, Benedetto XVI ai vescovi della Costa Rica, in visita ad Limina



Benedetto XVI ha indicato stamani ai vescovi della Costa Rica, ricevuti in occasione della loro visita ad Limina, la necessità di difendere l’istituzione familiare, di promuovere un rigoroso discernimento nella formazione dei seminaristi e di evitare i rischi di una vita di fede debole e superficiale. La grande speranza dell’uomo – ha detto il Papa - è “quella che resiste, nonostante tutte le delusioni”. Questa speranza, ha aggiunto, può essere solo Dio. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


“E’ necessario promuovere il bene della famiglia e difendere i suoi diritti davanti a tutte le istanze competenti” così come promuovere lo sviluppo di un'attenzione pastorale che la protegga e la aiuti nelle difficoltà. Il Papa indica queste priorità ai vescovi della Costa Rica, esprimendo anche preoccupazione “per il crescente deterioramento dell’istituzione familiare, con gravi ripercussioni tanto nel tessuto sociale quanto nella vita ecclesiale”.

Tampoco se han de olvidar los grupos de matrimonios y familias…
“E nemmeno si deve dimenticare - ha aggiunto - di aiutare gli sposi e le famiglie a completare la loro alta e indispensabile vocazione, né tanto meno i servizi specifici che alleviano situazioni penose, prodotte dalla separazione, dalla precarietà economica o dalla violenza domestica, di cui sono vittime soprattutto le donne”.

Il compito, indicato ai presuli dal Santo Padre, è quello “di cercare nuovi modi di annunciare Cristo” in una situazione caratterizzata da rapide e profonde trasformazioni, accentuando “il carattere missionario di tutta l’attività pastorale”. Con questa predisposizione, la Conferenza generale dell’episcopato latino americano e dei Carabi tenutasi ad Aparecida – ricorda poi il Papa - ha posto rilievo “su come accogliere e fare proprio il messaggio del Vangelo”. Il popolo della Costa Rica, sottolinea quindi Benedetto XVI, ha bisogno di rivitalizzare costantemente “le sue antiche e profonde radici cristiane, la sua vigorosa religiosità popolare e la sua sviscerata pietà mariana”.

Queridos Obispos, conoscéis bien los riesgos…
“Cari vescovi - ha detto - conoscete bene i rischi di una vita di fede languida e superficiale quando si infrange in falsi richiami come il proselitismo delle sette e di gruppi pseudoreligiosi e la moltitudine di promesse di un benessere facile e immediato, che però si concludono nel disinganno e nella disillusione, o nella diffusione di ideologie che, proclamando l’esaltazione dell’essere umano, in realtà lo banalizzano”. E’ di inestimabile valore l’annuncio della grande speranza dell’uomo, “quella che resiste, nonostante tutte le delusioni, e che può essere solo Dio”.

Un testimonio vivo de esta esperanza…
“Una testimonianza viva di questa grande speranza - ha proseguito - trova riscontro nei religiosi, nelle persone consacrate che sono chiamate, per la loro stessa vocazione, ad essere prima di tutto segno del Regno di Dio”. Dopo aver illustrato la missione dei fedeli laici, il Papa ha sottolineato che il patrimonio di tutta la Chiesa si custodisce e si arricchisce con “una diligente attenzione ai seminaristi”. Sono necessari, osserva Benedetto XVI, “orientamenti e criteri chiari”, e una “formazione costante”. L’idoneità dei seminaristi – aggiunge - richiede “un discernimento rigoroso” e non basta una formazione astratta e formale, poiché si preparano a vivere le stesse parole dell’apostolo Giovanni: ‘Vi annunciamo quello che abbiamo visto e sentito affinché voi siate in comunione con noi”.

Además, ésta es una perspectiva que puede suscitar…
"Questa - ha concluso - è inoltre una prospettiva che può suscitare nei giovani l’entusiasmo per Gesù e la sua missione salvatrice, facendo germogliare nei loro cuori il desiderio di partecipare come sacerdoti e consacrati".














www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000207.flv&vaiserver=A&vai=ctv_frame00207.jpg&var1=08/02/2008&var2=Vatican%20Radio&var3=Papa:%20la%20famiglia%20impegno%20prioritario%20della%20Chiesa%20in%20Costa%20Rica&settimana=6&anno_perlinknav=2008&dal=03/02&...

+PetaloNero+
Friday, February 08, 2008 4:14 PM
TELEGRAMMA DI CORDOGLIO DEL SANTO PADRE PER LA MORTE DEL GRAN MAESTRO DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA, SUA ALTEZZA EM.MA FRA’ ANDREW BERTIE

Pubblichiamo di seguito il telegramma di cordoglio per la morte, avvenuta ieri sera, del Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, Sua Altezza Em.ma Fra’ Andrew Bertie, inviato questa mattina dal Santo Padre Benedetto XVI al Luogotenente ad interim del Sovrano Militare Ordine di Malta, S.E. Fra’ Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto:


TELEGRAMMA DEL SANTO PADRE

A SUA ECCELLENZA

FRA’ GIACOMO DALLA TORRE DEL TEMPIO DI SANGUINETTO

LUOGOTENENTE AD INTERIM DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA

VIA CONDOTTI, 68 00187 ROMA

SPIRITUALMENTE PARTECIPE AL DOLORE PER LA MORTE DI SUA ALTEZZA EMINENTISSIMA FRA’ ANDREW BERTIE GRAN MAESTRO DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA DESIDERO PORGERE ALL’INTERO ORDINE SENTITE CONDOGLIANZE E NEL RICORDARNE L’OPERA DI AUTOREVOLE UOMO DI CULTURA E L’IMPEGNO GENEROSAMENTE PROFUSO NELLO SVOLGIMENTO DEL SUO ALTO INCARICO SPECIALMENTE IN FAVORE DEI PIU’ BISOGNOSI COME PURE L’AMORE ALLA CHIESA E LA LUMINOSA TESTIMONIANZA DEI PRINCIPI EVANGELICI INVOCO PER LA SUA ANIMA ELETTA LA PACE ETERNA E DI CUORE IMPARTO A VOSTRA ECCELLENZA AL GRAN MAGISTERO E ALL’ORDINE TUTTO LA CONFORTATRICE BENEDIZIONE APOSTOLICA

BENEDICTUS PP. XVI











Un uomo di alta cultura, impegnato in difesa dei più deboli: così, il Papa ricorda il Gran Maestro dell’Ordine di Malta Frà Bertie, scomparso ieri all’età di 78 anni



Benedetto XVI esprime il proprio dolore per la scomparsa del Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta, Frà Andrew Willoughby Ninian Bertie, morto ieri a Roma all’età di 78 anni. In un telegramma indirizzato a Frà Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sangunetto, Luogotenente ad interim dell'Ordine, il Papa ricorda “l’opera di autorevole uomo di cultura” di Frà Bertie e “l’impegno generosamente profuso nello svolgimento del suo alto incarico specialmente in favore de più bisognosi come pure l’amore alla Chiesa” e, ancora, la sua “luminosa testimonianza dei principi evangelici”. Ripercorriamo i momenti salienti della vita del Gran Maestro Frà Bertie, nel servizio di Alessandro Gisotti:

Frà Andrew Bertie è stato il primo britannico eletto Gran Maestro nel corso dei 900 anni di storia dell’Ordine. Nato il 15 maggio 1929, ha compiuto i suoi studi alla scuola Benedettina, Ampleforth College nello Yorkshire, e si è laureato in Storia Moderna alla Christ Church di Oxford. Frà Bertie ha inoltre frequentato la Scuola di Studi Africani e Orientali alla London University. Dopo aver prestato servizio militare presso la Guardia Scozzese, ha lavorato come giornalista in campo finanziario nella City a Londra, per poi dedicarsi all’insegnamento di lingue moderne (francese e spagnolo) presso la Worth School nel Sussex. Accolto nell'Ordine nel 1956, ha preso i voti perpetui nel 1981 ed ha fatto parte del Sovrano Consiglio (il governo dell'Ordine) per i successivi sette anni prima di essere eletto Gran Maestro l’8 aprile 1988.


Frà Andrew Bertie, sottolinea una nota dell’Ordine di Malta, ha promosso diversi cambiamenti nell'Ordine “dando il via ad un approccio moderno ai programmi umanitari, incrementando il numero dei membri e la capacità di offrire aiuti ai poveri ed ai bisognosi nelle regioni più lontane”. Frà Bertie, prosegue la nota, ha aumentato da 49 a 100 le missioni diplomatiche bilaterali dell'Ordine, “la cui delicata missione consiste nell'offrire aiuto ai Paesi afflitti da conflitti o da disastri naturali”. Ha anche promosso conferenze internazionali per contribuire alle strategie umanitarie. Il Gran Maestro ha sempre incoraggiato i membri dell’Ordine ad un impegno sempre maggiore rispondente alla missione spirituale dell'Ordine: aiutare i malati e i poveri, offrendo un esempio di vita secondo i principi cristiani. A Frà Bertie, conclude la nota, va anche il merito di “aver modernizzato la struttura interna e l'amministrazione dell'Ordine”.


Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta, conosciuto come Sovrano Militare Ordine di Malta, ha una duplice natura. E' uno dei più antichi Ordini religiosi cattolici, essendo stato fondato a Gerusalemme intorno all'anno 1048. Allo stesso tempo è sempre stato riconosciuto dalle nazioni come ente primario di diritto internazionale. La missione dell'Ordine, che nel 1999 ha celebrato i 900 anni dalla fondazione ufficiale, è sintetizzata nel binomio "Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum" che significa difesa della fede e servizio ai sofferenti.


Per un ricordo sul Gran Maestro Frà Bertie, Linda Bordoni ha raccolto la testimonianza del Grande Ospedaliere dell’Ordine di Malta, Albrecht Boeselager:


The Grand Master was elected in 1988, just one year before the Iron Curtain …
"Il Gran Maestro era stato eletto nel 1988, appena un anno prima della caduta della Cortina di ferro. In questo periodo di 20 anni, l’Ordine si è fortemente diffuso in molti Paesi, e l’estensione nell’Europa orientale, appena un anno dopo la sua elezione, è solo uno dei segni del grande sviluppo dell’Ordine. Era un uomo calmo e pio, il suo giudizio era saggio. Noi abbiamo veramente perso un grande maestro, che sapevamo di avere alle nostre spalle, che sosteneva l’operato dell’Ordine in tutto il mondo. Aveva viaggiato molto e conosceva molto bene l’Ordine e – posso dirlo – era amato da tutti i membri e da tutti i volontari dell’Ordine".





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Paparatzifan
Friday, February 08, 2008 10:46 PM
Incontro con il clero romano - Parte I...

INCONTRO CON I PARROCI E IL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA , 07.02.2008

(Giuseppe Corona, diacono)

Beatissimo Padre, vorrei esprimere innanzitutto la gratitudine mia e dei miei confratelli diaconi per il ministero che così provvidenzialmente la Chiesa ha ripristinato con il Concilio, ministero che ci consente di dare piena espressione alla nostra vocazione. Siamo impegnati in una grande varietà di compiti svolti in ambiti molto diversi: la famiglia, il lavoro, la parrocchia, la società, anche nelle missioni in Africa e America latina, ambiti da Lei già indicati nell'udienza che ci concesse in occasione del venticinquennale del diaconato romano. Ora il nostro numero è aumentato, siamo 108. E ci piacerebbe che Vostra Santità ci indicasse una iniziativa pastorale che possa diventare segno di una più incisiva presenza del diaconato permanente nella città di Roma, come accadde nei primi secoli della Chiesa romana. Infatti la condivisione di un obiettivo significativo, comune, da un lato farebbe crescere la coesione della fraternità diaconale, dall'altro darebbe una maggiore visibilità al nostro servizio in questa città. Consegniamo a Vostra Santità questo desiderio, di indicarci cioè una iniziativa da condividere nei modi e nelle forme che vorrà indicarci. A nome di tutti i diaconi saluto Vostra Santità con filiale affetto.

Grazie per questa testimonianza di uno dei più di cento diaconi di Roma. Vorrei anch'io esprimere la mia gioia e la mia gratitudine al Concilio, perché ha restaurato questo importante ministero nella Chiesa universale. Devo dire che quando ero arcivescovo di Monaco non ho trovato forse più di tre o quattro diaconi e ho favorito molto questo ministero, perché mi sembra che appartenga alla ricchezza del ministero sacramentale nella Chiesa. Nello stesso tempo, può essere anche un collegamento tra il mondo laico, il mondo professionale, e il mondo del ministero sacerdotale.
Perché molti diaconi continuano a svolgere le loro professioni e mantengono le loro posizioni, importanti o anche di vita semplice, mentre il sabato e la domenica lavorano nella Chiesa. Così testimoniano nel mondo di oggi, anche nel mondo del lavoro, la presenza della fede, il ministero sacramentale e la dimensione diaconale del sacramento dell'Ordine. Questo mi sembra molto importante: la visibilità della dimensione diaconale.

Naturalmente anche ogni sacerdote rimane diacono e deve sempre pensare a questa dimensione, perché il Signore stesso si è fatto nostro ministro, nostro diacono. Pensiamo al gesto della lavanda dei piedi, con cui esplicitamente si mostra che il Maestro, il Signore, fa il diacono e vuole che quanti lo seguono siano diaconi, svolgano questo ministero per l'umanità, fino al punto di aiutare anche a lavare i piedi sporchi degli uomini a noi affidati. Questa dimensione mi sembra di grande importanza.

In questa occasione mi viene in mente — anche se forse non è immediatamente inerente al tema — una piccola esperienza che ha annotato Paolo VI.

Ogni giorno del Concilio è stato intronizzato il Vangelo. E il Pontefice ha detto ai cerimonieri che una volta avrebbe voluto fare lui stesso questa intronizzazione del Vangelo. Gli hanno detto: no, questo è compito dei diaconi e non del Papa, del Sommo Pontefice, dei Vescovi. Lui ha annotato nel suo diario: ma io sono anche diacono, rimango diacono e vorrei anche esercitare questo ministero del diacono mettendo sul trono la Parola di Dio. Dunque questo concerne noi tutti. I sacerdoti rimangono diaconi e i diaconi esplicitano nella Chiesa e nel mondo questa dimensione diaconale del nostro ministero. Questa intronizzazione liturgica della Parola di Dio ogni giorno durante il Concilio era sempre per noi un gesto di grande importanza: ci diceva chi era il vero Signore di quell’assemblea, ci diceva che sul trono c'è la Parola di Dio e noi esercitiamo il ministero per ascoltare e per interpretare, per offrire agli altri questa Parola. È ampiamente significativo per tutto quanto facciamo: intronizzare nel mondo la parola di Dio, la Parola vivente, Cristo. Che sia realmente Lui a governare la nostra vita personale e la nostra vita nelle parrocchie.

Poi Lei mi fa una domanda che, devo dire, va un po' oltre le mie forze: quali sarebbero i compiti propri dei diaconi a Roma. So che il Cardinale Vicario conosce molto meglio di me le situazioni reali della città, della comunità diocesana di Roma. Io penso che una caratteristica del ministero dei diaconi è proprio la molteplicità delle applicazioni del diaconato.

Nella Commissione Teologica Internazionale, alcuni anni fa, abbiamo studiato a lungo il diaconato nella storia e anche nel presente della Chiesa. E abbiamo scoperto proprio questo: non c'è un profilo unico. Quanto si deve fare, varia a seconda della preparazione delle persone, delle situazioni nelle quali si trovano. Ci possono essere applicazioni e concretizzazioni diversissime, sempre in comunione con il Vescovo e con la parrocchia, naturalmente. Nelle diverse situazioni si mostrano diverse possibilità, anche a seconda della preparazione professionale che eventualmente hanno questi diaconi: potrebbero essere impegnati nel settore culturale, oggi così importante, o potrebbero avere una voce e un posto significativo nel settore educativo. Pensiamo quest'anno proprio al problema dell'educazione come centrale per il nostro futuro, per il futuro dell'umanità.
Certo, il settore della carità era a Roma il settore originario, perché i titoli presbiterali e le diaconie erano centri della carità cristiana. Questo era fin dall'inizio nella città di Roma un settore fondamentale. Nella mia Enciclica Deus caritas est ho mostrato che non solo la predicazione e la liturgia sono essenziali per la Chiesa e per il ministero della Chiesa, ma lo è altrettanto l'essere per i poveri, per i bisognosi, il servizio della caritas nelle sue molteplici dimensioni. Quindi spero che in ogni tempo, in ogni diocesi, pur con situazioni diverse, questa rimarrà una dimensione fondamentale e anche prioritaria per l'impegno dei diaconi, sia pure non l'unica, come ci mostra anche la Chiesa primitiva, dove i sette diaconi erano stati eletti proprio per consentire agli apostoli di dedicarsi alla preghiera, alla liturgia, alla predicazione. Anche se poi Stefano si trova nella situazione di dover predicare agli ellenisti, agli ebrei di lingua greca, e così si allarga il campo della predicazione. Egli è condizionato, diciamo, dalle situazioni culturali, dove lui ha voce per rendere presente in questo settore la Parola di Dio e così anche rendere maggiormente possibile l'universalità della testimonianza cristiana, aprendo le porte a san Paolo, che fu testimone della sua lapidazione e poi, in un certo senso, suo successore nella universalizzazione della Parola di Dio. Non so se il Cardinale Vicario vuole aggiungere una parola; io non sono così vicino alle situazioni concrete.

(Cardinale Ruini)

Padre Santo, posso solo confermare, come Lei diceva, che anche a Roma in concreto i diaconi lavorano in molti ambiti, per lo più nelle parrocchie, dove si occupano della pastorale della carità, ma per esempio molti anche nella pastorale della famiglia. Essendo sposati quasi tutti i diaconi, preparano al matrimonio, seguono le giovani coppie e così via. Poi danno anche un contributo significativo alla pastorale sanitaria, danno un contributo anche in Vicariato — alcuni lavorano in Vicariato — e, come ha sentito prima, nelle missioni. C'è qualche presenza missionaria di diaconi. Credo che, naturalmente, sul piano numerico l'impegno di gran lunga più rilevante è quello nelle parrocchie, ma ci sono anche altri ambiti che si stanno aprendo e proprio per questo abbiamo già oltre un centinaio di diaconi permanenti.

(Padre Graziano Bonfitto, vicario parrocchiale della parrocchia di Ognissanti)

Padre Santo, sono originario di un paese della provincia di Foggia, San Marco in Lamis. Sono un religioso di Don Orione e sacerdote da un anno e mezzo circa, attualmente vice parroco nella parrocchia di Ognissanti, nel quartiere Appio. Non le nascondo la mia emozione, ma anche la incredibile gioia che provo in questo momento, per me così privilegiato. Lei è il vescovo e il pastore della nostra Chiesa diocesana, ma è pur sempre il Papa, e quindi il Pastore della Chiesa universale. Per cui l'emozione è irrimediabilmente raddoppiata. Volevo prima di ogni cosa esprimerle la mia gratitudine per tutto ciò che, giorno dopo giorno, fa non solo per la nostra diocesi di Roma ma per la Chiesa intera. Le Sue parole e i Suoi gesti, le Sue attenzioni verso di noi, popolo di Dio, sono segno dell'amore e della vicinanza che Lei nutre per tutti e per ciascuno. Il mio apostolato sacerdotale si svolge in particolare tra i giovani.
È proprio a nome loro che voglio oggi dirLe grazie. Il mio santo fondatore, san Luigi Orione, diceva che i giovani sono il sole o la tempesta del domani. Credo che in questo momento storico che ci troviamo a vivere i giovani sono tanto il sole quanto la tempesta, non del domani ma di ora, di adesso. Noi giovani oggi più che mai sentiamo forte il bisogno di avere delle certezze. Desideriamo sincerità, libertà, giustizia, pace. Vogliamo a fianco persone che camminano con noi, che si fanno nostri ascoltatori. Esattamente come Gesù con i discepoli di Emmaus. La gioventù desidera persone capaci di indicare la via della libertà, della responsabilità, dell'amore, della verità. Cioè, i giovani oggi hanno una sete inesauribile di Cristo. Una sete di testimoni gioiosi che hanno incontrato Gesù e hanno scommesso su di Lui tutta l'esistenza. I giovani vogliono una Chiesa sempre in campo e sempre più vicina alle loro esigenze. La vogliono presente nelle loro scelte di vita, anche se in loro permane un certo senso di distacco nei confronti della Chiesa stessa. Il giovane cerca una speranza affidabile — come Lei ha scritto nell'ultima lettera indirizzata a noi fedeli di Roma — per evitare di vivere senza Dio. Santo Padre — mi permetta di chiamarla «papà» — quanto è difficile vivere in Dio, con Dio e per Dio. La gioventù si sente insidiata da molte parti. Sono molti i falsi profeti, molti i venditori di illusioni. Sono troppi gli insinuatori di false verità e di ignobili ideali. Tuttavia la gioventù che crede oggi, pur sentendosi accerchiata, è convinta che Dio sia la speranza che resiste a tutte le delusioni, che solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte, anche se il più delle volte non è facile trovare lo spazio e il coraggio per essere testimoni. Che fare allora? Come comportarsi? Vale effettivamente la pena continuare a scommettere la propria vita su Cristo? La vita, la famiglia, l'amore, la gioia, la giustizia, il rispetto delle opinioni altrui, la libertà, la preghiera e la carità sono valori ancora da difendere? La vita da beati, cioè misurata sulle beatitudini, è vita adatta all'uomo, al giovane del terzo millennio? Grazie infinite della Sua attenzione, del Suo affetto e della Sua premura per i giovani. La gioventù è con Lei: La stima, La ama e L'attende. Ci sia sempre vicino, ci indichi con sempre più forza il cammino che porta a Cristo, via, verità e vita. Ci stimoli a volare alto. Sempre più in alto. E preghi sempre per noi. Grazie.

Grazie per questa bella testimonianza di un giovane sacerdote che va con i giovani, li accompagna, come Lei ha detto, e aiuta ad andare con Cristo, con Gesù. Cosa dire? Noi sappiamo tutti come è difficile per un giovane di oggi vivere da cristiano. Il contesto culturale, il contesto mediatico, offre tutt'altro che la strada verso Cristo. Sembra proprio rendere impossibile vedere Cristo come centro della vita e vivere la vita come Gesù ce la mostra. Tuttavia, mi sembra anche che molti sentano sempre di più l'insufficienza di tutte queste offerte, di questo stile di vita che alla fine lascia vuoti.
In questo senso, mi sembra proprio che le letture della liturgia di oggi, quella del Deuteronomio (30, 15-20) e il brano evangelico di Luca (9, 22-25), rispondano a quanto, in sostanza, dovremmo dire ai giovani e sempre di nuovo a noi stessi. Come Lei hai detto, la sincerità è fondamentale. I giovani devono sentire che non diciamo parole non vissute da noi stessi, ma parliamo perché abbiamo trovato e cerchiamo di trovare ogni giorno di nuovo la verità come verità per la mia vita. Solo se siamo in questo cammino, se cerchiamo di assimilare noi stessi a questa vita e di assimilare la nostra vita a quella del Signore, allora anche le parole possono essere credibili e avere una logica visibile e convincente. Ritorno: oggi questa è la grande regola fondamentale non solo per la Quaresima, ma per tutta la vita cristiana: scegli la vita. Hai davanti a te morte e vita: scegli la vita. E mi sembra che la risposta sia naturale. Sono solo pochi a nutrire nel profondo una volontà di distruzione, di morte, a non volere più l'essere, la vita, perché è tutto contraddittorio per loro. Purtroppo, però, si tratta di un fenomeno che si allarga. Con tutte le contraddizioni, le false promesse, alla fine la vita appare contraddittoria, non è più un dono ma una condanna e così c'è chi vuole più la morte che la vita. Ma normalmente l'uomo risponde: sì, voglio la vita.

La questione resta però quella di come trovare la vita, di che cosa scegliere, di come scegliere la vita. E le offerte che normalmente vengono fatte le conosciamo: andare in discoteca, prendere tutto quanto è possibile, considerare la libertà come il fare tutto quel che si vuole, tutto quel che viene in mente in un determinato momento. Ma sappiamo invece — e possiamo mostrarlo — che questa strada è una strada di menzogna, perché alla fine non si trova la vita ma si trova realmente l'abisso del niente. Scegli la vita. La stessa lettura dice: Dio è la tua vita, tu hai scelto la vita e tu hai fatto la scelta: Dio. Questo mi sembra fondamentale. Solo così il nostro orizzonte è sufficientemente largo e solo così siamo alla fonte della vita, che è più forte della morte, di tutte le minacce della morte. Quindi, la scelta fondamentale è questa qui indicata: scegli Dio. Bisogna capire che chi va sulla strada senza Dio, si trova alla fine nell'oscurità, anche se possono esserci momenti in cui sembra di aver trovato la vita.

Poi un ulteriore passo è come trovare Dio, come scegliere Dio. Qui arriviamo al Vangelo: Dio non è un ignoto, un'ipotesi forse del primo inizio del cosmo. Dio ha carne e ossa. È uno di noi. Lo conosciamo con il suo volto, con il suo nome. È Gesù Cristo che ci parla nel Vangelo. È uomo e Dio. Ed essendo Dio, ha scelto l'uomo per rendere possibile a noi la scelta di Dio. Quindi bisogna entrare nella conoscenza e poi nell'amicizia di Gesù per camminare con Lui.
Mi sembra che questo sia il punto fondamentale nella nostra cura pastorale per i giovani, per tutti ma soprattutto per i giovani: attirare l'attenzione sulla scelta di Dio, che è la vita. Sul fatto che Dio c'è. E c'è in modo molto concreto. E insegnare l'amicizia con Gesù Cristo.

C'è anche un terzo passo. Questa amicizia con Gesù non è un'amicizia con una persona irreale, con qualcuno che appartiene al passato o che sta lontano dagli uomini, alla destra di Dio. Egli è presente nel suo corpo, che è ancora un corpo in carne e ossa: è la Chiesa, la comunione della Chiesa. Dobbiamo costruire e rendere più accessibili comunità che riflettono, che sono lo specchio della grande comunità della Chiesa vitale. È un insieme: l'esperienza vitale della comunità, con tutte le debolezze umane, ma tuttavia reale, con una strada chiara, e una solida vita sacramentale, nella quale possiamo toccare anche ciò che a noi può sembrare così lontano, la presenza del Signore. In questo modo possiamo anche imparare i comandamenti – per ritornare al Deuteronomio, da cui sono partito. Perché la lettura dice: scegliere Dio vuol dire scegliere secondo la sua Parola, vivere secondo la Parola. Per un momento questo appare un po' positivista quasi: sono imperativi. Ma la prima cosa è il dono: la sua amicizia. Poi possiamo capire che gli indicatori di strada sono esplicazioni della realtà di questa nostra amicizia.

Questa, possiamo dire, è una visione generale, quale scaturisce dal contatto con la Sacra Scrittura e la vita della Chiesa di ogni giorno. Poi si traduce passo per passo negli incontri concreti con i giovani: guidarli al dialogo con Gesù nella preghiera, nella lettura della Sacra Scrittura — la lettura comune soprattutto, ma anche personale — e nella vita sacramentale. Sono tutti passi per rendere presenti queste esperienze nella vita professionale, anche se il contesto spesso è segnato dalla piena assenza di Dio e dalla apparente impossibilità di vederlo presente. Ma proprio allora, attraverso la nostra vita e la nostra esperienza di Dio, dobbiamo cercare di far entrare anche in questo mondo lontano da Dio la presenza di Cristo.

La sete di Dio c'è. Ho avuto poco tempo fa la vista ad limina di Vescovi di un paese dove più del cinquanta per cento si dichiara ateo o agnostico. Ma mi hanno detto: in realtà tutti hanno sete di Dio. Nascostamente esiste questa sete. Perciò prima cominciamo noi, con i giovani che possiamo trovare. Formiamo comunità nelle quali si riflette la Chiesa, impariamo l'amicizia con Gesù. E così, pieni di questa gioia e di questa esperienza, possiamo anche oggi rendere presente Dio in questo nostro mondo.

(Don Pietro Riggi, salesiano del Borgo Ragazzi Don Bosco)

Santo Padre, lavoro in un oratorio e in un centro di accoglienza per minori a rischio. Le volevo chiedere: il 25 marzo 2007 Lei ha fatto un discorso a braccio, lamentandosi come oggi si parli poco dei Novissimi. In effetti, nei catechismi della Cei usati per l'insegnamento della nostra fede ai ragazzi di confessione, comunione e cresima, mi sembra che siano omesse alcune verità di fede. Non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato, soltanto il peccato originale. Mancando queste parti essenziali del credo, non Le sembra che crolli il sistema logico che porta a vedere la redenzione di Cristo? Mancando il peccato, non parlando di inferno, anche la redenzione di Cristo viene a essere sminuita. Non Le sembra che sia favorita la perdita del senso del peccato e quindi del sacramento della riconciliazione e la stessa figura salvifica, sacramentale del sacerdote che ha il potere di assolvere e di celebrare in nome di Cristo? Oggi purtroppo anche noi sacerdoti, quando nel Vangelo si parla di inferno, dribbliamo il Vangelo stesso. Non se ne parla. O non sappiamo parlare di paradiso. Non sappiamo parlare di vita eterna. Rischiamo di dare alla fede una dimensione soltanto orizzontale oppure troppo distaccata, l'orizzontale dal verticale. E questo purtroppo nella catechesi ai ragazzi, se non nell'iniziativa dei parroci, nella struttura portante, viene a mancare. Se non sbaglio, quest'anno ricorre anche il venticinquesimo anniversario della consacrazione della Russia al Cuore immacolato di Maria. Per l'occasione non si può pensare di rinnovare solennemente questa consacrazione per il mondo intero? È crollato il muro di Berlino, ma vi sono tanti muri di peccato che devono crollare ancora: l'odio, lo sfruttamento, il capitalismo selvaggio. Muri che devono crollare e ancora aspettiamo che trionfi il Cuore immacolato di Maria per poter realizzare anche questa dimensione. Volevo anche notare come la Madonna non ha avuto paura di parlare dell'inferno e del paradiso ai bambini di Fátima, che, guarda caso, avevano l'età dei catechismo: sette, nove e dodici anni. E noi tante volte invece omettiamo questo. Può dirci qualche cosa in più su questo?

Lei ha parlato giustamente su temi fondamentali della fede, che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione.

Nell'Enciclica Spe salvi ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, del giudizio in generale, e in questo contesto anche su purgatorio, inferno e paradiso. Penso che noi tutti siamo ancora sempre colpiti dall'obiezione dei marxisti, secondo cui i cristiani hanno solo parlato dell'aldilà e hanno trascurato la terra. Così noi vogliamo dimostrare che realmente ci impegniamo per la terra e non siamo persone che parlano di realtà lontane, che non aiutano la terra. Ora, benché sia giusto mostrare che i cristiani lavorano per la terra — e noi tutti siamo chiamati a lavorare perché questa terra sia realmente una città per Dio e di Dio — non dobbiamo dimenticare l'altra dimensione. Senza tenerne conto, non lavoriamo bene per la terra. Mostrare questo è stato uno degli scopi fondamentali per me nello scrivere l'Enciclica. Quando non si conosce il giudizio di Dio, non si conosce la possibilità dell'inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione. Allora l'uomo non lavora bene per la terra perché perde alla fine i criteri, non conosce più se stesso, non conoscendo Dio, e distrugge la terra.

Tutte le grandi ideologie hanno promesso: noi prenderemo in mano le cose, non trascureremo più la terra, creeremo il mondo nuovo, giusto, corretto, fraterno. Invece, hanno distrutto il mondo. Lo vediamo con il nazismo, lo vediamo anche con il comunismo, che hanno promesso di costruire il mondo così come avrebbe dovuto essere e, invece, hanno distrutto il mondo.
Nelle visite ad limina dei Vescovi di Paesi ex comunisti, vedo sempre di nuovo come in quelle terre siano rimasti distrutti non solo il pianeta, l'ecologia, ma soprattutto e più gravemente le anime. Ritrovare la coscienza veramente umana, illuminata dalla presenza di Dio, è il primo lavoro di riedificazione della terra. Questa è l'esperienza comune di quei Paesi. La riedificazione della terra, rispettando il grido di sofferenza di questo pianeta, si può realizzare soltanto ritrovando nell'anima Dio, con gli occhi aperti verso Dio.

Perciò Lei ha ragione: dobbiamo parlare di tutto questo proprio per responsabilità verso la terra, verso gli uomini che oggi vivono. Dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra. Nell'Enciclica ho cercato di dimostrare che proprio il giudizio ultimo di Dio garantisce la giustizia. Tutti vogliamo un mondo giusto.

Ma non possiamo riparare tutte le distruzioni del passato, tutte le persone ingiustamente tormentate e uccise. Solo Dio stesso può creare la giustizia, che deve essere giustizia per tutti, anche per i morti. E come dice Adorno, un grande marxista, solo la risurrezione della carne, che lui ritiene irreale, potrebbe creare giustizia. Noi crediamo in questa risurrezione della carne, nella quale non tutti saranno uguali.

Oggi si è abituati a pensare: che cosa è il peccato, Dio è grande, ci conosce, quindi il peccato non conta, alla fine Dio sarà buono con tutti. È una bella speranza. Ma c'è la giustizia e c'è la vera colpa. Coloro che hanno distrutto l'uomo e la terra non possono sedere subito alla tavola di Dio insieme con le loro vittime. Dio crea giustizia. Dobbiamo tenerlo presente. Perciò mi sembrava importante scrivere questo testo anche sul purgatorio, che per me è una verità così ovvia, così evidente e anche così necessaria e consolante, che non può mancare. Ho cercato di dire: forse non sono tanti coloro che si sono distrutti così, che sono insanabili per sempre, che non hanno più alcun elemento sul quale possa poggiare l'amore di Dio, non hanno più in se stessi un minimo di capacità di amare. Questo sarebbe l'inferno. D'altra parte, sono certamente pochi — o comunque non troppi — coloro che sono così puri da poter entrare immediatamente nella comunione di Dio. Moltissimi di noi sperano che ci sia qualcosa di sanabile in noi, che ci sia una finale volontà di servire Dio e di servire gli uomini, di vivere secondo Dio. Ma ci sono tante e tante ferite, tanta sporcizia. Abbiamo bisogno di essere preparati, di essere purificati. Questa è la nostra speranza: anche con tante sporcizie nella nostra anima, alla fine il Signore ci dà la possibilità, ci lava finalmente con la sua bontà che viene dalla sua croce. Ci rende così capaci di essere in eterno per Lui. E così il paradiso è la speranza, è la giustizia finalmente realizzata. E ci dà anche i criteri per vivere, perché questo tempo sia in qualche modo paradiso, sia una prima luce del paradiso. Dove gli uomini vivono secondo questi criteri, appare un po' di paradiso nel mondo, e questo è visibile. Mi sembra anche una dimostrazione della verità della fede, della necessità di seguire la strada dei comandamenti, di cui dobbiamo parlare di più. Questi sono realmente indicatori di strada e ci mostrano come vivere bene, come scegliere la vita. Perciò dobbiamo anche parlare del peccato e del sacramento del perdono e della riconciliazione. Un uomo sincero sa che è colpevole, che dovrebbe ricominciare, che dovrebbe essere purificato. E questa è la meravigliosa realtà che ci offre il Signore: c'è una possibilità di rinnovamento, di essere nuovi. Il Signore comincia con noi di nuovo e noi possiamo ricominciare così anche con gli altri nella nostra vita.

Questo aspetto del rinnovamento, della restituzione del nostro essere dopo tante cose sbagliate, dopo tanti peccati, è la grande promessa, il grande dono che la Chiesa offre. E che, per esempio, la psicoterapia non può offrire.

La psicoterapia oggi è così diffusa e anche necessaria di fronte a tante psichi distrutte o gravemente ferite. Ma le possibilità della psicoterapia sono molto limitate: può solo cercare un po' di riequilibrare un'anima squilibrata. Ma non può dare un vero rinnovamento, un superamento di queste gravi malattie dell'anima. E perciò rimane sempre provvisoria e mai definitiva. Il sacramento della penitenza ci dà l'occasione di rinnovarci fino in fondo con la potenza di Dio — ego te absolvo — che è possibile perché Cristo ha preso su di sé questi peccati, queste colpe.

Mi sembra che questa sia proprio oggi una grande necessità. Possiamo essere risanati. Le anime che sono ferite e malate, come è l'esperienza di tutti, hanno bisogno non solo di consigli ma di un vero rinnovamento, che può venire solo dal potere di Dio, dal potere dell'Amore crocifisso. Mi sembra questo il grande nesso dei misteri che alla fine incidono realmente nella nostra vita. Dobbiamo noi stessi rimeditarli e così farli arrivare di nuovo alla nostra gente.

(Don Massimo Tellan, parroco di Sant'Enrico)

Sono Don Massimo Tellan, sacerdote da quindici anni, da sei parroco a Casal Monastero, settore nord. Credo che tutti ci rendiamo conto di vivere sempre di più immersi in un mondo culturalmente inflazionato da parole, spesso prive persino di significato, che disorientano il cuore umano a tal punto da renderlo sordo alla parola di verità. Quella Parola eterna che si è fatta carne e ha assunto un volto in Gesù di Nazareth diviene così per molti evanescente, e soprattutto per le nuove generazioni, inconsistente e lontana. Certamente confusa nella selva di immagini ambigue ed effimere da cui si è bombardati quotidianamente. Allora che spazio dare nell'educare alla fede, a questo binomio di parola da accogliere e immagine da contemplare? Dove è finita l'arte del raccontare la fede e dell'introdurre al mistero, come avveniva in passato con la biblia pauperum? Nell'odierna società dell'immagine come possiamo recuperare la forza prorompente del vedere, che accompagna il mistero dell'incarnazione e dell'incontro con Gesù, come avvenne per Giovanni e Andrea sulle rive del Giordano, invitati ad andare e vedere dove abitava il maestro? In altre parole: come educare alla ricerca e alla contemplazione di quella vera bellezza che, come scriveva Dostoevskij, salverà il mondo? Grazie, Santità, della Sua attenzione, e se mi permette, anche con il consenso dei confratelli, oltreché da sacerdote di questo presbiterio anche da artista dilettante, vorrei accompagnare quanto detto donandole un'icona del Cristo alla colonna, immagine di quell'umanità sofferente e umiliata che il Verbo ha voluto assumere non solo sino all'Ecce homo, ma fino alla morte di Croce, e al contempo immagine attuale della Chiesa Corpo mistico del Cristo, sovente ferita dall'arroganza del male, ma chiamata col suo Signore, ad abbracciare il peccato del mondo per redimerlo con il suo sacrificarsi con Gesù. Grazie, Padre Santo, e grazie anche ai miei confratelli. Tutti loro, ogni giorno più di me e meglio di me, sono impegnati a mostrare al mondo con la propria testimonianza di vita il volto attuale del Maestro. Se è vero, come lo è, che chi ha visto il Figlio ha visto il Padre, così chi vede noi, sua Chiesa, possa vedere il Cristo.


Grazie per questo bellissimo dono. Sono grato che non abbiamo soltanto parole, ma anche immagini. Vediamo che anche oggi dalla meditazione cristiana nascono nuove immagini, rinasce la cultura cristiana, l'iconografia cristiana.

Si, viviamo nell'inflazione delle parole, delle immagini. Quindi è difficile creare spazio per la parola e l'immagine. Mi sembra che proprio nella situazione del nostro mondo, che conosciamo tutti, che è anche la nostra sofferenza, la sofferenza di ognuno, il tempo della Quaresima guadagni un nuovo significato. Certo il digiuno corporale, per un certo tempo considerato non più alla moda, oggi appare a tutti come necessario.

Non è difficile capire che dobbiamo digiunare. A volte ci troviamo anche di fronte a certe esagerazioni dovute ad un ideale di bellezza sbagliato. Ma in ogni caso il digiuno corporale è una cosa importante, perché siamo corpo e anima e la disciplina del corpo, la disciplina anche materiale, è importante per la vita spirituale che è sempre vita incarnata in una persona che è corpo e anima.

Questa è una dimensione. Oggi crescono e si manifestano altre dimensioni. Mi sembra che il tempo della Quaresima potrebbe proprio essere anche un tempo di digiuno dalle parole e dalle immagini. Abbiamo bisogno di un po’ di silenzio, abbiamo bisogno di uno spazio senza il bombardamento permanente delle immagini.

In questo senso, rendere accessibile e comprensibile oggi il significato di quaranta giorni di disciplina esteriore e interiore è molto importante per aiutarci a capire che una dimensione della nostra Quaresima, di questa disciplina corporale e spirituale, è crearci spazi di silenzio e anche senza immagini, per riaprire il nostro cuore all'immagine vera e alla parola vera. Mi sembra promettente che anche oggi si veda che c'è una rinascita dell'arte cristiana, sia di una musica meditativa — come per esempio quella nata a Taizé — sia anche, riallacciandoci all'arte dell'icona, ad un'arte cristiana che rimane, diciamo, nelle grandi normative dell'arte iconologica del passato, ma allargandosi alle esperienze e alle visioni di oggi. Laddove c'è una vera e profonda meditazione della Parola, dove entriamo realmente nella contemplazione di questa visibilità di Dio nel mondo, di questa toccabilità di Dio nel mondo, nascono anche nuove immagini, nuove possibilità di rendere visibili gli avvenimenti della salvezza. È proprio questa la conseguenza dell’evento dell'incarnazione. L'Antico Testamento vietava ogni immagine e doveva vietarlo in un mondo pieno di divinità. Esso viveva proprio nel grande vuoto che era anche rappresentato dall'interno del tempio, dove, in contrasto con altri templi, non c'era nessuna immagine, ma solo il trono vuoto della Parola, la presenza misteriosa del Dio invisibile, non circoscritto da nostre immagini.

Ma poi il passo nuovo è che questo Dio misterioso ci libera dall'inflazione delle immagini, anche di un tempo pieno di immagini di divinità, e ci dà la libertà della visione dell'essenziale. Appare con un volto, con un corpo, con una storia umana che, nello stesso tempo, è una storia divina. Una storia che continua nella storia dei santi, dei martiri, dei santi della carità, della parola, che sono sempre esplicazione, continuazione nel Corpo di Cristo di questa sua vita divina e umana, e ci dà le immagini fondamentali nelle quali — al di là di quelle superficiali che nascondono la realtà — possiamo aprire lo sguardo verso la Verità stessa. In questo senso mi sembra eccessivo il periodo iconoclastico del dopo Concilio, che aveva tuttavia un suo senso, perchè era forse necessario liberarsi da una superficialità delle troppe immagini.
Adesso torniamo alla conoscenza del Dio che si è fatto uomo. Come ci dice la Lettera agli Efesini, Lui è la vera immagine. E in questa vera immagine vediamo — oltre le apparenze che nascondono la verità — la Verità stessa: "Chi vede me, vede il Padre". In questo senso direi che, con molto rispetto e con molta reverenza, possiamo ritrovare un'arte cristiana e anche ritrovare le essenziali e grandi rappresentazioni del mistero di Dio nella tradizione iconografica della Chiesa. E così potremo riscoprire l'immagine vera, coperta dalle apparenze. È realmente un lavoro importante dell'educazione cristiana: la liberazione per la Parola dietro le parole, che esige sempre di nuovo spazi di silenzio, di meditazione, di approfondimento, di astinenza, di disciplina. E ugualmente l'educazione alla vera immagine, cioè alla riscoperta delle grandi icone create nella storia nella cristianità: con l'umiltà ci si libera da immagini superficiali. Questo tipo di iconoclasma è sempre necessario per riscoprire l'Immagine, cioè le immagini fondamentali che esprimono la presenza di Dio nella carne.
Questa è una dimensione fondamentale dell'educazione alla fede, al vero umanesimo, che cerchiamo in questo tempo a Roma. Siamo tornati a riscoprire l'icona con le sue regole molto severe, senza le bellezze rinascimentali. E così possiamo anche noi rientrare in un cammino di riscoperta umile delle grandi immagini, verso una sempre nuova liberazione dalle troppe parole, dalle troppe immagini, per riscoprire le immagini essenziali che sono necessarie per noi. Dio stesso ci ha mostrato la sua immagine e noi possiamo ritrovare questa immagine con una profonda meditazione della Parola che fa rinascere le immagini.

Allora, preghiamo il Signore che ci aiuti in questo cammino di vera educazione, di rieducazione alla fede, che è sempre non solo un ascoltare ma anche un vedere.

(Don Paul Chungat, vicario parrocchiale di San Giuseppe Cottolengo)

Mi chiamo don Chungat, indiano, attualmente vicario della parrocchia di San Giuseppe a Valle Aurelia. Vorrei ringraziarLa per l'opportunità che mi ha dato di servire nella diocesi di Roma per tre anni. Questo è stato per me, per i miei studi, un grande aiuto, così come credo che lo sia per tutti i sacerdoti studenti che restano a Roma. Ormai è arrivato il tempo di tornare alla mia diocesi in India dove i cattolici sono solo l'uno per cento mentre il novantanove per cento sono non cristiani. La cosa che in questi giorni mi ha dato da pensare molto è la situazione dell'evangelizzazione missionaria nella mia patria. Nella recente nota della Congregazione per la Dottrina della Fede ci sono alcune parole difficili da capire nel campo del dialogo interreligioso. Ad esempio al numero 10 c'è scritto «pienezza della salvezza», e nella parte introduttiva si legge «necessità di incorporazione formale nella Chiesa». Si tratta di concetti difficili da far capire quando io porterò queste cose in India e dovrò parlare ai miei amici induisti e ai fedeli di altre religioni. La mia domanda è: pienezza della salvezza va intesa in senso qualitativo o in senso quantitativo? Se quantitativo c'è un po’ di difficoltà. Il Concilio Vaticano II dice che c'è possibilità di un seme di luce anche nelle altre fedi. Se in senso qualitativo, oltre alla storicità e alla pienezza della fede, quali sono le altre cose per mostrare l'unicità della nostra fede riguardo al dialogo interreligioso?

Grazie per questo intervento. Lei sa bene che per l'ampiezza delle Sue domande ci sarebbe bisogno di un semestre di teologia!

Cercherò di essere breve. Lei conosce la teologia, ci sono grandi maestri e tanti libri. Innanzitutto grazie per questa Sua testimonianza, perché Lei si dice gioioso di poter lavorare a Roma anche se indiano. Per me questo è un fenomeno meraviglioso della cattolicità. Adesso non solo i missionari vanno dall'occidente negli altri continenti, ma c'è uno scambio di doni: indiani, africani, sudamericani lavorano da noi e i nostri vanno negli altri continenti. È un dare e ricevere da tutte le parti; è proprio questa la vitalità della cattolicità, dove tutti siamo debitori dei doni del Signore, e poi possiamo donare l’uno all'altro. È in questa reciprocità dei doni, del dare e del ricevere, che vive la Chiesa cattolica. Voi potete imparare da questi ambienti e esperienze occidentali e noi non meno da voi. Vedo che proprio questo spirito di religiosità che esiste in Asia, come in Africa, sorprende gli europei che sono spesso un po’ freddi nella fede. E così questa vivacità, almeno dello spirito religioso che esiste in questi continenti, è un grande dono per tutti noi, soprattutto per noi Vescovi del mondo occidentale e in particolare di quei Paesi in cui più marcato è il fenomeno dell'immigrazione, dalle Filippine, dall'India, eccetera. Il nostro cattolicesimo freddo è ravvivato da questo fervore che viene da voi. Quindi la cattolicità è un grande dono.
Veniamo alle domande che Lei mi ha posto. Non ho davanti in questo momento le parole esatte del documento della Congregazione per la Dottrina della Fede da Lei richiamato; ma in ogni caso vorrei dire due cose.

Da una parte, è assolutamente necessario il dialogo, conoscersi reciprocamente, rispettarsi e cercare di collaborare in tutti i modi possibili per i grandi scopi dell'umanità, o per i suoi grandi bisogni, per superare i fanatismi e creare uno spirito di pace e di amore. E questo è anche nello spirito del Vangelo, il cui senso è proprio che lo spirito di amore, che abbiamo imparato da Gesù, la pace di Gesù che Egli ci ha donato mediante la croce, diventi presente universalmente nel mondo.

In questo senso il dialogo deve essere vero dialogo, nel rispetto dell'altro e nell' accettazione della sua alterità; ma deve essere anche evangelico, nel senso che il suo scopo fondamentale è aiutare gli uomini a vivere nell'amore e a far sì che questo amore si possa espandere in tutte le parti del mondo.

Ma questa dimensione del dialogo, così necessaria, cioè quella del rispetto dell'altro, della tolleranza, della cooperazione, non esclude l'altra, cioè che il Vangelo è un grande dono, il dono del grande amore, della grande verità, che non possiamo avere solo per noi stessi, ma che dobbiamo offrire agli altri, considerando che Dio dà loro la libertà e la luce necessaria per trovare la verità. È questa la verità.

E quindi questa è anche la mia strada. La missione non è imposizione, ma è un offrire il dono di Dio, lasciando alla Sua bontà di illuminare le persone affinché si estenda il dono dell'amicizia concreta con il Dio dal volto umano. Perciò vogliamo e dobbiamo sempre testimoniare questa fede e l'amore che vive nella nostra fede. Avremmo trascurato un dovere vero, umano e divino, se avessimo lasciato gli altri soli e se avessimo riservato la fede che abbiamo solo per noi. Saremmo infedeli anche a noi stessi, se non offrissimo questa fede al mondo, pur sempre rispettando la libertà degli altri. La presenza della fede nel mondo è un elemento positivo, anche se non si converte nessuno; è un punto di riferimento.

Mi hanno detto esponenti di religioni non cristiane: per noi la presenza del cristianesimo è un punto di riferimento che ci aiuta, anche se non ci convertiamo. Pensiamo alla grande figura del Mahatma Gandhi: pur essendo fermamente legato alla sua religione, per lui il Discorso della montagna era un punto fondamentale di riferimento, che ha formato tutta la sua vita. E così il fermento della fede, pur non convertendolo al cristianesimo, è entrato nella sua vita. E mi pare che questo fermento dell'amore cristiano che traspare dal Vangelo è — oltre al lavoro missionario che cerca di allargare gli spazi della fede — un servizio che rendiamo all'umanità.

Pensiamo a san Paolo. Ho riapprofondito poco tempo fa la sua motivazione missionaria. Ne ho parlato anche alla Curia in occasione dell'incontro di fine d'anno. Lui era commosso dalla parola del Signore nel suo sermone escatologico. Prima di ogni avvenimento, prima del ritorno del Figlio dell'uomo, il Vangelo deve essere predicato a tutte le genti. Condizione perché il mondo raggiunga la sua perfezione, per la sua apertura al paradiso, è che il Vangelo sia annunciato a tutti. Egli pose tutto lo zelo missionario affinché il Vangelo potesse arrivare a tutti possibilmente già nella sua generazione, per rispondere al comandamento del Signore «perché sia annunciato a tutte le genti». Il suo desiderio non era tanto di battezzare tutte le genti, quanto la presenza del Vangelo nel mondo e dunque il compimento della storia come tale. Mi sembra che oggi, vedendo l'andamento della storia, si possa capire meglio che questa presenza della Parola di Dio, che questo annuncio che arriva a tutti come fermento, è necessario perché il mondo possa realmente giungere al suo scopo. In questo senso noi vogliamo sì la conversione di tutti, ma lasciamo che sia il Signore ad agire. Importante è che chi vuole convertirsi ne abbia la possibilità e che appaia sul mondo per tutti questa luce del Signore come punto di riferimento e come luce che aiuta, senza la quale il mondo non può trovare se stesso. Non so se mi sono spiegato bene: dialogo e missione non solo non si escludono, ma l'uno chiede l'altra.


Paparatzifan
Friday, February 08, 2008 10:47 PM
Incontro con il clero romano - Parte II...


(Don Alberto Orlando, vicario parrocchiale di Santa Maria Madre della Provvidenza)

Sono don Alberto Orlando, vice parroco della parrocchia di Santa Maria Madre della Provvidenza. Vorrei rappresentarLe una difficoltà vissuta a Loreto con i giovani lo scorso anno. A Loreto abbiamo trascorso una giornata bellissima, ma tra le tante cose belle abbiamo notato una certa distanza tra Lei e i giovani. Siamo arrivati il pomeriggio. Non siamo riusciti né a sistemarci, né a vedere, né a sentire. Quando poi è arrivata la sera Lei è andato via e noi siamo come rimasti in balia della televisione, che in un certo senso ci ha usato. I giovani però hanno bisogno di calore. Una ragazza per esempio mi ha detto: «Normalmente il Papa ci chiama "cari giovani", invece oggi ci ha chiamato "giovani amici"». Ed era molto contenta per questo. Come mai non sottolineare questo particolare, questa vicinanza? Anche il collegamento televisivo con Loreto era molto freddo, molto lontano; anche il momento della preghiera ha vissuto delle difficoltà perché era legato a dei punti luce rimasti chiusi sino a tardi, almeno sino a quando non è terminato lo spettacolo televisivo. La seconda cosa invece che ci ha creato qualche difficoltà è stata la liturgia del giorno dopo, un po’ pesante soprattutto per quanto riguarda canti e musica. Al momento dell'alleluja, per farLe un esempio, una ragazza ha notato che, nonostante il caldo, queste canzoni e queste musiche si protraevano in tempi lunghissimi, quasi che a nessuno importasse dei disagi di chi era stretto nella calca. E si trattava di ragazzi che tutte le domeniche frequentano la messa. Ecco le due domande: come mai questa distanza tra Lei e loro; e poi come conciliare il tesoro della liturgia in tutta la solennità con il sentimento, l'affetto e l'emotività che nutre i giovani e dei quali essi hanno tanto bisogno? Vorrei anche un consiglio: come regolarci tra solennità e emotività. Anche perché siamo noi stessi sacerdoti a chiederci spesso quanto noi preti siamo capaci di vivere con semplicità l'emozione e il sentimento. Ed essendo noi i ministri del sacramento vorremmo essere in grado di orientare sentimento e emotività verso un giusto equilibrio.

Il primo punto propostomi è legato alla situazione organizzativa: io l'ho trovata così come era, quindi non so se era possibile magari organizzare in modo diverso. Considerando le migliaia di persone che c'erano, era impossibile, credo, far sì che tutti potessero essere vicini allo stesso modo.

Anzi, per questo abbiamo seguito un percorso con la macchina, per avere un po' di vicinanza con le singole persone. Però terremo conto di questo e vedremo se in futuro, in altri incontri con migliaia e migliaia di persone, sarà mai possibile fare qualcosa di diverso. Mi sembra tuttavia importante che cresca il sentimento di una vicinanza interiore, che trovi il ponte che ci unisce anche se localmente distanti.

Un grande problema è quello invece delle liturgie alle quali partecipano masse di persone. Mi ricordo nel 1960, durante il grande congresso eucaristico internazionale di Monaco, si cercava di dare una nuova fisionomia ai congressi eucaristici, che sino ad allora erano soltanto atti di adorazione. Si voleva mettere al centro la celebrazione dell'Eucaristia come atto della presenza del mistero celebrato. Ma subito è nata la domanda sul come fosse possibile. Per adorare, si diceva, lo si può fare anche a distanza; ma per celebrare è necessaria una comunità limitata che possa interagire con il mistero, dunque una comunità che doveva essere assemblea attorno alla celebrazione del mistero. Molti erano quelli contrari alla celebrazione dell'Eucaristia in pubblico con centomila persone. Dicevano che non era possibile proprio per la struttura stessa dell'Eucaristia, che esige la comunità per la comunione. Erano anche grandi personalità, molto rispettabili, quelle contrarie a questa soluzione. Poi il professor Jungmann, grande liturgista, uno dei grandi architetti della riforma liturgica, ha creato il concetto di statio orbis, cioè è tornato alla statio Romae dove proprio nel tempo della Quaresima i fedeli si raccolgono in un punto, la statio: quindi sono in statio come i soldati per Cristo, poi vanno insieme all'Eucaristia. Se questa, ha detto, era la statio della città di Roma, dove la città di Roma si riunisce, allora questa è la statio orbis. E dal quel momento abbiamo le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione delle masse. Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta. Anche un'altra domanda ho fatto fare, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c'è ancora la struttura voluta dal Signore. Ma in ogni caso sono domande. E così si è presentata a lei la difficoltà nel partecipare ad una celebrazione di massa durante la quale non è possibile che tutti siano ugualmente coinvolti. Si deve dunque scegliere un certo stile, per conservare quella dignità che è sempre necessaria per l'Eucaristia, e quindi la comunità non è uniforme e l'esperienza della partecipazione all'avvenimento è diversa; per alcuni è certamente insufficiente. Ma non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione.

Si deve riflettere bene dunque sul cosa fare in queste situazioni, come rispondere alle sfide di questa situazione. Se non sbaglio, era un'orchestra di handicappati ad eseguire le musiche e forse l'idea era proprio quella di far capire che gli handicappati possono essere animatori della sacra celebrazione e proprio loro non devono essere esclusi ma agenti primari. E così tutti, amando loro, non si sono sentiti esclusi ma anzi coinvolti. Mi sembra una riflessione molto rispettabile e io la condivido. Naturalmente però rimane il problema fondamentale. Ma mi sembra che anche qui, sapendo che cosa è l'Eucaristia, anche se non si ha la possibilità di un'attività esteriore come si desidererebbe per sentirsi compartecipi, vi si entra con il cuore, come dice l'antico imperativo nella Chiesa, creato forse proprio per quelli che stavano dietro nella basilica: «In alto i cuori! Adesso tutti usciamo da noi stessi, così tutti siamo con il Signore e siamo insieme». Come detto, non nego il problema, ma se seguiamo realmente questa parola «In alto i nostri cuori» troveremo tutti, anche in situazioni difficili ed a volte discutibili, la vera partecipazione attiva.

(Monsignor Renzo Martinelli, delegato della Pontificia Accademia dell'Immacolata)

Santo Padre volevo innanzitutto ringraziarla anche delle esplicitazioni che ha fatto domenica scorsa all'Angelus, al riguardo delle sue intenzioni, perché noi i fedeli sempre li educhiamo a pregare per il Papa e quando Lei dice di pregare per i consacrati, di pregare per la giornata della vita, di pregare per i frutti di conversione della Quaresima, ecco esplicitare questo diventa ancora più evidente una comunione interiore, ma anche consapevole di essere vicini alle Sue intenzioni. Anche in questi giorni la grazia di poter pregare davanti all'Immacolata nell'anniversario di Lourdes. Ritornando al problema dell'emergenza educativa, la domanda è questa: Lei ha detto di recente ai Vescovi sloveni questa frase: «Se per esempio si concepisce l'uomo secondo una tendenza oggi diffusa in modo individualistico», come giustificare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale. Allora questa mentalità individualistica — io sono entrato in seminario a undici anni e sono stato educato un po' in una mentalità in cui c'era il mio io e poi accanto al mio io un altro io un po' moralistico per conformarsi a Cristo e alla fine la mia libertà come dice Lei nel suo libro Gesù di Nazaret era come gestita in modo da schiavo, come schiavitù, quando commenta il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo. E tutto questo crea una divisione: come invece proporre ai giovani quello su cui Lei da sempre ha insistito, e cioè che l'io del cristiano, una volta che è investito da Cristo non è più io. L'identità del cristiano, Lei ha detto a Verona molto approfonditamente, è l'io non più io perché c'è il soggetto comunionale di Cristo. Come proporre Santità questa conversione, questa modalità nuova, questa originalità cristiana di essere una comunione che propone efficacemente la novità della esperienza cristiana.

È la grande questione che ogni sacerdote che è responsabile per altri si pone ogni giorno. Anche per se stesso naturalmente. È vero che nel Novecento c'era la tendenza a una devozione individualistica, per salvare soprattutto la propria anima e creare dei meriti anche calcolabili, che si potevano in certe liste anche indicare con numeri. E certamente tutto il movimento del Vaticano II ha voluto superare questo individualismo.

Io non vorrei adesso giudicare queste generazioni passate, che a modo loro hanno tuttavia cercato di servire così gli altri. Ma lì c'era il pericolo che soprattutto si volesse salvare la propria anima; a ciò seguiva un estrinsecismo della pietà che alla fine trovava la fede come un peso e non come una liberazione. E certamente è volontà fondamentale della nuova pastorale indicata dal Concilio Vaticano II di uscire da questa visione troppo ristretta del cristianesimo e scoprire che io salvo la mia anima solo donandola, come ci ha detto oggi nel Vangelo il Signore; solo liberandomi da me, uscendo da me; come Dio ha fatto nel Figlio uscito da se stesso Dio per salvare noi. E noi entriamo in questo movimento del Figlio, cerchiamo di uscire da noi stessi perché sappiamo dove arrivare. E non cadiamo nel vuoto, ma lasciamo noi stessi, abbandonandoci al Signore, uscendo, mettendoci a sua disposizione, come vuole Lui e non come pensiamo noi.

Questa è la vera obbedienza cristiana, che è libertà: non come vorrei io, con il mio progetto di vita per me, ma mettendomi a sua disposizione, perché Egli disponga di me. E mettendomi nelle sue mani sono libero. Ma è un grande salto che non è mai fatto definitivamente. Penso qui a sant'Agostino, che tante volte ci ha detto questo. Inizialmente dopo la conversione pensava di essere arrivato al vertice e di vivere nel paradiso della novità dell'essere cristiano. Poi ha scoperto che il cammino difficoltoso della vita continuava, benché da quel momento sempre nella luce di Dio, e che era necessario fare ogni giorno di nuovo questo salto da se stesso; dare questo io perché muoia e si rinnovi nel grande io di Cristo che è, in un certo modo molto vero, l’io comune di tutti noi, il nostro noi.
Ma direi che noi stessi dobbiamo proprio nella celebrazione dell'Eucaristia — che è questo grande e profondo incontro con il Signore dove mi lascio cadere nelle sue mani — esercitare questo passo grande. Quanto più noi stessi lo impariamo possiamo anche esprimerlo agli altri e renderlo comprensibile, accessibile ad altri. Solo andando con il Signore, abbandonandoci nella comunione della Chiesa alla sua apertura, non vivendo per me sia per una vita terrestre felice, sia solo per una beatitudine personale, ma facendomi strumento della sua pace, vivo bene e imparo questo coraggio davanti alle sfide di ogni giorno, sempre nuove e gravi, spesso quasi irrealizzabili. Mi lascio perché tu lo vuoi e sono sicuro che così vado avanti bene. Possiamo solo pregare il Signore che ci aiuti a fare questo cammino ogni giorno, per aiutare, illuminare così gli altri, motivarli perché possano essere così liberati e redenti.

(Don Paolo Tammi, parroco di San Pio X, insegnante di religione)

Desidero porgerle solo uno dei tanti ringraziamenti per la fatica e la passione con le quali ha scritto il suo libro su Gesù di Nazaret, un testo che come ella stesso ha detto non è un atto di magistero, ma frutto della sua ricerca personale del volto di Dio. Ha contribuito a riportare al centro del cristianesimo la persona di Gesù Cristo e sicuramente sta contribuendo e contribuirà a fare una paziente giustizia delle visioni parziali dell'evento cristiano, come la visione politica nella quale è cresciuta la maggior parte della mia adolescenza e dei miei coetanei, o quella moralistica, un po' troppo insistente a parer mio nella predicazione cattolica, infine quella che ama definirsi demitizzante della figura di Gesù Cristo, come quella di certi maestri del pensiero laico che, con poca sorpresa in verità, improvvisamente si occupano oggi del Fondatore del cristianesimo e della sua vicenda umana per negarne la storicità o per attribuire la sua divinità a una fantasia della Chiesa apostolica. Lei invece non smette di insegnarci, Santità, che Gesù è veramente tutto; che di Lui, uomo e Dio, ci si può solo innamorare, il che non è proprio la stessa cosa di prendere la tessera del partito, ammesso che esista, o riempirsene la bocca solo per salvare un'identità culturale. Mi limito ad aggiungere che in un ambiente laico come la scuola, dove le motivazioni storiche e filosofiche pro o contro la religione hanno ovviamente il loro legittimo spazio, io vedo ogni giorno i ragazzi mantenere una grande distanza emotiva, mentre ho visto i ragazzi commuoversi ad Assisi, dove li ho portati qualche giorno fa, ascoltando l'appassionata testimonianza di un giovane frate minore. Le chiedo: come può la vita di un prete appassionarsi sempre più all'essenziale che è lo sposo Gesù? E ancora: da cosa si vede che un prete è innamorato di Gesù? So che Vostra Santità ha già risposto più volte, ma è certo che la risposta può aiutarci a correggerci, a riprendere speranza. Le chiedo di farlo ancora con i Suoi preti.

Come posso correggere i parroci, che lavorano così bene! Possiamo solo aiutarci reciprocamente. Lei quindi conosce questo ambiente laico con distanza non solo intellettuale, ma soprattutto emotiva, dalla fede. E dobbiamo, a seconda delle circostanze, cercare il modo di creare dei ponti. Mi sembra che le situazioni siano difficili, ma Lei ha ragione. Dobbiamo sempre pensare: che cosa è l'essenziale, anche se poi può essere diverso il punto dove si può allacciare il kerigma, il contesto, il modo di fare. Ma la questione deve essere sempre: che cosa è essenziale? che cosa bisogna scoprire? che cosa vorrei dare? E qui ripeto sempre: l'essenziale è Dio. Se non parliamo di Dio, se Dio non va scoperto, restiamo sempre alle cose secondarie. Quindi mi sembrerebbe fondamentale che almeno nasca la domanda: c'è Dio? E come potrei vivere senza Dio? È Dio davvero una realtà importante per me?

Per me rimane impressionante che il Vaticano I volesse proprio allacciare questo dialogo, capire con la ragione Dio – anche se nella situazione storica in cui ci troviamo abbiamo bisogno che Dio ci aiuti e purifichi la nostra ragione. Mi sembra che già si stia cercando di rispondere a questa sfida dell'ambiente laico con Dio come la questione fondamentale, e poi con Gesù Cristo, come la risposta di Dio. Naturalmente direi che ci sono i preambula fidei, che forse sono il primo passo per rendere aperto il cuore e la mente verso Dio: le virtù naturali. In questi giorni ho avuto la visita di un capo di Stato, che mi ha detto: non sono religioso, il fondamento della mia vita è l'etica aristotelica. È già una cosa molto buona, e siamo già insieme con san Tommaso, in cammino verso la sintesi di Tommaso. E quindi può essere questo un punto di aggancio: imparare e rendere comprensibile l’importanza per la convivenza umana di questa etica razionale, che poi si apre interiormente — se vissuta conseguentemente — alla domanda di Dio, alla responsabilità davanti a Dio.
Quindi mi sembra che, da una parte, dobbiamo avere chiaro davanti a noi che cosa è l'essenziale che vogliamo e dobbiamo trasmettere agli altri, e quali sono i preambula nelle situazioni in cui possiamo fare i primi passi: certamente proprio nell'oggi una certa prima educazione etica è un passo fondamentale. Così ha fatto anche la cristianità antica. Cipriano, per esempio, ci dice che prima la sua era una vita totalmente dissoluta; poi, vivendo nella comunità catecumenale, ha imparato un’etica fondamentale e così si è aperto la strada verso Dio. Anche sant'Ambrogio nella veglia pasquale dice: finora abbiamo parlato della morale, adesso veniamo ai misteri. Avevano fatto il cammino dei preambula fidei con un'educazione etica fondamentale, che creava la disponibilità per capire il mistero di Dio. Quindi io direi che dobbiamo forse fare un'interazione tra educazione etica — oggi così importante — da una parte, anche con una sua evidenza pragmatica, e nello stesso tempo non omettere la questione di Dio. E in questo interpenetrarsi di due cammini mi sembra forse che riusciamo un po' ad aprirci a quel Dio che solo può dare la luce.

(Don Daniele Salera, vicario parrocchiale a Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca, insegnante di religione)

Santità, sono don Daniele Salera, sacerdote da 6 anni, vicario parrocchiale a Tor Bella Monaca ed ivi insegnante di religione. Nel leggere la Vostra lettera sul compito urgente dell'educazione, ho annotato alcuni aspetti per me significativi sui quali mi piacerebbe dialogare con Lei. Anzitutto trovo importante il Suo indirizzo alla diocesi e alla città. Questa distinzione dà ragione delle diverse identità che la compongono ed interpella, nella libertà a cui Lei, Santità fa cenno, anche i non credenti. Vorrei trasmettervi in questi pochi istanti la bellezza del lavorare nella scuola con colleghi che per motivi vari non hanno più una fede viva o non si riconoscono più nella Chiesa, eppure mi sono di esempio nella passione educativa e nel recupero di adolescenti che già hanno una vita segnata dal crimine e dal degrado. Colgo in tante persone con cui lavoro a Tor Bella Monaca una vera e propria ansia missionaria. Per strade diverse, ma convergenti, lottiamo contro quella crisi di speranza che è sempre dietro l'angolo quando ogni giorno si ha a che fare con ragazzi che sembrano interiormente morti, senza desideri per il futuro o così profondamente avvinti dal male da non riuscire a scorgere il bene che si vuole loro o le occasioni di libertà e di redenzione che comunque ci sono sul loro cammino. Di fronte ad una tale emergenza umana non c'è spazio per le divisioni, e allora spesso mi ripeto una frase di Papa Roncalli che diceva: «Cercherò sempre ciò che unisce, anziché ciò che divide». Santità, questa esperienza mi sta facendo vivere quotidianamente a contatto con ragazzi e adulti che non avrei mai incontrato concentrandomi solo sulle attività interne alla parrocchia ed osservo così che è vero: tanti educatori stanno rinunciando all'etica in nome di un'affettività che non dà certezze e crea dipendenza. Altri hanno paura di difendere le regole della convivenza civile perché pensano che esse non diano ragione dei bisogni, delle difficoltà e delle identità dei giovani. Con uno slogan, direi che a livello educativo viviamo in una cultura del «sì sempre» e «no mai». Ma è il «no» detto con amorevole passione per l'uomo e il suo futuro che spesso delimita il confine tra il bene e il male; confine che nell'età evolutiva è fondamentale per la costruzione di identità personali solide. E da una parte sono dunque convinto che di fronte all'emergenza le diversità si attenuano, e dunque, sul piano educativo possiamo veramente trovare un tavolo comune con chi in libertà non si dice propriamente credente; dall'altra, mi chiedo perché noi Chiesa che tanto abbiamo scritto, pensato e vissuto circa l'educazione come formazione al retto uso della libertà — come Lei dice — non riusciamo a far passare questo obiettivo educativo? Perché appariamo mediamente così poco liberati e liberanti?

Grazie per questo specchio delle sue esperienze nella scuola di oggi, dei giovani di oggi, anche per queste domande autocritiche per noi stessi. In questo momento posso solo confermare che mi sembra molto importante che la Chiesa sia presente anche nella scuola, perché un'educazione che non è nello stesso tempo anche educazione con Dio e presenza di Dio, un'educazione che non trasmette i grandi valori etici che sono apparsi nella luce di Cristo, non è educazione. Non basta mai una formazione professionale senza formazione del cuore. E il cuore non può essere formato senza almeno la sfida della presenza di Dio. Sappiamo che molti giovani vivono in ambienti, in situazioni che rendono per loro inaccessibili la luce e la Parola di Dio; sono in situazioni di vita che sono una vera schiavitù, non solo esteriore, in quanto provocano una schiavitù intellettuale che oscura davvero il cuore e la mente. Cerchiamo con tutte le possibilità a disposizione della Chiesa di offrire anche a loro una possibilità di uscita. Ma, in ogni caso, facciamo che in questo ambiente variegato della scuola — dove si va dai credenti fino alle situazioni più tristi — sia presente la Parola di Dio. Proprio questo abbiamo detto di san Paolo, che voleva far arrivare il Vangelo a tutti. Questo imperativo del Signore — il Vangelo deve essere annunciato a tutti — non è un imperativo diacronico, non è un imperativo continentale, che in tutte le culture sia annunciato in prima linea; ma un imperativo interiore, nel senso di entrare nelle diverse sfumature e dimensioni di una società, per rendere più accessibile almeno un po' della luce del Vangelo; che sia realmente annunciato a tutti il Vangelo.

E mi sembra anche un aspetto della formazione culturale oggi. Conoscere che cos'è la fede cristiana che ha formato questo continente e che è una luce per tutti i continenti. I modi in cui si può rendere presente e accessibile al massimo questa luce sono diversi e so di non avere una ricetta per questo; ma la necessità di offrirsi a questa avventura bella e difficile è realmente un elemento dell'imperativo del Vangelo stesso. Preghiamo che il Signore ci aiuti sempre più a rispondere a questo imperativo di far arrivare in tutte le dimensioni della nostra società la sua conoscenza, la conoscenza del suo volto.

(Padre Umberto Fanfarillo, parroco di Santa Dorotea in Trastevere)

Santo Padre, sono il parroco di Santa Dorotea in Trastevere, Padre Umberto Fanfarillo, francescano conventuale. Insieme con la comunità cristiana del territorio parrocchiale, mi preme segnalare una cospicua anche se non profonda presenza di altri contesti religiosi, con i quali ci confrontiamo quotidianamente nella stima reciproca, nella conoscenza e anche in una rispettosa convivenza. In questa sostanziale positività di intenti posso annoverare l'impegno dell'Accademia dei Lincei, dell'Università americana John Cabot, con oltre ottocento alunni provenienti da circa sessanta Paesi e con articolazioni religiose che vanno dai cattolici ai luterani, dagli ebrei ai musulmani. Sono proprio questi giovani che, alla morte di Giovanni Paolo II, si sono raccolti in preghiera nella nostra chiesa. Sono alcuni di essi che, frequentando i locali della parrocchia, esprimono rispetto e serenità dinanzi ai nostri simboli religiosi come il crocifisso e le immagini di Maria, dei santi e del Papa. Nel territorio della parrocchia la Casa di Peter Pan accoglie bambini malati di tumore ed è legata all'ospedale Bambin Gesù. Anche qui l'interreligiosità realizza altissimi momenti di carità e di religiosa attenzione al fratello ammalato e bisognoso. Analoga realtà e rispettoso incontro tra le ricordate espressioni religiose abbiamo nel carcere di Regina Coeli, sempre nel territorio della parrocchia. Di recente, nel clima di rispetto e di testimonianza, è stato conferito il sacramento della confermazione a due giovani anglicani diventati cattolici. Questi vivaci credo si incontrano di continuo anche nei luoghi di accoglienza che caratterizzano il territorio di Trastevere. Santo Padre, siamo tutti alla ricerca di nuovi e più equilibrati atteggiamenti di conoscenza e di rispetto. Abbiamo sempre apprezzato i suoi interventi improntati al rispetto e al dialogo nella ricerca della verità. Ci aiuti ancora con la sua parola.

Grazie per questa testimonianza di una parrocchia veramente multidimensionale e multiculturale. Mi sembra che Lei abbia un po' concretizzato quanto discusso in precedenza con il confratello indiano: questo insieme di un dialogo, di una convivenza rispettosa, rispettandoci gli uni con gli altri, accettando gli uni gli altri, come essi sono nella loro alterità, nella loro comunione. E nello stesso tempo la presenza del cristianesimo, della fede cristiana come punto di riferimento al quale tutti possono gettare lo sguardo, come un fermento che nel rispetto delle libertà tuttavia è una luce per tutti e ci accomuna proprio nel rispetto delle differenze. Speriamo che il Signore ci aiuti sempre in questo senso ad accettare l'altro nell'alterità, a rispettarlo e a rendere Cristo presente nel gesto dell'amore, che è la vera espressione della sua presenza e della sua parola. E ci aiuti così ad essere realmente ministri di Cristo e della sua salvezza per il mondo. Grazie.

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+PetaloNero+
Saturday, February 09, 2008 2:24 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Partecipanti al Convegno Internazionale promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici nel XX Anniversario della Lettera Apostolica "Mulieris dignitatem";

S.E. Mons. Justo Mullor García, Arcivescovo tit. di Bolsena, Nunzio Apostolico.



Il Papa riceve questa mattina in Udienza:

Partecipanti all’Assemblea Nazionale della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.



Il Santo Padre riceve questo pomeriggio in Udienza:

Em.mo Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.




RINUNCE E NOMINE


NOMINA DEL SOTTO-SEGRETARIO DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA

Il Santo Padre ha nominato Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia il Rev.do Sacerdote Carlos Simón Vázquez, del clero della diocesi di Coria-Cáceres (Spagna), Professore presso l’Istituto Teologico San Pedro de Alcántara in Cáceres e presso la Facultad Teológica del Norte de España in Burgos.


+PetaloNero+
Saturday, February 09, 2008 2:26 PM
UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO INTERNAZIONALE "DONNA E UOMO, L’HUMANUM NELLA SUA INTEREZZA"

Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Convegno Internazionale "Donna e uomo, l’humanum nella sua interezza", promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici nel XX anniversario della pubblicazione della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Con vero piacere accolgo e saluto tutti voi, che prendete parte al Convegno internazionale sul tema: "Donna e uomo, l'humanum nella sua interezza", organizzato in occasione del XX anniversario della pubblicazione della Lettera apostolica Mulieris dignitatem. Saluto il Signor Cardinale Stanisław Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, e gli sono grato per essersi fatto interprete dei comuni sentimenti. Saluto il Segretario, Mons. Josef Clemens, i membri e i collaboratori del Dicastero. In particolare, saluto le donne, che sono la grande maggioranza dei presenti, e che hanno arricchito con la loro esperienza e competenza i lavori congressuali.

L’argomento sul quale state riflettendo è di grande attualità: dalla seconda metà del XX secolo sino ad oggi, il movimento di valorizzazione della donna nelle varie istanze della vita sociale ha suscitato innumerevoli riflessioni e dibattiti, ed ha visto il moltiplicarsi di tante iniziative che la Chiesa Cattolica ha seguito e spesso accompagnato con attento interesse. Il rapporto uomo-donna nella rispettiva specificità, reciprocità e complementarità costituisce senz’altro un punto centrale della "questione antropologica", così decisiva nella cultura contemporanea. Numerosi gli interventi e i documenti pontifici che hanno toccato la realtà emergente della questione femminile. Mi limito a ricordare quelli dell’amato mio predecessore Giovanni Paolo II, il quale, nel giugno del 1995, volle scrivere una Lettera alle donne, mentre il 15 agosto del 1988, esattamente venti anni or sono, pubblicò la Lettera apostolica Mulieris dignitatem. Questo testo sulla vocazione e dignità della donna, di grande ricchezza teologica, spirituale e culturale, a sua volta ha ispirato la Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Nella Mulieris dignitatem, Giovanni Paolo II ha voluto approfondire le verità antropologiche fondamentali dell’uomo e della donna, l’uguaglianza in dignità e l’unità dei due, la radicata e profonda diversità tra il maschile e il femminile e la loro vocazione alla reciprocità e alla complementarità, alla collaborazione e alla comunione (cfr n. 6). Questa unità-duale dell’uomo e della donna si basa sul fondamento della dignità di ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, il quale "maschio e femmina li creò" (Gn 1,27), evitando tanto una uniformità indistinta e una uguaglianza appiattita e impoverente quanto una differenza abissale e conflittuale (cfr Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, 8). Questa unità duale porta con sé, iscritta nei corpi e nelle anime, la relazione con l'altro, l'amore per l'altro, la comunione inter-personale che indica "che nella creazione dell'uomo è stata iscritta anche una certa somiglianza della comunione divina" (n. 7). Quando, pertanto, l'uomo o la donna pretendono di essere autonomi e totalmente auto-sufficienti, rischiano di restare rinchiusi in un’auto-realizzazione che considera come conquista di libertà il superamento di ogni vincolo naturale, sociale o religioso, ma che di fatto li riduce a una solitudine opprimente. Per favorire e sostenere la reale promozione della donna e dell’uomo non si può non tener conto di questa realtà.

Occorre certamente una rinnovata ricerca antropologica che, sulla base della grande tradizione cristiana, incorpori i nuovi progressi della scienza e il dato delle odierne sensibilità culturali, contribuendo in tal modo ad approfondire non solo l'identità femminile ma anche quella maschile, essa pure oggetto non raramente di riflessioni parziali e ideologiche. Di fronte a correnti culturali e politiche che cercano di eliminare, o almeno di offuscare e confondere, le differenze sessuali iscritte nella natura umana considerandole una costruzione culturale, è necessario richiamare il disegno di Dio che ha creato l'essere umano maschio e femmina, con un’unità e allo stesso tempo una differenza originaria e complementare. La natura umana e la dimensione culturale si integrano in un processo ampio e complesso che costituisce la formazione della propria identità, dove entrambe le dimensioni, quella femminile e quella maschile, si corrispondono e si completano.

Aprendo i lavori della V Conferenza Generale dell'Episcopato Latino-Americano e dei Caraibi, nel maggio dello scorso anno in Brasile, ho avuto modo di ricordare come persista ancora una mentalità maschilista, che ignora la novità del cristianesimo, il quale riconosce e proclama l'uguale dignità e responsabilità della donna rispetto all'uomo. Ci sono luoghi e culture dove la donna viene discriminata o sottovalutata per il solo fatto di essere donna, dove si fa ricorso persino ad argomenti religiosi e a pressioni familiari, sociali e culturali per sostenere la disparità dei sessi, dove si consumano atti di violenza nei confronti della donna rendendola oggetto di maltrattamenti e di sfruttamento nella pubblicità e nell'industria del consumo e del divertimento. Dinanzi a fenomeni così gravi e persistenti ancor più urgente appare l’impegno dei cristiani perché diventino dovunque promotori di una cultura che riconosca alla donna, nel diritto e nella realtà dei fatti, la dignità che le compete.

Dio affida alla donna e all’uomo, secondo le proprie peculiarità, una specifica vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo. Penso qui alla famiglia, comunità di amore aperto alla vita, cellula fondamentale della società. In essa la donna e l’uomo, grazie al dono della maternità e della paternità, svolgono insieme un ruolo insostituibile nei confronti della vita. Sin dal loro concepimento i figli hanno il diritto di poter contare sul padre e sulla madre che si prendano cura di loro e li accompagnino nella loro crescita. Lo Stato, da parte sua, deve appoggiare con adeguate politiche sociali tutto ciò che promuove la stabilità e l'unità del matrimonio, la dignità e la responsabilità dei coniugi, il loro diritto e compito insostituibile di educatori dei figli. Inoltre, è necessario che anche alla donna sia reso possibile collaborare alla costruzione della società, valorizzando il suo tipico "genio femminile".

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora una volta per questa vostra visita e, mentre auspico pieno successo ai lavori del Convegno, vi assicuro un ricordo nella preghiera, invocando la materna intercessione di Maria, perché aiuti le donne del nostro tempo a realizzare la loro vocazione e la loro missione nella comunità ecclesiale e civile. Con tali voti, imparto a voi qui presenti e alle persone a voi care una speciale Benedizione Apostolica.






Approfondire la verità antropologica dell’uomo e della donna, respingendo le correnti culturali che cercano di offuscare le differenze sessuali: così, il Papa ai partecipanti al convegno per il 20.mo della Mulieris Dignitatem




Di fronte alle correnti culturali che cercano di confondere le differenze sessuali iscritte nella natura umana, va richiamato il disegno di Dio sull’uomo e la donna: è l’esortazione di Benedetto XVI, rivolta stamani ai partecipanti al Convegno per il 20.mo anniversario della Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem. Il saluto al Papa è stato rivolto dal cardinale Stanisław Ryłko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, dicastero che ha promosso il convegno. Il servizio di Alessandro Gisotti:


“Dio affida alla donna e all’uomo, secondo le proprie peculiarità, una specifica vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo”: è la riflessione offerta da Benedetto XVI ai partecipanti al convegno per il ventennale della Mulieris Dignitatem. Il Papa ha riconosciuto che il rapporto uomo-donna costituisce “un punto centrale della questione antropologica, così decisiva nella cultura contemporanea”. Giovanni Paolo II, è stata la sua riflessione, ha voluto “approfondire le verità antropologiche fondamentali dell’uomo e della donna, l’uguaglianza in dignità e l’unità dei due, la radicata e profonda diversità tra il maschile e il femminile e la loro vocazione alla reciprocità e alla complementarità”:


“Quando, pertanto, l'uomo o la donna pretendono di essere autonomi e totalmente auto-sufficienti, rischiano di restare rinchiusi in un’auto-realizzazione che considera come conquista di libertà il superamento di ogni vincolo naturale, sociale o religioso, ma che di fatto li riduce a una solitudine opprimente”.


L’unità-duale dell’uomo e della donna, ha proseguito, “si basa sul fondamento della dignità di ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio”, evitando “tanto una uniformità indistinta e una uguaglianza appiattita e impoverente quanto una differenza abissale e conflittuale”. Benedetto XVI ha dunque ribadito che occorre “una rinnovata ricerca antropologica che, sulla base della grande tradizione cristiana, incorpori i nuovi progressi della scienza e il dato delle odierne sensibilità culturali”. In tal modo, ha aggiunto, si può “approfondire non solo l'identità femminile ma anche quella maschile, essa pure oggetto non raramente di riflessioni parziali e ideologiche”:


“Di fronte a correnti culturali e politiche che cercano di eliminare, o almeno di offuscare e confondere, le differenze sessuali iscritte nella natura umana considerandole una costruzione culturale, è necessario richiamare il disegno di Dio che ha creato l'essere umano maschio e femmina, con un’unità e allo stesso tempo una differenza originaria e complementare”.


Le dimensioni femminile e maschile, ha aggiunto, “si corrispondono e si completano”. Quindi, richiamando un suo intervento durante il viaggio apostolico in Brasile, del maggio scorso, il Papa ha criticato la persistenza di “una mentalità maschilista”, che ignora la novità del cristianesimo, “il quale riconosce e proclama l'uguale dignità e responsabilità della donna rispetto all'uomo”:


“Ci sono luoghi e culture dove la donna viene discriminata o sottovalutata per il solo fatto di essere donna, dove si fa ricorso persino ad argomenti religiosi e a pressioni familiari, sociali e culturali per sostenere la disparità dei sessi, dove si consumano atti di violenza nei confronti della donna rendendola oggetto di maltrattamenti e di sfruttamento nella pubblicità e nell'industria del consumo e del divertimento”.

Dinanzi a “fenomeni così gravi e persistenti”, è stato il richiamo del Papa, è “ancor più urgente” l’impegno dei cristiani “perché diventino dovunque promotori di una cultura che riconosca alla donna, nel diritto e nella realtà dei fatti, la dignità che le compete”. Ha così ribadito il ruolo insostituibile della donna e dell’uomo nella famiglia, “comunità di amore aperta alla vita”. Sin dal loro concepimento, ha affermato, “i figli hanno il diritto di poter contare sul padre e sulla madre che si prendano cura di loro e li accompagnino nella loro crescita”. Parole corredate da una viva esortazione alle istituzioni civili:


“Lo Stato, da parte sua, deve appoggiare con adeguate politiche sociali tutto ciò che promuove la stabilità e l'unità del matrimonio, la dignità e la responsabilità dei coniugi, il loro diritto e compito insostituibile di educatori dei figli. Inoltre, è necessario che anche alla donna sia reso possibile collaborare alla costruzione della società, valorizzando il suo tipico genio femminile”.

Dal canto suo, nell’indirizzo d’omaggio, il cardinale Stanisław Ryłko ha sottolineato che dal convegno sulla Mulieris Dignitatem nasce un invito per tutti, donne e uomini, a tener presente che “ogni discorso sulla promozione della donna nella società e nella Chiesa deve fondarsi su una solida antropologia”, “sulla piena verità sull'essere umano, che esiste sempre e solo come femmina e come maschio”.

Oltre a celebrare il 20.mo anniversario della Lettera apostolica “Mulieris Dignitatem” di Giovanni Paolo II, il convegno sta approfondendo il tema della valorizzazione del ruolo della donna, soprattutto come educatrice. In proposito, ecco la riflessione di una delle relatrici, Paola Bignardi, coordinatrice del Forum Internazionale dell’Azione Cattolica, intervistata da Isabella Piro:


R. – L’educazione è il servizio alla crescita interiore delle persone. A me piace pensare all’educazione come ad una forma di generazione e la chiave per capire la vocazione della donna è proprio quella della generazione. Il ruolo della donna è molto importante nell’educazione, proprio per questa sua esperienza della struttura della generazione, e anche della generazione interiore, che significa prendersi cura delle persone così come sono, accompagnarle in un percorso che le rende libere, che le rende altro da noi, che le rende se stesse. Inoltre, in questa fase della storia della nostra società occidentale, il prendersi cura nell’educazione va di pari passo con un’esigenza di reinterpretazione del compito educativo per comprendere come una proposta di valori, così come l’educazione deve fare, è una proposta che libera, che realizza, che è in funzione di una crescita della persona.


D. – L’uomo in tutto questo che ruolo ha?


R. – La chiave del rapporto uomo-donna è nella reciprocità che rende feconda la differenza. La specificità femminile è una specificità che è chiamata a entrare in relazione con un’altra specificità, quella maschile: l’uomo è chiamato a prendere parte al compito educativo accogliendo dalla donna le caratteristiche che sono sue, ad esempio la dimensione dell’accoglienza, della cura, del valore dei sentimenti, senza averne disprezzo, come se fossero una debolezza. Al tempo stesso, la donna è chiamata ad apprendere dall’uomo il rapporto più diretto con la realtà, che è tipico dell’uomo, il riferimento immediato alla razionalità, che appartiene in maniera molto forte all’uomo.


D. – Qual è oggi il modo più corretto per parlare di femminismo?


R. – Credo che oggi si debba parlare di femminismo mettendo in gioco il dono della concretezza femminile, dell’intuizione femminile, della tenacia femminile ma al tempo stesso della mitezza femminile. Credo che questo renda il movimento di promozione della donna più forte di un femminismo arrabbiato che rivendica. La rivendicazione separa, apparta. E’ vero che le rivendicazioni degli anni passati, come riconosce anche Papa Giovanni Paolo II nella Lettera alle donne, ha prodotto delle conquiste importanti, però mi pare che sia anche da considerare come nella situazione di oggi gli atteggiamenti che inducono ad una riconciliazione tra i diversi, sia esso l’uomo o la donna, chi vive qui con lo straniero, chi pensa in un modo rispetto a chi pensa in un altro, siano la chiave per fare futuro e dare speranza.


D. – Quali sono le sfide che attendono le associazioni di stampo cattolico?


R. – Ritengo che siano soprattutto quella della formazione e della cultura. Il rischio di questa fase della vita della società occidentale è quello della superficialità, quello del consumare i messaggi così come si consumano cose, consumare le idee che non riescono a mettere radici. Questo è il tempo per un lavoro sulle coscienze, un lavoro che vada in profondità, e credo che nessuno meglio dell’associazionismo possa avere un ruolo, per la possibilità che ha di configurare un messaggio strutturato proprio in conseguenza del fatto associativo.





www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000209.flv&vaiserver=A&vai=ctv_frame00209.jpg&var1=09/02/2008&var2=Vatican%20City&var3=Benedetto%20XVI:%20no%20a%20discriminazioni%20verso%20la%20donna;%20tutela%20per%20la%20famiglia%20e%20il%20matrimonio.&settimana=6&anno_perlinknav=2008&dal=03/02&...




+PetaloNero+
Saturday, February 09, 2008 2:27 PM
UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DELLA FEDERAZIONE ITALIANA ESERCIZI SPIRITUALI

Alle 12 di questa mattina, nella Sala Clementina, il Santo Padre riceve in Udienza i partecipanti all’Assemblea Nazionale della Federazione Italiana Esercizi Spirituali e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signor Cardinale,
venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di incontrarvi al termine dell’Assemblea nazionale della Federazione Italiana Esercizi Spirituali (FIES). Saluto il Presidente, Cardinale Salvatore De Giorgi e lo ringrazio per le cortesi parole con cui si è fatto interprete dei vostri sentimenti. Saluto i Vescovi delegati delle Conferenze Episcopali regionali, i membri della Presidenza e del Consiglio Nazionale, i Delegati regionali e diocesani, i Direttori di alcune Case di Esercizi Spirituali e il gruppo di animatori di Esercizi per giovani. Il tema della vostra Assemblea, "Per una spiritualità cristiana autenticamente eucaristica", lo avete ricavato dal mio invito rivolto a tutti i Pastori della Chiesa nella conclusione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis (cfr n. 94), che è stata al centro delle diverse relazioni e dei gruppi di studio. Tale scelta tematica manifesta quanto vi stia a cuore accogliere, in spirito di fede, il Magistero del Papa, per integrarlo nelle iniziative di studio e tradurlo correttamente nella prassi pastorale. Per la stessa ragione, nei vostri lavori avete tenuto presenti le due Encicliche Deus caritas est e Spe salvi.

Lo Statuto della FIES afferma chiaramente che essa ha come fine di "far conoscere e promuovere in tutti i modi possibili e nel rispetto della normativa canonica gli Esercizi Spirituali, intesi come un’esperienza forte di Dio in un clima di ascolto della Parola di Dio in ordine a una conversione e donazione sempre più totale a Cristo e alla Chiesa" (art. 2). Per questo "riunisce con libera adesione quanti, in Italia, si occupano di Esercizi Spirituali nel contesto della pastorale dei tempi dello Spirito" (ibid.). La vostra Federazione intende dunque incrementare la spiritualità come fondamento e anima di tutta la pastorale. Essa è nata ed è cresciuta facendo tesoro delle esortazioni sulla necessità della preghiera e sul primato della vita spirituale, insistentemente offerte dai miei venerati Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Seguendo le loro orme anch’io, nell’Enciclica Deus caritas est ho voluto "riaffermare l’importanza della preghiera di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo" (n. 37), e nella Spe salvi ho annoverato la preghiera al primo posto tra "i luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza" (nn. 32-34). L’insistenza sulla necessità della preghiera è infatti sempre attuale e urgente.

In Italia, mentre crescono e si diffondono provvidenzialmente molteplici iniziative di spiritualità soprattutto tra i giovani, sembra invece decrescere il numero di coloro che partecipano a veri corsi di Esercizi Spirituali, e questo si verificherebbe anche tra i sacerdoti e i membri degli Istituti di Vita Consacrata. Vale pertanto la pena ricordare che gli "Esercizi" sono un’esperienza dello spirito con caratteristiche proprie e specifiche, ben riassunte in una vostra definizione, che mi piace richiamare: "Una forte esperienza di Dio, suscitata dall’ascolto della sua Parola, compresa e accolta nel proprio vissuto personale, sotto l’azione dello Spirito Santo, la quale, in un clima di silenzio, di preghiera e con la mediazione di una guida spirituale, dona capacità di discernimento in ordine alla purificazione del cuore, alla conversione della vita, alla sequela di Cristo, per il compimento della propria missione nella Chiesa e nel mondo". Accanto ad altre pur lodevoli forme di ritiro spirituale è bene che non venga meno la partecipazione agli Esercizi Spirituali, caratterizzati da quel clima di silenzio completo e profondo che favorisce l’incontro personale e comunitario con Dio e la contemplazione del volto di Cristo. Su questa esigenza, che i miei Predecessori ed io stesso abbiamo più volte richiamato, non si insisterà mai sufficientemente.

In un’epoca in cui sempre più forte è l’influenza della secolarizzazione e, d’altra parte, si avverte un diffuso bisogno di incontrare Dio, non venga meno la possibilità di offrire spazi di intenso ascolto della sua Parola nel silenzio e nella preghiera. Luoghi privilegiati per tale esperienza spirituale sono specialmente le case di Esercizi Spirituali, che vanno, a questo scopo, sostenute materialmente e fornite di personale adeguato. Incoraggio i Pastori delle varie comunità a preoccuparsi perché non manchino nelle Case di Esercizi responsabili ed operatori ben formati, guide, animatori ed animatrici disponibili e preparati, dotati di quelle qualità dottrinali e spirituali che ne facciano dei veri maestri di spirito, esperti e appassionati della Parola di Dio e fedeli al Magistero della Chiesa. Un buon corso di Esercizi Spirituali contribuisce a rinnovare in chi vi prende parte la gioia e il gusto della Liturgia, in particolare della dignitosa celebrazione delle Ore e soprattutto dell’Eucaristia; aiuta a riscoprire l’importanza del Sacramento della Penitenza, approdo del cammino di conversione e dono di riconciliazione, come pure il valore e il significato dell’Adorazione eucaristica. Durante gli Esercizi è possibile recuperare con frutto anche il senso pieno ed autentico del santo Rosario e della pia pratica della Via Crucis.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il servizio prezioso che rendete alla Chiesa e per l’impegno che dispiegate affinché in Italia la "rete" degli Esercizi Spirituali sia sempre più capillare e qualificata. Da parte mia assicuro un ricordo al Signore mentre, invocando l’intercessione di Maria Santissima, imparto a tutti voi ed ai vostri collaboratori la Benedizione Apostolica.









Gli esercizi spirituali sono un'esperienza che favorisce l'incontro personale e comunitario con Dio: così, il Papa alla Federazione italiana esercizi spirituali



“Non manchino nelle Case di esercizi, responsabili ed operatori ben formati, guide, animatori ed animatrici disponibili e preparati, dotati di quelle qualità dottrinali e spirituali che ne facciano dei veri maestri di spirito, esperti e appassionati della Parola di Dio e fedeli al Magistero della Chiesa”. E’ quanto ha detto Benedetto XVI incontrando, stamani, i partecipanti dell’assemblea nazionale della Federazione italiana esercizi spirituali (FIES). Il Papa ha anche affermato che, mentre in Italia si diffondono molteplici iniziative di spiritualità, sembra invece diminuire “il numero di coloro che partecipano a veri corsi di esercizi spirituali”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

“In un’epoca in cui sempre più forte è l’influenza della secolarizzazione e si avverte un diffuso bisogno di incontrare Dio”, la Federazione italiana esercizi spirituali - afferma il Papa - intende incrementare la spiritualità come fondamento e anima di tutta la pastorale. Il Santo Padre sottolinea anche come gli esercizi siano un’esperienza dello spirito caratterizzati “da quel clima di silenzio completo e profondo che favorisce l’incontro personale e comunitario con Dio”. Riprendendo la definizione data dalla FIES, Benedetto XVI, si sofferma quindi sul senso degli esercizi spirituali:

“Una forte esperienza di Dio, suscitata dall’ascolto della sua Parola, compresa e accolta nel proprio vissuto personale, sotto l’azione dello Spirito Santo, la quale, in un clima di silenzio, di preghiera e con la mediazione di una guida spirituale, dona capacità di discernimento in ordine alla purificazione del cuore, alla conversione della vita, alla sequela di Cristo, per il compimento della propria missione nella Chiesa e nel mondo”.

Il Papa illustra anche i frutti della preghiera, indicata nell’Enciclica Spe salvi al primo posto tra “i luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza”. In Deus caritas est il Papa ne sottolinea inoltre l’importanza “di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo”. Benedetto XVI auspica, poi, che “non venga meno la possibilità di offrire spazi di intenso ascolto” della Parola di Dio nel silenzio e nella preghiera:

“Un buon corso di esercizi spirituali contribuisce a rinnovare in chi vi prende parte la gioia e il gusto della liturgia, in particolare della dignitosa celebrazione delle Ore e soprattutto dell’Eucaristia; aiuta a riscoprire l’importanza del Sacramento della penitenza, approdo del cammino di conversione e dono di riconciliazione, come pure il valore e il significato dell’adorazione eucaristica. Durante gli esercizi è possibile recuperare con frutto anche il senso pieno ed autentico del Santo Rosario e della pia pratica della Via Crucis”.

Il fine della Federazione italiana esercizi spirituali, ha detto ancora, è di “far conoscere e promuovere in tutti i modi possibili gli esercizi spirituali, intesi come un’esperienza forte di Dio in un clima di ascolto della Parola in ordine ad una conversione e donazione sempre più totale a Cristo e alla Chiesa”.

L’assemblea nazionale della FIES, incentrata sul tema “Per una spiritualità cristiana autenticamente eucaristica” conclusasi oggi, ha approfondito il significato dell’Eucaristia. Tra i relatori, sono intervenuti il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, con una relaziones u “La spiritualità cristiana alla luce della Esortazione Postsinodale Sacramentum caritatis”, ed il presidente della FIES, cardinale Salvatore De Giorgi, sul “Rilancio degli esercizi spirituali”. Il servizio di Mimmo Muolo:

Silenzio invece di rumore. Raccoglimento al posto della dispersione. Ascolto della Parola e celebrazione eucaristica per rafforzare la propria capacità di testimoniare il Vangelo nella vita di tutti i giorni. Gli esercizi spirituali offrono a tutti – sacerdoti, religiosi e laici – queste grandi opportunità, tanto più preziose in un mondo caratterizzato dal frastuono e dalle derive materialistiche. Perciò vanno adeguatamente rilanciati e indicati come pratica normale, almeno a tutti gli operatori pastorali.


Al termine di tre giorni di relazioni, dibattiti e preghiera sono queste le conclusioni dell’Assemblea nazionale della FIES, la Federazione che raccoglie circa 400 case per esercizi spirituali in tutta Italia. “Gli esercizi - ha ricordato il cardinale Salvatore De Giorgi, presidente della Federazione - sono un grande ristoro dell’anima, oltre che una scuola di apostolato”.


Il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, ha aggiunto: “La spiritualità non è un tirarsi fuori dalla vita. Alla radice, infatti, c’è lo Spirito Santo, Spirito del Figlio incarnato, morto e risorto”. Per questo, gli esercizi non possono non avere al loro centro l’Eucaristia. Anzi, “devono tendere a suggerire – ha detto il cardinale Scola – come far sì che la vita abbia una forma eucaristica”.


La comunione, infatti - ha sottolineato il vescovo di Albano, mons. Marcello Semeraro - è fonte della missione. E, dunque, solo “una Chiesa autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria”. (Da Roma, per la Radio Vaticana, Mimmo Muolo)

















www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000208.flv&vaiserver=A&vai=ctv_frame00208.jpg&var1=09/02/2008&var2=Vatican%20City&var3=Esercizi%20spirituali:%20incontro%20profondo%20con%20Dio&settimana=6&anno_perlinknav=2008&dal=03/02&...


+PetaloNero+
Saturday, February 09, 2008 2:28 PM
CALENDARIO DELLE CELEBRAZIONI PRESIEDUTE DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (FEBBRAIO - APRILE 2008)







FEBBRAIO

10 Domenica I di Quaresima
Palazzo Apostolico - Cappella Redemptoris Mater, ore 18
Inizio degli esercizi spirituali per la Curia Romana

16 Sabato
Cappella Redemptoris Mater, ore 9
Conclusione degli esercizi spirituali

24 Domenica III di Quaresima
Visita pastorale alla Parrocchia romana di Santa Maria Liberatrice a Monte Testaccio, ore 9
Santa Messa




MARZO

1 Sabato
Palazzo Apostolico - Sala del Concistoro, ore 11
Concistoro per alcune Cause di Canonizzazione

9 Domenica V di Quaresima
Visita pastorale al Centro Internazionale Giovanile - Chiesa di San Lorenzo in Piscibus, ore 10
Santa Messa

13 Giovedì
Basilica Vaticana, ore 17
Celebrazione penitenziale con i giovani della diocesi di Roma

16 Domenica delle Palme e della Passione del Signore
Piazza San Pietro, ore 9.30
Benedizione delle Palme, processione e Santa Messa

20 Giovedì Santo
Basilica Vaticana, ore 9.30
Santa Messa del Crisma

Basilica di San Giovanni in Laterano, ore 17.30
CAPPELLA PAPALE
Inizio del Triduo Pasquale
Santa Messa nella Cena del Signore

21 Venerdì Santo
Basilica Vaticana, ore 17
CAPPELLA PAPALE
Celebrazione della Passione del Signore

Colosseo, ore 21.15
Via Crucis

22 Sabato Santo
Basilica Vaticana, ore 21
CAPPELLA PAPALE
Veglia Pasquale nella notte santa

23 Domenica di Pasqua
Piazza San Pietro, ore 10.30
Santa Messa del giorno con il rito del "Resurrexit"

Loggia centrale della Basilica Vaticana, ore 12
Benedizione "Urbi et Orbi"




APRILE

2 Mercoledì
Piazza San Pietro, ore 10
CAPPELLA PAPALE
Santa Messa in suffragio del defunto Sommo Pontefice Giovanni Paolo II

15 Martedì - 20 Domenica
Viaggio Apostolico negli Stati Uniti d’America

27 Domenica
Basilica Vaticana, ore 9
Ordinazione presbiterale dei Diaconi della diocesi di Roma

Paparatzifan
Sunday, February 10, 2008 9:55 PM
Dal blog di Lella...

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 10.02.2008

Alle ore 12 di oggi, I Domenica di Quaresima, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Mercoledì scorso, con il digiuno e il rito delle Ceneri, siamo entrati nella Quaresima.

Ma che significa "entrare in Quaresima"?

Significa iniziare un tempo di particolare impegno nel combattimento spirituale che ci oppone al male presente nel mondo, in ognuno di noi e intorno a noi. Vuol dire guardare il male in faccia e disporsi a lottare contro i suoi effetti, soprattutto contro le sue cause, fino alla causa ultima, che è satana. Significa non scaricare il problema del male sugli altri, sulla società o su Dio, ma riconoscere le proprie responsabilità e farsene carico consapevolmente.

A questo proposito risuona quanto mai urgente, per noi cristiani, l’invito di Gesù a prendere ciascuno la propria "croce" e a seguirlo con umiltà e fiducia (cfr Mt 16,24).

La "croce", per quanto possa essere pesante, non è sinonimo di sventura, di disgrazia da evitare il più possibile, ma opportunità per porsi alla sequela di Gesù e così acquistare forza nella lotta contro il peccato e il male.

Entrare in Quaresima significa pertanto rinnovare la decisione personale e comunitaria di affrontare il male insieme con Cristo. La via della Croce è infatti l’unica che conduce alla vittoria dell’amore sull’odio, della condivisione sull’egoismo, della pace sulla violenza. Vista così, la Quaresima è davvero un’occasione di forte impegno ascetico e spirituale fondato sulla grazia di Cristo.

Quest’anno l’inizio della Quaresima provvidenzialmente coincide con il 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes. Quattro anni dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione da parte del beato Pio IX, Maria si mostrò per la prima volta l’11 febbraio del 1858 a santa Bernadette Soubirous nella grotta di Massabielle.

Seguirono altre successive apparizioni accompagnate da eventi straordinari, e alla fine la Vergine Santa si congedò rivelando alla giovane veggente, nel dialetto locale: "Io sono l’Immacolata Concezione". Il messaggio che la Madonna continua a diffondere a Lourdes richiama le parole che Gesù pronunciò proprio all’inizio della sua missione pubblica e che noi riascoltiamo più volte in questi giorni di Quaresima: "Convertitevi e credete al Vangelo", pregate e fate penitenza. Accogliamo l’invito di Maria che fa eco a quello di Cristo e chiediamoLe di ottenerci di "entrare" con fede nella Quaresima, per vivere questo tempo di grazia con gioia interiore e generoso impegno.

Alla Vergine affidiamo anche i malati e quanti se ne prendono amorevole cura. Si celebra infatti domani, memoria della Madonna di Lourdes, la Giornata Mondiale del Malato. Saluto con tutto il cuore i pellegrini che si raduneranno nella Basilica di San Pietro, guidati dal Cardinale Lozano Barragán, Presidente del Pontificio Consiglio della Salute.

Purtroppo non potrò incontrarli perché questa sera inizierò gli Esercizi Spirituali, ma nel silenzio e nel raccoglimento pregherò per loro e per tutte le necessità della Chiesa e del mondo. A quanti vorranno ricordarmi al Signore, dico fin d’ora il mio grazie sincero.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana


+PetaloNero+
Monday, February 11, 2008 2:27 PM
RINUNCE E NOMINE




RINUNCIA DEL VESCOVO DI SIMDEGA (INDIA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Simdega (India), presentata da S.E. Mons. Joseph Minj, in conformità al canone 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Vescovo di Simdega (India) S.E. Mons. Vincent Barwa, finora Vescovo titolare di Acufida e Ausiliare dell’arcidiocesi di Ranchi (India).

[00217-01.01]


NOMINA DI AUSILIARE DI ZAGREB (CROAZIA)

Il Santo Padre ha nominato Ausiliare dell’arcidiocesi di Zagreb (Croazia) il Rev.do Ivan Šaško, del clero della medesima arcidiocesi, Professore di liturgia preso la Facoltà di Teologia di Zagreb, assegnandogli la sede titolare vescovile di Rotaria.

Rev.do Ivan Šaško
Il Rev.do Ivan Šaško è nato il 1° agosto 1966 a Đivan (Vrbovec). Dal 1981 al 1985 ha frequentato il Liceo classico arcidiocesano. Dopo il biennio filosofico presso la Facoltà di Teologia a Zagreb è stato inviato a Roma dove ha studiato Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel 1991 ha conseguito il baccalaureato in Teologia. Ha proseguito lo studio di specializzazione in Scienze liturgiche presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo a Roma, dove nel 1994 ha ottenuto la licenza e nel 1997 il dottorato.
Il 28 giugno 1992 è stato ordinato sacerdote.
Dal 1996 insegna liturgia presso la cattedra di Scienze liturgiche della Facoltà di Teologia a Zagreb. Nel 2005 è stato nominato presidente della Commissione per la fondazione dell’Università Cattolica Croata a Zagreb.
+PetaloNero+
Monday, February 11, 2008 2:28 PM
La gloria di Cristo sta nell’aver amato sino alla fine, ristabilendo la comunione tra noi peccatori e suo Padre: così, il card. Vanhoye nelle prime meditazioni degli Esercizi spirituali quaresimali, alla presenza del Papa




Sono in corso in Vaticano gli Esercizi Spirituali per la Quaresima, con la partecipazione del Papa. Iniziati, ieri pomeriggio alle ore 18, gli Esercizi si concluderanno sabato prossimo. Le meditazioni sono proposte quest’anno dal cardinale Albert Vanhoye, già segretario della Pontificia Commissione Biblica, sul tema: “Accogliamo Cristo nostro Sommo Sacerdote”, ispirato alla Lettera agli Ebrei. Stamani, il porporato ha tenuto due meditazioni sui temi “Dio ci ha parlato nel suo Figlio” e “Cristo è Figlio di Dio e fratello nostro”. Nella settimana degli Esercizi Spirituali sono sospese tutte le udienze, compresa l’Udienza Generale di mercoledì 13 febbraio. Sulle prime meditazioni del cardinale Vanhoye, il servizio di Alessandro Gisotti:



Il Dio della Bibbia non è un Dio muto. E’ un Dio che parla agli uomini per entrare in comunicazione, in comunione con loro. E’ la riflessione offerta dal cardinale Vanhoye al Papa e alla Curia nella prima meditazione, tenuta ieri sera nel Palazzo Apostolico. Il nostro Dio, ha proseguito, vuole stabilire e approfondire dei rapporti personali con noi. Una volontà di comunicazione che risulta in modo eloquente quando il Signore parla a Mosé nel roveto ardente:

“E’ molto interessante vedere in che modo Dio si autodefinisce. Dice a Mosé: ‘Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe’. Dio non si autodefinisce con la sua onnipotenza, né con la sua onniscienza, ma si definisce con relazioni personali con alcuni uomini privi di importanza”

Dio, ha sottolineato il porporato, avrebbe avuto tanti motivi per non parlare più al suo popolo, che gli era stato infedele, ma invece cerca questa relazione. Anche Gesù, ha aggiunto, quando parla alla Samaritana compie un gesto straordinario, vista l’inimicizia tra giudei e samaritani. Lo fa, perché questa è la volontà di Dio, una volontà di comunicazione. L’autore della Lettera agli Ebrei, ha detto il cardinale Vanhoye, ci mostra due periodi nella comunicazione della Parola di Dio e due specie di mediatori. Ne primo, Dio ha parlato per mezzo dei profeti, mentre nel secondo periodo, quello escatologico, c’è l’intervento decisivo di Dio per mezzo del Suo Figlio, il mediatore perfetto. Nelle meditazioni di questa mattina, dunque, il cardinale Vanhoye si è soffermato sui due aspetti del nome di Cristo, presentati dalla Lettera agli Ebrei. Egli è Figlio di Dio, ma anche nostro Fratello, perché prende la forma umile della esistenza umana. Dunque, Gesù si rende solidale con noi:

“Noi abbiamo più che un avvocato, ma un fratello che intercede presso Dio; un fratello che ha promesso di annunciarci, dopo la sua glorificazione, il nome del Padre e che adesso lo annuncia. Un fratello che non si dimentica di noi nella sua gloria, perché la sua gloria è proprio il frutto stesso della sua solidarietà con noi”.

Il Figlio, ha ribadito, viene definito per mezzo della sua relazione con il Padre. E’ dunque ben superiore agli angeli che pure sono mediatori tra noi e Dio. Il cardinale Vanhoye ha quindi rivolto il pensiero alla tappa decisiva della Salvezza, il mistero pasquale: “La gloria di Cristo non è la gloria di un essere ambizioso o soddisfatto delle proprie imprese, né la gloria di un guerriero che abbia sconfitto i nemici con la forza delle armi, ma è la gloria dell’amore, la gloria dell’aver amato sino alla fine, di aver ristabilito la comunione tra noi peccatori e suo Padre”.
Cristo, dunque, è con il Padre, Signore del cielo e della terra. Cristo glorificato, ha detto il porporato, ha il potere di porre fine alla vecchia creazione, perché ha inaugurato la nuova creazione per mezzo della Sua Risurrezione.






www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000211.flv&vaiserver=A&vai=ctv_frame00211.jpg&var1=11/02/2008&var2=Vatican%20City&var3=Esercizi%20spirituali%20in%20Vaticano%20da%20ieri%20e%20fino%20a%20sabato%20prossimo.&settimana=7&anno_perlinknav=2008&dal=10/02&...




+PetaloNero+
Tuesday, February 12, 2008 12:54 AM
Da Petrus

Germania, Benedetto XVI potrebbe recarsi a Berlino per i 20 della caduta del Muro



CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa Benedetto XVI potrebbe fare visita in Germania nel novembre 2009 in coincidenza con i 20 anni della caduta del Muro di Berlino, secondo quanto ha detto il nuovo Nunzio apostolico, l'Arcivescovo Jean-Claude Perisset, citato in queste ore dalla stampa tedesca. ''Una visita del Papa a Berlino sarebbe un segnale per l'unita' tedesca e per l'ancoramento della Germania alla Chiesa mondiale'', ha detto l'ambasciatore vaticano a Berlino, secondo il quale ''una visita papale nella capitale della Germania, dove i cattolici sono meno rappresentati, avrebbe anche un effetto positivo sull'ecumene''.
+PetaloNero+
Tuesday, February 12, 2008 12:54 AM
Da Petrus

Parla il Cardinale Albert Vanhoye: “Il Papa impegnato con gli esercizi spirituali per sconfiggere il Male”



CITTA’ DEL VATICANO - Gli esercizi spirituali sono necessari a tutti, anche al Papa e alla Curia, perche' ''sono una specie di rivivificazione della vita spirituale, che e' sempre utile, perche' nella vita ordinaria il contatto con il Signore puo' allentarsi''. Lo spiega all'Osservatore romano il Cardinale Albert Vanhoye (nella foto), incaricato da Benedetto XVI di predicare il ritiro di Quaresima a se' e alla curia romana. Gli esercizi spirituali, spiega il Cardinale gesuita, sono ''non un momento di distensione o di tranquillita' interiore, ma un allenamento dello spirito per tenere in forma la propria anima e per prepararsi al combattimento contro il male''. Ecco perche', anche se nati per aiutare nella scelta della vocazione, sono utili a qualsiasi persona in ogni fase della sua vita. Cosi' come vengono praticati nella Chiesa, spiega il porporato, ''gli esercizi sono il risultato di un'esperienza spirituale personale di Sant'Ignazio: hanno avuto origine quando egli venne ferito nella battaglia di Pamplona. A causa delle ferite dovette rimanere a letto per vari mesi. Quindi ebbe modo di riflettere intensamente e mise per iscritto le cose piu' importanti per la vita spirituale. Sant'Ignazio dice all'inizio che questi esercizi spirituali sono fatti per liberarsi dagli affetti e dalle tendenze disordinate, e per trovare la volonta' di Dio. Gli esercizi sono quindi una serie di pratiche, in particolare di meditazioni fatte in modo da facilitare il contatto molto profondo con il Vangelo e con la persona di Gesu', e hanno come scopo quello di trovare la volonta' di Dio. Sono specialmente utili per chi è incerto della propria vocazione. Sant'Ignazio propone delle meditazioni che permettono di porsi in un stato di disponibilità alla volontà del Signore e aiutano a discernere, grazie all'esperienza delle desolazioni e delle consolazioni, la direzione in cui Dio suggerisce di andare''. Le meditazioni proposte da Vanhoye al Papa partono dalla lettera paolina agli Ebrei e sono incentrati sul tema ''Accogliamo Cristo nostro sommo sacerdote''.
+PetaloNero+
Tuesday, February 12, 2008 2:53 PM
RINUNCE E NOMINE





NOMINA DEL VESCOVO DI MARACAY (VENEZUELA)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Maracay (Venezuela) S.E. Mons. Rafael Ramón Conde Alfonzo, finora Vescovo di Margarita.

S.E. Mons. Rafael Ramón Conde Alfonzo

S.E. Mons. Rafael Ramón Conde Alfonzo è nato il 13 luglio 1943, a Caracas (Venezuela). Ancora diacono è stato inviato a Roma dove ha ottenuto la licenza in Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana. E’ stato ordinato sacerdote l’8 dicembre 1968. Dopo l'ordinazione sacerdotale è stato Cancelliere della Curia Arcidiocesana di Caracas e notaio del Tribunale Ecclesiastico.

Nominato Vescovo Titolare di Bapara ed Ausiliare dell'arcidiocesi di Caracas il 2 dicembre 1995, ha ricevuto l'ordinazione episcopale il 6 gennaio successivo. Il 21 agosto 1997 è stato nominato Vescovo Coadiutore di La Guaira, e il 18 marzo 1999 Vescovo di Margarita.

[00219-01.01]


NOMINA DEL COADIUTORE DI LANCASTER (INGHILTERRA)

Il Papa ha nominato Vescovo Coadiutore di Lancaster (Inghilterra) il Rev.do Padre Michael Gregory Campbell, dell’Ordine di S. Agostino, finora Vicario Episcopale e Parroco della parrocchia di Sant’Agostino nell’arcidiocesi di Westminster.

Rev.do Padre Michael Gregory Campbell, O.S.A.

Il Rev.do Padre Michael Gregory Campbell, O.S.A., è nato a Larne Co. Antrim, nella diocesi di Down and Connor (Irlanda del Nord) il 2 ottobre 1941. Entrato ventenne nel noviziato dei Padri Agostiniani a Clare Priory, Suffolk, ha poi compiuto gli studi filosofici e teologici presso l'University College di Dublin. Dopo i voti solenni, emessi il 17 settembre 1966, è stato inviato a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, ove ha conseguito la Licenza in S. Teologia.

E' stato ordinato sacerdote il 16 settembre 1971 presso l'Augustin Friars School a Carlisle, nella diocesi di Lancaster. Successivamente, dal 1972 al 1975, è stato Vicario parrocchiale e Insegnante a St. John Stone, Woodvale, Southport. Dal 1975 al 1985 è stato Priore presso il St. Monica's Priory di Londra. In questo periodo ha conseguito un Master in Teologia presso l'Università di Londra. Dal 1985 al 1990 è stato in Africa come Insegnante di Sacra Scrittura e Decano degli Studi presso la Comunità agostiniana di Jos in Nigeria.

Tornato in patria, dal 1990 al 1999 è stato Priore e Insegnante presso l' Augustinian Friars School di Carlisle, nella diocesi di Lancaster. Dal 1999 fino ad oggi è stato Priore e Parroco della parrocchia di Sant'Agostino nell'arcidiocesi di Westminster ove ha svolto anche il ministero di Vicario Episcopale per i Religiosi.

+PetaloNero+
Tuesday, February 12, 2008 2:54 PM
Nel sacerdozio si devono unire autorevolezza e misericordia, autorità e comprensione: così il cardinale Vanhoye negli esercizi spirituali al Papa e alla Curia romana



Cristo degno di fede ha diritto alla nostra adesione di fede. Cristo misericordioso suscita la nostra piena fiducia. E’ la riflessione offerta dal cardinale Albert Vanhoye a Benedetto XVI e alla Curia romana negli esercizi spirituali per la Quaresima che termineranno sabato prossimo. In questo periodo, lo ricordiamo, sono sospese le udienze e l’attività ordinaria, compresa l’udienza generale di domani. Le due meditazioni di questa mattina sono state: “Cristo sommo sacerdote degno di fede” e “Cristo sommo sacerdote misericordioso”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


Nella prima meditazione, “Cristo sommo sacerdote degno di fede”, il cardinale sottolinea che Gesù si è reso in tutto simile ai fratelli per diventare sommo sacerdote misericordioso e degno di fede. Sono queste – fa notare il porporato – due qualità indispensabili per esercitare la mediazione sacerdotale ed il ministero pastorale:

“Queste due qualità devono essere presenti necessariamente insieme per fare un sacerdote. Un uomo, pieno di compassione per i fratelli ma non accreditato presso Dio, non potrebbe esercitare la mediazione sacerdotale, stabilire l’alleanza. Nel caso inverso, un essere accreditato presso Dio, ma a cui mancasse il legame di solidarietà con noi, non potrebbe essere il nostro sacerdote”.

Se si ha fede nella parola di Dio – spiega quindi il cardinale – si procede con coraggio sapendo di essere sempre aiutati dal Signore perché tutto è possibile per chi crede.


Nella seconda meditazione, sul tema “Cristo sommo sacerdote misericordioso”, il cardinale Vanhoye illustra la qualità della misericordia, sentimento in Cristo profondamente permeato di umanità. In Gesù - aggiunge – è compassione acquisita con la partecipazione alla sorte dei propri simili.

“Non si tratta quindi, semplicemente, del sentimento superficiale di chi si commuove facilmente. Si tratta di una capacità acquisita attraverso l’esperienza personale della sofferenza. Bisogna essere passati attraverso le stesse prove, le stesse sofferenze di coloro che si vogliono aiutare. Cristo sa compatire perché è stato provato in tutto come noi”.

Nella meditazione di ieri pomeriggio, “Come Cristo è divenuto sommo sacerdote”, il porporato ha sottolineato come la lettera agli ebrei proclami che Cristo è il vero, unico sommo sacerdote. L’insegnamento di Gesù – ha aggiunto il cardinale – ci indica un modello profondamente diverso, in contrasto con quello del sacerdozio antico. Tra 2 modi possibili di servire Dio, uno con sacrifici rituali, l’altro nelle relazioni umane, Gesù infatti ha scelto quest’ultimo sapendo che Dio preferisce la misericordia.

“L’atteggiamento generoso di Gesù mediatore è stato di accogliere pienamente la solidarietà umana. La sofferenza esisteva. La morte, il peccato esistevano. Gesù è sceso in questa miseria umana offrendo il proprio amore. Ha fatto della sofferenza, della morte un’occasione di amore estremo. E così è divenuto sommo sacerdote perchè ha tracciato una via della nuova alleanza, la via della comunione con Dio ritrovata per noi peccatori”.

Il cardinale Albert Vanhoye ha indicato, infine, la via per interpretare correttamente la nostra partecipazione al sacerdozio di Gesù. Dobbiamo diventare – ha affermato - profondamente solidali con i nostri fratelli e prendere su di noi le gioie, le speranze, le aspirazioni degli altri per manifestare loro l’amore di Dio e portarli nella comunione divina.


www.radiovaticana.org
+PetaloNero+
Tuesday, February 12, 2008 9:03 PM
Nel sacerdozio si devono unire autorevolezza e misericordia, autorità e comprensione: così il cardinale Vanhoye negli esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana




Cristo degno di fede ha diritto alla nostra adesione di fede. Cristo misericordioso suscita la nostra piena fiducia. E’ la riflessione offerta dal cardinale Albert Vanhoye a Benedetto XVI e alla Curia romana negli esercizi spirituali per la Quaresima che termineranno sabato prossimo. In questo periodo, lo ricordiamo, sono sospese le udienze e l’attività ordinaria, compresa l’udienza generale di domani. Le due meditazioni di questa mattina sono state: “Cristo sommo sacerdote degno di fede” e “Cristo sommo sacerdote misericordioso”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


Nella prima meditazione, “Cristo sommo sacerdote degno di fede”, il cardinale Vanhoye sottolinea che Gesù si è reso in tutto simile ai fratelli per diventare sommo sacerdote misericordioso e degno di fede. Sono queste - fa notare il porporato - due qualità indispensabili per esercitare la mediazione sacerdotale ed il ministero pastorale:

“Queste due qualità devono essere presenti necessariamente insieme per fare un sacerdote. Un uomo, pieno di compassione per i fratelli ma non accreditato presso Dio, non potrebbe esercitare la mediazione sacerdotale, stabilire l’alleanza. Nel caso inverso, un essere accreditato presso Dio, ma a cui mancasse il legame di solidarietà con noi, non potrebbe essere il nostro sacerdote”.

Se si ha fede nella Parola di Dio - spiega quindi il porporato - si procede con coraggio sapendo di essere sempre aiutati dal Signore perché tutto è possibile per chi crede.

Nella seconda meditazione, sul tema “Cristo sommo sacerdote misericordioso”, il cardinale Vanhoye illustra la qualità della misericordia, sentimento in Cristo profondamente permeato di umanità. In Gesù - aggiunge - è compassione acquisita con la partecipazione alla sorte dei propri simili:

“Non si tratta quindi, semplicemente, del sentimento superficiale di chi si commuove facilmente. Si tratta di una capacità acquisita attraverso l’esperienza personale della sofferenza. Bisogna essere passati attraverso le stesse prove, le stesse sofferenze di coloro che si vogliono aiutare. Cristo sa compatire perché è stato provato in tutto come noi”.

Nella meditazione di ieri pomeriggio, “Come Cristo è divenuto sommo sacerdote”, il porporato ha sottolineato come la lettera agli ebrei proclami che Cristo è il vero, unico sommo sacerdote. L’insegnamento di Gesù - ha aggiunto il porporato - ci indica un modello profondamente diverso, in contrasto con quello del sacerdozio antico. Tra due modi possibili di servire Dio, uno con sacrifici rituali, l’altro nelle relazioni umane, Gesù infatti ha scelto quest’ultimo, sapendo che Dio preferisce la misericordia:

“L’atteggiamento generoso di Gesù mediatore è stato di accogliere pienamente la solidarietà umana. La sofferenza esisteva. La morte, il peccato esistevano. Gesù è sceso in questa miseria umana offrendo il proprio amore. Ha fatto della sofferenza, della morte un’occasione di amore estremo. E così è divenuto sommo sacerdote perchè ha tracciato una via della nuova alleanza, la via della comunione con Dio ritrovata per noi peccatori”.

Il cardinale Albert Vanhoye ha indicato, infine, la via per interpretare correttamente la nostra partecipazione al sacerdozio di Gesù. Dobbiamo diventare - ha affermato - profondamente solidali con i nostri fratelli e prendere su di noi le gioie, le speranze, le aspirazioni degli altri per manifestare loro l’amore di Dio e portarli nella comunione divina.


Alla “Solidarietà sacerdotale” è dedicata la meditazione di questo pomeriggio proposta dal cardinale Albert Vanhoye che quest’anno guida gli esercizi spirituali per la Quaresima alla presenza del Papa e della Curia. In questo periodo, lo ricordiamo, sono sospese le udienze e l’attività ordinaria, compresa l’udienza generale di domani.


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+PetaloNero+
Wednesday, February 13, 2008 2:39 PM
Gli esercizi spirituali del papa. Le prime giornate di riflessione



di Angela Ambrogetti/ 13/02/2008

Proseguono al ritmo di tre meditazioni al giorno gli esercizi spirituali della Curia Romana alla presenza del papa. Il cardinale e biblista Albert Vanhoye sta sviluppando il tema di "Cristo sommo sacerdote". Una nostra sintesi.



Proseguono al ritmo di tre meditazioni al giorno gli esercizi spirituali della Curia Romana alla presenza del papa. Il cardinale e biblista Albert Vanhoye sta sviluppando il tema di Cristo sommo sacerdote secondo la Lettera agli Ebrei. Nei giorni scorsi, da domenica pomeriggio il padre gesuita ha messo in luce la presenza di Dio proprio attraverso le parole della Bibbia. Un Dio che parla agli uomini per entrare in comunicazione, in comunione con loro, a cominciare dall'esperienza di Mosé. Nel roveto ardente, spiega il cardinale, Dio si manifesta a Mosè e si definisce non con la sua onnipotenza, né con la sua onniscienza, ma con relazioni personali con alcuni uomini privi di importanza.

Dio cerca la relazione, la capacità di un rapporto, e anche Gesù quando parla alla Samaritana compie un gesto straordinario, vista l’inimicizia tra giudei e samaritani. La volontà di Dio, insomma, è volontà di comunicazione. Cristo è “un fratello che non si dimentica di noi nella sua gloria, perché la sua gloria è proprio il frutto stesso della sua solidarietà con noi”. Cristo glorificato ha il potere di porre fine alla vecchia creazione, perché ha inaugurato la nuova creazione per mezzo della Sua Risurrezione.

Lunedì pomeriggio il cardinale ha parlato di “Come Cristo è divenuto sommo sacerdote”. L’insegnamento di Gesù, ha detto, ci indica un modello profondamente diverso, in contrasto con quello del sacerdozio antico. Tra due modi possibili di servire Dio, uno con sacrifici rituali, l’altro nelle relazioni umane, Gesù infatti ha scelto quest’ultimo, sapendo che Dio preferisce la misericordia. Una accoglienza totale della solidarietà umana: egli “ha fatto della sofferenza, della morte un’occasione di amore estremo. E così è divenuto sommo sacerdote perchè ha tracciato una via della nuova alleanza, la via della comunione con Dio ritrovata per noi peccatori”. Per questo i sacerdoti devono diventare profondamente solidali con i nostri fratelli e prendere su di noi le gioie, le speranze, le aspirazioni degli altri per manifestare loro l’amore di Dio e portarli nella comunione divina.

Nelle meditazioni di martedì mattina il cardinale Vanhoye ha affrontato un altro importante tema. Cristo degno di fede e misericordioso. Nella sua riflessione il porporato ha anche lodato la nuova traduzione della Cei del Lezionario che al posto di “fedele” sceglie “degno di fede” per tradurre l’ aggettivo greco e per definire Cristo.

Meditazione dotte che mirano a leggere la Sacra Scrittura in modo esegetico e specialistico. Nella prima meditazione, “Cristo sommo sacerdote degno di fede”, il cardinale Vanhoye sottolinea che Gesù si è reso in tutto simile ai fratelli per diventare sommo sacerdote misericordioso e degno di fede. Qualità indispensabili per esercitare la mediazione sacerdotale ed il ministero pastorale” presenti necessariamente insieme per fare un sacerdote. Un uomo, pieno di compassione per i fratelli ma non accreditato presso Dio, non potrebbe esercitare la mediazione sacerdotale, stabilire l’alleanza. Nel caso inverso, un essere accreditato presso Dio, ma a cui mancasse il legame di solidarietà con noi, non potrebbe essere il nostro sacerdote”.

E “Cristo sommo sacerdote misericordioso” è stato il tema che il cardinale Vanhoye ha affrontato successivamente. In Gesù è viva la partecipazione alla sorte dei propri simili, non un sentimento superficiale di chi si commuove facilmente. “Si tratta di una capacità acquisita attraverso l’esperienza personale della sofferenza. Bisogna essere passati attraverso le stesse prove, le stesse sofferenze di coloro che si vogliono aiutare. Cristo sa compatire perché è stato provato in tutto come noi”. “Chiediamoci se tante volte non creiamo negli altri uno stato d’animo di sfiducia”, ha detto il cardinale insistendo sui lati negativi di una situazione. Eppure, dovremmo insistere sui lati positivi che non mancano, seguendo con fede Gesù e con un ottimismo soprannaturale.

Gli esercizi proseguono fino a sabato mattina e tutte le attività pubbliche del papa sono sospese. La tradizione è antica, nasce da papa Pio XI in modo continuativo e non si è mai interrotta. La cappella Redemptoris Mater ospita cardinali vescovi e prelati che seguono gli esercizi, il maestro delle cerimonie pontificie monsignor Guido Marini guida la parte liturgica e il papa segue dalla cappellina laterale. Lo scorso anno i testi delle meditazioni offerte dal cardinale Giacomi Biffi che aveva portato la sua vivacità in curia, sono stati pubblicati con una grande successo editoriale: “Le cose di lassù”. Biffi è stato uno dei pochi a predicare per due volte gli esercizi alla curia.


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La Nuova Alleanza fondata nel sangue di Gesù ci rinnova e ci mette in relazione intima con Dio: la riflessione del cardinale Vanhoye nel terzo giorno di esercizi spirituali al Papa e alla Curia





Quarto giorno di Esercizi spirituali per la Quaresima in Vaticano alla presenza del Papa e della Curia Romana, iniziati domenica sera nel Palazzo apostolico. Nelle due meditazioni di stamani, il cardinale Albert Vanhoye si è soffermato sul modo in cui la Lettera agli Ebrei presenta la promessa della Nuova Alleanza e sulla pagina evangelica delle nozze di Cana. Nella meditazione di ieri sera, il cardinale Vanhoye aveva riflettuto invece sul tema della “Solidarietà sacerdotale” di Cristo. Ricordiamo che, proprio in ragione degli Esercizi spirituali, oggi non si è tenuta la tradizionale udienza generale del mercoledì. Il servizio di Alessandro Gisotti:

La Lettera agli Ebrei, ha sottolineato il cardinale Vanhoye, stabilisce una stretta connessione tra il sacerdozio di Cristo e la Nuova Alleanza, di cui Gesù è mediatore. Il testo, ha proseguito, presenta una lunga citazione dell’oracolo di Geremia, annuncio della Nuova Alleanza. Ripetutamente, è stata la riflessione del porporato, il popolo di Israele è stato infedele nei confronti di Dio. Eppure, Dio manda Geremia ad annunciare un’Alleanza davvero Nuova, diversa da quella fatta con i Padri. Dio vuole compiere un cambiamento radicale. Un’Alleanza che si fonda su quattro elementi:


"Primo aspetto, la Nuova Alleanza sarà interiore e non esteriore. Secondo aspetto, sarà una relazione di perfetta appartenenza reciproca tra Dio e il popolo. Terzo aspetto, non sarà un’istituzione collettiva, ma sarà una relazione personale di ciascuno con Dio. Quarto aspetto, questa relazione sarà fondata sul completo perdono dei peccati".

La Nuova Alleanza porta, dunque, ad una trasformazione del cuore. Sul Sinai, ha affermato il cardinale Vanhoye, Dio aveva scritto le sue leggi su tavole di pietre - leggi esterne da osservare - ma che non cambiavano il cuore delle persone. Era indispensabile una trasformazione interiore e Dio la promette. Una volta cambiato il cuore, ha aggiunto, si instaura una perfetta relazione reciproca tra Dio e il popolo. Non solo, la Nuova Alleanza, annuncia Geremia, non sarà collettiva ma consisterà in una relazione personale, intima, che renderà inutili gli ammonimenti. Nell’Antico Testamento, ha sottolineato il cardinale Vanhoye, era sempre necessario l’ammonimento, la minaccia dei profeti. Eppure, questi interventi non bastano a convertire il popolo di Israele. La Nuova Alleanza si presenta invece come una situazione diversa, senza più bisogno di ammonimenti. L’oracolo, ha detto il cardinale Vanhoye apre prospettive meravigliose, ma non spiega come questa straordinaria promessa di Dio potrà realizzarsi:


"Ce lo rivela invece Gesù nell’Ultima cena, quando istituisce l’Eucaristia. Gesù prende il calice e dice: 'Questo è il mio sangue dell’alleanza'. La Nuova Alleanza doveva essere fondata nel sangue: un sangue versato per molti in remissione dei peccati, secondo la promessa della Nuova Alleanza".

La Nuova Alleanza viene perciò fondata sul sangue di Gesù. Per questo, è stato il richiamo del cardinale Vanhoye, dobbiamo prendere coscienza di questa Alleanza che ci rinnova completamente e ci mette in relazione profonda con Dio per mezzo di Cristo.


La seconda meditazione, il porporato l’ha dedicata alle nozze di Cana, che, ha affermato, si celebrano proprio per stabilire un’alleanza. Il porporato ha ricordato che l’Alleanza tra Dio e il suo popolo è presentata nell’Antico Testamento proprio come delle nozze. L’idolatria al contrario è presentata come un’infedeltà, un adulterio del popolo di Israele, come nell’episodio del vitello d’oro. Tuttavia, anche nei momenti più tragici, il Signore non rinuncia al suo progetto di unione nell’amore e promette una nuova alleanza. A Cana, dunque, viene compiuto il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino. Gesù dà inizio ai suoi segni miracolosi e manifesta la sua gloria. Ma qual è la gloria di Gesù, si chiede il cardinale Vanhoye? E’ proprio la gloria dello sposo. E’ la gloria dell’amore generoso che dona il vino buono per compiere le nozze. Nella pagina evangelica, ha detto ancora, siamo colpiti dalla figura di Maria. La Madre aveva parlato al Figlio delle difficoltà dello sposo per la mancanza di vino. Gesù risponde in un modo che manifesta l’evoluzione nei rapporti con la Madre:


"Un commento patristico spiega che adesso non è più l’ora di Maria, cioè il tempo in cui la Madre deve guidare il Figlio nella vita, è l’ora di Gesù, l’ora in cui Gesù deve prendere l’iniziativa e realizzare il piano di Dio. Gesù non deve più obbedire a Maria, deve prendere in mano la propria missione di Messia".

Maria, ha sottolineato il predicatore, diventa così doppiamente madre di Gesù, insegnandoci la vera docilità a Lui. Questo Vangelo ci mette di fronte alla scelta di due atteggiamenti spirituali opposti: quello di docilità di Maria e quello di chi non vuole accettare nessun cambiamento di relazione, proposto da Gesù. Il cardinale Vanhoye ha concluso la meditazione con l’invito di San Paolo, nella Lettera ai Romani, a trasformarci rinnovando la nostra mente.



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Wednesday, February 13, 2008 8:55 PM
Il Papa ha concesso l’avvio della fase diocesana della causa di beatificazione di suor Lucia, a soli tre anni dalla morte



Questa sera nella Cattedrale di Coimbra in Portogallo, il Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, al termine della Santa Messa, celebrata nel terzo anniversario della morte di Sr. Lucia dos Santos, ha dato l’annuncio che il Santo Padre Benedetto XVI, accogliendo benevolmente l’istanza presentata dal Vescovo di Coimbra, Mons. Albino Mamede Cleto, e condivisa da numerosi Vescovi e fedeli di ogni parte del mondo, ha concesso che, in deroga al quinquennio disposto dalla norma canonica, si possa avviare, a soli tre anni dalla morte, la fase diocesana della Causa di beatificazione della Carmelitana, nota nel mondo come una dei tre veggenti di Fatima.



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Da Petrus

Fatima, via libera del Papa alla beatificazione in tempi record di Suor Lucia



CITTA’ DEL VATICANO - Dopo soli tre anni dalla morte, anziche' i cinque previsti dalla norma canonica, Benedetto XVI ha dato il via libera all'apertura della causa di beatificazione di Suor Lucia dos Santos (nella foto con il Servo di Dio Giovanni Paolo II), l'ultima veggente di Fatima. Lo rende noto un comunicato della sala stampa della Santa Sede, che riporta l'annuncio dato a Coimbra, in Portogallo, dal Cardinale Jose' Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. ''Nella cattedrale di Coimbra in Portogallo - si legge nella nota -, il Cardinale Jose' Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, al termine della Santa Messa, celebrata nel terzo anniversario della morte di Sr. Lucia dos Santos, ha dato l'annuncio che il Santo Padre Benedetto XVI, accogliendo benevolmente l'istanza presentata dal vescovo di Coimbra, Monsignor Albino Mamede Cleto, e condivisa da numerosi vescovi e fedeli di ogni parte del mondo, ha concesso che, in deroga al quinquennio disposto dalla norma canonica (cfr. art. 9 delle Normae servandae), si possa avviare, a soli tre anni dalla morte, la fase diocesana della Causa di beatificazione della menzionata Carmelitana, nota nel mondo come una dei tre veggenti di Fatima''. Analoghe deroghe all'intervallo di cinque anni dalla morte erano stato concesse in tempi recenti solo per le causa di beatificazione di madre Teresa di Calcutta e di Giovanni Paolo II, aperte rispettivamente nel 1997 e nel 2005, cioe' nello stesso anno della morte.


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Thursday, February 14, 2008 2:56 PM
RINUNCE E NOMINE




NOMINA DEL NUNZIO APOSTOLICO IN CROAZIA

Il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in Croazia S.E. Mons. Mario Roberto Cassari, Arcivescovo titolare di Tronto, finora Nunzio Apostolico in Costa d’Avorio.

[00225-01.01]


RISTRUTTURAZIONE DELLE CIRCOSCRIZIONI ECCLESIASTICHE LATINE IN SLOVACCHIA

Il Santo Padre ha disposto la seguente ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche latine in Slovacchia:

1. Ha eretto l’arcidiocesi metropolitana di Bratislava, con sede in Bratislava, per dismembrazione del territorio dell’arcidiocesi metropolitana di Bratislava-Trnava;

2. Ha costituito l’arcidiocesi di Trnava, come suffraganea di Bratislava, con sede a Trnava;

3. Ha eretto la nuova diocesi di Žilina con territorio dismembrato dalla diocesi di Nitra e dalla diocesi di Banská Bystrica, con sede a Žilina, rendendola suffraganea della Chiesa Metropolitana di Bratislava;

4. Ha disposto di ampliare la diocesi di Nitra con 9 decanati della precedente arcidiocesi di Bratislava-Trnava, avendo essa ceduto alla diocesi di Žilina 9 decanati.

Il Papa

1. Ha nominato Arcivescovo Metropolita di Bratislava S.E. Mons. Stanislav Zvolenský, finora Vescovo titolare di Novasinna ed Ausiliare di Bratislava-Trnava;

2. Accogliendo la domanda di S.E. Mons. Ján Sokol, finora Arcivescovo Metropolita di Bratislava-Trnava, lo ha confermato come Arcivescovo di Trnava;

3. Ha nominato Vescovo della nuova diocesi di Žilina S.E. Mons. Tomáš Galis, finora Vescovo titolare di Bita ed Ausiliare di Banská Bystrica.

S.E. Mons. Stanislav Zvolenský

Arcivescovo Metropolita di Bratislava

S.E. Mons. Stanislav Zvolenský è nato a Trnava il 19 novembre 1958.

Dopo aver frequentato il Seminario Maggiore a Bratislava, è stato ordinato sacerdote il 13 giugno 1982.

Ha svolto il ministero come Viceparroco a Galanta e a Hlohovec, e poi come Parroco a Bratislava-Vajnory.

Nel 1992 è stato inviato a Innsbruck per approfondire gli studi in teologia. In seguito, ha studiato a Roma Diritto Canonico presso l’Università Gregoriana, dove nel 1998 ha ottenuto il Dottorato.

Al suo rientro nell’arcidiocesi, è stato nominato Giudice del Tribunale Metropolitano ed Assistente presso la Facoltà Teologica Cirillometodiana dell’Università Comenio di Bratislava e Ordinario della Cattedra di Diritto Canonico.

Nel 2001 è stato nominato Vicario Giudiziale dell’arcidiocesi di Bratislava-Trnava.

Il 2 aprile 2004 è stato eletto Vescovo titolare di Novasinna e Ausiliare di Bratislava-Trnava. È stato consacrato Vescovo il 2 maggio 2004.

S.E. Mons. Tomáš Galis

Vescovo di Žilina

S.E. Mons. Tomáš Galis è nato il 22 dicembre 1950 a Selice nella diocesi di Bratislava-Trnava.

Dopo gli studi nel Seminario Maggiore di Bratislava è stato ordinato sacerdote il 6 giugno 1976.

Ha svolto il suo ministero sacerdotale prima come Viceparroco e poi come Parroco successivamente a Hriňová, Brezno, Lazany, Kl’ak.

Nel 1990 è stato nominato Vicario Generale di Banská Bystrica, continuando a svolgere l’incarico di Rettore del Seminario Diocesano.

Ha conseguito la Licenza in Teologia nella Pontificia Accademia Teologica di Cracovia ed il Dottorato nella Facoltà Teologica Cirillometodiana dell’Università Comenio di Bratislava.

Il 28 agosto 1999 è stato nominato Vescovo Titolare di Bita e Ausiliare di Banská Bystrica ed è stato consacrato Vescovo il 25 settembre di quello stesso anno.

[00226-01.01]


NOMINA DI AUSILIARI DI GUADALAJARA (MESSICO)

Il Santo Padre ha nominato Vescovi Ausiliari di Guadalajara (Messico) i Reverendi José Francisco González González, Vice-Rettore del Seminario Minore di Guadalajara, assegnandogli la sede titolare vescovile di Feradi Maggiore e Juan Humberto Gutiérrez Valencia, Canonico e Rettore della Cattedrale di Guadalajara, assegnandogli la sede titolare vescovile di Giunca di Bizacena.

Rev.do José Francisco González González

Il Rev.do José Francisco González González è nato a Yahualica, Stato di Jalisco, attualmente diocesi di San Juan de Los Lagos, il 17 marzo 1966.

Ha compiuto gli studi ecclesiastici nel Seminario arcivescovile di Guadalajara. Il 4 giugno 1995 è stato ordinato sacerdote. Dal 1996 al 2000 ha conseguito la licenza in Diritto Canonico presso l’Università della Santa Croce e quella in Teologia Biblica, presso la Pontificia Università Gregoriana.

E’ stato professore nel Seminario Maggiore di Guadalajara e formatore nel Seminario Minore. Ha esercitato il ministero pastorale in diverse parrocchie.

Attualmente è Vice-Rettore del Seminario Minore ed anche Avvocato nel Tribunale Interdiocesano.

Rev.do Juan Humberto Gutiérrez Valencia

Il Rev.do Juan Humberto Gutiérrez Valencia è nato a Guadalajara il 27 giugno 1941.

Ha compiuto gli studi ecclesiastici nel Seminario di Guadalajara. E’ stato ordinato sacerdote a Roma il 3 dicembre 1967.

Nel 1968 ha conseguito la licenza in Teologia e nel 1971 quella in Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana.

E’ stato professore del Seminario, vicario parrocchiale, cappellano di alcune case di religiose, parroco incaricato della pastorale del decanato, membro del Consiglio presbiterale, incaricato della formazione dei diaconi permanenti.

Attualmente è Canonico e Rettore della Cattedrale di Guadalajara.
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Thursday, February 14, 2008 2:58 PM
A tre anni dalla morte di suor Lucia, Benedetto XVI dispone una deroga ai 5 anni per la Beatificazione della veggente di Fatima. Ai nostri microfoni, la gioia del vescovo di Leiria-Fatima




Un annuncio accolto con gioia da tantissimi fedeli in tutto il mondo: Benedetto XVI ha concesso, in deroga al quinquennio disposto dalla norma canonica, che si possa avviare la fase diocesana della Causa di Beatificazione di suor Lucia dos Santos, a soli tre anni dalla sua morte. Ieri sera, informa una nota della Sala Stampa vaticana - nella Cattedrale di Coimbra in Portogallo - il cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi ha celebrato una Messa nel terzo anniversario della morte della religiosa carmelitana, nota nel mondo come una dei tre veggenti di Fatima. Al termine della celebrazione, il porporato ha dunque annunciato che il Papa, accogliendo benevolmente l’istanza presentata dal vescovo di Coimbra, mons. Albino Mamede Cleto, e condivisa da numerosi vescovi e fedeli di ogni parte del mondo, ha concesso l’abbreviazione dei termini per l’inizio della Causa di Beatificazione di suor Lucia. Al microfono di Giovanni Peduto, il vescovo di Leiria-Fatima, mons. Antonio Augusto dos Santos Marto, testimonia la gioia con la quale la notizia è stata accolta nel Santuario mariano:
R. – Parlo a nome mio personale, ma anche a nome del Santuario e dei pellegrini. La notizia e anche la novità dell’annuncio venuto dal Vaticano sulla dispensa del tempo canonico per iniziare il processo di Beatificazione di suor Lucia è stato accolto da tutti noi con gioia e anche con riconoscenza al Santo Padre. E’ il riconoscimento del significato della Santità di un testimone delle apparizioni e del messaggio di Fatima, che ha vissuto in prima persona quella Santità a cui richiama lo stesso messaggio di Fatima. Per noi, è stata veramente una gioia; ci sentiamo contenti proprio perché risalta anche l’importanza del messaggio di Fatima.


D. – Eccellenza, vuole tratteggiare le virtù che hanno distinto suor Lucia, il messaggio che ci viene da questa donna, da questa religiosa?


R. – Suor Lucia è stata testimone e memoria viva del messaggio di Fatima lungo quasi un secolo, perché è morta a 97 anni di età. La sua virtù principale è che lei stessa ha cercato di vivere il messaggio nella sua semplicità. Soprattutto è una innamorata della bellezza di Dio, come si legge nelle sue memorie e anche nell’esempio di vita. L’ha vissuta con la semplicità e allo stesso tempo con la gioia dell’innamoramento di Dio, ed in questo è stata contagiosa perché il popolo l’ha sentito e per questo accorreva a vederla e a sentirla, anche, quando era possibile. Questo si è visto quando sono stati celebrati i funerali a Coimbra: c’è stata una moltitudine di fedeli che l’ha accompagnata. Questa santità così semplice, popolare in quanto accessibile a tutti, che lei ha testimoniato, e anche le meditazioni che ci ha lasciato nei libri che ha scritto, fanno vedere la trasparenza della sua anima, del suo cuore che ha cercato di comunicare ai fedeli.


D. – Lei è il pastore di questa terra benedetta con la presenza di Maria, vescovo di Fatima. Quale messaggio al mondo d’oggi viene dalla sua terra?


R. – Quello che ci colpisce nel messaggio, a prima vista, è che non è limitato soltanto alla vita personale dei veggenti ma è un orizzonte universale, si riferisce agli avvenimenti più drammatici e più tragici della storia del XX secolo, alle sofferenze dell’umanità e anche alle sofferenze della Chiesa, ai martiri del XX secolo e alla causa della pace. Il cuore del messaggio è la conversione nel senso più teologale e anche nel senso più globale; è un richiamo a portare l’adorazione di Dio nel suo mistero di amore trinitario al centro della vita della Chiesa e del mondo. Poi, un richiamo alla conversione dei cuori verso questo Dio di amore e alla riparazione, che era il linguaggio dell’epoca, ma che ha un significato profondamente attuale perché è un richiamo ai fedeli a non rassegnarsi alla banalità e alla fatalità del male nel mondo, e quindi a sentirsi chiamati a riparare, cioè a rinnovare, la propria vita e il mondo a incominciare dal rinnovamento dei cuori. A mio avviso è un messaggio di consolazione, di misericordia e anche di una grande speranza per la Chiesa e per il mondo.


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Thursday, February 14, 2008 4:15 PM
Il sacrificio di Cristo nelle meditazioni del cardinale Vanhoye nel quinto giorno degli Esercizi spirituali per la Quaresima, alla presenza del Papa



Il sacrificio di Cristo ed il ruolo dello Spirito Santo nel Mistero pasquale: sono stati i temi delle meditazioni proposte stamane dal cardinale Albert Vanhoye, nel quinto giorno di Esercizi spirituali per la Quaresima in Vaticano, alla presenza del Papa e della Curia Romana. Nella meditazione di ieri pomeriggio il porporato si è invece soffermato sul tema di “Cristo mediatore della Nuova Alleanza nell’Ultima Cena”. Gli Esercizi, iniziati domenica scorsa nel Palazzo Apostolico, si chiuderanno sabato. Il servizio di Roberta Gisotti:

“Il sacrificio di Cristo”, meditato attraverso la Lettera agli Ebrei. Se nel linguaggio corrente la parola sacrificio - ha premesso il cardinale Vanhoye - assume una valenza piuttosto negativa, nel senso religioso ha invece un significato molto positivo:


“Sacrificare, infatti, non significa privare, significa rendere sacro, come santificare significa rendere santo, semplificare rendere semplice. Quindi, il sacrificio è un atto molto positivo e fecondo che valorizza immensamente un’offerta”.

Il sacrificio di Cristo comprende infatti l’intero Mistero pasquale, ovvero la morte e la glorificazione:


“Senza la glorificazione sarebbe incompleto, non avrebbe fondato la Nuova Alleanza perché Cristo non avrebbe raggiunto Dio e non avrebbe attuato il collegamento tra la nostra miseria e la santità di Dio”.

Ha ricordato quindi il porporato come nell’Antico Testamento, lo scopo del sacrificio fosse di cambiare la disposizione di Dio, di ottenere i suoi favori, in cambio dei doni offerti. Diversamente avviene nel sacrificio cristiano, come spiega la Lettera agli Ebrei:


“L’autore, invece, dice che lo scopo del sacrificio è cambiare la disposizione dell’uomo, non le disposizioni di Dio. Il suo scopo è quello di rendere perfetto nella coscienza l’offerente, di dare un cuore purificato e docile a Dio”.

Un’aspirazione religiosa non basta però per cambiare la coscienza di un peccatore:


“Ci vuole una mediazione efficace. Il peccatore deve essere aiutato da un mediatore che non sia lui stesso un peccatore e che gli apra la via del contatto, della comunione con Dio, questo è il problema dell’Alleanza”.

Nella seconda meditazione il cardinale Vanhoye, ha poi approfondito il ruolo de “Lo Spirito Santo nell’oblazione di Cristo”, che apre la via verso Dio:


“Gesù invece è stato vittima degna e sacerdote capace. Vittima degna perché aveva una perfetta integrità morale e religiosa, era senza macchia, come disse l’autore, era santo, innocente, l’immacolato. E’ stato sacerdote capace in quanto era pieno della forza dello Spirito Santo”.

Di “Cristo mediatore della Nuova Alleanza nell’Ultima Cena” ha invece parlato il cardinale Vanhoye nella meditazione di ieri pomeriggio. Gesù sa già che sarà tradito, rinnegato, ucciso, anticipa questi eventi di morte e li trasforma in una vittoria dell’amore:


“Quando celebriamo l’Eucaristia e ci comunichiamo, riceviamo in noi questo intenso dinamismo di amore, capace di trasformare tutti gli eventi in occasione di vittoria dell’amore”.




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Thursday, February 14, 2008 8:58 PM
“Efficacia dell’oblazione di Cristo”: la meditazione pomeridiana per gli esercizi spirituali alla presenza del Papa




Dopo aver proposto stamattina le meditazioni sui temi del sacrificio di Cristo e dello spirito santo dell’Oblazione di Cristo, nel pomeriggio il cardinale Albert Vanhoye, nel quinto giorno di esercizi spirituali per la quaresima in vaticano, alla presenza del papa e della curia romana, ha parlato dell’efficacia dell’oblazione di Cristo. Servizio di Francesca Sabatinelli


Questa mattina i temi delle meditazioni sono stati invece: Il sacrificio di Cristo ed il ruolo dello Spirito Santo nel Mistero pasquale. a guidare gli esercizi spirituali è stato sempre il cardinale Albert Vanhoye. Il servizio di Roberta Gisotti:

“Il sacrificio di Cristo”, meditato attraverso la Lettera agli Ebrei. Se nel linguaggio corrente la parola sacrificio - ha premesso il cardinale Vanhoye - assume una valenza piuttosto negativa, nel senso religioso ha invece un significato molto positivo:

“Sacrificare, infatti, non significa privare, significa rendere sacro, come santificare significa rendere santo, semplificare rendere semplice. Quindi, il sacrificio è un atto molto positivo e fecondo che valorizza immensamente un’offerta”.

Il sacrificio di Cristo comprende infatti l’intero Mistero pasquale, ovvero la morte e la glorificazione:

“Senza la glorificazione sarebbe incompleto, non avrebbe fondato la Nuova Alleanza perché Cristo non avrebbe raggiunto Dio e non avrebbe attuato il collegamento tra la nostra miseria e la santità di Dio”.

Ha ricordato quindi il porporato come nell’Antico Testamento, lo scopo del sacrificio fosse di cambiare la disposizione di Dio, di ottenere i suoi favori, in cambio dei doni offerti. Diversamente avviene nel sacrificio cristiano, come spiega la Lettera agli Ebrei:

“L’autore, invece, dice che lo scopo del sacrificio è cambiare la disposizione dell’uomo, non le disposizioni di Dio. Il suo scopo è quello di rendere perfetto nella coscienza l’offerente, di dare un cuore purificato e docile a Dio”.

Un’aspirazione religiosa non basta però per cambiare la coscienza di un peccatore:

“Ci vuole una mediazione efficace. Il peccatore deve essere aiutato da un mediatore che non sia lui stesso un peccatore e che gli apra la via del contatto, della comunione con Dio, questo è il problema dell’Alleanza”.

Nella seconda meditazione il cardinale Vanhoye, ha poi approfondito il ruolo de “Lo Spirito Santo nell’oblazione di Cristo”, che apre la via verso Dio:

“Gesù invece è stato vittima degna e sacerdote capace. Vittima degna perché aveva una perfetta integrità morale e religiosa, era senza macchia, come disse l’autore, era santo, innocente, l’immacolato. E’ stato sacerdote capace in quanto era pieno della forza dello Spirito Santo”.

Di “Cristo mediatore della Nuova Alleanza nell’Ultima Cena” ha invece parlato il cardinale Vanhoye nella meditazione di ieri pomeriggio. Gesù sa già che sarà tradito, rinnegato, ucciso, anticipa questi eventi di morte e li trasforma in una vittoria dell’amore:

“Quando celebriamo l’Eucaristia e ci comunichiamo, riceviamo in noi questo intenso dinamismo di amore, capace di trasformare tutti gli eventi in occasione di vittoria dell’amore”.



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Friday, February 15, 2008 2:33 PM
RINUNCE E NOMINE


RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO DI CASTRIES (SANTA LUCIA)

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Castries (Santa Lucia), presentata da S.E. Mons. Kelvin Edward Felix, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Gli succede S.E. Mons. Robert Rivas, O.P., Coadiutore della medesima arcidiocesi.

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Friday, February 15, 2008 2:33 PM
Tempo di Quaresima: l'invito del Papa a scoprire Cristo nei poveri attraverso l'elemosina. Il commento di mons. Dal Toso




“Non potete servire a Dio e al denaro”: il Papa, nel suo Messaggio per la Quaresima di quest’anno, ha citato queste parole di Gesù per invitare i fedeli a praticare l’elemosina con generosità imparando a riconoscere Cristo nei poveri. Ma sul significato autenticamente cristiano dell’elemosina, ascoltiamo mons. Giampietro Dal Toso, sottosegretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, al microfono di Giovanni Peduto:


R. – L’elemosina, che a volte non teniamo sufficientemente in conto, mi sembra sia importante che riusciamo a vederla come uno strumento concreto, quotidiano, alla portata di tutti, che ci aiuta esattamente nell’esercizio della nostra vita cristiana in questo tempo liturgico. Perché ci aiuta nell’esercizio della nostra vita cristiana? Il Papa, nel suo messaggio dice una cosa che mi ha particolarmente colpito e cioè che l’elemosina ha una doppia valenza: da una parte, rappresenta un gesto di attenzione verso l’altro e, dall’altra, è anche un gesto attraverso il quale si dà un segno di distacco dal denaro e quindi anche un distacco da se stessi. C’è – se posso citarla – questa bella frase al punto 1: “In questo modo alla purificazione interiore si aggiunge un gesto di comunione ecclesiale”. Mi sembra che questo sia un po’ il cuore di queste affermazioni.


D. – Perché, secondo lei, il Papa nel suo messaggio ricorda che l’elemosina non è un atto di filantropia?


R. – Esattamente perché l’elemosina si inserisce in un disegno un po’ più grande di vita cristiana, che è propriamente quello di vivere non centrati su se stessi, ma vivendo per l’altro. L’elemosina è, quindi, una testimonianza di carità. La carità come sappiamo e come ce lo ha insegnato molto bene l’enciclica Deus caritas est, è la chiave della virtù più alta della vita cristiana, quello di dare se stessi.


D. – Nel messaggio si ribadisce che soccorrere i poveri, prima ancora che un atto di carità, è un atto di giustizia e che – secondo l’insegnamento evangelico - noi non siamo proprietari di ciò che possediamo, ma amministratori …


R. – Sì, è importante partire da questa seconda affermazione che viene dal Catechismo della Chiesa Cattolica e che è una costante della dottrina sociale della Chiesa, e cioè che i beni che noi possediamo ci sono affidati e non ne siamo in questo senso strettamente proprietari. Proprio perché esiste una destinazione universale dei beni - i beni non sono soltanto i miei, ma sono ordinati al bene comune e sono, quindi, per tutti – in questo senso si dice che c’è una giustizia che regola il nostro stare insieme. Ovviamente, però, questa frase va completata e capita alla luce di quello che dice anche la Deus caritas est, per cui anche la società più perfetta, la società che più conosce la giustizia, avrà sempre bisogno della carità. Se è importante avere la giustizia come base, dobbiamo anche tenere presente che niente può sostituire la carità e che le due, anzi, si appartengono profondamente.


D. – L’elemosina – sottolinea ancora il Papa – sia generosa, segreta e sia fatta per la gloria di Dio e non per porre se stessi in evidenza ...


R. – Io credo che questo sia esattamente il punto in cui maggiormente emerge quanto sia importante lo spirito con cui diamo. Perché è chiaro che, da una parte, l’elemosina è un atto nostro, personale che conosce solo Dio perché solo Dio può vedere e scrutare il profondo del nostro cuore e solo Dio, alla fine, giudicherà sulla nostra vita. Però, nello stesso tempo, è anche vero – lo dice lo stesso Pontefice nel suo messaggio – quello che dice il Vangelo di Matteo: “Che vedano le nostre opere buone e diano gloria al Padre che è nei cieli”, cioè che la testimonianza di carità diventa un mezzo attraverso il quale si proclama il Vangelo, si fa conoscere il nome di Dio in mezzo agli uomini. Quindi, io direi che bisogna tenere presenti questi due aspetti: l’elemosina, fatta in segreto, e l’elemosina – nello stesso tempo – che serve per la glorificazione di Dio. Per questo, importante è il cuore, lo spirito con cui diamo le nostre elemosine e se lo diamo appunto in questo desiderio di rendere gloria a Dio o se lo diamo semplicemente per rendere gloria a noi stessi.


D. – Tutto questo è facilmente comprensibile. Però, meno intelligibile appare l’affermazione che l’elemosina copre una moltitudine di peccati. Che significa?


R. – Il Papa non fa altro che ripetere un messaggio che viene dalla Scrittura, e più precisamente dalla prima Lettera di Pietro. Mi sembra una cosa, però, molto importante, questa: che la carità, ogni atto di carità, quindi anche l’elemosina, è un passo concreto per superare il male che esiste nel mondo. E esattamente, la carità, attraverso la quale noi ci adeguiamo a Dio, a Dio che ha vinto il male, a Dio che ha vinto il peccato, allora la carità diventa una forma attraverso la quale anche noi partecipiamo di questa vittoria di Dio. E per questo anche possiamo dire che copre una moltitudine di peccati.


D. – Il Papa fa ancora un’affermazione: l’elemosina è segno di un dono più grande che possiamo fare al prossimo, l’annuncio dello stesso Gesù Cristo ...


R. – Verso la fine del Messaggio, il Papa ristabilisce un collegamento tra il racconto di un Vangelo e la vita stessa di Cristo. Il Papa ricorda, cioè, il racconto dell’obolo della vedova, quella vedova che nel Tesoro del Tempio mette le ultime monete che aveva,, cito il Vangelo stesso in cui dice che mette “tutto quanto aveva per vivere”. La vedova, in questo senso, anticipa quello che farà Gesù Cristo stesso, che dona tutta la sua vita. Ecco: per questo, l’elemosina, quel dono che noi facciamo, diventa espressione di un dono più profondo, che è il dono di tutta la vita e che il cristiano può farlo sulla scorta di quello che ha imparato da Cristo che per primo, appunto, ha dato tutto se stesso. Per questo, anche l’elemosina è testimonianza di Cristo: perché è testimonianza del fatto che l’uomo trova se stesso solo donandosi; così come Cristo, donandosi, ha trovato la pienezza della vita; così come la sua morte ha significato per lui anche la sua resurrezione.



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