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+PetaloNero+
Tuesday, January 22, 2008 2:48 PM
I vescovi sloveni in visita "ad Limina. Il metropolita, mons. Uran: riscoprire il Vangelo per contrastare le derive del relativismo etico e del consumismo



Il maggiore benessere sta rendendo gli animi degli sloveni più tiepidi verso la religione cristiana. Ad affermarlo è l’arcivescovo metropolita di Ljublijana, Alojz Uran, che da ieri guida la Conferenza episcopale della Slovenia nella visita ad Limina in Vaticano. Il Paese è stato tra i più rapidi, nella parte orientale dell’Europa, a conformarsi agli standard comunitari e ora le sfide pastorali per la Chiesa locale divengono più simili a quelle delle Chiese occidentali. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Un’accelerazione poderosa verso l’integrazione europea, “premiata” poco più di un anno fa da un record: quello di primo Paese dell’ex blocco orientale ad adottare l’euro. La realtà sociopolitica attuale della Slovenia è questa, ulteriormente rafforzata in questi giorni da un incarico di prestigio: quello di detenere dal primo gennaio 2008 la presidenza di turno dell’Unione Europea, oltre ad aver raggiunto il 21 dicembre scorso anche un altro obiettivo nel segno dell’integrazione comunitaria, ovvero l’ingresso nello spazio Schengen. La Slovenia Paese dell’ex Jugoslavia sembra essere lontana anni-luce. E la Chiesa locale, che conta due province ecclesiastiche e poco meno di un milione e mezzo di cattolici, deve fare i conti con questo mutato scenario interno, in un Paese che conosce il Vangelo da 1800 anni, ma che sembra sempre più spesso aver bisogno di una sua riscoperta, che si opponga all’irrompere del relativismo religioso di marca occidentale e ai condizionamenti di una ricchezza media crescente, che offusca però i valori di una fede antica. Un primo, tipico segno di questa tendenza, il calo delle vocazioni.


“La Chiesa in Slovenia vive come la Chiesa della maggior parte dei Paesi cattolici europei”, conferma l’arcivescovo di Ljublijana, mons. Uran. “Subisce pressioni da parte del mondo, vive la crisi di fede al suo interno”. Il maggior benessere, prosegue, “ha portato una tiepidezza nella vita di fede, che in alcuni casi si manifesta nell’assenza di prassi religiosa. Il consumismo è la nuova religione, che sta già dando i suoi effetti negativi nel calo della qualità della vita. L’ ‘avere’ prevale sull’ ‘essere’. D’altra parte, osserva il presule, la comunità cattolica slovena “gioisce dei segni di speranza, quando anche i cosiddetti ‘lontani’ si avvicinano alla Chiesa e vengono a conoscere il cristianesimo come valore.” Undici anni fa, dopo il risveglio seguito al crollo jugoslavo nei balcani, la Chiesa locale adottò come slogan “scegli la vita”, intendendo con ciò un’apertura alla vita di Dio e alla vita umana. Oggi, afferma mons. Uran, “la nostra attenzione è rivolta alla famiglia, alla sua apertura alla vita. E ai giovani, che sono chiamati a prepararsi alla vita, alla vita familiare. Il percorso da seguire è la nuova evangelizzazione”.



www.radiovaticana.org








+PetaloNero+
Wednesday, January 23, 2008 1:03 AM
Da Petrus

Il 4 e 5 Marzo l'atteso incontro tra Benedetto XVI e i 138 leader musulmani

CITTA’ DEL VATICANO - Si svolgera' il 4 e il 5 marzo a Roma il primo incontro, di carattere preparatorio e organizzativo, tra una delegazione dei 138 leader musulmani firmatari della recente lettera sul dialogo e altrettanti rappresentanti della Chiesa cattolica. A comporre la delegazione musulmana, secondo quanto si e' appreso, vi saranno Abdel Hakim Murad Winter della University of the Muslim Academic Trust (Regno Unito), Aref Ali Nayed, gia' docente del Pontificio istituto di studi arabi e islamici (Pisai), Sergio Yahya Pallavicini della Coreis italiana, Ibrahim Kalin della Seta Foundation di Ankara e il giordano Sohail Nakhooda, direttore di Islamica Magazine in Giordania. Sul fronte vaticano, parteciperanno tra gli altri il Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Monsignor Pierluigi Cerata, segretario dello stesso Pontificio Consiglio, e il preside del Pisai Miguel Ayuso. L'incontro, che si svolgera' nella sede del Pontificio consiglio per il dialogo, avra' il compito di definire contenuti tematici e modalita' organizzative di quel percorso di approfondimento che dovrebbe approdare, nella sua tappa finale, allo storico incontro tra Benedetto XVI e i saggi musulmani firmatari della lettera inviata nell'ottobre scorso al Papa e agli altri leader cristiani. I contenuti dell'iniziativa, e i passi avanti compiuti da allora, si possono leggere sul sito ufficiale www.acommonword.com.




+PetaloNero+
Wednesday, January 23, 2008 2:43 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto ieri in Udienza:

Em.mo Card. Paul Josef Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum".





RINUNCE E NOMINE


NOMINA DI AUSILIARE DI SÃO PAULO (BRASILE)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo Ausiliare di São Paulo (Brasile) il Rev.do Don Tarcísio Scaramussa, S.D.B., Consigliere Generale dei Salesiani a Roma, assegnandogli la sede titolare vescovile di Segia.

Rev.do Tarcísio Scaramussa, S.D.B.

Il Rev.do Tarcísio Scaramussa, S.D.B., è nato il 19 settembre 1950, a Prosperidade, nella diocesi di Cachoeiro de Itapemirim, Stato di Espírito Santo (Brasile). Religioso della Società Salesiana di S. Giovanni Bosco, ha emesso la prima professione il 31 gennaio 1969 e i voti perpetui il 24 gennaio 1977.

È Licenziato in Teologia presso la Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais e in Pedagogia presso la Facoltà Don Bosco di São João del Rey. Ha diverse pubblicazioni in materia di pedagogia, tra le quali una, molto nota in Brasile, sul sistema preventivo di Don Bosco.

Ordinato sacerdote a Prosperidade l'11 dicembre 1977, ha ricoperto diversi incarichi: Coordinatore degli Studi dell'"Istituto di Pedagogia e Filosofia" di São João del Rei (1978-1979); Vice Direttore dell'"Istituto Anchieta" a Jaciguá (1979-1983); Parroco della Parrocchia "São João Batista" e Direttore della locale Casa Salesiana a Jaciguá (1984-1988); Parroco e Coordinatore Diocesano delle "CEBs" nella diocesi di Cachoeiro de Itapemirim (1985-1988); negli stessi anni ha ricoperto anche l'incarico di Consigliere Ispettoriale (fino al 1990); Direttore dell'"Istituto Regional de Pastoral Catequética - IRPAC" del Regionale Leste II- Belo Horizonte (1987-1997); Vicario Ispettoriale (Vice Provinciale) dell'Ispettoria Salesiana di Minas Gerais, Rio de Janeiro, Espírito Santo, Goiás e Distrito Federal, e Delegato Ispettoriale per i "Cooperatori Salesiani" (1990-1996); Ispettore (Superiore Provinciale) dell'Ispettoria Salesiana di Minas Gerais, Rio de Janeiro e Espírito Santo (1996-2002); Membro della Direzione della "C.R.B. Regional Leste II" (2001-2002); Consigliere Generale della Congregazione Salesiana per le Comunicazione Sociali (dal 2002 ad oggi).

+PetaloNero+
Wednesday, January 23, 2008 2:45 PM
LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI ALLA DIOCESI E ALLA CITTÀ DI ROMA SUL COMPITO URGENTE DELL’EDUCAZIONE

Al termine della preghiera dell’Angelus di domenica scorsa, il Santo Padre ha incoraggiato i responsabili, i dirigenti, i docenti, i genitori e gli alunni delle scuole cattoliche, convenuti in occasione della Giornata della scuola cattolica della Diocesi di Roma, a perseverare, nonostante le difficoltà, nell’importante compito di porre il Vangelo al centro di un progetto educativo che punti alla formazione integrale della persona umana. All’argomento, il Papa ha dedicato una speciale Lettera recante la data del 21 gennaio.

Pubblichiamo di seguito la Lettera del Santo Padre:



LETTERA DEL SANTO PADRE

Cari fedeli di Roma,

ho pensato di rivolgermi a voi con questa lettera per parlarvi di un problema che voi stessi sentite e sul quale le varie componenti della nostra Chiesa si stanno impegnando: il problema dell'educazione. Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro di questa nostra città. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale.

Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Viene spontaneo, allora, incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla inoltre di una "frattura fra le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori.

Dobbiamo dunque dare la colpa agli adulti di oggi, che non sarebbero più capaci di educare? E' forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita.

Cari fratelli e sorelle di Roma, a questo punto vorrei dirvi una parola molto semplice: Non temete! Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale.

Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Chi crede in Gesù Cristo ha poi un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene.

Cari fratelli e sorelle, per rendere più concrete queste mie riflessioni, può essere utile individuare alcune esigenze comuni di un'autentica educazione. Essa ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: penso a quella prima e fondamentale esperienza dell'amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori. Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore.

Già in un piccolo bambino c'è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita.

Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme.

Arriviamo così, cari amici di Roma, al punto forse più delicato dell'opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano.

L'educazione non può dunque fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione.

Carissimi fedeli di Roma, da queste semplici considerazioni emerge come nell'educazione sia decisivo il senso di responsabilità: responsabilità dell'educatore, certamente, ma anche, e in misura che cresce con l'età, responsabilità del figlio, dell'alunno, del giovane che entra nel mondo del lavoro. E' responsabile chi sa rispondere a se stesso e agli altri. Chi crede cerca inoltre, e anzitutto, di rispondere a Dio che lo ha amato per primo.

La responsabilità è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini di una stessa città e di una nazione, come membri della famiglia umana e, se siamo credenti, come figli di un unico Dio e membri della Chiesa. Di fatto le idee, gli stili di vita, le leggi, gli orientamenti complessivi della società in cui viviamo, e l'immagine che essa dà di se stessa attraverso i mezzi di comunicazione, esercitano un grande influsso sulla formazione delle nuove generazioni, per il bene ma spesso anche per il male. La società però non è un'astrazione; alla fine siamo noi stessi, tutti insieme, con gli orientamenti, le regole e i rappresentanti che ci diamo, sebbene siano diversi i ruoli e le responsabilità di ciascuno. C'è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società, a cominciare da questa nostra città di Roma, diventi un ambiente più favorevole all'educazione.

Vorrei infine proporvi un pensiero che ho sviluppato nella recente Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo", come scriveva l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.

Non posso dunque terminare questa lettera senza un caldo invito a porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite. La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore.

Vi saluto con affetto e vi assicuro uno speciale ricordo nella preghiera, mentre a tutti invio la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 21 gennaio 2008










Appello del Papa agli educatori perchè ritrovino il senso e il coraggio della loro missione




Occorre ritrovare il coraggio di educare i giovani in un giusto equilibrio tra libertà e disciplina in un tempo in cui spesso genitori e insegnanti hanno smarrito il senso della loro missione. E’ quanto afferma il Papa in una Lettera scritta in occasione della Giornata della scuola cattolica della diocesi di Roma, che si è celebrata domenica scorsa. Il testo, che porta la data del 21 gennaio, è stato diffuso oggi. Ce ne parla Sergio Centofanti.


Il Papa affronta nella Lettera la grande “emergenza educativa” del nostro tempo. “Educare – afferma - non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile” come “sanno bene i genitori e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative” i cui sforzi sono “troppo spesso” segnati dagli insuccessi. “Viene spontaneo, allora, – scrive il Pontefice - incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato”.


Sono forse allora gli adulti di oggi – si chiede il Papa - “che non sarebbero più capaci di educare? E' forte certamente – prosegue - sia tra i genitori che … in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia … la missione ad essi affidata”. In realtà – leggiamo ancora nella lettera pontificia – ci sono “un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene”.


Ma “tutte queste difficoltà – nota il Papa - non sono insormontabili. Sono piuttosto … il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna”. Ma quando “sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così … aumenta oggi la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita”.


“Un'autentica educazione” – scrive ancora il Papa - “ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: … ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso” e non può limitarsi “a dare delle nozioni e delle informazioni”, lasciando “da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita”.


“Anche la sofferenza – aggiunge - fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme”.


Il Papa indica quindi il “punto forse più delicato dell'opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”. Benedetto XVI esorta dunque ad “accettare il rischio della libertà”, rimanendo sempre attenti ad aiutare e correggere i giovani senza assecondarli negli errori, “fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano”. L'educazione, poi, “non può … fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità” e che “si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale”.


“La responsabilità – continua Benedetto XVI - è in primo luogo personale, ma c'è anche una responsabilità che condividiamo insieme, come cittadini ... C'è bisogno dunque del contributo di ognuno di noi, di ogni persona, famiglia o gruppo sociale, perché la società … diventi un ambiente più favorevole all'educazione”.


“Anima dell'educazione, come dell'intera vita – si legge ancora nel testo - può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini “senza speranza e senza Dio”: per questo si può dire che oggi “alla radice della crisi dell'educazione c'è …una crisi di fiducia nella vita”.

Il Papa rivolge infine “un caldo invito a porre in Dio la nostra speranza. Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni”; e non è mai una speranza individualistica ma sempre “speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore”.




www.radiovaticana.org






+PetaloNero+
Wednesday, January 23, 2008 2:47 PM
L’UDIENZA GENERALE


L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre Benedetto XVI ha parlato della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani.

Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Papa ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

L’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.



CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

stiamo celebrando la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che si concluderà venerdì prossimo, 25 gennaio, festa della Conversione dell’apostolo Paolo. I cristiani delle varie Chiese e Comunità ecclesiali si uniscono in questi giorni in una corale invocazione per chiedere al Signore Gesù il ristabilimento della piena unità tra tutti i suoi discepoli. E’ una concorde implorazione fatta con un’anima sola e un cuore solo rispondendo all’anelito stesso del Redentore, che nell’Ultima Cena si è rivolto al Padre con queste parole: "Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,20-21). Chiedendo la grazia dell’unità, i cristiani si uniscono alla preghiera stessa di Cristo e si impegnano ad operare attivamente perché l’intera umanità lo accolga e lo riconosca come solo Pastore ed unico Signore, e possa così sperimentare la gioia del suo amore.

Quest’anno la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani assume un valore e un significato particolari, perché ricorda i cento anni dal suo inizio. Quando fu avviata, si trattò in effetti di un’intuizione veramente feconda. Fu nel 1908: un anglicano americano, poi entrato nella comunione della Chiesa cattolica, fondatore della "Society of the Atonement" (Comunità dei frati e delle suore dell’Atonement), Padre Paul Wattson, assieme ad un altro episcopaliano, Padre Spencer Jones, lanciò l’idea profetica di un ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani. L’idea venne accolta con favore dall’Arcivescovo di New York e dal Nunzio Apostolico. L’appello a pregare per l’unità fu poi esteso, nel 1916, all’intera Chiesa cattolica grazie all’intervento del mio venerato Predecessore, il Papa Benedetto XV, con il Breve Ad perpetuam rei memoriam. L’iniziativa, che intanto aveva suscitato non poco interesse, andò prendendo piede ovunque progressivamente e, con il tempo, sempre più precisò la propria struttura evolvendosi nel suo svolgimento grazie anche all’apporto dell’Abbé Couturier (1936). Quando poi soffiò il vento profetico del Concilio Vaticano II si avvertì ancor più l’urgenza dell’unità. Dopo l’Assise conciliare proseguì il cammino paziente della ricerca della piena comunione fra tutti i cristiani, cammino ecumenico che di anno in anno ha trovato proprio nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani uno dei momenti più qualificanti e proficui. A cento anni dal primo appello a pregare insieme per l’unità, è ormai diventata una tradizione consolidata questa Settimana di Preghiera, conservando lo spirito e le date scelte all’inizio da Padre Wattson. Egli le aveva infatti scelte per il loro carattere simbolico. Il calendario del tempo prevedeva per il 18 gennaio la festa della Cattedra di S. Pietro, che è saldo fondamento e sicura garanzia di unità dell’intero popolo di Dio, mentre il 25 gennaio, allora come oggi, la liturgia celebra la festa della conversione di San Paolo. Mentre rendiamo grazie al Signore per questi cento anni di preghiera e di impegno comune tra tanti discepoli di Cristo, ricordiamo con riconoscenza l’ideatore di questa provvidenziale iniziativa spirituale, il Padre Wattson e, insieme a lui, coloro che l’hanno promossa ed arricchita con i loro apporti, facendola diventare patrimonio comune di tutti i cristiani.

Ricordavo poc’anzi che al tema dell’unità dei cristiani il Concilio Vaticano II ha dedicato grande attenzione, specialmente con il Decreto sull’ecumenismo (Unitatis redintegratio), nel quale, tra l’altro, vengono sottolineati con forza il ruolo e l’importanza della preghiera per l’unità. La preghiera, osserva il Concilio, sta nel cuore stesso di tutto il cammino ecumenico. "Questa conversione del cuore e questa santità di vita insieme con le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani, si devono ritenere come l’anima di tutto il movimento ecumenico" (UR, 8). Grazie proprio a questo ecumenismo spirituale – santità della vita, conversione del cuore, preghiere private e pubbliche -, la comune ricerca dell’unità ha registrato in questi decenni un grande sviluppo, che si è diversificato in molteplici iniziative: dalla reciproca conoscenza al contatto fraterno fra membri di diverse Chiese e Comunità ecclesiali, da conversazioni sempre più amichevoli a collaborazioni in vari campi, dal dialogo teologico alla ricerca di concrete forme di comunione e di collaborazione. Ciò che ha vivificato e continua a vivificare questo cammino verso la piena comunione tra tutti i cristiani è innanzitutto la preghiera. "Pregate continuamente" (1Ts 5,17) è il tema della Settimana di quest’anno; è al tempo stesso l’invito che non cessa mai di risuonare nelle nostre comunità, perchè la preghiera sia la luce, la forza, l’orientamento dei nostri passi, in atteggiamento di umile e docile ascolto del nostro comune Signore.

In secondo luogo, il Concilio pone l’accento sulla preghiera comune, quella che viene congiuntamente elevata da cattolici e da altri cristiani verso l’unico Padre celeste. Il Decreto sull’ecumenismo afferma in proposito: "Queste preghiere in comune sono senza dubbio un mezzo molto efficace per impetrare la grazia dell’unità" (UR, 8). E ciò perché, nella preghiera comune, le comunità cristiane si pongono insieme di fronte al Signore e, prendendo coscienza delle contraddizioni generate dalla divisione, manifestano la volontà di ubbidire alla sua volontà ricorrendo fiduciosi al suo onnipotente soccorso. Il Decreto aggiunge poi che tali preghiere "sono una genuina manifestazione dei vincoli con i quali i cattolici sono ancora congiunti con i fratelli disgiunti (seiuncti)" (ibid.). La preghiera comune non è quindi un atto volontaristico o puramente sociologico, ma è espressione della fede che unisce tutti i discepoli di Cristo. Nel corso degli anni si è instaurata una feconda collaborazione in questo campo e dal 1968 l’allora Segretariato per l’unità dei cristiani, divenuto poi Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e il Consiglio Ecumenico delle Chiese preparano insieme i sussidi della Settimana di Preghiera per l’Unità, che vengono poi divulgati congiuntamente nel mondo coprendo zone che non si sarebbero mai raggiunte operando da soli.

Il Decreto conciliare sull’ecumenismo fa riferimento alla preghiera per l’unità quando, proprio alla fine, afferma che il Concilio è consapevole che "questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità della Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane. Perciò ripone tutta la sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa" (UR 24). E’ la consapevolezza dei nostri limiti umani che ci spinge all’abbandono fiducioso nelle mani del Signore. A ben vedere, il senso profondo di questa Settimana di Preghiera è proprio quello di appoggiarsi saldamente sulla preghiera di Cristo, che nella sua Chiesa continua a pregare perchè "tutti siano una cosa sola… perché il mondo creda…" (Gv 17,21). Oggi sentiamo fortemente il realismo di queste parole. Il mondo soffre per l’assenza di Dio, per l’inaccessibilità di Dio, ha desiderio di conoscere il volto di Dio. Ma come potrebbero e possono, gli uomini di oggi, conoscere questo volto di Dio nel volto di Gesù Cristo se noi cristiani siamo divisi, se uno insegna contro l’altro, se uno sta contro l’altro? Solo nell’unità possiamo mostrare realmente a questo mondo – che ne ha bisogno – il volto di Dio, il volto di Cristo. E’ anche evidente che non con le nostre proprie strategie, con il dialogo e con tutto quello che facciamo – che pure è tanto necessario – possiamo ottenere questa unità. Quello che possiamo ottenere è la nostra disponibilità e capacità ad accogliere questa unità quando il Signore ce la dona. Ecco il senso della preghiera: aprire i nostri cuori, creare in noi questa disponibilità che apre la strada a Cristo. Nella liturgia della Chiesa antica, dopo l’omelia, il Vescovo o il presidente della celebrazione, il celebrante principale, diceva: "Conversi ad Dominum". Quindi egli stesso e tutti si alzavano e si volgevano verso Oriente. Tutti volevano guardare verso Cristo. Solo se convertiti, solo in questa conversione verso Cristo, in questo comune sguardo a Cristo, possiamo trovare il dono dell’unità.

Possiamo dire che è stata la preghiera per l’unità ad animare e ad accompagnare le varie tappe del movimento ecumenico, specialmente a partire dal Concilio Vaticano II. In questo periodo la Chiesa cattolica è entrata in contatto con le varie Chiese e Comunità ecclesiali d’Oriente e d’Occidente con diverse forme di dialogo, affrontando con ciascuna quei problemi teologici e storici sorti nel corso dei secoli e stabilitisi come elementi di divisione. Il Signore ha fatto sì che tali amichevoli relazioni abbiano migliorato la reciproca conoscenza, abbiano intensificato la comunione rendendo, al tempo stesso, più chiara la percezione dei problemi che restano aperti e che fomentano la divisione. Oggi, in questa Settimana, rendiamo grazie a Dio che ha sostenuto e illuminato il cammino sinora percorso, cammino fecondo che il Decreto conciliare sull’ecumenismo descriveva come "sorto per impulso della grazia dello Spirito Santo" e "ogni giorno più ampio" (UR 1).

Cari fratelli e sorelle, raccogliamo l’invito a "pregare senza stancarsi", che l’apostolo Paolo rivolgeva ai primi cristiani di Tessalonica, comunità che lui stesso aveva fondato. E proprio perché aveva saputo che vi erano sorti dei dissensi, volle raccomandare di essere pazienti con tutti, di guardarsi dal rendere male per male, cercando invece sempre il bene tra di loro e con tutti, e restando lieti in ogni circostanza, lieti perché il Signore è vicino. I consigli che San Paolo dava ai Tessalonicesi possono ispirare anche oggi il comportamento dei cristiani nell’ambito delle relazioni ecumeniche. Soprattutto egli dice: "Vivete in pace tra voi" e poi: "Pregate continuamente, in ogni cosa rendete grazie" (cfr 1Ts 5,13.18). Accogliamo anche noi questa pressante esortazione dell’Apostolo sia per ringraziare il Signore per i progressi compiuti nel movimento ecumenico, sia per impetrare la piena unità. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ottenga per tutti i discepoli del suo divin Figlio di poter vivere quanto prima in pace e nella carità reciproca, così da rendere una convincente testimonianza di riconciliazione davanti al mondo intero, per rendere accessibile il volto di Dio nel volto di Cristo, che è il Dio-con-noi, il Dio della pace e dell’unità.


SINTESI DELLA CATECHESI NELLE DIVERSE LINGUE



○ Sintesi della catechesi in lingua francese

Chers Frères et Sœurs,

Durant la semaine de Prière pour l’Unité des chrétiens qui s’achèvera le vendredi 25 janvier, fête de la conversion de l’Apôtre Paul, les chrétiens de toutes confessions s’unissent pour demander au Seigneur Jésus le rétablissement de la pleine unité entre tous ses disciples.

Lancée aux États-Unis par le Père Paul Wattson, cette semaine de prière prend, cette année, un relief particulier, puisque nous en célébrons le centième anniversaire. Dès l’origine bien accueillie par les autorités catholiques, cette initiative fut étendue en 1916 à toute l’Église catholique par mon prédécesseur Benoît XV. Cette prière commune à tous les chrétiens n’est pas un acte volontariste ou sociologique, mais, répondant au désir du Christ lui-même, elle est l’expression authentique de la foi qui unit tous les disciples de Jésus, alors qu’ils sont encore séparés.

Accordant une grande importance au thème de l’unité des chrétiens, le Concile Vatican II souligne que la conversion du cœur et les prières privées et publiques des fidèles sont comme l’âme du mouvement œcuménique. Cette prière a renforcé le désir de communion entre les chrétiens ; elle a aussi permis le développement multiforme de la recherche de l’unité à travers une meilleure connaissance réciproque, un approfondissement du dialogue théologique et la mise en œuvre de collaborations fraternelles en divers domaines.

Je salue tous les pèlerins francophones, en particulier les jeunes des collèges La Rochefoucauld et Rocroy Saint-Léon de Paris. Suivant les conseils de l’Apôtre Paul, je vous invite à être des artisans d’unité dans l’Église et dans le monde, étant attentifs à tous et priant le Seigneur de nous faire la grâce de l’unité.



○ Sintesi della catechesi in lingua inglese

Dear Brothers and Sisters,

This week, Christians throughout the world celebrate the Hundredth Anniversary of the Week of Prayer for Christian Unity, initiated by Father Paul Wattson, founder of the Society of the Atonement. The theme chosen for this year is Saint Paul’s exhortation to the Thessalonians to "pray always" (1 Thess 5:17). According to the Second Vatican Council, prayer and holiness of life are "the soul of the whole ecumenical movement" (Unitatis Redintegratio, 8). When Christians from various communities come together to pray in common, they acknowledge that unity cannot be achieved by human strength alone. Only by relying on God’s grace can they live according to Jesus’s prayer that "they may all be one" (Jn 17:20-21). I therefore invite all Christians to render fitting thanks to Almighty God for the progress achieved thus far along the path of ecumenism, and to persevere as they strive toward unity so that "the world may believe" (Jn 17:21) that Jesus is the only Son sent by the Father.

I extend a cordial welcome to the English-speaking pilgrims present at today’s audience, including students and staff from Saint Mary’s High School in Sydney, and members of a delegation from the Los Angeles Council of Religious Leaders. May God bestow abundant blessings upon all of you!



○ Sintesi della catechesi in lingua tedesca

Liebe Brüder und Schwestern!

Begleitet durch das Wort des Apostels Paulus „Betet ohne Unterlaß" (1 Thess 5, 17) begehen wir in diesen Tagen die jährliche Gebetswoche für die Einheit der Christen. 100 Jahre sind seit den Anfängen dieser Gebetsoktav vergangen, die auf eine Initiative von Pater Paul Wattson zurückgeht und die dann von Papst Benedikt XV. auf die ganze Kirche ausgedehnt wurde. Vor allem das II. Vatikanische Konzil hat mit dem Dekret Unitatis redintegratio die Rolle und die Bedeutung des Gebets für die Einheit unterstrichen. Zusammen mit der Bekehrung des Herzens und der Heiligkeit des Lebens ist das private und öffentliche Gebet die Seele der ganzen ökumenischen Bewegung (vgl. Nr. 8). Das gemeinsame Beten und Bitten ist Ausdruck des Glaubens, der alle Jünger Jesu eint, und des Vertrauens auf den Beistand des Herrn. Die Wiederversöhnung der Christen übersteigt unsere menschlichen Kräfte und Fähigkeiten; um so mehr müssen und dürfen wir unsere Hoffnung „gänzlich auf das Gebet Christi für die Kirche" setzen (vgl. Nr. 24). Die Gebetswoche soll daher eine Zeit des Dankes an Christus für die schon erreichten Fortschritte auf dem Weg zur Einheit sein sowie Tage des eindringlichen Bittens um diese Einheit, die nur Er geben kann.

Mit Freude heiße ich alle Pilger und Besucher aus dem deutschen Sprachraum willkommen. Unter ihnen grüße ich heute besonders Mitglieder der Leitung des Österreichischen Rundfunks. Die Einheit der Christen kann nur in einem Klima des Gebets und auf dem Humus einer geistlichen Ökumene wachsen. Wir alle wollen uns in unserem eigenen Leben darum bemühen und nicht nachlassen, um die Gnade der Einheit zu bitten. Dazu schenke uns der Herr seinen Segen.



○ Sintesi della catechesi in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas:

El próximo viernes, fiesta de la Conversión de san Pablo, concluye la Semana de Oración por la Unidad de los Cristianos, que este año tiene como lema la exhortación que el Apóstol dirigía a los primeros cristianos de Tesalónica: "Sed constantes en orar".

Desde hace exactamente cien años, los cristianos de las varias Iglesias y Comunidades eclesiales se unen en una invocación común pidiendo al Señor el restablecimiento de la plena unidad entre todos los discípulos de Cristo, para dar un testimonio convincente ante el mundo, para que la humanidad acoja a Cristo y lo reconozca como único Pastor y Señor.

El Concilio Vaticano Segundo ha prestado gran atención a este tema, especialmente con el Decreto sobre el ecumenismo Unitatis redintegratio. La oración, afirma, es el elemento central de todo el camino ecuménico que ha vivificado y continúa vivificando este itinerario hacia la plena comunión. Subraya, además, la oración común como expresión de la fe que une a todos los discípulos de Cristo, con el fin de que las comunidades cristianas tomen conciencia de las contradicciones generadas por las divisiones y manifiesten la voluntad de obedecer a su voluntad: "para que todos sean uno...para que el mundo crea".

Saludo a los peregrinos de lengua española, especialmente a la Guardia de Honor del Sagrado Corazón de Jesús de México, a la Scuola italiana de Valparaíso, Chile, y a los grupos llegados de España y de otros países latinoamericanos. Os invito a "ser constantes en la oración" para impetrar la plena comunión de los bautizados en Cristo y a vivir en paz y caridad fraterna, que son requisitos de toda concordia y unidad. ¡Muchas gracias!




SALUTI PARTICOLARI NELLE DIVERSE LINGUE



○ Saluto il lingua polacca

Słowo powitania kieruję do pielgrzymów polskich. Bracia i siostry, serdecznie was pozdrawiam. Pragnąc jedności chrześcijan, wypełniajcie wskazania świętego Pawła: „Zachowujcie pokój! Dla wszystkich bądźcie cierpliwi! Usiłujcie czynić dobrze sobie nawzajem i wobec wszystkich! Zawsze się radujcie, nieustannie się módlcie!" (cfr 1 Ts 5, 13-17) Niech Bóg umacnia w was te dobre pragnienia i wam błogosławi.

[Rivolgo ai pellegrini polacchi qui presenti alcune parole di benvenuto. Fratelli e sorelle, vi esorto a desiderare ardentemente l’unità dei cristiani, obbedendo all’ammonimento dell’Apostolo San Paolo: "Vivete in pace tra voi! Siate pazienti con tutti! Cercate sempre il bene tra voi e con tutti! State sempre lieti, pregate incessantemente!" (cfr 1 Ts 5, 13-17). Che Dio rafforzi questi in voi santi desideri e vi benedica.]


○ Saluto in lingua slovacca

Zo srdca pozdravujem slovenských pútnikov z Čadce – Kýčerky, Zákopčia a Fačkova.

Bratia a sestry, počas Týždňa modlitieb za jednotu kresťanov vás pozývam k intenzívnym modlitbám k Pánovi, aby sa naplnili Kristove slová „Aby všetci boli jedno".

S láskou žehnám vás i vašich drahých.

Pochválený buď Ježiš Kristus!

[Saluto di cuore i pellegrini slovacchi da Čadca – Kýčerka, Zákopčie e Fačkov.

Fratelli e sorelle, nel corso della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, vi invito ad elevare intense preghiere al Signore affinché si realizzi la parola di Cristo "Perché siano una cosa sola".

Con affetto benedico voi ed i vostri cari.

Sia lodato Gesù Cristo!]



○ Saluto in lingua italiana

Porgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai sacerdoti e seminaristi dell’Ordine Maronita Mariamita, incoraggiandoli a perseverare ferventi nella fede e nella testimonianza evangelica. Saluto la Delegazione della Provincia Autonoma di Trento; cari amici, vi ringrazio per la vostra presenza e vi auguro di essere sempre più pietre vive nella Chiesa di Dio. Saluto, inoltre, il 44° Reggimento di Sostegno "Penne" di Roma, augurando che questo incontro possa rinnovare in ciascuno propositi generosi di impegno cristiano.

Rivolgo poi un pensiero ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Celebreremo domani la memoria liturgica di san Francesco di Sales, patrono della stampa cattolica. Vescovo di Ginevra in un periodo di gravi conflitti, egli fu uomo di pace e di comunione. Maestro di vita spirituale, egli ha insegnato che la perfezione cristiana è accessibile ad ogni persona. Cari giovani, malati e sposi novelli, per intercessione di san Francesco di Sales vivete anche voi la vostra vocazione nelle concrete condizioni in cui vi trovate, confidando nell'amore di Dio che sempre ci accompagna.














Benedetto XVI all'udienza generale: i cristiani testimonino la loro unità nella preghiera nel mondo che "soffre per l'assenza di Dio"




Una “corale implorazione fatta con un cuore solo e un’anima sola”: è questo il senso spirituale della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si concluderà dopodomani e alla quale Benedetto XVI ha dedicato stamattina la catechesi dell’udienza generale in Aula Paolo VI. Il Papa ha ripercorso sinteticamente le tappe di questo evento, che quest’anno celebra i 100 anni di vita, ed ha auspicato che i cristiani sappiano dare una testimonianza di unità per rendere “accessibile” il volto di Dio al mondo che “soffre” per la sua assenza. Il servizio di Alessandro De Carolis:

“Chiedendo la grazia dell’unità, i cristiani si uniscono alla preghiera stessa di Cristo e si impegnano ad operare attivamente perché l’intera umanità lo accolga e lo riconosca come solo Pastore ed unico Signore, e possa così sperimentare la gioia del suo amore”.

Benedetto XVI ha spiegato subito, all’inizio della sua ampia catechesi, il valore di quella che chiama “concorde implorazione fatta con un’anima sola e un cuore solo”, riflesso dell’invocazione che duemila anni fa Gesù levò per primo con il suo “un unum sint”, “perché tutti siano uno”. E quel valore, all’inizio del 2008, presenta - spiega il Papa - uno spettro di significati ancora più ampio perché esattamente un secolo fa - dopo secoli di ostilità - i cristiani della varie confessioni riscoprirono, al di là delle divisioni, la forza unificante della preghiera in comune. Benedetto XVI ha ripercorso la storia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani a partire dall’intuizione definita “veramente feconda” del pastore anglicano, padre Paul Wattson, che nel 1908 lanciò l’iniziativa di un Ottavario di preghiera, divenuto vent’anni dopo - grazie all’apporto decisivo dell’Abbé Couturier di Lione - l’attuale Settimana di preghiera. E quando 40 anni fa anche i padri conciliari del Vaticano II avvertirono “l’urgenza dell’unità” tra i cristiani, la Settimana di preghiera, ha riconosciuto il Pontefice, divenne “uno dei momenti più qualificanti e proficui” del cammino ecumenico.


Dopo gli accenni storici, Benedetto XVI si è soffermato sul fulcro spirituale dell’ecumenismo: su ciò - ha detto - che lo “ha vivificato”, ovvero la preghiera, che converte il cuore e spinge alla “santità di vita”:


“‘Pregate continuamente’, questa Parola di San Paolo è il tema della Settimana di quest’anno; è al tempo stesso l’invito che non cessa mai di risuonare nelle nostre comunità, perchè la preghiera sia la luce, la forza, l’orientamento dei nostri passi, in atteggiamento di umile e docile ascolto del nostro comune Signore”.


Un passo oltre la preghiera è la preghiera vissuta in “comune”, sulla cui validità molto si sofferma il Decreto conciliare sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio. In questo tipo di preghiera, sostiene Benedetto XVI, la fede indivisa in Cristo brilla più delle divisioni confessionali:


Nella preghiera comune, le comunità cristiane si pongono insieme di fronte al Signore e, prendendo coscienza delle contraddizioni generate dalla divisione, manifestano la volontà di ubbidire alla sua volontà ricorrendo fiduciosi al suo onnipotente soccorso (...) La preghiera comune non è quindi un atto volontaristico o puramente sociologico, ma è espressione della fede che unisce tutti i discepoli di Cristo”.


La preghiera comune, dunque, ha fatto evolvere il dialogo ecumenico e “tali amichevoli relazioni”, ha riconosciuto il Pontefice, hanno poi “migliorato la reciproca conoscenza”, intensificando la comunione e “rendendo, al tempo stesso, più chiara la percezione dei problemi che restano aperti e che fomentano la divisione”. E qui, il Papa ha parlato a cuore aperto di quanto un’umanità oggi troppo spesso indifferente al soprannaturale possa beneficiare dal raggiungimento della piena comunione fra i cristiani:


"Il mondo soffre per l’assenza di Dio, per l’inaccessibilità di Dio, ha desiderio di conoscere il volto di Dio. Ma come potrebbero e possono, gli uomini di oggi, conoscere questo volto di Dio nel volto di Gesù Cristo se noi cristiani siamo divisi, se uno insegna contro l’altro, se uno sta contro l’altro? Solo nell’unità possiamo mostrare realmente a questo mondo – che ne ha bisogno – il volto di Dio, il volto di Cristo".

Al termine delle catechesi e dei saluti ai gruppi in più lingue - fra i quali ai sacerdoti e ai seminaristi dell’Ordine Maronita Mariamita - Benedetto XVI ha concluso l’udienza generale ricordando la figura di San Francesco di Sales, patrono della stampa cattolica, del quale si celebra domani la memoria liturgica. “vescovo di Ginevra in un periodo di gravi conflitti - ha sottolineato - egli fu uomo di pace e di comunione. Maestro di vita spirituale, egli ha insegnato che la perfezione cristiana è accessibile ad ogni persona”.







www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000186.flv&vai=ctv_frame00186.jpg&var1=23/01/2008&var2=Vatican%20City&var3=Benedetto%20XVI%20loda%20il%20grande%20sviluppo%20dell%20ecumenismo%20sp...



+PetaloNero+
Thursday, January 24, 2008 2:55 PM
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA 42a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI




"I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la Verità per condividerla". Questo il tema scelto dal Santo Padre Benedetto XVI per la 42a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2008. Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre:


TESTO ORIGINALE IN LINGUA ITALIANA

I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio.
Cercare la verità per condividerla

Cari fratelli e sorelle!

1. Il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - "I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla" – pone in luce quanto importante sia il ruolo di questi strumenti nella vita delle persone e della società. Non c’è infatti ambito dell’esperienza umana, specialmente se consideriamo il vasto fenomeno della globalizzazione, in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi. In proposito, scrivevo nel Messaggio per la Giornata della Pace dello scorso 1° gennaio: "I mezzi della comunicazione sociale, per le potenzialità educative di cui dispongono, hanno una speciale responsabilità nel promuovere il rispetto per la famiglia, nell’illustrarne le attese e i diritti, nel metterne in evidenza la bellezza" (n. 5).

2. Grazie ad una vorticosa evoluzione tecnologica, questi mezzi hanno acquisito potenzialità straordinarie, ponendo nello stesso tempo nuovi ed inediti interrogativi e problemi. È innegabile l’apporto che essi possono dare alla circolazione delle notizie, alla conoscenza dei fatti e alla diffusione del sapere: hanno contribuito, ad esempio, in maniera decisiva all’alfabetizzazione e alla socializzazione, come pure allo sviluppo della democrazia e del dialogo tra i popoli. Senza il loro apporto sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale. Sì! I media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale. Non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento. E’ il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva. Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza. Vi è infine la possibilità che, attraverso i media, vengano proposti e sostenuti modelli di sviluppo che aumentano anziché ridurre il divario tecnologico tra i paesi ricchi e quelli poveri.

3. L’umanità si trova oggi di fronte a un bivio. Anche per i media vale quanto ho scritto nell’Enciclica Spe salvi circa l’ambiguità del progresso, che offre inedite possibilità per il bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano (cfr n. 22). Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze. Non sarebbe piuttosto doveroso far sì che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano "la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore" (ibid.)? La loro straordinaria incidenza nella vita delle persone e della società è un dato largamente riconosciuto, ma va posta oggi in evidenza la svolta, direi anzi la vera e propria mutazione di ruolo, che essi si trovano ad affrontare. Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si costata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per "creare" gli eventi stessi. Questo pericoloso mutamento della loro funzione è avvertito con preoccupazione da molti Pastori. Proprio perché si tratta di realtà che incidono profondamente su tutte le dimensioni della vita umana (morale, intellettuale, religiosa, relazionale, affettiva, culturale), ponendo in gioco il bene della persona, occorre ribadire che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente praticabile. L’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone pertanto questioni non eludibili, che attendono scelte e risposte non più rinviabili.

4. Il ruolo che gli strumenti della comunicazione sociale hanno assunto nella società va ormai considerato parte integrante della questione antropologica, che emerge come sfida cruciale del terzo millennio. In maniera non dissimile da quanto accade sul fronte della vita umana, del matrimonio e della famiglia, e nell’ambito delle grandi questioni contemporanee concernenti la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, anche nel settore delle comunicazioni sociali sono in gioco dimensioni costitutive dell’uomo e della sua verità. Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale, finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone. Ecco perché è indispensabile che le comunicazioni sociali difendano gelosamente la persona e ne rispettino appieno la dignità. Più di qualcuno pensa che sia oggi necessaria, in questo ambito, un’"info-etica" così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita.

5. Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. Essi possono e devono invece contribuire a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro che tendono a negarla o a distruggerla. Si può anzi dire che la ricerca e la presentazione della verità sull’uomo costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale. Utilizzare a questo fine tutti i linguaggi, sempre più belli e raffinati di cui i media dispongono, è un compito esaltante affidato in primo luogo ai responsabili ed agli operatori del settore. E’ un compito che tuttavia, in qualche modo, ci riguarda tutti, perché tutti, nell’epoca della globalizzazione, siamo fruitori e operatori di comunicazioni sociali. I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana (cfr Lett. ap. Il rapido sviluppo, 10).

6. L’uomo ha sete di verità, è alla ricerca della verità; lo dimostrano anche l’attenzione e il successo registrati da tanti prodotti editoriali, programmi o fiction di qualità, in cui la verità, la bellezza e la grandezza della persona, inclusa la sua dimensione religiosa, sono riconosciute e ben rappresentate. Gesù ha detto: "Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8, 32). La verità che ci rende liberi è Cristo, perché solo Lui può rispondere pienamente alla sete di vita e di amore che è nel cuore dell’uomo. Chi lo ha incontrato e si appassiona al suo messaggio sperimenta il desiderio incontenibile di condividere e comunicare questa verità: "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi – scrive san Giovanni -, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […], noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta" (1Gv 1, 1-3).

Invochiamo lo Spirito Santo, perché non manchino comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità che, fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede, "sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli" (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Parabole mediatiche, 9 novembre 2002).

Con questo auspicio a tutti imparto con affetto la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2008, Festa di San Francesco di Sales.

BENEDICTUS PP. XVI












I media al bivio tra protagonismo e servizio: presentato il Messaggio del Papa per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali



I mass media siano al servizio dell’uomo e non diventino "il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo": è quanto scrive il Papa nel Messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che si svolgerà il 4 maggio sul tema “I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla”. Il Messaggio è stato presentato questa mattina nella Sala Stampa vaticana in coincidenza con la memoria di San Francesco di Sales, Patrono della stampa cattolica. Ce ne parla Sergio Centofanti.

“L’umanità si trova oggi di fronte a un bivio” – scrive il Papa: i mass media, come accade per il progresso, offrono “inedite possibilità per il bene”, ma aprono “al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano”. Infatti “grazie ad una vorticosa evoluzione tecnologica, questi mezzi hanno acquisito potenzialità straordinarie”: “è innegabile” - afferma – il loro contributo all’alfabetizzazione, allo sviluppo della democrazia e al dialogo tra i popoli. Tuttavia – aggiunge - non devono essere solo "mezzi per la diffusione delle idee", ma "anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale”. C’è invece “il rischio che essi si trasformino … in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento”:


“E’ il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva. Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza. Vi è infine la possibilità che, attraverso i media, vengano proposti e sostenuti modelli di sviluppo che aumentano anziché ridurre il divario tecnologico tra i paesi ricchi e quelli poveri”.


“Occorre pertanto chiedersi - scrive il Pontefice - se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze”. Devono invece restare “al servizio della persona e del bene comune”. Il Papa pone in evidenza una svolta, anzi una “vera e propria mutazione di ruolo” dei media che desta la preoccupazione della Chiesa:


“Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si costata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per ‘creare’ gli eventi stessi”.


Il Papa rileva quindi che, per la loro incidenza sulle coscienze, gli strumenti della comunicazione sociale hanno assunto un ruolo importante in quella che definisce la “sfida cruciale del terzo millennio” ovvero “la questione antropologica”. In gioco sono le dimensioni costitutive dell’uomo: la vita umana, il matrimonio, la famiglia, la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato. E “quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale” rischia “di condizionare … la libertà e la vita stessa delle persone. Ecco perché – aggiunge - è indispensabile che le comunicazioni sociali difendano gelosamente la persona e ne rispettino appieno la dignità”. E in questo senso sottolinea la necessità di una “info-etica”, così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita:


“Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. Essi possono e devono invece contribuire a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro che tendono a negarla o a distruggerla. Si può anzi dire che la ricerca e la presentazione della verità sull’uomo costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale”.


Si tratta di “un compito esaltante” – prosegue il Papa - che, grazie ai nuovi media, “ci riguarda tutti, perché tutti, nell’epoca della globalizzazione, siamo fruitori e operatori di comunicazioni sociali”. “L’uomo è alla ricerca della verità” e “la verità che ci rende liberi è Cristo” – conclude il Papa: “non manchino comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità… fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede”.




In Sala Stampa, mons. Celli presenta il Messaggio del Papa e risponde a tutto campo sui media cattolici e l'etica dell'informazione




Stamani, dunque, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa vaticana, ha avuto luogo la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio. Sono intervenuti, tra gli altri, mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali e mons. Paul Tighe, segretario del medesimo Pontificio Consiglio. Ha seguito per noi l’evento Alessandro Gisotti:
Il messaggio del Papa per le comunicazioni sociali torna ad essere presentato in Sala Stampa. Un segno di presenza importante, ha esordito mons. Celli, che ha voluto sottolineare come il dicastero vaticano da lui guidato, vuole essere, nel servizio alla Chiesa, una “voce amica di tutti gli operatori che ritengono sia loro dovere favorire una corretta informazione”. Tante le domande dei giornalisti per il nuovo presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali. Mons. Celli ha innanzitutto risposto sulla possibilità di un maggior coordinamento dei media vaticani, prendendo spunto dalla Messa celebrata stamani nella cappella della nostra emittente:


“Credo che sia stato molto bello che, questa mattina, alla celebrazione eucaristica in onore di San Francesco di Sales, ci fosse presente sì la Radio Vaticana, ma anche l’Osservatore Romano. E abbiamo cominciato ad accogliere anche amici dei media e quindi agenzie di stampa, che erano venuti. Vediamo come poter arrivare a fare una proposta omogenea dove si salva l’identità di ogni realtà che è già operativa, ma dove si mettono in essere dei concreti atteggiamenti per un migliore coordinamento”.

Mons. Celli si è così soffermato sulla dimensione etica dell’informazione, così a cuore a Benedetto XVI. Il presule ha annunciato che verrà aperto “un forum tecnologico per una riflessione più ampia sulla teologia della comunicazione” e ha ribadito l’urgenza di un approfondimento sulla formazione dei giornalisti. Quindi, ha spiegato il senso della parola “info-etica”, coniata dal Santo Padre in questo Messaggio:


“Uno dei temi forti che emerge è l’etica, perché ancora una volta il Papa lo sottolinea, è l’uomo che è all’origine di questa ricchezza dei media di oggi ed è l’uomo che è destinatario di ciò che i media producono. Il Papa nel suo messaggio conia questa nuova parola: ‘infoetica’”.

L’uomo deve diventare il vero riferimento per tutti i mass media non solo cattolici, ha proseguito mons. Celli. Benedetto XVI, ha detto ancora, riconosce gli aspetti positivi per l’umanità dei mezzi di comunicazione sociale. Tuttavia, non manca di indicare il rischio che i media possano creare piuttosto che rappresentare i fatti. E ancora possano influire negativamente sugli stili di vita delle persone. Il capo dicastero ha rivelato che è al vaglio la possibilità di realizzare un’intervista al Papa con giornalisti di lingua inglese, forse in vista del viaggio apostolico negli Stati Uniti. Quindi, ha messo l’accento sulla sfida posta dal Magistero di Benedetto XVI agli operatori dei media:


“Abbiamo un magistero pontificio di estrema chiarezza e di profonde riflessioni. Direi, un Papa che ci dà la testimonianza di essere uno strenuo ricercatore della verità, anche se alle volte questo suo stile può causare situazioni difficili e lascia pensosi determinati settori dell’umanità. Ma certo ha, e lui stesso lo ha detto e a me ha fatto molto piacere, questo suo amore per la ricerca della verità”.



La Chiesa, è stata la riflessione di mons. Celli, non è una “torre d’avorio”. La Chiesa sa accogliere, capire, dialogare. E i mezzi di comunicazione cattolici - ha detto - dovrebbero essere lo specchio di questa realtà:

“I nostri media non devono diventare strumenti di un fondamentalismo religioso. Non è questo che cerchiamo! E neanche di integralismi culturali, ma devono essere espressione di una diaconia della cultura. Dovrebbero essere, ancora una volta, strumenti di insegnamento e di cosa significa dialogare ed essere uomini che rispettano le posizioni degli altri, che sanno accogliere. Ecco perché – e lo sottolineo nuovamente – non stiamo cercando fondamentalismi religiosi”.


Mons. Celli ha auspicato di poter presto avere due collaboratori in più nel dicastero da lui presieduto: un asiatico e un mediorientale. Quindi, ha annunciato che entro il primo semestre del 2008 si terranno due convegni internazionali promossi dal Pontificio Consiglio, il primo dedicato alla comunicazione nelle università e il secondo rivolto ai responsabili delle radio cattoliche.



www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000187.flv&vai=ctv_frame00187.jpg&var1=24/01/2008&var2=Vatican%20City&var3=Papa:%20servono%20autentici%20testimoni%20e%20professionisti%20nel%20mondo%20delle%20comunicazioni%2...



+PetaloNero+
Thursday, January 24, 2008 2:56 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale della Slovenia, in Visita "ad Limina Apostolorum":

S.E. Mons. Alojzij Uran, Arcivescovo di Ljubljana;

S.E. Mons. Metod Pirih, Vescovo di Koper
con l’Ausiliare: S.E. Mons. Jurij Bizjak, Vescovo tit. di Gergi;

S.E. Mons. Andrej Glavan, Vescovo di Novo Mesto;

S.E. Mons. Franc Kramberger, Arcivescovo di Maribor
con gli Ausiliari:
S.E. Mons. Jožef Smej, Vescovo tit. di Zernico
S.E. Mons. Peter Štumpf, S.D.B., Vescovo tit. di Musti di Numidia.

Gruppo degli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale della Slovenia, in Visita "ad Limina Apostolorum".

Il Papa ha ricevuto ieri pomeriggio in Udienza:
Em.mo Card. Stanisław Dziwisz, Arcivescovo di Kraków (Polonia).





RINUNCE E NOMINE




NOMINA DEL VESCOVO DI KIAYI (TAIWAN)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo della diocesi di Kiayi (Taiwan) S.E. Mons. Thomas Chung An-zu, finora Vescovo titolare di Munaziana e Ausiliare dell’arcidiocesi di Taipei.




NOMINA DEL NUNZIO APOSTOLICO NELLA REPUBBLICA DOMINICANA E DELEGATO APOSTOLICO IN PORTO RICO

Il Papa ha nominato Nunzio Apostolico nella Repubblica Dominicana e Delegato Apostolico in Porto Rico S.E. Mons. Józef Wesołowski, Arcivescovo titolare di Slebte, finora Nunzio Apostolico in Kazakhstan, Tadjikistan, Kyrgyzstan e Uzbekistan.



RINUNCIA DEL VESCOVO DI SPRINGFIELD-CAPE GIRARDEAU (U.S.A.) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Springfield-Cape Girardeau (U.S.A.), presentata da S.E. Mons. John J. Leibrecht, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Vescovo di Springfield-Cape Girardeau (U.S.A.) il Rev.do Mons. James Vann Johnston, Jr., del clero di Knoxville, Cancelliere e Moderatore della Curia della stessa diocesi.

Rev.do Mons. James Vann Johnston

Il Rev.do Mons. James Vann Johnston, Jr., è nato il 16 ottobre 1959 a Knoxville, Tennessee. Ha frequentato la scuola elementare "St. Joseph" e quella secondaria alla "Knoxville Catholic High School". Ha studiato poi presso la’"University of Tennessee" di Knoxville, conseguendo il Baccellierato in Ingegneria elettrica. Dopo aver lavorato per qualche tempo, è entrato al "St. Meinrad Seminary" in Indiana dove ha ottenuto il "Master’s Degree in Divinity". Ha conseguito successivamente la Licenza in Diritto Canonico presso la "Catholic University of America" di Washington, DC.

Il Rev.do Johnston è stato ordinato sacerdote il 9 giugno 1990 per la Diocesi di Knoxville. Dopo la sua ordinazione, ha svolto i seguenti incarichi: dal 1990 al 1992, Vicario parrocchiale presso la "St. Mary Church", Oak Ridge, TN; dal 1992 al 1994, Vicario parrocchiale presso la "St Jude Church", Chattanooga, TN., e Cappellano e insegnante presso la "Notre Dame School"; dal 1994 al 1996, ha studiato presso la "Catholic University of America"; dal 1996 al 2001, Vicario Parrocchiale presso la "Holy Ghost Church", Knoxville; 1996, Cancelliere della Diocesi di Knoxville; 2001, Moderatore della Curia della Diocesi di Knoxville.
+PetaloNero+
Thursday, January 24, 2008 2:58 PM
VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM" DEI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DELLA SLOVENIA



A fine mattinata, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato i Vescovi della Conferenza Episcopale della Slovenia, ricevuti in questi giorni, in separate udienze, in occasione della Visita "ad Limina Apostolorum".

Pubblichiamo di seguito il discorso in lingua italiana che il Papa ha pronunciato nel corso dell’incontro nonché la copia consegnata in lingua slovena:



DISCORSO DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Venerati Fratelli nell’Episcopato!

Mentre volge al termine la vostra visita ad Limina Apostolorum, è per me una grande gioia accogliervi, cari Pastori della Chiesa che è in Slovenia. Vi saluto con affetto e sono grato a Mons. Alojzij Uran, Arcivescovo Metropolita di Ljubljana e Presidente della vostra Conferenza Episcopale, per le cortesi parole che mi ha poc’anzi rivolto.

Dalla precedente visita ad Limina, che ebbe luogo nell’aprile del 2001, il vostro Paese ha conosciuto mutamenti di notevole rilievo sul piano delle istituzioni civili. Anzitutto il 1° maggio 2004 la Slovenia è entrata a far parte dell’Unione Europea, e in quella circostanza fu indirizzata da parte dei Vescovi una Lettera pastorale a tutti i fedeli. Il 1° gennaio 2007, poi, il Paese ha adottato la moneta unica europea. Infine, al termine dell’anno scorso, esso è stato inserito nell’ambito del Trattato di Schengen per la libera circolazione. Quasi a coronare tale evoluzione, nel semestre corrente è affidata alla Slovenia la presidenza di turno dell’Unione Europea.

Questi importanti avvenimenti che ho voluto ricordare non hanno carattere ecclesiastico, ma non di meno interessano la Chiesa perché riguardano la vita della gente, in particolare l’orizzonte dei valori in Europa, come giustamente sottolinea la citata Lettera pastorale del 23 aprile 2004. Questa Lettera può apparire oggi un po’ troppo ottimistica. Evidentemente essa si proponeva di valorizzare gli aspetti positivi, senza tuttavia ignorare problemi e pericoli. A distanza di quasi quattro anni dall’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, mi pare conservi tutto il suo valore quanto da voi affermato: se l’Europa vuole rimanere e diventare sempre più una terra di pace, conservando come uno dei valori fondamentali il rispetto della dignità della persona umana, non può rinnegare la componente principale – sul piano spirituale ed etico – di tale fondamento, cioè quella cristiana. Gli umanesimi non sono tutti uguali, né sono equivalenti sotto il profilo morale. Non mi riferisco qui agli aspetti religiosi, mi limito a quelli etico-sociali. A seconda della visione di uomo che si adotta, infatti, si hanno conseguenze diverse per la convivenza civile. Se, per esempio, si concepisce l’uomo, secondo una tendenza oggi diffusa, in modo individualistico, come giustificare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale? A questo proposito vorrei riprendere un’espressione della vostra già citata Lettera: "Il cristianesimo è la religione della speranza: speranza nella vita, nella felicità senza fine, nel compimento della fraternità tra tutti gli uomini". Questo è vero in ogni continente, e lo è anche in un’Europa dove molti intellettuali stentano ancora ad accettare il fatto che "ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione" (Enc. Spe salvi, 23).

Riconosciamo qui la principale sfida con cui deve misurarsi oggi la Chiesa in Slovenia. Il secolarismo di impronta occidentale, diverso e forse più subdolo di quello marxista, presenta segni che non possono non preoccuparci. Si pensi, ad esempio, alla ricerca sfrenata dei beni materiali, alla riduzione della natalità, e ancora al calo della pratica religiosa con una sensibile diminuzione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. La Comunità ecclesiale slovena è impegnata già da tempo a rispondere alla sfida del secolarismo a diversi livelli e in varie direzioni. Mi piace anzitutto ricordare il Concilio Plenario nazionale da voi tenuto tra il 1999 e il 2000, il cui tema riecheggiava le parole rivolte da Mosè al popolo d’Israele in procinto di entrare nella terra promessa: "Scegli la vita" (Dt 30,19). Ogni generazione è chiamata a rinnovare questa scelta, tra "la vita e il bene, la morte e il male" (cfr Dt 30,15). E noi Pastori abbiamo il dovere di indicare ai cristiani la via della vita, perché essi siano a loro volta sale e luce nella società. Incoraggio pertanto la Chiesa che è il Slovenia a rispondere alla cultura materialistica ed egoistica con una coerente azione evangelizzatrice, che parta dalle parrocchie: è infatti dalle comunità parrocchiali più che da altre strutture che possono e devono venire iniziative ed atti concreti di testimonianza cristiana. Facilita questo necessario impegno pastorale anche la ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche da me disposta nel 2006, con la creazione di tre nuove Diocesi e l’elevazione di Maribor a sede metropolitana, per far sì che i Vescovi siano più vicini ai loro sacerdoti e fedeli e li accompagnino più efficacemente nel cammino della fede e nell’impegno apostolico.

Cari e venerati Fratelli, per la primavera del 2009 avete indetto il Congresso Eucaristico Nazionale, invitandomi anche a visitare il Paese in quella circostanza. Mentre vi ringrazio per questo cortese gesto e affido al Signore tale progetto, debbo fin d’ora lodarvi per l’iniziativa di convocare tutta la Comunità intorno al Mistero eucaristico, "fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa" (Cost. dogm. Lumen gentium, 11). Il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II ha concluso il suo lungo pontificato stimolandoci a volgere il cuore verso l’Eucaristia. Io ho raccolto questo suo invito e, dopo l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia dell’ottobre 2005, ho scritto l’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis. Avete dunque una grande ricchezza di insegnamenti a cui attingere per la preparazione del vostro Congresso, evento ecclesiale che – sono certo – costituirà per le vostre comunità un’occasione propizia in cui riprendere le conclusioni del recente Concilio Plenario sloveno e portarne avanti l’attuazione.

L’Eucaristia e la Parola di Dio – a quest’ultima sarà dedicata la prossima Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi – costituiscono il vero tesoro della Chiesa. Fedele all’insegnamento di Gesù, ogni comunità deve utilizzare i beni terreni semplicemente come servizio al Vangelo e coerentemente con i dettami del Vangelo. Il Nuovo Testamento è al riguardo assai ricco di insegnamenti e di esempi normativi perché in ogni tempo i Pastori possano impostare correttamente il delicato problema dei beni temporali e del loro uso appropriato. In ogni epoca della Chiesa, la testimonianza di povertà evangelica è stato un elemento essenziale dell’evangelizzazione, come lo è stato nella vita di Cristo. Occorre pertanto impegnarsi tutti, pastori e fedeli, in una conversione personale e comunitaria, affinché una sempre maggiore fedeltà al Vangelo nell’amministrazione dei beni della Chiesa offra a tutti la testimonianza di un popolo cristiano impegnato a sintonizzarsi con gli insegnamenti di Cristo.

Venerati e cari Fratelli, rendo grazie al Signore che in questi giorni ci ha concesso di ravvivare i vincoli di comunione vostri e delle vostre Chiese con la Sede di Pietro. Vi proteggano e vi sostengano il beato Anton Martin Slomšek e gli altri Santi particolarmente venerati nelle vostre Comunità. Vegli sempre sul vostro ministero Maria Santissima, Madre della Chiesa, e vi ottenga abbondanti grazie celesti. Da parte mia, vi assicuro il ricordo nella preghiera e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica, estendendola a tutti i fedeli affidati alle vostre cure pastorali.













La sfide del secolarismo e le radici cristiane dell'Europa al centro del discorso del Papa ai vescovi sloveni, in visita ad Limina




Ricevendo i vescovi della Slovenia, in visita ad Limina, Benedetto XVI ha sottolineato la centralità del patrimonio cristiano per l’Europa e indicato nel secolarismo una delle sfide della comunità ecclesiale slovena. Il Papa ha anche illustrato i fatti politici più significativi avvenuti in questi ultimi anni in Slovenia. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

Il Papa ha ricordato quattro significative tappe nella storia recente della Slovenia: l’ingresso, il primo maggio del 2004, nell’Unione Europea; l’adozione, tre anni dopo, della moneta unica; l’adesione, lo scorso anno, al Trattato di Schengen per la libera circolazione e l’inizio, il primo gennaio di quest’anno, del semestre della presidenza di turno dell’Unione Europea. Il Santo Padre ha poi indicato l’orizzonte verso cui devono orientarsi i valori e il patrimonio dell’Europa:

“Se l’Europa vuole rimanere e diventare sempre più una terra di pace, conservando come uno dei valori fondamentali il rispetto della dignità della persona umana, non può rinnegare la componente principale – sul piano spirituale ed etico – di tale fondamento, cioè quella cristiana”.

Riprendendo la lettera pastorale dei vescovi del 23 aprile 2004, Benedetto XVI ha quindi sottolineato che “il cristianesimo è la religione della speranza: speranza nella vita, nella felicità senza fine, nel compimento della fraternità tra tutti gli uomini”:

“Questo è vero in ogni Continente, e lo è anche in un’Europa dove molti intellettuali stentano ancora ad accettare il fatto che ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione”.

Se si concepisce l’uomo, secondo una tendenza oggi diffusa, in modo individualistico diventa arduo – ha osservato il Papa – giudicare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale. Il Santo Padre si è poi soffermato sulle sfide con cui, oggi, deve misurarsi la Chiesa in Slovenia:

“Il secolarismo di impronta occidentale, diverso e forse più subdolo di quello marxista, presenta segni che non possono non preoccuparci. Si pensi, ad esempio, alla ricerca sfrenata dei beni materiali, alla riduzione della natalità, e ancora al calo della pratica religiosa con una sensibile diminuzione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata”.

Il Papa ha pertanto incoraggiato la Chiesa slovena a “rispondere alla cultura materialistica ed egoistica con una coerente azione evangelizzatrice, che parta dalle parrocchie”. Dalle comunità parrocchiali – ha poi osservato Benedetto XVI – possono e devono venire iniziative ed atti concreti di testimonianza cristiana. Dopo aver ringraziato i vescovi per l’invito a visitare il Paese in occasione del Congresso eucaristico nazionale, in programma nella primavera del 2009, il Santo Padre ha sottolineato che “ogni comunità deve utilizzare i beni terreni semplicemente come servizio al Vangelo”:

“In ogni epoca della Chiesa, la testimonianza di povertà evangelica è stato un elemento essenziale dell’evangelizzazione, come lo è stato nella vita di Cristo”.


Occorre pertanto impegnarsi tutti - ha concluso il Santo Padre - in una conversione personale e comunitaria, affinché “una sempre maggiore fedeltà al Vangelo nell’amministrazione dei beni della Chiesa offra a tutti la testimonianza di un popolo cristiano impegnato a sintonizzarsi con gli insegnamenti di Cristo”.





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+PetaloNero+
Friday, January 25, 2008 2:44 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Membri del Gruppo misto di lavoro del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra;

S.E. Mons. Anton Stres, C.M., Vescovo di Celje (Slovenia), in Visita "ad Limina Apostolorum";

S.E. Mons. Marjan Turnšek, Vescovo di Murska Sobota (Slovenia), in Visita "ad Limina Apostolorum".

Il Papa riceve questa mattina in Udienza:

Em.mo Card. Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, e Seguito, per la presentazione di Opere della Biblioteca Apostolica Vaticana;

Partecipanti al Convegno di Studio promosso dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.








RINUNCE E NOMINE





NOMINA DEL VESCOVO DI QUELIMANE (MOZAMBICO)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo della diocesi di Quelimane (Mozambico) S.E. Mons. Hilário Da Cruz Massinga, O.F.M., finora Vescovo della diocesi di Lichinga.



NOMINA DI AUSILIARE DI SANTA ANA (EL SALVADOR)

Il Papa ha nominato Vescovo Ausiliare della diocesi di Santa Ana (El Salvador) il Rev.do Padre José Elías Rauda Gutiérrez, O.F.M., finora Responsabile dell’Ufficio per gli Affari Giuridici della Curia Provinciale dei Frati Minori Francescani con sede in Guatemala, assegnandogli la sede titolare vescovile di Foraziana.

Rev.do Padre José Elías Rauda Gutiérrez, O.F.M.

Il Rev.do Padre José Elías Rauda Gutiérrez, O.F.M., è nato a Agua Caliente, diocesi di Chalatenango, il 20 luglio 1962. Ha compiuto gli studi ecclesiastici di Filosofia presso l’Università "San Carlo" in Guatemala e di Teologia presso l’Università "Francisco Marroquín" e presso l’Università Centroamericana UCA di San Salvador. Ha ottenuto la Licenza e quindi il Dottorato in Diritto Canonico presso la Pontificia Università "Antonianum" di Roma.

Ha emesso la Professione Solenne come religioso francescano il 28 febbraio 1987. Ha ricevuto l’Ordinazione sacerdotale il 1° aprile 1989.

Ha svolto i seguenti incarichi: Maestro dei Postulanti a San Pedro, Sacatepéquez (Guatemala), Vice parroco nella parrocchia di San Pedro di Sacatepéquez (Guatemala), Superiore della Comunità di San Pedro in Sacatepéquez (Guatemala), Parroco di "Reina de la Paz" a Soyapango, arcidiocesi di San Salvador (El Salvador), Economo della Fraternità "Bosques de Prusia" (El Salvador).
Dal 2005 è Responsabile dell’Ufficio per gli Affari Giuridici della Curia Provinciale dei Francescani Minori con sede in Guatemala.




NOMINA DI AUSILIARE DI SIBU (MALAYSIA)

Il Santo Padre ha nominato Ausiliare della diocesi di Sibu (Malaysia) il Rev.do Joseph Hii Teck Kwong, Parroco della parrocchia "Immacolata Concezione" di Kapit, assegnandogli la sede titolare vescovile di Castel mediano.

Rev.do Joseph Hii Teck Kwong

Il Rev.do Joseph Hii Teck Kwong è nato il 25 giugno 1965 a Sibu. Dopo la scuola elementare e secondaria a Sibu, è entrato nel St.Peter’s College (Seminario Maggiore) a Kuching, nel 1986, per gli studi filosofici e teologici. È stato ordinato sacerdote il 25 marzo 1993 ed incardinato nella Diocesi di Sibu.

Dopo l’ordinazione ha svolto i seguenti incarichi: 1993: Vicario parrocchiale di "St. Anthony’s Church", Sarikei; 1993-1997: Vicario parrocchiale di "St.Herbert’s Parish", Song, e "Mary Immaculate Conception Church", Kapit; 1997-1999: Studi per la Licenza in Teologia Spirituale al Teresianum, Roma;

Dal 1999 è Parroco di "Mary Immaculate Conception Church", Kapit.




NOMINA DI AUSILIARE DI TRUJILLO (PERÚ)

Il Papa ha nominato Vescovo Ausiliare di Trujillo (Perú) il Rev.do Sacerdote Tarcicio Pusma Ibáñez, del clero della diocesi di Chulucanas, Economo diocesano e Vicario cooperatore della Parrocchia della Chiesa cattedrale, assegnandogli la sede titolare vescovile di Carpi.

Rev.do Tarcicio Pusma Ibáñez

È nato il 19 aprile 1967, nel villaggio di Nangali, nel Distretto di Huancabamba (Dipartimento di Piura). Ha seguito la sua formazione sacerdotale nel Seminario Arcidiocesano di Trujillo.

È stato ordinato sacerdote il 31 maggio 1997 incardinandosi nella diocesi di Chulucanas. Nel 2006 ha ottenuto una licenza in Storia Ecclesiastica presso la Pontificia Università di Comillas, in Madrid (Spagna).

Come sacerdote è stato Vicario cooperatore della parrocchia di "Nuestra Señora del Pilar", in Ayabaca prima (dal 1997 al 2000), Parroco della medesima parrocchia (dal 2000 al 2004), Membro del Collegio di Consultori (dal 2000 al 2004), Vicario della parrocchia di "San Fernando", in Chalco (nel 2006). Dal 2007 è Economo diocesano e Vicario della parrocchia della Chiesa cattedrale della "Sagrada Familia" di Chulucanas. Inoltre, è anche Membro della Commissione per la costruzione del futuro Seminario di Chulucanas.

+PetaloNero+
Friday, January 25, 2008 2:46 PM
UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO DI STUDIO PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI

Alle 12.20 di questa mattina, nell’Aula delle Benedizioni del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Convegno di Studio promosso dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi sul tema "La legge canonica nella vita della Chiesa. Indagine e prospettive, nel segno del recente Magistero pontificio", in occasione del XXV anniversario della Promulgazione del Codice di Diritto Canonico.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti:



DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Professori, Operatori e Cultori del Diritto Canonico!

Con vivo piacere prendo parte a questi ultimi momenti del Convegno di Studio organizzato dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi in occasione del XXV° anniversario della promulgazione del Codice di Diritto Canonico. Vi siete soffermati a riflettere su: "La legge canonica nella vita della Chiesa. Indagine e prospettive, nel segno del recente Magistero pontificio". Saluto cordialmente ciascuno di voi, in modo particolare il Presidente del Pontificio Consiglio, l'Arcivescovo Francesco Coccopalmerio, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi a nome di tutti voi e per le riflessioni sul Codice e sul diritto nella Chiesa. Il mio ringraziamento si estende altresì all’intero Pontificio Consiglio, con i suoi Membri e Consultori, per la preziosa collaborazione offerta al Papa in campo giuridico-canonico: il Dicastero veglia, infatti, sulla completezza e sull’aggiornamento della legislazione della Chiesa e ne assicura la coerenza. Mi è caro ricordare, con vivo piacere e gratitudine al Signore, di aver contribuito anch’io alla redazione del Codice, essendo stato nominato dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, quando ero Arcivescovo Metropolita di Monaco-Frisinga, membro della Commissione per la Revisione del Codice di Diritto Canonico, alla cui promulgazione, il 26 gennaio 1983, fui poi anche presente.

Il Convegno che si è celebrato in questo significativo anniversario affronta un tema di grande interesse, perché mette in rilievo lo stretto legame che c'è tra la legge canonica e la vita della Chiesa secondo il volere di Gesù Cristo. Mi preme, perciò, in questa occasione ribadire un concetto fondamentale che informa il diritto canonico. Lo ius ecclesiae non è solo un insieme di norme prodotte dal Legislatore ecclesiale per questo speciale popolo che è la Chiesa di Cristo. Esso è, in primo luogo, la dichiarazione autorevole, da parte del Legislatore ecclesiale, dei doveri e dei diritti, che si fondano nei sacramenti e che sono quindi nati dall’istituzione di Cristo stesso. Questo insieme di realtà giuridiche, indicato dal Codice, compone un mirabile mosaico nel quale sono raffigurati i volti di tutti i fedeli, laici e Pastori, e di tutte le comunità, dalla Chiesa universale alle Chiese particolari. Mi piace qui ricordare l’espressione davvero incisiva del beato Antonio Rosmini: "La persona umana è l’essenza del diritto" (Rosmini A., Filosofia del diritto, Parte I, lib. I, cap. 3). Quello che, con profonda intuizione, il grande filosofo affermava del diritto umano dobbiamo a maggior ragione ribadire per il diritto canonico: l’essenza del diritto canonico è la persona del cristiano nella Chiesa.

Il Codice di diritto canonico contiene poi le norme prodotte dal Legislatore ecclesiale per il bene della persona e delle comunità nell’intero Corpo Mistico che è la santa Chiesa. Come ebbe a dire il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II nel promulgare il Codice di Diritto Canonico il 25 gennaio 1983, la Chiesa è costituita come una compagine sociale e visibile; come tale "essa ha bisogno di norme: sia perché la sua struttura gerarchica e organica sia visibile; sia perché l'esercizio delle funzioni a lei divinamente affidate, specialmente quella della sacra potestà e dell'amministrazione dei Sacramenti, possa essere adeguatamente organizzato; sia perché le scambievoli relazioni dei fedeli possano essere regolate secondo giustizia, basata sulla carità, garantiti e ben definiti i diritti dei singoli; sia, finalmente, perché le iniziative comuni, intraprese per una vita cristiana sempre più perfetta, attraverso le leggi canoniche vengano sostenute, rafforzate e promosse" (Cost. ap. Sacrae disciplinae leges, in Communicationes, XV [1983], 8-9). In tal modo, la Chiesa riconosce alle sue leggi la natura e la funzione strumentale e pastorale per perseguire il suo fine proprio, che è – com’è noto – il raggiungimento della "salus animarum". "Il Diritto Canonico si rivela così connesso con l'essenza stessa della Chiesa; fa corpo con essa per il retto esercizio del munus pastorale" (Giovanni Paolo II, Ai partecipanti al Congresso Internazionale per il X anniversario della promulgazione del Codice di Diritto Canonico [23 aprile 1993], in Communicationes, XXV [1993], 15).

Perché la legge canonica possa rendere questo prezioso servizio deve, anzitutto, essere una legge ben strutturata. Essa cioè deve essere legata, da un lato, a quel fondamento teologico che le fornisce ragionevolezza ed è essenziale titolo di legittimità ecclesiale; dall’altro lato, essa deve essere aderente alle mutabili circostanze della realtà storica del Popolo di Dio. Inoltre, deve essere formulata in modo chiaro, senza ambiguità, e sempre in armonia con le restanti leggi della Chiesa. È pertanto necessario abrogare le norme che risultano sorpassate; modificare quelle che necessitano di essere corrette; interpretare - alla luce del vivente Magistero della Chiesa - quelle che sono dubbie e, infine, colmare le eventuali lacunae legis. "Vanno - come disse il Papa Giovanni Paolo II alla Rota Romana - tenute presenti ed applicate le tante manifestazioni di quella flessibilità che, proprio per ragioni pastorali, ha sempre contraddistinto il diritto canonico" (Communicationes XXII, [1990], 5). Tocca a voi, nel Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, vegliare perché l’attività delle varie istanze chiamate nella Chiesa a dettare norme per i fedeli possano sempre rispecchiare nel loro insieme l'unità e la comunione che sono proprie della Chiesa.

Poiché il Diritto canonico traccia la regola necessaria affinché il Popolo di Dio possa efficacemente indirizzarsi verso il proprio fine, si capisce l'importanza che tale diritto debba essere amatoe osservato da tutti i fedeli. La legge della Chiesa è, anzitutto, lex libertatis: legge che ci rende liberi per aderire a Gesù. Perciò, occorre saper presentare al Popolo di Dio, alle nuove generazioni, e a quanti sono chiamati a far rispettare la legge canonica, il concreto legame che essa ha con la vita della Chiesa, a tutela dei delicati interessi delle cose di Dio, e a protezione dei diritti dei più deboli, di coloro che non hanno altre forze per farsi valere, ma anche a difesa di quei delicati "beni" che ogni fedele ha gratuitamente ricevuto - il dono della fede, della grazia di Dio, anzitutto - che nella Chiesa non possono rimanere senza adeguata protezione da parte del Diritto.

Nel complesso quadro sopra delineato, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi è chiamato ad essere di aiuto al Romano Pontefice, supremo Legislatore, nel suo compito di principale promotore, garante e interprete del diritto nella Chiesa. Nell’adempimento di questa vostra rilevante mansione potete contare, oltre che sulla fiducia, anche sulla preghiera del Papa, il Quale accompagna il vostro lavoro con la sua affettuosa Benedizione.














Il Codice di Diritto Canonico difende le cose di Dio e i più deboli: così il Papa a 25 anni dalla promulgazione del testo



Il cristiano è l'essenza del diritto canonico e la legge canonica deve essere legata a quel fondamento teologico che le fornisce ragionevolezza. E’ quanto ha sottolineato Benedetto XVI ricevendo stamani in udienza i membri del Pontificio Consiglio per i testi legislativi nel XXV anniversario della promulgazione del Codice di Diritto Canonico, alla cui redazione ha contribuito anche il Papa, quando era arcivescovo metropolita di Monaco – Frisinga. Il dicastero per i testi legislativi – ha detto il Santo Padre – “veglia sulla completezza e sull’aggiornamento della legislazione della Chiesa e ne assicura la coerenza”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


Benedetto XVI ha ricordato lo stretto legame tra la legge canonica e la vita della Chiesa secondo il volere di Gesù Cristo. Non si tratta – ha detto il Papa - solo di “un insieme di norme prodotte per questo speciale popolo che è la Chiesa di Cristo”. L’insieme di realtà giuridiche, indicato dal codice – ha osservato il Santo Padre – compone un mirabile mosaico nel quale sono raffigurati “tutti volti di tutti i fedeli, laici e pastori, e di tutte le comunità, dalla chiesa universale alle Chiese particolari”. E l’essenza del diritto – ha detto il Papa riprendendo le parole del beato Antonio Rosmini – è la persona umana. L’essenza del diritto canonico – ha poi aggiunto – è la persona del cristiano nella Chiesa. Questo impianto legislativo – ha quindi affermato Benedetto XVI - deve essere formulato "in modo chiaro, sempre in sintonia con le restanti leggi della Chiesa":

“È pertanto necessario abrogare le norme che risultano sorpassate; modificare quelle che necessitano di essere corrette; interpretare - alla luce del vivente Magistero della Chiesa - quelle che sono dubbie e, infine, colmare le eventuali lacunae legis. Vanno - come disse il Papa Giovanni Paolo II alla Rota Romana - tenute presenti ed applicate le tante manifestazioni di quella flessibilità che, proprio per ragioni pastorali, ha sempre contraddistinto il diritto canonico”.

Il Codice di diritto canonico - ha osservato il Papa - contiene poi le norme prodotte dal Legislatore ecclesiale "per il bene della persona e delle comunità nell’intero corpo mistico che è la santa Chiesa". Come ha detto Giovanni Paolo II nel promulgare il Codice di Diritto Canonico il 25 gennaio 1983, la Chiesa - ha spiegato Benedetto XVI - "è costituita come una compagine sociale e visibile; come tale essa ha bisogno di norme: sia perché la sua struttura gerarchica e organica sia visibile; sia perché l'esercizio delle funzioni a lei divinamente affidate, specialmente quella della sacra potestà e dell'amministrazione dei Sacramenti, possa essere adeguatamente organizzato; sia perché le scambievoli relazioni dei fedeli possano essere regolate secondo giustizia, basata sulla carità, garantiti e ben definiti i diritti dei singoli; sia, finalmente, perché le iniziative comuni, intraprese per una vita cristiana sempre più perfetta, attraverso le leggi canoniche vengano sostenute, rafforzate e promosse”.


La legge della Chiesa – ha detto inoltre il Papa – è prima di tutto lex libertatis: "legge che ci rende liberi per aderire a Gesù".

“Perciò, occorre saper presentare al Popolo di Dio, alle nuove generazioni, e a quanti sono chiamati a far rispettare la legge canonica, il concreto legame che essa ha con la vita della Chiesa, a tutela dei delicati interessi delle cose di Dio, e a protezione dei diritti dei più deboli, di coloro che non hanno altre forze per farsi valere, ma anche a difesa di quei delicati 'beni' che ogni fedele ha gratuitamente ricevuto - il dono della fede, della grazia di Dio, anzitutto - che nella Chiesa non possono rimanere senza adeguata protezione da parte del Diritto”.

In occasione del 25.mo anniversario della promulgazione del Codice di diritto canonico, il Pontificio Consiglio per i testi legislativi ha promosso il convegno di studio, conclusosi oggi, dal titolo: “La legge canonica nella vita della Chiesa. Indagine e prospettive nel segno del recente magistero pontificio”. Questo dicastero aiuta il Papa nel suo compito di principale promotore, garante e interprete del diritto della Chiesa.



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Friday, January 25, 2008 2:47 PM
Benedetto XVI: il dialogo ecumenico ha bisogno di una profonda armonia di mente e cuore. Stasera, il Papa chiude la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani a San Paolo fuori le Mura



Gratitudine per i 100 anni di ecumenismo spirituale che hanno radicalmente cambiato il volto - migliorandolo - del dialogo fra le varie confessioni cristiane. L’ha espressa questa mattina Benedetto XVI nel discorso al Gruppo misto di lavoro formato da membri del Pontiticio Consiglio per l’Unità dei cristiani e del Consiglio ecumenico delle Chiese. Il Papa ha parlato del contributo all’ecumenismo offerto in particolare dalla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che lo stesso Benedetto XVI concluderà presiedendo oggi pomeriggio, alle 17.30, i Vespri solenni nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Evento che la Radio Vaticana seguirà in diretta. Il servizio di Alessandro De Carolis:


Il Papa lo aveva detto due giorni fa all’udienza generale e lo ha ripetuto ancora davanti agli esperti del dialogo interconfessionale: è quando i “cristiani pregano insieme” che “il traguardo dell’unità appare più vicino”, grazie ad una presenza di Gesù resa più evidente da alcuni segnali concreti:


“A profound harmony of mind and heart…
Una profonda armonia della mente e del cuore: siamo in grado di guardare alle vicende in un modo nuovo e di rafforzare la nostra determinazione a superare ciò che ci tiene separati”.


Da questa certezza, scaturisce la gratitudine che Benedetto XVI ha espresso nei riguardi di quelle “molte persone” - ha detto - che in questi 100 anni “hanno cercato di diffondere la pratica dell’ecumenismo spirituale attraverso la preghiera comune, la conversione del cuore e la crescita nella comunione”. Gratitudine per il “movimento ecumenico”, alimentato anche dalla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ma anche aperto apprezzamento per la collaborazione che da oltre 40 anni lega la Chiesa cattolica e il Consiglio Mondiale delle Chiese e che “ha offerto - ha riconosciuto il Pontefice - una vivida espressione della comunione già esistente tra i cristiani”. Il Gruppo misto, ha affermato Benedetto XVI:


“Has worked assiduously to strengthen the ‘dialogue of life’…
Ha lavorato assiduamente per rafforzare il "dialogo della vita", che il mio predecessore, Papa Giovanni Paolo II, aveva chiamato il "dialogo della carità" (...) Anche noi rendiamo grazie per il dialogo ecumenico, che ha prodotto frutti abbondanti nel secolo scorso. La ricezione di tali frutti è di per sé un importante passo avanti nel processo di promozione dell'unità dei cristiani, e il Gruppo misto di lavoro è particolarmente adatto a studiare e a incoraggiare questo processo”.


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Friday, January 25, 2008 2:48 PM
La Chiesa festeggia la Conversione di San Paolo



Oggi, dunque, la Chiesa festeggia la Conversione di San Paolo. Ripercorriamo quella straordinaria vicenda con le parole di Benedetto XVI nelle sue catechesi sull’Apostolo delle Genti, pronunciate nell’autunno del 2006. Il servizio di Sergio Centofanti.

Siamo agli inizi degli anni ’30 e Saulo di Tarso si dirige verso Damasco a caccia di cristiani. Qui – come racconta lui stesso – viene “ghermito da Cristo”. Questo incontro gli rivoluziona totalmente la vita. Ascoltiamo le parole del Papa:


“Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario”. (Udienza generale dell'8 novembre 2006)


Paolo non vive più per se stesso ma per Cristo. Ma questa conversione non è opera sua:


“Si definisce esplicitamente ‘apostolo per volontà di Dio’, come a sottolineare che la sua conversione è stata non il risultato di un proseguimento di pensieri, di riflessioni, ma il frutto di un atto divino, di una imprevedibile grazia divina. Da allora in poi, tutto ciò che prima aveva costituito per lui un valore, divenne paradossalmente – secondo le sue parole – ‘perdita’ e ‘spazzatura’, e da quel momento tutte le sue energie furono poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo e del suo Vangelo”. (Udienza generale del 25 ottobre 2006)


Tutto l’apostolato di Paolo si fonda su quel grido di Gesù: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Il Signore gli fa capire che perseguitare Lui è perseguitare la Chiesa. Per questo Paolo – afferma il Papa - si converte nello stesso tempo a Cristo e alla Chiesa. E affronta mille pericoli, fatiche, persecuzioni per amore di Cristo e della sua Chiesa, sicuro di non essere mai abbandonato da Dio:


“La nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che ‘siamo in Lui’ deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia … In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: ‘Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?’ E la risposta è che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Udienza generale dell'8 novembre 2006)


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Friday, January 25, 2008 3:18 PM
Il Papa chiede di pregare per la Chiesa in Africa



Alla Chiesa in Africa è dedicata l’intenzione missionaria del Papa per il mese di gennaio. Benedetto XVI prega e chiede di pregare perché la Chiesa che si prepara a celebrare, nell’ottobre 2009, il secondo Sinodo per l’Africa, “continui ad essere segno e strumento di riconciliazione e di giustizia in un continente ancora segnato da guerre, sfruttamento e povertà”. Nell'intervista di Fausta Speranza, a ricordare innanzitutto le aree di maggiore crisi ma anche le potenzialità è Enrico Casale di "Popoli", mensile internazionale di cultura e informazione missionaria della Compagnia di Gesù:


R. – La forte crisi del Darfur, dove si scontrano le popolazioni di origine araba ed i nomadi con le popolazioni stanziali di origine africana; la Somalia, che sono quasi 17 anni che è senza un governo; e, la situazione dell’est della Repubblica Democratica del Congo, una regione ricchissima, che è straziata da una guerra da parecchi anni. Queste sono le tre crisi – a mio parere – maggiori e alle quali si sono poi aggiunte nel tempo crisi minori, come la recente crisi del Kenya, della Costa d’Avorio, che pur essendo minori causano vittime e sofferenze.

D. - Come la Chiesa è, e può essere, in Africa al servizio di riconciliazione, giustizia e pace?


R. – Anzitutto attraverso la preghiera e poi attraverso le opere e l’educazione per formare le classi dirigenti, ma anche e soprattutto per formare le coscienze delle singole persone. Attraverso poi le opere materiali: la Chiesa può infatti essere utile alla causa della giustizia anche attraverso un continuo dialogo con le confessioni religiose cristiane – penso ai copti ortodossi, ma penso anche alle confessioni protestanti – e laddove sia possibile con i rappresentanti dell’Islam.


D. – Benedetto XVI parla di “grandissime potenzialità dell’Africa”. Come riconoscerle tra tanta informazione che parla di conflitti e povertà?


R. – Spesso sono state portate via le ricchezze materiali dell’Africa, ma anche - soprattutto in passato e con un’opera che continua tuttora – le è stata portata via la sua ricchezza culturale, perché la globalizzazione ha spesso snaturato la cultura e la tradizione delle persone. Penso, quindi, ad un recupero delle culture locali africane attraverso anche un processo di inculturazione della fede cristiana e cattolica in particolare nelle singole culture locali. Questo significa dare un fondamento religioso e, allo stesso tempo, permettere un recupero delle radici profondo della cultura africana che, come diceva il Papa, è fatta di profonda spiritualità, ma anche di profonda generosità.


Negli Anni Novanta si parlava di “rinascimento” in Africa per l’avviarsi di forme istituzionali più democratiche e liberali, rispetto al passato, come spiega il prof. Giampaolo Calchi Novati, docente di storia moderna e contemporanea dell’Africa all’Università di Pavia:


R. – In questo passaggio ebbe un certo ruolo la Chiesa, perché in molti Paesi africani le conferenze nazionali, in questa transizione tra regimi militari o civili autoritari a regimi pluralistici, furono presiedute dall’arcivescovo o dal cardinale locale. Il 1994 fu un anno contraddittorio: da una parte, ci fu la fine del sistema razzista in Sudafrica, ma, dall’altra, ci fu anche la tragedia del Rwanda. Un segno che questa evoluzione degli anni Novanta aveva ancora molte contraddizioni al suo interno. Da molte di queste guerre sono uscite nuove classi dirigenti e governi che, senza essere democratici come spesso la retorica li ha definiti, credono nello stato di diritto e soprattutto credono nella legalità come mezzo di sviluppo. Si può dire che dagli anni Novanta in poi si siano affermati in molti Paesi africani dei governi che sia pure all’interno di un sistema che li penalizza – perché l’Africa resta la periferia del sistema e non riesce a partecipare attivamente alla globalizzazione – credono nella internazionalizzazione dell'economia e della loro società e credono anche nelle regole che sovrintendono al processo di integrazione e – come si dice – di globalizzazione. Questo è l’aspetto più interessante. E’ stata elaborata una nuova organizzazione a livello continentale, l’Unione Africana, che cerca di evitare interferenze da parte della politica internazionale, perché la politica internazionale spesso strumentalizza anche le crisi dell’Africa a fini che non hanno come obiettivo la soluzione dei problemi africani. Pensiamo per esempio all’esportazione in Africa della crisi del Medio Oriente, che ha soprattutto in Sudan e in Somalia i suoi teatri operativi.



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Friday, January 25, 2008 9:15 PM
"Non esiste un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera": così il Papa durante i Secondi Vespri nella Basilica di San Paolo



“Non esiste un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera”: così Benedetto XVI, durante i Secondi Vespri presieduti oggi pomeriggio nella Basilica di San Paolo fuori le mura, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Al centro dell’omelia, anche il ricordo dell’Apostolo Paolo, “scelto da Dio per essere il suo testimone davanti a tutti gli uomini” e di cui proprio oggi ricorre la Solennità della conversione. Tra i presenti, il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e il dott. Samuel Kobìa, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra. Il servizio di Isabella Piro:

Tre lunghi applausi hanno scandito l’ingresso di Benedetto XVI nella Basilica di San Paolo, affollata di fedeli e illuminata dall’oro dei mosaici. Di Saulo di Tarso, il Papa ha ricordato la “completa trasformazione, una vera e propria conversione spirituale” che lo ha reso in un istante “cieco brancolante nel buio, ma con nel cuore una grande luce” che lo avrebbe portato ad essere un ardente apostolo del Vangelo. San Paolo, però, ha aggiunto il Santo Padre, era consapevole che solo la grazia divina aveva potuto realizzare una simile conversione. Un insegnamento che ancora oggi assume un significato del tutto particolare:


“A conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, siamo ancor più coscienti di quanto l’opera della ricomposizione dell’unità, che richiede ogni nostra energia e sforzo, sia comunque infinitamente superiore alle nostre possibilità. L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo! Come San Paolo, anche noi riponiamo la nostra speranza e fiducia “nella grazia di Dio che è con noi”.

Ed attuale è anche, ha continuato Benedetto XVI, l’invito rivolto da San Paolo ai Tessalonicesi, quel “Pregate continuamente” scelto come tema della Settimana di preghiera di quest’anno. Cosa diventerebbe il movimento ecumenico, chiede infatti il Papa, senza la preghiera? Dove troverebbe lo “slancio supplementare” di fede, carità e speranza? Di qui, l’esortazione a desiderare costantemente l’unità dei cristiani:


“Il nostro desiderio di unità non dovrebbe limitarsi ad occasioni sporadiche, ma divenire parte integrante di tutta la nostra vita di preghiera. Sono stati uomini e donne formati nella Parola di Dio e nella preghiera gli artigiani della riconciliazione e dell’unità in ogni fase della storia. È il cammino della preghiera che ha aperto la strada al movimento ecumenico, così come lo conosciamo oggi”.

“Non esiste un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera”, ha continuato il Santo Padre che è poi tornato con la memoria alle figure-simbolo della Settimana di preghiera, come Papa Leone XIII che già nel 1895 raccomandava l’introduzione di una novena di preghiera per l’unità dei cristiani, o ancora Padre Paul Wattson che cent’anni fa ideò l’Ottavario per l’unità della Chiesa. Un appuntamento ripreso e attualizzato poi nel XX sec. dall’Abbé Paul Couturier di Lione.


“Rendiamo grazie a Dio per il grande movimento di preghiera che, da cento anni, accompagna e sostiene i credenti in Cristo nella loro ricerca di unità. La barca dell’ecumenismo non sarebbe mai uscita dal porto se non fosse stata mossa da quest’ampia corrente di preghiera e spinta dal soffio dello Spirito Santo”.


La conversione, la croce e la preghiera: sono questi i tre elementi, ha proseguito Benedetto XVI citando Giovanni Paolo II, su cui si costruisce la ricerca dell’unità. Elementi che fondarono anche la vita e la testimonianza di Suor Maria Gabriella dell’Unità, religiosa trappista beatificata da Papa Wojtyla il 25 gennaio 1983 e che “non esitò a dedicare la sua giovane esistenza a questa grande causa”.


“L’ecumenismo ha un forte bisogno, oggi come ieri, del grande “monastero invisibile” di cui parlava l’Abbé Paul Couturier, di quella vasta comunità di cristiani di tutte le tradizioni che, senza clamore, pregano ed offrono la loro vita affinché si realizzi l’unità”.


Il Santo Padre ha infine ricordato, per il prossimo 28 giugno, l’apertura dell’Anno Paolino, dedicato all’apostolo di Tarso e la suo “instancabile fervore nel costruire il Corpo di Cristo nell’unità”.



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Ecumenismo, il papa a San Paolo fuori le Mura per i Vespri della festa della Conversione



di Angela Ambrogetti/ 25/01/2008

"Il nostro desiderio di unità non dovrebbe limitarsi ad occasioni sporadiche, ma divenire parte integrante di tutta la nostra vita di preghiera": è l'invito di Benedetto XVI nel giorno della festa per la conversione dell'apostolo delle genti.

ROMA - “Il nostro desiderio di unità non dovrebbe limitarsi ad occasioni sporadiche, ma divenire parte integrante di tutta la nostra vita di preghiera. La sfida ecumenica di Benedetto XVI è tutta qui. Nella convinzione che è la costanza, la conoscenza reciproca e la condivisione a riuscire ad ottenere il dono dell’ unità. Lo ha ricordato nel pomeriggio di oggi nella basilica di San Paolo nell’ omelia per il vespro ecumenico che per tradizione conclude la settimana di preghiera per l’ unità dei cristiani. Una celebrazione che si è aperta con il saluto del cardinale Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’ unità dei cristiani e di Samuel Kobia, del Consiglio ecumenico delle Chiese.

In mattinata il papa aveva incontrato il Gruppo misto di lavoro formato da membri del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e del Consiglio Ecumenico delle Chiese. “Siamo in grado di guardare alle vicende in un modo nuovo ha detto oggi - e di rafforzare la nostra determinazione a superare ciò che ci tiene separati”. Da questa certezza, scaturisce la gratitudine che Benedetto XVI ha espresso nei riguardi di quelle “molte persone” - ha detto - che in questi 100 anni “hanno cercato di diffondere la pratica dell’ecumenismo spirituale attraverso la preghiera comune, la conversione del cuore e la crescita nella comunione” confermando che il Gruppo misto di lavoro è particolarmente adatto a studiare e a incoraggiare questo processo”. Non basta però il lavoro degli uomini: “È il cammino della preghiera che ha aperto la strada al movimento ecumenico, così come lo conosciamo oggi” ha ricordato il papa a San Paolo. “Davanti alle debolezze ed ai peccati che impediscono ancora la piena comunione dei cristiani, ha detto - che cosa diventerebbe il movimento ecumenico senza la preghiera personale o comune, affinché “tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me ed io in te”? Dove trovare lo “slancio supplementare” di fede, di carità e di speranza di cui ha oggi un particolare bisogno la nostra ricerca dell’unità?”

Benedetto XVI ha poi ripercorso la storia del movimento ecumenico da padre Paul Wattson a Suor Maria Gabriella dell’ Unità che venticinque anni fa fu beatificata da Giovanni Paolo II proprio a San Paolo a conclusione della settimana per l’ unità. Solenne e semplice la celebrazione che ha offerto al papa la occasione di ricordare che il prossimo 28 giugno si aprirà “l’anno consacrato alla testimonianza e all’insegnamento dell’apostolo Paolo. Che il suo instancabile fervore nel costruire il Corpo di Cristo nell’unità ci aiuti a pregare incessantemente per la piena unità di tutti i cristiani!”

Sull’Osservatore Romano con la data del 26 gennaio un interessante articolo di Brian Farrel ripropone una delle questioni fondamentali del dibattito ecumenico: “La questione cruciale è capire se il dialogo è fondamentalmente un discorrere teologico con la speranza di trovare che si è d'accordo senza averlo saputo prima, oppure è l'acquisizione di un «qualcosa della Chiesa» che forse giaceva nell'ombra ma che il dialogo riporta alla luce e che aiuta i partners a scoprirsi più simili di quanto credevano perché portatori di uno stesso dono della grazia.”



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Saturday, January 26, 2008 1:04 AM
Omelia del Papa per i Vepri a conclusione della Settimana di Preghiera



CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 25 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questo venerdì la celebrazione dei secondi Vespri della solennità della Conversione di San Paolo, a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani sul tema: "Pregate continuamente" (1Ts 5,17).





* * *

Cari fratelli e sorelle,

la festa della Conversione di San Paolo ci pone nuovamente alla presenza di questo grande Apostolo, scelto da Dio per essere il suo "testimone davanti a tutti gli uomini" (At 22,15). Per Saulo di Tarso, il momento dell’incontro con Cristo risorto sulla via di Damasco segnò la svolta decisiva della vita. Si attuò allora la sua completa trasformazione, una vera e propria conversione spirituale. In un istante, per intervento divino, l’accanito persecutore della Chiesa di Dio si ritrovò cieco brancolante nel buio, ma con nel cuore ormai una grande luce che lo avrebbe portato, di lì a poco, ad essere un ardente apostolo del Vangelo. La consapevolezza che solo la grazia divina aveva potuto realizzare una simile conversione non abbandonò mai Paolo. Quando egli aveva già dato il meglio di sé, consacrandosi instancabilmente alla predicazione del Vangelo, scrisse con rinnovato fervore: "Ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me" (1 Cor 15,10). Infaticabile come se l’opera della missione dipendesse interamente dai suoi sforzi, San Paolo fu tuttavia animato sempre dalla profonda persuasione che tutta la sua forza proveniva dalla grazia di Dio operante in lui.

Questa sera, le parole dell’Apostolo sul rapporto tra sforzo umano e grazia divina risuonano colme di un significato del tutto particolare. A conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, siamo ancor più coscienti di quanto l’opera della ricomposizione dell’unità, che richiede ogni nostra energia e sforzo, sia comunque infinitamente superiore alle nostre possibilità. L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo! Come San Paolo, anche noi riponiamo la nostra speranza e fiducia "nella grazia di Dio che è con noi". Cari fratelli e sorelle, questo vuole implorare la preghiera che insieme eleviamo al Signore, affinché sia Lui a illuminarci e sostenerci nella costante nostra ricerca di unità.

Ed ecco allora assumere il suo valore più pieno l’esortazione di Paolo ai cristiani di Tessalonica: "Pregate continuamente" (1 Ts 5,17), che è stata scelta come tema della Settimana di preghiera di quest’anno. L’Apostolo conosce bene quella comunità nata dalla sua attività missionaria, e nutre per essa grandi speranze. Ne conosce sia i meriti che le debolezze. Tra i suoi membri, infatti, non mancano comportamenti, atteggiamenti e dibattiti suscettibili di creare tensioni e conflitti, e Paolo interviene per aiutare la comunità a camminare nell’unità e nella pace. Alla conclusione dell’epistola, con una bontà quasi paterna, egli aggiunge una serie di esortazioni molto concrete, invitando i cristiani a favorire la partecipazione di tutti, a sostenere i deboli, ad essere pazienti, a non rendere male per male ad alcuno, a cercare sempre il bene, ad essere sempre lieti e a rendere grazie in ogni circostanza (cfr 1 Ts 5,12-22). Al centro di queste esortazioni, pone l’imperativo "pregate continuamente". Gli altri ammonimenti perderebbero infatti forza e coerenza, se non fossero sostenuti dalla preghiera. L’unità con Dio e con gli altri si costruisce innanzitutto mediante una vita di preghiera, nella costante ricerca della "volontà di Dio in Cristo Gesù verso di noi" (cfr 1 Ts 5,18).

L’invito rivolto da San Paolo ai Tessalonicesi è sempre attuale. Davanti alle debolezze ed ai peccati che impediscono ancora la piena comunione dei cristiani, ognuna di queste esortazioni ha mantenuto la sua pertinenza, ma ciò è particolarmente vero per l’imperativo "pregate continuamente". Che cosa diventerebbe il movimento ecumenico senza la preghiera personale o comune, affinché "tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me ed io in te" (Gv 17,21)? Dove trovare lo "slancio supplementare" di fede, di carità e di speranza di cui ha oggi un particolare bisogno la nostra ricerca dell’unità? Il nostro desiderio di unità non dovrebbe limitarsi ad occasioni sporadiche, ma divenire parte integrante di tutta la nostra vita di preghiera. Sono stati uomini e donne formati nella Parola di Dio e nella preghiera gli artigiani della riconciliazione e dell’unità in ogni fase della storia. È il cammino della preghiera che ha aperto la strada al movimento ecumenico, così come lo conosciamo oggi. A partire dalla metà del XVIII secolo, sono emersi difatti vari movimenti di rinnovamento spirituale, desiderosi di contribuire per mezzo della preghiera alla promozione dell’unità dei cristiani. Fin dall’inizio, gruppi di cattolici, animati da personalità religiose di spicco, hanno partecipato attivamente a simili iniziative. La preghiera per l’unità è stata sostenuta anche da miei venerati Predecessori, come Papa Leone XIII, il quale, già nel 1895, raccomandava l’introduzione di una novena di preghiera per l’unità dei cristiani. Questi sforzi, compiuti secondo le possibilità della Chiesa del tempo, intendevano attuare la preghiera pronunciata da Gesù stesso nel Cenacolo "perché tutti siano una cosa sola" (Gv 17,21). Non esiste pertanto un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera.

Quest’anno celebriamo il centesimo anniversario dell’"Ottavario per l’unità della Chiesa", divenuto in seguito "Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani". Cento anni fa, Padre Paul Wattson, all’epoca ancora ministro episcopaliano, ideò un ottavario di preghiera per l’unità, che fu celebrato per la prima volta a Graymoor (New York) dal 18 al 25 gennaio 1908. Questa sera, è con grande gioia che rivolgo il mio saluto al Ministro Generale e alla delegazione internazionale dei Fratelli e delle Sorelle francescani dell’Atonement, Congregazione fondata da Padre Paul Wattson e promotrice della sua eredità spirituale. Negli anni trenta del secolo scorso, l’ottavario di preghiera conobbe importanti adattamenti dietro impulso soprattutto dell’Abbé Paul Couturier di Lione, anch’egli grande promotore dell’ecumenismo spirituale. Il suo invito a "pregare per l’unità della Chiesa così come Cristo la vuole e secondo i mezzi che Lui vuole", permise a cristiani di tutte le tradizioni di unirsi in una sola preghiera per l’unità. Rendiamo grazie a Dio per il grande movimento di preghiera che, da cento anni, accompagna e sostiene i credenti in Cristo nella loro ricerca di unità. La barca dell’ecumenismo non sarebbe mai uscita dal porto se non fosse stata mossa da quest’ampia corrente di preghiera e spinta dal soffio dello Spirito Santo.

Congiuntamente alla Settimana di preghiera, molte comunità religiose e monastiche hanno invitato ed aiutato i loro membri a "pregare continuamente" per l’unità dei cristiani. In questa occasione che ci vede riuniti, ricordiamo in particolare la vita e la testimonianza di Suor Maria Gabriella dell’Unità (1914-1936), suora trappista del monastero di Grottaferrata (attualmente a Vitorchiano). Quando la sua superiora, incoraggiata dall’Abbé Paul Couturier, invitò le sorelle a pregare e a fare dono di sé per l’unità dei cristiani, Suor Maria Gabriella si sentì immediatamente coinvolta e non esitò a dedicare la sua giovane esistenza a questa grande causa. Oggi stesso ricorre il venticinquesimo anniversario della sua beatificazione da parte del mio predecessore, Papa Giovanni Paolo II. Quell’evento ebbe luogo in questa Basilica precisamente il 25 gennaio 1983, durante la celebrazione di chiusura della Settimana di Preghiera per l’Unità. Nella sua omelia, il Servo di Dio ebbe a sottolineare i tre elementi su cui si costruisce la ricerca dell’unità: la conversione, la croce e la preghiera. Su questi tre elementi si fondarono anche la vita e la testimonianza di Suor Maria Gabriella. L’ecumenismo ha un forte bisogno, oggi come ieri, del grande "monastero invisibile" di cui parlava l’Abbé Paul Couturier, di quella vasta comunità di cristiani di tutte le tradizioni che, senza clamore, pregano ed offrono la loro vita affinché si realizzi l’unità.

Inoltre, da quarant’anni esatti, le comunità cristiane di tutto il mondo ricevono per la Settimana meditazioni e preghiere preparate congiuntamente dalla Commissione "Fede e Costituzione" del Consiglio Ecumenico delle Chiese e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Questa felice collaborazione ha permesso di ampliare il vasto circolo di preghiera e preparare i suoi contenuti in maniera più adeguata. Questa sera, saluto cordialmente il Rev. Dott. Samuel Kobia, Segretario Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che è venuto a Roma per unirsi a noi nel centenario della Settimana di preghiera. Sono lieto per la presenza dei membri del "Gruppo Misto di Lavoro", che saluto con affetto. Il Gruppo Misto è lo strumento di cooperazione tra la Chiesa cattolica ed il Consiglio Ecumenico delle Chiese nella nostra ricerca comune di unità. E, come ogni anno, rivolgo il mio saluto fraterno anche ai vescovi, ai sacerdoti, ai pastori delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali che hanno qui a Roma i loro rappresentanti. La vostra partecipazione a questa preghiera è espressione tangibile dei legami che ci uniscono in Cristo Gesù: "Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20).

In questa storica Basilica, il 28 giugno prossimo, si aprirà l’anno consacrato alla testimonianza e all’insegnamento dell’apostolo Paolo. Che il suo instancabile fervore nel costruire il Corpo di Cristo nell’unità ci aiuti a pregare incessantemente per la piena unità di tutti i cristiani! Amen!

[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]


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Saturday, January 26, 2008 2:53 PM
"Non esiste un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera": così il Papa durante i Secondi Vespri nella Basilica di San Paolo



“Non esiste un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera”: così Benedetto XVI, durante i Secondi Vespri presieduti ieri pomeriggio nella Basilica di San Paolo fuori le mura, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Al centro dell’omelia, anche il ricordo dell’Apostolo Paolo, “scelto da Dio per essere il suo testimone davanti a tutti gli uomini” e di cui proprio ieri ricorreva la Solennità della conversione. Tra i presenti, il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e il dott. Samuel Kobìa, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra. Il servizio di Isabella Piro:
Tre lunghi applausi hanno scandito l’ingresso di Benedetto XVI nella Basilica di San Paolo, affollata di fedeli e illuminata dall’oro dei mosaici. Di Saulo di Tarso, il Papa ha ricordato la “completa trasformazione, una vera e propria conversione spirituale” che lo ha reso in un istante “cieco brancolante nel buio, ma con nel cuore una grande luce” che lo avrebbe portato ad essere un ardente apostolo del Vangelo. San Paolo, però, ha aggiunto il Santo Padre, era consapevole che solo la grazia divina aveva potuto realizzare una simile conversione. Un insegnamento che ancora oggi assume un significato del tutto particolare:

“A conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, siamo ancor più coscienti di quanto l’opera della ricomposizione dell’unità, che richiede ogni nostra energia e sforzo, sia comunque infinitamente superiore alle nostre possibilità. L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo! Come San Paolo, anche noi riponiamo la nostra speranza e fiducia “nella grazia di Dio che è con noi”.


Ed attuale è anche, ha continuato Benedetto XVI, l’invito rivolto da San Paolo ai Tessalonicesi, quel “Pregate continuamente” scelto come tema della Settimana di preghiera di quest’anno. Cosa diventerebbe il movimento ecumenico, chiede infatti il Papa, senza la preghiera? Dove troverebbe lo “slancio supplementare” di fede, carità e speranza? Di qui, l’esortazione a desiderare costantemente l’unità dei cristiani:

“Il nostro desiderio di unità non dovrebbe limitarsi ad occasioni sporadiche, ma divenire parte integrante di tutta la nostra vita di preghiera. Sono stati uomini e donne formati nella Parola di Dio e nella preghiera gli artigiani della riconciliazione e dell’unità in ogni fase della storia. È il cammino della preghiera che ha aperto la strada al movimento ecumenico, così come lo conosciamo oggi”.


“Non esiste un ecumenismo genuino che non affondi le sue radici nella preghiera”, ha continuato il Santo Padre che è poi tornato con la memoria alle figure-simbolo della Settimana di preghiera, come Papa Leone XIII che già nel 1895 raccomandava l’introduzione di una novena di preghiera per l’unità dei cristiani, o ancora Padre Paul Wattson che cent’anni fa ideò l’Ottavario per l’unità della Chiesa. Un appuntamento ripreso e attualizzato poi nel XX sec. dall’Abbé Paul Couturier di Lione.

“Rendiamo grazie a Dio per il grande movimento di preghiera che, da cento anni, accompagna e sostiene i credenti in Cristo nella loro ricerca di unità. La barca dell’ecumenismo non sarebbe mai uscita dal porto se non fosse stata mossa da quest’ampia corrente di preghiera e spinta dal soffio dello Spirito Santo”.


La conversione, la croce e la preghiera: sono questi i tre elementi, ha proseguito Benedetto XVI citando Giovanni Paolo II, su cui si costruisce la ricerca dell’unità. Elementi che fondarono anche la vita e la testimonianza di Suor Maria Gabriella dell’Unità, religiosa trappista beatificata da Papa Wojtyla il 25 gennaio 1983 e che “non esitò a dedicare la sua giovane esistenza a questa grande causa”.

“L’ecumenismo ha un forte bisogno, oggi come ieri, del grande “monastero invisibile” di cui parlava l’Abbé Paul Couturier, di quella vasta comunità di cristiani di tutte le tradizioni che, senza clamore, pregano ed offrono la loro vita affinché si realizzi l’unità”.


Il Santo Padre ha infine ricordato, per il prossimo 28 giugno, l’apertura dell’Anno Paolino, dedicato all’apostolo di Tarso e la suo “instancabile fervore nel costruire il Corpo di Cristo nell’unità”.





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Saturday, January 26, 2008 2:54 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

S.E. Mons. Henryk Józef Nowacki, Arcivescovo tit. di Blera, Nunzio Apostolico in Nicaragua;

S.E. il Sig. Carlos Luis Custer, Ambasciatore di Argentina, in visita di congedo;

il Rev.mo Padre Adolfo Nicolás, S.I., Preposito Generale della Compagnia di Gesù;

S.E. Mons. Antoni Stankiewicz, Vescovo tit. di Novapietra, Decano del Tribunale della Rota Romana

Collegio dei Prelati Uditori del Tribunale della Rota Romana.

Il Papa riceve questo pomeriggio in Udienza:
Em.mo Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.





RINUNCE E NOMINE



NOMINA DI AUSILIARE DI ČESKÉ BUDĚJOVICE (REPUBBLICA CECA)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo Ausiliare di České Budějovice (Repubblica Ceca) S.E. Mons. Pavel Posád, finora Vescovo di Litoměřice, assegnandogli la sede titolare vescovile di Ptuj.



NOMINA DEL NUNZIO APOSTOLICO IN SVEZIA, DANIMARCA, FINLANDIA, ISLANDA E NORVEGIA

Il Papa ha nominato Nunzio Apostolico in Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda e Norvegia S.E. Mons. Emil Paul Tscherrig, Arcivescovo titolare di Voli, finora Nunzio Apostolico in Corea e in Mongolia.




NOMINA DI MEMBRO DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Il Santo Padre ha nominato Membro della Congregazione per la Dottrina della Fede l’Em.mo Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.




NOMINA DI MEMBRI DELLA CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI

Il Papa ha nominato Membri della Congregazione per le Chiese Orientali gli Em.mi Cardinali Roger Michael Mahony e Edward Michael Egan.



NOMINA DI CONSULTORE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA

Il Santo Padre ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Famiglia il Rev.do Mons. Francesco Di Felice, del clero della diocesi di Teramo-Atri (Italia).

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Saturday, January 26, 2008 2:56 PM
UDIENZA AL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO


Alle 12.15 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Prelati Uditori, gli Officiali e gli Avvocati del Tribunale della Rota Romana in occasione della solenne inaugurazione dell’Anno giudiziario.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge loro e l’indirizzo di omaggio del Decano del Tribunale della Rota Romana, S.E. Mons. Antoni Stankiewicz:



DISCORSO DEL SANTO PADRE

Carissimi Prelati Uditori, Officiali e Collaboratori

del Tribunale della Rota Romana!

La ricorrenza del primo centenario del ristabilimento del Tribunale Apostolico della Rota Romana, sancito da San Pio X nel 1908 con la Costituzione apostolica Sapienti consilio, è stata appena ricordata dalle cordiali parole del vostro Decano, Mons. Antoni Stankiewicz. Questa circostanza rende ancor più vivi i sensi di apprezzamento e di gratitudine con cui vi incontro già per la terza volta. A tutti ed a ciascuno di voi va il mio saluto cordiale. In voi, cari Prelati Uditori, e anche in tutti coloro che in diversi modi partecipano all’attività di questo Tribunale, vedo impersonata un’istituzione della Sede Apostolica il cui radicamento nella tradizione canonica si rivela fonte di costante vitalità. Spetta a voi il compito di mantenere viva quella tradizione, nella convinzione di rendere così un servizio sempre attuale all’amministrazione della giustizia nella Chiesa.

Questo centenario è occasione propizia per riflettere su un aspetto fondamentale dell’attività della Rota, cioè sul valore della giurisprudenza rotale nel complesso dell’amministrazione della giustizia nella Chiesa. È un profilo messo in risalto nella stessa descrizione che della Rota fa la Costituzione apostolica Pastor bonus: «Questo Tribunale funge ordinariamente da istanza superiore nel grado di appello presso la Sede Apostolica per tutelare i diritti nella Chiesa, provvede all’unità della giurisprudenza e, attraverso le proprie sentenze, è di aiuto ai Tribunali di grado inferiore» (art. 126). I miei amati Predecessori nei loro annuali discorsi parlarono spesso con apprezzamento e fiducia della giurisprudenza della Rota Romana sia in generale sia con riferimento ad argomenti concreti, specialmente matrimoniali.

Se è giusto e doveroso ricordare il ministero di giustizia svolto dalla Rota durante la sua plurisecolare esistenza, e particolarmente negli ultimi cento anni, risulta anche opportuno, nella presente ricorrenza, cercare di approfondire il senso di tale servizio, di cui i volumi annuali delle decisioni sono una manifestazione e nel contempo uno strumento operativo. In particolare, ci possiamo chiedere perché le sentenze rotali possiedono una rilevanza giuridica che oltrepassa l’ambito immediato delle cause in cui vengono emesse. A prescindere dal valore formale che ogni ordinamento giuridico possa attribuire ai precedenti giudiziari, è indubbio che le singole decisioni interessano in qualche modo l’intera società. Infatti, esse vanno determinando ciò che tutti possono attendersi dai tribunali, il che certamente influisce sull’andamento della vita sociale. Qualsiasi sistema giudiziario deve cercare di offrire soluzioni nelle quali, insieme alla valutazione prudenziale dei casi nella loro irripetibile concretezza, siano applicati i medesimi principi e norme generali di giustizia. Solo in questo modo si crea un clima di fiducia nell’operato dei tribunali, e si evita l’arbitrarietà dei criteri soggettivi. Inoltre, all’interno di ogni organizzazione giudiziaria vi è una gerarchia tra i vari tribunali, di modo che la possibilità stessa di ricorrere ai tribunali superiori costituisce di per sé uno strumento di unificazione della giurisprudenza.

Le anzidette considerazioni sono perfettamente applicabili anche ai tribunali ecclesiastici. Anzi, siccome i processi canonici riguardano gli aspetti giuridici dei beni salvifici o di altri beni temporali che servono alla missione della Chiesa, l’esigenza di unità nei criteri essenziali di giustizia e la necessità di poter prevedere ragionevolmente il senso delle decisioni giudiziarie, diventa un bene ecclesiale pubblico di particolare rilievo per la vita interna del Popolo di Dio e per la sua testimonianza istituzionale nel mondo. Oltre alla valenza intrinseca di ragionevolezza insita nell’operato di un Tribunale che decide le cause ordinariamente in ultima istanza, è chiaro che il valore della giurisprudenza della Rota Romana dipende dalla sua natura di istanza superiore nel grado di appello presso la Sede Apostolica. Le disposizioni legali che riconoscono tale valore (cfr can. 19 CIC; Cost. ap. Pastor bonus, art. 126) non creano, ma dichiarano quel valore. Esso proviene in definitiva dalla necessità di amministrare la giustizia secondo parametri uguali in tutto ciò che, per l’appunto, è in sé essenzialmente uguale.

Di conseguenza, il valore della giurisprudenza rotale non è una questione fattuale d’ordine sociologico, ma è d’indole propriamente giuridica, in quanto si pone al servizio della giustizia sostanziale. Pertanto, sarebbe improprio ravvisare una contrapposizione fra la giurisprudenza rotale e le decisioni dei tribunali locali, i quali sono chiamati a compiere una funzione indispensabile, nel rendere immediatamente accessibile l’amministrazione della giustizia, e nel poter indagare e risolvere i casi nella loro concretezza talvolta legata alla cultura e alla mentalità dei popoli. In ogni caso, tutte le sentenze devono essere sempre fondate sui principi e sulle norme comuni di giustizia. Tale bisogno, comune ad ogni ordinamento giuridico, riveste nella Chiesa una specifica pregnanza, nella misura in cui sono in gioco le esigenze della comunione, che implica la tutela di ciò che è comune alla Chiesa universale, affidata in modo peculiare all’Autorità Suprema e agli organi che ad normam iuris partecipano alla sua sacra potestà.

Nell’ambito matrimoniale la giurisprudenza rotale ha svolto un lavoro molto cospicuo in questi cento anni. In particolare, ha offerto contributi assai significativi che sono sfociati nella codificazione vigente. Dopodiché non si può pensare che sia diminuita l’importanza dell’interpretazione giurisprudenziale del diritto da parte della Rota. In effetti, proprio l’applicazione dell’attuale legge canonica esige che se ne colga il vero senso di giustizia, legato anzitutto all’essenza stessa del matrimonio. La Rota Romana è costantemente chiamata a un compito arduo, che influisce molto sul lavoro di tutti i tribunali: quello di cogliere l’esistenza o meno della realtà matrimoniale, che è intrinsecamente antropologica, teologica e giuridica. Per meglio comprendere il ruolo della giurisprudenza, vorrei insistere su ciò che vi ho detto l’anno scorso circa la dimensione intrinsecamente giuridica del matrimonio (cfr discorso del 27 gennaio 2007, in AAS 99 [2007], pp. 86-91). Il diritto non può essere ridotto ad un mero insieme di regole positive che i tribunali sono chiamati ad applicare. L’unico modo per fondare solidamente l’opera giurisprudenziale consiste nel concepirla quale vero esercizio della prudentia iuris, di una prudenza che è tutt’altro che arbitrarietà o relativismo, poiché consente di leggere negli eventi la presenza o l’assenza dello specifico rapporto di giustizia che è il matrimonio, con il suo reale spessore umano e salvifico. Soltanto in questo modo le massime giurisprudenziali acquistano il loro vero valore, e non diventano una compilazione di regole astratte e ripetitive, esposte al rischio di interpretazioni soggettive e arbitrarie.

Perciò, la valutazione oggettiva dei fatti, alla luce del Magistero e del diritto della Chiesa, costituisce un aspetto molto importante dell’attività della Rota Romana, ed influisce molto sull’operato dei ministri di giustizia dei tribunali delle Chiese locali. La giurisprudenza rotale va vista come esemplare opera di saggezza giuridica, compiuta con l’autorità del Tribunale stabilmente costituito dal Successore di Pietro per il bene di tutta la Chiesa. Grazie a tale opera, nelle cause di nullità matrimoniale la realtà concreta viene oggettivamente giudicata alla luce dei criteri che riaffermano costantemente la realtà del matrimonio indissolubile, aperta ad ogni uomo e ad ogni donna secondo il disegno di Dio Creatore e Salvatore. Ciò richiede uno sforzo costante per raggiungere quell’unità di criteri di giustizia che caratterizza in modo essenziale la nozione stessa di giurisprudenza e ne è presupposto fondamentale di operatività. Nella Chiesa, proprio per la sua universalità e per la diversità delle culture giuridiche in cui è chiamata ad operare, c’è sempre il rischio che si formino, sensim sine sensu, ‘giurisprudenze locali’ sempre più distanti dall’interpretazione comune delle leggi positive e persino dalla dottrina della Chiesa sul matrimonio. Auspico che si studino i mezzi opportuni per rendere la giurisprudenza rotale sempre più manifestamente unitaria, nonché effettivamente accessibile a tutti gli operatori della giustizia, in modo da trovare uniforme applicazione in tutti i tribunali della Chiesa.

In quest’ottica realistica va inteso pure il valore degli interventi del Magistero ecclesiastico sulle questioni giuridiche matrimoniali, compresi i discorsi del Romano Pontefice alla Rota Romana. Essi sono una guida immediata per l’operato di tutti i tribunali della Chiesa in quanto insegnano con autorità ciò che è essenziale circa la realtà del matrimonio. Il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, nel suo ultimo discorso alla Rota, mise in guardia contro la mentalità positivistica nella comprensione del diritto, che tende a separare le leggi e gli indirizzi giurisprudenziali dalla dottrina della Chiesa. Egli affermò: "In realtà, l’interpretazione autentica della parola di Dio, operata dal magistero della Chiesa, ha valore giuridico nella misura in cui riguarda l’ambito del diritto, senza aver bisogno di nessun ulteriore passaggio formale per diventare giuridicamente e moralmente vincolante. Per una sana ermeneutica giuridica è poi indispensabile cogliere l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, collocando organicamente ogni affermazione nell’alveo della tradizione. In questo modo si potrà rifuggire sia da interpretazioni selettive e distorte, sia da critiche sterili a singoli passi" (AAS 97 [2005], p. 166, n. 6).

Il presente centenario è destinato ad andare oltre la commemorazione formale. Esso diviene occasione di una riflessione che deve ritemprare il vostro impegno vivificandolo con un sempre più profondo senso ecclesiale della giustizia, che è vero servizio alla comunione salvifica. Vi incoraggio a pregare quotidianamente per la Rota Romana e per tutti coloro che operano nel settore dell’amministrazione della giustizia nella Chiesa, ricorrendo all’intercessione materna di Maria Santissima, Speculum iustitiae. Questo invito potrebbe sembrare meramente devozionale e piuttosto estrinseco rispetto al vostro ministero: invece, non dobbiamo dimenticare che nella Chiesa tutto si realizza mediante la forza dell’orazione, che trasforma tutta la nostra esistenza e ci riempie della speranza che Gesù ci porta. Questa preghiera, inseparabile dall’impegno quotidiano, serio e competente, apporterà luce e forza, fedeltà e autentico rinnovamento nella vita di questa venerabile Istituzione, mediante la quale, ad normam iuris, il Vescovo di Roma esercita la sua sollecitudine primaziale per l’amministrazione della giustizia nell’intero Popolo di Dio. La mia benedizione odierna, piena di affetto e di gratitudine, vuol abbracciare perciò sia voi qui presenti sia quanti servono la Chiesa e i fedeli in questo campo in tutto il mondo.



INDIRIZZO DI OMAGGIO DEL DECANO S.E. MONS. ANTONI STANKIEWICZ

Beatissimo Padre,

L’Udienza benignamente accordata dalla Santità Vostra alla Rota Romana per la solenne inaugurazione del nuovo Anno Giudiziario, ci permette, sotto il Vostro paterno auspicio e la Vostra illuminata guida, di varcare con filiale fiducia la soglia del centesimo anniversario della ricostituzione di quest’Organo giudiziario di appello della Sede Apostolica (can. 1443 CIC). è un Tribunale di ampie competenze perché agisce sia come foro concorrenziale con gli altri tribunali di seconda istanza (can. 1444, § 1, n. 1 CIC; Cost. ap. Pastor bonus, art. 128, n. 1; Instr. Dignitas connubii, art. 27, § 1), sia come l’unico foro in terza o ulteriore istanza, salve le leggi particolari o le facoltà speciali concesse dalla Santa Sede (cf. can. 1444, § 1, n. 2 CIC; Cost. ap. Pastor bonus, art. 128, n. 2; can. 1065 CCEO; Istr. Dignitas connubii, art. 27, § 2).

La ricostituzione del Tribunale della Rota Romana avvenne per volontà di San Pio X. Egli con la Costituzione apostolica Sapienti consilio del 29 giugno 1908 (AAS 1 [1909], pp. 7-19) richiamò in vita «sacrae Romanae Rotae tribunal, anteactis temporibus omni laude cumulatum», e, con la Lex propria Sacrae Romanae Rotae et Signaturae Apostolicae, annessa alla medesima Costituzione e pubblicata in pari data, determinò la struttura interna del Tribunale, l’ambito giurisdizionale e l’ordinamento giudiziale proprio (AAS 1 [1909], pp. 20-35).

È noto che la Rota Romana affonda le sue radici nel lontano medioevo. Gli antecedenti storici risalgono almeno all’attività giudiziaria degli Auditores causarum Curiae domini Papae, o degli Auditores causarum Sacri Palatii Apostolici. A questi Uditori Giovanni XXII con la Cost. ap. Ratio iuris del 16 novembre 1331 diede il primo stabile ordinamento giudiziario e una vasta competenza giudiziale in materia canonica e civile, e Benedetto XII con la Cost. ap. Ad regimen del 10 gennaio 1335 attribuì a loro la configurazione di funzionari pontifici («nostri ac Sedis Apostolicae speciales ac veri officiarii»), assegnando anche loro nel palazzo pontificio di Avignone una propria sede, dotata di uno speciale mobile o pluteo (pluteum ligneum) girevole per sorreggere i testi di diritto e i fascicoli delle cause, registrato in qualche elenco delle spese con il nome di «rota Auditorum».

Dopo secoli di storia rotale, segnata da periodi di grande prestigio, in seguito alle modifiche giurisdizionali apportate da Gregorio XVI con il Regolamento legislativo e giudiziario per gli affari civili, del 10 novembre 1834, la Sacra Rota diventò tribunale ordinario di appello per tutte le cause civili (§§ 321-325) e le più gravi cause contenziose ecclesiastiche (§§ 377-380) dello Stato pontificio. Ma con la dissoluzione dello Stato pontificio nel settembre dell’anno 1870, anche la Rota cessò la sua attività giudiziaria.

Ciò premesso, in conformità con l’espressione della Cost. Sapienti consilio, che la Rota «hoc aevo variis de causis iudicare ferme destiterit», con ragione si ritiene che il suddetto atto pontificio abbia segnato «l’inizio della storia di un organismo assolutamente nuovo, anche se dall’antico aveva riassunto tutto il carattere esteriore» (N. Del Re, La Curia Romana, Roma 1970, p. 252).

Invero, San Pio X nel suo progetto della riforma della Curia Romana si propose «di richiamare in vita il Tribunale della S. Rota Romana, e a questo rimettere per commissione tutte le cause», cioè «sia criminali sia disciplinari (o civili)», e di provvedere «ad amministrare la giustizia in modo più spedito e consentaneo ai tempi, dovendo un Tribunale di dignità inferiore emettere le sentenze motivate a differenza delle Sacre Congregazioni, che giudicano more principis» (G. Ferretto, La riforma del B. Pio X, in AA.VV., Romana Curia a Beato Pio X «Sapienti consilio» reformata, Romae 1951, pp. 41 s).

L’intento del Sommo Pontefice di «dare vita alla S. Rota riformandone il vecchio sistema di procedura» (ibid., p. 52), ha portato, quindi, alla rifondazione di essa, configurandola, però, come Corte di appello per tutta la Chiesa Cattolica (cf. Lex propria, can. 14). Questo atto costitutivo della nuova Rota Romana ha contribuito ad innestare nel procedimento rotale la conformità semantica fra le «sententiae» e le «decisiones», sebbene quest’ultime presso la Rota antica fossero soltanto le motivate osservazioni extragiudiziali dei Ponenti, destinate alle parti litiganti ante sententiam.

Attenendosi già al significato sinonimico delle decisiones-sententiae, nel periodo centennale della Rota restituta sono stati pubblicati finora 92 volumi (1909-2000) delle «Decisiones seu sententiae», e dopo la promulgazione del nuovo Codice anche 12 volumi dei «Decreta» (1983-1994). Ovviamente, per motivi tecnici e di concisione giurisprudenziale, ambedue le serie contengono soltanto una selezione delle sentenze e dei decreti (decisiones seu sententiae selectae, decreta selecta).

La ricorrenza centenaria della ricostituzione della Rota offre l’occasione di proporre un breve cenno statistico circa il numero globale delle sentenze, quale frutto dello studio e della collaborazione a livello istruttorio e dibattimentale fra i Giudici e gli altri Collaboratori giudiziali. Ora, nel periodo considerato (1908-2007) sono state emesse 12872 sentenze definitive e interlocutorie, che rendono solo un’idea molto parziale dell’attività della Rota.

Beatissimo Padre! Le decisioni rotali tendono sempre ad attenersi ai principi di ermeneutica canonico-forense nell’applicare alle fattispecie concrete le norme ecclesiali, ossia i «sacri Ecclesiae canones», i quali, secondo l’espressione di Benedetto XIV, che per un settennio ebbe ad onorare il nostro antico Tribunale come Secretus Rotae, «nil aliud quam aequitatem animarumque salutem [respiciunt]» (ep. Urbem Antibarum, 19 marzo 1752, in Codicis Iuris Canonici Fontes, cura P. Gasparri, vol. II, Romae 1924, n. 419, p. 357).

La salus animarum (cf. can. 1752 CIC), secondo l’insegnamento di Pio XII, è «la regola dell’esercizio del potere giudiziario nella Chiesa» (Pio XII, Allocuzione alla S. Romana Rota, 3 ottobre 1941, AAS 33 [1941], p. 425), e «possiede come guida una norma suprema assolutamente sicura: la legge e la volontà di Dio». Essa comunica «la fermezza per procedere nel sicuro cammino della verità e del diritto, e la preserva […] da una debole condiscendenza verso le disordinate brame delle passioni» e «da una dura e ingiustificata inflessibilità» (Pio XII, Allocuzione alla S. Romana Rota, 2 ottobre 1944, AAS 36 [1944], p. 290).

La Santità Vostra nell’Enciclica Spe salvi del 30 novembre 2007 ha posto in luce che la salus animarum è «una realtà comunitaria» (n. 14), ed ha messo in guardia dall’«interpretare la "salvezza dell’anima" come fuga davanti alla responsabilità per l’insieme», e «come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri» (n. 16).

Proprio questa verità ci preserva dal pericolo reale che la carità pastorale nel campo giudiziale venga contaminata «da atteggiamenti compiacenti verso le persone» che «in realtà non rispondono al bene delle persone e della stessa comunità ecclesiale; evitando il confronto con la verità che salva», e possono essere «controproducenti rispetto all’incontro salvifico di ognuno con Cristo» (Benedetto XVI, Allocuzione alla Rota Romana, 28 gennaio 2006, AAS 98 [2006], pp. 137 s).

Beatissimo Padre! Con cuore pieno di gratitudine verso la Santità Vostra per questa Udienza inaugurale nella ricorrenza centenaria della ricostituzione della Rota Romana, ispirati dal Vostro magistero ad una «grande speranza» che «è solo Dio» e «che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere», affidandoci a «Maria, stella della speranza» (Lett. enc. Spe salvi, nn. 31, 49), chiediamo di illuminarci con la Vostra augusta parola e di impartirci la Vostra Benedizione Apostolica per il nostro impegno nel servizio alla giustizia ecclesiale.











Evitare le interpretazioni arbitrarie nelle cause di nullità matrimoniale: l’esortazione del Papa all'inaugurazione dell'Anno giudiziario della Rota Romana



Nell’amministrazione della giustizia nella Chiesa vanno evitate interpretazioni soggettive ed arbitrarie: è quanto affermato da Benedetto XVI in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Apostolico della Rota Romana. Il Papa ha ricordato che proprio quest’anno ricorre il centenario del ristabilimento del Tribunale ad opera di San Pio X. Nell’udienza ai membri della Rota Romana - guidati dal decano, mons. Antoni Stankiewicz - il Papa si è soffermato in particolare sulle cause matrimoniali. Il servizio di Alessandro Gisotti:


Favorire “un clima di fiducia nell’operato dei tribunali”, evitando “l’arbitrarietà dei criteri soggettivi”: è il caloroso invito che Benedetto XVI ha rivolto ai membri della Rota Romana sottolineando l’importanza della giurisprudenza rotale specialmente nell’ambito matrimoniale. La Rota, ha riconosciuto il Papa, è chiamata all’arduo compito di “cogliere l’esistenza o meno della realtà matrimoniale, che è intrinsecamente antropologica, teologica e giuridica”. Il matrimonio, è stato il suo richiamo, va considerato “con il suo reale spessore umano e salvifico”. D’altro canto, il diritto non può essere “ridotto ad un mero insieme di regole”:


“Soltanto in questo modo le massime giurisprudenziali acquistano il loro vero valore, e non diventano una compilazione di regole astratte e ripetitive, esposte al rischio di interpretazioni soggettive e arbitrarie”.


Si è così soffermato sull’operato dei ministri di giustizia dei tribunali delle Chiese locali. In particolare sulle cause di nullità matrimoniale, il Papa ha richiesto uno sforzo costante per raggiungere “l’unità di criteri di giustizia” ed ha indicato il rischio che si formino delle “giurisprudenze locali sempre più distanti” dall’interpretazione delle leggi e “persino dalla dottrina della Chiesa sul matrimonio”:


“Auspico che si studino i mezzi opportuni per rendere la giurisprudenza rotale sempre più manifestamente unitaria, nonché effettivamente accessibile a tutti gli operatori della giustizia, in modo da trovare uniforme applicazione in tutti i tribunali della Chiesa”.

Benedetto XVI ha poi richiamato il valore degli interventi del Magistero ecclesiastico, compresi i discorsi del Papa alla Rota Romana, sulle questioni giuridiche matrimoniali. Quindi, ha concluso il suo discorso auspicando che l’impegno della Rota Romana sia vivificato con un “sempre più profondo senso ecclesiale della giustizia”, “vero servizio alla comunione salvifica”.



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Saturday, January 26, 2008 2:57 PM
Il Messaggio del Papa per la Giornata delle comunicazioni sociali: il commento di padre Lombardi



Sono state tante le reazioni e i commenti al recente Messaggio del Papa per la prossima Giornata delle comunicazioni sociali sul tema “I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla”. Benedetto XVI auspica che i mass media siano sempre più al servizio della verità, della giustizia e della solidarietà e denuncia il rischio che tali mezzi finiscano nelle mani di chi vuole manipolare le coscienze. Ascoltiamo in proposito il commento del nostro direttore, padre Federico Lombardi:


Del fatto che i media oggi abbiano un influsso decisivo sulla nostra vita personale e sociale nessuno dubita. Ciò su cui invece dobbiamo interrogarci seriamente è se vengano messi al servizio del bene delle persone e del bene comune delle società. Spesso infatti abbiamo fondati motivi per dubitarne o per restarne amaramente delusi. Troppe volte – costata il Papa – “la comunicazione sembra avere la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede”. Questo accade, ad esempio, quando i media non sono usati “per un corretto ruolo di informazione, ma per ‘creare’ gli eventi stessi”, o almeno per amplificarne la portata, per manipolarne la corretta lettura, o imporne una determinata interpretazione per fini ideologici, per interessi economici, politici o di qualsiasi altra natura.


Non è evidentemente questa la corretta finalità della comunicazione sociale. Non si ripeterà mai a sufficienza un principio tanto apparentemente ovvio quanto fondamentale: “La parola – detta, scritta o espressa in immagini - è fatta per la verità, per dire la verità, per favorire l’incontro fra le persone nella condivisione della verità”. Non per l’inganno, non per la divisione, non per la strumentalizzazione e l’asservimento dell’altro. Non si tratta qui di sognare un mondo idilliaco. Si tratta di capire che è in gioco la qualità dell’avvenire della nostra convivenza umana. La questione è se lo straordinario potere delle meravigliose tecnologie della comunicazione nel mondo globalizzato dev’essere usato appunto come “strumento di potere”, o come occasione per far crescere la conoscenza, il dialogo e la comunione nel rispetto della libertà e della dignità dell’altro. Il servizio della verità - per i comunicatori – non è parola vuota, ma impegno morale, umile e grande, nel lavoro di ogni giorno, nell’uso di ogni parola.



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Saturday, January 26, 2008 9:13 PM
D Petrus

Gesuiti, Padre Nicolàs dal Papa per rinnovare l'obbedienza al Vicario di Cristo



CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa ha incoraggiato il nuovo superiore dei gesuiti, ricevuto nelle scorse ore in Vaticano (come si può evincere dalla foto), a "continuare il lavoro di dialogo con la cultura, l'evangelizzazione e la seria formazione dei giovani gesuiti". "Il padre generale Adolfo Nicolàs ha concluso la sua prima settimana da superiore generale con un'udienza privata con Sua Santità Papa Benedetto XVI", fa sapere la Curia generalizia della Compagnia di Gesù. Durante il colloquio "amichevole", il Papa "è stato contento di apprendere che la Congregazione generale aveva creato un comitato per studiare la lettera che egli aveva inviato a padre Peter Hans Kolvenbach, il precedente superiore generale". Nella missiva, inviata lo scorso 10 gennaio, Benedetto XVI chiedeva ai gesuiti, tra l'altro, di "riaffermare, nello spirito di sant'Ignazio, la propria totale adesione alla dottrina cattolica, in particolare su punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare, come ad esempio la relazione tra Cristo e le religioni, alcuni aspetti della teologia della liberazione e vari punti della morale sessuale, soprattutto per quel che riguarda l'indissolubilità del matrimonio e la pastorale delle persone omosessuali". La conversazione tra Papa Benedetto XVI e il cosiddetto 'papa nero' si è poi orientata sul tema del Giappone, dove padre Nicolàs ha trascorso 33 anni. "Il Santo Padre - prosegue la nota della Compagnia di Gesù - ha incoraggiato il leader gesuita a continuare il lavoro di dialogo con la cultura, l'evangelizzazione e la seria formazione dei giovani gesuiti. L'incontro - si legge - è stato anche l'occasione per il nuovo superiore dei gesuiti di ribadire il suo attaccamento personale e la stima di tutta la Compagnia di Gesù al Vicario di Cristo", il Papa. "Un'occasione anche per riaffermare il desiderio della Compagnia di servire la Chiesa ovunque nel mondo. Padre Nicolas ha poi detto a Papa Benedetto XVI che i gesuiti hanno come consuetudine che ogni superiore generale appena eletto deve rinnovare la sua promessa solenne al Papa. Padre Kolvenbach l'aveva fatto per iscritto. Padre Nicolàs aveva quindi scritto la sua propria promessa solenne, che ha consegnato al Papa in una busta. Il Papa si è affrettato ad aprirla, ha letto il testo ed ha concluso: 'E' un'ottima consuetudine'".
+PetaloNero+
Sunday, January 27, 2008 2:48 PM
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS


Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:



PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Nella liturgia odierna l’evangelista Matteo, che ci accompagnerà lungo tutto questo anno liturgico, presenta l’inizio della missione pubblica di Cristo. Essa consiste essenzialmente nella predicazione del Regno di Dio e nella guarigione dei malati, a dimostrare che questo Regno si è fatto vicino, anzi, è ormai venuto in mezzo a noi. Gesù comincia a predicare in Galilea, la regione in cui è cresciuto, territorio di "periferia" rispetto al centro della nazione ebraica, che è la Giudea, e in essa Gerusalemme. Ma il profeta Isaia aveva preannunciato che quella terra, assegnata alle tribù di Zabulon e di Neftali, avrebbe conosciuto un futuro glorioso: il popolo immerso nelle tenebre avrebbe visto una grande luce (cfr Is 8,23-9,1), la luce di Cristo e del suo Vangelo (cfr Mt 4,12-16). Il termine "vangelo", ai tempi di Gesù, era usato dagli imperatori romani per i loro proclami. Indipendentemente dal contenuto, essi erano definiti "buone novelle", cioè annunci di salvezza, perché l’imperatore era considerato come il signore del mondo ed ogni suo editto come foriero di bene. Applicare questa parola alla predicazione di Gesù ebbe dunque un senso fortemente critico, come dire: Dio, non l’imperatore, è il Signore del mondo, e il vero Vangelo è quello di Gesù Cristo.

La "buona notizia" che Gesù proclama si riassume in queste parole: "Il regno di Dio – o regno dei cieli – è vicino" (Mt 4,17; Mc 1,15). Che significa questa espressione? Non indica certo un regno terreno delimitato nello spazio e nel tempo, ma annuncia che è Dio a regnare, che è Dio il Signore e la sua signoria è presente, attuale, si sta realizzando. La novità del messaggio di Cristo è dunque che Dio in Lui si è fatto vicino, regna ormai in mezzo a noi, come dimostrano i miracoli e le guarigioni che compie. Dio regna nel mondo mediante il suo Figlio fatto uomo e con la forza dello Spirito Santo, che viene chiamato "dito di Dio" (cfr Lc 11,20). Dove arriva Gesù, lo Spirito creatore reca vita e gli uomini sono sanati dalle malattie del corpo e dello spirito. La signoria di Dio si manifesta allora nella guarigione integrale dell’uomo. Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita. Il regno di Dio è pertanto la vita che si afferma sulla morte, la luce della verità che disperde le tenebre dell’ignoranza e della menzogna.

Preghiamo Maria Santissima, affinché ottenga sempre alla Chiesa la stessa passione per il Regno di Dio che animò la missione di Gesù Cristo: passione per Dio, per la sua signoria d’amore e di vita; passione per l’uomo, incontrato in verità col desiderio di donargli il tesoro più prezioso: l’amore di Dio, suo Creatore e Padre.



DOPO L’ANGELUS

Saluto con grande affetto i bambini e i ragazzi dell’Azione Cattolica di Roma, che sono venuti come ogni anno a conclusione del "Mese della Pace", accompagnati dal Cardinale Vicario, dai genitori e dagli educatori. Due di loro sono qui vicino a me, mi hanno presentato un messaggio e tra poco mi aiuteranno a lanciare in volo due colombe, simbolo di pace. Cari piccoli amici, so che vi impegnate in favore dei vostri coetanei che soffrono per la guerra e la povertà. Continuate sulla strada che Gesù ci ha indicato per costruire la vera pace!

Oggi si celebra la Giornata mondiale dei malati di lebbra, iniziata 55 anni fa da Raoul Follereau. A tutte le persone che soffrono per questa malattia rivolgo il mio affettuoso saluto assicurando una speciale preghiera, che estendo a quanti, in vari modi, si impegnano al loro fianco, in particolare ai volontari dell’Associazione Amici di Raoul Follereau.

Lunedì scorso, 21 gennaio, ho indirizzato alla Diocesi e alla città di Roma una Lettera sul compito urgente dell’educazione. Ho voluto così offrire un mio particolare contributo alla formazione delle nuove generazioni, impegno difficile e cruciale per il futuro della nostra città. Sabato 23 febbraio incontrerò in una speciale Udienza in Vaticano tutti coloro che, come educatori o come fanciulli, adolescenti e giovani in formazione, sono più direttamente partecipi della grande sfida educativa, e consegnerò loro simbolicamente questa mia Lettera.

Je vous salue, chers pèlerins de langue français, venus pour la prière de l’Angélus. En ce dimanche où nous célébrons la cinquante cinquième Journée mondiale des Lépreux, j’invite les responsables politiques et sanitaires à s’engager toujours davantage pour les soins aux malades. Puissent tous nos contemporains se faire proches de leurs frères et sœurs en humanité. Chacun de vous est appelé par le Christ et doit être un missionnaire de la Bonne Nouvelle, par la parole et par sa charité active. Avec ma Bénédiction apostolique.

I greet all the English-speaking visitors present at today’s Angelus. In this Sunday’s Gospel, we hear how Jesus called his first apostles. At once they left everything and followed him. We too are called to be disciples of Jesus. Let us be ready to offer ourselves generously and whole-heartedly in his service. Upon all of you here today, and upon your families and loved ones at home, I invoke God’s abundant blessings.

Einen frohen Gruß richte ich an die Pilger und Besucher deutscher Sprache. Die Liturgie dieses Sonntags kündet uns vom Licht Christi, das in die Dunkelheit der Welt eingetreten ist. Dieses Licht leuchtet auch in unserer Zeit und zeigt uns den Weg zum wahren Leben. Bitten wir den Herrn, daß der Glanz seiner Wahrheit uns und unsere menschliche Gesellschaft immer mehr erfülle. Gottes Gnade stärke euch und eure Familien an diesem Sonntag und begleite euch durch die neue Woche!

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española. Os invito a que, teniendo presente la llamada a la conversión que Jesús nos dirige hoy en el Evangelio, pidamos a la Virgen María que interceda por nosotros ante su Hijo para que, siguiendo el ejemplo de los Apóstoles, podamos responder también nosotros con generosidad a nuestra vocación cristiana y dar frutos abundantes de santidad. ¡Feliz domingo!

Pozdravljam vernike iz Slovenije! Skupaj s svojimi škofi ste poromali ad limina apostolorum, na grobove apostolov Petra in Pavla. Naj ta dva velika svetnika s svojo mogočno priprošnjo dosežeta, da boste v edinosti Cerkve napredovali v ljubezni do Boga in do ljudi. Vas in vse, ki so vam dragi, naj spremlja moj blagoslov!

[Saluto i fedeli dalla Slovenia! Insieme ai vostri Vescovi siete venuti in pellegrinaggio ad limina apostolorum, alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. Questi due grandi Santi vi ottengano, con la loro intercessione, di progredire, uniti nella Chiesa, nell’amore verso Dio e verso il prossimo. Voi e tutti quelli che vi sono cari accompagni la mia Benedizione!]

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Dziś w sposób szczególny jednoczę się w modlitwie z opłakującymi śmierć lotników, którzy zginęli w katastrofie samolotowej. Niech Pan przyjmie ich do swojej chwały. Wam tu obecnym i wszystkim Polakom z serca błogosławię.

[Saluto cordialmente i polacchi. Oggi in modo speciale mi unisco a coloro che piangono la morte degli aviatori periti nella catastrofe aerea. Il Signore li accolga nella sua gloria. A voi qui presenti e a tutti i polacchi imparto la mia Benedizione.]

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da San Prospero, diocesi di Pisa, e i ragazzi dell’Azione Cattolica di Ragusa. A tutti auguro una buona domenica. Ed ora liberiamo le colombe della pace portate dai ragazzi di Roma.









La luce di Cristo disperde le tenebre della menzogna: così, Benedetto XVI all’Angelus incentrato sull’inizio della missione pubblica di Gesù. Il Papa e i bambini dell’Azione Cattolica lanciano in cielo due colombe simbolo di pace



La novità del messaggio di Gesù é che Dio “si è fatto vicino e regna ormai in mezzo a noi”: è la riflessione offerta da Benedetto XVI ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro per l’Angelus domenicale. Tra i tanti pellegrini, anche migliaia di bambini dell’Azione cattolica di Roma, convenuti al termine dell’iniziativa “Mese della pace”. Due di loro, saliti all’appartamento papale, assieme al Santo Padre hanno fatto volare in cielo le colombe della pace. Il servizio di Alessandro Gisotti:



Con “l’inizio della missione pubblica di Cristo” il Regno di Dio “si è fatto vicino, anzi, è ormai venuto in mezzo a noi”: è quanto sottolineato da Benedetto XVI che si è soffermato sulla liturgia della Terza domenica del tempo ordinario incentrata sull’inizio della predicazione di Gesù in Galilea. Una terra periferica, ha rilevato il Papa, ma che il profeta Isaia aveva già preannunciato avrebbe avuto un futuro glorioso, “avrebbe visto una grande luce”, quella di Cristo e del suo Vangelo. Proprio il termine “vangelo”, ha proseguito, era usato ai tempi di Gesù dagli imperatori romani per i loro proclami. Ma ora, ha avvertito il Papa, la “Buona Novella” assume un significato radicalmente diverso:


“Applicare questa parola alla predicazione di Gesù ebbe dunque un senso fortemente critico, come dire: Dio, non l’imperatore, è il Signore del mondo, e il vero Vangelo è quello di Gesù Cristo”.

Dunque, la buona notizia proclamata da Gesù si riassume in questo: che è Dio a regnare, “è Dio il Signore e la sua signoria è presente, attuale, si sta realizzando”:


“La novità del messaggio di Cristo è dunque che Dio in Lui si è fatto vicino, regna ormai in mezzo a noi, come dimostrano i miracoli e le guarigioni che compie. Dio regna nel mondo mediante il suo Figlio fatto uomo e con la forza dello Spirito Santo, che viene chiamato “dito di Dio”.

Dove arriva Gesù, ha detto ancora, “lo Spirito creatore reca vita e gli uomini sono sanati dalle malattie del corpo e dello spirito. La signoria di Dio si manifesta allora nella guarigione integrale dell’uomo”:


“Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita. Il regno di Dio è pertanto la vita che si afferma sulla morte, la luce della verità che disperde le tenebre dell’ignoranza e della menzogna”.

Dopo l’Angelus, si è vissuto un momento particolarmente gioioso con il lancio in volo di due colombe, simbolo di pace, da parte del Santo Padre e due bambini dell’Azione Cattolica di Roma, saliti all’appartamento papale. Ecco le parole della bambina, che ha parlato a nome dei tanti giovani presenti in Piazza San Pietro:

“Caro Papa, impariamo da te cosa vuol dire essere veramente operatori, nel quotidiano, di quella Pace che gridiamo e invochiamo in questa giornata! Come tu ci hai detto nel Messaggio per la Giornata della Pace, ci sono tante “ombre cupe” sul futuro di tanta gente e noi vogliamo dire basta a questa situazione. Ti ringraziamo perché tu pensi sempre a noi bambini e ti promettiamo di non scordare mai che sulla strada della vita, qualunque cosa succeda, Gesù cammina con noi. Caro Papa, l’ACR di Roma ti vuole tanto tanto bene!

L’evento ha suggellato il “Mese della Pace”. Ai bambini, impegnati in questa iniziativa, il Papa ha rivolto un pensiero affettuoso:


“Cari piccoli amici, so che vi impegnate in favore dei vostri coetanei che soffrono per la guerra e la povertà. Continuate sulla strada che Gesù ci ha indicato per costruire la vera pace!”

Poi, l’atteso lancio delle colombe, che senza incertezze si sono librate nel cielo. Non sempre era stato così negli anni passati. Il Papa ha commentato divertito, rivolgendosi ai due bambini:


“Questa volta é andata bene, qualche volta ritornano!”

Sempre dopo l’Angelus, Benedetto XVI ha ricordato le sofferenze dei lebbrosi, nella Giornata della Lebbra, istituita 55 anni fa da Raoul Follereau:


“A tutte le persone che soffrono per questa malattia rivolgo il mio affettuoso saluto assicurando una speciale preghiera, che estendo a quanti, in vari modi, si impegnano al loro fianco, in particolare ai volontari dell’Associazione Amici di Raoul Follereau”.


Benedetto XVI è anche tornato a parlare del compito urgente dell’educazione delle giovani generazioni, tema a lui particolarmente caro. Il Papa ha così menzionato la sua Lettera inviata lunedì scorso alla diocesi e alla città di Roma:


“Ho voluto così offrire un mio particolare contributo alla formazione delle nuove generazioni, impegno difficile e cruciale per il futuro della nostra città. Sabato 23 febbraio incontrerò in una speciale Udienza in Vaticano tutti coloro che, come educatori o come fanciulli, adolescenti e giovani in formazione, sono più direttamente partecipi della grande sfida educativa, e consegnerò loro simbolicamente questa mia Lettera”.

Salutando i pellegrini in lingua polacca, il Papa ha rivolto un pensiero speciale ai famigliari delle vittime di un incidente aereo, avvenuto giovedì scorso in Polonia, nel quale hanno perso la vita 20 persone. Quindi, ha salutato i vescovi sloveni in visita ad Limina, esortandoli a progredire uniti nelle Chiesa e nell’amore verso Dio e verso il prossimo.



www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000193.flv&vai=ctv_frame00193.jpg&var1=27/01/2008&var2=Vatican%20City&var3=In%20Piazza%20San%20Pietro%20Benedetto%20XVI%20libera%20due%20colombe%20per%20la%20pace%20con%20l%20Azione%20Cattolica%20...



+PetaloNero+
Monday, January 28, 2008 2:47 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Ecc.mi Presuli della Chiesa greco-cattolica dell'Ucraina, in Visita "ad Limina Apostolorum":

Em.mo Card. Lubomyr Husar, Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halyć degli Ucraini
con gli Ausiliari:
S.E. Mons. Bohdan Dzyurakh, C.SS.R., Vescovo tit. di Vagada,
S.E. Mons. Dionisio Lachovicz, O.S.B.M., Vescovo tit. di Egnazia,
S.E. Mons. Wasyl Ihor Medwit, O.S.B.M., Vescovo tit. di Adriane,
S.E. Mons. Hlib Lonchyna, Vescovo tit. di Bareta, Visitatore Apostolico per i fedeli greco-cattolici Ucraini in Italia;

S.E. Mons. Ihor Vozniak, C.SS.R., Arcivescovo di Lviv degli Ucraini;

S.E. Mons. Milan Šašik, C.M., Vescovo tit. di Bononia, Amministratore Apostolico "ad nutum Sanctae Sedis" di Mukacheve di rito bizantino;

Padre Demetrius Hryhorak, Amministratore Apostolico "ad nutum Sanctae Sedis" di Buchach degli Ucraini;

S.E. Mons. Reinhard Marx, Arcivescovo di München und Freising (Repubblica Federale di Germania);

Partecipanti al Convegno inter-accademico "L’identité changeante de l’individu" promosso dalla "Académie des Sciences" di Parigi e dalla Pontificia Accademia delle Scienze.
+PetaloNero+
Monday, January 28, 2008 2:48 PM
Ogni progresso scientifico sia anche progresso d'amore: l’esortazione di Benedetto XVI ai partecipanti al Convegno interaccademico su “L’identità mutevole dell’individuo”



L’identità dell’uomo, in relazione con il Suo Creatore, e il progresso scientifico sono stati i temi forti del discorso che Benedetto XVI ha pronunciato stamani in Vaticano. Occasione, l’udienza ai partecipanti al Convegno su “L’identità mutevole dell’individuo”, promosso dalla Accademia delle Scienze di Parigi e dalla Pontificia Accademia delle Scienze. L’indirizzo di saluto al Papa è stato rivolto dal cancelliere dell’Istituzione scientifica parigina, Gabriel de Broglie. Il servizio di Alessandro Gisotti:


“Nella nostra epoca, in cui lo sviluppo delle scienze attrae e seduce per le possibilità che offre, è importante più che mai educare le coscienze dei nostri contemporanei, affinché la scienza non divenga il criterio del bene”: è il richiamo di Benedetto XVI, che nel suo discorso ha ribadito che l’uomo va “rispettato come il centro della creazione”. L’uomo, è stata la sua esortazione, “non sia oggetto di manipolazioni ideologiche, né di decisioni arbitrarie, né dell’abuso dei più forti sui più deboli”. Tanto più, ha rilevato, di fronte ai “pericoli dei quali abbiamo conosciuto le manifestazioni nel corso della storia umana e in particolare nel XX secolo”:


Toute démarche scientifique doit aussi être une démarche d’amour...

Ogni sviluppo scientifico, ha detto il Papa, deve anche essere un progresso d’amore, chiamato a mettersi al servizio dell’uomo e dell’umanità. Amore di cui Gesù è il modello per eccellenza. Nel momento in cui le “scienze esatte, naturali ed umane” hanno conseguito prodigiosi progressi sulla conoscenza dell’uomo e dell’universo, ha aggiunto, bisogna rifuggire dalla tentazione di “circoscrivere totalmente l’identità dell’uomo”, che ha “un suo mistero proprio” . “Nessuna scienza – ha affermato – può dire chi è l’uomo, da dove viene e dove tende”:


L’homme est toujours au-delà de ce que l’on en voit

L’uomo, è stata la sua riflessione, “è sempre oltre ciò che si vede e si percepisce attraverso l’esperienza”. Ignorare la domanda sull’essere uomo, ha avvertito, “porta inevitabilmente a rifiutare la ricerca oggettiva sull’essere nella sua integralità”. E così, “non si è più capaci di riconoscere le fondamenta sulle quali riposa la dignità dell’uomo, di ogni uomo, dallo stato embrionale alla morte naturale”. In questa ricerca, ha costatato, la filosofia e la teologia possono essere d’aiuto “nel percepire l’identità dell’uomo che è sempre in divenire”.


L’homme n’est pas le fruit du hasard...

“L’uomo non è frutto del caso – è stato il monito del Papa - né di un fascio di convergenze e determinismi e neppure d’interazioni fisico-chimiche”. L’uomo è un essere che gode di una libertà che nel tener conto della sua natura trascende quest’ultima. Una libertà che è “segno” del mistero dell’alterità che distingue questa natura. Come sottolineava Pascal, ha detto il Papa, “l’uomo supera infinitamente l’uomo”. Il mistero dell’uomo è “segnato dall’alterità”. L’uomo è creato da Dio, “è amato e fatto per amare”. In quanto uomo, ha ribadito, egli non è mai “chiuso in se stesso” ma è portatore d’alterita e sin dalle sue origini è in interazione con gli altri esseri umani. La libertà, “propria dell’essere umano”, ha proseguito, fa sì che gli uomini “possano orientare la propria vita verso un fine”. Attraverso gli atti che compie, ha aggiunto, “l’uomo può dirigersi verso il bene al quale è chiamato per l’eternità”. E’ questa libertà che dà un senso all’esistenza dell’uomo:


Dans l’exercice de son authentique liberté...

“Nell’esercizio della sua libertà autentica, la persona realizza la propria vocazione” e “conferisce forma alla sua identità profonda”. Sempre nell’esercizio di questa libertà, ha avvertito, l’uomo “esercita la propria responsabilità”. In questo senso, ha rilevato, “la dignità particolare dell’essere umano è al tempo stesso un dono di Dio” e una promessa di avvenire. L’uomo, ha detto, porta con sé una capacità specifica, posta in lui da Dio “come un sigillo”: “discernere ciò che è bene”. Mosso da questa capacità, “l’uomo è chiamato a sviluppare la sua coscienza” a condurre la sua esistenza “fondandola sulle leggi essenziali: la legge naturale e quella morale”. Benedetto XVI ha concluso il discorso augurando agli scienziati di seguire le orme di San Tommaso d’Aquino, di cui oggi si celebra la memoria, nella ricerca della verità.





www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000194.flv&vai=ctv_frame00194.jpg&var1=28/01/2008&var2=Vatican%20City&var3=Papa:%20la%20scienza%20non%20è%20l%20unico%20criterio%20del...



+PetaloNero+
Monday, January 28, 2008 2:49 PM
Dal Papa, in visita "ad Limina", i vescovi greco-cattolici dell'Ucraina. Intervista con il cardinale, Lubomyr Husar




Dopo aver ricevuto in visita ad Limina, quattro mesi fa, la parte ucraino-cattolica di rito latino, da oggi, e fino al 2 febbraio, Benedetto XVI riceve in udienza i vescovi dalla Chiesa greco-cattolica ucraina. Un primo gruppo di presuli, guidato dal cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Kviv-Halic, è stato accolto stamattina dal Papa. L'insieme della Chiesa cattolica in Ucraina - Paese a maggioranza ortodossa - ha in quello di rito bizantino il blocco numericamente più consistente, con oltre cinque milioni di fedeli, che rappresenta anche la Chiesa cattolica orientale numericamente più grande. Al microfono di padre Taras Kotsur, lo stesso cardinale Husar spiega lo scenario attuale di un Paese dalla complessa struttura socioreligiosa:


Oggi, la situazione è tale che ancora la vita cristiana nella parte occidentale si sviluppa abbastanza bene ed è intensa, con vari aspetti che regolano la vita religiosa, sociale, educativa. Questi aspetti sono ben rappresentati, vista la situazione di questa transizione. Invece, la parte orientale, settentrionale e meridionale, dell’Ucraina - che ha fatto parte dell’Unione Sovietica per 70 anni - trova delle difficoltà. La gente è aperta a Dio: di atei dichiarati e militanti non ce ne sono più e alcuni atei non sono comunque militanti. La maggior parte delle persone, infatti, è aperta, cerca Dio, sia fra gli adulti che fra i giovani. Mancano però le strutture. Per questo, molte sette religiose entrano e cercano di riempire il vuoto che si è creato. Così, nello sviluppo della Chiesa tradizionale, sia cattolica che ortodossa, c’è ancora molto, molto da fare. Per i bisogni della popolazione, le strutture sono ancora troppo deboli.




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+PetaloNero+
Tuesday, January 29, 2008 1:08 AM
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+PetaloNero+
Tuesday, January 29, 2008 2:56 PM
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA QUARESIMA 2008



Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Quaresima 2008:




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE



“Cristo si è fatto povero per voi” (2 Cor 8,9)



Cari fratelli e sorelle!



1. Ogni anno, la Quaresima ci offre una provvidenziale occasione per approfondire il senso e il valore del nostro essere cristiani, e ci stimola a riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli. Nel tempo quaresimale la Chiesa si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Quest’anno, nel consueto Messaggio quaresimale, desidero soffermarmi a riflettere sulla pratica dell’elemosina, che rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni. Quanto sia forte la suggestione delle ricchezze materiali, e quanto netta debba essere la nostra decisione di non idolatrarle, lo afferma Gesù in maniera perentoria: “Non potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16,13). L’elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione, educandoci a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo. A questo mirano le collette speciali a favore dei poveri, che in Quaresima vengono promosse in molte parti del mondo. In tal modo, alla purificazione interiore si aggiunge un gesto di comunione ecclesiale, secondo quanto avveniva già nella Chiesa primitiva. San Paolo ne parla nelle sue Lettere a proposito della colletta a favore della comunità di Gerusalemme (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15,25-27).



2. Secondo l’insegnamento evangelico, noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, i beni materiali rivestono una valenza sociale, secondo il principio della loro destinazione universale (cfr n. 2404).

Nel Vangelo è chiaro il monito di Gesù verso chi possiede e utilizza solo per sé le ricchezze terrene. Di fronte alle moltitudini che, carenti di tutto, patiscono la fame, acquistano il tono di un forte rimprovero le parole di san Giovanni: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv 3,17). Con maggiore eloquenza risuona il richiamo alla condivisione nei Paesi la cui popolazione è composta in maggioranza da cristiani, essendo ancor più grave la loro responsabilità di fronte alle moltitudini che soffrono nell’indigenza e nell’abbandono. Soccorrerle è un dovere di giustizia prima ancora che un atto di carità.



3. Il Vangelo pone in luce una caratteristica tipica dell’elemosina cristiana: deve essere nascosta. “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, dice Gesù, “perché la tua elemosina resti segreta” (Mt 6,3-4). E poco prima aveva detto che non ci si deve vantare delle proprie buone azioni, per non rischiare di essere privati della ricompensa celeste (cfr Mt 6,1-2). La preoccupazione del discepolo è che tutto vada a maggior gloria di Dio. Gesù ammonisce: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Tutto deve essere dunque compiuto a gloria di Dio e non nostra. Questa consapevolezza accompagni, cari fratelli e sorelle, ogni gesto di aiuto al prossimo evitando che si trasformi in un mezzo per porre in evidenza noi stessi. Se nel compiere una buona azione non abbiamo come fine la gloria di Dio e il vero bene dei fratelli, ma miriamo piuttosto ad un ritorno di interesse personale o semplicemente di plauso, ci poniamo fuori dell’ottica evangelica. Nella moderna società dell’immagine occorre vigilare attentamente, poiché questa tentazione è ricorrente. L’elemosina evangelica non è semplice filantropia: è piuttosto un’espressione concreta della carità, virtù teologale che esige l’interiore conversione all’amore di Dio e dei fratelli, ad imitazione di Gesù Cristo, il quale morendo in croce donò tutto se stesso per noi. Come non ringraziare Dio per le tante persone che nel silenzio, lontano dai riflettori della società mediatica, compiono con questo spirito azioni generose di sostegno al prossimo in difficoltà? A ben poco serve donare i propri beni agli altri, se per questo il cuore si gonfia di vanagloria: ecco perché non cerca un riconoscimento umano per le opere di misericordia che compie chi sa che Dio “vede nel segreto” e nel segreto ricompenserà.



4. Invitandoci a considerare l’elemosina con uno sguardo più profondo, che trascenda la dimensione puramente materiale, la Scrittura ci insegna che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr At 20,35). Quando agiamo con amore esprimiamo la verità del nostro essere: siamo stati infatti creati non per noi stessi, ma per Dio e per i fratelli (cfr 2 Cor 5,15). Ogni volta che per amore di Dio condividiamo i nostri beni con il prossimo bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di vita viene dall’amore e tutto ci ritorna come benedizione in forma di pace, di interiore soddisfazione e di gioia. Il Padre celeste ricompensa le nostre elemosine con la sua gioia. E c’è di più: san Pietro cita tra i frutti spirituali dell’elemosina il perdono dei peccati. “La carità - egli scrive - copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). Come spesso ripete la liturgia quaresimale, Iddio offre a noi peccatori la possibilità di essere perdonati. Il fatto di condividere con i poveri ciò che possediamo ci dispone a ricevere tale dono. Penso, in questo momento, a quanti avvertono il peso del male compiuto e, proprio per questo, si sentono lontani da Dio, timorosi e quasi incapaci di ricorrere a Lui. L’elemosina, avvicinandoci agli altri, ci avvicina a Dio e può diventare strumento di autentica conversione e riconciliazione con Lui e con i fratelli.



5. L’elemosina educa alla generosità dell’amore. San Giuseppe Benedetto Cottolengo soleva raccomandare: “Non contate mai le monete che date, perché io dico sempre così: se nel fare l’elemosina la mano sinistra non ha da sapere ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò che fa essa medesima” (Detti e pensieri, Edilibri, n. 201). Al riguardo, è quanto mai significativo l’episodio evangelico della vedova che, nella sua miseria, getta nel tesoro del tempio “tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,44). La sua piccola e insignificante moneta diviene un simbolo eloquente: questa vedova dona a Dio non del suo superfluo, non tanto ciò che ha, ma quello che è. Tutta se stessa.

Questo episodio commovente si trova inserito nella descrizione dei giorni che precedono immediatamente la passione e morte di Gesù, il quale, come nota san Paolo, si è fatto povero per arricchirci della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9); ha dato tutto se stesso per noi. La Quaresima, anche attraverso la pratica dell’elemosina ci spinge a seguire il suo esempio. Alla sua scuola possiamo imparare a fare della nostra vita un dono totale; imitandolo riusciamo a renderci disponibili, non tanto a dare qualcosa di ciò che possediamo, bensì noi stessi. L’intero Vangelo non si riassume forse nell’unico comandamento della carità? La pratica quaresimale dell’elemosina diviene pertanto un mezzo per approfondire la nostra vocazione cristiana. Quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le leggi dell’esistenza, ma l’amore. Ciò che dà valore all’elemosina è dunque l’amore, che ispira forme diverse di dono, secondo le possibilità e le condizioni di ciascuno.

6. Cari fratelli e sorelle, la Quaresima ci invita ad “allenarci” spiritualmente, anche mediante la pratica dell’elemosina, per crescere nella carità e riconoscere nei poveri Cristo stesso. Negli Atti degli Apostoli si racconta che l’apostolo Pietro allo storpio che chiedeva l’elemosina alla porta del tempio disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6). Con l’elemosina regaliamo qualcosa di materiale, segno del dono più grande che possiamo offrire agli altri con l’annuncio e la testimonianza di Cristo, nel Cui nome c’è la vita vera. Questo periodo sia pertanto caratterizzato da uno sforzo personale e comunitario di adesione a Cristo per essere testimoni del suo amore. Maria, Madre e Serva fedele del Signore, aiuti i credenti a condurre il “combattimento spirituale” della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito. Con questi voti imparto volentieri a tutti l’Apostolica Benedizione.



Dal Vaticano, 30 ottobre 2007

BENEDICTUS PP. XVI









Il cardinale Cordes presenta il Messaggio del Papa per la Quaresima: le agenzie internazionali spendano meno, in stipendi e strutture, delle risorse raccolte per i poveri



Il Messaggio di Quaresima del Papa “non si interessa primariamente all’efficienza materiale delle agenzie” di solidarietà. Tuttavia, l’analisi dei bilanci delle istituzioni assistenziali rivela spesso costi di gestione esageratamente alti, che ammontano in qualche caso alla metà delle entrate raccolte per i bisognosi. E’ la critica mossa stamattina dal cardinale Paul Josef Cordes, presidente del Pontificio consiglio Cor Unum, durante la persentazione in Sala Stampa vaticana del Messaggio quaresimale. Assieme al porporato, ha preso la parola Hans-Peter Röthlin, presidente di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, l’opera fondata da padre Werenfied van Straaten. Il servizio di Alessandro De Carolis:


In tanti raccolgono denaro per aiutare chi è nell’emergenza o patisce la miseria. Fame, guerre, carestie, assistenza sanitaria e scolastica laddove mancano: sono decine di migliaia le agenzie ufficiali che operano in campo internazionale sugli infiniti versanti della solidarietà: addirittura un milione e 400 mila solo negli Stati Uniti, per un ammontare di 1000 miliardi di dollari di introito. Montagne di denaro da gestire in direzione delle zone di crisi o di povertà del "terzo" e del "quarto" mondo. Ma quanto di questa ricchezza arriva effettivamente a destinazione e quanta trasparenza c’è nel dichiararlo? E’ la considerazione che il cardinale Cordes ha posto all’inizio della sua illustrazione del Messaggio del Papa per la Quaresima. Se, ha constatato, raccogliere denaro a scopo benefico è “prassi diffusa” e oggi culturalmente incontestabile - figlia di una sensibilità ereditata dal cristianesimo - “tuttavia il messaggio di quest’anno, mettendo a tema la beneficenza, non spalanca di per sé porte già aperte”. Il mondo dell’assistenza, ha puntualizzato il cardinale Cordes, “merita alcuni chiarimenti”:


“Per esempio sui bilanci strutturali delle istituzioni assistenziali. A volte sono sorprendentemente alti. Non è questo il luogo per soffermarci su alcune di queste istituzioni e sugli stipendi dei loro collaboratori. Ma chi si dà la pena di cercare certi dati, spesso ben celati, dai loro rapporti annuali, rimane stupito dai costi interni: a volte rappresenta poco meno del 50% delle entrate. Di certo sarebbe utile se in occasione di appelli mediatici, lanciati in seguito a calamità come lo Tsunami, non venisse indicato solamente il conto corrente, ma anche la percentuale che le agenzie trattengono per mantenere la propria istituzione. Aiuterebbe il donatore a discernere in modo tale che il suo dono raggiunga i bisognosi restando il più integro possibile”.


Affermazioni di indubbia incisività, alle quali il presidente di Cor Unum ha contrapposto la gestione logistico amministrativa - definita “esemplare” - delle agenzie di aiuto della Chiesa. Caritas Italiana, ha riferito, nel 2006 ha utilizzato per spese interne solo il 9% delle offerte, l’Ordine di Malta il 7, l’agenzia Kirche in Not il 6, e meno ancora, ha aggiunto, hanno speso le fondazioni affidate a Cor Unum: la Fondazione Giovanni Paolo II per la lotta contro la desertificazione nella zona del Sahel e la Fondazione Populorum progressio per l’America Latina hanno utilizzato appena il 3% del denaro raccolto. Ciò non significa - ha precisato poco dopo, rispondendo alla domanda di un giornalista - che il lavoro delle agenzie internazionali non sia importante:


“Sono convinto che il mondo sarebbe molto più povero senza queste grandi agenzie, senza le loro forze. Non volevo ispirare l’idea di dimenticare o anzi cancellare le altre agenzie, ma volevo sensibilizzare la riflessione dei donatori, perché guardassero quanto del loro denaro arriva alla fine ai bisognosi. Con un po’ di realismo, può essere una riflessione interessante, anche per dire che forse questi stipendi, questi soldi utilizzati dalle grandi agenzie, potrebbero diminuire”.


Una delle Opere cattoliche che si è posta la sfida della “trasparenza”, insieme ad una precisa vocazione alla solidarietà, è “Aiuto alla Chiesa che soffre”, fondata da padre Werenfried, che 60 anni fa decise di farsi carico dei bisogni che le comunità ecclesiali nel mondo non riuscivano a soddisfare per essere fedeli alla propria missione. L’attuale presidente, Hans-Peter Röthlin, ha parlato degli 81 milioni di euro raccolti solo nel 2006 e ridistribuiti per 5 mila progetti in tutto il mondo, dalle Messe per i sacerdoti alle biciclette per i seminaristi. Ma, ha rivelato, è stato lo stesso Benedetto XVI, tramite lettera, a orientarli verso obiettivi di solidarietà ben precisi:


“Ci ha incoraggiato prima di tutto a continuare quello che stiamo facendo, cioè un’opera pastorale, questo come priorità. Poi ha detto - e questa per me è stata una sorpresa – che sarà una bella cosa per tutti loro e ci ha raccomandato di fare di più per i mass media cattolici. Poi ha detto una cosa molto importante alla piazza, di dare ancora una mano ai cristiani in Palestina”.

Nel botta e risposta con i giornalisti, un tema delicato e attuale è stato quello dei limiti al proprio raggio d’azione che alcune agenzie cattoliche subiscono o potrebbero subire proprio a motivo della loro fede. E qui, il cardinale Cordes è stato molto chiaro:


“Le agenzie cattoliche devono stare molto attente a non perdere la loro libertà, prendendo soldi da donatori che finiscono con l'introdurre una mentalità nell’agenzia che non corrisponde alla missione ecclesiale. Noi, anche per reagire a questo - e si tratta di una novità - abbiamo preparato la possibilità di un ritiro spirituale per i presidenti e i direttori delle Caritas, che si terrà a Guadalajara, in Messico, per le due Americhe, la prima settimana di giugno di quest'anno”.










Scoprire Cristo nei poveri attraverso l'elemosina fatta nel segreto e senza vanagloria: così il Papa nel Messaggio per la Quaresima



Praticare l’elemosina con generosità e nel segreto, imparando a riconoscere Cristo nei poveri per giungere alle feste pasquali rinnovati nello spirito: è quanto propone Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Quaresima di quest’anno che inizia il prossimo 6 febbraio, Mercoledì delle Ceneri. Il Messaggio prende il titolo da un passo della seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi: “Cristo si è fatto povero per voi”. Ce ne parla Sergio Centofanti:


La Quaresima – scrive il Papa - “ci stimola a riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli”. E quest’anno si sofferma sulla pratica dell’elemosina, che – rileva – “rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi dall’attaccamento ai beni terreni” sulla scia di quanto dice Gesù: “Non potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16,13).


“Secondo l’insegnamento evangelico – ricorda il Papa - noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo”. Per questo – ribadisce - “prima ancora che un atto di carità” è “un dovere di giustizia” soccorrere le tante popolazioni che oggi nel mondo “carenti di tutto, patiscono la fame”. Un dovere che diventa “grave” responsabilità per i Paesi più ricchi a maggioranza cristiana.


“Caratteristica tipica dell’elemosina cristiana” – prosegue il Pontefice – è che “deve essere nascosta”. Gesù ci dice inoltre “che non ci si deve vantare delle proprie buone azioni, per non rischiare di essere privati della ricompensa celeste” (cfr Mt 6,1-2). “Tutto deve essere dunque compiuto a gloria di Dio e non nostra”. “Nella moderna società dell’immagine – nota Benedetto XVI - occorre vigilare attentamente, poiché questa tentazione è ricorrente”.


“L’elemosina evangelica – precisa poi il Messaggio pontificio - non è semplice filantropia”: cioè non è un semplice atto di bontà umana, ma “un’espressione concreta della carità, virtù teologale”, che ha la sua origine in Dio e che ci permette di operare “ad imitazione di Gesù Cristo” che non ha donato qualcosa ma “tutto se stesso”. Il Papa ringrazia Dio “per le tante persone che nel silenzio, lontano dai riflettori della società mediatica, compiono con questo spirito azioni generose di sostegno al prossimo in difficoltà”. “A ben poco serve donare i propri beni agli altri – aggiunge - se per questo il cuore si gonfia di vanagloria”. “Ciò che dà valore all’elemosina – infatti – è l’amore”. E “ogni volta che per amore di Dio condividiamo i nostri beni con il prossimo bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di vita viene dall’amore e tutto ci ritorna come benedizione in forma di pace, di interiore soddisfazione e di gioia. Il Padre celeste ricompensa le nostre elemosine con la sua gioia”.


Il Papa affronta poi un altro effetto dell’elemosina: come dice San Pietro “la carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8). “Penso, in questo momento – scrive il Pontefice - a quanti avvertono il peso del male compiuto e, proprio per questo, si sentono lontani da Dio, timorosi e quasi incapaci di ricorrere a Lui”. Ma “l’elemosina, avvicinandoci agli altri, ci avvicina a Dio” perchè ci fa "riconoscere nei poveri Cristo stesso".


“L’elemosina – leggiamo ancora nel Messaggio - educa alla generosità dell’amore. San Giuseppe Benedetto Cottolengo soleva raccomandare: ‘Non contate mai le monete che date, perché io dico sempre così: se nel fare l’elemosina la mano sinistra non ha da sapere ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò che fa essa medesima'”. Di qui il commento: “quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le leggi dell’esistenza, ma l’amore”.


L’elemosina – conclude il Papa – è in realtà un “segno del dono più grande che possiamo offrire agli altri … l’annuncio e la testimonianza di Cristo, nel Cui nome c’è la vita vera”. Benedetto XVI invoca infine Maria perché “aiuti i credenti a condurre il ‘combattimento spirituale’ della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito”.




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+PetaloNero+
Tuesday, January 29, 2008 2:57 PM
Il cordoglio del Papa per la scomparsa dell'arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Christodoulos



In un telegramma inviato al metropolita di Karystia e Skyros, Seraphim, il Papa esprime il suo profondo cordoglio per la “prematura scomparsa” dell'arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Christodoulos, spentosi ieri all’età di 69 anni. Benedetto XVI ricorda con commozione la storica visita di Christodoulos in Vaticano nel dicembre del 2006 dopo che l’arcivescovo aveva dato una “fraterna accoglienza” a Giovanni Paolo II nel suo viaggio ad Atene nel maggio del 2001. Eventi – ha sottolineato il Papa – che hanno aperto “una nuova era di cordiale cooperazione” tra cattolici e ortodossi di Grecia “portando ad un aumento di contatti e ad una crescita dell’amicizia nella ricerca di una più stretta comunione nel contesto della crescente unità dell’Europa”. Il Papa, assicurando la sua “vicinanza spirituale” e le sue preghiere, auspica “che la Chiesa ortodossa di Grecia sia sostenuta dalla grazia di Dio per continuare a costruire sulle conquiste pastorali” di Christodoulos.

I funerali si svolgeranno nella cattedrale di Atene giovedì 31 gennaio e saranno presieduti dal Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, mentre l’omelia sarà pronunciata dal metropolita Antimo di Salonicco. Per la Santa Sede parteciperanno il cardinale Paul Poupard, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura, e mons. Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Per la Conferenza delle Chiese Europee (KEK), ci sarà il segretario generale Colin Williams mentre per la Comunione anglicana parteciperà il vescovo di Londra Richard Chartres. Numerosi i rappresentanti del mondo ortodosso: il Patriarcato di Mosca sarà rappresentato dal metropolita Filaret di Minsk in qualità di membro permanente del Santo Sinodo. In un messaggio, il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Alessio II ha parlato di “grande perdita” per “il popolo di Grecia e l’intero mondo ortodosso”.




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+PetaloNero+
Tuesday, January 29, 2008 9:44 PM
Da Petrus

Sarà il Cardinale francese Albert Vanhoye a predicare gli esercizi spirituali alla Curia



CITTA’ DEL VATICANO - Sarà il Cardinale francese Albert Vanhoye a predicare quest'anno gli esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana. Lo ha reso noto l'agenzia d'informazione religiosa "I Media". E' il terzo porporato anziano a ricevere questo incarico da Benedetto XVI dopo gli italiani Giacomo Biffi e Marco Ce'. Membro della Compagnia di Gesu', Vanhoye ha 84 anni ed e' un biblista specializzato nel Nuovo Testamento.




+PetaloNero+
Tuesday, January 29, 2008 9:45 PM
Da Petrus

Il 1° Marzo l'incontro tra il Papa e gli studenti universitari europei



CITTA’ DEL VATICANO - Si terrà sabato primo marzo la veglia mariana degli universitari con Papa Benedetto XVI in occasione della VI Giornata Europea degli Universitari, promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee e dall'ufficio pastorale universitaria, sul tema 'Europa e Americhe insieme per costruire la civiltà dell'amore'. Dall'aula Paolo VI in Vaticano saranno collegati via satellite universitari di Bucarest, Toledo, Avignone, Edimburgo, Minsk, New York, la Havana, Aparecida, Città del Messico e Loja. Il summit universitario si aprirà il 28 febbraio con la cerimonia di inaugurazione all’uopo presieduta dal Cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano.





+PetaloNero+
Wednesday, January 30, 2008 2:58 PM
RINUNCE E NOMINE





NOMINA DEL COADIUTORE DI HONG KONG (CINA CONTINENTALE)



Il Santo Padre ha nominato Vescovo Coadiutore della diocesi di Hong Kong (Cina Continentale) S.E. Mons. John Tong Hon, finora Vescovo titolare di Bossa e Ausiliare della medesima diocesi.






RIORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA GRECO-CATTOLICA SLOVACCA



Il Santo Padre Benedetto XVI ha riorganizzato la Chiesa Greco-Cattolica Slovacca e l’ha resa Chiesa Metropolitana “sui iuris”, adottando i seguenti provvedimenti:



- ha elevato l’Eparchia di Prešov per i cattolici di rito bizantino a Sede Metropolitana ed ha promosso S.E. Mons. Ján Babjak, S.I., finora Vescovo Eparchiale di Prešov, alla dignità di Arcivescovo Metropolita;



- ha elevato l’Esarcato Apostolico di Košice per i cattolici di rito bizantino al rango di Eparchia, rendendola suffraganea della Sede Metropolitana di Prešov, ed ha nominato primo Vescovo Eparchiale l’attuale Esarca, S.E. Mons. Milan Chautur, C.SS.R., Vescovo titolare di Cresima;



- ha eretto l’Eparchia di Bratislava per i cattolici di rito bizantino, rendendola suffraganea della Sede Metropolitana di Prešov, ed ha nominato come primo Vescovo della medesima Eparchia il Rev.do Peter Rusnák, parroco della parrocchia greco-cattolica dell’Esaltazione della Santa Croce a Bratislava e Protopresbitero dell’omonimo Protopresbiterato.



○ S.E. Mons. Ján Babjak, S.I.

Arcivescovo Metropolita di Prešov per i cattolici di rito bizantino

S.E. Mons. Ján Babjak, S.I., è nato il 28 ottobre 1953 a Hažin nad Cirichou. Dopo aver frequentato il Ginnasio di Humenne, ha compiuto gli studi filosofici e teologici presso la Facoltà Teologica Cirillo-Metodiana di Bratislava.

È stato ordinato sacerdote l’11 giugno 1978 ed incardinato nell’Eparchia di Prešov.

È entrato segretamente nella Compagnia di Gesù il 18 giugno 1987.

Dal 1991 al 1993 ha conseguito la licenza in spiritualità e nel 1996 si è laureato presso il Pontificio Istituto Orientale a Roma. Nel 1994 ha collaborato con la Radio Vaticana.

È stato nominato Vescovo di Prešov l’11 dicembre 2002 e ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani del Papa Giovanni Paolo II il 6 gennaio 2003.



○ S.E. Mons. Milan Chautur, C.SS.R.

primo Vescovo Eparchiale di Košice per i cattolici di rito bizantino

S.E. Mons. Milan Chautur, C.SS.R., è nato il 4 settembre 1957 a Snina nell’Eparchia di Prešov.

Nel 1975 è entrato nella Congregazione dei Redentoristi.

Dopo aver compiuto gli studi nella Facoltà Teologica dei Ss. Cirillo e Metodio a Bratislava, il 14 giugno 1981 è stato ordinato sacerdote.

L’11 gennaio 1992 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo ha nominato Ausiliare del Vescovo di Prešov, assegnandogli la sede titolare vescovile di Cresima.

Il 27 gennaio 1996 è stato nominato primo Esarca Apostolico di Košice per i cattolici di rito bizantino.



○ Rev.do Peter Rusnák

primo Vescovo Eparchiale di Bratislava per i cattolici di rito bizantino

Il Rev.do Peter Rusnák è nato il 6 settembre 1950 a Humenne (Slovacchia).

Nel 1982 è entrato nel Seminario Maggiore di Bratislava ed è stato ordinato sacerdote il 16 giugno 1987 a Prešov.

Nel 1990 è stato nominato direttore spirituale nel Seminario Maggiore di Prešov.

Negli anni 1995-1998 ha svolto l’ufficio di Protosincello e Cancelliere della Curia Eparchiale di Prešov e ha insegnato Teologia pastorale ed Omiletica nel Seminario Intereparchiale.

Dal 2003 è parroco della parrocchia greco-cattolica dell’Esaltazione della Santa Croce a Bratislava, Protopresbitero dell’omonimo Protopresbiterato e membro della Commissione Liturgica della Conferenza Episcopale Slovacca.



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