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+PetaloNero+
Thursday, December 20, 2007 2:46 PM
UDIENZA A UNA DELEGAZIONE DI RAGAZZI DELL’AZIONE CATTOLICA ITALIANA

Questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza una rappresentanza di ragazzi dell’Azione Cattolica Italiana (A.C.R.) e rivolge loro le parole di saluto che riportiamo di seguito:


PAROLE DEL SANTO PADRE

Cari ragazzi e ragazze dell’A.C.R.,

con grande gioia vi do il benvenuto. La vostra visita quest’oggi nella casa del Papa sta ad indicare che ormai siamo vicini alla grande festa del Santo Natale, una festa molto attesa, specialmente da voi ragazzi. A ciascuno di voi il mio affettuoso saluto, insieme a un vivo ringraziamento per i sentimenti e le preghiere che mi avete assicurato a nome dei vostri amici dell’A.C.R. e di tutta la grande famiglia dell’Azione Cattolica Italiana. Un saluto particolare rivolgo al Presidente nazionale, prof. Luigi Alici, e al Vescovo Domenico Sigalini, che ho da poco nominato Assistente generale dell’Azione Cattolica, come pure al Responsabile e all’Assistente dell’A.C.R. e ai loro collaboratori, estendendolo a tutti coloro che si curano della vostra formazione umana, spirituale ed apostolica.

Mi ha fatto piacere che poco fa abbiate citato una bambina, Antonia Meo, detta Nennolina. Proprio tre giorni fa ho decretato il riconoscimento delle sue virtù eroiche e spero che la sua causa di beatificazione possa presto concludersi felicemente. Che esempio luminoso ha lasciato questa vostra piccola coetanea! Nennolina, bambina romana, nella sua brevissima vita – solo sei anni e mezzo – ha dimostrato una fede, una speranza, una carità speciali, e così anche le altre virtù cristiane. Pur essendo una fragile fanciulla, è riuscita a dare una testimonianza forte e robusta al Vangelo e ha lasciato un segno profondo nella Comunità diocesana di Roma. Nennolina apparteneva all’Azione Cattolica: oggi sicuramente sarebbe iscritta all’A.C.R.! Perciò potete considerarla come una vostra amica, un modello a cui ispirarvi. La sua esistenza, così semplice e al tempo stesso così importante, dimostra che la santità è per tutte le età: per i bambini e per i giovani, per gli adulti e per gli anziani. Ogni stagione della nostra esistenza può essere buona per decidersi ad amare sul serio Gesù e per seguirlo fedelmente. In pochi anni, Nennolina ha raggiunto la vetta della perfezione cristiana che tutti siamo chiamati a scalare, ha percorso velocemente la "superstrada" che conduce a Gesù. Anzi, come avete ricordato voi stessi, è Gesù la vera "strada" che ci porta al Padre e alla sua e nostra casa definitiva che è il Paradiso. Voi sapete che Antonia ora vive in Dio, e dal Cielo vi sta vicino: sentitela presente con voi, nei vostri gruppi. Imparate a conoscerla e a seguire i suoi esempi. Penso che anche lei sarà contenta di questo: di essere ancora "coinvolta" nell’Azione Cattolica!

Siamo a Natale e vorrei formularvi fervidi auguri di gioia e di serenità, ma permettete che, insieme a questi auguri, ne faccia un altro per tutto l’anno che tra poco inizieremo. Lo faccio prendendo spunto dal vostro slogan per il 2008: che possiate sempre camminare con gioia sulla strada della vita con Gesù. Lui un giorno disse: "Io sono la via" (Gv 14,6). Gesù è la strada che conduce alla vera vita, la vita che non finisce mai. E’ una strada spesso stretta e in salita ma, se uno si lascia attrarre da Lui, è sempre stupenda, come un sentiero di montagna: più si sale e più è possibile ammirare dall’alto nuovi panorami, più belli e vasti. C’è la fatica del cammino, ma non si è soli: ci si aiuta a vicenda, ci si aspetta, si dà una mano a chi rimane indietro… L’importante è non smarrirsi, non perdere il sentiero, altrimenti si rischia di finire in un burrone, di smarrirsi nel bosco! Cari ragazzi, Dio si è fatto uomo per mostrarci la via, anzi, facendosi bambino, si è fatto lui stesso "via", anche per voi ragazzi: è stato come voi, ha avuto la vostra età. Seguitelo con amore, mantenendo ogni giorno la vostra mano nella sua.

Questo che dico a voi vale ugualmente per noi adulti. Auguro dunque a tutta l’Azione Cattolica Italiana di camminare unita e spedita sulla strada di Cristo, per testimoniare, nella Chiesa e nella società, che questa via è bella; è vero che richiede impegno, ma conduce alla vera gioia. Affidiamo quest’augurio, che è anche preghiera, alla materna intercessione di Maria, madre della speranza, Stella della speranza. Lei che ha atteso e preparato con trepidazione la nascita del suo Figlio Gesù, aiuti anche noi a celebrare il prossimo Natale in un clima di profonda devozione e intima gioia spirituale. Accompagno i miei più cari auguri con una speciale Benedizione Apostolica per voi, qui presenti, per i vostri cari e per l’intera famiglia dell’Azione Cattolica. Buon Natale!











Benedetto XVI ai giovani dell'Azione cattolica italiana: seguite Gesù come fece "Nennolina", lungo la "superstrada" che porta alla santità


La santità non ha età e ogni stagione della vita può essere giusta per scegliere con radicalità di amare Gesù, come fece Antonietta Meo, conosciuta da tutti come “Nennolina”, morta in odore di santità a sei anni e mezzo e da pochi giorni riconosciuta dal Papa come Venerabile. L’esempio di Nennolina è stato proposto questa mattina da Benedetto XVI ai giovani dell’ACR, l’Azione cattolica ragazzi, ricevuti in udienza per lo scambio degli auguri natalizi. Il servizio di Alessandro De Carolis:


Quella della santità è una strada, ma c’è chi ne ha tagliato il traguardo con una eccezionale velocità trasformandola in “superstrada”. E’ l’immagine usata da Benedetto XVI con i giovanissimi dell’Azione cattolica ragazzi. Una delegazione di una quarantina di loro - guidata dal presidente nazionale, Luigi Alici, e dal neoassistente dell’Azione cattolica, il vescovo Domenico Sigalini - è stata ricevuta dal Papa nella Sala del Concistoro per riflettere sul valore della testimonianza cristiana sin da bambini attraverso l’esperienza di una ragazzina romana, Nennolina - peraltro un’iscritta all’Azione Cattolica del suo tempo - che colpita da un male incurabile e straziante seppe costruire, sull’offerta di quella sofferenza a Gesù, una bruciante corsa verso la santità:


“La sua esistenza, così semplice e al tempo stesso così importante, dimostra che la santità è per tutte le età: per i bambini e per i giovani, per gli adulti e per gli anziani. Ogni stagione della nostra esistenza può essere buona per decidersi ad amare sul serio Gesù e per seguirlo fedelmente. In pochi anni, Nennolina ha raggiunto la vetta della perfezione cristiana che tutti siamo chiamati a scalare, ha percorso velocemente la ‘superstrada’ che conduce a Gesù”.


Un’“amica” e un “modello a cui ispirarvi”, perché “speciali” - ha riconosciuto Benedetto XVI - furono la fede, la speranza e la carità di Nennolina. E che la figura di questa bambina romana, vissuta a Roma negli anni Trenta del Novecento, stia particolarmente a cuore al Papa lo si capisce da questa sua ammissione:


“Mi ha fatto piacere che poco fa abbiate citato una bambina, Antonia Meo, detta Nennolina. Proprio tre giorni fa ho decretato il riconoscimento delle sue virtù eroiche e spero che la sua causa di beatificazione possa presto concludersi felicemente (...) Imparate a conoscerla e a seguire i suoi esempi. Penso che anche lei sarà contenta di questo: di essere ancora 'coinvolta' nell’Azione Cattolica!”.


Nell’augurare a tutti il Buon Natale e, in modo speciale a tutta l’Azione cattolica italiana, “di camminare unita e spedita sulla strada di Cristo, per testimoniare, nella Chiesa e nella società”, che la via cristiana, pur impegnativa, “è bella” e “conduce alla vera gioia, Benedetto XVI ha concluso invitando giovani e adulti dell’Associazione a tenere lo sguardo su Gesù “Via”, secondo lo slogan scelto dai giovani ACR per il 2008:


“Gesù è la strada che conduce alla vera vita, la vita che non finisce mai. E’ una strada spesso stretta e in salita ma, se uno si lascia attrarre da Lui, è sempre stupenda, come un sentiero di montagna: più si sale e più è possibile ammirare dall’alto nuovi panorami, più belli e vasti (…) L’importante è non smarrirsi, non perdere il sentiero, altrimenti si rischia di finire in un burrone, di smarrirsi nel bosco! Cari ragazzi, Dio si è fatto uomo per mostrarci la via, anzi, facendosi bambino, si è fatto lui stesso 'via', anche per voi ragazzi: è stato come voi, ha avuto la vostra età. Seguitelo con amore, mantenendo ogni giorno la vostra mano nella sua”.


E’ stata dunque la brevissima, ma spiritualmente straordinaria, parabola esistenziale di “Nennolina” a dominare l’udienza di Benedetto XVI ai giovani dell’Azione cattolica italiana. A lei è stata intitolata un’Associazione della quale fa parte anche padre Simone Fioraso, priore della Basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, nella quale riposano le spoglie di Antonietta Meo. Ascoltiamolo nell’intervista di Luca Collodi:


R. - L’Associazione è nata per portare avanti la causa di Nennolina, ma anche perché erano tante le lettere che ricevevamo, le e-mail, le richieste di informazione su di lei.


D. - Lei, padre Simone, è vicepostulatore della Causa, se non vado errato, ed è anche parroco priore della Basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme dove è sepolta ...


R. - Sì, dove abbiamo traslato il corpo il 5 luglio del 1999.


D. - La gente si ferma davanti alla tomba di questa bambina?


R. - Non abbiamo bisogno di indicarla, si può dire che la trovano da soli e si fermano volentieri. Forse perché è una bambina, forse perché suscita simpatia, forse perché la sua storia commuove ed emoziona, ma forse perché emana qualche cosa da questa figura di bambina, da questa tomba, che tutti percepiscono e che non può sfuggire all’attenzione.


D. - Ci sono pellegrinaggi che arrivano su questa tomba anche dall’estero ...


R. - Sono arrivati dalla Germania, dalla Francia... Ma abbiamo anche delle opere dedicate ad Antonietta Meo. In Cina, abbiamo una suora che si chiama suor Nennolina, che dopo aver conosciuto questa bambina ha preso il nome suo. In Perú, è nato un orfanotrofio, in Messico è conosciutissima anche per la nostra presenza cistercense...


D. - Come si può iniziare un percorso per una Causa di beatificazione e poi di canonizzazione con soli sette anni di vita sulle spalle? Cioè, come può una bambina diventare santa?


R. - Penso che la grazia, se uno la lascia operare dentro di sé, porta certamente effetti insperati e il Papa, con questa dichiarazione di Venerabilità, afferma proprio che in una bambina c’è tutta la pienezza della grazia. Nennolina ci dimostra che ha potuto vivere la fede, la speranza e la carità con una forza, con un entusiasmo, con una passione per Gesù che sono frutto della grazia del Battesimo che entra in noi e ci trasforma: ci modifica indipendentemente, spesso, da chi ci sta intorno, anche se i genitori di Nennolina sono stati certamente importanti per lei, per la sua educazione, per ciò che le comunicavano, per come l’hanno aiutata a vivere.


D. - Ci sono parenti di Nennolina ancora in vita?


R. - Sì, c’è la sorella, Margherita, che abita ancora nella casa dove Nennolina è nata e dove la famiglia ha sempre vissuto, in Via Statilia, qui, nella parrocchia di Santa Croce in Gerusalemme.


D. - Qual è stata la reazione della famiglia, ma anche la sua, dopo aver appreso del Decreto del Papa sulle virtù eroiche di Nennolina?


R. - Margherita è una persona molto riservata ma ha gioito molto in cuor suo, io penso, per questa notizia. E per noi, è stato molto importante perché ha risvegliato molto di più l’attenzione alla fede, alla verità, anche all’importanza della stessa Basilica, che custodisce le spoglie di Antonietta.


D. - Che cosa succederà, ora?


R. - L’iter che seguiremo sarà certamente quello di verificare ciò che viene chiamato miracolo - se sia vero o meno - e poi certamente cercheremo di andare avanti mantenendo viva la devozione e l’amore e la passione per Antonietta Meo.

www.radiovaticana.org
+PetaloNero+
Thursday, December 20, 2007 2:47 PM
RINUNCE E NOMINE


NOMINA DEL VESCOVO DI ABOMEY (BENIN)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Abomey (Benin) il Rev.do Eugène Cyrille Houndékon, del clero di Cotonou, Segretario Generale della Conferenza Episcopale del Benin.

Rev.do Eugène Cyrille Houndékon

Il Rev.do Eugène Cyrille Houndékon è nato il 28 gennaio 1960 a Cotonou. Ha compiuto gli studi primari e secondari a Cotonou. Ha frequentato il Seminario Minore di Ouidah e di Parakou, per entrare successivamente nel Seminario Maggiore Interdiocesano di Ouidah. È stato ordinato sacerdote il 5 luglio 1986, per l’Arcidiocesi di Cotonou.
Dopo l’ordinazione ha svolto le seguenti mansioni: 1986-1988: Vicario parrocchiale di Sainte Anne d’Arc d’Allada; 1988-1994: Studi a Roma con laurea in Utroque Iure alla Pontificia Università Lateranense; dal 1995: Professore di Diritto Canonico al Seminario Maggiore di Ouidah; 1996-1999: Segretario Aggiunto della Conferenza Episcopale del Benin.
Dal 1999 è Segretario Generale della Conferenza Episcopale del Benin.



NOMINA DI MEMBRO DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Il Papa ha nominato Membro della Congregazione per la Dottrina della Fede l’Ecc.mo Mons. Gerhard Ludwig Müller, Vescovo di Regensburg (Germania).



NOMINA DI CONSULTORE DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

Il Santo Padre ha nominato Consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede il Rev.do Sacerdote Aimable Musoni, S.D.B., Docente presso la Pontificia Università Salesiana in Roma.




+PetaloNero+
Friday, December 21, 2007 2:43 PM
UDIENZA DEL SANTO PADRE ALLA CURIA ROMANA IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI


Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Cardinali con i membri della Curia Romana e del Governatorato per la presentazione degli auguri natalizi.

Nel corso dell’incontro, dopo l’indirizzo di omaggio al Santo Padre del Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio, il Papa rivolge ai presenti il discorso che riportiamo di seguito:



DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!

Già respiriamo, in questo incontro, la gioia del Natale ormai vicino. Vi sono profondamente grato per la vostra partecipazione a questo tradizionale appuntamento, il cui particolare clima spirituale ha bene evocato il Cardinale Decano Angelo Sodano, ricordando il tema centrale della recente Lettera enciclica sulla speranza cristiana. Lo ringrazio di cuore per le calde espressioni con cui s’è fatto interprete dei sentimenti augurali del Collegio cardinalizio, dei Membri della Curia Romana e del Governatorato, come anche dei Rappresentanti Pontifici sparsi nel mondo. È veramente, la nostra – come Ella ha sottolineato, Signor Cardinale - una "comunità di lavoro" tenuta insieme da vincoli di amore fraterno, che le festività natalizie vengono a rinsaldare. In questo spirito, opportunamente Ella non ha mancato di ricordare quanti, già appartenenti alla nostra famiglia curiale, negli scorsi mesi hanno varcato le soglie del tempo e sono entrati nella pace di Dio: in una circostanza come questa fa bene al cuore sentire vicini coloro che hanno condiviso con noi il servizio alla Chiesa ed ora, presso il trono di Dio, intercedono per noi. Grazie dunque, Signor Cardinale Decano, per le Sue parole e grazie a tutti i presenti per il contributo che ciascuno reca all’adempimento del ministero che il Signore mi ha affidato.

Un altro anno sta per finire. Come primo evento saliente di questo periodo, trascorso tanto velocemente, vorrei menzionare il viaggio in Brasile. Il suo scopo era l’incontro con la V Conferenza generale dell’Episcopato dell’America Latina e dei Caraibi e conseguentemente, più in generale, un incontro con la Chiesa nel vasto Continente latino-americano. Prima di soffermarmi sulla Conferenza di Aparecida, vorrei parlare di alcuni momenti culminanti di quel viaggio. Innanzitutto mi rimane nella memoria la solenne serata con i giovani nello stadio di São Paolo: in essa, nonostante le temperature rigide, ci trovammo tutti uniti da una grande gioia interiore, da un’esperienza viva di comunione e dalla chiara volontà di essere, nello Spirito di Gesù Cristo, servi della riconciliazione, amici dei poveri e dei sofferenti e messaggeri di quel bene il cui splendore abbiamo incontrato nel Vangelo. Esistono manifestazioni di massa che hanno solo l’effetto di un’autoaffermazione; in esse ci si lascia travolgere dall’ebbrezza del ritmo e dei suoni, finendo per trarre gioia soltanto da se stessi. Lì invece ci si aprì proprio l’animo; la profonda comunione che in quella sera si instaurò spontaneamente tra di noi, nell’essere gli uni con gli altri, portò con sé un essere gli uni per gli altri. Non fu una fuga davanti alla vita quotidiana, ma si trasformò nella forza di accettare la vita in modo nuovo. Vorrei, quindi, ringraziare di cuore i giovani che hanno animato quella serata per il loro essere-con, per il loro cantare, parlare, pregare, che ci ha interiormente purificati, migliorati – migliorati anche per gli altri.

Rimane indimenticabile anche il giorno in cui, insieme ad un gran numero di Vescovi, sacerdoti, religiose, religiosi e fedeli laici ho potuto canonizzare Frei Galvão, un figlio del Brasile, proclamandolo santo per la Chiesa universale. Dappertutto ci salutavano le sue immagini, dalle quali si sprigionava il fulgore della bontà di cuore che egli aveva trovato nell’incontro con Cristo e nel rapporto con la sua comunità religiosa. Circa il ritorno definitivo di Cristo, nella parusía, ci è stato detto che Egli non verrà da solo, ma insieme con tutti i suoi santi. Così, ogni santo che entra nella storia costituisce già una piccola porzione del ritorno di Cristo, un suo nuovo ingresso nel tempo, che ce ne mostra l’immagine in modo nuovo e ci rende sicuri della sua presenza. Gesù Cristo non appartiene al passato e non è confinato in un futuro lontano, il cui avvento non abbiamo neppure il coraggio di chiedere. Egli arriva con una grande processione di santi. Insieme ai suoi santi è già sempre in cammino verso di noi, verso il nostro oggi.

Con particolare vivacità ricordo il giorno nella Fazenda da Esperança, in cui persone, cadute nella schiavitù della droga, ritrovano libertà e speranza. Arrivando lì, come prima cosa, ho percepito in modo nuovo la forza risanatrice della creazione di Dio. Montagne verdi circondano l’ampia vallata; indirizzano lo sguardo verso l’alto e, allo stesso tempo, danno un senso di protezione. Dal tabernacolo della chiesetta delle Carmelitane scaturisce una sorgente di acqua limpida che richiama la profezia di Ezechiele circa l’acqua che, scaturendo dal Tempio, disintossica la terra salata e fa crescere alberi che procurano la vita. Dobbiamo difendere la creazione non soltanto in vista delle nostre utilità, ma per se stessa – come messaggio del Creatore, come dono di bellezza, che è promessa e speranza. Sì, l’uomo ha bisogno della trascendenza. Solo Dio basta, ha detto Teresa d’Avila. Se Lui viene a mancare, allora l’uomo deve cercare di superare da sé i confini del mondo, di aprire davanti a sé lo spazio sconfinato per il quale è stato creato. Allora, la droga diventa per lui quasi una necessità. Ma ben presto scopre che questa è una sconfinatezza illusoria – una beffa, si potrebbe dire, che il diavolo fa all’uomo. Lì, nella Fazenda da Esperança, i confini del mondo vengono veramente superati, si apre lo sguardo verso Dio, verso l’ampiezza della nostra vita, e così avviene un risanamento. A tutti coloro che lì operano rivolgo il mio sincero ringraziamento, e a tutti coloro che lì cercano la guarigione, il mio cordiale auspicio di benedizione.

Poi vorrei ricordare l’incontro con i Vescovi brasiliani nella cattedrale di São Paulo. La musica solenne che ci accompagnò rimane indimenticabile. A renderla particolarmente bella fu il fatto che venne eseguita da un coro e un’orchestra formati da giovani poveri di quella città. Quelle persone ci hanno così offerto l’esperienza della bellezza che fa parte di quei doni per mezzo dei quali vengono superati i limiti della quotidianità del mondo e noi possiamo percepire realtà più grandi che ci rendono sicuri della bellezza di Dio. L’esperienza, poi, della "collegialità effettiva ed affettiva", della comunione fraterna nel comune ministero ci ha fatto provare la gioia della cattolicità: oltre tutti i confini geografici e culturali noi siamo fratelli, insieme col Cristo risorto che ci ha chiamati al suo servizio.

E alla fine Aparecida. In modo del tutto particolare mi ha toccato la piccola statuina della Madonna. Alcuni poveri pescatori che ripetutamente avevano gettato le reti invano, trassero fuori la statuina dalle acque del fiume, e dopo ciò finalmente si avverò una pesca abbondante. È la Madonna dei poveri, diventata essa stessa povera e piccola. Così, proprio mediante la fede e l’amore dei poveri, si è formato intorno a questa figura il grande Santuario che, rimandando tuttavia sempre alla povertà di Dio, all’umiltà della Madre, costituisce giorno per giorno una casa e un rifugio per le persone che pregano e sperano. Era cosa buona che lì ci riunissimo e lì elaborassimo il documento sul tema "Discipulos e misioneros de Jesucristo, para que en Él tengan la vida". Certamente, qualcuno potrebbe subito fare la domanda: Ma era questo il tema giusto in quest’ora della storia che noi stiamo vivendo? Non era forse una svolta eccessiva verso l’interiorità, in un momento in cui le grandi sfide della storia, le questioni urgenti circa la giustizia, la pace e la libertà richiedono il pieno impegno di tutti gli uomini di buona volontà, e in modo particolare della cristianità e della Chiesa? Non si sarebbero dovuti affrontare piuttosto questi problemi, invece di ritrarsi nel mondo interiore della fede?

Rimandiamo, per il momento, a dopo questa obiezione. Prima di rispondere ad essa, infatti, è necessario comprendere bene il tema stesso nel suo vero significato; una volta fatto questo, la risposta all’obiezione si delinea da sé. La parola-chiave del tema è: trovare la vita – la vita vera. Con ciò il tema suppone che questo obiettivo, su cui forse tutti sono d’accordo, viene raggiunto nel discepolato di Gesù Cristo come anche nell’impegno per la sua parola e la sua presenza. I cristiani in America Latina, e con loro quelli di tutto il mondo, vengono quindi innanzitutto invitati a ridiventare maggiormente "discepoli di Gesù Cristo" – cosa che, in fondo, già siamo in virtù del Battesimo, senza che ciò tolga che dobbiamo diventarlo sempre nuovamente nella viva appropriazione del dono di quel Sacramento. Essere discepoli di Cristo – che cosa significa? Ebbene, significa in primo luogo: arrivare a conoscerlo. Come avviene questo? È un invito ad ascoltarlo così come Egli ci parla nel testo della Sacra Scrittura, come si rivolge a noi e ci viene incontro nella comune preghiera della Chiesa, nei Sacramenti e nella testimonianza dei santi. Non si può mai conoscere Cristo solo teoricamente. Con grande dottrina si può sapere tutto sulle Sacre Scritture, senza averLo incontrato mai. Fa parte integrante del conoscerLo il camminare insieme con Lui, l’entrare nei suoi sentimenti, come dice la Lettera ai Filippesi (2,5). Paolo descrive questi sentimenti brevemente così: avere lo stesso amore, formare insieme un’anima sola (sýmpsychoi), andare d’accordo, non fare niente per rivalità e vanagloria, non mirando ciascuno ai propri interessi soltanto, ma anche a quelli degli altri (2,2-4). La catechesi non può mai essere solo un insegnamento intellettuale, deve sempre diventare anche un impratichirsi della comunione di vita con Cristo, un esercitarsi nell’umiltà, nella giustizia e nell’amore. Solo così camminiamo con Gesù Cristo sulla sua via, solo così si apre l’occhio del nostro cuore; solo così impariamo a comprendere la Scrittura ed incontriamo Lui. L’incontro con Gesù Cristo richiede l’ascolto, richiede la risposta nella preghiera e nel praticare ciò che Egli ci dice. Venendo a conoscere Cristo veniamo a conoscere Dio, e solo a partire da Dio comprendiamo l’uomo e il mondo, un mondo che altrimenti rimane una domanda senza senso.

Diventare discepoli di Cristo è dunque un cammino di educazione verso il nostro vero essere, verso il giusto essere uomini. Nell’Antico Testamento, l’atteggiamento di fondo dell’uomo che vive la parola di Dio veniva riassunto nel termine zadic – il giusto: chi vive secondo la parola di Dio diventa un giusto; egli pratica e vive la giustizia. Nel cristianesimo, l’atteggiamento dei discepoli di Gesù Cristo veniva poi espresso con un’altra parola: il fedele. La fede comprende tutto; questa parola ora indica insieme l’essere con Cristo e l’essere con la sua giustizia. Riceviamo nella fede la giustizia di Cristo, la viviamo in prima persona e la trasmettiamo. Il documento di Aparecida concretizza tutto ciò parlando della buona notizia sulla dignità dell’uomo, sulla vita, sulla famiglia, sulla scienza e la tecnologia, sul lavoro umano, sulla destinazione universale dei beni della terra e sull’ecologia: dimensioni nelle quali si articola la nostra giustizia, viene vissuta la fede e vengono date risposte alle sfide del tempo.

Il discepolo di Gesù Cristo deve essere anche "missionario", messaggero del Vangelo, ci dice quel documento. Anche qui si leva un’obiezione: è lecito ancora oggi "evangelizzare"? Non dovrebbero piuttosto tutte le religioni e concezioni del mondo convivere pacificamente e cercare di fare insieme il meglio per l’umanità, ciascuna nel proprio modo? Ebbene, è indiscutibile che dobbiamo tutti convivere e cooperare nella tolleranza e nel rispetto reciproci. La Chiesa cattolica si impegna per questo con grande energia e, con i due incontri di Assisi, ha lasciato anche indicazioni evidenti in questo senso, indicazioni che, nell’incontro a Napoli di quest’anno, abbiamo ripreso nuovamente. Al riguardo mi piace qui ricordare la lettera gentilmente inviatami il 13 ottobre scorso da 138 leader religiosi musulmani per testimoniare il loro comune impegno nella promozione della pace nel mondo. Con gioia ho risposto esprimendo la mia convinta adesione a tali nobili intendimenti e sottolineando al tempo stesso l’urgenza di un concorde impegno per la tutela dei valori del rispetto reciproco, del dialogo e della collaborazione. Il riconoscimento condiviso dell’esistenza di un unico Dio, provvido Creatore e Giudice universale del comportamento di ciascuno, costituisce la premessa di un’azione comune in difesa dell’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana per l’edificazione di una società più giusta e solidale.

Ma questa volontà di dialogo e di collaborazione significa forse allo stesso tempo che non possiamo più trasmettere il messaggio di Gesù Cristo, non più proporre agli uomini e al mondo questa chiamata e la speranza che ne deriva? Chi ha riconosciuto una grande verità, chi ha trovato una grande gioia, deve trasmetterla, non può affatto tenerla per sé. Doni così grandi non sono mai destinati ad una persona sola. In Gesù Cristo è sorta per noi una grande luce, la grande Luce: non possiamo metterla sotto il moggio, ma dobbiamo elevarla sul lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa (cfr Mt 5,15). San Paolo è stato instancabilmente in cammino recando con sé il Vangelo. Si sentiva addirittura sotto una sorta di "costrizione" ad annunciare il Vangelo (cfr 1 Cor 9, 16) – non tanto a motivo di una preoccupazione per la salvezza del singolo non-battezzato, non ancora raggiunto dal Vangelo, ma perché era consapevole che la storia nel suo insieme non poteva arrivare al suo compimento finché la totalità (pléroma) dei popoli non fosse stata raggiunta dal Vangelo (cfr Rm 11,25). Per giungere al suo compimento, la storia ha bisogno dell’annuncio della Buona Novella a tutti i popoli, a tutti gli uomini (cfr Mc 13,10). E di fatto: quanto è importante che confluiscano nell’umanità forze di riconciliazione, forze di pace, forze di amore e di giustizia – quanto è importante che nel "bilancio" dell’umanità, di fronte ai sentimenti ed alle realtà della violenza e dell’ingiustizia che la minacciano, vengano suscitate e rinvigorite forze antagoniste! È proprio ciò che avviene nella missione cristiana. Mediante l’incontro con Gesù Cristo e i suoi santi, mediante l’incontro con Dio, il bilancio dell’umanità viene rifornito di quelle forze del bene, senza le quali tutti i nostri programmi di ordine sociale non diventano realtà, ma – di fronte alla pressione strapotente di altri interessi contrari alla pace ed alla giustizia – rimangono solo teorie astratte.

Così siamo tornati alle domande poste all’inizio: Ha fatto bene Aparecida, nella ricerca di vita per il mondo a dare la priorità al discepolato di Gesù Cristo e all’evangelizzazione? Era forse un ripiegamento sbagliato nell’interiorità? No! Aparecida ha deciso giustamente, perché proprio mediante il nuovo incontro con Gesù Cristo e il suo Vangelo – e solo così – vengono suscitate le forze che ci rendono capaci di dare la giusta risposta alle sfide del tempo.

Alla fine del mese di giugno ho inviato una Lettera ai Vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese. Con questa Lettera ho voluto manifestare sia il mio profondo affetto spirituale per tutti i cattolici in Cina sia una cordiale stima per il Popolo cinese. In essa ho richiamato i perenni principi della tradizione cattolica e del Concilio Vaticano II in campo ecclesiologico. Alla luce del "disegno originario", che Cristo ha avuto della sua Chiesa, ho indicato alcuni orientamenti per affrontare e per risolvere, in spirito di comunione e di verità, le delicate e complesse problematiche della vita della Chiesa in Cina. Ho anche indicato la disponibilità della Santa Sede ad un sereno e costruttivo dialogo con le Autorità civili al fine di trovare una soluzione ai vari problemi, riguardanti la comunità cattolica. La Lettera è stata accolta con gioia e con gratitudine dai cattolici in Cina. Formulo l'auspicio che, con l'aiuto di Dio, essa possa produrre i frutti sperati.

Agli altri momenti salienti dell’anno posso, purtroppo, solo accennare brevemente. Erano in realtà eventi che avevano di mira gli stessi scopi, intendevano evidenziare gli stessi orientamenti. Così la meravigliosa visita in Austria. L’Osservatore Romano, con una bella espressione, ha caratterizzata la pioggia, che ci accompagnò, come "pioggia della fede": gli acquazzoni non solo non hanno diminuito la nostra gioia della fede in Cristo sperimentata guardando verso sua Madre, ma anzi l’hanno rafforzata. Questa gioia ha penetrato la cortina delle nuvole che incombevano su di noi. Guardando con Maria verso Cristo abbiamo trovato la Luce che in tutte le tenebre del mondo ci indica la via. Vorrei ringraziare di cuore i Vescovi austriaci, i sacerdoti, le religiose, i religiosi e i tanti fedeli, che in quei giorni si sono posti insieme con me in cammino verso Cristo, per questo incoraggiante segno di fede che ci hanno donato.

Anche l’incontro con la gioventù nell’agorà di Loreto è stato un grande segno di gioia e di speranza: se tanti giovani vogliono incontrare Maria e con Maria Cristo e si lasciano contagiare dalla gioia della fede, allora possiamo tranquillamente andare incontro al futuro. In questo senso mi sono rivolto in varie occasioni ai giovani: nella visita all’Istituto per minori di Casal del Marmo, come nei discorsi pronunciati in occasione delle Udienze o degli Angelus domenicali. Ho preso atto delle loro attese e dei loro generosi propositi, rilanciando la questione educativa e sollecitando l’impegno delle Chiese locali nella pastorale vocazionale. Non ho mancato ovviamente di denunciare le manipolazioni a cui i giovani sono oggi esposti e i pericoli che ne derivano per la società del futuro.

Molto brevemente ho già accennato all’incontro di Napoli. Anche lì ci siamo ritrovati – fatto del tutto insolito per la città del sole e della luce – circondati dalla pioggia, ma pure lì la calorosa umanità e la fede viva hanno penetrato le nuvole, facendoci sperimentare la gioia che viene dal Vangelo.

Certo, non bisogna illudersi: i problemi che pone il secolarismo del nostro tempo e la pressione delle presunzioni ideologiche alle quali tende la coscienza secolaristica con la sua pretesa esclusiva alla razionalità definitiva, non sono piccoli. Noi lo sappiamo, e conosciamo la fatica della lotta che in questo tempo ci è imposta. Ma sappiamo anche che il Signore mantiene la sua promessa: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). In questa lieta certezza, accogliendo la spinta delle riflessioni di Aparecida a rinnovare anche noi il nostro essere con Cristo, andiamo fiduciosamente incontro al nuovo anno. Andiamo sotto lo sguardo materno dell’Aparecida, di Colei che si è qualificata come "la serva del Signore". La sua protezione ci rende sicuri e pieni di speranza. Con questi sentimenti imparto di cuore a voi qui presenti e a quanti fanno parte della grande famiglia della Curia Romana la Benedizione Apostolica.




INDIRIZZO DI OMAGGIO DEL DECANO DEL COLLEGIO CARDINALIZIO

Beatissimo Padre,

Il Santo Natale si avvicina ed il mistero cristiano ci avvolge più che mai. In questo clima di fede, ognuno di noi sente di far propria quell'espressione di Sant'Ambrogio, che recentemente Vostra Santità ci ha ricordato: "Cristo è tutto per noi, Omnia nobis est Christus (Catechesi del mercoledì 24 ottobre 2007).

Sorretti da tale certezza, noi ci prepariamo a celebrare con Lei, Padre Santo, la grande festa del Natale del Signore, facendo nostro il canto che gli Angeli fecero risuonare sulla grotta di Betlemme: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà"!

Inoltre, in questi giorni di gaudio spirituale, noi pregheremo insieme a Vostra Santità, chiedendo al Signore di confermarci tutti nella speranza in Cristo nostro Salvatore. Nella Sua recente Enciclica "Spe salvi, Ella, infatti, ci ha ricordato che la preghiera è la prima scuola di speranza, che ci rende poi capaci di essere ministri di tale virtù per il mondo intero.

In questi giorni santi, sarà pure nostro impegno quello di rinsaldare i vincoli d'amore fraterno, che caratterizzano la nostra comunità di lavoro, al servizio del Successore di Pietro.

Ci sentiremo così più uniti fra noi, amandoci con affetto fraterno (cfr Rom 12,10) e pronti a lavorare insieme per la diffusione del Regno di Dio nel mondo d'oggi.

In questo momento di comunione, noi sentiamo pure che ci sono vicini i cari Confratelli di Curia che ci hanno lasciato nel corso del presente anno, dai compianti Cardinali Antonio Maria Javierre Ortas, Angelo Felici, Edouard Gagnon, Rosalio José Castillo Lara, Stephen Fumio Hamao ed Alfons Maria Stickler, ai Nunzi Apostolici Antonio Magnoni, Piero Biggio e Luigi Dossena, senza dimenticare il Vescovo Pierre Duprey, che fu per lunghi anni Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.

Con tali sentimenti di profonda unità ecclesiale, veniamo oggi innanzi a Lei, Santità, e Le porgiamo i voti più fervidi di ogni bene.

In primo luogo, sono gli auguri del Collegio Cardinalizio, impegnato in modo particolare ad essere partecipe della sollecitudine pastorale del Papa per tutta la Chiesa. Sono poi gli auguri dei membri della Curia Romana e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. A tali voti, vorrei anche unire quelli dei Rappresentanti Pontifici sparsi per il mondo, che, impegnati come sono in una delicata missione, oggi sentiamo particolarmente vicini.

Con questi auguri natalizi, voglia gradire, Santo Padre, il nostro più vivo ringraziamento per continuare a ricordarci il primato di Cristo nella nostra vita e nel nostro lavoro, il primato di Cristo "dal Quale allontanarsi è cadere - come ci diceva Sant'Agostino -, al Quale rivolgersi è risorgere, al Quale rimanere uniti è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere" (Solil. 1,1-3).

Santità,

Con questi sentimenti di profondo gaudio spirituale, ci stringiamo oggi intorno a Lei e Le auguriamo liete e sante feste natalizie, insieme con le più elette benedizioni del Signore sul nuovo anno di grazia 2008.

Beatissime Pater, ad multos felicissimos annos!





Benedetto XVI ricorda con la Curia Romana gli avvenimenti ecclesiali del 2007: l'annuncio del Vangelo guarisce l'umanità dalle ferite della secolarizzazione


Uno sguardo della memoria e del cuore agli avvenimenti che, nei dodici mesi del 2007, hanno costruito un nuovo anno di storia per la Chiesa e per la sua missione nel mondo contro la “pressione” delle ideologie e della secolarizzazione. E’ questa la sostanza dell’ampio discorso che questa mattina Benedetto XVI ha rivolto alla Curia Romana, nella tradizionale udienza per lo scambio degli auguri natalizi. La sintesi dell’intervento del Pontefice nel servizio di Alessandro De Carolis:


C’è una parte dell’umanità che ha dimenticato la promessa di Cristo: “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. L’ha relegata lontano dalla propria coscienza, lasciandosi sedurre da forze secolarizzate e da “presunzioni ideologiche” interessate a sostituire la presenza di Dio nell’uomo e nel mondo con la sola “razionalità”. Contro queste derive è la “fatica” della Chiesa di ogni giorno e di ogni anno, del suo essere messaggera del Vangelo, forte di un messaggio di pace portato duemila anni fa da un Dio Bambino. Di questa fatica aspotolica, e della gioia che l’accompagna, si è fatto interprete Benedetto XVI, passando in rassegna i fatti e le esperienze del 2007: dal viaggio in Brasile a quello in Austria, dalla lettera alla Chiesa cinese a quella in risposta ai leader musulmani. Fatti accompagnati da domande e dalle risposte suggerite da ciò che la fede produce quando l’uomo riesce a incontrare Dio nella sua anima. Esperienze concrete, dove è l’agire umano a illuminare una verità più profonda. Il primo esempio, la serata trascorsa dal Papa con i giovani brasiliani allo Stadio San Paolo, durante la visita apostolica in Brasile. Ecco la lettura che il Pontefice ha dato di quelle ore:


“Esistono manifestazioni di massa che hanno solo l’effetto di un’autoaffermazione; in esse ci si lascia travolgere dall’ebbrezza del ritmo e dei suoni, finendo per trarre gioia soltanto da se stessi. Lì invece ci si aprì proprio l’animo; la profonda comunione che in quella sera si instaurò spontaneamente tra di noi, nell’essere gli uni con gli altri, portò con sé un essere gli uni per gli altri. Non fu una fuga davanti alla vita quotidiana, ma si trasformò nella forza di accettare la vita in modo nuovo”.


E’ questa la “diversità” cristiana. Una folla attraversata dall’entusiamo che diventa, ha detto il Papa, “un’esperienza viva di comunione”. Ma il viaggio in Brasile ha offerto alla sensibilità spirituale di Benedetto XVI molti spunti di riflessione. Così, la canonizzazione di Frei Galvão diventa il segno della santità che entra nella storia, per cui è come se ogni Santo - ha intuito il Pontefice - anticipasse nello scorrere dei nostri giorni “una piccola porzione del ritorno di Cristo” alla fine dei tempi. O la visita alla “Fazenda da Esperança”, dove il sorriso tornato sul viso di ex schiavi della droga, che hanno ritrovato la dignità, è il riflesso della bellezza divina che splende nella natura circostante:


“Dobbiamo difendere la creazione non soltanto in vista delle nostre utilità, ma per se stessa – come messaggio del Creatore, come dono di bellezza, che è promessa e speranza. Sì, l’uomo ha bisogno della trascendenza. Solo Dio basta, ha detto Teresa d’Avila. Se Lui viene a mancare, allora l’uomo deve cercare di superare da sé i confini del mondo, di aprire davanti a sé lo spazio sconfinato per il quale è stato creato. Allora, la droga diventa per lui quasi una necessità. Ma ben presto scopre che questa è una sconfinatezza illusoria – una beffa, si potrebbe dire, che il diavolo fa all’uomo”.

E ancora, l’incontro con i vescovi del Brasile nella cattedrale di San Paolo o l’apertura della Conferenza di Aparecida - qui sottolineata dalla piccola statua della Madonna, là dalla musica e dai cori soilenni - entrambi rimasti nei ricordi del Pontefice insieme con una domanda valida per la Chiesa latinoamericana come per quella universale: ma “è giusto” che la Chiesa pensi alle questioni interiori mentre la storia bussa chiedendo pace e giustizia? In altre parole, “è ancora lecito evangelizzare”? E qui, Benedetto XVI ha ribadito ancora una volta i principi-cardine del suo magistero: il mondo ha bisogno di verità e carità, ma non come enunciazioni astratte, bensì come frutto di un’incontro, vivo e vitale, con Cristo:


“Non si può mai conoscere Cristo solo teoricamente. Con grande dottrina si può sapere tutto sulle Sacre Scritture, senza averLo incontrato mai (…) La catechesi non può mai essere solo un insegnamento intellettuale, deve sempre diventare anche un impratichirsi della comunione di vita con Cristo, un esercitarsi nell’umiltà, nella giustizia e nell’amore”.


Per un cristiano, dunque, le cose si giocano su questo piano: se la parola-chiave è la “vita” - cioè, l’incontro con Gesù che trasforma l’esistenza e apre alla verità, alla carità e alla “chiamata di speranza che ne deriva” - questa vita non può essere mantenuta per sé ma va annunciata. E a ciò, ha confermato il Papa, la Chiesa si dedica “con grande energia”, perché - come San Paolo - avverte un’insopprimibile “costrizione” a proclamare il Vangelo:


“E di fatto: quanto è importante che confluiscano nell’umanità forze di riconciliazione, forze di pace, forze di amore e di giustizia – quanto è importante che nel “bilancio” dell’umanità, di fronte ai sentimenti ed alle realtà della violenza e dell’ingiustizia che la minacciano, vengano suscitate e rinvigorite forze antagoniste! È proprio ciò che avviene nella missione cristiana. Mediante l’incontro con Gesù Cristo e i suoi santi, mediante l’incontro con Dio, il bilancio dell’umanità viene rifornito di quelle forze del bene, senza le quali tutti i nostri programmi di ordine sociale non diventano realtà, ma – di fronte alla pressione strapotente di altri interessi contrari alla pace ed alla giustizia – rimangono solo teorie astratte”.


Inoltre, ha osservato Benedetto XVI, la Chiesa crede anche nella cooperazione con tutte le religioni che hanno a cuore la “promozione della pace nel mondo”. Una dimostrazione di questo impegno è contenuta nella risposta inviata dal Pontefice ai 138 leader musulmani:


“Con gioia ho risposto esprimendo la mia convinta adesione a tali nobili intendimenti e sottolineando al tempo stesso l’urgenza di un concorde impegno per la tutela dei valori del rispetto reciproco, del dialogo e della collaborazione. Il riconoscimento condiviso dell’esistenza di un unico Dio, provvido Creatore e Giudice universale del comportamento di ciascuno, costituisce la premessa di un’azione comune in difesa dell’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana per l’edificazione di una società più giusta e solidale”.


Un dialogo che, su un altro versante, ha visto l’anno che va a chiudersi scrivere una pagina storica attraverso le pagine della Lettera inviata dal Papa ai cattolici della Cina:


“Ho indicato alcuni orientamenti per affrontare e per risolvere, in spirito di comunione e di verità, le delicate e complesse problematiche della vita della Chiesa in Cina. Ho anche indicato la disponibilità della Santa Sede ad un sereno e costruttivo dialogo con le Autorità civili al fine di trovare una soluzione ai vari problemi, riguardanti la comunità cattolica. La Lettera è stata accolta con gioia e con gratitudine dai cattolici in Cina. Formulo l'auspicio che, con l'aiuto di Dio, essa possa produrre i frutti sperati”.

La “meravigliosa” visita in Austria, segnata da un maltempo divenuto - secondo un felice titolo dell’Osservatore Romano - “pioggia della fede e l’Agorà dei giovani di Loreto sono stati per Benedetto XVI altri segni della gioia e della speranza cristiana nel 2007, insieme con la visita a Napoli, città di “calorosa umanità”. Con questi pensieri e con il cuore aperto al messaggio del Natale, il Papa ha concluso il discorso alla Curia Romana, definita sua “comunità di lavoro”, con un’ultima considerazione, intrisa di realismo per il mondo d’oggi e di grande fede per come possa essere in futuro:


“Certo, non bisogna illudersi: i problemi che pone il secolarismo del nostro tempo e la pressione delle presunzioni ideologiche alle quali tende la coscienza secolaristica con la sua pretesa esclusiva alla razionalità definitiva, non sono piccoli. Noi lo sappiamo, e conosciamo la fatica della lotta che in questo tempo ci è imposta. Ma sappiamo anche che il Signore mantiene la sua promessa: ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’”.


www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000149.flv&vai=ctv_frame00149.jpg&var1=21/12/2007&var2=Vatican%20City&var3=Papa%20alla%20Curia:%20l%20uomo%20ha%20bisogno%20della%20tras...


+PetaloNero+
Friday, December 21, 2007 2:45 PM
PREDICA DI AVVENTO

Alle ore 9.00 di oggi, nella Cappella "Redemptoris Mater", alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI, il Predicatore della Casa Pontificia, Rev.do P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la terza ed ultima Predica di Avvento sul tema: "Ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Ebrei 1, 2).





L'Italia ha bisogno di un sussulto di speranza per fermare il suo declino: così padre Cantalamessa nella terza predica d'Avvento, alla presenza del Papa


Stamani, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, ha dedicato alla speranza la terza ed ultima predica dell’Avvento alla presenza del Santo Padre e della Famiglia Pontificia, nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Ecco il testo integrale della predica.



1. Gesú, il Figlio


“Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo” (Eb 1, 1-2). Questo testo richiama da vicino la parabola dei vignaioli infedeli. Anche lì, Dio dapprima invia dei servi, poi “da ultimo” manda il Figlio, dicendo: “Avranno rispetto per mio Figlio” (Mt 21, 33-41).


In questa terza ed ultima meditazione, lasciando ormai da parte i profeti e Giovanni Battista, ci concentriamo esclusivamente sul punto di arrivo di tutto: il “Figlio”. In un capitolo del libro su Gesú di Nazaret, il papa illustra la fondamentale differenza tra il titolo “Figlio di Dio” e quello di “Figlio”, senza altre aggiunte. Il semplice titolo di “Figlio”, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è molto più pregnante che non “Figlio di Dio”. Quest’ultimo arriva a Gesú dopo una lunga trafila di attribuzioni: così era stato definito il popolo d’Israele e, singolarmente, il suo re; così si facevano chiamare i faraoni e i sovrani orientali e così si proclamerà l’imperatore romano. Da solo, esso non sarebbe stato sufficiente perciò a distinguere la persona di Cristo da ogni altro “figlio di Dio”.
Diverso è il caso del titolo di “Figlio”, senza altre aggiunte. Questo appare nei vangeli come esclusivo di Cristo ed è con esso che Gesú esprimerà la sua identità profonda. Dopo i vangeli è proprio la Lettera agli Ebrei a testimoniare con più forza questo uso assoluto del titolo “il Figlio”; esso vi ricorre per ben cinque volte.


Il testo più significativo in cui Gesú si definisce lui stesso “il Figlio” è Matteo 11, 27: “ Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”. Il detto, spiegano gli esegeti, ha una chiara origine aramaica e dimostra che gli sviluppi posteriori che si leggono, a questo proposito, nel vangelo di Giovanni hanno la loro remota origine nella coscienza stessa di Cristo.
Una comunione di conoscenza così totale e assoluta tra Padre e Figlio, nota il papa nel suo libro, non si spiega senza una comunione ontologica, o dell’essere. Le formulazioni posteriori, culminanti nella definizione di Nicea, del Figlio come “generato, non fatto, della stessa sostanza del Padre”, sono dunque sviluppi arditi, ma coerenti con il dato evangelico.
La prova più forte della coscienza che Gesú aveva della sua identità di Figlio è la sua preghiera. In essa la figliolanza non è solo dichiarata, ma vissuta. Per il modo e la frequenza con cui ricorre nella preghiera di Cristo, l’esclamazione Abbà attesta una intimità e familiarità con Dio che non ha l’eguale nella tradizione d’Israele. Se l’espressione è stata conservata nella lingua originaria e diventa il marchio della preghiera cristiana (cf. Gal 4,6; Rom 8, 15) è proprio perché si era convinti che era stata la forma tipica della preghiera di Gesú.


2. Un Gesú degli atei?


Questo dato evangelico getta una luce singolare sul dibattito attuale intorno alla persona di Gesú. Nell’introduzione del suo libro, il papa cita l’affermazione di R. Schnackenburg secondo cui “senza il radicamento in Dio la persona di Gesú rimane fuggevole, irreale e inspiegabile”. “Questo, dichiara il papa, è anche il punto di appoggio su cui si basa questo mio libro: considera Gesú a partire dalla sua comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità” .
Ciò mette in luce, a mio parere, la problematicità di una ricerca storica su Gesú che non solo prescinda, ma escluda in partenza la fede; in altre parole, la plausibilità storica di quello che è stato definito a volte “il Gesú degli atei”. Non parlo, in questo momento, della fede in Cristo e nella sua divinità, ma di fede nell’accezione più comune del termine, di fede nell’esistenza di Dio.
Lungi da me l’idea che i non credenti non abbiano diritto di occuparsi di Gesú. Quello che vorrei mettere in evidenza, partendo dalle affermazioni citate del papa, sono le conseguenze che derivano da un tale punto di partenza, come cioè la “precomprensione” di chi non crede incida sulla ricerca storica enormemente di più di quella del credente. Il contrario di ciò che gli studiosi non credenti pensano.


Se si nega o si prescinde dalla fede in Dio, non si elimina solo la divinità, o il cosiddetto Cristo della fede, ma anche il Gesú storico tout court, non si salva neppure l’uomo Gesú. Nessuno può contestare storicamente che il Gesú dei vangeli vive e opera in continuo riferimento al Padre celeste, che prega e insegna a pregare, che fonda tutto sulla fede in Dio. Se si elimina questa dimensione dal Gesú dei vangeli non resta di lui assolutamente niente.

Se dunque si parte dal presupposto, tacito o dichiarato, che Dio non esiste, Gesú non è che uno dei tanti illusi che ha pregato, adorato, parlato con la propria ombra, o con la proiezione della propria essenza, per dirla con Feuerbach. Gesú sarebbe la vittima più illustre di quella che l’ateo militante Dawkins definisce “l’illusione di Dio” . Ma come si spiega allora che la vita di quest’uomo “ha cambiato il mondo” e, a distanza di duemila anni, continua a interpellare gli spiriti come nessun altro? Se l’illusione è capace di operare quello che ha operato Gesú nella storia, allora Dawkins e gli altri devono forse rivedere il loro concetto di illusione.


C’è una sola via d’uscita da questa difficoltà, quella che si è fatta strada nell’ambito del “Jesus Seminar” di Berkeley negli Stati Uniti. Gesú non era un credente ebreo; era nel fondo un filosofo itinerante, nello stile dei cinici; non ha predicato un regno di Dio, né una prossima fine del mondo; ha solo pronunciato massime sapienziali nello stile di un maestro Zen. Il suo scopo era di ridestare negli uomini la coscienza di sé, convincerli che non avevano bisogno né di lui né di altro dio, perché loro stessi portavano in sé una scintilla divina. Sono però – guarda caso - le cose che va predicando da decenni New Age! Un’ennesima immagine di Gesú, prodotto della moda del momento. È vero: senza il radicamento in Dio, la figura di Gesú rimane “fuggevole, irreale e inspiegabile”.


3. Preesistenza di Cristo e Trinità


Anche su questo punto, come sulla riduzione di Gesú a un profeta, il problema non si pone soltanto nella discussione con la critica non credente; si pone, in maniera e con spirito diversi, anche nella discussione teologica all’interno della Chiesa. Cerco di spiegare in che senso.
Circa il titolo di Figlio di Dio si assiste a una specie di risalita a monte nel Nuovo Testamento: All’inizio esso è messo in rapporto con la risurrezione di Cristo (Rom 1, 4; At ); Marco fa un passo indietro e lo pone in rapporto con il suo battesimo nel Giordano (Mc 1, 11); Matteo e Luca lo fanno risalire alla sua nascita da Maria (Lc 1, 35). La Lettera agli Ebrei opera il salto decisivo, affermando che il Figlio non ha cominciato ad esistere al momento della sua venuta tra noi, ma che esiste da sempre. “Per mezzo di lui, dice, [Dio] ha fatto il mondo”, egli è “l’irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”. Una trentina di anni più tardi, il vangelo di Giovanni consacrerà questa conquista iniziando il suo vangelo con le parole: “In principio era il Verbo…”
Ora, sulla preesistenza di Cristo come Figlio eterno del Padre sono state avanzate, nell’ambito di alcune delle cosiddette “nuove cristologie”, delle tesi assai problematiche. In esse si afferma che la preesistenza di Cristo come Figlio eterno del Padre è un concetto mitico derivato dall'ellenismo. In termini moderni, esso significherebbe semplicemente che “il rapporto fra Dio e Gesù non si è sviluppato solo in un secondo tempo e per così dire casualmente, ma esiste a priori ed è fondato in Dio stesso”.


In altre parole, Gesù preesisteva in senso intenzionale, non reale; nel senso, cioè, che il Padre, da sempre, aveva previsto, scelto e amato come figlio il Gesù che un giorno sarebbe nato da Maria. Preesisteva, dunque, non diversamente da ognuno di noi, dal momento che ogni uomo, dice la Scrittura, è stato “ prescelto e predestinato” da Dio come suo figlio, prima della creazione del mondo! (cfr. Ef 1,4).


Insieme con la preesistenza di Cristo, cade, in questa prospettiva, anche la fede nella Trinità. Questa è ridotta a qualcosa di eterogeneo (una persona eterna, il Padre, più una persona storica, Gesú, più una energia divina, lo Spirito Santo); qualcosa, inoltre, che non esiste ab aeterno ma diviene nel tempo.


Mi limito a far notare come anche questa tesi non è nuova. L’idea di una preesistenza solo intenzionale e non reale del Figlio fu avanzata, discussa e rigettata dal pensiero cristiano antico. Non è vero, perciò, che essa è imposta dalle concezioni nuove, non più mitiche, che abbiamo di Dio, come non è vero che l’idea contraria, di una preesistenza eterna, era l’unica soluzione pensabile nel contesto culturale antico e che i Padri non avevano, dunque, possibilità di scelta.


Fotino, nel IV secolo, conosceva già l'idea di una preesistenza di Gesù “a modo di previsione” (kata pr^gnosin) o “a modo di anticipazione” (prochrestik^s). Contro di lui un sinodo decretò: “Se qualcuno dice che il Figlio, prima di Maria, esisteva solo secondo previsione e non che è generato dal Padre prima dei secoli per essere Dio e per mezzo suo far venire all'essere tutte le cose, sia anatema” . L’intenzione di questi teologi era lodevole: tradurre in un linguaggio comprensibile all’uomo d’oggi il dato antico. Purtroppo però, ancora una volta, quello che viene tradotto in linguaggio moderno non è il dato definito dai concili, ma quello condannato dai concili.


Già sant’Atanasio faceva notare che l’idea di una Trinità composta di realtà eterogenee compromette proprio quell’unità divina che con essa si vuole mettere al sicuro. Se poi si ammette che Dio “diviene” nel tempo, nessuno ci assicura che la sua crescita e il suo divenire siano finiti. Chi è divenuto diverrà ancora. Quanto tempo e fatica farebbe risparmiare a noi moderni una conoscenza meno superficiale del pensiero dei Padri!


Vorrei terminare questa parte dottrinale della nostra meditazione con una nota positiva, a mio parere di straordinaria importanza. Per quasi un secolo, da quando Wilhelm Bousset, nel 1913, scrisse il suo famoso libro sul Cristo Kyrios, nell’ambito degli studi critici ha dominato l’idea che l’origine del culto di Cristo come essere divino fosse da ricercare nel contesto ellenistico, quindi molto dopo la morte di Cristo.


Nell’ambito della cosiddetta “terza ricerca” sul Gesú storico, recentemente la questione è stata ripresa dalle fondamenta da Larry Hurtado, professore di lingua, letteratura e teologia del Nuovo Testamento a Edimburgo. Ecco la conclusione a cui egli giunge, al termine di una ricerca di oltre 700 pagine:


“La venerazione di Gesú come figura divina, esplose all’improvviso e presto, non poco alla volta e tardi, tra cerchie di seguaci del I secolo. Più in particolare, le origini stanno nelle cerchie cristiane giudaiche dei primissimi anni. Solo un modo di pensare idealistico continua ad attribuire la venerazione per Gesú come figura divina all’influenza decisiva della religione pagana e all’influsso dei convertiti gentili, presentandola come recente e graduale. La venerazione di Gesú come ‘Signore’, che trovava espressione adeguata nella venerazione cultuale e nell’obbedienza totale, era inoltre generale, non era confinata e attribuibile a cerchie particolari, ad esempio gli ‘ellenisti’ o i cristiani gentili di un ipotetico ‘culto di Cristo siriaco’. Con tutta la diversità del primo cristianesimo, la fede nella condizione divina di Gesú era incredibilmente comune”.
Questa rigorosa conclusione storica dovrebbe porre fine all’opinione, tuttora dominante in una certa divulgazione, secondo cui il culto divino di Cristo sarebbe un frutto posteriore della fede (imposto per legge da Costantino a Nicea nel 325, secondo Dan Brown, nel suo Codice da Vinci!).
4. La “bambina Speranza”


Oltre al libro su Gesú di Nazaret, il Santo Padre, nell’anno in corso, ci ha fatto dono anche dell’enciclica sulla speranza. L’utilità di un documento pontificio, oltre il suo contenuto altissimo, sta anche nel fatto che concentra su un punto l’attenzione di tutti i credenti, stimolando su di esso la riflessione. In questa linea, vorrei fare qui una piccola applicazione spirituale e pratica del contenuto teologico dell’enciclica, mostrando come il testo della Lettera agli Ebrei che abbiamo meditato può contribuire ad alimentare la nostra speranza.


Nella speranza - scrive l’autore della Lettera con una bellissima immagine destinata a divenire classica nell’iconografia cristiana - ”noi abbiamo come un'àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell'interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore” (Ebr 6, 17-20). Il fondamento di questa speranza è proprio il fatto che “negli ultimi tempi Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Se ci dato il Figlio, dice san Paolo, “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rom 8,32). Ecco perché “la speranza non delude” (Rom 5,5): il dono del Figlio è pegno e garanzia di tutto il resto e, in primo luogo, della vita eterna. Se il Figlio è “l’erede di tutto” (heredem universorum) ( Ebr 1,2), noi siamo i suoi “coeredi” (Rom 8, 17).


I vignaioli iniqui della parabola, vedendo arrivare il figlio, dicono tra sé: “Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità” (Mt 21, 38). Nella sua onnipotenza misericordiosa, Dio Padre ha volto in bene questo disegno criminoso. Gli uomini hanno ucciso il Figlio e hanno avuto davvero l’eredità! Grazie a quella morte, sono diventati “eredi di Dio e coeredi di Cristo”.


Noi creature umane abbiamo bisogno di speranza per vivere, come dell'ossigeno per respirare. Si dice che finché c'è vita c'è speranza; ma e vero anche il rovescio: che finché c'è speranza c'è vita. La speranza è stata per molto tempo, ed è tutt'ora, tra le virtù teologali, la sorella minore, la parente povera. Si parla spesso della fede, più spesso ancora della carità, ma assai poco della speranza.


Il poeta Charles Péguy ha ragione quando paragona le tre virtù teologali a tre sorelle: due adulte e una bambina piccina. Vanno per strada tenendosi per mano (le tre virtù teologali sono inseparabili tra di loro!), le due grandi ai lati, la bambina al centro. Tutti, vedendole, sono convinti che sono le due grandi –la fede e la carità – a trascinare la bambina speranza al centro. Si sbagliano: è la bambina speranza che trascina le altre due; se si ferma essa, si ferma tutto .


Lo vediamo anche sul piano umano e sociale. In Italia si è fermata la speranza e con essa la fiducia, lo slancio, la crescita, anche economica. Il “declino” di cui si parla nasce da qui. La paura del futuro ha preso il posto della speranza. La scarsità delle nascite ne è il rivelatore più chiaro. Nessun paese ha bisogno di meditare l’enciclica del papa quanto l’Italia.


La speranza teologale è il “filo dall’alto” che sostiene dal centro tutte le speranze umane. “Il filo dall’alto” è il titolo di una parabola dello scrittore danese Johannes Jrrgensen. Parla del ragno che si cala dal ramo di un albero lungo un filo che lui stesso produce. Posandosi sulla siepe, tesse la sua rete, capolavoro di simmetria e di funzionalità. Essa è tesa ai lati da altrettanti fili, ma tutto è retto al centro da quel filo da cui è sceso. Se si tronca uno dei fili laterali, il ragno interviene, lo ripara e tutto è a posto, ma se si tronca il filo dall’alto (io una volta ho voluto verificare e ho visto che è vero) tutto si affloscia e il ragno scompare, sapendo che non c’è più nulla da fare. È un’immagine di quello che avviene quando si tronca il filo dall’alto che è la speranza teologale. Solo essa può “ancorare” le speranze umane alla speranza “che non delude”.


Nella Bibbia assistiamo a dei veri e propri sussulti o soprassalti di speranza. Uno di essi si trova nella terza Lamentazione: “ Io - dice il profeta - sono la persona che ha provato la miseria e la pena… Ho detto: È sparita la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore”.


Ma ecco il sussulto di speranza che capovolge tutto. A un certo punto, l'orante dice a se stesso: “Ma le misericordie del Signore non sono finite; dunque in lui voglio sperare! Il Signore non rigetta mai, ma se affligge avrà anche pietà. Forse c'è ancora speranza “ (cf Lam 3, 1-29). Dall’istante che il profeta decide di tornare a sperare, il tono del discorso cambia completamente: la lamentazione si trasforma in supplica fiduciosa: “Il Signore non rigetta mai. Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia” (Lam 3, 32).


Noi abbiamo un motivo molto più forte per avere questo sussulto di speranza: Dio ci ha dato suo Figlio: come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? A volte giova gridare a se stessi: “Ma Dio c’è e tanto basta!”. Il servizio più prezioso che la Chiesa italiana può fare, in questo momento al paese, è quello di aiutarlo ad avere un sussulto di speranza. Contribuisce a questo scopo chi (come ha fatto Benigni nel suo recente spettacolo in Tv) non ha paura di contrastare il disfattismo, ricordando agli italiani i tanti e straordinari motivi, spirituali e culturali, che essi hanno di avere fiducia nelle proprie risorse.


La volta scorsa parlavo di una aromaterapia basata sul sull’olio di letizia che è lo Spirito Santo. Di questa terapia abbiamo bisogno per guarire dalla malattia più perniciosa di tutte: la disperazione, lo scoraggiamento, la perdita di fiducia in sé, nella vita e perfino nella Chiesa.” “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo” (Rom 15,13): così scriveva l’Apostolo ai Romani del suo tempo e ripete a quelli di oggi.


Non si abbonda nella speranza senza la virtù dello Spirito Santo. C'è un canto spiritual afro-americano, dove non si fa che ripetere continuamente queste poche parole: “C’è un balsamo in Gilead che guarisce le anime ferite” (There is a balm in Gilead / to make the wounded whole...). Gilead, o Galaad, è una località famosa nell’Antico Testamento per i suoi profumi e unguenti (cf Ger 8,22). Il canto prosegue dicendo: “A volte mi sento scoraggiato e penso che tutto sia inutile, ma viene lo Spirito Santo e ridà vita alla mia anima”. Gilead è per noi la Chiesa e il balsamo che guarisce è lo Spirito Santo. Egli è la scia di profumo che Gesú si è lasciato dietro, passando su questa terra.


La speranza è miracolosa: quando rinasce in un cuore, tutto è diverso anche se nulla è cambiato. “Anche i giovani faticano e si stancano, si legge in Isaia, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 30-31).


Dove rinasce la speranza rinasce anzitutto la gioia. L’Apostolo dice che i credenti sono spe salvi, “salvati nella speranza” (Rom 8, 24) e che perciò devono essere spe gaudentes “lieti nella speranza” (Rom 12, 12). Non gente che spera di essere felice, ma gente che è felice di sperare; felice già ora, per il semplice fatto di sperare.


Che in questo Natale il Dio della speranza, per virtù dello Spirito Santo e per intercessione di Maria “Madre della speranza”, ci conceda di essere lieti nella speranza e di abbondare in essa.

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Friday, December 21, 2007 2:46 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI riceve questo pomeriggio in Udienza:

Em.mo Card. William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.




RINUNCE E NOMINE

Rinuncia del PREFETTO APOSTOLICO DI ISOLE MARSHALL e nomina del successore

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Prefettura Apostolica di Isole Marshall, presentata dal Rev.do P. James C. Gould, S.I., in conformità al can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Prefetto Apostolico di Isole Marshall il Rev.do P. Raymundo Sabio, M.S.C., membro dei Missionari del Sacro Cuore di Gesù, già missionario in Corea.

Rev.do P. Raymundo Sabio, M.S.C.
Il Rev.do P. Raymundo Sabio, M.S.C., è nato ad Tabungan il 2 marzo 1946, nella diocesi di Jaro. Dopo le scuole primarie a Binalbagan e quelle secondarie nel Sacread Heart Seminary a Talisay (Cebu) , ha studiato all’Università di Manila. Alla Loyola University di Chicago ha poi ottenuto il masters in spiritualità.
È entrato dai Missionari del Sacro Cuore di Gesù il 28 giugno 1965 ed ha emesso la professione perpetua il 29 giugno 1969. È stato ordinato sacerdote il 28 dicembre 1971.
Ha ricoperto numerosi incarichi. È stato tra l’altro Rettore del Centro formativo della sua Congregazione, Maestro dei novizi e Missionario in Corea.
Dall’agosto 2005 lavora nelle Isole di Marshall.
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Friday, December 21, 2007 4:05 PM
Il 21 febbraio il Papa riceverà i membri della 35.ma Congregazione della Compagnia di Gesù chiamati ad eleggere il nuovo preposito generale


La Santa Sede ha comunicato al padre generale della Compagnia di Gesù Peter-Hans Kolvenbach, che il 21 febbraio 2008 il Santo Padre riceverà in udienza i membri della Congregazione Generale che avrà inizio il 7 gennaio prossimo a Roma. Si tratterà della 35ª Congregazione generale dalla fondazione dell’Ordine, nel 1540. Il numero dei membri della Congregazione è di 226 in quanto il padre generale – che l’ha convocata e la presiederà – ne è anch’egli membro e con diritto di voto. Il numero degli elettori non comprende i tre membri ex officio e i cinque membri nominati dal padre generale, perciò il numero di coloro che eleggeranno il nuovo preposito generale è 218. Tali membri provenienti da tutto il mondo si riuniranno a Borgo Santo Spirito per eleggere non solo il nuovo preposito generale ma anche per discutere (“discernere” nel linguaggio di Sant’Ignazio, fondatore della Compagnia di Gesù) le sfide apostoliche che attendono la Compagnia negli anni a venire. Padre Peter-Hans Kolvenbach, attuale preposito generale e 28.mo successore di Sant’Ignazio, che si avvicina agli 80 anni ed è stato al timone della Compagnia per più di 24 anni, dopo aver sentito l’opinione dei suoi consiglieri e con il beneplacito del Santo Padre, presenterà alla Congregazione generale le sue dimissioni ma rimarrà membro della Congregazione anche dopo l’elezione del suo successore.

Dopo l’elezione di un nuovo preposito generale, la Congregazione si dedicherà alla discussione dei temi suggeriti dalla Commissione preparatoria. Nell’ultima Congregazione generale del 1995, la Compagnia indicò tre campi di apostolato: la proclamazione della fede e la promozione della giustizia; l'evangelizzazione delle culture con lo sforzo di inculturazione della fede; il dialogo con le altre religioni. Secondo i dati forniti dalla Curia generalizia della Compagnia di Gesù, al 1° gennaio 2007 i Gesuiti erano in totale 19.216, di cui 13.491 sacerdoti, 3.049 scolastici, 1.810 fratelli e 866 novizi. In questi ultimi anni c'è stato, come del resto in tutti gli Ordini e gli Istituti religiosi un calo di vocazioni: basti pensare che negli anni ’60 si contavano circa 36.000 Gesuiti. Questo calo, particolarmente in Europa – sottolinea in una nota la Curia della Compagnia di Gesù - costituisce un grave problema per l’Ordine, poiché le forze diminuiscono proprio quando le necessità apostoliche crescono e le opere hanno bisogno di rinnovarsi e di crescere per andare incontro ai nuovi e urgenti problemi sia del mondo giovanile, sia del mondo della cultura cristiana, sia, infine, del mondo dell'emarginazione, dato l'intrinseco legame che la Compagnia pone tra l'annunzio della fede e la promozione della giustizia. (A cura di Roberto Piermarini)


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Saturday, December 22, 2007 2:55 PM
LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Em.mo Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.




RINUNCE E NOMINE


RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI BARQUISIMETO (VENEZUELA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Barquisimeto (Venezuela), presentata da S.E. Mons. Tulio Manuel Chirivella Varela, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di Barquisimeto (Venezuela) S.E. Mons. Antonio José López Castillo, finora Arcivescovo di Calabozo.

S.E. Mons. Antonio José López Castillo
S.E. Mons. Antonio José López Castillo è nato il 9 luglio 1945 a El Moján, arcidiocesi di Maracaibo. He seguito i corsi umanistici nel Seminario Minore di Maracaibo e i corsi filosofici e teologi nel Seminario Interdiocesano di Caracas. È stato ordinato sacerdote l’8 luglio 1970, incardinandosi all’arcidiocesi di Maracaibo. Nel 1983 ha conseguito la licenza in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Come sacerdote ha svolto, fra gli altri incarichi, quelli di vice-parroco, parroco e Vicario generale. Inoltre ha collaborato come professore di Teologia nel Seminario arcidiocesano, Giudice del Tribunale e Direttore del quotidiano cattolico "La Columna".
Il 2 marzo 1988 è stato nominato Vescovo Ausiliare di Maracaibo e ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 28 maggio successivo. Il 1° agosto 1992 è stato trasferito a Barinas e il 27 dicembre 2001 è stato promosso all’arcidiocesi di Calabozo.



NOMINA DEL VESCOVO DI PIACENZA-BOBBIO (ITALIA)

Il Santo Padre ha nominato Vescovo di Piacenza-Bobbio (Italia) il Rev.mo Mons. Gianni Ambrosio, del clero dell’arcidiocesi di Vercelli, finora Assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica di Milano.

Rev.mo Mons. Gianni Ambrosio
Il Rev.mo Mons. Gianni Ambrosio è nato a Santhià, provincia e arcidiocesi di Vercelli, il 23 dicembre 1943.
Ha frequentato il Seminario Minore e poi quello Maggiore di Vercelli ed è stato ordinato presbitero il 7 luglio 1968. Ha perfezionato la preparazione accademica a Roma presso la Pontifìcia Università Gregoriana, dove nel 1995 ha conseguito la Laurea in Teologia.
Nel 1970, ha conseguito la Licenza in Scienze sociali all’ Institut d'Etudes Sociales dell’ Institut Catholique di Parigi e nel 1972 il diploma in Sociologia della religione all’ Ecole Pratique des Hautes Etudes della Sorbona.
Dal 1974 al 1988, ha svolto l’incarico di Insegnante di religione e Vicario parrocchiale nelle parrocchie di Santhià e di Moncrivello. Dal 1988 al 2001 è stato Parroco della parrocchia San Paolo di Vercelli e dal 1993 al 2001 è stato Direttore del settimanale diocesano "II Corriere Eusebiano".
Dal 1974 è Docente ordinario di Sociologia religiosa e di Teologia pastorale presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano.
Dal 2001 è Assistente Ecclesiastico Generale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, riconfermato in tale ufficio nel 2006.
È stato Assistente diocesano della FUCI e dell'AGESCI, e Assistente provinciale delle ACLI di Vercelli. È, inoltre, Consulente del Servizio Nazionale per il progetto culturale della CEI; Assistente ecclesiastico degli Editori cattolici; membro della direzione della "Rivista del Clero Italiano" e della rivista "Servizio della Parola" (Brescia); membro del Comitato scientifico delle riviste "Vita e Pensiero" e "Teologia". Infine, è Consigliere nazionale del GRIS (Gruppo di ricerca e di informazione sulle sètte), membro del Comitato scientifico internazionale del CENSUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni). È autore di numerose pubblicazioni sugli argomenti di sua competenza. Nel 1996 è stato nominato Prelato d'onore di Sua Santità.



NOMINA DI AUSILIARE DI TARNÓW (POLONIA)

Il Papa ha nominato Ausiliare della diocesi di Tarnów (Polonia) il Rev.do Wiesław Lechowicz, finora Rettore del Seminario Maggiore della medesima, assegnandogli la sede titolare vescovile di Lambiridi.

Rev.do Wiesław Lechowicz
Il Rev.do Wiesław Lechowicz è nato il 22 dicembre 1962 a Dąbrowa Tarnowska (diocesi di Tarnów). Dopo aver superato gli esami di maturità, è entrato nel 1981 nel Seminario Maggiore di Tarnów. È stato ordinato sacerdote il 24 maggio 1987.
Negli anni 1987-1992 ha svolto il ministero pastorale come Vicario parrocchiale a Krościenko e a Dębica. Ha quindi completato la sua formazione teologica presso la Pontificia Università della Santa Croce a Roma (1992-1996), conseguendovi la Licenza in Teologia sistematica.
Dopo il suo ritorno in diocesi è stato Vicario Parrocchiale di San Nicola in Bochnia e della Beata Vergine Mria Immacolata a Nowy Sącz.
Negli anni 1998-1999 ha svolto il ruolo di Segretario del Vescovo di Tarnów e Notaio della Curia diocesana. Nel 1999 è stato nominato Prefetto di disciplina al Seminario Maggiore. Durante il ministero in Seminario, ha conseguito la Licenza in Diritto Canonico presso la Pontificia Accademia Teologica di Cracovia e il Dottorato in Teologia Pastorale.
Attualmente è Rettore del Seminario Maggiore di Tarnów (dal 2004), Docente di Omiletica (dal 1996) e in seguito anche di Teologia Pastorale presso l’Istituto Teologico di Tarnów; Membro della Commissione Diocesana per la Predicazione e censore per i libri teologici. Collabora con la Commissione Episcopale per la Pastorale della Conferenza Episcopale Polacca.



NOMINA DEL NUNZIO APOSTOLICO IN AUSTRALIA

Il Papa ha nominato Nunzio Apostolico in Australia S.E. Mons. Giuseppe Lazzarotto, Arcivescovo titolare di Numana, finora Nunzio Apostolico in Irlanda.



NOMINA DEL NUNZIO APOSTOLICO IN ZIMBABWE

Il Santo Padre ha nominato Nunzio Apostolico in Zimbabwe S.E. Mons. George Kocherry, Arcivescovo titolare di Othona, finora Nunzio Apostolico in Ghana.



NOMINA DEL GRAN MAESTRO DELL’ORDINE EQUESTRE DEL SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME

Il Santo Padre ha nominato Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme l’Em.mo Card. John Patrick Foley.
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Saturday, December 22, 2007 2:56 PM
Gli auguri natalizi del presidente del Consiglio Romano Prodi a Benedetto XVI


La famiglia: cellula della società e fonte di pace. E’ su questa istituzione che si concentra principalmente il messaggio del premier Romano Prodi. “Il Papa – si legge - ha fortemente segnalato come la famiglia sia il luogo primario dell’umanizzazione e rappresenti la prima cellula dell’ordinamento sociale”, come riconosciuto del resto anche Costituzione italiana. Ricordando i numerosi impegni religiosi e le visite pastorali di Benedetto XVI nell’anno appena trascorso, Prodi ha poi richiamato il messaggio del Papa in occasione della giornata mondiale della pace. Il Santo Padre – afferma - ha voluto allargare in modo illuminante “l’esame degli influssi della famiglia, sottolineando come essa finisca con l’essere fonte primaria dei valori di pace, che proprio dalla famiglia traggono la spinta originaria”. Per il capo del governo italiano quello della famiglia è dunque un argomento centrale che riguarda tanto la soggettività, quanto la società e l’ordinamento statale. E proprio in questo campo Prodi ha richiamato il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale, impegnata da tempo in terre lontane “a tutelare i valori della pace e della democrazia” e ad “offrire sostegno a tutti quei cittadini che aspirano una vita migliore”.


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Sunday, December 23, 2007 2:49 PM
La gioia del Natale ci spinga ad annunciare a tutti la presenza di Dio in mezzo a noi: l’esortazione di Benedetto XVI, all’Angelus nella IV domenica d’Avvento


Accogliamo con gioia il dono della Nascita del Signore e annunciamo con speranza la presenza di Dio in mezzo a noi: è l’esortazione rivolta dal Papa ai fedeli, all’Angelus in Piazza San Pietro, nella IV domenica d’Avvento. Nel pregustare la gioia del Natale, Benedetto XVI ha quindi sottolineato che ogni cristiano è chiamato a comunicare la salvezza ricevuta in dono. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Ogni cristiano ed ogni comunità sentano la gioia di condividere con gli altri la Buona Notizia” della Nascita di Gesù: è l’invito caloroso che il Papa ha rivolto a tutti i fedeli, rammentando che “questo è il senso autentico del Natale, che sempre dobbiamo riscoprire e intensamente vivere”. Domani notte, ha aggiunto, “ci raduneremo per celebrare il grande mistero dell’amore, che non finisce mai di stupirci: Dio si è fatto Figlio dell’uomo perché noi diventiamo figli di Dio”. Durante l’Avvento, è stata la riflessione del Papa, “dal cuore della Chiesa si è levata spesso un’implorazione: ‘Vieni, Signore, a visitarci con la tua pace, la tua presenza ci riempirà di gioia”:


“La missione evangelizzatrice della Chiesa è la risposta al grido: “Vieni, Signore Gesù”, che percorre tutta la storia della salvezza e che continua a levarsi dalle labbra dei credenti. Vieni, Signore, a trasformare i nostri cuori, perché nel mondo si diffondano la giustizia e la pace”.

E qui, Benedetto XVI ha richiamato l’importanza di quanto affermato nella recente Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione:


“Il Documento si propone, in effetti, di ricordare a tutti i cristiani – in una situazione in cui spesso non è più chiara nemmeno a molti fedeli la stessa ragione d’essere dell’evangelizzazione – che l’accoglienza della Buona Novella nella fede, spinge di per sé a comunicare la salvezza ricevuta in dono”.

La Verità che salva, che si è fatta carne in Gesù, ha detto ancora, “accende il cuore di chi la riceve con un amore verso il prossimo che muove la libertà a ridonare ciò che si è gratuitamente ricevuto”. Ed ha ribadito che “essere raggiunti dalla presenza di Dio, che si fa vicino nel Natale, è un dono inestimabile”. Parole corredate da una viva esortazione:


“Nulla è più bello, urgente ed importante che ridonare gratuitamente agli uomini quanto gratuitamente abbiamo ricevuto da Dio! Nulla ci può esimere o sollevare da questo oneroso ed affascinante impegno. La gioia del Natale, che già pregustiamo, mentre ci colma di speranza, ci spinge al tempo stesso ad annunciare a tutti la presenza di Dio in mezzo a noi”.


“Modello impareggiabile di evangelizzazione”, ha proseguito il Papa, è la Vergine "che ha comunicato al mondo non un’idea, ma Gesù, Verbo incarnato”. Ha così invocato Maria affinché la “Chiesa annunci anche al nostro tempo, Cristo Salvatore”. Dopo l’Angelus, salutando i pellegrini nelle diverse lingue, ha rivolto un pensiero speciale agli operatori de L’Osservatore Romano, che propongono un’iniziativa di solidarietà in favore dei bambini dell’Uganda. Il Papa ha lodato il giornale diretto dal prof. Vian per l’attenzione che dedica alle emergenze umanitarie in ogni parte del mondo anche attraverso gesti concreti. Quindi, l’invito del Santo Padre a vivere nella gioia questi giorni:

“Auguro a tutti di vivere le prossime festività nella luce e nella pace che promanano da Cristo Salvatore. Buon Natale!”


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Sunday, December 23, 2007 7:46 PM
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS

Alle ore 12 di oggi, IV Domenica di Avvento, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:



PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Solo un giorno separa questa quarta Domenica di Avvento dal santo Natale. Domani notte ci raduneremo per celebrare il grande mistero dell’amore, che non finisce mai di stupirci: Dio si è fatto Figlio dell’uomo perché noi diventiamo figli di Dio. Durante l’Avvento, dal cuore della Chiesa si è levata spesso un’implorazione: "Vieni, Signore, a visitarci con la tua pace, la tua presenza ci riempirà di gioia". La missione evangelizzatrice della Chiesa è la risposta al grido "Vieni, Signore Gesù!", che percorre tutta la storia della salvezza e che continua a levarsi dalle labbra dei credenti. Vieni, Signore, a trasformare i nostri cuori, perché nel mondo si diffondano la giustizia e la pace! Questo intende richiamare la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, appena pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Documento si propone, in effetti, di ricordare a tutti i cristiani – in una situazione in cui spesso non è più chiara nemmeno a molti fedeli la stessa ragione d’essere dell’evangelizzazione – che "l’accoglienza della Buona Novella nella fede, spinge di per sé" (n. 7) a comunicare la salvezza ricevuta in dono.

Infatti, "la Verità che salva la vita – che si è fatta carne in Gesù – accende il cuore di chi la riceve con un amore verso il prossimo che muove la libertà a ridonare ciò che si è gratuitamente ricevuto" (ibid.). Essere raggiunti dalla presenza di Dio, che si fa vicino a noi nel Natale, è un dono inestimabile. Dono capace di farci "vivere nell’abbraccio universale degli amici di Dio" (ibid.), in quella "rete di amicizia con Cristo, che collega cielo e terra" (ibid., 9), che protende la libertà umana verso il suo compimento e che, se vissuta nella sua verità, fiorisce "in un amore gratuito e colmo di premura per il bene di tutti gli uomini" (ibid., 7). Nulla è più bello, urgente ed importante che ridonare gratuitamente agli uomini quanto gratuitamente abbiamo ricevuto da Dio! Nulla ci può esimere o sollevare da questo oneroso ed affascinante impegno. La gioia del Natale, che già pregustiamo, mentre ci colma di speranza, ci spinge al tempo stesso ad annunciare a tutti la presenza di Dio in mezzo a noi.

Modello impareggiabile di evangelizzazione è la Vergine Maria, che ha comunicato al mondo non un’idea, ma Gesù, Verbo incarnato. InvochiamoLa con fiducia, affinché la Chiesa annunci, anche nel nostro tempo, Cristo Salvatore. Ogni cristiano ed ogni comunità sentano la gioia di condividere con gli altri la Buona Notizia che "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito … perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,16-17). E’ questo il senso autentico del Natale, che sempre dobbiamo riscoprire e intensamente vivere.



DOPO L’ANGELUS

Rivolgo il mio cordiale saluto agli operatori del giornale vaticano L’Osservatore Romano, che stamani in Piazza San Pietro propongono un’iniziativa di solidarietà in favore di bambini dell’Uganda. Mentre esprimo apprezzamento per la speciale attenzione che L’Osservatore dedica alle emergenze umanitarie in ogni parte del mondo, lodo il fatto che ciò trova riscontro anche in gesti concreti come questo, per il quale auguro una buona riuscita.

Je vous adresse mes salutations cordiales, chers pèlerins de langue française. À l’approche des fêtes de Noël puissiez-vous demeurer dans l’espérance en contemplant le mystère du Verbe de Dieu fait homme, pour vivre chaque jour la grâce de la Nativité et être missionnaires auprès des hommes de notre temps, qui cherchent des raisons d’espérer. Notre monde a besoin de votre témoignage. Joyeuses et saintes fêtes, avec ma Bénédiction apostolique.

I extend warm greetings to all the English-speaking pilgrims and visitors present at today’s Angelus. On this fourth Sunday of Advent, we contemplate God’s ancient promise to send us his Son, "Emmanuel" – "God is with us". As we prepare to celebrate the birth of Christ, I pray that you may open your hearts to welcome him with joy. God bless you all!

Gerne grüße ich alle Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache. Die Liturgie des heutigen vierten Adventssonntags verdeutlicht uns nochmals eindringlich, wen wir in dieser heiligen Zeit erwarten: Es kommt der Immanuel, der „Gott mit uns". Wir schauen aus auf Gott, der nicht unzugänglich in der Ferne bleibt, sondern wirklich mit uns, unter uns ist und für uns da ist. In diesem Glauben und dieser Hoffnung wollen wir die Geburt des Herrn feiern und Ihn in unsere Herzen aufnehmen. Ich wünsche euch allen einen guten vierten Advent und ein gesegnetes Weihnachtsfest!

Saludo cordialmente a los fieles de lengua española aquí presentes y a cuantos participan en el rezo del Ángelus a través de la radio y la televisión. Preparaos con fervor para celebrar el misterio del nacimiento del Hijo de Dios. Abrid vuestros corazones al Señor, que ya llega, poniéndonos al servicio de todos, especialmente de los más necesitados. ¡Feliz domingo!

Pozdrawiam serdecznie Polaków. Bracia i Siostry! Już jutro Wigilia Bożego Narodzenia. Dzieląc się opłatkiem, będziecie składać sobie nawzajem życzenia. Duchowo jestem z każdym z was. Życzę, by miłość, zgoda i pokój były udziałem was wszystkich, waszych rodzin i waszej Ojczyzny. Z serca wam błogosławię, a szczególnie dzieciom, chorym, osobom samotnym i w podeszłym wieku. Radosnych świąt!

[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Fratelli e Sorelle! Domani è ormai la Vigilia di Natale. Dividendo il pane bianco di Natale vi scambierete reciprocamente gli auguri natalizi. Spiritualmente sono con ognuno di voi. Vi auguro che la carità, la concordia e la pace appartengano a voi tutti, alle vostre famiglie e alla vostra Patria. Tutti vi benedico di cuore, in modo particolare i bambini, i malati, quanti sono soli e anziani. Buone feste!]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana. Insieme con una buona domenica, auguro a tutti di vivere le prossime festività nella luce e nella pace che promanano da Cristo Salvatore. Buon Natale!



+PetaloNero+
Monday, December 24, 2007 3:08 PM
RINUNCE E NOMINE


NOMINA DELL’ARCIVESCOVO DI BENIN CITY (NIGERIA)

Il Santo Padre ha nominato Arcivescovo di Benin City (Nigeria) S.E. Mons. Richard Anthony Burke, S.P.S., finora Vescovo di Warri.

+PetaloNero+
Monday, December 24, 2007 3:09 PM
Si è speso con costanza e generosità nel servizio alla Chiesa: Benedetto XVI ricorda, così, il cardinale Aloisio Lorscheider, scomparso ieri all’età di 83 anni



Cordoglio di Benedetto XVI per la morte del cardinale brasiliano Aloisio Lorscheider, dell’Ordine dei Frati Minori, scomparso ieri all’età di 83 anni. In un telegramma indirizzato all’arcivescovo di Porto Alegre, mons. Dadeus Grings, il Papa ricorda “la costante e generosa” dedizione del porporato alla sua Chiesa, tanto in Brasile quanto nell’Episcopato latinoamericano come anche nelle diverse Congregazioni della Santa Sede di cui ha fatto parte. Il Papa assicura la sue preghiere ai famigliari e alla Chiesa brasiliana ed imparte la sua benedizione apostolica. Anche la comunità francescana ha accolto con tristezza la notizia della morte del cardinale Lorscheider. In un telegramma al ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, padre José Rodriguez Carballo, Benedetto XVI esprime la sua vicinanza ai confratelli del cardinale Lorscheider. Una nota della Conferenza episcopale brasiliana informa che i funerali dell’ex presidente dell’Episcopato del Brasile si terranno il 26 dicembre alle ore 18 nella Cattedrale di Porto Alegre. Le spoglie del cardinale francescano saranno sepolte nel convento Daltro Filho, a 130 chilometri da Porto Alegre, il giorno 27 alle ore 17.


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+PetaloNero+
Monday, December 24, 2007 3:10 PM
Scambio di auguri natalizi tra il Papa e il presidente Napolitano


Il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e il Papa hanno avuto una ''cordiale conversazione telefonica'' in occasione del Natale. A darne notizia è il Quirinale che precisa che nel corso del colloquio il Pontefice ha rivolto al capo dello Stato italiano ''i più fervidi auguri e ha espresso i sentimenti di vicinanza al popolo italiano''. Da parte sua Napolitano ha ricambiato ''i più sinceri voti augurali per le festività natalizie e il nuovo anno''.


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+PetaloNero+
Monday, December 24, 2007 3:10 PM
Da Petrus

Natale, lettera di auguri di Alessio II a Benedetto XVI



CITTA’ DEL VATICANO – Il Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, Alessio II (nella foto) ha inviato i suoi auguri a Papa Benedetto XVI, "cordialmente per il Natale". Nel testo, il capo della Chiesa ortodossa augura al Pontefice "grazia piena da Gesu' Bambino, buona salute e la benedizione di Dio Onnipotente per il Suo elevato servizio". Lo riporta l'agenzia di stampa Ria Novosti. Il Natale e' la celebrazione dell'"illimitato amore di Dio per l'umanita'", dice il Patriarca, che invita i cristiani in questi giorni di festa a seguire il comandamento di San Giovanni Crisostomo, a gioire della grazia di Dio e della condiscendenza del Signore. Va notato che il Natale cattolico risulta anticipato rispetto a quello Ortodosso russo, serbo, di Gerusalemme e georgiano che cade il 7 gennaio del nostro calendario, in corrispondenza al 25 dicembre del calendario giuliano.

+PetaloNero+
Monday, December 24, 2007 4:25 PM
Da Petrus

Il Papa in visita a Brindisi il 14 e 15 Giugno 2008

CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa sara' Brindisi a giugno dell'anno prossimo per un incontro con la comunita' cattolica. Lo si e' appreso dall'arcivescovado brindisino dopo che la notizia e' stata comunicata in via ufficiale in queste ore dal Vaticano all'arcivescovo, Monsignor Rocco Talucci. Benedetto XVI giungera' in Puglia il 14 giugno e vi restera' sino al giorno successivo. Prima tappa a Santa Maria di Leuca e poi domenica 15 giugno sara' la volta di Brindisi, dove sara' predisposta una apposita area per realizzare l'incontro con la comunita' cattolica di questo territorio. Non si sono ancora appresi i particolari della visita, della quale si era gia' avuta una prima notizia nelle scorse settimane quando si recò a Brindisi il segretario di Stato del Vaticano, Tarcisio Bertone, per l'inaugurazione del nuovo Seminario: nel corso di un incontro con le istituzioni locali, il porporato aveva fatto intendere che il 2008 avrebbe visto la visita del Papa a Brindisi. La visita del Papa giunge proprio in un momento di particolare attivismo della Chiesa brindisina con la recente restituzione al culto della Basilica Cattedrale, la visita pastorale fatta da Monsignor Talucci in tutta la Diocesi, l'avvio dell'attivita' del Seminario e dell'Istituto di scienze religiose.
+PetaloNero+
Monday, December 24, 2007 4:25 PM
Da Petrus

Scambio di auguri telefonico tra il Presidente Napolitano e il Pontefice



CITTA’ DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI ha telefonato personalmente a sorpresa al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per esprimergli i piu' fervidi auguri di Buon Natale per lui e ''l'amato popolo italiano''. Lo si e' appreso inizialmente in Vaticano ed e’ poi giunta una nota di conferma da parte del Quirinale. La telefonata del Santo Padre e' arrivata in risposta ad un messaggio di auguri che il Capo dello Stato aveva inviato al Pontefice nei giorni scorsi. ''Un bel messaggio'', ha riferito chi ha potuto leggerlo tra i collaboratori di Benedetto XVI. Papa Benedetto XVI e il Presidente Giorgio Napolitano si sono incontrati in Vaticano il 20 Novembre dello scorso anno ed hanno sempre mantenuto rapporti istituzionali eccellenti e improntati al rispetto delle reciproche Istituzioni.





+PetaloNero+
Monday, December 24, 2007 8:53 PM
NATALE/ PAPA BENEDICE PRESEPE A S. PIETRO E ACCENDE LUME DI PACE
Scoperto il Presepe trentino, rappresentazione a Nazareth


Città del Vaticano, 24 dic. (Apcom) - Una fiaccola della pace: con questo gesto il Papa benedirà il Presepe che questo pomeriggio è stato scoperto e inaugurato in piazza San Pietro. Benedetto XVI si affaccerà dalla finestra del suo studio privato, per la tradizionale accensione del lume, che resterà posizionato sul davanzale del Palazzo Apostolico.

La rappresentazione del Presepe quest'anno si sviluppa in un contesto compositivo ispirato da dipinti della Natività della scuola fiamminga del Cinquecento. Con una scelta originale, la mangiatoia di Gesù è stata collocata quest'anno nella casa di Giuseppe, ispirandosi al racconto del Vangelo di Matteo che descrive il "sogno" di Giuseppe e la sua decisione di accettare quel Figlio. Su un ballatoio gli angeli evocano l'annuncio a Maria e il colloquio con Giuseppe, ma nel contempo annunciano l'evento e proteggono il neonato. Le scene laterali rappresentano la vita quotidiana, per sottolineare che nel Natale Dio viene ad abitare in mezzo agli uomini. Una serie di personaggi di dimensioni statuarie, sistemati con un accorto gioco di prospettive, completano il presepe.

Com'è consuetudine, anche nell'appartamento del Papa è stata allestita una rappresentazione della natività. Una tradizione, quella del Presepe e dell'Albero, voluta fin dal 1982 da Papa Giovanni Paolo II e conservata da Benedetto XVI.


+PetaloNero+
Tuesday, December 25, 2007 1:11 AM
Da Petrus

Benedetto XVI interroga il mondo: “C’è ancora posto per Dio nel cuore degli uomini?”

di Bruno Volpe

CITTA’ DEL VATICANO - Maria, una donna incinta per la quale si sono compiuti i giorni del parto, bussa insieme al marito Giuseppe alle porte di un albergo di Betlemme, ma non c’è nessuna stanza libera per loro. C’è, invece, poco distante, una stalla, ed è lì che la donna mette alla luce il suo bambino: Gesù, il Messia. Ecco, dunque, che il quesito sporge spontaneo: Dio può ancora trovare posto nel nostro cuore? Questo interrogativo è il centro dell’omelia che Benedetto XVI pronuncia nella notte di Natale in una Basilica di San Pietro stracolma di fedeli. Partendo dalle parole di San Giovanni, "venne tra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto", il Papa osserva che "queste parole riguardano in definitiva noi, ogni singolo e la società nel suo insieme” e chiede: “Abbiamo tempo per il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia parola, del mio afffetto? Per il sofferente che ha bisogno di aiuto? Per il profugo o il rufugiato che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi o abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della nostra vita per noi stessi?". Domande profonde ed attuali, che contrastano con la frenesia natalizia e il presuntuoso tentativo di espellere Dio dalla vita pubblica con Leggi che offendono la dignità dell'uomo, che confondono e mortificano la ragione morale. Ma bisogna sperare, perché nato Gesù. “E' arrivato il momento - dice il Pontefice - che Israele aveva atteso da tanti secoli, durante tante ore buie, il momento in qualche modo atteso da tutta l'umanità in figure ancora confuse: che Dio si prendesse cura di noi, che uscisse dal suo nascondimento, che il mondo diventasse sano e che Egli rinnovasse tutto". Già, un rinnovamento interiore da parte di chi fa nuove tutte le cose e non lascia spazio al pessimismo: "Grazie a Dio, la notizia negativa (quella secondo cui ‘venne tra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto’, ndr) non è l'unica, nè l'ultima che troviamo nel Vangelo. Come in Luca incontriamo l'amore della madre Maria e la fedeltà di San Giuseppe, la vigilianza dei pastori e la loro grande gioia, come in Matteo incontriamo la visita dei sapienti Magi, venuti da lontano, così anche Giovanni ci dice: a quanti l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio". "Esistono - dice il Papa parlando di Gesù - quelli che lo accolgono, e così a cominciare dalla stalla, dall'esterno, cresce silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il nuovo mondo". Il Natale, quindi, "ci fa riconoscere il buio di un mondo chiuso e con ciò illustra senz'altro una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice anche che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno spazio, entrando magari per la stalla. Esistono degli uomini che vedono la sua luce e la trasmettono. Mediante la parola del Vangelo, l' Angelo parla anche a noi, e nella sacra liturgia la luce del Redentore entra nella nostra vita. Se siamo pastori sapienti, la luce e il suo messaggio ci chiamano a metterci in cammino e ad uscire dalla chiusura dei nostri desideri ed interessi per andare incontro al Signore per adorarlo. Lo adoriamo aprendo il mondo alla verità, al bene, a Cristo, al servizio di quanti sono emarginati e nei quali Egli ci attende". Benedetto XVI trova anche il tempo di una digressione nella storia dell'arte quando ricorda che "in alcune rappresentazioni natalizie del tardo Medioevo e dell'inizio del tempo moderno, la stalla appare come un palazzo un po’ fatiscente. Nella stalla di Betlemme, proprio lì dove era stato il punto di partenza, ricomincia la regalità davidica in modo nuovo, in quel bimbo in fasce e deposto in una mangiatoia. Il nuovo trono dal quale questo Davide attirerà il mondo a sè è la Croce. Ma proprio così viene costruito il Palazzo davidico, la vera regalità, questo Palazzo è così diverso da come gli uomini immaginano". Insomma, il vero palazzo non contiene le seduzioni del potere, ma il fascino indiscreto della "bontà che si dona". E' questa la vera regalità. "La stalla diventa Palazzo, Gesù edifica la grande nuova comunità, la cui parola chiave cantano gli Angeli nell'ora della sua nascita: Gloria a Dio nel piu' alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama, uomini che depongono la loro volontà nella sua, diventando così uomini di Dio, uomini nuovi, mondo nuovo". Nel suo affresco, Benedetto XVI cita San Gregorio di Nissa che si chiede con efficacia e lungimiranza: "Che cosa avrebbe detto (Gesù, ndr) se avesse visto le condizioni in cui si trova oggi la terra a causa dell'abuso delle energie e del loro egoistico sfruttamento senza alcun riguardo?". Una risposta la fornisce Anselmo di Canterbury: "Tutto era come morto, aveva perso la sua dignità essendo stato fatto per servire a coloro che lodano Dio. Gli elementi del mondo erano oppressi, avevano perso il loro splendore a causa dell'abuso di quanti li rendevano servi dei loro idoli". Gesù, sottolinea il Papa, "è venuto per ridare alla creazione, al cosmo, la sua bellezza e la sua dignità. E' questo che a Natale prende il suo inizio e fa giubilare gli Angeli. La terra viene rimessa in sesto proprio per il fatto che viene aperta a Dio, che ottiene nuovamente la sua vera luce e, nella sintonia tra volere umano e volere divino, nell'unificazione dell'alto col basso, recupera la sua bellezza, la sua dignità. Il canto degli angeli nella notte Santa è l'espressioe della gioia per il fatto che l'alto e il basso, cielo e terra, si trovano nuovamente uniti, che l'uomo è unito a Dio. Il canto liturgico possiede una sua dignità particolare per il fatto che è un cantare insieme ai cori celesti. E' l'incontro con Gesù Cristo che ci rende capaci di sentire il canto degli Angeli, creando così la vera musica che decade quando perdiamo questo con-cantare e con-sentire”. Nella stalla di Betlemme, aggiunge Benedetto XVI, “cielo e terra si toccano” cosicché “il cielo è venuto sulla terra." Non poteva mancare un riferimento a Sant' Agostino e, in particolare, al suo commento al Padre Nostro. Il Pontefice si interroga: che cosa è il cielo? Dove sta il cielo? “Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio, nella Notte Santa, si è chinato giù fin nella stalla. L'umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l'umiltà dei pastori mettiamoci in cammino in questa Notte Santa verso il Bimbo nella stalla. Tocchiamo l'umiltà di Dio, allora Egli toccherà noi e renderà più luminoso il mondo".
+PetaloNero+
Tuesday, December 25, 2007 3:00 AM
La notte di Natale. Il papa: Dio non si lascia chiudere fuori dall'umanità che non ha posto



di Angela Ambrogetti/ 25/12/2007

Nella tradizionale messa di mezzanotte, Benedetto XVI parla della creazione maltrattata e del prossimo rifiutato come Gesù nella stalla di Betlemme. Ma è proprio in quella totale umiltà che si toccano cielo e terra.

CITTA' DEL VATICANO - L’umanità attende Dio, ma quando arriva il momento non ha posto per lui. Nonostante tutto, Dio non si lascia chiudere fuori e fa diventare la stalla dove nasce il luogo dove terra e cielo si toccano. La messa di Natale nella Basilica di san Pietro è la trasmissione televisiva più seguito al mondo, e così Benedetto XVI parla al mondo della notizia che ci trasforma, della Buona Notizia che oggi il mondo attende e sembra temere.

La messa di mezzanotte viene introdotta dalla lettura delle profezie che annunciano l’avvento del Messia: Isaia, Malachia e Sofonia. Il canto della Kalenda innesta la storia dell’umanità nella storia della salvezza. Poi il Gloria con lo scampanio in ogni parte del mondo, il Vangelo e la riflessione del papa, che torna a proporre alla Chiesa e al mondo parole profonde.

E’ arrivato per Maria il tempo del parto, ha preparato l’arrivo del Figlio, lo ha atteso. “In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza - dice Benedetto XVI - ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro – per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro”.

Così il papa parte dal rifiuto dell’uomo verso Dio per arrivare al rifiuto del prossimo. E domanda: “Abbiamo tempo per il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia parola, del mio affetto? Per il sofferente che ha bisogno di aiuto? Per il profugo o il rifugiato che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della nostra vita per noi stessi?”.





Alcune immagini della celebrazione (Foto di Ap Photo/Reuters/Afp)



Ma c’è chi accoglie Maria, Giuseppe e Gesù. Sono i semplici, gli umili, i pastori, gli uomini che si abbandonano alla volontà di Dio. “Esistono quelli che lo accolgono e così, a cominciare dalla stalla, dall’esterno, cresce silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il nuovo mondo. Il messaggio di Natale ci fa riconoscere il buio di un mondo chiuso, e con ciò illustra senz’altro una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice anche, che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno spazio, entrando magari per la stalla; esistono degli uomini che vedono la sua luce e la trasmettono”.

Gesù nasce in una stalla, un edificio in rovina, come era Israele all’epoca di Cristo, ed è nella stalla di Betlemme, “che ricomincia la regalità davidica in modo nuovo – in quel bimbo avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il nuovo trono dal quale questo Davide attirerà il mondo a sé è la Croce. Il nuovo trono – la Croce – corrisponde al nuovo inizio nella stalla. Ma proprio così viene costruito il vero palazzo davidico, la vera regalità”.

La stalla diviene palazzo, e così quel luogo logoro e diroccato, debole esposto dappertutto al dolore ed alla sofferenza è simbolo del cosmo lacerato e sfigurato dal peccato. “Che cosa avrebbe detto, - si chiede il papa - se avesse visto le condizioni, in cui si trova oggi la terra a causa dell’abuso delle energie e del loro egoistico sfruttamento senza alcun riguardo?”. Non è banale ecologismo quello di Benedetto XVI, ma senso cosmico della Salvezza.

Secondo la visione di Gregorio di Nissa, la stalla nel messaggio di Natale rappresenta la terra maltrattata. “Cristo non ricostruisce un qualsiasi palazzo. Egli è venuto per ridare alla creazione, al cosmo la sua bellezza e la sua dignità: è questo che a Natale prende il suo inizio e fa giubilare gli Angeli.” La creazione ritrova il suo senso originario, viene ricostituita, cielo e terra si riuniscono. “Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto”.

La riflessione del papa si chiude con le parole di sant’Agostino: Cosa sono e dove sono i cieli? Sono i santi: ”Come il peccatore viene chiamato ‘terra’, così al contrario il giusto può essere chiamato ‘cielo’” Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore". Il mondo, l’uomo, hanno perso l’umiltà di sentirsi bisognosi di Dio, sono chiusi alla luce che ci mette in cammino verso l’ altro, ma “l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra”.

Poi si prega in arabo per la pace e, in cinese, per coloro che cercano Dio. La Messa, come sempre officiata in latino dal papa e da 32 cardinali concelebranti, si chiude con il canto dell’Adeste fideles e con Tu scendi dalla stelle mentre Benedetto XVI contempla Gesù Bambino nel presepe della basilica vaticana.

www.korazym.org
+PetaloNero+
Tuesday, December 25, 2007 3:01 AM
Omelia di Benedetto XVI per la Messa della Notte nella Solennità della Natività del Signore




Cari fratelli e sorelle!

„Per Maria si compirono i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (cfr Lc 2,6s). Queste frasi, sempre di nuovo ci toccano il cuore. È arrivato il momento che l’Angelo aveva preannunziato a Nazaret: “Darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo” (cfr Lc 1,31). È arrivato il momento che Israele aveva atteso da tanti secoli, durante tante ore buie – il momento in qualche modo atteso da tutta l’umanità in figure ancora confuse: che Dio si prendesse cura di noi, che uscisse dal suo nascondimento, che il mondo diventasse sano e che Egli rinnovasse tutto. Possiamo immaginare con quanta preparazione interiore, con quanto amore Maria sia andata incontro a quell’ora. Il breve accenno: “Lo avvolse in fasce” ci lascia intravedere qualcosa della santa gioia e dello zelo silenzioso di quella preparazione. Erano pronte le fasce, affinché il bimbo potesse essere accolto bene. Ma nell’albergo non c’è posto. In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro – per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro.

Giovanni, nel suo Vangelo, puntando all’essenziale ha approfondito la breve notizia di san Luca sulla situazione in Betlemme: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (1,11). Ciò riguarda innanzitutto Betlemme: il Figlio di Davide viene nella sua città, ma deve nascere in una stalla, perché nell’albergo non c’è posto per Lui. Riguarda poi Israele: l’inviato viene dai suoi, ma non lo si vuole. Riguarda in realtà l’intera umanità: Colui per il quale è stato fatto il mondo, il primordiale Verbo creatore entra nel mondo, ma non viene ascoltato, non viene accolto.

Queste parole riguardano in definitiva noi, ogni singolo e la società nel suo insieme. Abbiamo tempo per il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia parola, del mio affetto? Per il sofferente che ha bisogno di aiuto? Per il profugo o il rifugiato che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della nostra vita per noi stessi?

Grazie a Dio, la notizia negativa non è l’unica, né l’ultima che troviamo nel Vangelo. Come in Luca incontriamo l’amore della madre Maria e la fedeltà di san Giuseppe, la vigilanza dei pastori e la loro grande gioia, come in Matteo incontriamo la visita dei sapienti Magi, venuti da lontano, così anche Giovanni ci dice: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Esistono quelli che lo accolgono e così, a cominciare dalla stalla, dall’esterno, cresce silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il nuovo mondo. Il messaggio di Natale ci fa riconoscere il buio di un mondo chiuso, e con ciò illustra senz’altro una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice anche, che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno spazio, entrando magari per la stalla; esistono degli uomini che vedono la sua luce e la trasmettono. Mediante la parola del Vangelo, l’Angelo parla anche a noi, e nella sacra liturgia la luce del Redentore entra nella nostra vita. Se siamo pastori o sapienti – la luce e il suo messaggio ci chiamano a metterci in cammino, ad uscire dalla chiusura dei nostri desideri ed interessi per andare incontro al Signore ed adorarlo. Lo adoriamo aprendo il mondo alla verità, al bene, a Cristo, al servizio di quanti sono emarginati e nei quali Egli ci attende.

In alcune rappresentazioni natalizie del tardo Medioevo e dell’inizio del tempo moderno la stalla appare come un palazzo un po’ fatiscente. Se ne può ancora riconoscere la grandezza di una volta, ma ora è andato in rovina, le mura sono diroccate – è diventato, appunto, una stalla. Pur non avendo nessuna base storica, questa interpretazione, nel suo modo metaforico, esprime tuttavia qualcosa della verità che si nasconde nel mistero del Natale. Il trono di Davide, al quale era promessa una durata eterna, è vuoto. Altri dominano sulla Terra santa. Giuseppe, il discendente di Davide, è un semplice artigiano; il palazzo, di fatto, è diventato una capanna. Davide stesso aveva cominciato da pastore. Quando Samuele lo cercò per l’unzione, sembrava impossibile e contraddittorio che un simile pastore-ragazzino potesse diventare il portatore della promessa di Israele. Nella stalla di Betlemme, proprio lì dove era stato il punto di partenza, ricomincia la regalità davidica in modo nuovo – in quel bimbo avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il nuovo trono dal quale questo Davide attirerà il mondo a sé è la Croce. Il nuovo trono – la Croce – corrisponde al nuovo inizio nella stalla. Ma proprio così viene costruito il vero palazzo davidico, la vera regalità. Questo nuovo palazzo è così diverso da come gli uomini immaginano un palazzo e il potere regale. Esso è la comunità di quanti si lasciano attrarre dall’amore di Cristo e con Lui diventano un corpo solo, un’umanità nuova. Il potere che proviene dalla Croce, il potere della bontà che si dona – è questa la vera regalità. La stalla diviene palazzo – proprio a partire da questo inizio, Gesù edifica la grande nuova comunità, la cui parola-chiave cantano gli Angeli nell’ora della sua nascita: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” – uomini che depongono la loro volontà nella sua, diventando così uomini di Dio, uomini nuovi, mondo nuovo.

Gregorio di Nissa, nelle sue omelie natalizie ha sviluppato la stessa visione partendo dal messaggio di Natale nel Vangelo di Giovanni: “Ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14). Gregorio applica questa parola della tenda alla tenda del nostro corpo, diventato logoro e debole; esposto dappertutto al dolore ed alla sofferenza. E la applica all’intero cosmo, lacerato e sfigurato dal peccato. Che cosa avrebbe detto, se avesse visto le condizioni, in cui si trova oggi la terra a causa dell’abuso delle energie e del loro egoistico sfruttamento senza alcun riguardo? Anselmo di Canterbury, in una maniera quasi profetica, ha una volta descritto in anticipo ciò che noi oggi vediamo in un mondo inquinato e minacciato per il suo futuro: “Tutto era come morto, aveva perso la sua dignità, essendo stato fatto per servire a coloro che lodano Dio. Gli elementi del mondo erano oppressi, avevano perso il loro splendore a causa dell’abuso di quanti li rendevano servi dei loro idoli, per i quali non erano stati creati” (PL 158, 955s). Così, secondo la visione di Gregorio, la stalla nel messaggio di Natale rappresenta la terra maltrattata. Cristo non ricostruisce un qualsiasi palazzo. Egli è venuto per ridare alla creazione, al cosmo la sua bellezza e la sua dignità: è questo che a Natale prende il suo inizio e fa giubilare gli Angeli. La terra viene rimessa in sesto proprio per il fatto che viene aperta a Dio, che ottiene nuovamente la sua vera luce e, nella sintonia tra volere umano e volere divino, nell’unificazione dell’alto col basso, recupera la sua bellezza, la sua dignità. Così Natale è una festa della creazione ricostituita. A partire da questo contesto i Padri interpretano il canto degli Angeli nella Notte santa: esso è l’espressione della gioia per il fatto che l’alto e il basso, cielo e terra si trovano nuovamente uniti; che l’uomo è di nuovo unito a Dio. Secondo i Padri fa parte del canto natalizio degli Angeli che ora Angeli e uomini possano cantare insieme e in questo modo la bellezza del cosmo si esprima nella bellezza del canto di lode. Il canto liturgico – sempre secondo i Padri – possiede una sua dignità particolare per il fatto che è un cantare insieme ai cori celesti. È l’incontro con Gesù Cristo che ci rende capaci di sentire il canto degli Angeli, creando così la vera musica che decade quando perdiamo questo con-cantare e con-sentire.

Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto. Alla fine della nostra meditazione natalizia vorrei citare una parola straordinaria di sant’Agostino. Interpretando l’invocazione della Preghiera del Signore: “Padre nostro che sei nei cieli”, egli domanda: che cosa è questo – il cielo? E dove è il cielo? Segue una risposta sorprendente: “…che sei nei cieli – ciò significa: nei santi e nei giusti. I cieli sono, sì, i corpi più alti dell’universo, ma tuttavia corpi, che non possono essere se non in un luogo. Se, però, si crede che il luogo di Dio sia nei cieli come nelle parti più alte del mondo, allora gli uccelli sarebbero più fortunati di noi, perché vivrebbero più vicini a Dio. Ma non è scritto: ‘Il Signore è vicino a quanti abitano sulle alture o sulle montagne’, ma invece: ‘Il Signore è vicino ai contriti di cuore’ (Sal 34[33],19), espressione che si riferisce all’umiltà. Come il peccatore viene chiamato ‘terra’, così al contrario il giusto può essere chiamato ‘cielo’” (Serm. in monte II 5, 17). Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio, nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l’umiltà dei pastori mettiamoci in cammino, in questa Notte santa, verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia toccherà noi e renderà più luminoso il mondo. Amen.
+PetaloNero+
Tuesday, December 25, 2007 3:21 AM
Corriere della Sera > Cronache > Il discorso del Papa su salute e lavoro

LE ANTICIPAZIONI SUL Messaggio «Urbi et Orbi»
Il discorso del Papa su salute e lavoro
L'appello del Pontefice per la pace in Medio Oriente, Iraq, Libano e Terra Santa.
I suoi auguri in 63 lingue



CITTA' DEL VATICANO - Pace in Terra Santa, pace in Medio Oriente, pace in Africa. È un forte appello alla pace in ogni angolo della terra quello che giungerà il giorno di Natale da Benedetto XVI nel Messaggio "Urbi et Orbi" che il pontefice pronuncerà a mezzogiorno dalla Loggia delle Benedizioni.

SALUTE, LAVORO E ISTRUZIONE - Un discorso interamente focalizzato sul valore del Natale e sul messaggio di pace e speranza che porta il giorno della nascita di Gesù. Il Papa chiede il diritto alla salute per tutti, così come il diritto al lavoro e all’istruzione e condanna l’oppressione e le condizioni che offendono la dignità umana. Totale condanna di Papa Ratzinger anche dei sanguinosi conflitti armati, del terrorismo e delle violenze di ogni genere che provocano solo sofferenze nel mondo intero e colpiscono soprattutto donne, bambini e anziani.

APPELLO PER LA PACE - Il discorso di Benedetto XVI si occuperà poi delle martoriate terre del Darfur, della Somalia e del nord della Repubblica democratica del Congo, così come verso i sanguinosi conflitti in Eritrea ed Etiopia. Appello alla pace nell’intero Medio Oriente, in Iraq, in Libano e in Terra Santa. Ratzinger chiede con forza pace anche in Afghanistan, in Pakistan e nei Balcani e fa appello ai responsabili di governo affinchè ricerchino soluzioni umane, giuste e durature per una pace stabile. Che il Natale, conclude Benedetto XVI, sia per tutti un giorno di gioia, di speranza e di pace.

AUGURI IN 63 LINGUE - Il Papa rivolgerà gli auguri in 63 lingue e quest’anno la novità riguarda il "guaranì", lingua degli indios dell’Amazzonia. Oltre ai tradizionali auguri in italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese e in tutte le lingue europee, compreso il russo, il mongolo e l’ucraino, c’è anche l’arabo per i numerosi Paesi a maggioranza musulmana e il cinese che verrà ascoltato dai fedeli cattolici in Cina. Per il Natale 2006 furono 62 le lingue utilizzate da Benedetto XVI, mentre nel 2005 il Papa si limitò a 33 idiomi.
+PetaloNero+
Tuesday, December 25, 2007 2:42 PM
MESSAGGIO NATALIZIO DEL SANTO PADRE E BENEDIZIONE URBI ET ORBI


Alle ore 12 di oggi, Solennità del Natale del Signore, dalla Loggia della Benedizione il Santo Padre Benedetto XVI rivolge il tradizionale Messaggio natalizio ai fedeli presenti in Piazza San Pietro e a quanti lo ascoltano attraverso la radio e la televisione.

Questo il testo del Messaggio del Santo Padre per il Natale 2007:



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

"Un giorno santo è spuntato per noi:

venite tutti ad adorare il Signore;

oggi una splendida luce è discesa sulla terra"

(Messa del giorno di Natale, Acclamazione al Vangelo).

Cari fratelli e sorelle! "Un giorno santo è spuntato per noi". Un giorno di grande speranza: oggi è nato il Salvatore dell’umanità! La nascita di un bambino porta normalmente una luce di speranza a quanti lo attendono trepidanti. Quando nacque Gesù nella grotta di Betlemme, una "grande luce" apparve sulla terra; una grande speranza entrò nel cuore di quanti lo attendevano: "lux magna", canta la liturgia di questo giorno di Natale. Non fu certo "grande" alla maniera di questo mondo, perché a vederla, dapprima, furono solo Maria, Giuseppe e alcuni pastori, poi i Magi, il vecchio Simeone, la profetessa Anna: coloro che Dio aveva prescelto. Eppure, nel nascondimento e nel silenzio di quella notte santa, si è accesa per ogni uomo una luce splendida e intramontabile; è venuta nel mondo la grande speranza portatrice di felicità: "il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la sua gloria" (Gv 1,14)

"Dio è luce – afferma san Giovanni – e in lui non ci sono tenebre" (1 Gv 1,5). Nel Libro della Genesi leggiamo che quando ebbe origine l’universo, "la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso". "Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu" (Gn 1,2-3). La Parola creatrice di Dio è Luce, sorgente della vita. Tutto è stato fatto per mezzo del Logos e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (cfr Gv 1,3). Ecco perchè tutte le creature sono fondamentalmente buone, e recano in sé l’impronta di Dio, una scintilla della sua luce. Tuttavia, quando Gesù nacque dalla Vergine Maria, la Luce stessa è venuta nel mondo: "Dio da Dio, Luce da Luce", professiamo nel Credo. In Gesù Dio ha assunto ciò che non era rimanendo ciò che era: "l’onnipotenza entrò in un corpo infantile e non fu sottratta al governo dell’universo" (cfr Agostino, Serm 184, 1 sul Natale). Si è fatto uomo Colui che è il creatore dell’uomo per recare al mondo la pace. Per questo, nella notte di Natale, le schiere degli Angeli cantano: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e pace in terra agli uomini che egli ama" (Lc 2,14).

"Oggi una splendida luce è discesa sulla terra". La Luce di Cristo è portatrice di pace. Nella Messa della notte la liturgia eucaristica si è aperta proprio con questo canto: "Oggi la vera pace è scesa a noi dal cielo" (Antifona d’ingresso). Anzi, solo la "grande" luce apparsa in Cristo può donare agli uomini la "vera" pace: ecco perchè ogni generazione è chiamata ad accoglierla, ad accogliere il Dio che a Betlemme si è fatto uno di noi.

Questo è il Natale! Evento storico e mistero di amore, che da oltre duemila anni interpella gli uomini e le donne di ogni epoca e di ogni luogo. E’ il giorno santo in cui rifulge la "grande luce" di Cristo portatrice di pace! Certo, per riconoscerla, per accoglierla ci vuole fede, ci vuole umiltà. L’umiltà di Maria, che ha creduto alla parola del Signore, e ha adorato per prima, china sulla mangiatoia, il Frutto del suo grembo; l’umiltà di Giuseppe, uomo giusto, che ebbe il coraggio della fede e preferì obbedire a Dio piuttosto che tutelare la propria reputazione; l’umiltà dei pastori, dei poveri ed anonimi pastori, che accolsero l’annuncio del messaggero celeste e in fretta raggiunsero la grotta dove trovarono il bambino appena nato e, pieni di stupore, lo adorarono lodando Dio (cfr Lc 2,15-20). I piccoli, i poveri in spirito: ecco i protagonisti del Natale, ieri come oggi; i protagonisti di sempre della storia di Dio, i costruttori infaticabili del suo Regno di giustizia, di amore e di pace.

Nel silenzio della notte di Betlemme Gesù nacque e fu accolto da mani premurose. Ed ora, in questo nostro Natale, in cui continua a risuonare il lieto annuncio della sua nascita redentrice, chi è pronto ad aprirgli la porta del cuore? Uomini e donne di questa nostra epoca, anche a noi Cristo viene a portare la luce, anche a noi viene a donare la pace! Ma chi veglia, nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuore desto e orante? Chi attende l’aurora del giorno nuovo tenendo accesa la fiammella della fede? Chi ha tempo per ascoltare la sua parola e lasciarsi avvolgere dal fascino del suo amore? Sì! È per tutti il suo messaggio di pace; è a tutti che viene ad offrire se stesso come certa speranza di salvezza.

La luce di Cristo, che viene ad illuminare ogni essere umano, possa finalmente rifulgere, e sia consolazione per quanti si trovano nelle tenebre della miseria, dell'ingiustizia, della guerra; per coloro che vedono ancora negata la loro legittima aspirazione a una più sicura sussistenza, alla salute, all'istruzione, a un'occupazione stabile, a una partecipazione più piena alle responsabilità civili e politiche, al di fuori di ogni oppressione e al riparo da condizioni che offendono la dignità umana. Vittime dei sanguinosi conflitti armati, del terrorismo e delle violenze di ogni genere, che infliggono inaudite sofferenze a intere popolazioni, sono particolarmente le fasce più vulnerabili, i bambini, le donne, gli anziani. Mentre le tensioni etniche, religiose e politiche, l’instabilità, le rivalità, le contrapposizioni, le ingiustizie e le discriminazioni, che lacerano il tessuto interno di molti Paesi, inaspriscono i rapporti internazionali. E nel mondo va sempre più crescendo il numero dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati anche a causa delle frequenti calamità naturali, conseguenza spesso di preoccupanti dissesti ambientali.

In questo giorno di pace, il pensiero va soprattutto laddove rimbomba il fragore delle armi: alle martoriate terre del Darfur, della Somalia e del nord della Repubblica Democratica del Congo, ai confini dell'Eritrea e dell'Etiopia, all'intero Medio Oriente, in particolare all'Iraq, al Libano e alla Terrasanta, all'Afghanistan, al Pakistan e allo Sri Lanka, alla regione dei Balcani, e alle tante altre situazioni di crisi, spesso purtroppo dimenticate. Il Bambino Gesù porti sollievo a chi è nella prova e infonda ai responsabili di governo la saggezza e il coraggio di cercare e trovare soluzioni umane, giuste e durature. Alla sete di senso e di valore che avverte il mondo oggi, alla ricerca di benessere e di pace che segna la vita di tutta l’umanità, alle attese dei poveri Cristo, vero Dio e vero Uomo, risponde con il suo Natale. Non temano gli individui e le nazioni di riconoscerlo e di accoglierlo: con Lui "una splendida luce" rischiara l’orizzonte dell’umanità; con Lui si apre "un giorno santo" che non conosce tramonto. Questo Natale sia veramente per tutti un giorno di gioia, di speranza e di pace!

"Venite tutti ad adorare il Signore". Con Maria, Giuseppe e i pastori, con i Magi e la schiera innumerevole di umili adoratori del neonato Bambino, che lungo i secoli hanno accolto il mistero del Natale, anche noi, fratelli e sorelle di ogni continente, lasciamo che la luce di questo giorno si diffonda dappertutto: entri nei nostri cuori, rischiari e riscaldi le nostre case, porti serenità e speranza nelle nostre città, dia al mondo la pace. E’ questo il mio augurio per voi che mi ascoltate. Augurio che si fa preghiera umile e fiduciosa al Bambino Gesù, perché la sua luce disperda ogni tenebra dalla vostra vita e vi ricolmi dell’amore e della pace. Il Signore, che ha fatto risplendere in Cristo il suo volto di misericordia, vi appaghi della sua felicità e vi renda messaggeri della sua bontà. Buon Natale!




AUGURI DEL SANTO PADRE AI POPOLI E ALLE NAZIONI IN OCCASIONE DEL SANTO NATALE

Ai fedeli radunati in Piazza San Pietro e a quanti lo ascoltano attraverso la radio e la televisione, dopo il Messaggio natalizio "Urbi et Orbi" dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI invia l’augurio natalizio in 63 lingue:

A quanti mi ascoltano, rivolgo un cordiale augurio nelle diverse espressioni linguistiche:

italiano:
Buon Natale agli abitanti di Roma e dell’intera Nazione italiana! La nascita di Cristo rechi a tutti serenità e gioia, e risvegli in ciascuno il desiderio di testimoniare i valori della vita, della famiglia, dell’amore e della pace, evocati dal grande mistero dell’Incarnazione e della Nascita di Gesù! Natale è festa cristiana che fa parte dal patrimonio spirituale delle nostre comunità. Possa la nobile Nazione italiana conservare questa eredità culturale e religiosa per costruire un futuro di speranza. Buon Natale!

Seguono tutte le altre lingue...
+PetaloNero+
Tuesday, December 25, 2007 2:43 PM
A chi vive miseria, ingiustizia, guerra, va in particolare il pensiero del Papa che annuncia a tutti la luce grande di Cristo, nel messaggio Urbi et Orbi



“In questo giorno di pace il pensiero va soprattutto laddove rimbomba il fragore delle armi”: con queste parole, Benedetto XVI ha espresso l’augurio che la grande luce di Cristo sia di “consolazione per quanti si trovano nelle tenebre della miseria, dell’ingiustizia, della guerra”. Nel suo messaggio nella Solennità della Natività del Signore, il Papa ha sottolineato che “l’evento storico e il mistero d’amore del Natale da oltre duemila anni interpella gli uomini e le donne di ogni epoca e di ogni luogo”. E proprio a tutto il mondo, Urbi et Orbi, il Papa ha rivolto, dalla loggia della Basilica vaticana, i suoi auguri di Buon Natale, pronunciandoli nelle lingue più diverse. Il servizio di Fausta Speranza

“Alla sete di senso e di valore che avverte il mondo oggi, alla ricerca di benessere e di pace che segna la vita di tutta l’umanità, alle attese dei poveri Cristo, vero Dio e vero Uomo, risponde con il suo Natale”. Così Benedetto XVI invita ad accogliere Cristo ricordando che “si è fatto uomo Colui che è il creatore dell’uomo per recare al mondo la pace”. E il pensiero del Papa va alle zone del mondo dove non c’è pace, alle terre che definisce martoriate: nomina Darfur, Somalia, nord della Repubblica Democratica del Congo, confini di Eritrea e Etiopia, l'intero Medio Oriente, citando in particolare Iraq, Libano e Terrasanta. E poi Afghanistan, Pakistan, Sri Lanka, Balcani. Per poi ricordare che ci sono anche tante altre situazioni di crisi e che “spesso purtroppo sono dimenticate”.


“Il Bambino Gesù porti sollievo a chi è nella prova e infonda ai responsabili di governo la saggezza e il coraggio di cercare e trovare soluzioni umane, giuste e durature.. Questo Natale sia veramente per tutti un giorno di gioia, di speranza e di pace!”


Oltre che per le situazioni di guerra, il Papa ha parole per quanti vivono miseria e ingiustizia: per quanti si vedono negare sicura sussistenza, salute, occupazione stabile, partecipazione più piena alle responsabilità civili e politiche; per chi conosce oppressione o offesa alla dignità umana; per le vittime del terrorismo e di violenze di ogni genere, in particolare i più vulnerabili: bambini, donne, anziani.

“Mentre le tensioni etniche, religiose e politiche, l’instabilità, le rivalità, le contrapposizioni, le ingiustizie e le discriminazioni, che lacerano il tessuto interno di molti Paesi, inaspriscono i rapporti internazionali.”


E con lo sguardo al mondo, Benedetto XVI cita migranti, rifugiati, sfollati, ricordando che “le calamità naturali sono conseguenza spesso di preoccupanti dissesti ambientali”. Di fronte a tutto ciò - dice il Papa – “non temano gli individui e le nazioni di riconoscere Cristo e di accoglierlo. Con Lui “una splendida luce” rischiara l’orizzonte dell’umanità; con Lui si apre “un giorno santo” che non conosce tramonto. Il Papa cita il Libro della Genesi ricordando che, quando ebbe origine l’universo, Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu” e che dunque la Parola creatrice di Dio è Luce, sorgente della vita. “Ecco perchè – aggiunge Benedetto XVI - tutte le creature sono fondamentalmente buone, e recano in sé l’impronta di Dio, una scintilla della sua luce. Ma – ricorda Benedetto XVI – per riconoscere la grande luce di Cristo portatrice di pace ci vuole fede, ci vuole umiltà”:


“I piccoli, i poveri in spirito: ecco i protagonisti del Natale, ieri come oggi; i protagonisti di sempre della storia di Dio, i costruttori infaticabili del suo Regno di giustizia, di amore e di pace.”


“E’ l’umiltà di Maria, - dice il Papa - che ha creduto alla parola del Signore, e ha adorato per prima, china sulla mangiatoia, il Frutto del suo grembo; l’umiltà di Giuseppe, uomo giusto, che ebbe il coraggio della fede e preferì obbedire a Dio piuttosto che tutelare la propria reputazione; l’umiltà dei pastori, dei poveri ed anonimi pastori, che accolsero l’annuncio del messaggero celeste e in fretta raggiunsero la grotta dove trovarono il bambino appena nato e, pieni di stupore, lo adorarono lodando Dio”. Dunque l’invito del Papa: “Con Maria, Giuseppe e i pastori, con i magi e la schiera innumerevole di umili adoratori del neonato Bambino, che lungo i secoli hanno accolto il mistero del Natale, anche noi, fratelli e sorelle di ogni continente, lasciamo che la luce di questo giorno si diffonda dappertutto”:


“…entri nei nostri cuori, rischiari e riscaldi le nostre case, porti serenità e speranza nelle nostre città, dia al mondo la pace. E’ questo il mio augurio per voi che mi ascoltate. Augurio che si fa preghiera umile e fiduciosa al Bambino Gesù, perché la sua luce disperda ogni tenebra dalla vostra vita e vi ricolmi dell’amore e della pace.”


Il Papa afferma che “solo la ‘grande’ luce apparsa in Cristo può donare agli uomini la ‘vera’ pace”. “Ecco perché – aggiunge – ogni generazione è chiamata ad accoglierla, ad accogliere il Dio che a Betlemme si è fatto uno di noi”. Ma “chi è pronto ad aprirgli la porta del cuore? Chi veglia nella notte del dubbio e dell’incertezza?”, chiede il Papa. “Chi attende l’aurora del giorno nuovo tenendo accesa la fiammella della fede?”. “E’ a tutti – ribadisce il Papa – che Cristo viene ad offrire se stesso come certa speranza di salvezza”. E a tutti, Urbi et Orbi, alla città eterna e al mondo intero, il Papa impartisce la sua benedizione e rivolge il suo augurio di Natale, pronunciandolo, insieme con la sua benedizione, in 63 diverse lingue del mondo. Ecco le parole in italiano e altri frammenti di alcune lingue:


“Buon Natale agli abitanti di Roma e dell’intera Nazione italiana! La nascita di Cristo rechi a tutti serenità e gioia, e risvegli in ciascuno il desiderio di testimoniare i valori della vita, della famiglia, dell’amore e della pace, evocati dal grande mistero dell’Incarnazione e della Nascita di Gesù! Natale è festa cristiana che fa parte dal patrimonio spirituale delle nostre comunità. Possa la nobile Nazione italiana conservare questa eredità culturale e religiosa per costruire un futuro di speranza. Buon Natale!”


… Heureuse et sainte fête de Noël ! Que le Christ Sauveur vous garde dans l’espérance ….


… May the birth of the Prince of Peace remind the world where its true happiness lies….


…. Die Geburt Jesu Christi, des Erlösers der Menschen, erfülle Euer Leben mit tiefer Freude und reicher Gnade....





.... ¡Feliz Navidad! Que la Paz de Cristo reine en vuestros corazones, en las familias y en todos los pueblos…

...

…Sărbători Fericite de Crăciun si Anul Nou…



….Noel bayramı kutlu olsun…
…Hodie descendit lux magna super terram!



www.radiovaticana.org
+PetaloNero+
Tuesday, December 25, 2007 2:44 PM
Da Petrus

Ufficializzate le tappe italiane dei viaggi del Pontefice nel 2008

CITTA’ DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI compira' nel 2008 tre viaggi in Italia: a Savona-Genova, a Santa Maria di Leuca-Brindisi e a Cagliari. Lo ha reso noto il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. In Liguria, con tappe a Savona e a Genova, il Papa si rechera' il 17 e il 18 maggio; in Puglia, a Santa Maria di Leuca e poi a Brindisi, il 14 e il 15 giugno; infine, nel capoluogo sardo, il 7 settembre. I viaggi italiani si aggiungono a quelli internazionali gia' in calendario: il Santo Padre Benedetto XVI visitera' gli Stati Uniti e la sede dell' Onu a New York dal 15 al 20 aprile; sara' in Australia, a Sydney, a meta' luglio per la Giornata Mondiale della Gioventu' cattolica e, in autunno, si rechera' nel santuario mariano francese di Lourdes.

+PetaloNero+
Wednesday, December 26, 2007 2:41 PM
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS

Alle ore 12 di oggi, festa di Santo Stefano, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:



PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

All’indomani del Natale, la liturgia ci fa celebrare la "nascita al cielo" del primo martire, santo Stefano. "Pieno di fede e di Spirito Santo" (At 6,5), egli fu scelto come diacono nella Comunità di Gerusalemme, insieme con altri sei discepoli di cultura greca. Con la forza che gli veniva da Dio, Stefano compiva numerosi miracoli ed annunciava nelle sinagoghe il Vangelo con "sapienza ispirata". Fu lapidato alle porte della città e morì, come Gesù, invocando il perdono per i suoi uccisori (At 7,59-60). Il legame profondo che unisce Cristo al suo primo martire Stefano è la Carità divina: lo stesso Amore che spinse il Figlio di Dio a spogliare se stesso e a farsi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8), ha poi spinto gli Apostoli e i martiri a dare la vita per il Vangelo.

Bisogna sempre rimarcare questa caratteristica distintiva del martirio cristiano: esso è esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori. Perciò noi oggi, nella santa Messa, preghiamo il Signore che ci insegni "ad amare anche i nostri nemici sull’esempio di [Stefano] che morendo pregò per i suoi persecutori" (Orazione "colletta"). Quanti figli e figlie della Chiesa nel corso dei secoli hanno seguito questo esempio! Dalla prima persecuzione a Gerusalemme a quelle degli imperatori romani, fino alle schiere dei martiri dei nostri tempi. Non di rado, infatti, anche oggi giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa. Nella Lettera Enciclica Spe salvi (cfr n. 37), ricordando l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (morto nel 1857), faccio notare che la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede. Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, "accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita" (Omelia a Marienfeld - Colonia, 20 agosto 2005). Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte.

Preghiamo per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità.



DOPO L’ANGELUS

Je vous salue, chers pèlerins de langue française. Aujourd’hui, la mémoire de saint Étienne, premier de tous les martyrs, éclaire le mystère célébré à Noël: par amour, Dieu est devenue proche des hommes. Que l’intercession de saint Étienne vous aide à contempler les cieux ouverts par la naissance du Sauveur et à être témoins de son amour par toute votre existence. Saintes et joyeuses fêtes à vous tous. Avec ma Bénédiction apostolique.

I greet all those present for today’s Angelus. On this Feast of Saint Stephen the Martyr, Christians throughout the world are reminded that those who stand firm with Christ to the end will be saved. Confident of our Lord’s love for us, may we always make a place for him in our hearts and in our lives. During these Christmas days, may God bless you with the saving power of his peace and love.

Einen weihnachtlichen Gruß richte ich an alle Pilger und Besucher deutscher Sprache. Die Kirche gedenkt heute eines Glaubenszeugen „der ersten Stunde", des heiligen Diakons und Märtyrers Stephanus. Damit ruft sie uns auf, nicht in der Hirtenidylle stehenzubleiben, sondern wie Stephanus missionarisch zu sein und von dem Wunder des sich uns nahenden Gottes Zeugnis zu geben. Zu dieser weihnachtlichen Haltung ermutige ich euch, liebe Freunde, und wünsche euch von Herzen den Segen des Göttlichen Kindes für euch und eure Familien.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que se unen al rezo de esta oración mariana. Que el Misterio de Dios hecho hombre en Belén, que iluminó la vida del mártir San Esteban, cuya fiesta celebramos hoy, os aliente a ser siempre testigos valientes y creíbles del Evangelio de la Salvación. ¡Felices fiestas!

Pozdrawiam serdecznie Polaków. Dzisiaj liturgia wspomina męczeństwo świętego Szczepana, pierwszego męczennika. Niech i w naszym życiu nie zabraknie świadectwa Słowu, które stało się Ciałem. Niech zawsze wspiera was moc Boża.

[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. La liturgia odierna rammenta il martirio di Santo Stefano, primo martire della Chiesa. Anche nella nostra vita, non manchi la testimonianza della Parola, che si è fatta Carne. La forza di Dio vi sostenga sempre.]

Rivolgo infine il mio cordiale saluto a voi, pellegrini di lingua italiana, e vi auguro di conservare in questi giorni il clima spirituale di gioia e serenità del Santo Natale.
+PetaloNero+
Wednesday, December 26, 2007 2:42 PM
Nella Solennità di Santo Stefano, Benedetto XVI sottolinea che il martirio cristiano è sempre un atto d’amore verso Dio e gli uomini. Il Papa ricorda i tanti cristiani tuttora vittime di persecuzioni


Con il suo straordinario esempio, Santo Stefano rammenta ad ognuno di noi che il martirio cristiano è esclusivamente un atto d’amore verso Dio e verso gli uomini: è quanto sottolineato da Benedetto XVI, all’Angelus in Piazza San Pietro, incentrato sulla figura del primo martire cristiano. Il Papa ha poi messo l’accento sulla testimonianza offerta ancora oggi da tanti cristiani che soffrono e muoiono per annunciare il Vangelo, come anche per vivere in comunione con la Chiesa ed essere fedeli al Papa. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Fu lapidato alle porte della città e morì, come Gesù, invocando il perdono per i suoi uccisori”. Benedetto XVI ha sottolineato che è la “carità divina” il profondo legame tra Cristo e il suo primo martire Stefano. Quello stesso Amore “che spinse il Figlio di Dio a spogliare se stesso e a farsi obbediente fino alla morte di croce”, è stata la sua riflessione, “ha poi spinto gli Apostoli e i martiri a dare la vita per il Vangelo”:


“Bisogna sempre rimarcare questa caratteristica distintiva del martirio cristiano: esso è esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori. Perciò noi oggi, nella santa Messa, preghiamo il Signore che ci insegni “ad amare anche i nostri nemici sull’esempio di [Stefano] che morendo pregò per i suoi persecutori”.


“Quanti figli e figlie della Chiesa nel corso dei secoli – ha rammentato - hanno seguito questo esempio!”. Una testimonianza che inizia durante la prima persecuzione a Gerusalemme, fino alle schiere dei martiri dei nostri tempi:


“Non di rado, infatti, anche oggi giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa”.


Riprendendo la sua Enciclica "Spe salvi", il Papa ha dunque ricordato l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin che trasformò la sofferenza in gioia “mediante la forza della speranza che proviene dalla fede”. Ed ha aggiunto: “Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, “accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore”. La violenza, è stato il suo richiamo, “si trasforma in amore e quindi la morte in vita”:

“Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte. Preghiamo per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità”.



www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?vaiflv=0000156.flv&vai=ctv_frame00156.jpg&var1=26/12/2007&var2=Vatican%20City&var3=Angelus%20del%20Santo%20Padre%20nella%20memoria%20di%20Santo%2...




+PetaloNero+
Wednesday, December 26, 2007 8:43 PM
Da Petrus

Il Pontefice forse in Messico nel 2009



CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI si potrebbe recare in visita in Messico nel Gennaio del 2009, per partecipare all'Incontro mondiale delle famiglie. Lo ha annunciato il Cardinale Norberto Rivera Carrera (nella foto) in occasione della Messa di Natale nella cattedrale metropolitana di Citta' del Messico. ''Per il prossimo Natale, e' possibile che il pontefice sia in arrivo nel nostro Paese per partecipare qui all'Incontro mondiale delle famiglie - ha dichiarato Rivera Carrera - Celebriamo con Maria e Giuseppe, che ci offrono il loro bimbo, il bambino Dio, all'inizio di questo millennio e con la scadenza della preparazione dell'Incontro, durante il quale probabilmente incontreremo Sua Santita' Benedetto XVI''.

+PetaloNero+
Thursday, December 27, 2007 3:05 PM
RINUNCE E NOMINE


RINUNCIA DEL VESCOVO DI CATAMARCA (ARGENTINA)

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Catamarca (Argentina), presentata da S.E. Mons. Elmer Osmar Ramón Miani, in conformità al canone 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.

Gli succede S.E. Mons. Luis Urbanc, finora Vescovo Coadiutore della medesima diocesi.




RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO DI MERCEDES-LUJÁN (ARGENTINA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Papa ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Mercedes-Luján (Argentina), presentata da S.E. Mons. Rubén Héctor Di Monte, in conformità al canone 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Santo Padre ha nominato Arcivescovo di Mercedes-Luján (Argentina) S.E. Mons. Agustín Roberto Radrizzani, S.D.B., finora Vescovo di Lomas de Zamora.

S.E. Mons. Agustín Roberto Radrizzani, S.D.B.

S.E. Mons. Agustín Roberto Radrizzani, S.D.B., è nato a Avellaneda, provincia di Buenos Aires, il 22 settembre 1944. Entrato nel noviziato salesiano nel 1961, ha emesso la professione perpetua il 5 gennaio 1968 ed è stato ordinato sacerdote il 25 marzo 1972.
Dal 1968 al 1972 ha frequentato in Italia il Pontificio Ateneo Salesiano di Torino, conseguendovi la Licenza in Teologia. Ritornato in Argentina, ha ricoperto gli incarichi di docente e direttore del Collegio Salesiano di La Plata (1973-1978), incaricato della formazione dei novizi ad Avellaneda (1979), ispettore della Provincia di La Plata (1981-1988) e maestro dei novizi (1988-1991).
Il 14 maggio 1991 è stato nominato Vescovo di Neuquén ed ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 20 giugno successivo.
Il 24 aprile 2001 è stato nominato Vescovo di Lomas de Zamora.
In seno alla Conferenza Episcopale Argentina è stato Presidente della Commissione Episcopale per la Vita Consacrata. Al presente ne è 2° Vicepresidente e, come tale, è membro della Commissione Permanente e della "Esecutiva".
+PetaloNero+
Thursday, December 27, 2007 3:05 PM
La Chiesa ricorda San Giovanni Apostolo ed Evangelista. Il Papa: è il discepolo che "con folgorante intuizione" proclama che "Dio è amore"



Oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica di San Giovanni Apostolo ed Evangelista. Benedetto XVI ha dedicato all’apostolo ben tre catechesi del mercoledì nell’estate del 2006. Ce ne parla Sergio Centofanti:


San Giovanni Evangelista – afferma il Papa - non è un teorico: ha incontrato Gesù, vero Dio e vero uomo, e questa esperienza concreta comunica agli altri. In lui “tutto è mosso dal paradossale intento di far vedere l’invisibile” e anche di fronte a chi lo perseguita non può tacere quello che ha visto e ascoltato:


“Proprio questa franchezza nel confessare la propria fede resta un esempio e un monito per tutti noi ad essere sempre pronti a dichiarare con decisione la nostra incrollabile adesione a Cristo, anteponendo la fede a ogni calcolo o umano interesse”. (Udienza generale del 5 luglio 2006)

Giovanni “proclama con folgorante intuizione che Dio è amore”, amore che Dio ha dimostrato concretamente in Gesù:


"Dio non si è limitato alle dichiarazioni verbali, ma, possiamo dire, si è impegnato davvero e ha 'pagato' in prima persona … Ecco fin dove è giunto l'amore di Gesù per noi: fino all'effusione del proprio sangue per la nostra salvezza!" (Udienza generale del 9 agosto 2006)

Giovanni parla del comandamento nuovo di Gesù: amatevi come io vi ho amati. “E’ così – sottolinea il Papa - che l'amore diventa davvero cristiano: perché è “indirizzato verso tutti senza distinzioni” e perché giunge “fino alle estreme conseguenze, non avendo altra misura che l’essere senza misura”:


“Quelle parole di Gesù, ‘come io vi ho amati’, ci invitano e insieme ci inquietano; sono una meta che può apparire irraggiungibile, ma al tempo stesso sono uno stimolo che non ci permette di adagiarci su quanto abbiamo potuto realizzare. Non ci consente di essere contenti di come siamo, ma ci spinge a rimanere in cammino verso questa meta”. (Udienza generale del 9 agosto 2006)

Il Papa parla quindi di Giovanni, autore dell’Apocalisse che ci rivela in Cristo il senso di tutta la storia che altrimenti resterebbe incomprensibile: il veggente di Patmos trascrive le sue grandi visioni: quella fondamentale riguarda la figura dell’Agnello sgozzato che sta ritto in piedi, in mezzo al trono dove è già assiso Dio stesso:


“Gesù, il Figlio di Dio, in questa terra è un Agnello indifeso, ferito, morto. E tuttavia sta dritto, sta in piedi, sta davanti al trono di Dio ed è partecipe del potere divino. Egli ha nelle sue mani la storia del mondo. E così il Veggente vuol dirci: abbiate fiducia in Gesù, non abbiate paura dei poteri contrastanti, della persecuzione! L'Agnello ferito e morto vince! Seguite l'Agnello Gesù, affidatevi a Gesù, prendete la sua strada! Anche se in questo mondo è solo un Agnello che appare debole, è Lui il vincitore!” (Udienza generale del 23 agosto 2006)

Il Papa invita a imitare Giovanni che poggia il capo sul petto del Maestro durante l’Ultima Cena:


“Il Signore ci aiuti a metterci alla scuola di Giovanni per imparare la grande lezione dell’amore così da sentirci amati da Cristo 'fino alla fine' (Gv 13,1) e spendere la nostra vita per Lui”. (Udienza generale del 5 luglio 2006)

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+PetaloNero+
Thursday, December 27, 2007 7:19 PM
Da domani a Ginevra l'Incontro europeo dei giovani promosso dalla Comunità di Taizé. Il messaggio di Benedetto XVI


Oltre 40 mila ragazzi e ragazze, provenienti da tutta Europa, parteciperanno a Ginevra, a partire da domani e fino al prossimo primo gennaio, al “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra”, promosso dalla comunità ecumenica di Taizé. Rivolgendosi ai giovani del movimento ecumenico internazionale, fondato nel 1940 da frère Roger, il Papa scrive in un recente messaggio che “solo Cristo ci offre la chiave di una vera speranza, di una speranza che sorpassa ogni piccola speranza che possiamo avere”, perché ci orienta all’avvenire e alla “felicità eterna”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


"La vostra fiducia in Dio – si legge nel messaggio di Benedetto XVI – possa suscitare in voi la speranza ed aiutarvi a cambiare il mondo, basandovi sui valori evangelici, in particolare sul perdono, la punta estrema dell’amore, perché colui che perdona non si ferma all’errore commesso ma apre un nuovo avvenire”. “Se la pace è frutto della giustizia – scrive il Papa ai giovani che si accingono a partecipare al 30.mo Incontro europeo di preghiera - essa lo è ancora più nel perdono, che sigilla davvero la riconciliazione fra coloro che ieri si sfidavano o si opponevano, permettendo loro di fare un cammino insieme”. Il Santo Padre invita quindi i giovani ad essere “artefici del perdono tra i fratelli e costruire un mondo riconciliato”. Ma nelle situazioni di conflitto è possibile riuscire ad ascoltare l’altro? Risponde frère Richard, della comunità di Taizé :

“Abbiamo fatto esperienza in questi incontri che anche i giovani dei Paesi in conflitto sono capaci di ascoltarsi, di capirsi e di diventare amici. Ieri sono arrivati con un pullman dalla Croazia e dalla Serbia e stamani è stato bello vederli parlare, fare amicizia. Il Vangelo è veramente capace di andare oltre le memorie spesso dolorose di conflitti del passato e di aprire una via di comunione e di fiducia tra gli uomini”.

Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, invita in un messaggio i giovani a scoprire Cristo: "se l’uomo non rinuncia al suo desiderio di dominare gli altri – scrive il patriarca – non potrà mai vivere la giustizia di Dio”. Ma l’uomo è capace di realizzare una più equa ripartizione dei beni?:

“La giustizia comincia nel cuore dell’uomo. All’inizio bisogna rinunciare a questi desideri di dominare, per vedere nell’altra persona non una minaccia, ma una fonte di gioia e di aiuto”.

Ai giovani si propone, in particolare, di uscire dalla propria vicenda personale, fronteggiando l’eventuale insuccesso senza perdere la fiducia e la speranza, testimoniando concretamente la solidarietà nella quotidianità. Ma i giovani sono oggi in grado di essere vicini a quelli che vivono esperienze di povertà, anche spirituale?

“Questi incontri, come anche altri incontri di giovani, mostrano che ci sono delle capacità spesso nascoste nei giovani di andare verso l’altro, di capire l’altro, di dare una mano all’altro concretamente, molto spesso anche prendendosi il tempo di ascoltare l’altra persona. C’è una vera capacità nel cuore di tanti giovani di vivere questa solidarietà secondo il Vangelo”.

Ma come arrivare fino al perdono e porre così le basi di una riconciliazione profonda che neanche le più gravi fratture possono insidiare?:

“Non ci può essere un’esigenza di perdono fuori dalla chiamata del Vangelo. Ciò che noi possiamo fare, quando c’è un incontro così, è creare uno spazio dove forse il perdono diventi possibile. Ma è vero che in questi incontri europei che organizziamo c’è sempre molto tempo per rimanere in silenzio davanti a Dio, con gli altri giovani. E’ solamente nel segreto del cuore che può nascere un perdono vero, che poi riesce a guarire anche le ferite del passato”.

Filo conduttore dei quattro giorni di incontri e riflessione sarà un testo del priore della comunità di Taizé, frere Alois, intitolato “Lettera da Cochabamba” ed incentrato sull’importanza dell’ascolto dell’altro, sui valori della giustizia, della solidarietà e del perdono. Nella notte del 31 dicembre, ogni parrocchia organizzerà, infine, una veglia di preghiera per la pace, alla quale seguirà un momento di incontro interculturale, intitolato la “Festa dei popoli”.


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