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+PetaloNero+
Saturday, September 08, 2007 2:58 PM
DA PETRUS


Telegramma di cordoglio del Papa per la morte di Pavarotti: "Ha onorato il dono divino della musica" CITTA’ DEL VATICANO - Il Cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Vaticano, ha inviato un telegramma a Monsignor Benito Cocchi, l'arcivescovo di Modena che officera' il rito funebre di Luciano Pavarotti. ''Appresa triste notizia scomparsa tenore Luciano Pavarotti - dice il telegramma - sommo Pontefice esprime sentimenti di cordoglio per dipartita grande artista che con suo straordinario talento interpretativo ha onorato il dono divino della musica. Nell'affidare sua anima alla misericordia di Dio, Santo Padre invoca per familiari et quanti l'hanno avuto caro sostegno speranza cristiana che sola puo' lenire dolore per grave perdita et invia a lei et partecipanti rito esequiale confortatrice benedizione apostolica''.
+PetaloNero+
Saturday, September 08, 2007 7:53 PM
VIAGGIO IN AUSTRIA


Ore 16,45: Vespri Mariani - Santuario di Mariazell

Di fronte a sacerdoti, religiosi e religiose al santuario della Madonna di Mariazell, Benedetto XVI ripercorre le tre componenti determinanti di una vita impegnata nel radicale e totale donarsi a Dio: povertà, castità e obbedienza. Le parole del papa sono l’invito a porre in risalto – di fronte alle croci di ogni giorno - la profonda gioia e consolazione del donarsi totalmente alla causa del Vangelo: parla di “rinuncia ai beni materiali”, di libertà interiore, di “amore disinteressato”, di affidamento totale al Signore, nella certezza di trovare così “la volontà di Dio” e dunque “la nostra vera identità”. E ricorda che "l'obbedienza a Dio è obbedienza alla Chiesa".

IL TESTO INTEGRALE
Testo non definitivo Venerati confratelli nel sacerdozio, cari uomini e donne di vita consacrata, cari amici! Ci siamo riuniti nella venerabile Basilica della nostra "Magna Mater Austriae", a Mariazell. Da molte generazioni la gente prega qui per ottenere l’aiuto della Madre di Dio. Anche noi vogliamo oggi farlo. Vogliamo con Lei magnificare la bontà immensa di Dio ed esprimere al Signore la nostra gratitudine per tutti i benefici ricevuti, in particolare per il dono incommensurabile della fede. Vogliamo confidare a Lei anche le domande che ci stanno a cuore: chiedere la sua protezione per la Chiesa, invocare la sua intercessione per il dono di buone vocazioni per le nostre Diocesi e Comunità religiose, sollecitare il suo aiuto per le famiglie e la sua preghiera misericordiosa per tutte le persone che cercano una via d’uscita dai loro peccati e la conversione e, infine, affidare alle sue cure materne tutti i malati e le persone anziane. Che la grande Madre dell’Austria e dell’Europa aiuti tutti noi a realizzare un profondo rinnovamento della fede e della vita! Cari amici, come sacerdoti, religiosi e religiose, voi siete servi e serve della missione di Cristo. Come duemila anni fa Gesù ha chiamato persone alla sua sequela, così anche oggi giovani uomini e donne alla sua chiamata si mettono in cammino, affascinati da Lui e mossi dal desiderio di porre al servizio della Chiesa la propria vita, donandola per aiutare gli uomini. Hanno il coraggio di seguire Cristo e vogliono essere suoi testimoni. La vita al seguito di Cristo è, di fatto, un’impresa rischiosa, perché siamo sempre minacciati dal peccato, dalla mancanza di libertà e dalla defezione. Perciò abbiamo tutti bisogno della sua grazia, così come Maria la ricevette in pienezza. Impariamo a guardare sempre, come Maria, a Cristo prendendo Lui come criterio di misura. Possiamo partecipare all’universale missione di salvezza della Chiesa, della quale il Capo è Lui. Il Signore chiama i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i laici ad entrare nel mondo, nella sua realtà complessa, per cooperare lì all’edificazione del Regno di Dio. Lo fanno in una molteplicità grande e variegata: nell’annuncio, nell’edificazione di comunità, nei vari ministeri pastorali, nell’amore fattivo e nella carità vissuta, nella ricerca e nella scienza esercitate con spirito apostolico, nel dialogo con la cultura dell’ambiente circostante, nella promozione della giustizia voluta da Dio e in misura non minore nella contemplazione raccolta del Dio trinitario e nella sua lode comunitaria. Il Signore vi invita al pellegrinaggio della Chiesa "nel suo cammino attraverso i tempi". Vi invita a farvi pellegrini con Lui e a partecipare alla sua vita che ancora oggi è Via Crucis e via del Risorto attraverso la Galilea della nostra esistenza. Sempre, però, è lo stesso ed identico Signore che, mediante lo stesso unico battesimo, ci chiama all’unica fede. La partecipazione al suo cammino comporta dunque ambedue le cose: la dimensione della Croce – con insuccessi, sofferenze, incomprensioni, anzi addirittura disprezzo e persecuzione –, ma anche l’esperienza di una profonda gioia nel suo servizio e l’esperienza della profonda consolazione derivante dall’incontro con Lui. Come la Chiesa, così le parrocchie, le comunità e ogni cristiano battezzato traggono l’origine della loro missione dall’esperienza del Cristo crocifisso e risorto. Il centro della missione di Gesù Cristo e di tutti i cristiani è l’annuncio del Regno di Dio. Questo annuncio nel nome di Cristo significa per la Chiesa, per i sacerdoti, i religiosi e le religiose, come per tutti i battezzati, l’impegno di essere presenti nel mondo come suoi testimoni: voi rendete testimonianza di un "senso" che è radicato nell’amore creativo di Dio e si oppone a ogni insensatezza e ad ogni disperazione. Voi state dalla parte di coloro che cercano faticosamente questo senso, dalla parte di tutti coloro che vogliono dare alla vita una forma positiva. Pregando e chiedendo, siete gli avvocati di coloro che sono alla ricerca di Dio. Voi rendete testimonianza di una speranza che, contro ogni disperazione muta o manifesta, rimanda alla fedeltà e all’attenzione amorevole di Dio. Con ciò siete dalla parte di tutti coloro che hanno il dorso piegato sotto destini pesanti e non riescono più a liberarsi dai loro fardelli. Rendete testimonianza di quell’Amore che si è donato per gli uomini e così ha vinto la morte. State dalla parte di coloro che non hanno mai sperimentato l’amore, che non riescono più a credere nella vita. Vi opponete così ai molteplici tipi di ingiustizia nascosta o aperta, come anche al disprezzo degli uomini che sta espandendosi. In questo modo, cari fratelli e sorelle, tutta la vostra esistenza deve essere, come quella di Giovanni Battista, un grande, vivo rimando a Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato. Gesù ha qualificato Giovanni "una lampada che arde e risplende" (Gv 5,35). Siate anche voi simili lampade! Fate brillare la vostra luce nella nostra società, nella politica, nel mondo dell’economia, nel mondo della cultura e della ricerca. Anche se è solo un piccolo lume in mezzo a tanti fuochi fatui, esso tuttavia riceve la sua forza e il suo splendore dalla grande Stella del mattino, il Cristo risorto, la cui luce brilla e non tramonterà mai. Seguire Cristo significa crescere nella condivisione dei sentimenti e nell’assimilazione dello stile di vita di Gesù (cfr Fil 2, 5). "Guardare a Cristo" è il motto di questi giorni. Nel guardare a Lui, il grande Maestro di vita, la Chiesa ha scoperto tre caratteristiche che risaltano nell’atteggiamento di fondo di Gesù. Queste tre caratteristiche – le chiamiamo i "consigli evangelici" – sono divenute le componenti determinanti di una vita impegnata nella sequela radicale di Cristo: povertà, castità ed obbedienza. Riflettiamo un po’ su queste caratteristiche. Gesù Cristo, che era ricco di tutta la ricchezza di Dio, si è fatto povero per noi (cfr 2 Cor 8, 9). Ha spogliato se stesso e si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2, 6ss). Egli, il Povero, ha chiamato "beati" i poveri. Luca ci fa capire che questa affermazione riguarda senz’altro la gente povera nell’Israele del suo tempo, dove c’era un contrasto opprimente tra ricchi e poveri. Matteo nella sua versione delle Beatitudini precisa, tuttavia, che la semplice povertà materiale come tale da sola non garantisce ancora la vicinanza a Dio, anche se Dio a questi poveri è vicino in modo particolare. Così tutto diventa chiaro: il cristiano vede in loro il Cristo che lo attende, aspettando il suo impegno. Chi vuol seguire Cristo in modo radicale, deve decisamente rinunciare ai beni materiali. Deve, però, vivere questa povertà a partire da Cristo, come un diventare interiormente libero per Dio e per il prossimo. Per tutti i cristiani, ma specialmente per i sacerdoti, i religiosi e le religiose, per i singoli come pure per le comunità, la questione della povertà e dei poveri deve essere sempre di nuovo oggetto di un severo esame di coscienza. Per comprendere bene che cosa significhi castità, dobbiamo partire dal suo contenuto positivo. Lo troviamo ancora una volta guardando a Gesù Cristo. Gesù ha vissuto in un duplice orientamento: verso il Padre e verso il prossimo. Nella Sacra Scrittura veniamo a conoscerLo come persona che prega, che passa intere notti in dialogo col Padre. Pregando Egli inseriva la sua umanità e quella di tutti noi nel rapporto filiale col Padre. Questo dialogo diventava poi sempre nuovamente missione verso il mondo, verso di noi. La sua missione lo conduceva ad una dedizione pura ed indivisa agli uomini. Nelle testimonianze delle Sacre Scritture non vi è alcun momento della sua esistenza in cui si possa scorgere, nel suo comportamento verso gli uomini, una qualche traccia di interesse personale o di egoismo. Gesù ha amato gli uomini come ha amato suo Padre. L’entrare in questi sentimenti di Gesù ha ispirato a Paolo una teologia ed una prassi di vita che risponde alla parola di Gesù sul celibato per il Regno dei cieli (cfr Mt 19, 12). Sacerdoti, religiosi e religiose non vivono senza connessioni interpersonali. Con il voto di castità nel celibato non si consacrano all’individualismo o ad una vita isolata, ma promettono solennemente di porre totalmente e senza riserve al servizio del Regno di Dio gli intensi rapporti di cui sono capaci e che ricevono come un dono. In questo modo essi stessi diventano uomini e donne della speranza: contando totalmente su Dio, creano spazio alla sua presenza – alla presenza del Regno di Dio – nel mondo. Voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, offrite un contributo importante: in mezzo a tutta la cupidigia, a tutto l’egoismo del non saper aspettare, alla brama di consumo, in mezzo al culto dell’individualismo noi cerchiamo di vivere un amore disinteressato per gli uomini. Viviamo una speranza che lascia a Dio il compito della realizzazione. Che cosa sarebbe successo se nella storia del cristianesimo non ci fossero state queste figure indicatrici per il popolo? Che cosa sarebbe del nostro mondo, se non ci fossero sacerdoti, se non ci fossero donne e uomini negli Ordini religiosi e nelle Comunità di vita consacrata – persone che con la loro vita testimoniano la speranza di un appagamento più grande dei desideri umani e l’esperienza dell’amore di Dio che supera ogni amore umano? Il mondo ha bisogno della nostra testimonianza proprio anche oggi. Veniamo all’obbedienza. Gesù ha vissuto tutta la sua vita, dagli anni nascosti a Nazaret fino al momento della morte in croce, nell’ascolto del Padre, nell’obbedienza verso il Padre. Vediamo, ad esempio, la notte sul Monte degli ulivi. "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà". Mediante questa preghiera Gesù assume nella sua volontà di Figlio la caparbia resistenza di tutti noi, trasforma la nostra ribellione nella sua obbedienza. Gesù era un orante. In ciò era però anche uno che sapeva ascoltare e obbedire: fatto "obbediente fino alla morte, e alla morte di croce" (Fil 2,8). I cristiani hanno sempre sperimentato che, abbandonandosi alla volontà del Padre, non si perdono, ma trovano la via verso una profonda identità e libertà interiore. In Gesù hanno scoperto che trova se stesso colui che si dona, diventa libero chi si lega in un’obbedienza fondata in Dio e animata dalla ricerca di Dio. Ascoltare Dio ed obbedirgli non ha niente a che fare con costrizione dall’esterno e perdita di se stesso. Solo entrando nella volontà di Dio raggiungiamo la nostra vera identità. La testimonianza di questa esperienza è oggi necessaria al mondo proprio in rapporto al suo desiderio di "autorealizzazione" e "autodeterminazione". Romano Guardini racconta nella sua autobiografia come, in un momento critico del suo cammino, quando la fede della sua infanzia gli era diventata insicura, gli fu donata la decisione portante di tutta la sua vita – la conversione – nell’incontro con la parola di Gesù secondo cui trova se stesso solo colui che si perde (cfr Mc 8, 34s; Gv 12, 25); senza l’abbandono, senza il perdersi non può esserci un ritrovamento di sé, un’autorealizzazione. Ma in quale direzione è lecito perdersi? A chi ci si può donare? Gli si rese evidente che possiamo donarci completamente solo se nel farlo cadiamo nelle mani di Dio. Solo in Lui possiamo alla fine perderci e solo in Lui possiamo trovare noi stessi. Ma poi gli si presentò la domanda: Chi è Dio? Dov’è Dio? Allora comprese che il Dio al quale possiamo abbandonarci può essere solo il Dio resosi concreto e vicino in Gesù Cristo. Ma di nuovo gli si pose la domanda: Dove trovo Gesù Cristo? Come posso veramente donarmi a Lui? La risposta trovata da Guardini nella sua ricerca faticosa suona: Gesù è presente a noi in modo concreto solo nel suo corpo, la Chiesa. Per questo l’obbedienza alla volontà di Dio, l’obbedienza a Gesù Cristo, nella prassi deve essere molto concretamente un’umile obbedienza alla Chiesa. Anche su questo dovremmo sempre di nuovo fare un profondo esame di coscienza. Tutto ciò si trova riassunto nella preghiera di sant’Ignazio di Loyola – una preghiera che sempre mi appare troppo grande, al punto che quasi non oso dirla e che, tuttavia, dovremmo sempre di nuovo riproporci: "Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia, e sono ricco abbastanza, né chiedo alcunché d’altro" (Eb 234). Cari fratelli e sorelle! Ora voi tornate nel vostro ambiente di vita, nei luoghi del vostro impegno ecclesiale, pastorale, spirituale e umano. La nostra grande Avvocata e Madre Maria stenda la sua mano protettrice su di voi e sul vostro operare. Interceda per voi presso il suo Figlio, il nostro Signore Gesù Cristo. Al ringraziamento per la vostra preghiera e il vostro lavoro nella vigna del Signore unisco la mia supplica a Dio, affinché doni protezione e benessere a tutti voi, alla gente, in particolare ai giovani, qui in Austria e nei vari Paesi dai quali non pochi di voi provengono. Di cuore accompagno tutti con la mia Benedizione.
www.korazym.org
Paparatzifan
Saturday, September 08, 2007 11:44 PM
Dal blog di Lella...

PAVAROTTI/ MESSAGGIO DEL PAPA: HA ONORATO DONO DIVINO DELLA MUSICA

Telegramma del segretario di Stato Vaticano Bertone

Modena, 8 set. (Apcom) - Il Papa affida a Dio l'anima di Luciano Pavarotti, un "grande artista" che "ha onorato il dono divino della musica". Lo scrive il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, in un telegramma di cordoglio per la morte del grande tenore inviato all'arcivescovo di Modena-Nonantola, Benito Cocchi.

"Appresa triste notizia scomparsa tenore Luciano Pavarotti - è scritto nel telegramma che monsignor Cocchi ha letto all'inizio della cerimonia funebre- Sommo Pontefice esprime sentimenti di cordoglio per dipartita grande artista che con suo straordinario talento interpretativo ha onorato il dono divino della musica".

"Nell'affidare sua anima - continua il telegramma di Bertone - at misericordia di Dio, Santo Padre invoca per familiari et quanti l'hanno avuto caro sostegno speranza cristiana che sola può lenire dolore per grave perdita et invia a Lei et partecipanti rito esequiale portatrice benedizione apostolica".



Paparatzifan
Saturday, September 08, 2007 11:45 PM
Dal blog di Lella...

Vespri Mariani con i Sacerdoti, i Religiosi, i Diaconi e i Seminaristi nella Basilica del Santuario di Mariazell (8 settembre 2007)

Venerati confratelli nel sacerdozio,

Cari uomini e donne di vita consacrata,

Cari amici!

Ci siamo riuniti nella venerabile Basilica della nostra "Magna Mater Austriae", a Mariazell. Da molte generazioni la gente prega qui per ottenere l’aiuto della Madre di Dio. Anche noi vogliamo oggi farlo. Vogliamo con Lei magnificare la bontà immensa di Dio ed esprimere al Signore la nostra gratitudine per tutti i benefici ricevuti, in particolare per il dono incommensurabile della fede. Vogliamo confidare a Lei anche le domande che ci stanno a cuore: chiedere la sua protezione per la Chiesa, invocare la sua intercessione per il dono di buone vocazioni per le nostre Diocesi e Comunità religiose, sollecitare il suo aiuto per le famiglie e la sua preghiera misericordiosa per tutte le persone che cercano una via d’uscita dai loro peccati e la conversione e, infine, affidare alle sue cure materne tutti i malati e le persone anziane. Che la grande Madre dell’Austria e dell’Europa aiuti tutti noi a realizzare un profondo rinnovamento della fede e della vita!

Cari amici, come sacerdoti, religiosi e religiose, voi siete servi e serve della missione di Cristo. Come duemila anni fa Gesù ha chiamato persone alla sua sequela, così anche oggi giovani uomini e donne alla sua chiamata si mettono in cammino, affascinati da Lui e mossi dal desiderio di porre al servizio della Chiesa la propria vita, donandola per aiutare gli uomini. Hanno il coraggio di seguire Cristo e vogliono essere suoi testimoni. La vita al seguito di Cristo è, di fatto, un’impresa rischiosa, perché siamo sempre minacciati dal peccato, dalla mancanza di libertà e dalla defezione. Perciò abbiamo tutti bisogno della sua grazia, così come Maria la ricevette in pienezza. Impariamo a guardare sempre, come Maria, a Cristo prendendo Lui come criterio di misura. Possiamo partecipare all’universale missione di salvezza della Chiesa, della quale il Capo è Lui. Il Signore chiama i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i laici ad entrare nel mondo, nella sua realtà complessa, per cooperare lì all’edificazione del Regno di Dio. Lo fanno in una molteplicità grande e variegata: nell’annuncio, nell’edificazione di comunità, nei vari ministeri pastorali, nell’amore fattivo e nella carità vissuta, nella ricerca e nella scienza esercitate con spirito apostolico, nel dialogo con la cultura dell’ambiente circostante, nella promozione della giustizia voluta da Dio e in misura non minore nella contemplazione raccolta del Dio trinitario e nella sua lode comunitaria.

Il Signore vi invita al pellegrinaggio della Chiesa "nel suo cammino attraverso i tempi". Vi invita a farvi pellegrini con Lui e a partecipare alla sua vita che ancora oggi è Via Crucis e via del Risorto attraverso la Galilea della nostra esistenza. Sempre, però, è lo stesso ed identico Signore che, mediante lo stesso unico battesimo, ci chiama all’unica fede. La partecipazione al suo cammino comporta dunque ambedue le cose: la dimensione della Croce – con insuccessi, sofferenze, incomprensioni, anzi addirittura disprezzo e persecuzione –, ma anche l’esperienza di una profonda gioia nel suo servizio e l’esperienza della profonda consolazione derivante dall’incontro con Lui. Come la Chiesa, così le parrocchie, le comunità e ogni cristiano battezzato traggono l’origine della loro missione dall’esperienza del Cristo crocifisso e risorto.

Il centro della missione di Gesù Cristo e di tutti i cristiani è l’annuncio del Regno di Dio. Questo annuncio nel nome di Cristo significa per la Chiesa, per i sacerdoti, i religiosi e le religiose, come per tutti i battezzati, l’impegno di essere presenti nel mondo come suoi testimoni: voi rendete testimonianza di un "senso" che è radicato nell’amore creativo di Dio e si oppone a ogni insensatezza e ad ogni disperazione. Voi state dalla parte di coloro che cercano faticosamente questo senso, dalla parte di tutti coloro che vogliono dare alla vita una forma positiva. Pregando e chiedendo, siete gli avvocati di coloro che sono alla ricerca di Dio. Voi rendete testimonianza di una speranza che, contro ogni disperazione muta o manifesta, rimanda alla fedeltà e all’attenzione amorevole di Dio. Con ciò siete dalla parte di tutti coloro che hanno il dorso piegato sotto destini pesanti e non riescono più a liberarsi dai loro fardelli. Rendete testimonianza di quell’Amore che si è donato per gli uomini e così ha vinto la morte. State dalla parte di coloro che non hanno mai sperimentato l’amore, che non riescono più a credere nella vita. Vi opponete così ai molteplici tipi di ingiustizia nascosta o aperta, come anche al disprezzo degli uomini che sta espandendosi. In questo modo, cari fratelli e sorelle, tutta la vostra esistenza deve essere, come quella di Giovanni Battista, un grande, vivo rimando a Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato. Gesù ha qualificato Giovanni "una lampada che arde e risplende" (Gv 5,35). Siate anche voi simili lampade! Fate brillare la vostra luce nella nostra società, nella politica, nel mondo dell’economia, nel mondo della cultura e della ricerca. Anche se è solo un piccolo lume in mezzo a tanti fuochi fatui, esso tuttavia riceve la sua forza e il suo splendore dalla grande Stella del mattino, il Cristo risorto, la cui luce brilla e non tramonterà mai.

Seguire Cristo significa crescere nella condivisione dei sentimenti e nell’assimilazione dello stile di vita di Gesù (cfr Fil 2, 5). "Guardare a Cristo" è il motto di questi giorni. Nel guardare a Lui, il grande Maestro di vita, la Chiesa ha scoperto tre caratteristiche che risaltano nell’atteggiamento di fondo di Gesù.

Queste tre caratteristiche – le chiamiamo i "consigli evangelici" – sono divenute le componenti determinanti di una vita impegnata nella sequela radicale di Cristo: povertà, castità ed obbedienza. Riflettiamo un po’ su queste caratteristiche.

Gesù Cristo, che era ricco di tutta la ricchezza di Dio, si è fatto povero per noi (cfr 2 Cor 8, 9). Ha spogliato se stesso e si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2, 6ss). Egli, il Povero, ha chiamato "beati" i poveri. Luca ci fa capire che questa affermazione riguarda senz’altro la gente povera nell’Israele del suo tempo, dove c’era un contrasto opprimente tra ricchi e poveri. Matteo nella sua versione delle Beatitudini precisa, tuttavia, che la semplice povertà materiale come tale da sola non garantisce ancora la vicinanza a Dio, anche se Dio a questi poveri è vicino in modo particolare. Così tutto diventa chiaro: il cristiano vede in loro il Cristo che lo attende, aspettando il suo impegno. Chi vuol seguire Cristo in modo radicale, deve decisamente rinunciare ai beni materiali. Deve, però, vivere questa povertà a partire da Cristo, come un diventare interiormente libero per Dio e per il prossimo. Per tutti i cristiani, ma specialmente per i sacerdoti, i religiosi e le religiose, per i singoli come pure per le comunità, la questione della povertà e dei poveri deve essere sempre di nuovo oggetto di un severo esame di coscienza.

Per comprendere bene che cosa significhi castità, dobbiamo partire dal suo contenuto positivo. Lo troviamo ancora una volta guardando a Gesù Cristo. Gesù ha vissuto in un duplice orientamento: verso il Padre e verso il prossimo.
Nella Sacra Scrittura veniamo a conoscerLo come persona che prega, che passa intere notti in dialogo col Padre. Pregando Egli inseriva la sua umanità e quella di tutti noi nel rapporto filiale col Padre. Questo dialogo diventava poi sempre nuovamente missione verso il mondo, verso di noi. La sua missione lo conduceva ad una dedizione pura ed indivisa agli uomini. Nelle testimonianze delle Sacre Scritture non vi è alcun momento della sua esistenza in cui si possa scorgere, nel suo comportamento verso gli uomini, una qualche traccia di interesse personale o di egoismo. Gesù ha amato gli uomini come ha amato suo Padre.

L’entrare in questi sentimenti di Gesù ha ispirato a Paolo una teologia ed una prassi di vita che risponde alla parola di Gesù sul celibato per il Regno dei cieli (cfr Mt 19, 12). Sacerdoti, religiosi e religiose non vivono senza connessioni interpersonali. Con il voto di castità nel celibato non si consacrano all’individualismo o ad una vita isolata, ma promettono solennemente di porre totalmente e senza riserve al servizio del Regno di Dio gli intensi rapporti di cui sono capaci e che ricevono come un dono.

In questo modo essi stessi diventano uomini e donne della speranza: contando totalmente su Dio, creano spazio alla sua presenza – alla presenza del Regno di Dio – nel mondo. Voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, offrite un contributo importante: in mezzo a tutta la cupidigia, a tutto l’egoismo del non saper aspettare, alla brama di consumo, in mezzo al culto dell’individualismo noi cerchiamo di vivere un amore disinteressato per gli uomini. Viviamo una speranza che lascia a Dio il compito della realizzazione. Che cosa sarebbe successo se nella storia del cristianesimo non ci fossero state queste figure indicatrici per il popolo? Che cosa sarebbe del nostro mondo, se non ci fossero sacerdoti, se non ci fossero donne e uomini negli Ordini religiosi e nelle Comunità di vita consacrata – persone che con la loro vita testimoniano la speranza di un appagamento più grande dei desideri umani e l’esperienza dell’amore di Dio che supera ogni amore umano? Il mondo ha bisogno della nostra testimonianza proprio anche oggi.

Veniamo all’obbedienza. Gesù ha vissuto tutta la sua vita, dagli anni nascosti a Nazaret fino al momento della morte in croce, nell’ascolto del Padre, nell’obbedienza verso il Padre. Vediamo, ad esempio, la notte sul Monte degli ulivi. "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà".

Mediante questa preghiera Gesù assume nella sua volontà di Figlio la caparbia resistenza di tutti noi, trasforma la nostra ribellione nella sua obbedienza. Gesù era un orante. In ciò era però anche uno che sapeva ascoltare e obbedire: fatto "obbediente fino alla morte, e alla morte di croce" (Fil 2,8). I cristiani hanno sempre sperimentato che, abbandonandosi alla volontà del Padre, non si perdono, ma trovano la via verso una profonda identità e libertà interiore. In Gesù hanno scoperto che trova se stesso colui che si dona, diventa libero chi si lega in un’obbedienza fondata in Dio e animata dalla ricerca di Dio. Ascoltare Dio ed obbedirgli non ha niente a che fare con costrizione dall’esterno e perdita di se stesso. Solo entrando nella volontà di Dio raggiungiamo la nostra vera identità. La testimonianza di questa esperienza è oggi necessaria al mondo proprio in rapporto al suo desiderio di "autorealizzazione" e "autodeterminazione".

Romano Guardini racconta nella sua autobiografia come, in un momento critico del suo cammino, quando la fede della sua infanzia gli era diventata insicura, gli fu donata la decisione portante di tutta la sua vita – la conversione – nell’incontro con la parola di Gesù secondo cui trova se stesso solo colui che si perde (cfr Mc 8, 34s; Gv 12, 25); senza l’abbandono, senza il perdersi non può esserci un ritrovamento di sé, un’autorealizzazione. Ma in quale direzione è lecito perdersi? A chi ci si può donare? Gli si rese evidente che possiamo donarci completamente solo se nel farlo cadiamo nelle mani di Dio. Solo in Lui possiamo alla fine perderci e solo in Lui possiamo trovare noi stessi. Ma poi gli si presentò la domanda: Chi è Dio? Dov’è Dio? Allora comprese che il Dio al quale possiamo abbandonarci può essere solo il Dio resosi concreto e vicino in Gesù Cristo. Ma di nuovo gli si pose la domanda: Dove trovo Gesù Cristo? Come posso veramente donarmi a Lui? La risposta trovata da Guardini nella sua ricerca faticosa suona: Gesù è presente a noi in modo concreto solo nel suo corpo, la Chiesa. Per questo l’obbedienza alla volontà di Dio, l’obbedienza a Gesù Cristo, nella prassi deve essere molto concretamente un’umile obbedienza alla Chiesa. Anche su questo dovremmo sempre di nuovo fare un profondo esame di coscienza.

Tutto ciò si trova riassunto nella preghiera di sant’Ignazio di Loyola – una preghiera che sempre mi appare troppo grande, al punto che quasi non oso dirla e che, tuttavia, dovremmo sempre di nuovo riproporci: "Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia, e sono ricco abbastanza, né chiedo alcunché d’altro" (Eb 234).

Cari fratelli e sorelle! Ora voi tornate nel vostro ambiente di vita, nei luoghi del vostro impegno ecclesiale, pastorale, spirituale e umano. La nostra grande Avvocata e Madre Maria stenda la sua mano protettrice su di voi e sul vostro operare. Interceda per voi presso il suo Figlio, il nostro Signore Gesù Cristo. Al ringraziamento per la vostra preghiera e il vostro lavoro nella vigna del Signore unisco la mia supplica a Dio, affinché doni protezione e benessere a tutti voi, alla gente, in particolare ai giovani, qui in Austria e nei vari Paesi dai quali non pochi di voi provengono. Di cuore accompagno tutti con la mia Benedizione.

© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana
Paparatzifan
Saturday, September 08, 2007 11:57 PM
Dal blog di Lella...

SANTA MESSA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza antistante la Basilica di Mariazell
Sabato, 8 settembre 2007

Cari fratelli e sorelle,

con il nostro grande pellegrinaggio a Mariazell celebriamo la festa patronale di questo Santuario, la festa della Natività di Maria. Da 850 anni vengono qui persone da vari popoli e nazioni, persone che pregano portando con sé i desideri dei loro cuori e dei loro Paesi, le preoccupazioni e le speranze del loro intimo. Così Mariazell è diventata per l’Austria, e molto al di là delle sue frontiere, un luogo di pace e di unità riconciliata. Qui le persone sperimentano la bontà consolatrice della Madre; qui incontrano Gesù Cristo, nel quale Dio è con noi, come afferma oggi il brano evangelico - Gesù, di cui la lettura del profeta Michea dice: Ed Egli sarà la pace (cfr 5,4). Oggi ci inseriamo in questo grande pellegrinaggio di molti secoli. Facciamo una sosta dalla Madre del Signore e la preghiamo: Mostraci Gesù. Mostra a noi pellegrini Colui che è insieme la via e la meta: la verità e la vita.

Il brano evangelico, che abbiamo appena ascoltato, apre ulteriormente il nostro sguardo. Esso presenta la storia di Israele a partire da Abramo come un pellegrinaggio che, con salite e discese, per vie brevi e per vie lunghe, conduce infine a Cristo. La genealogia con le sue figure luminose e oscure, con i suoi successi e i suoi fallimenti, ci dimostra che Dio scrive diritto anche sulle righe storte della nostra storia umana.
Dio ci lascia la nostra libertà e, tuttavia, sa trovare nel nostro fallimento nuove vie per il suo amore. Dio non fallisce. Così questa genealogia è una garanzia della fedeltà di Dio; una garanzia che Dio non ci lascia cadere, e un invito ad orientare la nostra vita sempre nuovamente verso di Lui, a camminare sempre di nuovo verso Cristo.

Andare in pellegrinaggio significa essere orientati in una certa direzione, camminare verso una meta. Ciò conferisce anche alla via ed alla sua fatica una propria bellezza. Tra i pellegrini della genealogia di Gesù ce n’erano alcuni che avevano dimenticato la meta e volevano porre sé stessi come meta. Ma sempre di nuovo il Signore aveva suscitato anche persone che si erano lasciate spingere dalla nostalgia della meta, orientandovi la propria vita. Lo slancio verso la fede cristiana, l’inizio della Chiesa di Gesù Cristo è stato possibile, perché esistevano in Israele persone con un cuore in ricerca – persone che non si sono accomodate nella consuetudine, ma hanno scrutato lontano alla ricerca di qualcosa di più grande: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Maria e Giuseppe, i Dodici e molti altri. Poiché il loro cuore era in attesa, essi potevano riconoscere in Gesù Colui che Dio aveva mandato e diventare così l’inizio della sua famiglia universale. La Chiesa delle genti si è resa possibile, perché sia nell’area del Mediterraneo sia nell’Asia vicina e media, dove arrivavano i messaggeri di Gesù Cristo, c’erano persone in attesa che non si accontentavano di ciò che facevano e pensavano tutti, ma cercavano la stella che poteva indicare loro la via verso la Verità stessa, verso il Dio vivente.

Di questo cuore inquieto e aperto abbiamo bisogno. È il nocciolo del pellegrinaggio. Anche oggi non è sufficiente essere e pensare in qualche modo come tutti gli altri. Il progetto della nostra vita va oltre. Noi abbiamo bisogno di Dio, di quel Dio che ci ha mostrato il suo volto ed aperto il suo cuore: Gesù Cristo. Giovanni, con buona ragione, afferma che Lui è l’Unigenito Dio che è nel seno del Padre (cfr Gv 1,18); così solo Lui, dall’intimo di Dio stesso, poteva rivelare Dio a noi – rivelarci anche chi siamo noi, da dove veniamo e verso dove andiamo.

Certo, ci sono numerose grandi personalità nella storia che hanno fatto belle e commoventi esperienze di Dio. Restano, però, esperienze umane con il loro limite umano. Solo Lui è Dio e perciò solo Lui è il ponte, che mette in contatto immediato Dio e l’uomo. Se noi dunque lo chiamiamo l’unico Mediatore della salvezza valido per tutti, che interessa tutti e del quale, in definitiva, tutti hanno bisogno, questo non significa affatto disprezzo delle altre religioni né assolutizzazione superba del nostro pensiero, ma solo l’essere conquistati da Colui che ci ha interiormente toccati e colmati di doni, affinché noi potessimo a nostra volta fare doni anche agli altri.

Di fatto, la nostra fede si oppone decisamente alla rassegnazione che considera l’uomo incapace della verità – come se questa fosse troppo grande per lui. Questa rassegnazione di fronte alla verità è il nocciolo della crisi dell’Occidente, dell’Europa. Se per l’uomo non esiste una verità, egli, in fondo, non può neppure distinguere tra il bene e il male.

E allora le grandi e meravigliose conoscenze della scienza diventano ambigue: possono aprire prospettive importanti per il bene, per la salvezza dell’uomo, ma anche – lo vediamo – diventare una terribile minaccia, la distruzione dell’uomo e del mondo. Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù come lo vediamo qui nel santuario di Mariazell.

Lo vediamo in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e, sull’altare principale della basilica, come crocifisso. Queste due immagini della basilica ci dicono: la verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore. Non è mai nostra proprietà, un nostro prodotto, come anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e trasmettere come dono. Di questa interiore forza della verità abbiamo bisogno. Di questa forza della verità noi come cristiani ci fidiamo. Di essa siamo testimoni. Dobbiamo trasmetterla in dono nello stesso modo in cui l’abbiamo ricevuta.

"Guardare a Cristo“, è il motto di questo giorno. Questo invito, per l’uomo in ricerca, si trasforma sempre di nuovo in una spontanea richiesta, una richiesta rivolta in particolare a Maria, che ci ha donato Cristo come il Figlio suo: „Mostraci Gesù!“ Preghiamo oggi così con tutto il cuore; preghiamo così anche al di là di questa ora, interiormente alla ricerca del Volto del Redentore. „Mostraci Gesù!“. Maria risponde, presentandoLo a noi innanzitutto come bambino. Dio si è fatto piccolo per noi. Dio non viene con la forza esteriore, ma viene nell’impoten­za del suo amore, che costituisce la sua forza. Egli si dà nelle nostre mani. Chiede il nostro amore. Ci invita a diventare anche noi piccoli, a scendere dai nostri alti troni ed imparare ad essere bambini davanti a Dio. Egli ci offre il Tu. Ci chiede di fidarci di Lui e di imparare così a stare nella verità e nell’amore. Il bambino Gesù ci ricorda naturalmente anche tutti i bambini del mondo, nei quali vuole venirci incontro. I bambini che vivono nella povertà; che vengono sfruttati come soldati; che non hanno mai potuto sperimentare l’amore dei genitori; i bambini malati e sofferenti, ma anche quelli gioiosi e sani. L’Europa è diventata povera di bambini: noi vogliamo tutto per noi stessi, e forse non ci fidiamo troppo del futuro. Ma priva di futuro sarà la terra solo quando si spegneranno le forze del cuore umano e della ragione illuminata dal cuore – quando il volto di Dio non splenderà più sopra la terra. Dove c’è Dio, là c’è futuro.

"Guardare a Cristo“: gettiamo ancora brevemente uno sguardo al Crocifisso sopra l’altare maggiore. Dio ha redento il mondo non mediante la spada, ma mediante la Croce. Morente, Gesù stende le braccia. Questo è innanzitutto il gesto della Passione, in cui Egli si lascia inchiodare per noi, per darci la sua vita. Ma le braccia stese sono allo stesso tempo l’atteggiamen­to dell’oran­te, una posizione che il sacerdote assume quando nella preghiera allarga le braccia: Gesù ha trasformato la passione – la sua sofferenza e la sua morte – in preghiera, in un atto di amore verso Dio e verso gli uomini. Per questo le braccia stese sono, alla fine, anche un gesto di abbraccio, con cui Egli vuole attirarci a sé, racchiuderci nelle mani del suo amore. Così Egli è l’immagine del Dio vivente, è Dio stesso, a Lui possiamo affidarci.

"Guardare a Cristo!" Se questo noi facciamo, ci rendiamo conto che il cristianesimo è di più e qualcosa di diverso da un sistema morale, da una serie di richieste e di leggi. È il dono di un’amici­zia che perdura nella vita e nella morte: „Non vi chiamo più servi, ma amici“ (cfr Gv 15,15), dice il Signore ai suoi.

A questa amicizia noi ci affidiamo. Ma proprio perché il cristianesimo è più di una morale, è appunto il dono di un’amici­zia, proprio per questo porta in sé anche una grande forza morale di cui noi, davanti alle sfide del nostro tempo, abbiamo tanto bisogno.

Se con Gesù Cristo e con la sua Chiesa rileggiamo in modo sempre nuovo il Decalogo del Sinai, penetrando nelle sue profondità, allora ci si rivela come un grande ammaestramento. Esso è innanzitutto un „sì“ a Dio, a un Dio che ci ama e ci guida, che ci porta e, tuttavia, ci lascia la nostra libertà, anzi, la rende vera libertà (i primi tre comandamenti). È un “sì” alla famiglia (quarto comandamento), un “sì” alla vita (quinto comandamento), un “sì” ad un amore responsabile (sesto comandamento), un “sì” alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un “sì” alla verità (ottavo comandamento) e un “sì” al rispetto delle altre persone e di ciò che ad esse appartiene (nono e decimo comandamento). In virtù della forza della nostra amicizia col Dio vivente noi viviamo questo molteplice “sì” e al contempo lo portiamo come indicatore di percorso entro il nostro mondo.

Mostraci Gesù!“. Con questa domanda alla Madre del Signore ci siamo messi in cammino verso questo luogo. Questa stessa domanda ci accompagnerà nella nostra vita quotidiana. E sappiamo che Maria esaudisce la nostra preghiera: sì, in qualunque momento, quando guardiamo verso Maria, lei ci mostra Gesù. Così possiamo trovare la via giusta, seguirla passo passo, pieni della gioiosa fiducia che la via conduce nella luce – nella gioia dell’eterno Amore. Amen.

© Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana


+PetaloNero+
Sunday, September 09, 2007 3:10 PM
Domenica 9 settembre

Ore 10,00: Santa Messa - Duomo di Santo Stefano a Vienna

La Messa domenicale è una necessità interiore: senza Cristo il tempo è vuoto. E' quanto ha detto il Papa alla Messa nel Duomo di Santo Stefano a Vienna

La Celebrazione eucaristica domenicale è “una necessità interiore. Senza Colui che sostiene la nostra vita col suo amore, la vita stessa è vuota. Lasciar via o tradire questo centro toglierebbe alla vita stessa il suo fondamento, la sua dignità interiore e la sua bellezza”. E’ quanto ha detto stamani il Papa durante la Messa nel Duomo di Santo Stefano a Vienna. Il Papa ha invitato ad andare oltre “l’attivismo della vita quotidiana” per guardare “verso l’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino”. “La Domenica, nelle nostre società occidentali – ha aggiunto - si è mutata in un fine-settimana, in tempo libero. Il tempo libero, specialmente nella fretta del mondo moderno, è certamente una cosa bella e necessaria. Ma se il tempo libero non ha un centro interiore, da cui proviene un orientamento per l’insieme, esso finisce per essere tempo vuoto che non ci rinforza e ricrea. Il tempo libero necessita di un centro – l’incontro con Colui che è la nostra origine e la nostra meta”. Ma ecco il testo integrale dell’omelia del Papa:

Cari fratelli e sorelle!

„Sine dominico non possumus!“ Senza il dono del Signore, senza il Giorno del Signore non possiamo vivere: così risposero nell’anno 304 alcuni cristiani di Abitene nell’attuale Tunisia quando, sorpresi nella Celebrazione eucaristica domenicale, che era proibita, furono portati davanti al giudice e fu loro chiesto perché avevano tenuto di Domenica la funzione religiosa cristiana, pur sapendo che questo era punito con la morte. „Sine dominico non possumus“. Nella parola dominico sono indissolubilmente intrecciati due significati, la cui unità dobbiamo nuovamente imparare a percepire. C’è innanzitutto il dono del Signore – questo dono è Lui stesso: il Risorto, del cui contatto e vicinanza i cristiani hanno bisogno per essere se stessi. Questo, però, non è solo un contatto spirituale, interno, soggettivo: l’incontro col Signore si iscrive nel tempo attraverso un giorno preciso. E in questo modo si iscrive nella nostra esistenza concreta, corporea e comunitaria, che è temporalità. Dà al nostro tempo, e quindi alla nostra vita nel suo insieme, un centro, un ordine interiore. Per quei cristiani la Celebrazione eucaristica domenicale non era un precetto, ma una necessità interiore. Senza Colui che sostiene la nostra vita col suo amore, la vita stessa è vuota. Lasciar via o tradire questo centro toglierebbe alla vita stessa il suo fondamento, la sua dignità interiore e la sua bellezza.


Ha rilevanza questo atteggiamento dei cristiani di allora anche per noi cristiani di oggi? Sì, vale anche per noi, che abbiamo bisogno di una relazione che ci sorregga e dia orientamento e contenuto alla nostra vita. Anche noi abbiamo bisogno del contatto con il Risorto, che ci sorregge fin oltre la morte. Abbiamo bisogno di questo incontro che ci riunisce, che ci dona uno spazio di libertà, che ci fa guardare oltre l’attivismo della vita quotidiana verso l’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.


Se, tuttavia, prestiamo ora ascolto all’odierno brano evangelico, al Signore che in esso ci parla, ci spaventiamo. „Chi non rinuncia ad ogni sua proprietà e non lascia anche tutti i legami familiari, non può essere mio discepolo.“ Vorremmo obiettare: ma cosa stai dicendo, Signore? Non ha forse il mondo bisogno proprio della famiglia? Non ha forse bisogno dell’amore paterno e materno, dell’amore tra genitori e figli, tra uomo e donna? Non abbiamo noi bisogno dell’amore della vita, bisogno della gioia di vivere? E non occorrono forse anche persone che investano nei beni di questo mondo ed edifichino la terra che ci è stata data, cosicché tutti possano aver parte dei suoi doni? Non ci è stato affidato forse anche il compito di provvedere allo sviluppo della terra e dei suoi beni? Se ascoltiamo meglio il Signore e lo ascoltiamo nell’insieme di tutto ciò che Egli ci dice, allora comprendiamo che Gesù non esige da tutti la stessa cosa. Ognuno ha il suo compito personale e il tipo di sequela progettato per lui. Nel Vangelo di oggi Gesù parla direttamente di ciò che non è compito dei molti che gli si erano associati nel pellegrinaggio verso Gerusalemme, ma che è chiamata particolare dei Dodici. Questi devono innanzitutto superare lo scandalo della Croce e devono poi essere pronti a lasciare veramente tutto ed accettare la missione apparentemente assurda di andare sino ai confini della terra e, con la loro scarsa cultura, annunciare ad un mondo pieno di presunta erudizione e di formazione fittizia o vera – come certamente in particolare anche ai poveri e ai semplici – il Vangelo di Gesù Cristo. Devono essere pronti, sul loro cammino nella vastità del mondo, a subire in prima persona il martirio, per testimoniare così il Vangelo del Signore crocifisso e risorto. Se la parola di Gesù è rivolta anzitutto ai Dodici, la sua chiamata naturalmente raggiunge, al di là del momento storico, tutti i secoli. In tutti i tempi Egli chiama delle persone a contare esclusivamente su di Lui, a lasciare tutto il resto e ad essere totalmente a sua disposizione e così a disposizione degli altri: a creare delle oasi di amore disinteressato in un mondo, in cui tanto spesso sembrano contare solo il potere ed il denaro. Ringraziamo il Signore, perché in tutti i secoli ci ha donato uomini e donne che per amor suo hanno lasciato tutto il resto, rendendosi segni luminosi del suo amore! Basti pensare a persone come Benedetto e Scolastica, come Francesco e Chiara, Elisabetta di Turingia e Edvige di Slesia, come Ignazio di Loyola, Teresa di Avila fino a Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio! Queste persone, con l’intera loro vita, sono diventate un’interpretazione della parola di Gesù, che in loro si rende vicina e comprensiva per noi. Preghiamo il Signore, affinché anche nel nostro tempo doni a tante persone il coraggio di lasciare tutto, per essere così a disposizione di tutti.


Se, però, ci dedichiamo ora di nuovo al Vangelo, possiamo accorgerci che il Signore non vi parla solo di alcuni pochi e del loro compito particolare; il nocciolo di ciò che Egli intende vale per tutti. Di che cosa si tratti in ultima istanza, lo esprime un’altra volta così: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” (Lc 9, 24s). Chi vuol soltanto possedere la propria vita, prenderla solo per se stesso, la perderà. Solo chi si dona riceve la sua vita. Con altre parole: solo colui che ama trova la vita. E l’amore richiede sempre l’uscire da se stessi, richiede di lasciare se stessi. Chi si volge indietro per cercare se stesso e vuol avere l’altro solo per sé, perde proprio in questo modo se stesso e l’altro. Senza questo più profondo perdere se stesso non c’è vita. L’irrequieta brama di vita che oggi non dà pace agli uomini finisce nel vuoto della vita persa. “Chi perderà la propria vita per me…”, dice il Signore: un lasciare se stessi in modo più radicale è possibile solo se con ciò alla fine non cadiamo nel vuoto, ma nelle mani dell’Amore eterno. Solo l’amore di Dio, che ha perso se stesso per noi consegnandosi a noi, rende possibile anche a noi di diventare liberi, di lasciar perdere e così trovare veramente la vita. Questo è il centro di ciò che il Signore vuole comunicarci nel brano evangelico apparentemente così duro di questa Domenica. Con la sua parola Egli ci dona la certezza che possiamo contare sul suo amore, sull’amore del Dio fatto uomo. Riconoscere questo è la saggezza di cui parla l’odierna lettura. Vale anche qui che tutto il sapere del mondo non ci giova a nulla, se non impariamo a vivere, se non apprendiamo che cosa conta veramente nella vita.


„Sine dominico non possumus!“. Senza il Signore e il giorno che a Lui appartiene non si realizza una vita riuscita. La Domenica, nelle nostre società occidentali, si è mutata in un fine-settimana, in tempo libero. Il tempo libero, specialmente nella fretta del mondo moderno, è certamente una cosa bella e necessaria. Ma se il tempo libero non ha un centro interiore, da cui proviene un orientamento per l’insieme, esso finisce per essere tempo vuoto che non ci rinforza e ricrea. Il tempo libero necessita di un centro – l’incontro con Colui che è la nostra origine e la nostra meta. Il mio grande predecessore sulla sede vescovile di München und Freising, il Cardinale Faulhaber, lo ha espresso una volta così: “Dà all’anima la sua Domenica, dà alla Domenica la sua anima”.


Proprio perché nella Domenica si tratta in profondità dell’incontro, nella Parola e nel Sacramento, con il Cristo risorto, il raggio di tale giorno abbraccia la realtà intera. I primi cristiani hanno celebrato il primo giorno della settimana come Giorno del Signore, perché era il giorno della risurrezione. Ma molto presto la Chiesa ha preso coscienza anche del fatto che il primo giorno della settimana è il giorno del mattino della creazione, il giorno in cui Dio disse: “Sia la luce!” (Gn 1,3). Per questo la Domenica è nella Chiesa anche la festa settimanale della creazione – la festa della gratitudine e della gioia per la creazione di Dio. In un’epoca, in cui, a causa dei nostri interventi umani, la creazione sembra esposta a molteplici pericoli, dovremmo accogliere coscientemente proprio anche questa dimensione della Domenica. Per la Chiesa primitiva, il primo giorno ha poi assimilato progressivamente anche l’eredità del settimo giorno, dello šabbat. Partecipiamo al riposo di Dio, un riposo che abbraccia tutti gli uomini. Così percepiamo in questo giorno qualcosa della libertà e dell’uguaglianza di tutte le creature di Dio.


Nell’orazione di questa Domenica ricordiamo innanzitutto che Dio, mediante il suo Figlio, ci ha redenti e adottati come figli amati. Poi lo preghiamo di guardare con benevolenza i credenti in Cristo e di donarci la vera libertà e la vita eterna. Preghiamo per lo sguardo di bontà di Dio. Noi stessi abbiamo bisogno di questo sguardo di bontà, al di là della Domenica, fin nella vita di ogni giorno. Nel pregare sappiamo che questo sguardo ci è già stato donato, anzi, sappiamo che Dio ci ha adottato come figli, ci ha accolto veramente nella comunione con se stesso. Essere figlio significa – lo sapeva molto bene la Chiesa primitiva – essere una persona libera, non un servo, ma uno appartenente personalmente alla famiglia. E significa essere erede. Se noi apparteniamo a quel Dio che è il potere sopra ogni potere, allora siamo senza paura e liberi. E siamo eredi. L’eredità che Egli ci ha lasciato è Lui stesso, il suo Amore. Sì, Signore, fa’ che questa consapevolezza ci penetri profondamente nell’anima e che impariamo così la gioia dei redenti. Amen.
www.radiovaticana.org



Ore 12,00: Angelus - Piazza del Duomo a Vienna
Il senso della Domenica al centro dell'Angelus. Benedetto XVI riprende l'immagine dell'"amore di Dio, che ha perso se stesso per noi consegnandosi a noi”: una realtà che “ci dona la libertà interiore di “perdere” la nostra vita, per trovare in questo modo la vita vera”. “La partecipazione a questo amore – ha detto - ha dato anche a Maria la forza per il suo “sì” senza riserva”. Ed è la Madonna l'esempio indicato a tutti i cristiani per amare e portare Dio agli uomini. “Donate anche voi il vostro corpo al Signore, - conclude Benedetto XVI - rendendovi sempre di più uno strumento dell’amore di Dio, un tempio dello Spirito Santo! Portate la Domenica col suo Dono immenso nel mondo!”.

IL TESTO INTEGRALE
Testo non definitivo

Cari fratelli e sorelle!

È stata per me, questa mattina, un’esperienza particolarmente bella celebrare con tutti voi il Giorno del Signore in modo così degno e solenne. Il Rito eucaristico realizzato col dovuto decoro ci aiuta a prendere coscienza dell’immensa grandezza del dono che Dio ci fa nella Santa Messa, e ci colma di una gioia profonda. Sono grato pertanto a quanti, mediante il loro contributo attivo alla preparazione ed allo svolgimento della Liturgia o anche mediante la loro partecipazione raccolta ai santi Misteri, hanno creato un’atmosfera in cui la presenza di Dio era veramente percepibile.

La riflessione sul senso della Domenica e sul brano evan­gelico di oggi ci ha portati a scoprire che l’amore di Dio, che ha “perso se stesso” per noi consegnandosi a noi, ci dona la libertà interiore di “perdere” la nostra vita, per trovare in questo modo la vita vera. La partecipazione a questo amore ha dato anche a Maria la forza per il suo “sì” senza riserva. Di fronte all’amore rispettoso e delicato di Dio, che per la realizzazione del suo progetto di salvezza attende la libera collaborazione della sua creatura, la Vergine ha potuto lasciar cadere ogni esitazione e consegnare fiduciosamente se stessa nelle sue mani. Pienamente disponibile, totalmente aperta nel suo intimo e libera da sé, ha dato a Dio la possibilità di colmarla con il suo Amore, con lo Spirito Santo. Così Maria ha potuto ricevere in se stessa il Figlio di Dio e donare al mondo il Salvatore che si era donato a Lei.

Anche a noi, nella Celebrazione eucaristica, è stato donato oggi il Figlio di Dio. Chi ha fatto la Comunione porta adesso in sé in modo particolare il Signore risorto. Come Maria lo portò nel suo grembo – un inerme piccolo essere umano, totalmente dipendente dalla benevolenza della madre – così Gesù Cristo, sotto la specie del pane, si è affidato a voi, cari fratelli e sorelle. AmateLo come Lo ha amato Maria! PortateLo agli uomini come Maria Lo ha portato ad Elisabetta, suscitando giubilo e gioia! La Vergine ha donato al Verbo di Dio un corpo umano, perché potesse entrare nel mondo. Donate anche voi il vostro corpo al Signore, rendendovi sempre di più uno strumento dell’amore di Dio, un tempio dello Spirito Santo! Portate la Domenica col suo Dono immenso nel mondo! Chiediamo a Maria di insegnarci a diventare, come Lei, liberi da noi stessi, per trovare nella disponibilità per Dio la nostra vera libertà, la vera vita e la gioia autentica e duratura.

Ore 12,30: La lettera ai bambini

I bambini che soffrono la fame, o a cui mancano istruzione o pace, così come coloro che "ancora non conoscono Gesù". Il papa li ricorda in una lettera consegnata ad una piccola delegazione di Missio, la Pontificia opera dell'infanzia missionaria. "Vedo in voi dei piccoli collaboratori al servizio che il Papa rende alla Chiesa e al mondo", scrive Benedetto XVI. "Voi mi sostenete con la vostra preghiera e anche con il vostro impegno di diffondere il Vangelo".
IL TESTO INTEGRALE
Cari bambini! in occasione della mia visita apostolica in Austria, sono felice di potermi rivolgere in particolare a voi, che partecipate attivamente alle iniziative della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria. Vi ringrazio di cuore per le letterine e per i disegni che avete voluto donarmi come segni del vostro affetto e della vostra vicinanza alla mia missione. In essi si esprimono quei sentimenti di fede e di amore per i quali Gesù amava tanto i più piccoli e li accoglieva a braccia aperte, additandoli ad esempio per i suoi discepoli: “A chi è come loro - diceva - appartiene il Regno di Dio” (Mc 10,14). Desidero dirvi che apprezzo molto il vostro impegno nell’Infanzia Missionaria. Vedo in voi dei piccoli collaboratori al servizio che il Papa rende alla Chiesa e al mondo: voi mi sostenete con la vostra preghiera e anche con il vostro impegno di diffondere il Vangelo. Ci sono infatti tanti bambini che ancora non conoscono Gesù. E purtroppo ce ne sono altrettanti privi del necessario per vivere: di cibo, di cure sanitarie, di istruzione; molti mancano di pace e di serenità. La Chiesa riserva loro una speciale attenzione, specialmente mediante i missionari; e anche voi vi sentite chiamati ad offrire il vostro contributo, sia personalmente che in gruppo. L’amicizia con Gesù è un dono così bello che non si può tenere per sé! Chi riceve questo dono sente il bisogno di trasmetterlo agli altri; e in questo modo il dono, condiviso, non diminuisce ma si moltiplica! Continuate così! Voi state crescendo e presto diventerete adolescenti e giovani: non perdete il vostro spirito missionario! Mantenete una fede sempre limpida e genuina, come quella di san Pietro. Cari piccoli amici, vi affido tutti alla protezione della Madonna. Prego per voi, per i vostri genitori e fratelli. Prego per i vostri gruppi missionari e i vostri educatori, e a tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
www.korazym.org
+PetaloNero+
Sunday, September 09, 2007 5:34 PM
Ore 16,30: Visita all'Abbazia di Heiligenkreuz
La visita al più antico monastero cistercense del mondo restato attivo senza interruzione è l’occasione per riflettere sull’importanza della preghiera, della liturgia e della teologia, a partire dalla regola benedettina dell’Ora et labora. Il papa mette in evidenza che il centro della vita dei monaci è la preghiera: una preghiera che non ha uno scopo specifico, non è rivolta a chiedere “questa o quell’altra cosa”, ma è semplicemente adorazione di Dio. Benedetto XVI tratteggia il rapporto fra Dio e l’uomo, ricordando che il primo non ha posto gli uomini “in tenebre spaventose”, ma "ha illuminato le nostre tenebre con la sua luce: siamo stati cercati e desiderati, trovati e redenti”. Il pontefice ha sottolineato anche la necessità del rispetto dell’essenza della liturgia e ha invitato a “considerare le abbazie e i monasteri come luoghi di “forza spirituale”, e non solo “luoghi di cultura e di tradizione” o peggio “semplice aziende economiche”: “Struttura, organizzazione ed economia sono necessarie anche alla Chiesa” – precisa – “ma non sono la cosa essenziale”. L’essenziale, dice il papa, è Dio solo.

IL TESTO INTEGRALE
Testo non definitivo

Reverendissimo Padre Abate,
Venerati Confratelli nell’Episcopato,
Cari monaci cistercensi di Heiligenkreuz,
Cari fratelli e sorelle di vita consacrata,
Illustri ospiti ed amici del Monastero e dell’Accademia,
Signore e Signori!

Con piacere, nel mio pellegrinaggio alla Magna Mater Austriae, sono venuto anche nell’Abbazia di Heiligenkreuz, che non è solo una tappa importante sulla Via Sacra verso Mariazell, ma il più antico monastero cistercense del mondo restato attivo senza interruzione. Ho voluto venire a questo luogo ricco di storia, per attirare l’attenzione alla direttiva fondamentale di san Benedetto, secondo la cui Regula vivono anche i cistercensi. Benedetto dispone concisamente di "non anteporre nulla al divino Officio".

Per questo in un monastero di impostazione benedettina, le lodi di Dio, che i monaci celebrano come solenne preghiera corale, hanno sempre la priorità. Certo, non sono solo i monaci che pregano; anche altre persone pregano: bambini, giovani e anziani, uomini e donne, persone sposate e nubili – ogni cristiano prega! O almeno dovrebbe farlo!

Nella vita dei monaci, tuttavia, la preghiera ha una speciale importanza: è il centro del loro compito professionale. Essi, infatti, esercitano la professione dell’orante. Nell’epoca dei Padri della Chiesa, la vita monastica veniva qualificata come vita a modo degli angeli. E come caratteristica essenziale degli angeli si vedeva il loro essere adoratori. La loro vita è adorazione. Questo dovrebbe valere anche per i monaci. Essi pregano innanzitutto non per questa o quell’altra cosa, ma semplicemente perché Dio merita di essere adorato. "Confitemini Domino, quoniam bonus! – Celebrate il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia!", esortano vari Salmi. Una tale preghiera senza scopo specifico, che vuol essere puro servizio divino viene perciò chiamata con ragione "officium". È il "servizio" per eccellenza, il "servizio sacro" dei monaci. Esso è offerto al Dio trinitario che, al di sopra di tutto, è degno "di ricevere la gloria, l’onore e la potenza", perché ha creato il mondo in modo meraviglioso e in modo ancora più meraviglioso l’ha redento.

Allo stesso tempo, l’officium dei consacrati è anche un servizio sacro agli uomini e una testimonianza per loro. Ogni uomo porta nell’intimo del suo cuore, consapevolmente o in modo inconscio, la nostalgia di un definitivo appagamento, della massima felicità, quindi in fondo di Dio. Un monastero, in cui la comunità si raduna più volte al giorno per lodare Dio, testimonia che questo originario desiderio umano non cade nel vuoto: il Dio Creatore non ha posto noi uomini in tenebre spaventose dove, andando a tentoni, dovremmo disperatamente cercare un fondamentale ultimo senso; Dio non ci ha abbandonati in un deserto del nulla, privo di senso, dove, in definitiva, ci aspetta soltanto la morte. No! Dio ha illuminato le nostre tenebre con la sua luce, per opera del suo Figlio Gesù Cristo. In Lui, Dio è entrato nel nostro mondo con tutta la sua "pienezza", in Lui ogni verità, di cui abbiamo nostalgia, ha la sua origine ed il suo culmine.

La nostra luce, la nostra verità, la nostra meta, il nostro appagamento, la nostra vita – tutto ciò non è una dottrina religiosa, ma una Persona: Gesù Cristo. Molto al di là delle nostre capacità di cercare e di desiderare Dio, siamo ormai stati cercati e desiderati, anzi, trovati e redenti da Lui! Lo sguardo vagante degli uomini di ogni tempo e popolo, di tutte le filosofie, le religioni e le culture incontra sempre gli occhi spalancati del Figlio di Dio crocifisso e risorto; il suo cuore aperto è la pienezza dell’amore. Gli occhi di Cristo sono lo sguardo del Dio che ama. L’immagine del Crocifisso sopra l’altare, il cui originale romano si trova nel Duomo di Sarzano, mostra che questo sguardo si volge ad ogni uomo. Il Signore, infatti, guarda nel cuore di ciascuno di noi.

Il nocciolo del monachesimo è l’adorazione – il vivere alla maniera degli angeli. Essendo, tuttavia, i monaci uomini con carne e sangue su questa terra, san Benedetto all’imperativo centrale dell’"ora" ne ha aggiunto un secondo: il "labora". Secondo il concetto di san Bernardo, una parte della vita monastica, insieme alla preghiera, è anche il lavoro, la coltivazione della terra in conformità alla volontà del Creatore. Così in tutti i secoli i monaci, partendo dal loro sguardo rivolto a Dio, hanno reso la terra vivibile e bella. La salvaguardia e il risanamento della creazione provenivano proprio dal loro guardare a Dio. Nel ritmo dell’ora et labora la comunità dei consacrati dà testimonianza di quel Dio che in Cristo ci guarda e uomo e mondo, guardati da Lui, diventano buoni.

Non solo i monaci dicono l’officium, ma la Chiesa dalla tradizione monastica ha derivato per tutti i religiosi, ed anche per sacerdoti e diaconi la recita del Breviario. Vale anche qui che le religiose e i religiosi, i sacerdoti e i diaconi – e naturalmente anche i Vescovi – nella quotidiana preghiera "ufficiale" si presentano davanti a Dio con inni e salmi, con ringraziamenti e domande senza scopi specifici.

Cari confratelli nel ministero sacerdotale e diaconale, cari fratelli e sorelle nella vita consacrata! Io so che ci vuole disciplina, anzi, a volte anche superamento di sé per recitare fedelmente il Breviario; ma mediante questo officium riceviamo allo stesso tempo molte ricchezze: quante volte nel fare ciò stanchezza e abbattimento si dileguano! E là dove Dio viene lodato ed adorato con fedeltà, la sua benedizione non manca. Con ragione si dice in Austria: "Tutto dipende dalla benedizione di Dio!"

Il vostro servizio primario per questo mondo deve quindi essere la vostra preghiera e la celebrazione del divino Officio. La disposizione interiore di ogni sacerdote, di ogni persona consacrata deve essere quella di "non anteporre nulla al divino Officio". La bellezza di una tale disposizione interiore si esprimerà nella bellezza della liturgia al punto che là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. Altrimenti, come avrebbero potuto i nostri antenati centinaia di anni fa costruire un edificio sacro così solenne come questo? Già la sola architettura qui attrae in alto i nostri sensi verso "quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano". In ogni forma di impegno per la liturgia criterio determinante deve essere sempre lo sguardo verso Dio. Noi stiamo davanti a Dio – Egli ci parla e noi parliamo a Lui. Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei con Dio come specifico soggetto o non è. In questo contesto io vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini.

L’anima della preghiera, infine, è lo Spirito Santo. Sempre, quando preghiamo, è in verità Lui che "viene in aiuto alla nostra debolezza, intercedendo con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili". Confidando in questa parola dell’apostolo Paolo vi assicuro, cari fratelli e sorelle, che la preghiera susciterà in voi quell’effetto che una volta si esprimeva chiamando sacerdoti e persone consacrate semplicemente "Geistliche" (cioè persone spirituali). Il Vescovo Sailer di Ratisbona disse una volta che i sacerdoti dovrebbero essere prima di tutto persone spirituali. Mi piacerebbe se l’espressione "Geistliche" ritornasse nuovamente più in uso. È però soprattutto importante che si realizzi in noi quella realtà che la parola descrive: che nella sequela del Signore, in virtù della forza dello Spirito, diventiamo persone "spirituali".

L’Austria è, come si dice in doppio senso, veramente "Klösterreich": regno di monasteri e ricca di monasteri. Le vostre antichissime abbazie con origini e tradizioni che risalgono a secoli fa sono luoghi della "preferenza per Dio". Cari confratelli, rendete ancora più evidente per gli uomini questa priorità di Dio! Come oasi spirituale, infatti, un monastero indica al mondo di oggi la cosa più importante, anzi, la sola cosa decisiva: esiste un’ultima ragione per cui vale la pena vivere, cioè Dio e il suo amore imperscrutabile.

E chiedo a voi, cari fedeli, considerate le vostre abbazie e i vostri monasteri quello che sono e sempre vogliono essere: non soltanto luoghi di cultura e di tradizione o addirittura semplici aziende economiche. Struttura, organizzazione ed economia sono necessarie anche nella Chiesa, ma non sono la cosa essenziale. Un monastero è soprattutto questo: un luogo di forza spirituale. Arrivando in uno dei vostri monasteri qui in Austria si ha la stessa impressione di quando, dopo una camminata sulle Alpi che è costata sudore, finalmente ci si può rinfrescare ad un ruscello di acqua sorgiva… Approfittate dunque di queste sorgenti della vicinanza di Dio nel vostro Paese, stimate le comunità religiose, i monasteri e le abbazie e ricorrete al servizio spirituale che i consacrati sono disposti ad offrirvi!

La mia visita, infine, è rivolta all’Accademia ormai Pontificia che si trova nel 205o anniversario della sua fondazione e che, nel suo stato nuovo, dall’Abate ha ricevuto il nome aggiuntivo dell’attuale successore di Pietro. Per quanto sia importante l’integrazione della disciplina teologica nell’universitas del sapere mediante le facoltà teologiche cattoliche nelle università statali, è tuttavia altrettanto importante che ci siano luoghi di studi così profilati come il vostro, dove è possibile un legame approfondito tra teologia scientifica e spiritualità vissuta. Dio, infatti, non è mai semplicemente l’Oggetto della teologia, è sempre allo stesso tempo anche il suo Soggetto vivente. La teologia cristiana, del resto, non è mai un discorso solamente umano su Dio, ma è sempre al contempo il Logos e la logica in cui Dio si rivela. Per questo intellettualità scientifica e devozione vissuta sono due elementi dello studio che, in una complementarietà irrinunciabile, dipendono l’una dall’altra.

Il padre dell’Ordine cistercense, san Bernardo, a suo tempo ha lottato contro il distacco di una razionalità oggettivante dalla corrente della spiritualità ecclesiale. La nostra situazione oggi, pur diversa, ha però anche notevoli somiglianze. Nell’ansia di ottenere il riconoscimento di rigorosa scientificità nel senso moderno, la teologia può perdere il respiro della fede. Ma come una liturgia che dimentica lo sguardo a Dio è, come tale, al lumicino, così anche una teologia che non respira più nello spazio della fede, cessa di essere teologia; finisce per ridursi ad una serie di discipline più o meno collegate tra di loro. Dove invece si pratica una "teologia in ginocchio", come richiedeva Hans Urs von Balthasar, non mancherà la fecondità per la Chiesa in Austria ed anche oltre.

Questa fecondità si mostra nel sostegno e nella formazione di persone che portano in sé una chiamata spirituale. Perché oggi una chiamata al sacerdozio o allo stato religioso possa essere sostenuta fedelmente lungo tutta la vita, occorre una formazione che integri fede e ragione, cuore e mente, vita e pensiero. Una vita al seguito di Cristo ha bisogno dell’integrazione dell’intera personalità. Dove si trascura la dimensione intellettuale, nasce troppo facilmente una forma di pia infatuazione che vive quasi esclusivamente di emozioni e di stati d’animo che non possono essere sostenuti per tutta la vita. E dove si trascura la dimensione spirituale, si crea un razionalismo rarefatto che sulla base della sua freddezza e del suo distacco non può mai sfociare in una donazione entusiasta di sé a Dio. Non si può fondare una vita al seguito di Cristo su tali unilateralità; con le mezze misure si resterebbe personalmente insoddisfatti e, di conseguenza, forse anche spiritualmente sterili. Ogni chiamata alla vita religiosa o al sacerdozio è un tesoro così prezioso che i responsabili devono fare tutto il possibile per trovare le vie di formazione adatte per promuovere insieme fides et ratio – la fede e la ragione, il cuore e la mente.

Su consiglio del figlio, il beato Otto di Frisinga che fu mio predecessore sulla sede vescovile di Frisinga, san Leopoldo d’Austria nel 1133 fondò la vostra abbazia, dandole il nome di "Unsere Liebe Frau zum Heiligen Kreuz" - Nostra Signora della Santa Croce. Questo monastero non è dedicato alla Madonna solo tradizionalmente – come tutti i monasteri cistercensi –, ma qui arde il fuoco mariano di un san Bernardo di Chiaravalle. Bernardo che, insieme a 30 compagni entrò nel monastero, è una specie di Patrono delle chiamate spirituali. Forse aveva un ascendente così entusiasmante ed incoraggiante su molti giovani del suo tempo chiamati da Dio, perché era animato da una particolare devozione mariana. Dove c’è Maria, là c’è l’immagine primigenia della donazione totale e della sequela di Cristo. Dove c’è Maria, là c’è il soffio pentecostale dello Spirito Santo, là c’è l’avvio e un rinnovamento autentico.

Da questo luogo mariano sulla Via Sacra auguro a tutti i luoghi spirituali in Austria fecondità e capacità di irraggiamento. Qui vorrei prima della mia partenza, come già a Mariazell, chiedere alla Madre di Dio ancora una volta di intercedere per tutta l’Austria. Con le parole di san Bernardo invito ciascuno a farsi davanti a Maria fiduciosamente "bambino", come lo ha fatto il Figlio stesso di Dio: "Guarda la stella, invoca Maria … Nei pericoli, nella angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Non s’allontani il suo nome dalla tua bocca, non si allontani dal tuo cuore … Seguendo lei non ti smarrisci, pregando lei non ti disperi, pensando a lei non sbagli. Se lei ti tiene, non cadi; se lei ti protegge, non temi; se lei ti guida, non ti stanchi, se lei ti concede il suo favore, tu arrivi al tuo fine".

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+PetaloNero+
Sunday, September 09, 2007 8:05 PM
Ore 17,30: Incontro con il mondo del volontariato - Vienna
E’ da un lato l’elogio del “generoso impegno” di chi rende l’amore concretamente sperimentabile, e dall’altro l’invito a lasciarsi coinvolgere da un cammino che metta fra parentesi le considerazioni circa l’utilità e il profitto e si apra alla gratuità e alla “priorità del prossimo”, vie che “ricordano la dignità dell’uo­mo e suscitano gioia di vita e speranza”. Il papa incontra il mondo del volontariato austriaco, quanto mai vivo e vitale e si dice ammirato e pieno di gratitudine per il loro impegno. Ricorda la centralità dell’amore per il prossimo e il fatto che questo non si possa delegare: “Lo Stato e la politica”, dice riprendendo un concetto già espresso anche nella sua enciclica, “non possono sostituirlo”, anche se devono “creare condizioni generali” per favorirlo. “Senza impegno volontaristico” – spiega – “il bene comune e la società non potevano, non possono e non potranno perdurare”. Quello del volontariato è un cammino che si muove nella logica della gratuità, che va “al di là del calcolo e del contraccambio atteso” e che “rompe con le regole dell’economia di mercato”. Un “cammino appassionante e interessante”, che nelle parole del papa rende “liberi e aperti alle necessità dell’altro, alle esigenze della giustizia, della difesa della vita e della salvaguardia del creato”. In una dimensione che riconosce l’immagine cristiana dell’amore di Dio e del prossimo. Donarsi agli altri dilata il cuore e permette di fare “esperienza di Dio”.

IL TESTO INTEGRALE

Testo non definitivo Onorevole Signor Presidente Federale, Reverendissimo Mons. Arcivescovo Kothgasser, cari collaboratori e collaboratrici volontari e onorari dei vari Organismi assistenziali in Austria, Illustri Signore e Signori e soprattutto: cari giovani amici! Ho atteso con gioia particolare questo incontro con voi che si realizza verso la fine della mia visita in Austria. È bello incontrare persone che nella nostra società cercano di dare al messaggio del Vangelo un volto; vedere persone anziane e giovani, che rendono concretamente sperimentabile nella Chiesa e nella società quell’amore dal quale noi come cristiani siamo stati conquistati: è l’amore di Dio che ci fa riconoscere nell’altro il prossimo, il fratello o la sorella! Sono pieno di gratitudine e di ammirazione per il generoso impegno nel volontariato di tante persone di diversa età in questo Paese; a voi tutti e a coloro che rivestono un incarico a titolo gratuito in Austria vorrei oggi esprimere la mia particolare considerazione. Ringrazio di cuore Lei, Signor Presidente, e Lei, caro Arcivescovo di Salisburgo, come soprattutto Voi, giovani rappresentanti dei volontari in Austria, per le gentili parole introduttive che mi sono state rivolte. Grazie a Dio è per molti una questione d’onore impegnarsi volontariamente per gli altri, per un’associazione, per un’unione o per determinate situazioni di bene comune. Un tale impegno significa anzitutto un’occasione per formare la propria personalità e per inserirsi con un contributo attivo e responsabile nella vita sociale. La disponibilità ad un’attività volontaristica, tuttavia, si basa a volte su molteplici e fra loro diverse motivazioni. Spesso c’è all’origine semplicemente il desiderio di fare qualcosa che abbia senso e sia utile e di aprire nuovi campi di esperienza. I giovani cercano in ciò naturalmente e con buona ragione anche gioia ed eventi belli, un’esperienza di autentico cameratismo in una comune attività ricca di senso. Spesso le idee e le iniziative personali si collegano con un fattivo amore del prossimo; così il singolo viene integrato in una comunità che lo sostiene. Vorrei a questo punto esprimere il mio ringraziamento molto sentito per la marcata "cultura del volontariato" in Austria. Vorrei ringraziare ogni donna, ogni uomo, tutti i giovani e tutti i bambini – l’impegno volontaristico dei bambini non di rado è imponente; si pensi solo all’azione dei "Sternsinger" nel tempo natalizio. Soprattutto vorrei ringraziare anche per quei piccoli e grandi servizi e fatiche che forse non sempre danno nell’occhio. Grazie e "Vergelt’s Gott" per il vostro contributo all’edificazione di una "civiltà dell’amore", che si pone al servizio di tutti e crea Patria! L’amore del prossimo non si può delegare; lo Stato e la politica, con le pur giuste premure per il sollievo in casi di bisogno e per le prestazioni sociali, non possono sostituirlo. Esso richiede sempre l’impegno personale e volontario, per il quale certamente lo Stato deve creare condizioni generali favorevoli. Grazie a questo impegno, l’aiuto mantiene la sua dimensione umana e non viene spersonalizzato. E proprio per questo voi volontari non siete "tappabuchi" nella rete sociale, ma persone che contribuiscono al volto umano e cristiano della nostra società. Proprio i giovani desiderano che le loro capacità e i loro talenti vengano "suscitati e scoperti". I volontari vogliono essere chiamati in causa personalmente. "Ho bisogno di te!", "Tu ne sei capace!": quanto ci fa bene una tale richiesta! Proprio nella sua semplicità umana, essa ci rimanda in modo indiretto a quel Dio che ha voluto ciascuno di noi e che a ciascuno di noi ha dato il suo compito personale, anzi, che ha bisogno di noi e aspetta il nostro impegno. Così Gesù ha chiamato gli uomini e ha dato loro il coraggio per la cosa grande che essi da sé non si sarebbero sentiti capaci di fare. Lasciarsi chiamare, decidersi e poi intraprendere un cammino senza la solita domanda circa l’utilità e il profitto – questo atteggiamento lascerà tracce risanatrici. I santi hanno indicato questa via con la loro vita. È un cammino interessante ed appassionante, un cammino generoso e, proprio oggi, attuale. Il "sì" a un impegno volontaristico e solidale è una decisione che rende liberi e aperti alle necessità dell’altro; alle esigenze della giustizia, della difesa della vita e della salvaguardia del creato. Negli impegni di volontariato entra in gioco la dimensione-chiave dell’immagine cristiana di Dio e dell’uomo: l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Cari volontari, signore e signori! L’impegnarsi a titolo volontaristico costituisce un’eco della gratitudine e insieme è trasmissione dell’amore ricevuto. "Deus vult condiligentes – Dio vuole persone che amino con Lui", affermava Duns Scoto. Visto così, l’impegno a titolo gratuito ha molto a che fare con la Grazia. Una cultura che vuole conteggiare tutto e tutto pagare, che colloca il rapporto tra gli uomini in una sorta di busto costrittivo di diritti e di doveri, sperimenta grazie alle innumerevoli persone impegnate a titolo gratuito che la vita stessa è un dono immeritato. Per quanto diverse, molteplici e addirittura contraddittorie possano essere le motivazioni e anche le vie dell’impegno volontaristico, alla base di tutte sta in fin dei conti quella profonda comunanza che scaturisce dalla "gratuità". È gratuitamente che abbiamo ricevuto la vita dal nostro Creatore, gratuitamente siamo stati liberati dalla via cieca del peccato e del male, gratuitamente ci è stato dato lo Spirito con i suoi molteplici doni. "L’amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi". "Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia". Gratuitamente trasmettiamo ciò che abbiamo ricevuto, mediante il nostro impegno, la nostra carica volontaristica. Questa logica della gratuità è collocata al di là del semplice dovere e potere morale. Senza impegno volontaristico il bene comune e la società non potevano, non possono e non potranno perdurare. La spontanea disponibilità vive e si dimostra al di là del calcolo e del contraccambio atteso; essa rompe le regole dell’economia di mercato. L’uomo, infatti, è molto più di un semplice fattore economico da valutare secondo criteri economici. Il progresso e la dignità di una società dipendono sempre di nuovo proprio da quelle persone che fanno più del solo loro stretto dovere. Signore e signori! L’impegno volontaristico è un servizio alla dignità dell’uomo fondata nel suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio. Ireneo di Lione dice: "La gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio" . Nicola Cusano, nella sua opera sulla visione di Dio ha sviluppato questo pensiero così: "E perché l’occhio è là dove si trova l’amore, sento che Tu mi ami… Il Tuo guardare, Signore, è amare… Guardandomi, Tu, Dio recondito, ti fai scorgere da me… Il Tuo guardare è vivificare… Il Tuo guardare significa operare". Lo sguardo di Dio – lo sguardo di Gesù ci contagia con l’amore di Dio. Vi sono sguardi che possono andare nel vuoto o addirittura disprezzare. E sguardi che possono conferire riguardo ed esprimere amore. Le persone impegnate gratuitamente conferiscono al prossimo considerazione, ricordano la dignità dell’uomo e suscitano gioia di vita e speranza. Gli esponenti del volontariato sono custodi ed avvocati dei diritti dell’uomo e della sua dignità. Con lo sguardo di Gesù è collegata ancora un’altra forma del guardare. "Lo vide e passò oltre", si legge nel Vangelo del sacerdote e del levita che vedono l’uomo mezzo morto giacere al margine della strada, ma non intervengono. C’è chi vede e finge di non vedere, ha la necessità davanti ai suoi occhi e tuttavia rimane indifferente, questo fa parte delle correnti fredde del nostro tempo. Nello sguardo degli altri, proprio di quell’altro che ha bisogno del nostro aiuto, sperimentiamo l’esigenza concreta dell’amore cristiano. Gesù Cristo non ci insegna una mistica "degli occhi chiusi", ma una mistica "dello sguardo aperto" e con ciò del dovere assoluto di percepire la condizione degli altri, la situazione in cui si trova quell’uomo che, secondo il Vangelo, è nostro prossimo. Lo sguardo di Gesù, la scuola degli occhi di Gesù introduce in una vicinanza umana, nella solidarietà, nella condivisione del tempo, nella condivisione delle doti e anche dei beni materiali. Perciò "quanti operano nelle Istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all’altro con le attenzioni suggerite dal cuore… Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente"6. Sì, "devo diventare una persona che ama, una persona il cui cuore è aperto per lasciarsi turbare di fronte al bisogno dell’altro. Allora trovo il mio prossimo, o meglio: è lui a trovarmi". Infine, il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo ci ricorda che a Dio stesso, mediante l’amore del prossimo, noi cristiani tributiamo l’onore. "Tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me!". Se nell’uomo concreto che incontriamo è presente Gesù, allora l’attività a titolo gratuito può diventare un’esperienza di Dio. La partecipazione alle situazioni ed alle necessità degli uomini conduce ad un "nuovo" stare insieme ed opera "producendo senso". Così il servizio gratuito può aiutare a far uscire le persone dall’isolamento e ad integrarle nella comunità. Alla fine vorrei ricordare la forza e l’importanza della preghiera per quanti sono impegnati nel lavoro caritativo. La preghiera a Dio è via di uscita dall’ideologia o dalla rassegnazione di fronte all’illimitatezza del bisogno. "I cristiani continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella «bontà di Dio» e nel «suo amore per gli uomini». Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi". Cari collaboratori volontari e a titolo onorifico delle opere di soccorso in Austria, signore e signori! Quando uno non fa solo il suo dovere nella professione e nella famiglia – e per farlo bene ci vuole già molta forza e un grande amore –, ma s’impegna inoltre per gli altri, mettendo il suo prezioso tempo libero a servizio dell’uomo e della sua dignità, il suo cuore si dilata. I volontari non comprendono il concetto di prossimo in modo stretto; essi riconoscono anche nel "lontano" il prossimo che da Dio è accettato e che, con il nostro aiuto, deve essere raggiunto dall’opera di redenzione compiuta da Cristo. L’altro, il prossimo nel senso del Vangelo di Cristo, diventa per noi come un partner privilegiato di fronte alle pressioni e costrizioni del mondo, in cui viviamo. Chi rispetta la "priorità del prossimo", vive ed agisce secondo il Vangelo e prende parte anche alla missione della Chiesa, che sempre guarda l’uomo intero e vuol fargli sentire l’amore di Dio. La Chiesa sostiene questo vostro prezioso servizio pienamente. Sono convinto che dai volontari dell’Austria anche in futuro proverrà molta benedizione e vi accompagno tutti con la mia preghiera. Chiedo per tutti voi la gioia del Signore che è la nostra forza. Il buon Dio vi sia sempre vicino e vi guidi continuamente mediante l’aiuto della sua grazia.

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+PetaloNero+
Sunday, September 09, 2007 9:35 PM
Ore 19,15: Cerimonia di congedo - Vienna
Il saluto del papa all’Austria, alla presenza del presidente federale e dei membri del governo, è l’occasione per ringraziare le autorità, i responsabili e i volontari che hanno reso possibile l’organizzazione della sua visita. All'aeroporto di Vienna, il papa ripercorre le tappe principali del suo viaggio e esprime l’auspicio che il paese possa dare il proprio contributo alla ricerca di nuove vie per favorire la fiducia fra gli uomini, anche nell’ambito delle istituzioni europee e delle relazioni internazionali. Benedetto XVI si dice commosso dell’incontro con i volontari delle organizzazioni assistenziali e confessa la sua gratitudine e gioia per aver potuto vivere e portare a compimento il suo viaggio: il pensiero finale è per il presente e il futuro del paese, affidato all’intercessione della Madre della Grazia di Mariazell.

IL TESTO INTEGRALE
Testo non definitivo

Onorevole Signor Presidente Federale,
Onorevoli Membri del Governo federale austriaco,
Onorevoli Esponenti delle Autorità amministrative,
Venerato Signor Cardinale,
Cari Confratelli nell’Episcopato,
Illustri Signore e Signori!

Nel momento del congedo dall’Austria, a conclusione del mio pellegrinaggio in occasione dell’850o anniversario del Santuario nazionale di Mariazell, ripercorro mentalmente con animo grato queste giornate ricche di esperienze. Sento che questo Paese così bello e la sua gente mi sono diventati ancora più familiari.

Ringrazio di cuore i miei Confratelli nell’Episcopato, il Governo, come anche tutti i responsabili della vita pubblica e, non da ultimo, i numerosi volontari che hanno contribuito alla riuscita dell’organizzazione di questa visita. Auguro a tutti una ricca partecipazione alla grazia che ci è stata donata in questi giorni. Un ringraziamento sincero a Lei, Onorevole Signor Presidente Federale, per le parole di cui mi ha fatto dono in questo congedo e per come mi ha accompagnato durante questo pellegrinaggio.

Ho potuto nuovamente sperimentare Mariazell come particolare luogo di grazia, un luogo che in questi giorni ha attratto a sé tutti noi e ci ha interiormente rafforzati per il nostro ulteriore cammino. Il grande numero di coloro che hanno partecipato alla festa insieme con noi presso la Basilica, nella cittadina e nell’intera Austria ci deve incoraggiare a guardare con Maria a Cristo e ad affrontare, come persone guardate da Dio con amore, il futuro di questo Paese, del continente e di tutto il mondo.

Già l’inizio con la preghiera comune sulla Piazza "am Hof" ci ha riuniti al di là dei confini nazionali e ci ha messo sotto gli occhi l’apertura ospitale dell’Austria, che è una delle grandi qualità di questo Paese.

La ricerca di una comprensione vicendevole e la formazione creativa di sempre nuove vie per favorire la fiducia tra gli uomini e i popoli ispirino la politica nazionale ed internazionale di questo Paese! Vienna, nello spirito della sua esperienza storica e della sua posizione nel centro vivo dell’Europa, può recare a ciò il suo contributo, favorendo conseguentemente la penetrazione dei valori tradizionali del Continente, permeati di fede cristiana, nelle istituzioni europee e nell’ambito della promozione delle relazioni internazionali, interculturali ed interreligiose.

Nel pellegrinaggio della nostra vita ogni tanto ci fermiamo, grati per il cammino fatto e sperando e pregando in vista della strada che abbiamo ancora davanti. Una sosta di questo genere ho fatto anch’io nell’Abbazia di Heiligenkreuz. La tradizione coltivata lì dai monaci cistercensi ci collega con le nostre radici, la cui forza e bellezza provengono in fondo da Dio stesso. La Pontificia Accademia Teologica che si trova presso l’Abbazia ci ricorda che quanto ci è stato trasmesso ha sempre bisogno di una nuova e più profonda contemplazione e riflessione, come anche di una sua ulteriore trasmissione nella fedeltà al Vangelo ed alla dottrina della Chiesa.

Oggi ho celebrato con voi la Domenica, il Giorno del Signore – in rappresentanza di tutte le parrocchie dell’Austria – nel Duomo di Santo Stefano, la chiesa principale di Vienna. Così, nell’occasione, ero collegato in modo particolare con i fedeli di tutte le parrocchie dell’Austria.

Un momento commovente è stato per me l’incontro con i volontari delle Organizzazioni assistenziali, che in Austria sono cosi numerose e multiformi. Le migliaia di volontari che ho potuto vedere rappresentano le migliaia e migliaia di colleghi che, in tutto il Paese, nella loro disponibilità all’aiuto fanno sì che i tratti più nobili dell’uomo si manifestino come immagine quotidiana, nella quale i credenti possono riconoscere l’amore di Cristo.

Gratitudine e gioia colmano in questo momento il mio animo. A voi tutti che avete seguito queste giornate, che avete impegnato molta fatica e molto lavoro affinché il denso programma potesse svolgersi senza attriti, che avete partecipato al pellegrinaggio ed alle celebrazioni con tutto il cuore, giunga ancora una volta il mio ringraziamento più sentito. Congedandomi affido il presente ed il futuro di questo Paese all’intercessione della Madre della Grazia di Mariazell, la Magna Mater Austriae, e a tutti i santi e beati dell’Austria. Insieme con loro vogliamo guardare a Cristo, nostra vita e nostra speranza. Con sincero affetto dico a Voi e a tutti un cordialissimo "Vergelt’s Gott".

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Monday, September 10, 2007 7:59 PM
Da Petrus

Cina, ordinato il primo Vescovo con il placet del Vaticano dopo la lettera di Benedetto XVI
CITTA’ DEL VATICANO - La Chiesa ''patriottica'' cinese, fedele a Pechino, ha nominato un nuovo vescovo ausiliare, indicando la sua volonta' di procedere alle nomine dei vescovi senza consultare il Vaticano. La notizia e' stata pubblicata dal quotidiano China Daily, secondo il quale Paolo Xiao Zejiang, un prete di 40 anni, e' stato eletto lo scorso ottobre ''aiutante'' del vescovo Aniceto Wang Chongyi della diocesi di Guizhou da un' assemblea di cattolici locali. Il giornale afferma che Xiao succedera' ''automaticamente'' al vescovo, che ha 88 anni. Quello della nomina dei vescovi e' il principale ostacolo sulla strada della normalizzazione delle relazioni tra la Cina ed il Vaticano. Dal 1951, quando l' allora nunzio apostolico (ambasciatore della Santa Sede) fu costretto a lasciare la Cina comunista, il Vaticano riconosce Taiwan, l' isola di fatto indipendente rivendicata da Pechino. La scorsa settimana il leader della Chiesa ''patriottica'', il laico Liu Bainian, ha affermato in un' intervista che le nomine sono necessarie perche' delle 97 diocesi cinesi 40 sono senza vescovo e 30 dei vescovi attivi sono ultraottantenni. In una lettera aperta ai cattolici cinesi diffusa in giugno, Papa Benedetto XVI ha ''auspicato'' che ''...si trovi un accordo con il governo (di Pechino) per risolvere alcune questioni riguardanti sia la scelta dei candidati all'episcopato sia il riconoscimento...del nuovo vescovo da parte delle autorita' civili''. L' Associazione patriottica ha cinque milioni di membri, mentre si ritiene la Chiesa clandestina fedele alla Santa Sede ne abbia circa il doppio.
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Tuesday, September 11, 2007 3:07 PM
Rinunce e nomine

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Bulawayo, nello Zimbabwe, presentata da mons. Pius Alick Ncube, in conformità al can. 401 § 2 del Codice di Diritto Canonico.
In Francia, il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Bourges presentata da mons. Hubert Barbier per raggiunti limiti di età, e ha nominato nuovo arcivescovo di Bourges mons. Armand Maillard, finora vescovo di Laval. Mons. Armand Maillard è nato il 18 giugno 1943, a Offroicourt (Vosges), nella diocesi di Saint-Dié. Alunno dei Seminari Minori di Martigny-les-Bains e di Autray, ha compiuto in seguito gli studi filosofici e teologici presso il Seminario Maggiore di Saint-Dié. Ha completato quelli teologici presso la Facoltà di Teologia di Strasburgo, ottenendo la Laurea in Teologia. E’ stato ordinato sacerdote il 28 giugno 1970 per la diocesi di Saint-Dié. Ha ricoperto i seguenti incarichi ministeriali: vicario parrocchiale a Remiremont e cappellano degli alunni cattolici nelle scuole pubbliche (1971-1976); direttore diocesano della catechesi e responsabile diocesano del diaconato permanente (1976-1987); vicario episcopale della diocesi di Saint-Dié (1987-1996). Eletto vescovo di Laval il 2 agosto 1996, è stato consacrato il 5 ottobre successivo. Nella Conferenza episcopale francese è stato membro della Commissione per i Ministeri ordinati; dal 2005 è membro del Consiglio episcopale per la pastorale giovanile.

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Wednesday, September 12, 2007 3:04 PM
Il papa: la Chiesa, maestra e testimone del sì

di Marco Fabi All'udienza generale del mercoledì, in piazza San Pietro, Benedetto XVI ripercorre le tappe del suo viaggio-pellegrinaggio in Austria, compiuto dal 7 al 9 settembre. Il testo integrale...

La Chiesa cattolica è "maestra e testimone di un sì generoso alla vita in ogni sua dimensione", è impegnata nella pace e nel "vero progresso sociale". Così Benedetto XVI ha ripercorso il suo viaggio in Austria, durante l'udienza generale del mercoledì. Un'occasione per ripensare alle tappe dello scorso fine settimana, a cominciare dal santuario di Mariazell, dove "abbiamo vissuto una forte esperienza ecclesiale, come una settimana prima a Loreto con i giovani italiani".

"Inoltre - ha proseguito il papa - a Vienna e Mariazell è apparsa in particolare la realtà viva, fedele e variegata della Chiesa cattolica, presente così numerosa negli appuntamenti previsti. Si è trattato di una presenza gioiosa e coinvolgente di una Chiesa che, come Maria, è chiamata sempre a guardare a Cristo per poterlo mostrare e offrire a tutti. Una Chiesa maestra e testimone - ha aggiunto il papa - di un 'sì' generoso alla vita in ogni sua dimensione. Una Chiesa che attualizza la sua bimillenaria vocazione al servizio di futuro di pace e di un vero progresso sociale per l'intera famiglia umana".

Al termine dell'udienza, Benedetto XVI ha incontrato Giovanni Battista Pinna, l'uomo rimasto 250 giorni in mano ai propri rapitori in Sardegna e liberato il 29 maggio scorso. Pinna era accompagnato dall'arcivescovo di Sassari, mons. Paolo Atzei, e ha voluto ringraziare personalmente il Pontefice per il suo appello per la liberazione lanciato in Piazza San Pietro il 29 ottobre del 2006.

Il testo integrale della catechesi

Cari fratelli e sorelle,

intendo oggi soffermarmi a riflettere sulla visita pastorale che ho avuto la gioia di compiere nei giorni scorsi in Austria, Paese che mi è particolarmente familiare, sia perché confinante con la mia terra natale sia per i numerosi contatti che con esso ho sempre avuto. Motivo specifico di questa visita era l’850.mo anniversario del Santuario di Mariazell, il più importante dell’Austria, prediletto anche dai fedeli ungheresi e molto frequentato da pellegrini di altre Nazioni limitrofe. Si è trattato dunque prima di tutto di un pellegrinaggio, che ha avuto come motto "Guardare a Cristo": andare incontro a Maria che ci mostra Gesù. Ringrazio di cuore il Cardinale Schönborn, Arcivescovo di Vienna, e l’intero Episcopato del Paese per il grande impegno con cui hanno preparato e seguito la mia visita. Ringrazio il Governo austriaco e tutte le Autorità civili e militari che hanno prestato la loro valida collaborazione; in particolare, ringrazio il Signor Presidente Federale per la cordialità con cui mi ha accolto ed accompagnato nei vari momenti della visita. La prima tappa è stata presso la Mariensäule, storica colonna su cui è collocata la statua della Vergine Immacolata: lì ho incontrato migliaia di giovani e ho iniziato il mio pellegrinaggio. Non ho mancato poi di recarmi nella Judenplatz per rendere omaggio al monumento che ricorda la Shoah.

Tenendo conto della storia dell’Austria e dei suoi stretti rapporti con la Santa Sede, come pure dell’importanza di Vienna nella politica internazionale, il programma di questo mio viaggio pastorale ha previsto gli incontri con il Presidente della Repubblica e con il Corpo Diplomatico. Si tratta di occasioni preziose, in cui il Successore di Pietro ha la possibilità di esortare i Responsabili delle nazioni a favorire sempre la causa della pace e dell’autentico sviluppo economico e sociale. Guardando specialmente all’Europa, ho rinnovato il mio incoraggiamento a portare avanti l’attuale processo di unificazione sulla base di valori ispirati al comune patrimonio cristiano. Mariazell, del resto, è uno dei simboli dell’incontro dei popoli europei intorno alla fede cristiana. Come dimenticare che l’Europa è portatrice di una tradizione di pensiero che tiene legate fede, ragione e sentimento? Illustri filosofi, anche indipendentemente dalla fede, hanno riconosciuto il ruolo centrale svolto dal cristianesimo per preservare la coscienza moderna da derive nichilistiche o fondamentalistiche. L’incontro con le Autorità politiche e diplomatiche a Vienna è stato dunque quanto mai propizio per inserire il mio viaggio apostolico nel contesto attuale del continente europeo.

Il vero e proprio pellegrinaggio l’ho compiuto nella giornata di sabato 8 settembre, festa della Natività di Maria, a cui è intitolato il Santuario di Mariazell. Esso ebbe origine nel 1157, quando un monaco benedettino della vicina Abbazia di San Lambrecht, inviato a predicare in quel luogo, sperimentò il prodigioso soccorso di Maria, di cui portava con sé una piccola statua in legno. La cella (Zell) dove il monaco ripose la statuetta divenne in seguito meta di pellegrinaggi e, nel volgere di due secoli, fu edificato un importante santuario, dove ancor oggi si venera la Madonna delle Grazie, detta Magna Mater Austriae. E’ stata per me una grande gioia ritornare come Successore di Pietro in quel luogo santo e tanto caro alle genti dell’Europa centro-orientale. Lì ho ammirato l’esemplare coraggio di migliaia e migliaia di pellegrini che, nonostante la pioggia e il freddo, hanno voluto essere presenti a questa ricorrenza celebrativa, con grande gioia e fede, e dove ho illustrato loro il tema centrale della mia visita: "Guardare a Cristo", tema che i Vescovi dell’Austria avevano sapientemente approfondito nell’itinerario di preparazione durato nove mesi. Ma solo giungendo nel Santuario abbiamo pienamente compreso il senso di quel motto: guardare a Gesù. Di fronte a noi stavano la statua della Madonna che con una mano indica Gesù Bambino, e in alto, sopra l’altare della Basilica, il Crocifisso. Là il nostro pellegrinaggio ha raggiunto la sua meta: abbiamo contemplato il volto di Dio in quel Bimbo in braccio alla Madre e in quell’Uomo con le braccia spalancate. Guardare Gesù con gli occhi di Maria significa incontrare Dio Amore, che per noi si è fatto uomo ed è morto in croce.

Al termine della Messa a Mariazell, ho conferito il "mandato" ai componenti dei Consigli pastorali parrocchiali, che sono stati da poco rinnovati in tutta l’Austria. Un eloquente gesto ecclesiale, col quale ho posto sotto la protezione di Maria la grande "rete" delle parrocchie al servizio della comunione e della missione. Al Santuario ho vissuto poi momenti di gioiosa fraternità con i Vescovi del Paese e la Comunità benedettina. Ho incontrato i sacerdoti, i religiosi, i diaconi e i seminaristi e con loro ho celebrato i Vespri. Spiritualmente uniti a Maria, abbiamo magnificato il Signore per l’umile dedizione di tanti uomini e donne che si affidano alla sua misericordia e si consacrano al servizio di Dio. Queste persone, pur con i loro limiti umani, anzi, proprio nella semplicità e nell’umiltà della loro umanità, si sforzano di offrire a tutti un riflesso della bontà e della bellezza di Dio, seguendo Gesù nella via della povertà, della castità e dell’obbedienza, tre voti che vanno ben compresi nel loro autentico significato cristologico, non individualistico ma relazionale ed ecclesiale.

La mattina di domenica ho poi celebrato la solenne Eucaristia nella Cattedrale di Santo Stefano a Vienna. Nell’omelia, ho voluto approfondire in modo particolare il significato e il valore della Domenica, a sostegno del movimento "Alleanza in difesa della domenica libera". A questo movimento aderiscono anche persone e gruppi non cristiani. Come credenti, naturalmente, abbiamo motivazioni profonde per vivere il Giorno del Signore, così come la Chiesa ci ha insegnato. "Sine dominico non possumus!": senza il Signore e senza il suo Giorno non possiamo vivere, dichiararono i martiri di Abitene (attuale Tunisia) nell’anno 304. Anche noi, cristiani del Duemila, non possiamo vivere senza la Domenica: un giorno che dà senso al lavoro e al riposo, attualizza il significato della creazione e della redenzione, esprime il valore della libertà e del servizio al prossimo… tutto questo è la domenica: ben più di un precetto! Se le popolazioni di antica civiltà cristiana abbandonano questo significato e lasciano che la domenica si riduca a week-end o ad occasione per interessi mondani e commerciali, vuol dire che hanno deciso di rinunciare alla propria cultura.

Non lontano da Vienna si trova l’Abbazia di Heiligenkreuz, della Santa Croce, ed è stata per me una gioia visitare quella fiorente comunità di monaci cistercensi, che esiste senza interruzione da 874 anni! Annessa all’Abbazia vi è la Scuola Superiore di Filosofia e Teologia, che da poco ha acquisito il titolo di "Pontificia". Rivolgendomi in particolare ai monaci, ho richiamato il grande insegnamento di San Benedetto circa l’Officio divino, sottolineando il valore della preghiera come servizio di lode e di adorazione dovuto a Dio per la sua infinita bellezza e bontà. A questo servizio sacro nulla va anteposto – dice la Regola benedettina (43,3) – così che tutta la vita, con i tempi del lavoro e del riposo, sia ricapitolata nella liturgia e orientata a Dio. Anche lo studio teologico non può essere separato dalla vita spirituale e dalla preghiera, come sostenne con forza proprio San Bernardo di Chiaravalle, padre dell’Ordine cistercense. La presenza dell’Accademia di Teologia accanto all’Abbazia attesta questo connubio tra fede e ragione, tra cuore e mente.

Ultimo incontro del mio viaggio è stato quello con il mondo del volontariato. Ho voluto così manifestare il mio apprezzamento alle tante persone, di diverse età, che si impegnano gratuitamente al servizio del prossimo, sia nella comunità ecclesiale che in quella civile. Il volontariato non è soltanto un "fare": è prima di tutto un modo di essere, che parte dal cuore, da un atteggiamento di gratitudine verso la vita, e spinge a "restituire" e condividere con il prossimo i doni ricevuti. In questa prospettiva, ho voluto incoraggiare nuovamente la cultura del volontariato. L’azione del volontario non va vista come un intervento "tappabuchi" nei confronti dello Stato e delle pubbliche istituzioni, ma piuttosto come una presenza complementare e sempre necessaria per tenere viva l’attenzione agli ultimi e promuovere uno stile personalizzato negli interventi. Non c’è, pertanto, nessuno che non possa essere un volontario: anche la persona più indigente e svantaggiata, ha sicuramente molto da condividere con gli altri offrendo il proprio contributo per costruire la civiltà dell’amore.

In conclusione, rinnovo il mio rendimento di grazie al Signore per questa visita-pellegrinaggio in Austria. Meta centrale è stato ancora una volta un Santuario mariano, attorno al quale si è potuto vivere una forte esperienza ecclesiale, come una settimana prima era accaduto a Loreto con i giovani italiani. Inoltre a Vienna e a Mariazell è apparsa in particolare la realtà viva, fedele e variegata della Chiesa cattolica presente così numerosa negli appuntamenti previsti. Si è trattato di una presenza gioiosa e coinvolgente, di una Chiesa che, come Maria, è chiamata sempre a "guardare a Cristo" per poterlo mostrare ed offrire a tutti; una Chiesa maestra e testimone di un "sì" generoso alla vita in ogni sua dimensione; una Chiesa che attualizza la sua bimillenaria tradizione al servizio di un futuro di pace e di vero progresso sociale per l’intera famiglia umana.

www.korazym.org
+PetaloNero+
Wednesday, September 12, 2007 3:05 PM
DA PETRUS

Radici cristiane dell'Europa e rispetto della Domenica: il Papa ripercorre il viaggio in Austria
CITTA’ DEL VATICANO - ''Guardando all'Europa, ho rinnovato il mio incoraggiamento a portare avanti l'attuale processo di unificazione sulla base di valori ispirati al comune patrimonio cristiano''. E' quanto ha detto Benedetto XVI nel corso dell'udienza generale in Piazza San Pietro rievocando le tappe del suo viaggio apostolico in Austria, svoltosi da venerdi' a domenica scorsi per celebrare l'850/o anniversario del santuario di Mariazell. Il Pontefice faceva riferimento in particolare all'incontro avuto venerdi' a Vienna con il presidente federale Heinz Fischer, con le autorita' governative e con il corpo diplomatico. ''Si tratta di occasioni preziose - ha detto il Papa - in cui il successore di Pietro ha la possibilita' di esortare i responsabili delle nazioni a favorire sempre la causa della pace e dell'autentico sviluppo economico e sociale''. A proposito dell'incoraggiamento alla salvaguardia delle radici cristiane dell'Europa, il Pontefice ha ricordato che proprio ''Mariazell, del resto, e' uno dei simboli dell'incontro dei popoli europei intorno alla fede cristiana''. ''Come dimenticare - ha poi sottolineato - che l'Europa e portatrice di una tradizione di pensiero che tiene legati fede, ragione e sentimento? Illustri filosofi, anche indipendentemente dalla fede, hanno riconosciuto il ruolo centrale svolto dal cristianesimo per preservare la coscienza moderna da derive nichilistiche o fondamentalistiche''. ''L'incontro con le autorita' politiche e diplomatiche a Vienna - ha aggiunto Benedetto XVI - e' stato dunque quanto mai propizio per inserire il mio viaggio apostolico nel contesto attuale del continente europeo''. ''Anche noi cristiani del 2000 non possiamo vivere senza la domenica, un giorno che da' senso al lavoro e al riposo, attualizza il significato della creazione e della redenzione, esprime il valore della liberta' e del servizio al prossimo''. E' quanto ha aggiunto Benedetto XVI durante l'udienza generale in Piazza San Pietro ricordando i temi del suo recente viaggio in Austria e in particolare i riferimenti al valore e al significato della domenica , ''da non ridurre solo a weekend o a occasione per interessi mondani o commerciali'', fatti nell'omelia della messa celebrata domenica mattina nel duomo di Santo Stefano, a Vienna. ''Tutto questo - ha ribadito il Papa - e' la domenica, ben piu' di un precetto''. Il Pontefice ha sottolineato di aver parlato anche a sostegno del movimento ''Alleanza in difesa della domenica libera'', al quale ''aderiscono anche persone e gruppi non cristiani''. ''Come credenti - ha osservato il Papa- naturalmente abbiamo motivazioni profonde per vivere il giorno del Signore cosi' come la Chiesa ci ha insegnato''. E ha aggiunto: '''Sine dominico non possumus', senza il Signore e senza il suo giorno non possiamo vivere, dichiararono i martiri di Abitene, attuale Tunisia nell'anno 304''. ''Se le popolazioni di antica civilta' cristiana abbandonano questo significato - ha concluso il Pontefice -, lasciano che la domenica, si riduca a weekend o a occasione per interessi mondani o commerciali, vuole dire che hanno deciso di rinunciare alla propria cultura''.

Udienza generale, Benedetto XVI riceve l'ex rapito Pinna per il quale chiese la liberazione
CITTA’ DEL VATICANO - Giovanni Battista Pinna, l'uomo rimasto 250 giorni in mano ai propri rapitori in Sardegna e liberato il 29 maggio scorso, ha incontrato Benedetto XVI sul sagrato della basilica vaticana al termine dell'udienza generale del mercoledi'. Pinna, che era accompagnato dall'arcivescovo di Sassari, Monsignor Paolo Atzei, ha voluto ringraziare personalmente il Pontefice per il suo appello per la liberazione lanciato in Piazza San Pietro il 29 ottobre del 2006. Quel giorno, all'Angelus domenicale, il Papa aveva condannato tutti i sequestri di persona nel mondo e aveva aggiunto: ''In particolare mi unisco al pressante appello recentemente rivoltomi dall'arcivescovo e dalla comunita' di Sassari in favore del signor Giovanni Battista Pinna''. Il possidente sardo era stato rapito il 19 settembre 2006 a Bonorva (Sassari) e tenuto per otto mesi e dieci giorni incatenato in uno spazio angusto.
Paparatzifan
Wednesday, September 12, 2007 9:46 PM
Dal blog di Lella...

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 settembre 2007


IL VIAGGIO APOSTOLICO IN AUSTRIA


Cari fratelli e sorelle,

intendo oggi soffermarmi a riflettere sulla visita pastorale che ho avuto la gioia di compiere nei giorni scorsi in Austria, Paese che mi è particolarmente familiare, sia perché confinante con la mia terra natale sia per i numerosi contatti che con esso ho sempre avuto. Motivo specifico di questa visita era l’850.mo anniversario del Santuario di Mariazell, il più importante dell’Austria, prediletto anche dai fedeli ungheresi e molto frequentato da pellegrini di altre Nazioni limitrofe. Si è trattato dunque prima di tutto di un pellegrinaggio, che ha avuto come motto "Guardare a Cristo": andare incontro a Maria che ci mostra Gesù. Ringrazio di cuore il Cardinale Schönborn, Arcivescovo di Vienna, e l’intero Episcopato del Paese per il grande impegno con cui hanno preparato e seguito la mia visita. Ringrazio il Governo austriaco e tutte le Autorità civili e militari che hanno prestato la loro valida collaborazione; in particolare, ringrazio il Signor Presidente Federale per la cordialità con cui mi ha accolto ed accompagnato nei vari momenti della visita.
La prima tappa è stata presso la Mariensäule, storica colonna su cui è collocata la statua della Vergine Immacolata: lì ho incontrato migliaia di giovani e ho iniziato il mio pellegrinaggio. Non ho mancato poi di recarmi nella Judenplatz per rendere omaggio al monumento che ricorda la Shoah.

Tenendo conto della storia dell’Austria e dei suoi stretti rapporti con la Santa Sede, come pure dell’importanza di Vienna nella politica internazionale, il programma di questo mio viaggio pastorale ha previsto gli incontri con il Presidente della Repubblica e con il Corpo Diplomatico. Si tratta di occasioni preziose, in cui il Successore di Pietro ha la possibilità di esortare i Responsabili delle nazioni a favorire sempre la causa della pace e dell’autentico sviluppo economico e sociale. Guardando specialmente all’Europa, ho rinnovato il mio incoraggiamento a portare avanti l’attuale processo di unificazione sulla base di valori ispirati al comune patrimonio cristiano. Mariazell, del resto, è uno dei simboli dell’incontro dei popoli europei intorno alla fede cristiana. Come dimenticare che l’Europa è portatrice di una tradizione di pensiero che tiene legate fede, ragione e sentimento? Illustri filosofi, anche indipendentemente dalla fede, hanno riconosciuto il ruolo centrale svolto dal cristianesimo per preservare la coscienza moderna da derive nichilistiche o fondamentalistiche.
L’incontro con le Autorità politiche e diplomatiche a Vienna è stato dunque quanto mai propizio per inserire il mio viaggio apostolico nel contesto attuale del continente europeo.

Il vero e proprio pellegrinaggio l’ho compiuto nella giornata di sabato 8 settembre, festa della Natività di Maria, a cui è intitolato il Santuario di Mariazell.
Esso ebbe origine nel 1157, quando un monaco benedettino della vicina Abbazia di San Lambrecht, inviato a predicare in quel luogo, sperimentò il prodigioso soccorso di Maria, di cui portava con sé una piccola statua in legno. La cella (Zell) dove il monaco ripose la statuetta divenne in seguito meta di pellegrinaggi e, nel volgere di due secoli, fu edificato un importante santuario, dove ancor oggi si venera la Madonna delle Grazie, detta Magna Mater Austriae. E’ stata per me una grande gioia ritornare come Successore di Pietro in quel luogo santo e tanto caro alle genti dell’Europa centro-orientale.

Lì ho ammirato l’esemplare coraggio di migliaia e migliaia di pellegrini che, nonostante la pioggia e il freddo, hanno voluto essere presenti a questa ricorrenza celebrativa, con grande gioia e fede, e dove ho illustrato loro il tema centrale della mia visita: "Guardare a Cristo", tema che i Vescovi dell’Austria avevano sapientemente approfondito nell’itinerario di preparazione durato nove mesi.

Ma solo giungendo nel Santuario abbiamo pienamente compreso il senso di quel motto: guardare a Gesù. Di fronte a noi stavano la statua della Madonna che con una mano indica Gesù Bambino, e in alto, sopra l’altare della Basilica, il Crocifisso. Là il nostro pellegrinaggio ha raggiunto la sua meta: abbiamo contemplato il volto di Dio in quel Bimbo in braccio alla Madre e in quell’Uomo con le braccia spalancate. Guardare Gesù con gli occhi di Maria significa incontrare Dio Amore, che per noi si è fatto uomo ed è morto in croce.

Al termine della Messa a Mariazell, ho conferito il "mandato" ai componenti dei Consigli pastorali parrocchiali, che sono stati da poco rinnovati in tutta l’Austria. Un eloquente gesto ecclesiale, col quale ho posto sotto la protezione di Maria la grande "rete" delle parrocchie al servizio della comunione e della missione. Al Santuario ho vissuto poi momenti di gioiosa fraternità con i Vescovi del Paese e la Comunità benedettina. Ho incontrato i sacerdoti, i religiosi, i diaconi e i seminaristi e con loro ho celebrato i Vespri. Spiritualmente uniti a Maria, abbiamo magnificato il Signore per l’umile dedizione di tanti uomini e donne che si affidano alla sua misericordia e si consacrano al servizio di Dio. Queste persone, pur con i loro limiti umani, anzi, proprio nella semplicità e nell’umiltà della loro umanità, si sforzano di offrire a tutti un riflesso della bontà e della bellezza di Dio, seguendo Gesù nella via della povertà, della castità e dell’obbedienza, tre voti che vanno ben compresi nel loro autentico significato cristologico, non individualistico ma relazionale ed ecclesiale.

La mattina di domenica ho poi celebrato la solenne Eucaristia nella Cattedrale di Santo Stefano a Vienna. Nell’omelia, ho voluto approfondire in modo particolare il significato e il valore della Domenica, a sostegno del movimento "Alleanza in difesa della domenica libera". A questo movimento aderiscono anche persone e gruppi non cristiani. Come credenti, naturalmente, abbiamo motivazioni profonde per vivere il Giorno del Signore, così come la Chiesa ci ha insegnato. "Sine dominico non possumus!": senza il Signore e senza il suo Giorno non possiamo vivere, dichiararono i martiri di Abitene (attuale Tunisia) nell’anno 304. Anche noi, cristiani del Duemila, non possiamo vivere senza la Domenica: un giorno che dà senso al lavoro e al riposo, attualizza il significato della creazione e della redenzione, esprime il valore della libertà e del servizio al prossimo… tutto questo è la domenica: ben più di un precetto!

Se le popolazioni di antica civiltà cristiana abbandonano questo significato e lasciano che la domenica si riduca a week-end o ad occasione per interessi mondani e commerciali, vuol dire che hanno deciso di rinunciare alla propria cultura.

Non lontano da Vienna si trova l’Abbazia di Heiligenkreuz, della Santa Croce, ed è stata per me una gioia visitare quella fiorente comunità di monaci cistercensi, che esiste senza interruzione da 874 anni! Annessa all’Abbazia vi è la Scuola Superiore di Filosofia e Teologia, che da poco ha acquisito il titolo di "Pontificia". Rivolgendomi in particolare ai monaci, ho richiamato il grande insegnamento di San Benedetto circa l’Officio divino, sottolineando il valore della preghiera come servizio di lode e di adorazione dovuto a Dio per la sua infinita bellezza e bontà. A questo servizio sacro nulla va anteposto – dice la Regola benedettina (43,3) – così che tutta la vita, con i tempi del lavoro e del riposo, sia ricapitolata nella liturgia e orientata a Dio. Anche lo studio teologico non può essere separato dalla vita spirituale e dalla preghiera, come sostenne con forza proprio San Bernardo di Chiaravalle, padre dell’Ordine cistercense. La presenza dell’Accademia di Teologia accanto all’Abbazia attesta questo connubio tra fede e ragione, tra cuore e mente.

Ultimo incontro del mio viaggio è stato quello con il mondo del volontariato. Ho voluto così manifestare il mio apprezzamento alle tante persone, di diverse età, che si impegnano gratuitamente al servizio del prossimo, sia nella comunità ecclesiale che in quella civile. Il volontariato non è soltanto un "fare": è prima di tutto un modo di essere, che parte dal cuore, da un atteggiamento di gratitudine verso la vita, e spinge a "restituire" e condividere con il prossimo i doni ricevuti. In questa prospettiva, ho voluto incoraggiare nuovamente la cultura del volontariato. L’azione del volontario non va vista come un intervento "tappabuchi" nei confronti dello Stato e delle pubbliche istituzioni, ma piuttosto come una presenza complementare e sempre necessaria per tenere viva l’attenzione agli ultimi e promuovere uno stile personalizzato negli interventi. Non c’è, pertanto, nessuno che non possa essere un volontario: anche la persona più indigente e svantaggiata, ha sicuramente molto da condividere con gli altri offrendo il proprio contributo per costruire la civiltà dell’amore.

In conclusione, rinnovo il mio rendimento di grazie al Signore per questa visita-pellegrinaggio in Austria. Meta centrale è stato ancora una volta un Santuario mariano, attorno al quale si è potuto vivere una forte esperienza ecclesiale, come una settimana prima era accaduto a Loreto con i giovani italiani.

Inoltre a Vienna e a Mariazell è apparsa in particolare la realtà viva, fedele e variegata della Chiesa cattolica presente così numerosa negli appuntamenti previsti. Si è trattato di una presenza gioiosa e coinvolgente, di una Chiesa che, come Maria, è chiamata sempre a "guardare a Cristo" per poterlo mostrare ed offrire a tutti; una Chiesa maestra e testimone di un "sì" generoso alla vita in ogni sua dimensione; una Chiesa che attualizza la sua bimillenaria tradizione al servizio di un futuro di pace e di vero progresso sociale per l’intera famiglia umana.


+PetaloNero+
Thursday, September 13, 2007 3:16 PM
Il Papa riceve il nuovo ambasciatore della Slovacchia: "società solide sono costruite sul fondamento do solide famiglie"
L’impegno congiunto tra Chiesa e società civile per promuovere i valori della famiglia: al centro del discorso del Papa al nuovo Ambasciatore della Slovacchia presso la Santa Sede, signor Josef Dravecky, ricevuto stamane per la presentazione delle Lettere credenziali. Il servizio di Fausta Speranza:“Società solide sono costruite sul fondamento di solide famiglie”: lo ribadisce Benedetto XVI sottolineando che “tutte le comunità civili dovrebbero fare il possibile per promuovere politiche economiche e sociali che aiutino le giovani coppie sposate e sostengano il loro desiderio di famiglia”. E il Papa parla di momento cruciale perchè i giovani “vengono tentati dal disconoscere i valori del matrimonio che sono invece così vitali per la loro felicità futura e per la stabilità sociale”. Da qui l’importanza di garantire alla Chiesa “la libertà di stabilire e amministrare scuole cattoliche” che assicurano – dice il Papa – “un’educazione che nutre tutte le dimensioni della persona umana, incluso quella religiosa e spirituale” e che – aggiunge – “è nell’interesse sia della Chiesa che dello Stato”. Il Papa chiede alle autorità della Slovacchia di continuare a garantire tale libertà nel rispetto di quanto stabilito nell’Accordo raggiunto tra Stato e Chiesa nel 2000. A questo proposito il Papa ricorda che dei quattro punti stabiliti dall’accordo solo due sono già stati ratificati e sottolinea l’importanza dei due punti che restano: obiezione di coscienza e finanziamenti delle attività della Chiesa. Benedetto XVI parla di “cooperazione fruttuosa tra la Repubblica di Slovacchia e la Santa Sede ricordando che il prossimo anno segnerà il 15esimo anniversario dell’avvio delle relazioni diplomatiche. Sottolinea “il ricco patrimonio culturale e spirituale della Slovacchia” aggiungendo che rappresenta “un grande potenziale per rivitalizzare l’anima del continente europeo”. In particolare Benedetto XVI ricorda “i sacrifici eroici fatti da innumerevoli uomini e donne che in tempi di persecuzione si sono adoperati con un grande costo a difendere il diritto alla vita, la libertà religiosa e la libertà di porre se stessi a servizio del prossimo”. “Questi essenziali valori – conclude il Papa – sono fondamentali per costruire l’Unione europea. C’è da dire che la Repubblica Slovacca è nata il 1° gennaio 1993 dalla divisione pacifica della Cecoslovacchia, che già dal 1990 aveva assunto il nome di Repubblica Federativa Ceca e Slovacca. Dal 1° maggio 2004 fa parte dell’Unione Europea e dal 24 marzo 2004 della NATO. La popolazione è composta in prevalenza da slovacchi (86% del totale). La principale minoranza è rappresentata da ungheresi (10%), che abitano soprattutto le regioni meridionali e orientali. Vi sono poi rom, cechi, rumeni, ucraini, tedeschi e polacchi. Della personalità del nuovo ambasciatore della Slovacchia presso la Santa Sede possiamo dire che è nato a Spišská Nová Ves il 25 luglio 1947. È sposato ed ha cinque figli. Entrato in carriera diplomatica nel 1991, tra gli ultimi incarichi ha ricoperto di recente quello di Ambasciatore in Lettonia (2000-2005) e di Direttore di Dipartimento presso il Ministero degli Affari Esteri (2005-2007).
www.radiovaticana.org



DA PETRUS
Il monito di Benedetto XVI: "Le famiglie forti si fondano su matrimoni forti"
CITTA’ DEL VATICANO - ''Famiglie forti sono fondate su matrimoni forti. Societa' forti sono costruite sul fondamento di famiglie forti''. Lo ha detto il Papa ricevendo il nuovo ambasciatore della Repubblica Slovacca, Jozef Dravecky per la presentazione delle lettere credenziali. Benedetto XVI ha quindi osservato che ''ogni comunita' civile dovrebbe fare il possibile per promuovere politiche economiche e sociali che aiutino le giovani coppie e facilitino il loro desiderio di costruire una famiglia''. Papa Benedetto ha ricordato l’attuale discussione in Slovacchia su come promuovere il matrimonio e la vita familiare e ha osservato che ''i vescovi cattolici del Paese sono preoccupati per l'incremento del tasso di divorzi e per il numero di bambini concepiti al di fuori del matrimonio''. Il Papa ha poi ricordato ''l'eroico sacrificio fatto a innumerevoli uomini e donne nella storia del suo Paese, e che, in tempi di persecuzione hanno lavorato pagando grandi costi per preservare il diritto alla vita, alla liberta' religiosa, e alla liberta' di porsi al servizio del prossimo''. Benedetto XVI ha anche auspicato la definizione di due aspetti degli accordi bilaterali tra Santa Sede Slovacchia, riguardo ai temi della obiezione di coscienza e del trattamento finanziario delle attivita' della Chiesa.
+PetaloNero+
Thursday, September 13, 2007 3:17 PM
Domani entra in vigore il Motu Proprio del Papa sull'uso del Messale Romano del 1962. Il cardinale Castrillon Hoyos: sia un motivo di gioia per tutti

Entra domani in vigore il Motu Proprio di Benedetto XVI, Summorum Pontificum, sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma del 1970. Il documento liberalizza l’utilizzo del Messale Romano del 1962, che, ricordiamo, non è mai stato abrogato. In particolare, il Motu Proprio stabilisce che spetta al parroco accogliere le richieste di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica. Intanto, in un editoriale, la rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica, sottolinea che sono infondati i timori di quanti ritengono il Motu Proprio un passo indietro rispetto alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Sul vero significato di questo documento pontificio, Giovanni Peduto ha raccolto la riflessione del cardinale Dario Castrillon Hoyos, presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei e per molti anni prefetto della Congregazione per il Clero:
R. – Io direi che già Giovanni Paolo II voleva dare ai fedeli che amavano l’antico rito - alcuni dei quali erano passati al movimento dell’arcivescovo Lefebvre, ma che poi lo avevano lasciato per mantenere la piena unità con il Vicario di Cristo - l’opportunità di celebrare il rito che era più vicino alla loro sensibilità. Il Santo Padre Benedetto XVI ha partecipato sin dall’inizio a tutta la questione Lefebvre ed ha quindi conosciuto benissimo il problema che creava a quei fedeli la riforma liturgica. Il Papa ha un amore speciale per la liturgia. Un amore che si traduce anche in capacità di studio, di approfondimento della Liturgia stessa. Ecco perché Benedetto XVI considera un tesoro inestimabile la Liturgia anteriore alla Riforma del Concilio. Il Papa non vuole tornare indietro. E’ importante sapere e sottolineare che il Concilio non ha proibito la Liturgia di San Pio V e bisogna inoltre dire che i Padri del Concilio hanno celebrato la Messa di San Pio V. Non è come alcuni sostengono, perché non conoscono la realtà, un tornare indietro. Al contrario: il Concilio ha voluto dare ampia libertà ai fedeli. Una di queste libertà è proprio quella di prendere questo tesoro – come dice il Papa – che è la Liturgia, per mantenerlo vivo.


D. – Cosa cambia, in realtà, con questo Motu Proprio?

R. – Con questo Motu Proprio, in realtà, il cambiamento non è tanto grande. La cosa principale è che in questo momento i sacerdoti possono decidere, senza permesso né da parte della Santa Sede né da parte del vescovo, se celebrare la Messa nel rito antico. E questo vale per tutti i sacerdoti. I parroci sono essi stessi che in parrocchia devono aprire la porta a quei sacerdoti che, avendo le facoltà, vanno a celebrare. Non è, quindi, necessario chiedere nessun altro permesso.


D. – Eminenza, questo documento è stato accompagnato da polemiche e timori: ma cosa non è vero di quanto è stato detto o letto?

R. – Non è vero, per esempio, che sia stato tolto ai vescovi il potere sulla Liturgia, perché già il Codice dice chi deve dare il permesso per dire Messa e non è il vescovo: il vescovo dà il celebret, la potestà di poter celebrare, ma quando un sacerdote ha questa potestà, sono il parroco e il cappellano che devono offrire l’altare per celebrare. Se qualcuno lo impedisce, tocca allora alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei prendere misure, a nome del Santo Padre, affinché questo diritto – che è un diritto ormai chiaro dei fedeli - venga rispettato.


D. – Alla vigilia dell’entrata in vigore del Motu Proprio, quali sono i suoi auspici?

R. – I miei auspici sono questi: l’Eucaristia è la cosa più grande che noi abbiamo, è la manifestazione più grande dell’amore, dell’amore redentore di Dio che ci vuole accompagnare con questa presenza eucaristica. Questo non deve essere mai un motivo di discordia: lì ci deve essere solo l’amore. Io auspico che questo possa essere un motivo di gioia per tutti coloro che amano la tradizione, un motivo di gioia per tutte quelle parrocchie che non avranno più divisioni, ma avranno – al contrario – una molteplicità di santità con un rito che è stato certamente il fattore e lo strumento di santificazione per più di mille anni. Ringraziamo, quindi, il Santo Padre che ha recuperato per la Chiesa questo tesoro. Non viene imposto niente agli altri. Il Papa non impone l’obbligo; il Papa impone però di offrire questa possibilità laddove i fedeli lo richiedono. Se ci fosse un conflitto, perché umanamente due gruppi possono entrare in contrasto, l’autorità del vescovo – come dice il Motu Proprio – deve intervenire per evitarlo, ma senza cancellare il diritto che il Papa ha dato a tutta la Chiesa.

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+PetaloNero+
Friday, September 14, 2007 3:06 PM
Il Papa riceve il presidente del Sudan El-Bashir: al centro del colloquio le nuove speranze per il Darfur, il rispetto dei diritti umani e la libertà religiosa

Questa mattina Benedetto XVI ha ricevuto in udienza nella residenza estiva di Castelgandolfo, il presidente del Sudan Omar Hassan Ahmed El-Bashir, accompagnato da una folta delegazione composta dal ministro degli Esteri, da quello per gli Affari religiosi, da altri quattro ministri e da alcuni membri del Parlamento. Omar El-Bashir ha avuto un colloquio anche con il segretario per i Rapporti con gli Stati mons. Dominique Mamberti che prima di ricoprire questo incarico era stato nunzio apostolico in Sudan. L’udienza si è svolta in un clima “molto rispettoso” ha commentato il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. Il servizio di Roberto Piermarini.

Al centro dei colloqui tra il Papa ed il presidente Omar El-Beshir alla presenza di un interprete arabo e durati circa 25 minuti, la situazione politica e religiosa in Sudan, con particolare riferimento all’Accordo di Pace ed alla situazione nel Darfur. A questo riguardo è stata commentata molto positivamente la convocazione dei nuovi negoziati di pace per il Darfur il 27 ottobre prossimo in Libia, la cui riuscita è nei vivi auspici della Santa Sede, affinché si possa porre fine alle sofferenze ed all’insicurezza di quelle popolazioni, assicurando loro l’assistenza umanitaria a cui hanno diritto e si avviino progetti di sviluppo. Non è mancato un accenno all’aspetto regionale della crisi. Benedetto XVI ed il presidente sudanese hanno poi affrontato altri temi di interesse comune come la difesa della vita e della famiglia, il rispetto e la promozione dei diritti umani, come quello fondamentale della libertà religiosa, l’importanza del dialogo interreligioso e della collaborazione tra i credenti di tutte le religioni, in particolare cristiani e musulmani, per la promozione della pace e del bene comune. In questo contesto – si legge nel comunicato della Santa Sede – si è ribadito il ruolo ed il contributo positivo della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni nella vita della società sudanese, specialmente nel campo educativo. Al termine dell’udienza lo scambio dei doni: una medaglia del Pontificato da parte di Benedetto XVI mentre il presidente sudanese ha donato al Pontefice una tavola alta un metro raffigurante l’Arcangelo San Michele, riproduzione di un dipinto rinvenuto da una spedizione archeologica polacca in una chiesa cristiana del X secolo a Faras, nel nord-Sudan.
In una conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del colloquio con il premier italiano Romano Prodi incontrato prima dell’udienza del Papa, il presidente Omar el Bashir si era detto pronto a siglare un cessate il fuoco con i ribelli del Darfur all’inizio dei prossimi colloqui di pace di Tripoli del 27 ottobre.


Altre udienze e nomine

Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza, nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, anche il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca di Antiochia dei Maroniti (Libano); il cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica (dei Seminari e degli Istituti di Studi); il cardinale James Francis Stafford, penitenziere maggiore.
In Irlanda, il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Ossory presentata da mons. Laurence Forristal, per raggiunti limiti di età. Il Papa ha nominato vescovo di Ossory padre Séamus Freeman, della "Società dell’Apostolato Cattolico", finora parroco della chiesa di S. Vincenzo Pallotti, a Pietralata, nella diocesi di Roma. Padre Séamus Freeman è nato a Mullinahone, Tipperary, nella diocesi di Cashel and Emly (Irlanda), il 23 febbraio 1944. E' entrato nella Società dell'Apostolato Cattolico (Pallottini) a Thurles ed emesso la sua prima professione nel 1965. Ha svolto gli studi di Filosofia all'University College di Dublin (UCD) e quelli di teologia presso il St. Patrick’s College di Thurles. E' stato ordinato sacerdote il 12 giugno 1971. Dopo l'ordinazione è stato inviato all'Università Cattolica di Washington per studi di specializzazione in Psicologia, che ha concluso con la Licenza dopo una pausa di due anni come segretario personale del rettore generale dei Pallottini a Roma. Nel 1975 è diventato rettore della Chiesa di San Silvestro in Capite a Roma, rivestendo contemporaneamente l'incarico di membro del Consiglio Provinciale della provincia irlandese del suo Istituto.Nel settembre del 1981 è stato richiamato in Irlanda come rettore e direttore di Formazione del Pallottine College di Thurles. Nel 1989 è stato nominato vicario generale dei Pallottini e, nel 1992 è stato eletto rettore generale della Società, incarico che gli è stato rinnovato per un secondo mandato nel 1998. Durante questo periodo ha partecipato in qualità di uditore al Sinodo dei Vescovi del 1994 ed ha visto riconoscere dalla Santa Sede, come "Associazione di Fedeli Pubblica e Internazionale", l' "Unione dell'Apostolato Cattolico". Concluso il suo mandato di rettore generale, dal 2004 ricopriva l'incarico di parroco della Chiesa di S. Vincenzo Pallotti a Pietralata a Roma.

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+PetaloNero+
Saturday, September 15, 2007 1:58 AM
DA PETRUS

Il Papa riceve il Presidente del Sudan per parlare di Darfur e di accordi di pace
CITTA’ DEL VATICANO - Al centro dei colloqui tra il Papa ed il presidente Omar El-Beshir (nella foto) alla presenza di un interprete arabo e durati circa 25 minuti, la situazione politica e religiosa in Sudan, con particolare riferimento all'Accordo di Pace ed alla situazione nel Darfur. E' quanto ha reso noto la Sala stampa vaticana con un comunicato. ''A questo riguardo - sottolinea la nota - e' stata commentata molto positivamente la convocazione dei nuovi negoziati di pace per il Darfur il 27 ottobre prossimo in Libia, la cui riuscita e' nei vivi auspici della Santa Sede, affinche' si possa porre fine alle sofferenze ed all'insicurezza di quelle popolazioni, assicurando loro l'assistenza umanitaria a cui hanno diritto e si avviino progetti di sviluppo''. Ancora, si legge nel testo diffuso dalla sala stampa vaticana, ''non e' mancato un accenno all'aspetto regionale della crisi. Benedetto XVI ed il presidente sudanese hanno poi affrontato altri temi di interesse comune come la difesa della vita e della famiglia, il rispetto e la promozione dei diritti umani, come quello fondamentale della liberta' religiosa, l'importanza del dialogo interreligioso e della collaborazione tra i credenti di tutte le religioni, in particolare cristiani e musulmani, per la promozione della pace e del bene comune''. In questo contesto - si legge nel comunicato della Santa Sede - si e' ribadito il ruolo ed il contributo positivo della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni nella vita della societa' sudanese, specialmente nel campo educativo''. Al termine dell'udienza vi e' stato poi il consueto scambio dei doni: una medaglia del Pontificato da parte di Benedetto XVI mentre il presidente sudanese ha donato al Pontefice una tavola alta un metro raffigurante l'Arcangelo San Michele, riproduzione di un dipinto rinvenuto da una spedizione archeologica polacca in una chiesa cristiana del X secolo a Faras, nel nord-Sudan.

+PetaloNero+
Saturday, September 15, 2007 3:00 PM
I limiti della razionalità senza valori morali e religiosi al centro del discorso del Papa al nuovo ambasciatore d’Irlanda

Ragione, fede e religione: al centro del discorso che Benedetto XVI ha rivolto al nuovo ambasciatore di Irlanda, Nouel Fahey, ricevuto per la presentazione delle Lettere credenziali. Il Papa chiede scelte politiche che siano ispirate da valori e principi etici e non da “pragmatici calcoli di vantaggi e svantaggi”. Il servizio di Fausta Speranza:
Chiesa e governo del Paese; fede e religione e una società democratica e pluralista. Il Papa va diritto alla questione centrale: “La Chiesa ha i titoli per dare un contributo alla governance”? “Fede e religione devono rimanere nell’ambito della sfera privata”? Benedetto XVI affronta la questione riproponendo lui stesso tali domande. La risposta è articolata e nello stesso tempo semplice: la ragione non è all’altezza della complessità e della dignità dell’essere umano. Il Papa ricorda la storia fatta di brutali regimi totalitari, o lo scetticismo contemporaneo nei confronti della retorica politica, la crescente difficoltà e l’assenza di punti di riferimento in relazione alle scoperte scientifiche - basta pensare al terreno della bioingegneria: tutto ciò - chiama a riflettere il Papa - mette in luce i limiti della sola razionalità e evidenzia l’importanza di “una riscoperta di principi morali ed etici e il bisogno di riconoscere tali limiti e capire l’essenziale relazione di complementarietà con fede e religione”. Dunque, Benedetto XVI parla di scelte politiche, “sempre più determinate dall’opinione pubblica, di valori oscurati da procedure e obiettivi”. E anche di scelte che non si basano sulla valutazione di ciò che è bene e ciò che è male ma cedono il passo ad un “pragmatico calcolo di vantaggio e svantaggio”. Il Papa ricorda che per oltre seicento anni la cristianità è stata parte della cultura, dell’identità morale e spirituale del popolo irlandese e sottolinea che la fede cristiana non ha perso nulla del significato rappresentato per la società: “Tocca la più profonda sfera dell’uomo e dà senso alla sua vita nel mondo”. A proposito della storia d’Irlanda, il Papa si compiace del lungo processo di pace auspicando che porti frutti duraturi e che sia di esempio per i leader di altre zone del mondo travagliate da conflitti. In particolare, ha parole di apprezzamento per gli individui e le comunità che hanno aperto il cuore alla “sublime capacità umana di perdonare”. Dell’Irlanda di oggi, infine, Benedetto XVI ricorda la recente crescita economica senza precedenti e loda l’impegno sul piano ecologico, sottolineando l’importanza di difendere uno sviluppo sostenibile e una particolare attenzione ai cambiamenti climatici”.


Della Repubblica d’Irlanda ricordiamo che ha una popolazione di 6.541.000 abitanti. Guardando al processo storico ricordiamo che, sottomessa alla Gran Bretagna per quasi 8 secoli, l’Eire è diventata uno “Stato libero” (anche se Dominion della Corona britannica) nel 1922, in seguito alla rivolta condotta dall’IRA (Irish Republican Army), braccio armato del movimento nazionalista Sinn Féin. Dall’accordo sono rimaste però escluse le 6 contee settentrionali dell’Ulster, unite al Regno Unito, con il nome di Irlanda del Nord. Nel 1949, è stata proclamata la Repubblica e l’Eire è uscita dal Commonwealth. Dal 1993, il dialogo anglo-irlandese per risolvere la guerra civile in Ulster ha compiuto passi sostanziali, fino all’accordo del 10 aprile 1998 concluso a Belfast dai rappresentanti britannici e irlandesi e da esponenti repubblicani e unionisti dell’Ulster. Il 2 dicembre 1999, l’Irlanda ha rinunciato alle rivendicazioni territoriali sull’Ulster, presentate a partire dal 1921. L’attuale primo ministro, Bertie Ahern, 55 anni, è al potere dal 1997: il suo terzo mandato consecutivo è una novità per l'Irlanda. Della personalità del nuovo ambasciatore d’Irlanda, possiamo dire che è nato a Dublino il 25 dicembre 1946. È sposato ed ha tre figli. Tra i suoi più recenti incarichi, è stato direttore generale del Ministero degli Affari Esteri (1991-1998); ambasciatore in Germania (1998-2002) e ambasciatore negli Stati Uniti d'America (2002-2007).

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DA PETRUS

L'appello del Santo Padre: "Non ridurre la religione alla sfera del privato"
CITTA’ DEL VATICANO – "In una societa' pluralista e democratica, la religione non dovrebbe essere ridottta alla sfera del privato". Ne e' convinto Benedetto XVI che ha affrontato questo tema ricevendo il nuovo ambasciatore d'Irlanda, Nohel Fahey. Per il Papa, tradurre la fede in una presenza sociale e' necessario oggi come ieri, quando ad impedirlo c'erano "regimi totalitari e brutali". A dettare tale rinnovata urgenza, ha spiegato, sono "lo scetticismo contemporaneo di fronte alla retorica politica", e soprattutto "un disagio crescente per la mancanza di punti etici di riferimento, ad esempio per quanto riguarda la bioetica". "C'e' bisogno - ha affermato - di una riscoperta di principi morali ed etici e di riconoscere i limiti della ragione per capire la sua complementarieta' con la fede e la religione".
+PetaloNero+
Saturday, September 15, 2007 3:02 PM
Il Papa alle Clarisse di Albano Laziale: anche se il mondo non parla di voi, la vostra preghiera è fondamentale per la Chiesa e la società

“Siate ‘mani giunte’ che vegliano in preghiera incessante, distaccate totalmente dal mondo, per sostenere il ministero" del Papa. E’ l’auspicio e il mandato che Benedetto XVI ha affidato alle Monache Clarisse di Albano Laziale, ricevute stamattina in udienza nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Il mondo non parla spesso di voi, ma voi siete l’“anima” del mondo. Con semplice chiarezza, Benedetto XVI ha ribadito l’importanza del ruolo che le suore di clausura svolgono all’interno della Chiesa e non solo. “Nel silenzio della clausura e nel dono totale ed esclusivo di voi stesse a Cristo secondo il carisma francescano, voi rendete alla Chiesa un prezioso servizio”, ha detto il Papa alle Clarisse di Albano Laziale, cittadina dei Castelli Romani che confina con Castel Gandolfo. La comunità delle Clarisse sorge nel territorio delle Ville Pontificie ed è “pertanto molto stretto - ha osservato Benedetto XVI - il legame spirituale che esiste tra voi e il Succesore di Pietro”:


“Voi non avete abbandonato il mondo per non avere i crucci del mondo… voi li portate tutti nel cuore e, nel travagliato scenario della storia, voi accompagnate l’umanità con la vostra preghiera.. Per questa vostra presenza, nascosta ma autentica, nella società e tanto più nella Chiesa, anch’io guardo con fiducia alle vostre mani giunte”.


Queste parole Giovanni Paolo le rivolse al convento delle Clarisse di Albano nel 1979. Benedetto XVI le ha citate come sintesi del valore che rappresenta per la Chiesa e per la società un monastero di contemplative. Ed ha aggiunto: siate “fiaccole ardenti di amore, ‘mani giunte’ che vegliano in preghiera incessante, distaccate totalmente dal mondo, per sostenere il ministero di colui che Gesù ha chiamato a guidare la sua Chiesa”:


“Non ha sempre eco nella pubblica opinione l’impegno silenzioso di coloro che, come voi, cercano di mettere in pratica con semplicità e gioia il Vangelo sine glossa, ma - siatene certe - è veramente straordinario l’apporto che voi date all’opera apostolica e missionaria della Chiesa nel mondo, e Iddio continuerà a benedirvi con il dono di tante vocazioni come ha fatto sinora”.


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DA PETRUS

Il Papa ringrazia le monache clarisse per le loro incessanti preghiere
CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI ha voluto ringraziare le monache clarisse di Albano Laziale per la loro "incessante preghiera" a sostegno del suo ministero. Per questo le ha invitate a pregare con lui nella residenza estiva di Castegandolfo. C'era con loro anche il vescovo della diocesi, Monsignor Marcello Semeraro. "Non ha sempre eco nell'opinione pubblica - ha osservato - l'impegno silenzioso di coloro che come voi cercano di mettere in pratica con semplicita' e gioia il Vangelo". "Di fronte a quanti considerano le claustrali come emarginate dalla realta' e dall'esperienza del nostro tempo, la vostra esistenza - ha concluso - ha il valore di una singolare testimonianza che tocca intimamente la vita della Chiesa".

+PetaloNero+
Saturday, September 15, 2007 3:03 PM
DA PETRUS

Valzer di nomine alla Segnatura Apostolica
CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI ha completato la composizione del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica nominando suoi membri i Cardinali Carlo Caffarra (nella foto con il Papa), arcivescovo di Bologna, e Attilio Nicora, presidente dell'Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede. Membro dell'organismo e' stato nominato anche il nuovo vescovo di Alessandria, Monsignor Giuseppe Versaldi. Nel contempo, il prefetto del Tribunale, Cardinale Agostino Vallini, assume pure la presidenza della Commissione degli Avvocati. Monsignor Dino Brogi, arcivescovo francescano gia' nunzio apostolico in Sudan e in Egitto, e' stato infine annoverato tra i consultori della Congregazione delle Chiese Orientali.



Messico, telegramma di cordoglio del Papa per le vittime dell'esplosione di Saltillo
CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa Benedetto XVI, a mezzo della Segreteria di Stato, ha inviato al Vescovo di Saltello, in Messico, Monsignor Jose Raul Vera, un messaggio di condoglianze e di vicinanza spirituale ai parenti della vittime del grave incidente avvenuto a Celemania il 9 settembre. In quella occasione, infatti, i lavoratori impiegati in una fabbrica messicana che viaggiavano su una camionetta, si scontrarono contro un camion che trasportava dinamite per le miniere della zona. L’esplosione fu tremenda e morirono, a seguito dell'impatto, 9 persone ed altre 100 rimasero ferite.

LadyRatzinger
Saturday, September 15, 2007 6:59 PM
Udienza generale del 13 settembre 2007
«Pellegrini con la Madre
per guardare a Cristo»


Le radici cristiane e il ruolo
dell’Europa, il valore del culto mariano, l’importanza
della domenica, la bellezza
del volontariato: Ratzinger
ieri ha riletto temi e orizzonti della sua visita in Austria


Cari fratelli e sorelle,
intendo oggi soffermarmi a riflettere sulla visita pastorale che ho avuto la gioia di compiere nei giorni scorsi in Austria, Paese che mi è particolarmente familiare, sia perché confinante con la mia terra natale sia per i numerosi contatti che con esso ho sempre avuto. Motivo specifico di questa visita era l’850° anniversario del Santuario di Mariazell, il più importante dell’Austria, prediletto anche dai fedeli ungheresi e molto frequentato da pellegrini di altre Nazioni limitrofe.
Si è trattato dunque prima di tutto di un pellegrinaggio, che ha avuto come motto Guardare a Cristo: andare incontro a Maria che ci mostra Gesù. Ringrazio di cuore il cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna, e l’intero episcopato del Paese per il grande impegno con cui hanno preparato e seguito la mia visita. Ringrazio il Governo austriaco e tutte le autorità civili e militari che hanno prestato la loro valida collaborazione; in particolare, ringrazio il signor presidente federale per la cordialità con cui mi ha accolto ed accompagnato nei vari momenti della visita. La prima tappa è stata presso la Mariensäule, storica colonna su cui è collocata la statua della Vergine Immacolata: lì ho incontrato migliaia di giovani e ho iniziato il mio pellegrinaggio. Non ho mancato poi di recarmi nella Judenplatz per rendere omaggio al monumento che ricorda la Shoah.
Tenendo conto della storia dell’Austria e dei suoi stretti rapporti con la Santa Sede, come pure dell’importanza di Vienna nella politica internazionale, il programma di questo mio viaggio pastorale ha previsto gli incontri con il presidente della Repubblica e con il corpo diplomatico. Si tratta di occasioni preziose, in cui il Successore di Pietro ha la possibilità di esortare i responsabili delle nazioni a favorire sempre la causa della pace e dell’autentico sviluppo economico e sociale.
Guardando specialmente all’Europa, ho rinnovato il mio incoraggiamento a portare avanti l’attuale processo di unificazione sulla base di valori ispirati al comune patrimonio cristiano. Mariazell, del resto, è uno dei simboli dell’incontro dei popoli europei intorno alla fede cristiana. Come dimenticare che l’Europa è portatrice di una tradizione di pensiero che tiene legate fede, ragione e sentimento?
Illustri filosofi, anche indipendentemente dalla fede, hanno riconosciuto il ruolo centrale svolto dal cristianesimo per preservare la coscienza moderna da derive nichilistiche o fondamentalistiche. L’incontro con le autorità politiche e diplomatiche a Vienna è stato dunque quanto mai propizio per inserire il mio viaggio apostolico nel contesto attuale del continente europeo.
Il vero e proprio pellegrinaggio l’ho compiuto nella giornata di sabato 8 settembre, festa della Natività di Maria, a cui è intitolato il Santuario di Mariazell. Esso ebbe origine nel 1157, quando un monaco benedettino della vicina Abbazia di San Lambrecht, inviato a predicare in quel luogo, sperimentò il prodigioso soccorso di Maria, di cui portava con sé una piccola statua in legno. La cella (Zell) dove il monaco ripose la statuetta divenne in seguito meta di pellegrinaggi e, nel volgere di due secoli, fu edificato un importante santuario, dove ancor oggi si venera la Madonna delle Grazie, detta Magna Mater Austriae.
È stata per me una grande gioia ritornare come Successore di Pietro in quel luogo santo e tanto caro alle genti dell’Europa centro-orientale. Lì ho ammirato l’esemplare coraggio di migliaia e migliaia di pellegrini che, nonostante la pioggia e il freddo, hanno voluto essere presenti a questa ricorrenza celebrativa, con grande gioia e fede, e dove ho illustrato loro il tema centrale della mia visita: Guardare a Cristo, tema che i vescovi dell’Austria avevano sapientemente approfondito nell’itinerario di preparazione durato nove mesi. Ma solo giungendo nel Santuario abbiamo pienamente compreso il senso di quel motto: guardare a Gesù.
Di fronte a noi stavano la statua della Madonna che con una mano indica Gesù Bambino, e in alto, sopra l’altare della Basilica, il Crocifisso. Là il nostro pellegrinaggio ha raggiunto la sua meta: abbiamo contemplato il volto di Dio in quel Bimbo in braccio alla Madre e in quell’Uomo con le braccia spalancate. Guardare Gesù con gli occhi di Maria significa incontrare Dio Amore, che per noi si è fatto uomo ed è morto in croce.
Il termine della Messa a Mariazell, ho conferito il «mandato» ai componenti dei Consigli pastorali parrocchiali, che sono stati da poco rinnovati in tutta l’Austria. Un eloquente gesto ecclesiale, col quale ho posto sotto la protezione di Maria la grande «rete» delle parrocchie al servizio della comunione e della missione.
Al Santuario ho vissuto poi momenti di gioiosa fraternità con i vescovi del Paese e la comunità benedettina. Ho incontrato i sacerdoti, i religiosi, i diaconi e i seminaristi e con loro ho celebrato i Vespri. Spiritualmente uniti a Maria, abbiamo magnificato il Signore per l’umile dedizione di tanti uomini e donne che si affidano alla sua misericordia e si consacrano al servizio di Dio. Queste persone, pur con i loro limiti umani, anzi, proprio nella semplicità e nell’umiltà della loro umanità, si sforzano di offrire a tutti un riflesso della bontà e della bellezza di Dio, seguendo Gesù nella via della povertà, della castità e dell’obbedienza, tre voti che vanno ben compresi nel loro autentico significato cristologico, non individualistico ma relazionale ed ecclesiale.
La mattina di domenica ho poi celebrato la solenne Eucaristia nella cattedrale di Santo Stefano a Vienna. Nell’omelia, ho voluto approfondire in modo particolare il significato e il valore della domenica, a sostegno del movimento «Alleanza in difesa della domenica libera». A questo movimento aderiscono anche persone e gruppi non cristiani.
Come credenti, naturalmente, abbiamo motivazioni profonde per vivere il giorno del Signore, così come la Chiesa ci ha insegnato. Sine dominico non possumus!: senza il Signore e senza il suo giorno non possiamo vivere, dichiararono i martiri di Abitene (attuale Tunisia) nell’anno 304. Anche noi, cristiani del Duemila, non possiamo vivere senza la domenica: un giorno che dà senso al lavoro e al riposo, attualizza il significato della creazione e della redenzione, esprime il valore della libertà e del servizio al prossimo... tutto questo è la domenica: ben più di un precetto!
Se le popolazioni di antica civiltà cristiana abbandonano questo significato e lasciano che la domenica si riduca a week-end o ad occasione per interessi mondani e commerciali, vuol dire che hanno deciso di rinunciare alla propria cultura.
Non lontano da Vienna si trova l’Abbazia di Heiligenkreuz, della Santa Croce, ed è stata per me una gioia visitare quella fiorente comunità di monaci cistercensi, che esiste senza interruzione da 874 anni! Annessa all’Abbazia vi è la Scuola Superiore di filosofia e teologia, che da poco ha acquisito il titolo di «Pontificia». Rivolgendomi in particolare ai monaci, ho richiamato il grande insegnamento di San Benedetto circa l’Officio divino, sottolineando il valore della preghiera come servizio di lode e di adorazione dovuto a Dio per la sua infinita bellezza e bontà. A questo servizio sacro nulla va anteposto – dice la Regola benedettina (43,3) – così che tutta la vita, con i tempi del lavoro e del riposo, sia ricapitolata nella liturgia e orientata a Dio.
Anche lo studio teologico non può essere separato dalla vita spirituale e dalla preghiera, come sostenne con forza proprio san Bernardo di Chiaravalle, padre dell’Ordine cistercense. La presenza dell’Accademia di teologia accanto all’Abbazia attesta questo connubio tra fede e ragione, tra cuore e mente.
Ultimo incontro del mio viaggio è stato quello con il mondo del volontariato. Ho voluto così manifestare il mio apprezzamento alle tante persone, di diverse età, che si impegnano gratuitamente al servizio del prossimo, sia nella comunità ecclesiale che in quella civile. Il volontariato non è soltanto un «fare»: è prima di tutto un modo di essere, che parte dal cuore, da un atteggiamento di gratitudine verso la vita, e spinge a «restituire» e condividere con il prossimo i doni ricevuti. In questa prospettiva, ho voluto incoraggiare nuovamente la cultura del volontariato.
L’azione del volontario non va vista come un intervento «tappabuchi» nei confronti dello Stato e delle pubbliche istituzioni, ma piuttosto come una presenza complementare e sempre necessaria per tenere viva l’attenzione agli ultimi e promuovere uno stile personalizzato negli interventi. Non c’è, pertanto, nessuno che non possa essere un volontario: anche la persona più indigente e svantaggiata, ha sicuramente molto da condividere con gli altri offrendo il proprio contributo per costruire la civiltà dell’amore.
In conclusione, rinnovo il mio rendimento di grazie al Signore per questa visita-pellegrinaggio in Austria. Meta centrale è stato ancora una volta un Santuario mariano, attorno al quale si è potuto vivere una forte esperienza ecclesiale, come una settimana prima era accaduto a Loreto con i giovani italiani. Inoltre a Vienna e a Mariazell è apparsa in particolare la realtà viva, fedele e variegata della Chiesa cattolica presente così numerosa negli appuntamenti previsti. Si è trattato di una presenza gioiosa e coinvolgente, di una Chiesa che, come Maria, è chiamata sempre a «guardare a Cristo» per poterlo mostrare ed offrire a tutti; una Chiesa maestra e testimone di un «sì» generoso alla vita in ogni sua dimensione; una Chiesa che attualizza la sua bimillenaria tradizione al servizio di un futuro di pace e di vero progresso sociale per l’intera famiglia umana.



+PetaloNero+
Saturday, September 15, 2007 8:01 PM
DA PETRUS

Il Pontefice riceve la Comunità di Sant'Egidio in vista dell'incontro ecumenico di Napoli
CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI ha voluto incoraggiare la Comunita' di Sant'Egidio impegnata nella preparazione del grande incontro interreligioso per la pace che lo stesso Pontefice inaugurera' a Napoli il prossimo 21 ottobre. Per questo ha ricevuto in udienza, nella residenza estiva di Castelgandolfo, il fondatore della Comunita' Andrea Riccardi (nella foto con il Papa), con il presidente Marco Impagliazzo e l'assistente ecclesiastico (e vescovo di Terni) Monsignor Vincenzo Paglia. L'Incontro ''Uomini e religioni'' coincide quest'anno con il ventunesimo anniversario della storica Giornata Mondiale di preghiera per la pace di Assisi, alla quale Giovanni Paolo II invito' i rappresentanti delle grandi religioni mondiali. All'appuntamento di Napoli, come hanno confermato al Papa i responsabili della Comunita', parteciperanno tra gli altri il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartholomaios, l'arcivescovo di Canterbury, Rowan D. Williams, il rabbino capo d'Israele, Yona Metzger, e il rettore dell'Universita' di Al-Azhar in Egitto, Ahmad Al-Tayyeb.
+PetaloNero+
Sunday, September 16, 2007 1:29 AM
Il papa alle Clarisse: la vostra testimonianza tocca la vita della Chiesa

Un ringraziamento particolare alle monache clarisse di Albano Laziale per la loro "incessante preghiera" a sostegno del ministero petrino: il papa lo ha voluto riservare alle monache, ricevute oggi nella residenza estiva di Castel Gandolfo. "Non ha sempre eco nell'opinione pubblica - ha detto il Papa - l'impegno silenzioso di coloro che come voi cercano di mettere in pratica con semplicità e gioia il Vangelo". "Di fronte a quanti considerano le claustrali come emarginate dalla realtà e dall'esperienza del nostro tempo, la vostra esistenza - ha concluso Benedetto XVI - ha il valore di una singolare testimonianza che tocca intimamente la vita della Chiesa".

Il testo integrale

Care Sorelle, benvenute nel Palazzo Apostolico! Con grande piacere vi accolgo, vi ringrazio per la vostra visita e saluto cordialmente ciascuna di voi. Si può dire che la vostra Comunità, che si trova nel territorio delle Ville Pontificie, vive all’ombra della casa del Papa ed è, pertanto, molto stretto il legame spirituale che esiste tra voi e il Successore di Pietro, come dimostrano i numerosi contatti che, sin dalla fondazione, avete avuto con i Papi durante il loro soggiorno qui, a Castel Gandolfo. Lo ha ricordato poco fa la vostra Madre Abbadessa, che ringrazio di cuore per le gentili espressioni che mi ha indirizzato a nome di voi tutte. Incontrandovi questa mattina, vorrei rinnovare anch’io la mia sincera gratitudine alla vostra Fraternità per il sostegno quotidiano della preghiera e per l’intensa vostra partecipazione spirituale alla missione del Pastore della Chiesa universale. Nel silenzio della clausura e nel dono totale ed esclusivo di voi stesse a Cristo secondo il carisma francescano, voi rendete alla Chiesa un prezioso servizio. Ripercorrendo la storia del vostro Monastero, ho notato che tanti miei Predecessori, incontrando la vostra Fraternità, hanno ribadito sempre l’importanza della vostra testimonianza di contemplative "contente di Dio solo". In particolare, ripenso a quanto vi disse il Servo di Dio Paolo VI, il 3 settembre del 1971, e cioè che di fronte a quanti considerano le claustrali come emarginate dalla realtà e dall’esperienza del nostro tempo, la vostra esistenza ha il valore di una singolare testimonianza che tocca intimamente la vita della Chiesa. "Voi rappresentate – sottolineò Paolo VI - tante cose che la Chiesa apprezza e che il Concilio Vaticano II ha confermato. Fedeli alla regola, alla vita comune, alla povertà, voi siete un seme e un segno". Quasi proseguendo queste riflessioni, alcuni anni dopo, il 14 agosto del 1979, l’amato Giovanni Paolo II, celebrando la santa Messa nella vostra cappella, volle affidare alla vostra preghiera la sua persona, la Chiesa e l’intera umanità. "Voi non avete abbandonato il mondo – egli osservò - per non avere i crucci del mondo…voi li portate tutti nel cuore e, nel travagliato scenario della storia, voi accompagnate l’umanità con la vostra preghiera.. Per questa vostra presenza, nascosta ma autentica, nella società e tanto più nella Chiesa, anch’io guardo con fiducia alle vostre mani giunte". Ecco dunque, care Sorelle, ciò che il Papa attende da voi: che siate fiaccole ardenti di amore, "mani giunte" che vegliano in preghiera incessante, distaccate totalmente dal mondo, per sostenere il ministero di colui che Gesù ha chiamato a guidare la sua Chiesa. "Sorelle povere" che, seguendo l’esempio di san Francesco e di santa Chiara, osservano "il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità". Non ha sempre eco nella pubblica opinione l’impegno silenzioso di coloro che, come voi, cercano di mettere in pratica con semplicità e gioia il Vangelo "sine glossa", ma – siatene certe – è veramente straordinario l’apporto che voi date all’opera apostolica e missionaria della Chiesa nel mondo, e Iddio continuerà a benedirvi con il dono di tante vocazioni come ha fatto sinora. Care Sorelle Clarisse, san Francesco, santa Chiara e i tanti santi e sante del vostro Ordine vi aiutino a "perseverare fedelmente sino alla fine" nella vostra vocazione. Vi protegga, in modo speciale, la Vergine Maria, che quest’oggi la liturgia ci fa contemplare ai piedi della croce, associata intimamente alla missione di Cristo e compartecipe dell’opera della salvezza con il suo dolore di madre. Sul Calvario Gesù L’ha donata a noi come madre e ci ha affidati a Lei come figli. Vi ottenga la Vergine Addolorata il dono di seguire il suo divin Figlio crocifisso e di abbracciare con serenità le difficoltà e le prove dell’esistenza quotidiana. Con questi sentimenti imparto a tutte voi una speciale Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle persone che si affidano alle vostre preghiere.

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+PetaloNero+
Sunday, September 16, 2007 2:57 PM
Il papa: la misericordia di Dio è più forte di ogni male

di Alessandro Renzo e Mattia Bianchi Un Angelus dedicato alla misericordia di Dio, essenza stessa del cristianesimo che invita l'uomo ad amare tutti, anche i lontani e i nemici. Il papa ricorda poi l'11 settembre, spiegando che la misericordia di Dio è più forte di ogni male.

Le parole del Santo Padre all'Angelus Domini nella Domenica XXIV del Tempo ordinario, 16 settembre 2007
''La Misericordia di Dio è più forte di ogni male'', anche del terrorismo. È il messaggio di Benedetto XVI all'Angelus di oggi: una riflessione che parte dalle parabole evangeliche sul Perdono, per ribadire che ''la vera religione consiste nell'entrare in sintonia con il cuore'' di Dio, ''ricco di misericordia''. Da qui, l'invito del pontefice ad ''amare tutti, anche i lontani e i nemici'', imitando ''il Padre celeste che rispetta la libertà di ciascuno ed attira tutti a sé con la forza invincibile della sua fedeltà''. ''Non giudicate, non condannate, perdonate e vi sarà perdonato, - dice il papa - date e vi sarà dato, siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro''. Riportiamo di seguito il testo integrale delle parole del Santo Padre prima della recita dell'Angelus Domini Cari fratelli e sorelle! Oggi, la liturgia ripropone alla nostra meditazione il capitolo 15° del Vangelo di Luca, una delle pagine più alte e commoventi di tutta la Sacra Scrittura. E’ bello pensare che nel mondo intero, dovunque la comunità cristiana si raduna per celebrare l’Eucaristia domenicale, risuona in questo giorno, questa Buona Notizia di verità e di salvezza: Dio è amore misericordioso. L’evangelista Luca ha raccolto in questo capitolo tre parabole sulla misericordia divina: le due più brevi, che ha in comune con Matteo e Marco, sono quelle della pecora smarrita e della moneta perduta; la terza, lunga, articolata e propria a lui solo, è la celebre parabola del Padre misericordioso, detta abitualmente del "figliol prodigo". In questa pagina evangelica sembra quasi di sentire la voce di Gesù, che ci rivela il volto del Padre suo e Padre nostro. In fondo, per questo Egli è venuto nel mondo: per parlarci del Padre; per farlo conoscere a noi, figli smarriti, e risuscitare nei nostri cuori la gioia di appartenergli, la speranza di essere perdonati e restituiti alla nostra piena dignità, il desiderio di abitare per sempre nella sua casa, che è anche la nostra casa. Le tre parabole della misericordia Gesù le raccontò perché i farisei e gli scribi parlavano male di Lui, vedendo che si lasciava avvicinare dai peccatori e addirittura mangiava con loro (cfr Lc 15,1-3). Allora Egli spiegò, con il suo tipico linguaggio, che Dio non vuole che si perda nemmeno uno dei suoi figli e il suo animo trabocca di gioia quando un peccatore si converte. La vera religione consiste allora nell’entrare in sintonia con questo Cuore "ricco di misericordia", che ci chiede di amare tutti, anche i lontani e i nemici, imitando il Padre celeste che rispetta la libertà di ciascuno ed attira tutti a sé con la forza invincibile della sua fedeltà. Questa è la strada che Gesù mostra a quanti vogliono essere suoi discepoli: "Non giudicate… non condannate... perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato… Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,36-38). In queste parole troviamo indicazioni assai concrete per il nostro quotidiano comportamento di credenti. Nel nostro tempo, l’umanità ha bisogno che sia proclamata e testimoniata con vigore la misericordia di Dio. Intuì quest’urgenza pastorale, in modo profetico, l’amato Giovanni Paolo II, che è stato un grande apostolo della divina Misericordia. Al Padre misericordioso dedicò la sua seconda Enciclica, e lungo tutto il suo pontificato si fece missionario dell’amore di Dio a tutte le genti. Dopo i tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001, che oscurarono l’alba del terzo millennio, egli invitò i cristiani e gli uomini di buona volontà a credere che la Misericordia di Dio è più forte di ogni male, e che solo nella Croce di Cristo si trova la salvezza del mondo. La Vergine Maria, Madre di Misericordia, che ieri abbiamo contemplato Addolorata ai piedi della Croce, ci ottenga il dono di confidare sempre nell’amore di Dio e ci aiuti ad essere misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli.


Riportiamo di seguito il testo integrale dei saluti del Santo Padre dopo la recita dell'Angelus Domini

Stamani in Polonia, nel Santuario di Licheń, il Cardinale Tarcisio Bertone,mio Segretario di Stato, a nome mio ha proclamato beato il P. Stanislao Papczyński, Fondatore della Congregazione dei Chierici Mariani. Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli radunati per tale felice circostanza e ai numerosi devoti del nuovo Beato, che in lui venerano un sacerdote esemplare nella predicazione, nella formazione dei laici, padre dei poveri e apostolo della preghiera di suffragio per i defunti. Ugualmente stamani, a Bordeaux, il Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, a mio nome ha proclamato beata suor Maria Celina della Presentazione della Beata Vergine Maria, monaca professa del Second’Ordine di San Francesco. La sua vita segnata dalla croce ha voluto essere un segno di amore a Cristo, come lei stessa diceva: "Ho sete di essere una rosa di carità". Desidero anche ricordare il P. Basilio Antonio Maria Moreau, fondatore della Congregazione della Santa Croce, beatificato ieri a Le Mans dal Cardinale Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. All’intercessione di questi nuovi beati affido in modo speciale i loro figli spirituali, perché ne seguano con ardore la luminosa testimonianza di profeti di Dio, Signore di ogni vita.

Ricorre oggi il 20° anniversario dell’adozione del "Protocollo di Montreal" sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono provocando gravi danni all’essere umano e all’ecosistema. Negli ultimi due decenni, grazie ad una esemplare collaborazione nella comunità internazionale tra politica, scienza ed economia, si sono ottenuti importanti risultati, con positive ripercussioni sulle generazioni presenti e future. Auspico che, da parte di tutti, si intensifichi la cooperazione, al fine di promuovere il bene comune, lo sviluppo e la salvaguardia del creato, rinsaldando l’alleanza tra l’uomo e l’ambiente, che dev’essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.

Je vous salue cordialement, pèlerins francophones présents en ce dimanche, notamment les jeunes de la paroisse Saint-Étienne de Colombier. En méditant l’Évangile de ce jour, puissiez-vous contempler le visage miséricordieux de notre Père des cieux, que Jésus nous présente dans la parabole du Fils prodigue. Ainsi, vous serez poussés à vous tourner avec toujours plus de confiance vers Dieu, notamment par le sacrement de la Réconciliation, que je vous invite à pratiquer régulièrement.

I extend heartfelt greetings to the English-speaking visitors here today. In this Sunday’s Gospel, we hear of God’s infinite merciful love for all those who stray from the right path. With great confidence we turn to him and ask his forgiveness for the times we may have offended him. Upon all of you, and upon your families and loved ones at home, I invoke God’s abundant blessings.

Von Herzen grüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Einen besonderen Gruß richte ich heute an die Führungskräfte des Hilfswerkes Kirche in Not, die zu einer Tagung anläßlich des 60jährigen Bestehens nach Castel Gandolfo gekommen sind. Liebe Freunde, seid des Dankes und des Gebetes des Nachfolgers Petri für euer Wirken gewiß, das ein beredtes Zeugnis für die Liebe Gottes ist. Laßt auch in Zukunft die Menschen erfahren, daß Gott für uns da ist als ein liebender Vater, wie wir im heutigen Evangelium gehört haben. Wo Gott in den Herzen der Menschen wohnt, da können Frieden und soziale Gerechtigkeit wachsen. Wir wollen Werkzeuge der Liebe Gottes in unserer Welt sein. Der Herr segne euch alle.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Os invito a cultivar sentimientos de reconciliación y perdón, como nos indica el Evangelio que hemos leído hoy, para fortalecer nuestra condición de hijos de Dios y la fraternidad entre los hombres. Feliz domingo!

Pozdrawiam Polaków. Dziś w Licheniu dokonuje się beatyfikacja założyciela księży marianów o. Stanisława Papczyńskiego. Był gorącym czcicielem Niepokalanej Matki Boga, wielkim kaznodzieją i ojcem ubogich. Jednocząc się w modlitwie z uczestnikami uroczystości, Jego opiece zawierzam wszystkich, a zwłaszcza chorych i osoby w podeszłym wieku. Niech wam Bóg błogosławi. [Saluto i polacchi. Oggi a Licheń vi è stata la beatificazione del Fondatore dei Mariani, Padre Stanislao Papczyński. E’ stato un fervente adoratore dell’Immacolata Madre di Dio, grande predicatore e padre dei poveri. Unendomi nella preghiera ai partecipanti alla celebrazione, alla sua protezione affido tutti e, in particolare, i malati e gli anziani. Dio vi benedica.]

Sono lieto di accogliere il Priore Generale e i confratelli dell’Ordine di Sant’Agostino che stanno celebrando in questi giorni il Capitolo Generale. Ad essi assicuro un ricordo nella preghiera, affinché il Signore favorisca con grazie abbondanti i lavori capitolari e la vita dell’intero Ordine, nei diversi Paesi del mondo in cui è presente. Saluto gli altri pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Sabbio Bergamasco e da Manfredonia. A tutti auguro una buona domenica.

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DA PETRUS



Angelus, il Papa ricorda l'11 Settembre e assicura: "L'amore di Dio vince sempre il male"
CASTEL GANDOLFO - "I tragici avvenimenti dell'11 settembre 2001 oscurarono l'alba del terzo millennio". Lo ha sottolineato Benedetto XVI ricordando prima dell'Angelus le parole di Giovanni Paolo II che, in quella drammatica situazione, "invito' i cristiani e gli uomini di buona volonta' a credere che la Misericordia di Dio e' piu' forte di ogni male, e che solo nella Croce di Cristo si trova la salvezza del mondo". "Nel nostro tempo - ha continuato il Papa - l'umanita' ha bisogno che sia proclamata e testimoniata con vigore la misericordia di Dio". Una "urgenza pastorale", che, per il suo successore, "l'amato Giovanni Paolo II intui' in modo profetico". Karol Wojtyla, infatti, ha rilevato il Pontefice, "e' stato un grande apostolo della divina Misericordia: al Padre misericordioso dedico' la sua seconda Enciclica, e lungo tutto il suo pontificato si fece missionario dell'amore di Dio a tutte le genti". "La Vergine Maria, Madre di Misericordia, che abbiamo contemplato Addolorata ai piedi della Croce, ci ottenga - ha invocato Benedetto XVI - il dono di confidare sempre nell'amore di Dio e ci aiuti ad essere misericordiosi come il Padre nostro che e' nei cieli". Nel breve discorso rivolto ai pellegrini che gremivano il cortile della residenza estiva di Castel Gandolfo, il Papa ha ricordato tre parabole del Vangelo che spiegano la Misericordia di Dio, quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta e la terza, piu' "lunga, articolata, quella del Padre misericordioso, detta abitualmente 'del figliol prodigo'". "In questa pagina evangelica - ha spiegato - sembra quasi di sentire la voce di Gesu', che ci rivela il volto del Padre suo e Padre nostro. In fondo, per questo Egli e' venuto nel mondo: per parlarci del Padre; per farlo conoscere a noi, figli smarriti, e risuscitare nei nostri cuori la gioia di appartenergli, la speranza di essere perdonati e restituiti alla nostra piena dignita', il desiderio di abitare per sempre nella sua casa, che e' anche la nostra casa". "Le tre parabole della misericordia - ha aggiunto Benedetto XVI - Gesu' le racconto' perche' i farisei e gli scribi parlavano male di Lui, vedendo che si lasciava avvicinare dai peccatori e addirittura mangiava con loro". E attraverso questi racconti, "Gesu' spiego', con il suo tipico linguaggio, che Dio non vuole che si perda nemmeno uno dei suoi figli e il suo animo trabocca di gioia quando un peccatore si converte". Infatti, ha scandito il Papa, "la vera religione consiste allora nell'entrare in sintonia con questo Cuore 'ricco di misericordia', che ci chiede di amare tutti, anche i lontani e i nemici, imitando il Padre celeste che rispetta la liberta' di ciascuno ed attira tutti a se' con la forza invincibile della sua fedelta'. Questa - ha concluso - e' la strada che Gesu' mostra a quanti vogliono essere suoi discepoli: Non giudicate e non condannate. perdonate e vi sara' perdonato; date e vi sara' dato. Siate misericordiosi come e' misericordioso il Padre vostro: in queste parole troviamo indicazioni assai concrete per il nostro quotidiano comportamento di credenti".

Nuovo appello del Santo Padre per la difesa del creato: "Rinsaldare l'alleanza uomo-ambiente"
CASTEL GANDOLFO - Benedetto XVI e' tornato a ripetere il suo appello per la "salvaguardia del creato". "Da parte di tutti - ha chiesto - si intensifichi la cooperazione, al fine di promuovere il bene comune, lo sviluppo e la salvaguardia del creato, rinsaldando l'alleanza tra l'uomo e l'ambiente, che dev'essere specchio dell'amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino". Occasione per rinnovare il suo appello ad appena due settimane dal forte allarme lanciato a Loreto (quando avverti' che occorre agire "prima che sia troppo tardi"), e' stato il 20esimo anniversario dell'adozione del Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono provocando gravi danni all'essere umano e all'ecosistema. "Negli ultimi due decenni, grazie ad una esemplare collaborazione nella comunita' internazionale tra politica, scienza ed economia, si sono ottenuti - ha riconosciuto il Papa - importanti risultati, con positive ripercussioni sulle generazioni presenti e future". Da qui l'auspicio che si intensifichi questa azione.

La Chiesa ha tre nuovi Beati da cui il Pontefice invita a prendere esempio
CASTEL GANDOLFO - Tre nuovi beati (due sacerdoti e una suora) sono stati proclamati in queste ore per decisione di Papa Benedetto XVI che ha voluto ricordare le loro figure dopo la preghiera dell'Angelus. Il primo, proclamato in Polonia dal Cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, e' padre Stanislaw Papczylski, fondatore della Congregazione dei Chierici Mariani, definito dal Pontefice ''un sacerdote esemplare nella predicazione, nella formazione dei laici, padre dei poveri e apostolo della preghiera di suffragio per i defunti''. La seconda beata, proclamata questa volta a Bordeaux, dal Cardinale Jose' Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e' suor Maria Celina della Presentazione della Beata Vergine Maria, monaca professa del Second'Ordine di San Francesco, ''la cui vita segnata dalla croce ha voluto essere un segno di amore a Cristo''. Il terzo nuovo beato e' padre Basilio Antonio Maria Moreau, fondatore della Congregazione della Santa Croce, beatificato a Le Mans dallo stesso prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. ''All'intercessione di questi nuovi beati - ha detto il Pontefice - affido in modo speciale i loro figli spirituali, perche' ne seguano con ardore la luminosa testimonianza di profeti di Dio, Signore di ogni vita''.

+PetaloNero+
Monday, September 17, 2007 3:28 PM
Il papa: auspico un comunione vera, pur se imperfetta, tra i cristiani

In un messaggio ad un simposio intercristiano, il papa auspica la ricerca di una "comunione vera, pur se imperfetta" tra "cattolici ed ortodossi, affinchè si possa giungere a quella pienezza" dell'"unica Eucaristia".
Il papa auspica la ricerca di una "comunione vera, pur se imperfetta" tra "cattolici ed ortodossi, affinchè si possa giungere a quella pienezza che ci permetterà di concelebrare un giorno l'unica Eucaristia". E' questo il senso del messaggio che Benedetto XVI ha indirizzato ai partecipanti al X Simposio intercristiano fra cattolici e ortodossi in corso nell'Isola di Tinos, in Grecia, e organizzato dall'Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum e dalla Facoltà teologica dell'Università Aristotele di Tessalonica. "La cooperazione ecumenica in ambito universitario - ha scandito il papa nel messaggio al cardinale Walter Kasper, suo rappresentante in Grecia - contribuisce a tenere viva la tensione verso l'auspicata comunione fra tutti i cristiani". Il pontefice si è rallegrato per il tema scelto dal Simposio: 'San Giovanni Cristostomo, ponte tra Oriente e Occidente'. Il convegno "offrirà l'occasione di commemorare un illustre Padre della Chiesa venerato in Oriente come in Occidente; un coraggioso, illuminato e fedele predicatore della Parola di Dio". La riflessione del Simposio, ha aggiunto il papa, "contribuirà a sostenere e corroborare la comunione vera, pur se imperfetta, esistente fra cattolici ed ortodossi, sì che si possa giungere a quella pienezza che ci permetterà di concelebrare un giorno l'unica Eucaristia. Ed è proprio a quel giorno benedetto - ha concluso il pontefice - che guardiamo tutti con speranza anche dando vita a provvide iniziative come questa". Il Simposio è organizzato dall'Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum e dalla Facoltà teologica dell'Università Aristotele di Tessalonica. Questa iniziativa fra due facoltà teologiche si svolge ogni due anni alternativamente ospitata nella Chiesa ortodossa e nella Chiesa cattolica. Ha per scopo una perseverante ricerca del patrimonio comune di fede e di tradizioni tra cattolici e ortodossi. Il tema dell'edizione di quest'anno è "S. Giovanni Crisostomo ponte tra Oriente e Occidente". Le due relazioni iniziali impostano l'intero convegno: da parte cattolica il prof. Cesare Alzati tratterà il tema: "Giovanni Crisostomo e la comunione con le Chiese di Occidente", mentre da parte ortodossa il metropolita Crisostomo di Messinia, riferirà su: “L'unità e la cattolicità della Chiesa secondo il Crisostomo e il suo significato ecumenico”. Quest'anno ricorre il 1600 anniversario della morte di S. Giovanni Crisostomo, considerato Padre comune in Oriente e in Occidente.

Il messaggio del papa

Al Venerato Fratello il Signor Cardinale WALTER KASPER Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani Con particolare gioia ho appreso che il X Simposio Intercristiano, promosso dall'Istituto 'Francescano di spiritualità della Pontificia Università Antonianum e dal Dipartimento di teologia "della Facoltà teologica dell'Università Aristotele di Tessalonica, avrà luogo nell'Isola di Tinos, dove ortodossi e cattolici convivono fraternamente. La cooperazione ecumenica in ambito universitario contribuisce a tenere viva la tensione verso l'auspicata comunione fra tutti i cristiani. Al riguardo, il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva intravisto in questo campo un'opportuna possibilità per coinvolgere l'intero Popolo di Dio nella ricerca della piena unità. "Infatti dalla formazione dei sacerdoti dipende sommamente l'istituzione e la formazione spirituale dei fedeli e dei religiosi" (UR 10) Il tema del prossimo Simposio: "San Giovanni Crisostomo, ponte tra Oriente e Occidente", nel XVI centenario della sua morte avvenuta il 14 settembre del 407, offrirà l'occasione di commemorare un illustre Padre della Chiesa venerato in Oriente come in Occidente; un coraggioso, illuminato e fedele predicatore della Parola di Dio, sulla quale fondò la sua azione pastorale; uno straordinario ermeneuta e omileta, tanto che gli fu attribuito fin dal secolo V il titolo di Crisostomo, cioè Bocca d'oro, e il cui contributo alla formazione della liturgia bizantina è noto a tutti. Per il coraggio e la fedeltà della sua testimonianza evangelica ebbe a patire la persecuzione e l'esilio. Dopo complesse vicende storiche,"dal 1 ° maggio 1626 il suo corpo riposa nella Basilica di San Pietro, ed il 27 novembre 2004 il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II ha fatto dono di parte delle reliquie a Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e, in tal modo, sia nella Basilica Vaticana che nella Chiesa di San Giorgio al Fanar viene ora venerato questo grande Padre della Chiesa. La riflessione del vostro Simposio, che affronterà una tematica relativa a san Giovanni Crisostomo e la comunione con la Chiesa di Occidente analizzando anche alcune problematiche attuali, contribuirà a sostenere e corroborare la comunione vera, pur se imperfetta, esistente fra cattolici e ortodossi, sì che si possa giungere a quella pienezza, che ci permetterà di concelebrare un giorno l'unica Eucaristia. Ed è proprio a quel giorno benedetto che guardiamo tutti con speranza anche dando vita a provvide iniziative come questa. Con tali sentimenti, invoco abbondante sul vostro incontro e su tutti i partecipanti la benedizione di Dio: lo Spirito Santo illumini le menti, riscaldi i cuori e colmi ciascuno della gioia e della pace del Signore. Colgo, infine, l'occasione per inviare un fraterno saluto ai fedeli ortodossi e cattolici di Grecia, e, in modo veramente speciale, all'Arcivescovo di Atene e di Tutta la Grecia, Sua Beatitudine Chrisostomos, augurandogli un pieno ristabilimento in salute, perché possa riprendere quanto prima il suo servizio pastorale, ed assicuro per tale intenzione la mia preghiera. La Theotokos, amata e venerata con speciale devozione nell'Isola di Tinos, interceda maternamente affinché i nostri comuni propositi siano coronati dagli auspicati successi spirituali.

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Messaggio del Papa al Simposio intercristiano di Tinos, a 1600 anni dalla morte di San Giovanni Crisostomo

Posticipati di un giorno a causa delle elezioni politiche, sono iniziati questa mattina a Tinos, capoluogo dell’omonima isola greca, i lavori del X Simposio intercristiano organizzato dall’Istituto francescano di spiritualità della Pontificia Università “Antonianum” di Roma, in collaborazione con la fFcoltà teologica dell’Università “Aristotele” di Tessalonica. Il tema di questo anno, “San Giovanni Crisostomo, ponte tra Oriente ed Occidente”, è stato imposto dalla ricorrenza del 16.mo centenario della morte del Santo, venerato tanto dalla Chiesa orientale che da quella occidentale per la sua illuminata predicazione della Parola di Dio e il contributo dato alla formazione della liturgia. Benedetto XVI, nel messaggio che ha inviato al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha definito il Simposio una provvida iniziativa che si inserisce autorevolmente tra quelle che contribuiscono "a sostenere e corroborare la comunione vera, pur se imperfetta, esistente tra cattolici ed ortodossi, sì che si possa giungere a quella pienezza, che ci permetterà di concelebrare, un giorno, l’unica Eucaristia. Ed è proprio a quel giorno - rileva il Papa - che guardiamo tutti con speranza". Identica fiducia hanno espresso sia il Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, che mons. Dorotèos, metropolita di Syros, Samos e Andros, nonché l’arcivescovo di Atene Christodoulos, e mons. Nikólaos Printesis, vescovo di Naxos e Tinos. Il preside dell’Istituto di spiritualità, padre Paolo Martinelli, ha sottolineato che i simposi intercristiani non hanno la pretesa di raggiungere intese su aspetti dottrinali ma sono un tentativo per favorire la reciproca conoscenza tra tradizione orientale ed occidentale. Che di questo tentativo si siano fatti promotori i due atenei, uno cattolico e l’altro ortodosso, sempre secondo Benedetto XVI, è oltremodo significativo perché oltre a contribuire a tenere alta l’attenzione verso l’auspicata comunione fra tutti i cristiani, realizza quanto aveva previsto il Vaticano II là dove dice che "dalla formazione dei sacerdoti dipende sommamente la formazione spirituale dei fedeli e dei religiosi". I lavori del Simposio, che continueranno fino a mercoledì 19, si tengono accanto al più famoso santuario mariano della Grecia: il santuario dell’Annunciazione a Tinos, ritenuto una piccola Lourdes del mondo ortodosso. (Da Tinos, per la Radio Vaticana, padre Egidio Picucci)
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DA PETRUS

L'auspicio di Benedetto XVI: "Sostenere la piena comunione con gli ortodossi anche se imperfetta" CITTA’ DEL VATICANO - Occorre "sostenere e corroborare la comunione vera, pur se imperfetta, esistente fra cattolici e ortodossi, si' che si possa giungere a quella pienezza, che ci permettera' di concelebrare un giorno l'unica Eucaristia". Lo afferma il Santo Padre Benedetto XVI nel messaggio al X Simposio Intercristiano, organizzato dall'Istituto Francescano di Spiritualita' della Pontificia Universita' Antonianum e dalla Facolta' teologica dell'Universita' Aristotele di Tessalonica, nell'Isola di Tinos, in Grecia. Nel testo il Pontefice definisce gli incontri ecumenici tra cattolici e ortodossi "provvide iniziative" ed esprime soddisfazione per il fatto che il tema del Simposio, "San Giovanni Crisostomo, ponte tra Oriente e Occidente", offre l'occasione di commemorare insieme "un illustre Padre della Chiesa venerato in Oriente come in Occidente".

+PetaloNero+
Monday, September 17, 2007 3:29 PM
Da Petrus

Il Cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân sarà Beato: la soddisfazione del Santo Padre CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI ha accolto "con intima gioia" la notizia che ha preso avvio la causa di beatificazione del Cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân (nella foto), vescovo vietnamita incarcerato dal regime comunista, espulso dal suo Paese e poi nominato da Giovanni Paolo II a capo del dicastero "Giustizia e Pace". Questo sentimento e' stato espresso dal Papa nell'udienza concessa al Pontificio Consiglio, per iniziativa del quale, a cinque anni dalla scomparsa del suo presidente, sono stati compiuti in questi giorni i primi atti processuali, tra i quali la nomina di un postulatore (una donna avvocato rotale). Nel suo breve discorso, il Papa ha ricordato che Van Thuân"come vescovo fu isolato per 13 anni dalla sua comunita' diocesana e la speranza lo aiuto' a intravedere nell'assurdita' degli eventi capitatigli (non fu mai processato durante la sua lunga detenzione) un disegno provvidenziale di Dio". "Il Cardinale Van Thuân - ha affermato il Pontefice - era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava. Fu grazie a quest'energia spirituale che resistette a tutte le difficolta' fisiche e morali". "Lo ricordiamo con tanta ammirazione, mentre ci tornano in mente - ha concluso - le grandi visioni, colme di speranza, che lo animavano e che egli sapeva proporre in modo facile e avvincente; il suo fervoroso impegno per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa tra i poveri del mondo, l'anelito per l'evangelizzazione nel suo Continente, l'Asia, la capacita' che aveva di coordinare le attivita' di carita' e di promozione umana che promuoveva e sosteneva nei posti piu' reconditi della terra".


Un uomo che visse di speranza, testimoniandola con umiltà: Benedetto XVI ha ricordato il cardinale vietnamita, Van Thuân, a cinque anni dalla scomparsa. Presto l'avvio della Causa di beatificazione
Testimone della speranza. Un appellativo divenuto con gli anni quasi un secondo nome. E con queste parole anche Benedetto XVI ha voluto ricordare questa mattina, a Castel Gandolfo, il cardinale vietnamita, Xavier Nguyên Van Thuân, a cinque anni dalla morte. “Un singolare profeta della speranza cristiana”, lo ha definito il Papa, tornando per qualche istante ai drammi fisici e morali che costellarono l’esistenza del porporato, rinchiuso per 13 anni in carcere per ordine delle autorità comuniste del Paese. E presto, verrà avviata anche la Causa di beatificazione, la cui postulatrice è l’avvocato Silvia Monica Correale, prima donna ad essere incaricata dalla Santa Sede per svolgere tale incarico. I particolari, nel servizio di Alessandro De Carolis: Francois-Xavier Ngueyen Van Thuân era un uomo che “viveva di speranza”. Essa fu per lui “l’energia spirituale” che gli permise di essere più forte della brutalità di chi tentò di piegarlo e ne rimase invece affascinato e convertito. Che lo rese un uomo di luce anche nel buio della cella che lo ospitò per 108 mesi: nove anni in isolamento, senza nessun’altra compagnia che la sua fede riaffermata ogni giorno da Messe clandestine, con tre gocce di vino e una d’acqua consacrate nel palmo di una mano, con una rozza crocetta di legno tenuta al collo da un filo elettrico intrecciato, mai smessa nemmeno da cardinale. “E’ questa la testimonianza di fede che ci ha lasciato questo eroico pastore”, ha affermato con affetto Benedetto XVI, nell’udienza concessa ai membri del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, alla cui guida l’allora presule vietnamita era stato chiamato da Giovanni Paolo II, nel 1998: “Come dimenticare gli spiccati tratti della sua semplice ed immediata cordialità? Come non porre in luce la capacità che egli aveva di dialogare e di farsi prossimo di tutti? Lo ricordiamo con tanta ammirazione, mentre ci tornano in mente le grandi visioni, colme di speranza, che lo animavano e che egli sapeva proporre in modo facile e avvincente”. Il nome del cardinale Van Thuân è stato dato all’Osservatorio internazionale, istituito per promuovere la dottrina sociale della Chiesa a livello internazionale. E questa, ha ricordato Benedetto XVI, fu un’attività nella quale il porporato scomparso nel settembre 2002 si adoperò con fervore, avvertendo un particolare “anelito per l’evangelizzazione nel suo Continente, l’Asia”, senza che ciò condizionasse la “capacità che aveva di coordinare le attività di carità e di promozione umana” nei posti “più reconditi della terra”: “Il Cardinale Van Thuân era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava. Fu grazie a quest’energia spirituale che resistette a tutte le difficoltà fisiche e morali. La speranza lo sostenne come Vescovo isolato per 13 anni dalla sua comunità diocesana; la speranza lo aiutò a intravedere nell’assurdità degli eventi capitatigli - non fu mai processato durante la sua lunga detenzione - un disegno provvidenziale di Dio”. Il Papa ha concluso l’udienza confessando di avere “accolto con intima gioia” la notizia del prossimo avvio della Causa di beatificazione riguardante, ha detto, “questo singolare profeta della speranza cristiana”. “Preghiamo - ha concluso - perché il suo esempio sia per noi di valido insegnamento”. Nel Duemila, Giovanni Paolo II - che nel Concistoro dell’anno dopo gli consegnerà la berretta cardinalizia - aveva invitato l’allora arcivescovo Van Thuân a predicare gli esercizi spirituali della Quaresima davanti alla Curia Romana. Per una settimana, i fatti salienti della sua dolorosa e straordinaria prigionia diventarono materia di commossa riflessione sul valore della fede sorretta da una incrollabile speranza nell’aiuto di Dio. Valore che traspare anche in questa intervista che il porporato rilasciò a Fabio Colagrande poco tempo dopo gli attentati dell’11 settembre, in vista dell’incontro interreligioso di Assisi, convocato da Papa Wojtyla per il gennaio 2002. Riascoltiamo le parole del cardinale Van Thuân: R. - Davanti a queste tragedie nazionali ed internazionali, vediamo che ci sono tre punti molto importanti: la giustizia, la responsabilità – soprattutto degli educatori e dei governanti – e terzo, la conversione dei cuori. Perché senza la conversione dei cuori, senza la preghiera non c’è umiltà per ascoltare e quando non percorriamo questa strada, c’è soltanto potere, denaro, armi. Dividere con tutti gli altri la nostra gioia, la gioia della speranza: la nostra speranza è già nel nostro cuore, perché Gesù è venuto con noi. La salvezza è certa: basta andare all’incontro con Gesù! D. - La speranza, quindi, è il messaggio che la Chiesa dà all’uomo in questo momento di oscurità… R. - E’ la grande sfida dell’umanità! Molti perdono la speranza se non vedono un punto di riferimento che è Gesù, che è la nostra vera ed unica speranza! D. - E lei non ha mai perso la speranza nei giorni della prigionia? R. - Io ho avuto momenti veramente difficili, la tentazione della vendetta, la tentazione della disperazione… ma nel momento più critico, nell’abisso della mia miseria, della mia debolezza umana, in quel momento il Signore mi ha teso la mano e la speranza è ritornata, come la luce dopo la pioggia.
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+PetaloNero+
Monday, September 17, 2007 3:31 PM

Dal Papa i vescovi del Benin in visita ad Limina: tra le urgenze di questo Paese tra i più poveri dell’Africa occidentale, la lotta alla corruzione

Sono iniziate oggi le udienze del Papa ai vescovi del Benin, in visita ad Limina. Tra i presuli ricevuti stamane, nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, mons. Antoine Ganyé, vescovo di Dassa-Zoumé, presidente della Conferenza episcopale del Benin Il servizio di Roberta Gisotti.

Liberare la politica dalla corruzione dilagante è tra le principali sfide sociali per la Chiesa del Benin, cosi come anticipato anche dal vescovo Ganyé, in un intervista venerdi scorso alla Radio Vaticana. Altra sfida centrale è contrastare la diffusione delle sette in forte crescita, ben 650 nel Paese africano, tra i più poveri ed arretrati dell’Africa occidentale, con una speranza di vita media di soli 51 anni. Il Benin vive oggi un'ulteriore crisi economica, indotta dai processi di globalizzazione e dalla caduta dei prezzi nei mercati regionali, che hanno annullato una buona crescita media del 5 per cento negli ultimi anni.


Paese incuneato tra la Nigeria ed il Togo, grande un terzo dell’Italia, già colonia francese, indipendente dal 1960, contrassegnato da turbolenze politiche; cambia il vecchio nome di Dahomey, in Benin nel 1975, sotto il regime d’ispirazione marxista, instaurato 3 anni prima dal maggiore Kérékou, alla guida del Paese fino al 1990; poi l’apertura al multipartismo ed il varo di una nuova Costituzione portano alla presidenza il leader d’opposizione, Soglo. Il che non mette al riparo il Paese da aspri scontri, tra il nuovo e vecchio presidente Kérékou, che torna a fare il capo dello Stato nel 2001. Quindi lo scorso anno l’elezione del presidente Boni, rafforzato dalla vittoria della sua coalizione alle politiche di quest’anno.


Un Paese non facile da governare abitato da una quarantina di gruppi etnici diversi, per il 65 per cento di religioni tradizionali-animiste, per un 10 per cento islamici e per il 23 per cento cattolici, suddivisi in 10 diocesi. Tra le priorità pastorali della Chiesa in Benin: un maggiore e responsabile coinvolgimento del laicato, soprattutto per la formazione di autentiche famiglie cristiane, capaci di onorare i valori sacramentali del matrimonio, in opposizione alla poligamia, retaggio di antiche tradizioni ancora fortemente radicate nella società; e ancora la promozione delle vocazioni e l’educazione dei giovani, e non meno importante il dialogo interreligioso, in un contesto dove i cristiani sono minoritari. Una Chiesa povera di strutture e risorse umane quella del Benin che sta puntando in particolare allo sviluppo dei media per l’evangelizzazione, specie la Radio, tenuto conto che il 60 per cento della popolazione è analfabeta. Nel ’98 l’apertura della prima emittente nazionale cattolica “Radio Immacolata Concezione”, che dal 2000 via satellite trasmette in tutta l’Africa, l’Europa e il Medio Oriente. C’è poi la rivista “La Croix du Benin”, che quest’anno ha festeggiato 60 anni.


I vescovi del Benin tornano in Vaticano dopo l’ultima visita ad Limina, nel giugno del 2001, quando Giovanni Paolo II che per due volte nell’82 ed ’83 aveva visitato il Paese africano, li aveva esortati ad uno spirito di autentica e profonda comunione per rispondere alle tante attese dei loro fratelli.

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LadyRatzinger
Monday, September 17, 2007 6:32 PM
Angelus, il Papa ricorda l'11 Settembre e assicura: "L'amore di Dio vince sempre il male"

CASTEL GANDOLFO - "I tragici avvenimenti dell'11 settembre 2001 oscurarono l'alba del terzo millennio". Lo ha sottolineato Benedetto XVI ricordando prima dell'Angelus le parole di Giovanni Paolo II che, in quella drammatica situazione, "invito' i cristiani e gli uomini di buona volonta' a credere che la Misericordia di Dio e' piu' forte di ogni male, e che solo nella Croce di Cristo si trova la salvezza del mondo". "Nel nostro tempo - ha continuato il Papa - l'umanita' ha bisogno che sia proclamata e testimoniata con vigore la misericordia di Dio". Una "urgenza pastorale", che, per il suo successore, "l'amato Giovanni Paolo II intui' in modo profetico". Karol Wojtyla, infatti, ha rilevato il Pontefice, "e' stato un grande apostolo della divina Misericordia: al Padre misericordioso dedico' la sua seconda Enciclica, e lungo tutto il suo pontificato si fece missionario dell'amore di Dio a tutte le genti". "La Vergine Maria, Madre di Misericordia, che abbiamo contemplato Addolorata ai piedi della Croce, ci ottenga - ha invocato Benedetto XVI - il dono di confidare sempre nell'amore di Dio e ci aiuti ad essere misericordiosi come il Padre nostro che e' nei cieli". Nel breve discorso rivolto ai pellegrini che gremivano il cortile della residenza estiva di Castel Gandolfo, il Papa ha ricordato tre parabole del Vangelo che spiegano la Misericordia di Dio, quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta e la terza, piu' "lunga, articolata, quella del Padre misericordioso, detta abitualmente 'del figliol prodigo'". "In questa pagina evangelica - ha spiegato - sembra quasi di sentire la voce di Gesu', che ci rivela il volto del Padre suo e Padre nostro. In fondo, per questo Egli e' venuto nel mondo: per parlarci del Padre; per farlo conoscere a noi, figli smarriti, e risuscitare nei nostri cuori la gioia di appartenergli, la speranza di essere perdonati e restituiti alla nostra piena dignita', il desiderio di abitare per sempre nella sua casa, che e' anche la nostra casa". "Le tre parabole della misericordia - ha aggiunto Benedetto XVI - Gesu' le racconto' perche' i farisei e gli scribi parlavano male di Lui, vedendo che si lasciava avvicinare dai peccatori e addirittura mangiava con loro". E attraverso questi racconti, "Gesu' spiego', con il suo tipico linguaggio, che Dio non vuole che si perda nemmeno uno dei suoi figli e il suo animo trabocca di gioia quando un peccatore si converte". Infatti, ha scandito il Papa, "la vera religione consiste allora nell'entrare in sintonia con questo Cuore 'ricco di misericordia', che ci chiede di amare tutti, anche i lontani e i nemici, imitando il Padre celeste che rispetta la liberta' di ciascuno ed attira tutti a se' con la forza invincibile della sua fedelta'. Questa - ha concluso - e' la strada che Gesu' mostra a quanti vogliono essere suoi discepoli: Non giudicate e non condannate. perdonate e vi sara' perdonato; date e vi sara' dato. Siate misericordiosi come e' misericordioso il Padre vostro: in queste parole troviamo indicazioni assai concrete per il nostro quotidiano comportamento di credenti".


+PetaloNero+
Tuesday, September 18, 2007 8:00 PM
DA PETRUS

Festività giudaiche, gli auguri del Papa alla comunità ebraica di Roma
CITTA’ DEL VATICANO - ''Nella ricorrenza di Rosh Hashanna' 5786, di Yom Kippur e di Sukkot, mi e' gradito estendere i miei piu' cordiali e sinceri auguri a lei, stimato dott. Riccardo Di Segni, e all'intera comunita' ebraica di Roma''. Lo afferma il papa Benedetto XVI, nel messaggio che ha inviato al capo rabbino della comunita' ebraica di Roma, in occasione delle festivita' ebraiche. ''Queste feste - prosegue il messaggio del papa - possano essere occasione di tante benedizioni dell'eterno e fonte di immensa gioia, affinche' cresca in tutti noi la volonta' di promuovere la pace di cui tanto ha bisogno il mondo di oggi. Dio, nella sua bonta', protegga la vostra comunita' e ci conceda di approfondire l'amicizia tra di noi, in questa citta' di Roma e ovunque''.

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