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Sihaya.b16247
Friday, July 06, 2007 3:02 PM
Re: Re: Programmi papali
Paparatzifan, 05/07/2007 22.04:



Tranne l'Angelus di domenica prossima non c'è niente fino a lunedì quando partirà per Lorenzago. Ho controllato SAT2000 ma, per il momento, non sembra che trasmettano l'arrivo a Lorenzago.





Krazie! Mi interessava sapere quando era la partenza per Lorenzago! Peccato che l'arrivo non sia trasmesso!


RolandoZn
Friday, July 06, 2007 7:54 PM
Nell'udienza generale del 4 luglio u.s. il Santo Padre, parlando di San Basilio, ha menzionato la dottrina della trinità di Dio.
Penso che il nostro Creatore, quindi nostro Padre, e quindi nostro riferimento in tutto non possa che essere uno e trino: come potremmo altrimenti noi, poveri e imperfetti, fosse solo per un attimo coprendere come pur essendo distinti si può essere unici nell'infinito amore?
RolandoZn
Sunday, July 08, 2007 12:14 PM
Domani il Santo Padre sarà a Lorenzago in quel del Cadore all'estremo nord del bellunese, fra le ultime Dolomiti orientali dove ha origine il Piave, fiume sacro alla Patria, nella val Comelico. Qui anche Lui, come già il grande Giovanni Paolo II, farà qualche passeggiata e si riposerà a contemplare le magnificenze della natura dove il Creatore ha voluto dare un tocco di arte in più. Mi onoro e mi compiaccio di aver conosciuto quella natura e quelle panchine, costruite con gli ultimi tronchi di larice alle estereme altitudini, fin da bambino quando con i miei avi, tenaci e laboriosi percorrevo quelle montagne cercando di vivere al meglio. Anche per questo Dio sia glorificato!
Sihaya.b16247
Sunday, July 08, 2007 1:33 PM
DELL’ANGELUS , 08.07.2007



Cari fratelli e sorelle,

oggi il Vangelo (cfr Lc 10,1-12.17-20) presenta Gesù che invia settantadue discepoli nei villaggi dove sta per recarsi, affinché predispongano lambiente. E questa una particolarità dellevangelista Luca, il quale sottolinea che la missione non è riservata ai dodici Apostoli, ma estesa anche ad altri discepoli. Infatti  dice Gesù  "la messe è molta, ma gli operai sono pochi" (Lc 10,2). Cè lavoro per tutti nel campo di Dio. Ma Cristo non si limita ad inviare: Egli dà anche ai missionari chiare e precise regole di comportamento. Anzitutto li invia "a due a due", perché si aiutino a vicenda e diano testimonianza di amore fraterno. Li avverte che saranno "come agnelli in mezzo a lupi": dovranno cioè essere pacifici nonostante tutto e recare in ogni situazione un messaggio di pace; non porteranno con sé né vestiti né denaro, per vivere di ciò che la Provvidenza offrirà loro; si prenderanno cura dei malati, come segno della misericordia di Dio; dove saranno rifiutati, se ne andranno, limitandosi a mettere in guardia circa la responsabilità di respingere il Regno di Dio. San Luca mette in risalto lentusiasmo dei discepoli per i buoni frutti della missione, e registra questa bella espressione di Gesù: "Non rallegratevi perché i demòni si sottomettono a voi: rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli" (Lc 10,20). Questo Vangelo risvegli in tutti i battezzati la consapevolezza di essere missionari di Cristo, chiamati a preparargli la strada con le parole e con la testimonianza della vita.

Domani partirò per Lorenzago di Cadore, dove sarò ospite del Vescovo di Treviso nella casa che già accolse il venerato Giovanni Paolo II. Laria di montagna mi farà bene e potrò dedicarmi più liberamente alla riflessione e alla preghiera. Auguro a tutti, specialmente a chi ne sente maggiore bisogno, di poter fare un po di vacanza, per ritemprare le energie fisiche e spirituali e recuperare un salutare contatto con la natura. La montagna, in particolare, evoca lascesa dello spirito verso lalto, lelevazione verso la "misura alta" della nostra umanità, che purtroppo la vita quotidiana tende ad abbassare. A questo proposito, voglio ricordare il quinto Pellegrinaggio dei giovani alla Croce dellAdamello, dove il Santo Padre Giovanni Paolo II si recò due volte. Il pellegrinaggio si è svolto in questi giorni e pocanzi è culminato nella Santa Messa celebrata a circa 3000 metri di quota. Nel salutare lArcivescovo di Trento e il Segretario Generale della CEI, come pure le autorità Trentine, rinnovo lappuntamento a tutti i giovani italiani per i giorni 1 e 2 settembre a Loreto.

La Vergine Maria ci protegga sempre, sia nella missione che nel giusto riposo, perché possiamo svolgere il nostro impegno con gioia e con frutto nella vigna del Signore.



Paparatzifan
Sunday, July 15, 2007 11:01 PM
Dal blog di Lella...

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELLANGELUS , 15.07.2007

Da lunedì 9 luglio, il Santo Padre Benedetto XVI si trova a Lorenzago di Cadore, nelle Dolomiti bellunesi, ospite di una casa della diocesi di Treviso, per un periodo di riposo.

A mezzogiorno di oggi, dal Castello di Mirabello adiacente alla villetta dove risiede, il Papa guida la recita dellAngelus. Presenti allincontro in particolare i fedeli della Diocesi di Treviso, guidati dal Vescovo S.E. Mons. Andrea Bruno Mazzocato, mentre alla comunità di Lorenzago e alla diocesi di Belluno-Feltre sarà dedicato dal Papa lincontro allAngelus di domenica prossima, 22 luglio.
Nellintrodurre la preghiera mariana, il Santo Padre pronuncia le parole che seguono:

PRIMA DELLANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

ringrazio il Signore che anche quest'anno mi offre la possibilità di trascorrere alcuni giorni di riposo in montagna, e sono grato a quanti mi hanno accolto qui, a Lorenzago, in questo panorama incantevole a cui fanno da sfondo le cime del Cadore e dove è venuto più volte anche il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II. Un ringraziamento speciale rivolgo al Vescovo di Treviso e a quello di Belluno-Feltre, e a tutti coloro che in vario modo contribuiscono ad assicurarmi un soggiorno sereno e proficuo. Davanti a questo spettacolo di prati, di boschi, di vette protese verso il cielo, sale spontaneo nell'animo il desiderio di lodare Dio per le meraviglie delle sue opere, e la nostra ammirazione per queste bellezze naturali si trasforma facilmente in preghiera.

Ogni buon cristiano sa che le vacanze sono tempo opportuno per distendere il fisico ed anche per nutrire lo spirito attraverso spazi più ampi di preghiera e di meditazione, per crescere nel rapporto personale con Cristo e conformarsi sempre più ai suoi insegnamenti. Quest'oggi, ad esempio, la liturgia ci invita a riflettere sulla celebre parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37), che introduce nel cuore del messaggio evangelico: l'amore verso Dio e l'amore verso il prossimo. Ma chi è il mio prossimo? - chiede l'interlocutore a Gesù. E il Signore risponde ribaltando la domanda, mostrando, attraverso il racconto del buon samaritano, che ciascuno di noi deve farsi prossimo di ogni persona che incontra. "Va' e anche tu fa' lo stesso!" (Lc 10,37). Amare, dice Gesù, è comportarsi come il buon samaritano. Noi sappiamo, del resto, che Buon Samaritano per eccellenza è proprio Lui: pur essendo Dio, non ha esitato ad abbassarsi sino a farsi uomo e a dare la vita per noi.

L'amore è dunque il "cuore" della vita cristiana; infatti solo lamore, suscitato in noi dallo Spirito Santo, ci rende testimoni di Cristo. Ho voluto riproporre quest'importante verità spirituale nel Messaggio per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, che verrà reso noto venerdì prossimo, 20 luglio: "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni"(At 1,8). Questo il terra su cui, cari giovani, vi invito a riflettere nei prossimi mesi, per prepararvi al grande appuntamento che avrà luogo a Sydney, in Australia, tra un anno, proprio in questi giorni di luglio. Le comunità cristiane di quell'amata Nazione stanno attivamente lavorando per accogliervi e sono loro grato per gli sforzi organizzativi che stanno compiendo. Affidiamo a Maria, che domani invocheremo come Vergine del Monte Carmelo, il cammino di preparazione e lo svolgimento del prossimo incontro della gioventù del mondo intero, al quale vi invito, cari amici di ogni Continente, a partecipare numerosi.

Paparatzifan
Tuesday, July 17, 2007 6:45 PM
Dal blog di Lella...

Benedetto XVI visiterà Lourdes per i 150 anni delle apparizioni della Madonna

In programma, per questo anniversario, attività quotidiane rivolte ai pellegrini

CITTA DEL VATICANO, lunedì, 16 luglio 2007 (ZENIT.org).- Benedetto XVI visiterà il santuario di Lourdes nel 2008, in occasione dei 150 anni delle apparizioni della Madonna.

La notizia è stata confermata questa domenica da padre Federico Lombardi SI, Direttore della Sala Stampa della Santa Sede (ZENIT, domenica 15 luglio), dopo che il Vescovo della città mariana, monsignor Jacques Perrier, si è recato a Roma per dare avvio ai preparativi per la visita pastorale.

Il portavoce vaticano non ha rivelato dettagli sulle date della visita papale a Lourdes. Il prossimo anno il Pontefice dovrebbe recarsi nella sede delle Nazioni Unite, a New York, e a Sydney (Australia), in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù.

Lanno giubilare delle apparizioni si celebrerà dall8 dicembre 2007, festa dellImmacolata Concezione, all8 dicembre 2008 sul tema Andate a bere e a lavarvi alla fonte.

Ogni anno, più di sei milioni di persone si recano a Lourdes, ricorda monsignor Perrier in un documento pubblicato sulla pagina web ufficiale del giubileo, www.lourdes2008.com.
(in italiano: www.lourdes2008.com/index_it.html)

Cosa vengono a vedere? Un luogo turistico?, si chiede il Vescovo. In Francia ce ne sono di migliori.

Questa avventura è iniziata nel 1858, quando la Madonna è apparsa a Bernadette Soubirous. Da quella data, il fiume di pellegrini e visitatori non ha smesso di crescere. I santuari spirituali sono sempre più necessari, in un mondo di calcoli, superficialità e violenza, aggiunge il Vescovo di Tarbes e Lourdes.

Secondo il presule, questo anniversario ha tre obiettivi specifici: ringraziare per le grazie ricevute, prendere coscienza della nostra missione allinizio del terzo millennio, aprire ancor di più le porte dei santuari.

Il Vescovo conclude la presentazione dellanniversario con una proposta molto concreta: Approfittate per venire nei mesi invernali: Lourdes sarà solo per voi! O quasi....

La pagina web ha dedicato un programma di attività giornaliere e settimanali per il giubileo.

I pellegrini potranno realizzare quotidianamente il Cammino disegnato per il Giubileo, che inizia nella parrocchia che conserva il fonte battesimale in cui venne battezzata Bernadette il 9 gennaio 1844 e continua con lumile dimora della sua famiglia e la Grotta delle Apparizioni, per concludersi poi nellantico edificio in cui la santa ricevette la Prima Comunione.

Tutti i giorni verrà recitato a mezzogiorno lAngelus nella Grotta delle Apparizioni, si celebrerà la Messa in francese, italiano, spagnolo e inglese, i confessori amministreranno il sacramento della Confessione in varie lingue e verrà presentato un video di 25 minuti sul Messaggio di Lourdes.

I pellegrini potranno anche partecipare ogni giorno alle 15.30 a una meditazione sul Rosario, immergersi nelle piscine e fare la Via Crucis.

Ogni settimana, il venerdì e il sabato avrà luogo la processione mariana notturna; il sabato e la domenica pomeriggio sono previste ladorazione e la benedizione del Santissimo Sacramento.

Il giubileo verrà inaugurato con un incontro internazionale su Il messaggio di Lourdes, ieri e oggi, dal 9 all11 dicembre 2007.

[Per ulteriori informazioni, è possibile inviare un messaggio allindirizzo colloque@lourdes-france.com]

© Copyright Zenit


Sihaya.b16247
Thursday, July 19, 2007 11:29 PM
Da Petrus

Il 23 settembre Benedetto XVI tornerà nella "sua" Velletri



CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI tornera' il prossimo 23 settembre a Velletri, la cittadina del Lazio della quale era cardinale titolare e dove amava recarsi. Lo rende noto la Sala Stampa Vaticana. Papa Ratzinger celebrera' la messa domenicale alle 9,30 sul sagrato della Cattedrale. Cardinale dal 1977, Joseph Ratzinger ebbe prima il titolo di Santa Maria Consolatrice al Tiburtino, la popolosa parrocchia di Casalbertone alla quale, eletto Papa, ha dedicato il 18 dicembre 2005 la sua prima visita pastorale in diocesi. Nell'aprile 1993, promosso cardinale- vescovo, ha preso possesso del titolo della Chiesa Suburbicaria di Velletri- Segni, mantenuto fino al 30 novembre 2002 quando e' divenuto decano del Sacro Collegio ed ha preso possesso del titolo della Chiesa Suburbicaria di Ostia, oggi assegnato al suo successore alla testa del collegio cardinalizio, l'ex segretario di Stato Angelo Sodano. Cardinale titolare di Velletri-Segni e' dal 2002 il nigeriano Francis Arinze, prefetto per i sacramenti, che il 23 settembre accogliera' dunque Benedetto XVI insieme al nuovo vescovo della diocesi, Monsignor Vincenzo Apicella, nominato l'anno scorso dallo stesso Ratzinger che in precedenza lo aveva tra gli ausiliari di Roma, e il predecessore, Monsignor Andrea Erba, molto stimato anche come storico della Chiesa.

emma3
Sunday, July 22, 2007 2:49 PM
Testo delle parole del Santo Padre prima della recita dell'Angelus Domini



Cari fratelli e sorelle!

In questi giorni di riposo che, grazie a Dio, sto trascorrendo qui in Cadore, sento ancor più intensamente l’impatto doloroso delle notizie che mi pervengono circa gli scontri sanguinosi e gli episodi di violenza che si verificano in tante parti del mondo. Questo mi induce a riflettere ancora una volta sul dramma della libertà umana nel mondo. La bellezza della natura ci ricorda che siamo stati posti da Dio a "coltivare e custodire" questo "giardino" che è la Terra (cfr Gn 2,8-17). Se gli uomini vivessero in pace con Dio e tra di loro, la Terra assomiglierebbe veramente a un "paradiso". Il peccato purtroppo ha rovinato questo progetto divino, generando divisioni e facendo entrare nel mondo la morte. Avviene così che gli uomini cedono alle tentazioni del Maligno e si fanno guerra gli uni gli altri. La conseguenza è che, in questo stupendo "giardino" che è il mondo, si aprono spazi di "inferno".

La guerra, con il suo strascico di lutti e di distruzioni, è da sempre giustamente considerata una calamità che contrasta con il progetto di Dio, il quale ha creato tutto per l’esistenza e, in particolare, vuole fare del genere umano una famiglia. Non posso, in questo momento, non andare col pensiero ad una data significativa: il 1° agosto 1917 – giusto 90 anni or sono – il mio venerato predecessore, Papa Benedetto XV, indirizzò la sua celebre Nota alle potenze belligeranti, domandando che ponessero fine alla prima guerra mondiale (cfr AAS 9 [1917], 417-420). Mentre imperversava quell’immane conflitto, il Papa ebbe il coraggio di affermare che si trattava di un’"inutile strage". Questa sua espressione si è incisa nella storia. Essa si giustificava nella situazione concreta di quell’estate 1917, specialmente su questo fronte veneto. Ma quelle parole, "inutile strage", contengono anche un valore più ampio, profetico, e si possono applicare a tanti altri conflitti che hanno stroncato innumerevoli vite umane.

Proprio queste terre in cui ci troviamo, che di per se stesse parlano di pace e di armonia, sono state teatro della prima guerra mondiale, come ancora rievocano tante testimonianze ed alcuni commoventi canti degli Alpini. Sono vicende da non dimenticare! Bisogna fare tesoro delle esperienze negative che purtroppo i nostri padri hanno sofferto, per non ripeterle. La Nota del Papa Benedetto XV non si limitava a condannare la guerra; essa indicava, su un piano giuridico, le vie per costruire una pace equa e duratura: la forza morale del diritto, il disarmo bilanciato e controllato, l’arbitrato nelle controversie, la libertà dei mari, il reciproco condono delle spese belliche, la restituzione dei territori occupati ed eque trattative per dirimere le questioni. La proposta della Santa Sede era orientata al futuro dell’Europa e del mondo, secondo un progetto cristiano nell’ispirazione, ma condivisibile da tutti perché fondato sul diritto delle genti. E’ la stessa impostazione che i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno seguito nei loro memorabili discorsi all’Assemblea delle Nazioni Unite, ripetendo, a nome della Chiesa: "Mai più la guerra!". Da questo luogo di pace, in cui anche più vivamente si avvertono come inaccettabili gli orrori delle "inutili stragi", rinnovo l’appello a perseguire con tenacia la via del diritto, a rifiutare con determinazione la corsa agli armamenti, a respingere più in generale la tentazione di affrontare nuove situazioni con vecchi sistemi.

Con nel cuore questi pensieri e questi auspici, eleviamo ora una speciale preghiera per la pace nel mondo, affidandola a Maria Santissima, Regina della Pace.


Sihaya.b16247
Tuesday, July 24, 2007 11:36 PM

PAROLE DEL SANTO PADRE AL TERMINE DEL CONCERTO DI CORI DI MONTAGNA OFFERTO DALLA DIOCESI DI BELLUNO-FELTRE , 21.07.2007

Pubblichiamo di seguito le parole che il Santo Padre ha pronunciato ieri sera al termine del concerto di cori di montagna, che ha avuto luogo al Castello di Mirabello (Lorenzago di Cadore), offerto dalla Diocesi di Belluno-Feltre:


PAROLE DEL SANTO PADRE

Eccellenza, cari amici,

alla fine di questa stupenda presentazione della grande cultura musicale della vostra terra dolomitica posso soltanto di tutto cuore dirvi grazie. Grazie per questa bella cultura.

Mi è venuta in mente una parola di sant'Agostino che dice: «cantare amantis est». Fonte del canto è l'amore. Il canto è espressione dell'amore. Ho sentito nei vostri canti questo grande amore per la bella terra dolomitica, per questa terra donataci dal Signore. E nel grazie, nell'amore per la terra, è presente e risuona anche l'amore per il Creatore, l'amore per Dio che ci ha donato questa terra, questa nostra vita di gioia; una gioia che vediamo ancor di più nella luce della nostra fede, la quale ci dice che Dio ci ama.

La cultura popolare che si presenta in modo così alto è un gioiello della nostra identità europea, da coltivare e da promuovere. Ringrazio tutti coloro che lavorano affinché questa grande cultura europea sia presente oggi e anche in futuro.

L'educazione al canto, a cantare in coro, non è solo un esercizio dell'udito esteriore e della voce; è anche un'educazione dell'udito interiore, l’udito del cuore, un esercizio e un'educazione alla vita e alla pace. Cantare insieme, in coro, e tutti i cori insieme, esige attenzione all'altro, attenzione al compositore, attenzione al maestro, attenzione a questa totalità che chiamiamo musica e cultura, e, in tal modo, cantare in coro è un'educazione alla vita, un'educazione alla pace, un camminare insieme, come ha detto Sua Eccellenza accennando al Sinodo diocesano. Il Vescovo ha anche fatto riferimento ad un tempo triste e duro, novant'anni fa, quando questa montagna era una barriera, un teatro terribile e cruento di guerra. Ringraziamo il Signore perché adesso c'è pace nella nostra Europa e facciamo di tutto perché la pace cresca in tutti noi e cresca nel mondo. Sono sicuro che proprio questa bella musica è un impegno per la pace e un aiuto a vivere in pace.

Grazie di cuore a tutti voi, al Vescovo, al presentatore, ai maestri dei cori. Vorrei esprimere il mio ringraziamento in nome del Signore, con la mia Benedizione Apostolica.

Dopo aver impartito in lingua italiana la Benedizione, il Papa ha aggiunto:

Buonanotte, grazie e arrivederci. Buone vacanze a noi tutti.

Sihaya.b16247
Tuesday, July 24, 2007 11:39 PM
Incontro con sacerdoti

NON SONO RIUSCITA A TROVARE L'ARTICOLO IN ITALIANO, MA LO SPAGNOLO SI CAPISCE BENISSIMO.



Todos deben colaborar
“La Iglesia somos nosotros mismos”, dice el Papa en encuentro con sacerdotes


ROMA, 24 Jul. 07 / 09:55 am (ACI).- Tras haber sostenido esta mañana un bellísimo encuentro con unos 400 sacerdotes de las diócesis de Belluno y Treviso, región alpina en la que se encuentra de vacaciones, el Papa Benedicto XVI reveló que hablaron sobre Dios, la humanidad de hoy y del hecho que la “Iglesia somos nosotros mismos”.

“Hemos hablado de Dios, de la Iglesia, de la humanidad de hoy y, sobre todo, del hecho que la Iglesia somos nosotros mismos y que en este camino debemos colaborar todos”, señaló el Santo Padre respecto a los temas abordados en la reunión con el clero local en la iglesia de Santa Justina mártir, en la pequeña localidad de Auronzo, cerca de Cadore.

El encuentro, que se inició con el rezo de la Hora Sexta de la Liturgia de las Horas y concluyó hacia la una de la tarde, consistió en un intercambio de diez preguntas y respuestas entre los sacerdotes y el Papa, algunas sobre las más grandes prioridades pastorales del momento actual.

Por su parte, el Padre Federico Lombardi, Director de la Oficina de Prensa de la Santa Sede y de Radio Vaticano, señaló a esta emisora que entre los temas abordados estuvieron “el problema de formación de los jóvenes y su conciencia moral, los problemas de la vida sacerdotal, la prioridad del ministerio en la situación actual de la pastoral en Italia y en la evolución de la situación histórica actual”.

También trataron, reveló el vocero vaticano, algunos temas de actual importancia como la evangelización y el diálogo. “El diálogo respetuoso con las otras religiones, en un contexto de fuerte inmigración, pero también la cuestión –siempre delicada y que atañe también a muchas personas y a tantos sacerdotes– de los divorciados vueltos a casar y los convivientes y, entonces, cómo conciliar misericordia y verdad”.

“Además, el tema del Concilio y la fidelidad al Concilio y a su espíritu. Argumentos, por lo tanto, muy amplios y muy variados que el Papa ya había abordado también otras veces en sus intervenciones y en sus documentos y que han sido tratados de manera muy viva”.

Finalizada la reunión, a la salida del templo, el Pontífice saludó a las miles de personas que ya le habían recibido a su llegada con grandes muestras de acogida y afecto. Con palabras improvisadas, el Papa afirmó que después de este “bellísimo encuentro” con los sacerdotes, “quiero saludar a todos vosotros de todo corazón y con gran alegría, en esta bellísima tierra de los dolomitas”.

“Aquí puedo descansar no solo el cuerpo, sino también el alma”. Puedo “respirar no solo este aire fresco del Creador, sino también el aire de la amistad y la cordialidad, de la que me siento muy agradecido”, agregó Benedicto XVI antes de regresar a Lorenzago, donde permanecerá hasta el próximo viernes.
Paparatzifan
Wednesday, July 25, 2007 9:10 PM
Dal blog di Lella...

INCONTRO DEL SANTO PADRE CON IL CLERO DI BELLUNO-FELTRE E TREVISO AD AURONZO DI CADORE , 24.07.2007

TESTO DELLA CONVERSAZIONE

D. - Santità, sono don Claudio, volevo farle una domanda circa la formazione della coscienza, in particolare riguardo alle giovani generazioni, perché oggi formare una coscienza coerente, una coscienza retta, sembra sempre più difficile. Si scambia il bene e il male con il sentirsi bene e il sentirsi male, l’aspetto più emotivo. Allora volevo avere qualche consiglio da parte sua. Grazie...

R. – Eccellenze, cari fratelli, innanzitutto vorrei esprimervi la mia gioia e la mia gratitudine per questo bell’incontro. Ringrazio i due Vescovi, Sua Eccellenza Andrich e Sua Eccellenza Mazzocato, per quest’invito. A tutti voi che siete venuti così numerosi in tempo di vacanze il mio sentito grazie. Vedere una chiesa piena di sacerdoti è incoraggiante, perché vediamo che i sacerdoti ci sono. La Chiesa vive, anche se i problemi crescono nel nostro tempo e proprio nel nostro Occidente. La Chiesa è sempre viva e con sacerdoti che realmente desiderano annunciare il Regno di Dio, cresce e resiste a queste complicazioni, che vediamo nella nostra situazione culturale di oggi. Adesso, questa prima domanda riflette un poco un problema della situazione culturale in Occidente, perché il concetto di coscienza negli ultimi due secoli si è trasformato profondamente. Oggi prevale l’idea che razionale, che parte della ragione, sarebbe solo quanto è quantificabile. Le altre cose, cioè le materie della religione e della morale, non entrerebbero nella ragione comune, perché non verificabili, o, come si dice, non falsificabili nell’esperimento. In questa situazione, dove morale e religione sono quasi espulse dalla ragione, l’unico criterio ultimo della moralità e anche della religione è il soggetto, la coscienza soggettiva che non conosce altre istanze. Solo il soggetto, alla fine, con il suo sentimento, le sue esperienze, eventuali criteri che ha trovato, decide. Ma così il soggetto diventa una realtà isolata, e cambiano così, come Lei ha detto, di giorno in giorno, i parametri.

Nella tradizione cristiana "coscienza" vuol dire con-scienza: cioè noi, il nostro essere è aperto, può ascoltare la voce dell’essere stesso, la voce di Dio. La voce, quindi, dei grandi valori è iscritta nel nostro essere e la grandezza dell’uomo è proprio che non è chiuso in sé, non è ridotto alle cose materiali, quantificabili, ma ha un’interiore apertura per le cose essenziali, la possibilità di un ascolto.

Nella profondità del nostro essere possiamo ascoltare non solo i bisogni del momento, non solo le cose materiali, ma ascoltare la voce del Creatore stesso e così si conosce cosa è bene e cosa è male. Ma naturalmente questa capacità di ascolto deve essere educata e sviluppata. E proprio questo è l’impegno dell’annuncio che noi facciamo in Chiesa: sviluppare questa altissima capacità donata da Dio all’uomo di ascoltare la voce della verità e così la voce dei valori. Quindi, direi che un primo passo è di rendere coscienti le persone che la nostra stessa natura porta in sé un messaggio morale, un messaggio divino, che deve essere decifrato e che noi possiamo man mano conoscere meglio, ascoltare, se il nostro ascolto interiore viene aperto e sviluppato. Adesso la questione concreta è come fare questa educazione all’ascolto, come rendere l’uomo capace di questo, nonostante tutte queste sordità moderne, come far sì che ritorni questo ascolto, che sia realmente avvenimento, l’Effatà del Battesimo, l’apertura dei sensi interiori. Io, vedendo la situazione nella quale ci troviamo, proporrei una combinazione tra una via laica e una via religiosa, la via della fede. Tutti vediamo oggi che l’uomo potrebbe distruggere il fondamento della sua esistenza, la sua terra, e quindi che non possiamo più semplicemente fare con questa nostra terra, con la realtà affidataci, quanto vogliamo e quanto appare nel momento utile e promettente, ma dobbiamo rispettare le leggi interiori della creazione, di questa terra, imparare queste leggi e obbedire anche a queste leggi, se vogliamo sopravvivere. Quindi, questa obbedienza alla voce della terra, dell’essere, è più importante per la nostra felicità futura che le voci del momento, i desideri del momento. Insomma, questo è un primo criterio da imparare: che l’essere stesso, la nostra terra, parla con noi e noi dobbiamo ascoltare se vogliamo sopravvivere e decifrare questo messaggio della terra. E se dobbiamo essere obbedienti alla voce della terra, questo vale ancora di più per la voce della vita umana. Non solo dobbiamo curare la terra, ma dobbiamo rispettare l’altro, gli altri. Sia l’altro nella sua singolarità come persona, come mio prossimo, sia gli altri come comunità che vive nel mondo e che deve vivere insieme. E vediamo che solo nel rispetto assoluto di questa creatura di Dio, di questa immagine di Dio che è l’uomo, solo nel rispetto del vivere insieme sulla terra, possiamo andare avanti. E qui arriviamo al punto che abbiamo bisogno delle grandi esperienze morali dell’umanità, che sono esperienze nate dall’incontro con l’altro, con la comunità, l’esperienza che la libertà umana è sempre una libertà condivisa e può funzionare soltanto se condividiamo le nostre libertà nel rispetto di valori che sono comuni per tutti noi. Mi sembra che con questi passi si possa far vedere la necessità di obbedire alla voce dell’essere, di obbedire alla dignità dell’altro, di obbedire alla necessità del vivere insieme le nostre libertà come una libertà, e per tutto questo conoscere il valore che vi è nel permettere una degna comunione di vita tra gli uomini. Così arriviamo, come già detto, alle grandi esperienze dell’umanità, nelle quali si esprime la voce dell’essere, e soprattutto alle esperienze di questo grande pellegrinaggio storico del popolo di Dio, cominciato con Abramo, nel quale troviamo non solo le esperienze umane fondamentali, ma possiamo, tramite queste esperienze, sentire la voce del Creatore stesso che ci ama e che ha parlato con noi. Qui, in questo contesto, rispettando le esperienze umane che ci indicano la strada oggi e domani, mi sembra che i Dieci Comandamenti abbiano sempre un valore prioritario, nel quale vediamo i grandi indicatori di strada.

I Dieci Comandamenti riletti, rivissuti nella luce di Cristo, nella luce della vita della Chiesa e delle sue esperienze, indicano alcuni valori fondamentali ed essenziali: il quarto e il sesto comandamento insieme, indicano l’importanza del nostro corpo, di rispettare le leggi del corpo e della sessualità e dell’amore, il valore dell’amore fedele, la famiglia; il quinto comandamento indica il valore della vita ed anche il valore della vita comune; il settimo comandamento indica il valore della condivisione dei beni della terra e la giusta condivisione di questi beni, l’amministrazione della creazione di Dio; l’ottavo comandamento indica il grande valore della verità. Se, quindi, nel quarto, quinto e sesto comandamento abbiamo l’amore per il prossimo, nel settimo abbiamo la verità.

Tutto questo non funziona senza la comunione con Dio, senza il rispetto di Dio e la presenza di Dio nel mondo. Un mondo dove Dio non c’è diventa in ogni caso un mondo dell’arbitrarietà e dell’egoismo. Solo se appare Dio c’è luce, c’è speranza. La nostra vita ha un senso che non dobbiamo produrre noi, ma che ci precede, ci porta. In questo senso, quindi, direi, prendiamo insieme le vie ovvie che oggi anche la coscienza laica può facilmente vedere, e cerchiamo di guidare così alle voci più profonde, alla voce vera della coscienza, che si comunica nella grande tradizione della preghiera, della vita morale della Chiesa. Così, in un cammino di paziente educazione, possiamo, penso, tutti imparare a vivere e a trovare la vera vita.

D. - Sono don Mauro. Santità, nello svolgimento del nostro ministero pastorale siamo sempre più gravati da molte incombenze. Aumentano gli impegni di gestione amministrativa delle parrocchie, di organizzazione pastorale e di accoglienza delle persone in situazioni difficili. Le chiedo su quali priorità orientare oggi il nostro ministero di sacerdoti e di parroci, per evitare da un lato la frammentarietà e dall’altro la dispersione? Grazie.

R. – E’ una questione molto realistica, è vero. Conosco anch’io un poco questo problema, con tante pratiche che arrivano ogni giorno, con tante udienze necessarie, con tanto da fare. Tuttavia, bisogna trovare le giuste priorità e non dimenticare l’essenziale: l’annuncio del Regno di Dio. Sentendo questa domanda, mi è venuto in mente il Vangelo di due settimane fa sulla missione dei settanta discepoli. Per questa prima grande missione che Gesù fa realizzare, a questi settanta discepoli il Signore dà tre imperativi, che mi sembrano esprimere anche oggi sostanzialmente le grandi priorità del lavoro di un discepolo di Cristo, di un sacerdote.

I tre imperativi sono: pregate, curate e annunciate. Penso che dobbiamo trovare l’equilibrio tra questi tre imperativi essenziali, tenerli sempre presenti come cuore del nostro lavoro.

Pregate: cioè senza una relazione personale con Dio, tutto il resto non può funzionare, perché non possiamo realmente portare Dio e la realtà divina e la vera vita umana alle persone, se noi stessi non viviamo in una relazione profonda, vera, di amicizia con Dio, in Cristo Gesù. Da qui la celebrazione, ogni giorno, della Santa Eucaristia come incontro fondamentale, dove il Signore parla con me ed io con il Signore, che si dà nelle mie mani. Senza la preghiera delle Ore, nella quale entriamo nella grande preghiera di tutto il Popolo di Dio, cominciando con i Salmi del popolo antico rinnovato nella fede della Chiesa, e senza la preghiera personale non possiamo essere buoni sacerdoti, ma si perde la sostanza del nostro ministero. Quindi, essere un uomo di Dio, nel senso di un uomo in amicizia con Cristo e con i suoi santi è il primo imperativo.

C’è poi il secondo. Gesù ha detto: curate gli ammalati, i dispersi, quelli che hanno bisogno. E’ l’amore della Chiesa per chi è emarginato, per chi soffre. Anche le persone ricche possono essere interiormente emarginate e soffrire.

"Curare" si riferisce a tutti i bisogni umani, che sono sempre bisogni che vanno in profondità verso Dio. E’ quindi necessario, come si dice, conoscere le pecorelle, avere relazioni umane con le persone affidateci, avere un contatto umano e non perdere l’umanità, perché Dio si è fatto uomo e ha così confermato tutte le dimensioni del nostro essere umano. Ma, come ho accennato, l’umano e il divino vanno sempre insieme. A questo "curare" nelle sue molteplici forme, appartiene, mi sembra, anche il ministero sacramentale. Il ministero della riconciliazione è un atto di cura straordinario, del quale l’uomo ha bisogno per essere sano fino in fondo. Quindi, queste cure sacramentali, cominciando dal Battesimo, che è il rinnovamento fondamentale della nostra esistenza, passando al Sacramento della riconciliazione e all’unzione degli infermi. Naturalmente in tutti gli altri Sacramenti, anche nell’Eucaristia, c’è una grande cura degli animi. Dobbiamo curare i corpi, ma soprattutto – questo è il nostro mandato - le anime. Dobbiamo pensare alle tante malattie, ai bisogni morali, spirituali che oggi esistono e che dobbiamo affrontare, guidando le persone all’incontro con Cristo nel sacramento, aiutandole a scoprire la preghiera, la meditazione, lo stare in Chiesa silenziosamente con questa presenza di Dio.

E poi annunciare.
Che cosa annunciamo noi? Annunciamo il Regno di Dio. Ma il Regno di Dio non è una lontana utopia di un mondo migliore, che forse si realizzerà tra 50 anni o chissà quando. Il Regno di Dio è Dio stesso, Dio avvicinatosi e divenuto vicinissimo in Cristo. Questo è il Regno di Dio: Dio stesso è vicino e dobbiamo noi avvicinarci a questo Dio che è vicino, perché si è fatto uomo, rimane uomo ed è sempre con noi nella sua Parola, nella Santissima Eucaristia e in tutti i credenti. Quindi, annunciare il Regno di Dio vuol dire parlare di Dio oggi, rendere presente la parola di Dio, il Vangelo che è presenza di Dio e, naturalmente, rendere presente il Dio che si è fatto presente nella sacra Eucaristia. Nell’intreccio di queste tre priorità e naturalmente tenendo conto di tutti gli aspetti umani, dei nostri limiti che dobbiamo riconoscere, possiamo realizzare bene il nostro sacerdozio. E’ importante anche questa umiltà, che riconosce i limiti delle nostre forze. Quanto non possiamo fare, deve fare il Signore. Ed anche la capacità di delegare, di collaborare. Tutto questo sempre con gli imperativi fondamentali del pregare, curare e annunciare.

D. – Mi chiamo don Daniele. Santità, il Veneto è terra di forte immigrazione, con la presenza consistente di persone non cristiane. Tale situazione pone le nostre diocesi di fronte ad un nuovo compito di evangelizzazione al loro interno. Permane, però, una certa fatica, perché dobbiamo conciliare le esigenze dell’annuncio del Vangelo, con quelle di un dialogo rispettoso delle altre religioni. Quali indicazioni pastorali potrebbe offrire? Grazie.

R. – Naturalmente voi siete più vicini a questa situazione. E in questo senso forse non posso dare molti consigli pratici, ma posso dire che in tutte le visite ad Limina, sia dei vescovi asiatici, africani, latino-americani, sia da tutta l’Italia, sono sempre a confronto con queste situazioni. Non esiste più un mondo uniforme. Soprattutto nel nostro Occidente sono presenti tutti gli altri continenti, le altre religioni, gli altri modi di vivere la vita umana. Viviamo un incontro permanente, che forse ci assomiglia alla Chiesa antica, dove si viveva la stessa situazione.

I cristiani erano una piccolissima minoranza, un grano di senape che cominciava a crescere, circondato da diversissime religioni e condizioni di vita. Quindi, dobbiamo reimparare quanto hanno vissuto i cristiani delle prime generazioni.

San Pietro nella sua prima Lettera, al terzo capitolo, ha detto: "Dovete essere sempre pronti a dare ragione della speranza che è in voi". Così lui ha formulato per l’uomo normale di quel tempo, per il cristiano normale, la necessità di combinare annuncio e dialogo. Non ha detto formalmente: "Annunciate ad ognuno il Vangelo". Ha detto: "Dovete essere capaci, pronti a dare ragione della speranza che è in voi". Mi sembra che questa sia la sintesi necessaria tra dialogo e annuncio. Il primo punto è che in noi stessi debba essere sempre presente la ragione della nostra speranza. Dobbiamo essere persone che vivono la fede e che pensano la fede, la conoscono interiormente. Così in noi stessi la fede diventa ragione, diventa ragionevole. La meditazione del Vangelo e qui l’annuncio, l’omelia, la catechesi, per rendere capaci le persone di pensare la fede, sono già elementi fondamentali in questo intreccio tra dialogo e annuncio. Noi stessi dobbiamo pensare la fede, vivere la fede e come sacerdoti trovare modi diversi per renderla presente, così che i nostri cattolici cristiani possano trovare la convinzione, la prontezza e la capacità di dare ragione della loro fede. Questo annuncio che trasmette la fede nella coscienza di oggi deve avere molteplici forme. Senza dubbio, omelia e catechesi sono due forme principali, ma poi ci sono tanti modi per incontrarsi - seminari della fede, movimenti laicali, ecc. - dove si parla della fede e si impara la fede. Tutto questo ci rende capaci, innanzitutto, di vivere realmente da prossimi dei non cristiani - in prevalenza qui sono cristiani ortodossi, protestanti e poi anche esponenti di altre religioni, i musulmani ed altri. Il primo aspetto è vivere con loro, riconoscendo con loro il prossimo, il nostro prossimo. Vivere, quindi, in prima linea l’amore del prossimo come espressione della nostra fede. Io penso che questa sia già una testimonianza fortissima e anche una forma di annuncio: vivere realmente con questi altri l’amore del prossimo, riconoscere in questi, in loro, il nostro prossimo, così che loro possano vedere: questo "amore del prossimo" è per me. Se succede questo, più facilmente potremo presentare la fonte di questo nostro comportamento, che cioè l’amore del prossimo è espressione della nostra fede. Così nel dialogo non si può subito passare ai grandi misteri della fede, benché i musulmani abbiano una certa conoscenza di Cristo, che nega la sua divinità, ma riconosce in Lui almeno un grande profeta. Hanno amore per la Madonna. Quindi, ci sono elementi comuni anche nella fede, che sono punti di partenza per il dialogo. Una cosa pratica e realizzabile, necessaria, è soprattutto cercare l’intesa fondamentale sui valori da vivere. Anche qui abbiamo un tesoro comune, perché vengono dalla religione abramitica, reinterpretata, rivissuta in modi che sono da studiare, ai quali dobbiamo infine rispondere. Ma la grande esperienza sostanziale, quella dei Dieci Comandamenti, è presente e questo mi sembra il punto da approfondire. Passare ai grandi misteri mi sembra un livello non facile, che non si realizza nei grandi incontri. Il seme deve forse entrare nel cuore, così che la risposta della fede in dialoghi più specifici possa maturare qua e là. Ma ciò che possiamo e dobbiamo fare è cercare il consenso sui valori fondamentali, espressi nei Dieci comandamenti, riassunti nell’amore del prossimo e nell’amore di Dio, e così interpretabili nei diversi settori della vita. Siamo almeno in un cammino comune verso il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio che è finalmente il Dio dal volto umano, il Dio presente in Gesù Cristo. Ma se quest’ultimo passo è da fare piuttosto in incontri intimi, personali o di piccoli gruppi, il cammino verso questo Dio, dal quale vengono questi valori che rendono possibile la vita comune, questo mi sembra sia fattibile anche in incontri più grandi. Quindi, mi sembra che qui si realizzi una forma di annuncio umile, paziente, che aspetta, ma che anche rende già concreto il nostro vivere secondo la coscienza illuminata da Dio.

D. – Sono don Samuele. Abbiamo accolto il suo invito a pregare, a curare e ad annunciare. Ci siamo permessi già di prenderla sul serio nel prenderci cura della sua persona e in una manifestazione di affetto le abbiamo portato qualche bottiglia di sano vino della nostra terra, che le faremo avere attraverso le mani del nostro vescovo. Vengo alla domanda. Assistiamo sempre più ad un ingente incremento di situazioni di persone divorziate che si risposano, convivono e che chiedono una mano per la loro vita spirituale a noi sacerdoti. Sono persone che spesso portano con loro la sofferta domanda di accedere ai sacramenti. Sono realtà che ci chiedono un confronto ed anche una condivisione delle sofferenze che esse comportano. Le chiedo, Santo Padre, con quali atteggiamenti umani, spirituali, pastorali poter mettere insieme misericordia e verità. Grazie.

R. – Sì, è un problema doloroso e la ricetta semplice, che lo risolva, certamente non c’è. Soffriamo tutti di questo problema, perché tutti abbiamo vicino a noi persone in queste situazioni e sappiamo che per loro è un dolore e una sofferenza, perché vogliono stare in piena comunione con la Chiesa. Questo vincolo del matrimonio precedente è un vincolo che riduce la loro partecipazione alla vita della Chiesa.

Cosa fare? Direi: un primo punto sarebbe naturalmente la prevenzione, per quanto possibile. La preparazione al matrimonio, quindi, diventa sempre più fondamentale e necessaria. Il Diritto Canonico suppone che l’uomo come tale, anche senza grande istruzione, intenda fare un matrimonio secondo la natura umana, come indicato nei primi capitoli della Genesi. E’ uomo, ha la natura umana, e quindi sa che cosa sia il matrimonio. Intende fare quanto gli dice la natura umana. Da questa presunzione parte il Diritto Canonico. E’ una cosa che si impone: l’uomo è uomo, la natura è quella e gli dice questo.

Ma oggi questo assioma secondo cui l’uomo intende fare quanto è nella sua natura, un matrimonio unico, fedele, si trasforma in un assioma un po’ diverso. "Volunt contrahere matrimonium sicut ceteri homines". Non è semplicemente più la natura che parla, ma i "ceteri homines", quanto fanno tutti. E quanto fanno oggi tutti non è più semplicemente il matrimonio naturale, secondo il Creatore, secondo la creazione. Ciò che fanno i "ceteri homines" è sposarsi con l’idea che un giorno il matrimonio possa fallire e si possa così passare ad un altro, ad un terzo e ad un quarto matrimonio.

Questo modello "come fanno tutti" diventa così un modello in contrasto con quanto dice la natura. Diventa così normale sposarsi, divorziare, risposarsi e nessuno pensa che sia una cosa che va contro la natura umana o comunque si trova difficilmente uno che pensi così. Perciò per aiutare ad arrivare realmente al matrimonio, non solo nel senso della Chiesa, ma del Creatore, dobbiamo riparare la capacità di ascoltare la natura. Ritorniamo al primo quesito, alla prima domanda. Riscoprire dietro a ciò che fanno tutti, quanto ci dice la natura stessa, che parla in modo diverso da questa abitudine moderna. Ci invita, infatti, al matrimonio per la vita, in una fedeltà per la vita, anche con le sofferenze del crescere insieme nell’amore. Quindi, questi corsi preparatori al matrimonio dovrebbero essere un riparare la voce della natura, del Creatore, in noi, riscoprire dietro a quanto fanno tutti i "ceteri homines", quanto ci dice intimamente il nostro stesso essere. In questa situazione, quindi, fra quanto fanno tutti e quanto dice il nostro essere, i corsi preparatori devono essere un cammino di riscoperta, per reimparare quanto il nostro essere ci dice, aiutare ad arrivare ad una vera decisione per il matrimonio secondo il Creatore e secondo il Redentore. Quindi, questi corsi preparatori per "imparare se stessi", per imparare la vera volontà matrimoniale, sono di grande importanza. Ma non basta la preparazione, le grandi crisi vengono dopo. Quindi, un permanente accompagnare, almeno nei primi dieci anni, è molto importante. Perciò, in parrocchia, bisogna non solo curare i corsi di preparazione, ma la comunione nel cammino dopo, l’accompagnarsi, l’aiutarsi reciprocamente. Che i sacerdoti, ma non solo, anche le famiglie, che hanno già fatto queste esperienze, che conoscono queste sofferenze, queste tentazioni, siano presenti nei momenti di crisi. E’ importante la presenza di una rete di famiglie che si aiutano e diversi movimenti possono recare un grande contributo. La prima parte della mia risposta vede il prevenire, non solo nel senso di preparare, ma di accompagnare, la presenza di una rete di famiglie che aiuti questa situazione moderna, dove tutto parla contro la fedeltà a vita. Bisogna aiutare a trovare, ad imparare anche con sofferenza, questa fedeltà. In caso, tuttavia, di fallimento, che cioè gli sposi non si mostrino capaci di stare alla prima volontà, c’è sempre la questione se fosse realmente una volontà, nel senso del sacramento. E quindi c’è eventualmente il processo per la dichiarazione di nullità. Se era un vero matrimonio e quindi non possono risposarsi, la permanente presenza della Chiesa aiuta queste persone a sopportare un’altra sofferenza. Nel primo caso, abbiamo la sofferenza di superare questa crisi, di imparare una fedeltà sofferta e matura. Nel secondo caso, abbiamo la sofferenza di stare in un vincolo nuovo, che non è quello sacramentale e che non permette quindi la comunione piena nei sacramenti della Chiesa. Qui, sarebbe da insegnare e da imparare a vivere con questa sofferenza. Ritorneremo, a questo punto, nella prima domanda dell’altra diocesi. Dobbiamo generalmente, nella nostra generazione, nella nostra cultura, riscoprire il valore della sofferenza, imparare che la sofferenza può essere una realtà molto positiva, che ci aiuta a maturare, a divenire più noi stessi, più vicini al Signore che ha sofferto per noi e soffre con noi. Anche in questa seconda situazione, quindi, la presenza del sacerdote, delle famiglie, dei movimenti, la comunione personale e comunitaria in queste situazioni, l’aiuto dell’amore del prossimo, un amore molto specifico, è di grandissima importanza. E penso che solo questo amore sentito della Chiesa, che si realizza in un accompagnamento molteplice, possa aiutare queste persone a riconoscersi amate da Cristo, membri della Chiesa anche se in una situazione difficile, e così vivere la fede.

D. – Santità, io mi chiamo don Saverio e quindi la domanda verte certamente sulle missioni. Ricorrono 50 anni quest’anno dell’Enciclica Fidei donum. Accogliendo l’invito del Papa, molti sacerdoti anche della nostra diocesi ed io compreso hanno vissuto, abbiamo vissuto e stanno vivendo l’esperienza della missione ad gentes. Esperienza, questa, senza dubbio straordinaria e che a mio modesto parere potrebbero vivere tanti preti nell’ottica dello scambio tra Chiese sorelle. Data però la riduzione numerica dei sacerdoti nei nostri Paesi, come l’indicazione dell’Enciclica è ancora attuale oggi e con quale spirito accoglierla e viverla sia da parte dei sacerdoti inviati, sia da parte dell’intera diocesi? Grazie.

R. – Grazie. Vorrei anzitutto dire grazie a tutti questi sacerdoti fidei donum e alle diocesi. Adesso ho avuto, come già accennato, tante visite ad Limina sia dei vescovi dell’Asia, che dell’Africa e dell’America Latina e tutti mi chiedono: "Abbiamo tanto bisogno di sacerdoti fidei donum e siamo gratissimi per il lavoro che fanno, rendendo presente, in situazioni spesso difficilissime, la cattolicità della Chiesa, la visibilità del fatto che siamo una grande comunione, universale e c’è un amore del prossimo lontano che diventa prossimo nella situazione del sacerdote fidei donum. Questo grande dono che è stato realmente fatto in questi 50 anni, lo ho sentito e visto quasi in modo palpabile in tutti i miei dialoghi con i sacerdoti, che ci dicono "non pensate che noi africani adesso siamo semplicemente autosufficienti; abbiamo sempre bisogno della visibilità della grande comunione della Chiesa universale". Direi che noi tutti abbiamo bisogno di questa visibilità dell’essere cattolici, di un amore del prossimo che arriva da lontano e trova così il prossimo. Oggi la situazione è cambiata nel senso che anche noi riceviamo in Europa sacerdoti provenienti dall’Africa, dall’America Latina, da altre parti dell’Europa stessa e questo ci permette di vedere la bellezza di questo scambio dei doni, di questo dono dall’uno all’altro, perché tutti abbiamo bisogno di tutti: proprio così cresce il Corpo di Cristo. Per riassumere, vorrei dire che questo dono era ed è un grande dono, percepito come tale nella Chiesa: in tante situazioni che adesso non posso descrivere, in cui vi sono problemi sociali, problemi di sviluppo, problemi di annuncio della fede, problemi di isolamento, di bisogno della presenza di altri, questi sacerdoti sono un dono nel quale le diocesi e le Chiese particolari riconoscono la presenza di Cristo che si dona per noi e riconoscono al contempo che la Comunione eucaristica non è solo comunione soprannaturale, ma diventa comunione concreta in questo donarsi di sacerdoti diocesani, che si fanno presenti in altre diocesi e che la rete delle Chiese particolari diventa così una rete realmente di amore. Grazie a tutti coloro che hanno fatto questo dono. Io posso soltanto incoraggiare i Vescovi ed i sacerdoti a continuare con questo dono. Io so che adesso, con la mancanza di vocazioni, in Europa diventa sempre più difficile fare questo dono; ma abbiamo già l’esperienza che altri continenti, come l’India e l’Africa soprattutto, ci danno anche da parte loro dei sacerdoti. La reciprocità rimane sempre molto importante e proprio l’esperienza che siamo Chiesa inviata al mondo e che tutti conoscono tutti ed amano tutti è molto necessaria ed è anche la forza dell’annuncio. Così diventa visibile che il grano di senape porta frutto e diventa sempre e di nuovo un grande albero in cui gli uccelli del cielo trovano riposo. Grazie e coraggio.

D. – Don Alberto. Santo Padre, i giovani sono il nostro futuro e la nostra speranza: ma alle volte vedono nella vita non un’opportunità, ma una difficoltà; non un dono per sé e per gli altri, ma un qualcosa da consumare subito; non un progetto da costruire, ma un vagare senza meta. La mentalità di oggi impone ai giovani di essere sempre felici e perfetti, con la conseguenza che ogni piccolo fallimento ed ogni minima difficoltà non sono più visti come motivo di crescita, ma come una sconfitta. Tutto questo li porta spesso a gesti irrimediabili come il suicidio, che provocano una lacerazione nel cuore di coloro che li amano e dell’intera società. Cosa può dire a noi educatori che, spesso, ci sentiamo con le mani legate e senza risposte? Grazie

R. – Lei mi sembra che abbia dato una precisa descrizione di una vita nella quale Dio non appare. In un primo momento sembra che non abbiamo bisogno di Dio, anzi che, senza Dio saremmo più liberi e il mondo sarebbe più ampio. Ma dopo un certo tempo, nelle nostre nuove generazioni, si vede cosa succede, quando Dio scompare. Come Nietzsche ha detto "La grande luce si è spenta, il sole si è spento". La vita allora è una cosa occasionale, diventa una cosa e devo cercare di fare il meglio con questa cosa e usare la vita come fosse una cosa per una felicità immediata, toccabile e realizzabile. Ma il grande problema è che se Dio non c’è e non è il Creatore anche della mia vita, in realtà la vita è un semplice pezzo dell’evoluzione, nient’altro, non ha senso di per sé stessa. Ma io devo invece cercare di mettere senso in questo pezzo di essere. Vedo attualmente in Germania, ma anche negli Stati Uniti, un dibattito abbastanza accanito tra il cosiddetto creazionismo e l’evoluzionismo, presentati come fossero alternative che si escludono: chi crede nel Creatore non potrebbe pensare all’evoluzione e chi invece afferma l’evoluzione dovrebbe escludere Dio.

Questa contrapposizione è un’assurdità, perché da una parte ci sono tante prove scientifiche in favore di un’evoluzione che appare come una realtà che dobbiamo vedere e che arricchisce la nostra conoscenza della vita e dell’essere come tale. Ma la dottrina dell’evoluzione non risponde a tutti i quesiti e non risponde soprattutto al grande quesito filosofico: da dove viene tutto? e come il tutto prende un cammino che arriva finalmente all’uomo?

Mi sembra molto importante, questo volevo dire anche a Ratisbona nella mia lezione, che la ragione si apra di più, che veda sì questi dati, ma che veda anche che non sono sufficienti per spiegare tutta la realtà. Non è sufficiente, la nostra ragione è più ampia e può vedere anche che la ragione nostra non è in fondo qualcosa di irrazionale, un prodotto della irrazionalità, ma che la ragione precede tutto, la ragione creatrice, e che noi siamo realmente il riflesso della ragione creatrice. Siamo pensati e voluti e, quindi, c’è una idea che mi precede, un senso che mi precede e che devo scoprire, seguire e che dà finalmente significato alla mia vita. Mi sembra questo il primo punto: scoprire che realmente il mio essere è ragionevole, è pensato, ha un senso e la mia grande missione è scoprire questo senso, viverlo e dare così un nuovo elemento alla grande armonia cosmica pensata dal Creatore. Se è così, allora anche gli elementi di difficoltà diventano momenti di maturità, di processo e di progresso del mio stesso essere, che ha senso dal suo concepimento fino all’ultimo momento di vita. Possiamo conoscere questa realtà del senso precedente a tutti noi, possiamo anche riscoprire il senso della sofferenza e del dolore; certamente c’è un dolore che dobbiamo evitare e che dobbiamo allontanare dal mondo: tanti dolori inutili provocati dalle dittature, dai sistemi sbagliati, dall’odio e dalla violenza. Ma c’è anche nel dolore un senso profondo e solo se possiamo dare senso al dolore e alla sofferenza può maturare la nostra vita.

Direi soprattutto che non è possibile l’amore senza il dolore, perché l’amore implica sempre una rinuncia a me, un lasciare me, un accettare l’altro nella sua alterità, implica un dono di me e, quindi, un uscire da me stesso. Tutto questo è dolore, sofferenza, ma proprio in questa sofferenza del perdermi per l’altro, per l’amato e quindi per Dio, divento grande e la mia vita trova l’amore e nell’amore il suo senso.

Anche l’inscindibilità di amore e dolore, di amore e Dio sono elementi che devono entrare nella coscienza moderna per aiutarci a vivere. In questo senso direi che è importante far scoprire ai giovani Dio, far scoprire loro l’amore vero che proprio nella rinuncia diventa grande e così far scoprire loro anche la bontà interiore della sofferenza, che mi rende più libero e più grande. Naturalmente per aiutare i giovani a trovare questi elementi c’è sempre bisogno di compagnia e di commino, sia la parrocchia o l’Azione Cattolica o un Movimento, solo in compagnia con gli altri possiamo anche scoprire nelle nuove generazioni questa grande dimensione del nostro essere.

D. – Sono don Francesco. Santo Padre, mi ha molto colpito una frase che ha scritto nel suo libro "Gesù di Nazaret": "Ma che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato? La risposta è molto semplice: ‘Dio. Ha portato Dio’". Fin qui la citazione che trovo di una chiarezza e di una verità disarmanti. La domanda è questa: si parla di nuova evangelizzazione, di nuovo annuncio del Vangelo - questa è stata anche la scelta principale del Sinodo della nostra diocesi di Belluno-Feltre – ma cosa fare perché questo Dio, unica ricchezza portata da Gesù e che spesso appare a tanti come avvolto nella nebbia, possa risplendere ancora fra le nostre case e possa essere acqua che disseta anche i tanti che sembrano non avere più sete? Grazie.

R. – Grazie. Domanda fondamentale. La domanda fondamentale del nostro lavoro pastorale è come portare Dio al mondo, ai nostri contemporanei. Evidentemente questo portare Dio è una cosa multidimensionale: già nell’annuncio, nella vita e nella morte di Gesù, vediamo come si sviluppa in tante dimensioni questo Unico. Mi sembra che dobbiamo sempre tenere le due cose: da una parte l’annuncio cristiano, il cristianesimo non è un pacchetto complicatissimo di tanti dogmi, così che nessuno può conoscerli tutti; non è cosa solo per accademici, che possono studiare queste cose, ma è cosa semplice: Dio c’è e Dio è vicino in Gesù Cristo. Così Gesù Cristo stesso ha detto, riassumendo, è arrivato il Regno di Dio. Questo annunciamo. Una cosa, in fondo, semplice. Tutte le dimensioni che poi si mostrano sono dimensioni dell’unica cosa e non tutti devono conoscere tutto, ma certamente devono entrare nell’intimo e nell’essenziale, così si aprono con una sempre crescente gioia anche le diverse dimensioni. Ma adesso come fare in concreto? Mi sembra che, parlando del lavoro pastorale oggi, ne abbiamo già toccato i punti essenziali. Ma per continuare in questo senso, portare Dio implica soprattutto - da una parte - l’amore e - dall’altra - la speranza e la fede. Quindi la dimensione della vita vissuta, la migliore testimonianza per Cristo, il miglior annuncio è sempre la vita di veri cristiani. Se vediamo famiglie nutrite dalla fede come vivono nella gioia, come vivono anche la sofferenza in una profonda e fondamentale gioia, come aiutano gli altri, amando Dio e il prossimo, mi sembra che questo sia oggi l’annuncio più bello. Anche per me l’annuncio più confortante è sempre quello di vedere le famiglie cattoliche o le personalità cattoliche che sono penetrate dalla fede: risplende in loro realmente la presenza di Dio e arriva questa "acqua viva" della quale Lei ha parlato. Quindi l’annuncio fondamentale è proprio quello della vita stessa dei cristiani. Naturalmente c’è poi l’annuncio della Parola. Dobbiamo fare tutto perché la Parola sia ascoltata, sia conosciuta. Oggi ci sono tante scuole della Parola e del colloquio con Dio nella Sacra Scrittura, colloquio che diventa necessariamente anche preghiera, perché uno studio puramente teorico della Sacra Scrittura è un ascolto solo intellettuale e non sarebbe un vero e sufficiente incontro con la Parola di Dio. Se è vero che nella Scrittura e nella Parola di Dio è il Signore Dio Vivente che parla con noi, provoca la risposta e la preghiera, allora le scuole della Scrittura devono essere anche scuole della preghiera, del dialogo con Dio, dell’avvicinarsi intimamente a Dio. Quindi, tutto l’annuncio. Poi naturalmente direi i Sacramenti. Con Dio vengono sempre anche tutti i Santi. E’ importante – questo ci dice la Sacra Scrittura sin dall’inizio – Dio non viene mai da solo, ma viene accompagnato e circondato dagli Angeli e dai Santi. Nella grande vetrata di San Pietro che raffigura lo Spirito Santo mi piace tanto il fatto che Dio è circondato da una folla di angeli e di esseri viventi, che sono espressione e emanazione – per così dire – dell’amore di Dio. Con Dio, con Cristo, con l’uomo che è Dio e con Dio che è uomo, arriva la Madonna. Questo è molto importante. Dio, il Signore, ha una Madre e nella Madre riconosciamo realmente la bontà materna di Dio. La Madonna, la Madre di Dio, è l’ausilio dei cristiani, è la nostra permanente consolazione, è il nostro grande aiuto. Questo lo vedo anche nel dialogo con i vescovi del mondo, dell’Africa ed ultimamente anche dell’America Latina, che l’amore per la Madonna è la grande forza della cattolicità. Nella Madonna riconosciamo tutta la tenerezza di Dio e, quindi, coltivare e vivere questo gioioso amore della Madonna, di Maria, è un dono della cattolicità molto grande. E poi ci sono i Santi, ogni luogo ha il suo Santo. Questo va bene così, perché così vediamo i molteplici colori dell’unica luce di Dio e del suo amore, che si avvicina a noi. Scoprire i Santi nella loro bellezza, nel loro avvicinarsi nella Parola a me, poiché in un determinato Santo, posso trovare tradotta proprio per me la Parola inesauribile di Dio. E poi tutti gli aspetti della vita parrocchiale, anche quelli umani. Non dobbiamo essere sempre nelle nuvole, nelle altissime nuvole del Mistero, dobbiamo essere anche con i piedi per terra e vivere insieme la gioia di essere una grande famiglia: la piccola grande famiglia della parrocchia; la grande famiglia della diocesi, la grande famiglia della Chiesa universale. A Roma posso vedere tutto questo, posso vedere come persone provenienti da tutte le parti della terra e che non si conoscono, in realtà si conoscono, perché sono tutti parte della famiglia di Dio, sono vicini perché hanno tutto: l’amore del Signore, l’amore della Madonna, l’amore dei Santi, la successione apostolica e il successore di Pietro, i vescovi. Direi che questa gioia della cattolicità, con i suoi molteplici colori, è anche la gioia della bellezza. Abbiamo qui la bellezza di un bell’organo; la bellezza di una bellissima chiesa, la bellezza cresciuta nella Chiesa. Mi sembra una meravigliosa testimonianza della presenza e della verità di Dio. La Verità si esprime nella bellezza e dobbiamo essere grati per questa bellezza e cercare di fare tutto il possibile perché rimanga presente, si sviluppi e cresca ancora. Così mi sembra che arrivi Dio, in modo molto concreto, in mezzo a noi.

D. – Sono don Lorenzo, parroco. Santo Padre, dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa: che siano specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Non sono parole mie, ma di Sua Santità in un intervento al clero. Il mio padre spirituale in seminario, durante quelle faticosissime sedute di direzione spirituale, mi diceva: "Lorenzino, umanamente ci siamo, ma…." e quando diceva "ma" intendeva dire che a me piaceva più giocare al pallone che fare l’adorazione eucaristica. E questo non faceva bene alla mia vocazione, che non era bello contestare le lezioni di morale e di diritto, perché i professori ne sapevano più di me. E con quel "ma" chissà cos’altro voleva intendere. Ora lo penso in cielo e gli dico comunque qualche requiem. Malgrado tutto ciò, sono 34 anni che sono prete e ne sono anche felice: miracoli non ne ho fatti, disastri conosciuti nemmeno, sconosciuti forse. "Umanamente ci siamo", per me è un grande complimento. Ma avvicinare l’uomo a Dio e Dio all’uomo non passa soprattutto attraverso quanto chiamiamo umanità che è irrinunciabile, anche per noi preti?

R. – Grazie.

Direi semplicemente sì a quanto Lei ha detto alla fine. Il cattolicesimo, un po’ semplicisticamente, è stato sempre considerato la religione del grande et et: non di grandi esclusivismi, ma della sintesi. Cattolico vuole dire proprio "sintesi". Perciò sarei contro una alternativa o giocare al pallone o studiare la Sacra Scrittura o il Diritto Canonico. Facciamo ambedue le cose. E’ bello fare lo sport, io non sono un grande sportivo, ma magari andare in montagna mi piaceva quando ero ancora più giovane, adesso faccio solo camminate molto facili, ma sempre trovo molto bello camminare qui in questa bella terra che il Signore ci ha dato. Quindi non possiamo sempre vivere nella meditazione alta, forse un Santo nell’ultimo gradino del suo cammino terrestre può arrivare a questo punto, ma normalmente viviamo con i piedi per terra e gli occhi verso il cielo. Ambedue le cose ci sono date dal Signore e quindi amare le cose umane, amare le bellezze della sua terra non solo è molto umano, ma è anche molto cristiano e proprio cattolico.

Direi che – e mi sembra di averlo già accennato prima – ad una pastorale buona e realmente cattolica appartiene anche questo aspetto: vivere nell’et et; vivere l’umanità e l’umanesimo dell’uomo, tutti i doni che il Signore ci ha dato e che abbiamo sviluppato e, nello stesso tempo, non dimenticare Dio, perché alla fine la luce grande viene da Dio e soltanto da Lui viene poi la luce che dà gioia a tutti questi aspetti delle cose che ci sono. Quindi vorrei semplicemente impegnarmi per la grande sintesi cattolica, per questo "et et"; essere veramente uomo ed ognuno secondo i suoi doni e secondo il suo carisma amare la terra e le belle cose che il Signore ci ha dato, ma essere anche grati perché sulla terra splende la luce di Dio, che dà splendore e bellezza a tutto il resto. Viviamo in questo senso gioiosamente la cattolicità. Questa sarebbe la mia risposta.

(Applausi)

D. – Mi chiamo don Arnaldo. Santo Padre, esigenze pastorali e di ministero, oltre al diminuito numero di sacerdoti, sollecitano i nostri vescovi a rivedere la distribuzione del clero, spesso accumulando impegni e più parrocchie nella stessa persona. Ciò tocca la sensibilità di tante comunità di battezzati e la disponibilità di noi sacerdoti a vivere insieme – preti e laici – il ministero pastorale. Come vivere questo cambiamento di organizzazione pastorale, privilegiando la spiritualità del buon Pastore? Grazie, Santità…

R. – Sì, ritorniamo a questa questione delle priorità pastorali e come oggi fare il parroco. Poco tempo fa, un Vescovo francese, che era religioso e quindi non è stato mai parroco, mi ha detto: "Santità, vorrei che Lei mi chiarisse che cosa è un parroco. Noi in Francia abbiamo queste grandi unità pastorali con 5-6-7 parrocchie e il parroco diventa un coordinatore di organismi, di lavori diversi", ma gli sembrava che, essendo talmente occupato con il coordinamento di questi diversi enti con i quali ha da fare, non avesse più la possibilità dell’incontro personale con le sue pecorelle e lui, essendo Vescovo e quindi un grande parroco, si domandava se questo sistema è giusto o se non dovremmo ritrovare una possibilità affinché il parroco sia realmente parroco e quindi pastore del suo gregge. Naturalmente non potevo immediatamente dare una ricetta per risolvere questa situazione della Francia, ma il problema si pone in generale, che il parroco nonostante nuove situazioni e nuove forme di responsabilità non perda la vicinanza con la gente, l’essere realmente in persona il pastore di questo gregge affidatogli dal Signore. Le situazioni sono diverse: penso ai vescovi nelle loro diocesi con situazioni molto diverse; essi devono vedere bene come assicurare che il parroco rimanga pastore e non diventi un burocrate sacro. In ogni caso mi sembra che una prima opportunità nella quale possiamo essere presenti alle persone affidateci sia proprio la vita sacramentale: nell’Eucaristia siamo insieme e possiamo e dobbiamo incontrarci; il Sacramento della penitenza e della riconciliazione è un incontro personalissimo; così come lo è il Battesimo che è un incontro personale e non solo il momento del conferimento del Sacramento. Questi Sacramenti direi che hanno tutti un contesto: battezzare vuole dire prima catechizzare un po’ questa giovane famiglia, parlare con loro così che il Battesimo sia anche un incontro personale ed un’occasione per una catechesi molto concreta. Così come la preparazione alla Prima Comunione, alla Cresima e al Matrimonio sono sempre occasioni dove realmente il parroco, il sacerdote, in persona incontra le persone; è il predicatore ed è l’amministratore dei Sacramenti in un senso che implica sempre la dimensione umana. Il Sacramento non è mai soltanto un atto rituale, ma l’atto rituale e sacramentale è il condensamento di un contesto umano nel quale si muove il sacerdote, il parroco.
Mi sembra poi molto importante trovare dei sistemi giusti di delega. Non è giusto che il parroco debba fare solo il coordinatore di organismi; egli deve piuttosto delegare in modi diversi e certamente nei Sinodi – e qui in diocesi avete avuto il Sinodo – si trova il modo per poter liberare sufficientemente il parroco, affinché da una parte conservi la responsabilità di questa totalità dell’unità pastorale affidatagli, ma non si riduca sostanzialmente e soprattutto il burocrate che coordina, ma uno che tiene in mano i fili essenziali, ma ha poi dei collaboratori. Mi sembra che questo sia uno dei risultati importanti e positivi del Concilio: la corresponsabilità di tutta la parrocchia: non è più soltanto il parroco che deve vivificare tutto, ma, poiché tutti siamo parrocchia, tutti dobbiamo collaborare ed aiutare, affinché il parroco non rimanga isolato sopra come coordinatore, ma si trovi realmente come pastore affiancato in questi lavori comuni nei quali, insieme, si realizza e si vive la parrocchia. Direi quindi che - da una parte - questo coordinamento e questa responsabilità vitale di tutta la parrocchia e – dall’altra parte – la vita sacramentale e di annuncio come centro della vita parrocchiale potrebbero consentire anche oggi, in circostanze certamente più difficili, di essere il parroco che non conosce forse tutti per nome, come il Signore ci dice del Buon Pastore, ma conosce realmente le sue pecorelle ed è realmente il pastore che le chiama e che le guida.

D. – Io ho l’ultima domanda e sarei molto tentato di metterla via, perché si tratta di una domanda piccola e dopo nove volte che vostra Santità ha saputo trovare la strada per parlarci di Dio e portarci molto molto in alto, mi pare quasi banale e povero quello che sto per chiederle, ma ormai lo faccio. Si tratta di una parola per quelli della mia generazione, per noi che ci siamo preparati durante gli anni del Concilio, poi siamo partiti con entusiasmo e forse anche con la pretesa di cambiare il mondo, abbiamo anche lavorato tanto ed oggi siamo un po’ in difficoltà, perché stanchi, perché non si sono realizzati molti sogni ed anche perché ci sentiamo un po’ isolati. I più anziani ci dicono "Vedete che avevamo ragione noi ad essere più prudenti" ed i giovani qualche volta ci trattano da "nostalgici del Concilio". La nostra domanda è questa: "Possiamo ancora portare un dono alla nostra Chiesa, specialmente con quell’attaccamento alla gente che ci sembra ci abbia contraddistinto? Ci aiuti a riprendere speranza e serenità….

R. – Grazie, è una domanda importante e che io conosco molto bene. Anch’io ho vissuto i tempi del Concilio, essendo nella Basilica di San Pietro con grande entusiasmo e vedendo come si aprivano nuove porte e pareva realmente essere la nuova Pentecoste, dove la Chiesa poteva nuovamente convincere l’umanità, dopo l’allontanamento del mondo dalla Chiesa nell’Ottocento e nel Novecento, sembrava si rincontrassero di nuovo Chiesa e mondo e che rinascesse nuovamente un mondo cristiano ed una Chiesa del mondo e veramente aperta al mondo. Abbiamo tanto sperato, ma le cose in realtà si sono rivelate più difficili. Tuttavia rimane la grande eredità del Concilio, che ha aperto una strada nuova, è sempre una magna charta del cammino della Chiesa, molto essenziale e fondamentale.

Ma perché è andata così? Prima vorrei forse cominciare con un’osservazione storica. I tempi di un post-Concilio sono quasi sempre molto difficili. Dopo il grande Concilio di Nicea - che per noi è realmente il fondamento della nostra fede, di fatto noi confessiamo la fede formulata a Nicea – non è nata una situazione di riconciliazione e di unità come aveva sperato Costantino, promotore di tale grande Concilio, ma una situazione realmente caotica di lite di tutti contro tutti.

San Basilio nel suo libro sullo Spirito Santo paragona la situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea ad una battaglia navale di notte dove nessuno più conosce l’altro, ma tutti sono contro tutti.

Era realmente una situazione di caos totale: così descrive con colori forti il dramma del dopo Concilio, del dopo Nicea, San Basilio. Poi 50 anni dopo, per il Concilio primo di Costantinopoli, l’imperatore invita San Gregorio Nazianzeno a partecipare al Concilio e San Gregorio Nazianzeno risponde: No, non vengo, perché io conosco queste cose, so che da tutti i Concili nasce solo confusione e battaglia, quindi non vengo. E non è andato. Quindi non è adesso, in retrospettiva, una sorpresa così grande come era nel primo momento per noi tutti digerire il Concilio, questo grande messaggio. Immetterlo nella vita della Chiesa, riceverlo, così che diventi vita della Chiesa, assimilarlo nelle diverse realtà della Chiesa, è una sofferenza, e solo nella sofferenza si realizza anche la crescita. Crescere è sempre anche soffrire, perché è uscire da uno stato e passare ad un altro. E nel concreto del dopo-Concilio dobbiamo constatare che vi sono due grandi cesure storiche.

Nel dopo-Concilio, la cesura del ‘68, l’inizio o l’esplosione - oserei dire - della grande crisi culturale dell’Occidente. Era finita la generazione del dopoguerra, una generazione che dopo tutte le distruzioni e vedendo l’orrore della guerra, del combattersi e constatando il dramma delle queste grandi ideologie che avevano realmente condotto le persone verso il baratro della guerra, avevamo riscoperto le radici cristiane dell’Europa e avevamo cominciato a ricostruire l’Europa con queste ispirazioni grandi.

Ma finita questa generazione si vedevano anche tutti i fallimenti, le lacune di questa ricostruzione, la grande miseria nel mondo e così comincia, esplode la crisi della cultura occidentale, direi una rivoluzione culturale che vuole cambiare radicalmente. Dice: non abbiamo creato, in duemila anni di cristianesimo, il mondo migliore. Dobbiamo ricominciare da zero in modo assolutamente nuovo; il marxismo sembra la ricetta scientifica per creare finalmente il nuovo mondo. E in questo – diciamo – grave, grande scontro tra la nuova, sana modernità voluta dal Concilio e la crisi della modernità, diventa tutto difficile come dopo il primo Concilio di Nicea. Una parte era del parere che questa rivoluzione culturale era quanto aveva voluto il Concilio, identificava questa nuova rivoluzione culturale marxista con la volontà del Concilio; diceva: questo è il Concilio.

Nella lettera i testi sono ancora un po’ antiquati, ma dietro le parole scritte sta questo spirito, questo è la volontà del Concilio, così dobbiamo fare. E dall’altra parte, naturalmente, la reazione: così distruggete la Chiesa. La reazione – diciamo – assoluta contro il Concilio, la anti-conciliarità e – diciamo – la timida, umile ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio.

E come dice un proverbio "Se cade un albero fa grande rumore, se cresce una selva non si sente niente perché si sviluppa un processo senza rumore" e quindi durante questi grandi rumori del progressismo sbagliato, dell’anti-conciliarismo cresce molto silenziosamente, con tante sofferenze e anche con tante perdite nella costruzione di un nuovo passaggio culturale, il cammino della Chiesa. E poi la seconda cesura nell’89. Il crollo dei regimi comunisti, ma la risposta non fu il ritorno alla fede, come si poteva forse aspettare, non fu la riscoperta che proprio la Chiesa con il Concilio autentico aveva dato la risposta. La risposta fu invece lo scetticismo totale, la cosiddetta post-modernità. Niente è vero, ognuno deve vedere come vivere, si afferma un materialismo, uno scetticismo pseudo-razionalista cieco che finisce nella droga, finisce in tutti questi problemi che conosciamo e di nuovo chiude le strade alla fede, perché è così semplice, così evidente. No, non c’è nulla di vero. La verità è intollerante, non possiamo prendere questa strada.
Ecco: in questi contesti di due rotture culturali, la prima, la rivoluzione culturale del ’68, la seconda, la caduta potremmo dire nel nichilismo dopo l’89, la Chiesa con umiltà, tra le passioni del mondo e la gloria del Signore, prende la sua strada. Su questa strada dobbiamo crescere con pazienza e dobbiamo adesso in un modo nuovo imparare che cosa vuol dire rinunciare al trionfalismo. Il Concilio aveva detto di rinunciare al trionfalismo – e aveva pensato al barocco, a tutte queste grandi culture della Chiesa. Si disse: cominciamo in modo moderno, nuovo. Ma era cresciuto un altro trionfalismo, quello di pensare: noi adesso facciamo le cose, noi abbiamo trovato la strada e troviamo su di essa il mondo nuovo. Ma l’umiltà della Croce, del Crocifisso esclude proprio anche questo trionfalismo, dobbiamo rinunciare al trionfalismo secondo cui adesso nasce realmente la grande Chiesa del futuro. La Chiesa di Cristo è sempre umile e proprio così è grande e gioiosa. Mi sembra molto importante che adesso possiamo vedere con occhi aperti quanto è anche cresciuto di positivo nel dopo Concilio: nel rinnovamento della liturgia, nei Sinodi, Sinodi romani, Sinodi universali, Sinodi diocesani, nelle strutture parrocchiali, nella collaborazione, nella nuova responsabilità dei laici, nella grande corresponsabilità interculturale e intercontinentale, in una nuova esperienza della cattolicità della Chiesa, dell’unanimità che cresce in umiltà e tuttavia è la vera speranza del mondo. E così dobbiamo, mi sembra, riscoprire la grande eredità del Concilio che non è uno spirito ricostruito dietro i testi, ma sono proprio i grandi testi conciliari riletti adesso con le esperienze che abbiamo avuto e che hanno portato frutto in tanti movimenti, tante nuove comunità religiose. In Brasile sono arrivato sapendo come si espandono le sette e come sembra un po’ sclerotizzata la Chiesa cattolica; ma una volta arrivato ho visto che quasi ogni giorno in Brasile nasce una nuova comunità religiosa, nasce un nuovo movimento, non solo crescono le sette. Cresce la Chiesa con nuove realtà piene di vitalità, non così da riempire le statistiche - questa è una speranza falsa, la statistica non è la nostra divinità - ma crescono negli animi e creano la gioia della fede, creano presenza del Vangelo, creano così anche vero sviluppo del mondo e della società. Quindi mi sembra che dobbiamo combinare la grande umiltà del Crocifisso, di una Chiesa che è sempre umile e sempre contrastata dai grandi poteri economici, militari ecc., ma dobbiamo imparare insieme con questa umiltà anche il vero trionfalismo della cattolicità che cresce in tutti i secoli. Cresce anche oggi la presenza del Crocifisso risorto, che ha e conserva le sue ferite; è ferito, ma proprio così rinnova il mondo, dà il suo soffio che rinnova anche la Chiesa nonostante tutta la nostra povertà. E direi, in questo insieme di umiltà della Croce e di gioia del Signore risorto, che nel Concilio ci ha dato un grande indicatore di strada, possiamo andare avanti gioiosamente e pieni di speranza.

© Copyright Libreria Editrice Vaticana 2007


Sihaya.b16247
Wednesday, July 25, 2007 11:48 PM
Da Petrus
Vigo di Cadore, il Papa visita la Chiesa di Sant'Orsola: "Non sia solo un museo ma anche un luogo di culto"



LORENZAGO DI CADORE - ''Questi affreschi sono molto belli. Sono cose meravigliose. Ma e' bene che questa chiesa non sia solo un museo, bensi' anche un luogo di culto''. Era un Papa davvero ammirato quello che ha sostato davanti agli affreschi della chiesa di Sant'Orsola, a Vigo di Cadore, visitata nel corso di un'uscita pomeridiana dalla villetta di Lorenzago che lo ha portato prima a percorrere a piedi la strada di Lavinai, lungo la via verso Casera Razzo, e poi a fare fermare il corteo delle auto presso la minuscola chiesetta risalente ai secoli tra il XIV e il XVII, un vero tesoro artistico. Il Papa dapprima ha pregato insieme al segretario Monsignor Georg Gaenswein e al parroco don Andrea Constantini. Poi ha voluto godere a fondo della bellezza della minuscola chiesa dedicata alla santa patrona di Colonia. ''Questi affreschi sono un gioiello - ha detto al parroco -. Ma qui viene celebrata la messa? E' importante che non sia solo un museo ma un luogo dedicato alla fede''. Don Andrea ha assicurato che la messa viene officiata ogni lunedi'. ''E lei e' mai stato a Colonia?'', gli ha chiesto il Pontefice. ''No - ha risposto don Andrea -. Bisognerebbe organizzare un pellegrinaggio''. Fuori dalla piccola chiesa si era radunato un centinaio di persone, che all'uscita Benedetto XVI ha salutato calorosamente, stringendo le mani, accarezzando la testa ai bambini e baciandoli, manifestando un visibile affetto, pienamente ricambiato dai fedeli. Un gruppo di bambini cantava delle canzoni in coro. Alla fine il Papa e' risalito in macchina ed e' ripartito verso Lorenzago. L'uscita e' durata in tutto circa un'ora e un quarto. La cappella di Sant'Orsola di Vigo di Cadore, a pochi chilometri da Lorenzago, si presenta come un'aula rettangolare con cripta, con una volta in muratura a botte ogivale, un tetto bifalde con incastellatura lignea a ripidi spioventi e un profondo sporto per proteggere la facciata, un campaniletto a vela con bifora. Sul lato nord presenta l'aggiunta di una cappellina e della sagrestia. All'interno un ciclo di affreschi di autore ignoto racconta la leggenda di Sant'Orsola. Voluta dal ricco Ainardo come cappella funeraria, appare gia' edificata nel 1345. Gli affreschi sembrano opera di un solo pittore veneto, attivo nella meta' del XIV secolo. In precedenza il Papa, lungo la stradina di Lavinai che porta verso il torrente Piova, aveva incrociato alcuni passanti, molto sorpresi dell'incontro. ''alcuno se lo aspettava'', hanno detto due donne, le signore Michela e Donatella, che portavano due bambini col passeggino, Mirko e Chiara. Il Pontefice ha benedetto i bimbi e ha augurato buona giornata alle due donne alle quali sono stati consegnati dei rosari. ''Buone ferie e buona passeggiata'', hanno risposto loro al Santo Padre che continuava la sua breve escursione a piedi. ''Proprio un bell'incontro - hanno commentato -. Prima di incontrare lui avevamo visto due signori fermi alla baita che ci hanno anticipato: oggi forse avrete una giornata fortunata. Poi abbiamo capito perchè''. Quando e' tornato a Lorenzago, mentre due ali di gente lo aspettavano ai lati della strada, il Papa non e' sceso dall'auto, ma la sua vettura si e' fermata tre volte. Benedetto XVI ha ricevuto in dono un vaso di fiori (ciclamini, genziane e stelle alpine), ha baciato dal finestrino una bambina che era stata sollevata verso di lui dalla nonna, mentre anche quest'ultima cominciava a piangere per l'emozione. La gente ha continuato ad augurargli ''buone vacanze'', in un clima di grande entusiasmo.
Sihaya.b16247
Thursday, July 26, 2007 10:51 PM
Da Avvenire

IL PAPA SI CONGEDA DALLE DOLOMITI,
DOMANI SARA' A CASTEL GANDOLFO

"Cari amici, alla fine di queste due settimane trascorse qui nella bella terra dolomitica, posso soltanto dire con tutto il mio cuore grazie a tutti voi, ad ognuno, per il vostro servizio e il vostro impegno. La vostra presenza silenziosa, discreta e competente, di giorno e di notte, mi ha donato lo spazio per un tempo di riposo indimenticabile, riposo del corpo e dell'anima". Con queste parole papa Benedetto XVI si è congedato questa mattina dalle autorità civili del Cadore, a termine di un periodo di vacanza a Lorenzago, iniziato lo scorso 9 luglio.



+PetaloNero+
Saturday, July 28, 2007 1:02 AM
Da Petrus




Terminato il periodo di riposo nel Cadore, il Santo Padre ha raggiunto Castel Gandolfo
CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa, concluso il periodo di vacanza trascorso tra le Dolomiti del Cadore, e' rientrato a Roma. L'aereo papale, un Falcon 900 dell'Aeronautica militare, e' atterrato alle 18.45 sulla pista dell'aeroporto militare di Ciampino. Sorridente, abbronzato, il Papa e' apparso cosi' sulla scaletta dell'aereo non appena si e' aperto il portellone del Falcon 900 dell'Aeronautica militare che lo ha riportato a Roma da Istrana-Treviso. Salutato sottobordo dal Segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone, e da alti prelati, Papa Benedetto XVI e' quindi salito su un'auto della Citta' del Vaticano con la quale, sotto nutrita scorta, ha poi lasciato alle 18.55 l'aeroporto di Ciampino diretto a Castel Gandolfo. L'elicottero con a bordo Benedetto XVI era decollato alle 17.00 da Lorenzago di Cadore per dirigersi all'aeroporto di Istrana-Treviso, da dove poi era partito l'aereo che lo ha riportato a Roma. Prima di salire in auto al Castello di Mirabello per dirigersi verso il campo di partenza dell'elicottero, il Pontefice ha salutato brevemente le decine di fedeli, tra cui anche gruppi di ragazzi dei campi-scuola, che si erano riuniti e che lo acclamavano gridando ''Benedetto, Benedetto''. Insieme a lui c'erano vari prelati, tra cui i vescovi di Belluno-Feltre, Monsignor Giuseppe Andrich, e di Treviso, Monsignor Andrea Bruno Mazzocato. Altre persone si erano radunate nel centro di Lorenzago, ai lati della strada, dove campeggiavano anche striscioni con le scritte ''Grazie Santo Padre'' e ''Ritorni, la aspettiamo''. Intanto, al passaggio del Papa, le campane del paese suonavano a festa. Prima di partire, il Papa ha definito ''bello, molto bello'' il suo soggiorno tra le Dolomiti del Cadore. Non si e' comunque sbilanciato sulla possibilita' di tornare il prossimo anno. ''Vedremo'', ha risposto a Marco Dambros, factotum del piccolo sito espositivo dedicato ai soggiorni di Papa Wojtyla, che, consegnandogli una medaglia del Museo, gli chiedeva di un suo possibile ritorno a Lorenzago. Il Papa (foto) si è affacciato dal balcone del Palazzo Apostolico ed ha salutato la folla di fedeli che lo attendeva. Benedetto XVI si è detto grato per essere di nuovo a Castel Gandolfo ed ha augurato a tutti buone vacanze esprimendo l'auspicio che siano meno calde di questi giorni.
+PetaloNero+
Saturday, July 28, 2007 3:08 PM
DA PETRUS



Le vacanze di lavoro del Papa nella quiete di Castelgandolfo
di Angela Ambrogetti
CITTA’ DEL VATICANO – Finiscono le vacanze di lavoro nelle dolomiti del Papa e iniziano quelle a Castelgandolfo. Nella residenza estiva dei Pontefici si riprende quindi il lavoro, anche se con ritmi più quieti. Finiscono le passeggiate montane del tardo pomeriggio e riprendono quelle più consuete nei giardini delle Ville Pontificie. Forse, come lo scorso anno, ci sarà qualche piccola gita nei Santuari del Lazio. Benedetto XVI continuerà a suonare il piano nel primo pomeriggio, ascoltato a distanza da tutti gli altri abitanti del palazzo. Poi lo studio, la preghiera e qualche udienza. Il segretario particolare don Georg per qualche giorno lascerà il posto a don Mietek. Gaenswein torna in famiglia in Germania per le ferie, come ogni anno. C’è tanta gente che lo aspetta nel suo paese natale nella Foresta Nera. Tutti chiedono e vogliono sapere notizie del Papa, e don Georg risponde sempre con una assoluta e quasi protettiva discrezione. Per don Mietek, il segretario polacco, sono invece giorni di “fine mandato”. A settembre sarà infatti ordinato vescovo, forse proprio dal Papa. La vita di Castelgandolfo piace molto a Ratzinger, che ama i ritmi tranquilli e le piccole folle affettuose del paese che conosce i vantaggi e gli obblighi della convivenza con i Pontefici. Lo si vedrà il 15 agosto nella messa che il Papa celebra in parrocchia alle 8 di mattina. Ci sarà, forse, come gli altri anni, il fratello di Benedetto. Quando sono insieme, per i due Ratzinger è sempre festa. Ci saranno gli incontri con la gente delle Ville, con le Guardie Svizzere, 17 per tradizione, che custodiscono la sicurezza del Papa, con qualche gruppo che offre piccoli concerti. E chi sa, magari qualche intervista speciale in vista dei prossimi impegni pubblici. Agosto a Castelgandolfo è un mese caldo e quieto. Poi settembre si apre con i due grandi impegni del Papa con i giovani a Loreto e con gli austriaci a Mariazell, ma ci sono anche gli incontri fissi della vita del professor Ratzinger, come ad esempio lo Schulerkreis con gli ex allievi. Le vacanze non sono del tutto finite per Papa Benedetto. Perché lui “si distende leggendo, scrivendo e lavorando”, dice don Georg. Un insegnamento per tutti. Possiamo sempre essere “in vacanza” se sappiamo assaporare la completezza della vita che Dio ci ha dato da vivere. Anche se con un po’ di fatica.
emma3
Sunday, July 29, 2007 3:36 PM
l'Angelus di oggi, domenica 29 luglio 2007



Cari fratelli e sorelle!

Rientrato l’altro ieri da Lorenzago, sono lieto di trovarmi nuovamente qui, a Castel Gandolfo, nell’ambiente familiare di questa bella cittadina, dove conto di fermarmi, a Dio piacendo, per il resto del periodo estivo. Sento il vivo desiderio di ringraziare ancora una volta il Signore per aver potuto trascorrere giorni sereni tra le montagne del Cadore, e sono riconoscente a tutti coloro che hanno organizzato efficacemente questo mio soggiorno e vegliato con cura su di esso. Con uguale affetto vorrei salutare ed esprimere i miei grati sentimenti a voi, cari pellegrini, e soprattutto a voi, cari abitanti di Castel Gandolfo, che mi avete accolto con la vostra tipica cordialità e mi accompagnate sempre con discrezione durante il tempo che trascorro tra voi.

Domenica scorsa, ricordando la "Nota" che il 1° agosto di 90 anni fa il Papa Benedetto XV indirizzò ai Paesi belligeranti nella prima guerra mondiale, mi sono soffermato sul tema della pace. Ora una nuova occasione mi invita a riflettere su un altro importante argomento connesso con tale tema. Proprio oggi, infatti, ricorre il 50° anniversario dell’entrata in vigore dello Statuto dell’A.I.E.A., l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, istituita con il mandato di "sollecitare ed accrescere il contributo dell’energia atomica alle cause della pace, della salute e della prosperità in tutto il mondo" (art. II dello Statuto). La Santa Sede, approvando pienamente le finalità di tale Organismo, ne è membro fin dalla sua fondazione e continua a sostenerne l’attività. I cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi 50 anni evidenziano come, nel difficile crocevia in cui l’umanità si trova, sia sempre più attuale e urgente l’impegno di incoraggiare la non proliferazione di armi nucleari, promuovere un progressivo e concordato disarmo nucleare e favorire l’uso pacifico e sicuro della tecnologia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell’ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate. Auspico pertanto che vadano a buon fine gli sforzi di coloro che lavorano per perseguire con determinazione questi tre obiettivi, nell’intento di far sì che "le risorse in tal modo risparmiate possano essere impiegate in progetti di sviluppo a vantaggio di tutti gli abitanti e, in primo luogo, dei più poveri" (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2006, n. 13). E’ bene infatti ribadire anche in questa occasione come "alla corsa agli armamenti si deve sostituire uno sforzo comune per mobilitare le risorse verso obiettivi di sviluppo morale, culturale ed economico, ridefinendo le priorità e le scale di valori" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2438).

Affidiamo nuovamente all’intercessione di Maria Santissima la nostra preghiera per la pace, in particolare affinché le conoscenze scientifiche e tecniche vengano sempre applicate con senso di responsabilità e per il bene comune, nel pieno rispetto del diritto internazionale. Preghiamo perché gli uomini vivano in pace, e si sentano tutti fratelli, figli di un unico Padre: Dio.


+PetaloNero+
Wednesday, August 01, 2007 3:13 PM
Da Petrus...



Udienza Generale, il Papa prende spunto da San Basilio: "Non bisogna possedere più del prossimo"
CITTA’ DEL VATICANO - ''Il cristiano, vivendo in conformita' al Vangelo, riconosce che gli uomini sono tutti fratelli tra di loro, e che la vita e' una amministrazione dei beni ricevuti da Dio''. Pertanto, ''non si deve possedere di piu' di quanto possiede il prossimo''. Sono principi che Benedetto XVI ha tratto nel corso dell'udienza generale nell'Aula Paolo VI, dall'insegnamento di San Basilio, uno dei padri della Chiesa cui dedica le sue catechesi del mercoledi', vescovo vissuto nell'attuale Turchia nel quarto secolo. Dei doni di Dio, ha aggiunto il Papa, ''ognuno e' responsabile di fronte agli altri, e chi e' ricco deve essere come un esecutore degli ordini di Dio benefattore. Tutti dobbiamo aiutarci - ha proseguito - e cooperare come le membra di un corpo''. Benedetto XVI ha ricordato le parole ''forti e coraggiose'' che Basilio pronunciava nelle sue omelie a proposito del comandamento di Dio ''ama il prossimo tuo come te stesso''. ''Non deve possedere niente di piu' di quello che possiede il suo prossimo - ha sottolineato il Papa, citando il santo vescovo del quarto secolo -. In tempo di carestia, con parole appassionate, esortava i fedeli a non mostrarsi piu' crudeli delle bestie appropriandosi di cio' che e' comune e possedendo da soli cio' che e' di tutti''. ''Il pensiero profondo di Basilio - ha continuato - appare bene in questa frase suggestiva: 'Tutti i bisognosi guardano le nostre mani come noi stessi guardiamo quelle di Dio quando siamo nel bisogno'''. Quindi ''ci persuase che noi, essendo uomini, non dobbiamo disprezzare gli uomini e oltraggiare Cristo, capo comune di tutti, con la nostra disumanita' verso gli uomini. Piuttosto nelle disgrazie degli altri dobbiamo fare beneficenza di noi stessi e fare prestito a Dio della nostra misericordia, perche' abbiamo bisogno di misericordia''. ''Parole molto attuali - ha concluso il Pontefice, parlando 'a braccio' - in cui vediamo come Basilio sia uno dei padri della dottrina sociale della Chiesa''. Basilio e' una grande figura di maestro spirituale perche' egli ha lasciato nella sua eredita' spirituale e culturale molti messaggi importanti. A partire dalla centralita' del mistero di Dio, principio di tutte le cose, Padre di Gesu', e padre di tutte le creature. Per questo, secondo Basilio, la fede in Dio deve essere manifestata dalla carita', con una vita attenta ai bisogni degli altri uomini, prodigandosi per i poveri e ponendosi al servizio del bene comune. In questo percorso e' necessaria l'Eucaristia che ci fa accogliere la vera vita, ossia la vita eterna. Significativo l'insegamento di Basilio ai giovani, che ha un valore di metodo anche oggi: egli invita i giovani cristiani ad attingere dalla cultura classica e pagana alla maniera con cui le api attingono dai fiori. Le api non si posano su ogni tipo di fiore e non si fermano sui fiori per loro piacere. Ma prendono fior da fiore il miele. Cosi' come i giovani devono attingere dai classici gli elementi conformi alla verita', e adatti a ciascuno. Benedetto ha concluso invitando i fedeli a interessarsi dei popoli bisognosi che sono il nostro prossimo, coltivando la conoscenza e la riconoscenza per Dio creatore, padre di tutti. E' solo aperti a questo Dio - ha concluso il Papa parlando ai fedeli presenti - che possiamo creare un mondo giusto e fraterno.


La rivelazione del Santo Padre: "Ho pianto con gli iracheni per la guerra, ma ora gioisco con loro per la vittoria della Coppa d'Asia di calcio"
CITTA’ DEL VATICANO - La vittoria di calcio dell'Iraq nella Coppa Asia viene salutata da Benedetto XVI come anticipazione di quella gioia popolare e condivisa che potra' venire dalla pace e dalla liberta'. La partecipazione alla gioia degli iracheni per la vittoria sportiva e le sue congratulazioni sono state formulate da Papa Benedetto, a conclusione dell'udienza generale nell'Aula Paolo VI. ''Vorrei - ha detto il Papa - raccogliere una buona notizia relativa all'Iraq, che ha generato un'esplosione popolare di gioia in tutto il Paese. Mi riferisco alla vittoria della Coppa Asia da parte della Rappresentativa di calcio irachena. Si tratta d'uno storico successo dell'Iraq, che per la prima volta e' diventato campione di calcio dell'Asia. Sono rimasto felicemente impressionato dall'entusiasmo che ha contagiato tutti gli abitanti, spingendoli nelle strade a festeggiare l'evento. Come tante volte ho pianto con gli Iracheni - ha aggiunto Benedetto XVI -, in questa circostanza con loro gioisco. Questa esperienza di lieta condivisione rivela il desiderio di un popolo di avere una vita normale e serena. Auspico che l'evento possa contribuire a realizzare in Iraq, con l'apporto di tutti, un futuro di autentica pace nella liberta' e nel reciproco rispetto. Congratulazioni!''.


Il saluto di Benedetto XVI agli scouts a 100 anni dalla loro fondazione
CITTA’ DEL VATICANO – “Il mio pensiero va oggi agli scout e alle guide di tutto il mondo nel giorno in cui rinnovano la loro promessa di fedelta' a Dio”. E' quanto ha detto Benedetto XVI salutando al termine dell'udienza generale nell'Aula Paolo VI la delegazione di scout presente. ''Saluto il gruppo di scout d'Europa - ha affermato Benedetto XVI - che con la loro presenza intendono riaffermare la loro partecipazione ecclesiale, dopo aver rinnovato la promessa scout, che li impegna a compiere il proprio dovere verso Dio e a servire gli altri con generosita'''. Quindi il Pontefice ha aggiunto: ''Il mio pensiero si rivolge anche a tutti gli scout e le guide del mondo, che rinnovano la loro promessa proprio nel giorno in cui cade il centenario dell'inizio dello scoutismo. Infatti esattamente 100 anni fa, il 1° agosto del 1907, nell'isola di Brownsea ebbe avvio il primo campo scout della storia''. Infine, Benedetto XVI ha augurato che il movimento scout nato dall'intuizione di Lord Robert Baden Powell, continui a dare frutti in tutti i Paesi del mondo.

Paparatzifan
Wednesday, August 01, 2007 5:36 PM
Dal blog di Lella...

L’UDIENZA GENERALE , 01.08.2007


Cari fratelli e sorelle!

Dopo queste tre settimane di pausa, riprendiamo i nostri consueti incontri del mercoledì. Quest’oggi vorrei semplicemente riallacciarmi all’ultima catechesi, che aveva come argomento la vita e gli scritti di san Basilio, Vescovo nell’attuale Turchia, in Asia Minore, nel IV secolo. L’esistenza di questo grande Santo e le sue opere sono ricche di spunti di riflessione e di insegnamenti validi anche per noi oggi.

Anzitutto il richiamo al mistero di Dio, che resta il riferimento più significativo e vitale per l'uomo. Il Padre è «il principio di tutto e la causa dell'essere di ciò che esiste, la radice dei viventi» (Hom. 15,2 de fide: PG 31,465c), e soprattutto è «il Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (Anaphora sancti Basilii). Risalendo a Dio attraverso le creature, noi «prendiamo coscienza della sua bontà e della sua saggezza» (Basilio, Contra Eunomium 1,14: PG 29,544b). Il Figlio è l'«immagine della bontà del Padre e sigillo di forma a lui uguale» (cfr Anaphora sancti Basilii). Con la sua obbedienza e la sua passione il Verbo incarnato ha realizzato la missione di Redentore dell’uomo (cfr Basilio, In Psalmum 48,8: PG 29,452ab; cfr anche De Baptismo 1,2: SC 357,158).

Infine, egli parla ampiamente dello Spirito Santo, al quale ha dedicato un intero libro. Ci svela che lo Spirito anima la Chiesa, la riempie dei suoi doni, la rende santa. La luce splendida del mistero divino si riverbera sull'uomo, immagine di Dio, e ne innalza la dignità. Guardando a Cristo, si capisce appieno la dignità dell’uomo. Basilio esclama: «[Uomo], renditi conto della tua grandezza considerando il prezzo versato per te: guarda il prezzo del tuo riscatto, e comprendi la tua dignità!» (In Psalmum 48,8: PG 29, 452b).
In particolare il cristiano, vivendo in conformità al Vangelo, riconosce che gli uomini sono tutti fratelli tra di loro; che la vita è un'amministrazione dei beni ricevuti da Dio, per cui ognuno è responsabile di fronte agli altri, e chi è ricco deve essere come un «esecutore degli ordini di Dio benefattore» (Hom. 6 de avaritia: PG 32,1181-1196). Tutti dobbiamo aiutarci, e cooperare come le membra di un corpo (Ep. 203,3).

Ed egli, nelle sue omelie, ha usato anche parole coraggiose, forti su questo punto. Chi infatti, secondo il comandamento di Dio, vuole amare il prossimo come se stesso, «non deve possedere niente di più di quello che possiede il suo prossimo» (Hom. in divites: PG 31,281b).

In tempo di carestie e di calamità, con parole appassionate il santo Vescovo esortava i fedeli a «non mostrarsi più crudeli delle bestie..., appropriandosi di ciò che è comune, e possedendo da soli ciò che è di tutti» (Hom. tempore famis: PG 31,325a). Il pensiero profondo di Basilio appare bene in questa frase suggestiva: «Tutti i bisognosi guardano le nostre mani, come noi stessi guardiamo quelle di Dio, quando siamo nel bisogno». Ben meritato è dunque l'elogio fatto da Gregorio di Nazianzo, che dopo la morte di Basilio disse: «Basilio ci persuase che noi, essendo uomini, non dobbiamo disprezzare gli uomini, né oltraggiare Cristo, capo comune di tutti, con la nostra disumanità verso gli uomini; piuttosto, nelle disgrazie degli altri, dobbiamo beneficare noi stessi, e fare prestito a Dio della nostra misericordia, perché abbiamo bisogno di misericordia» (Gregorio Nazianzeno, Oratio 43,63: PG 36,580b). Parole molto attuali. Vediamo come san Basilio è realmente uno dei Padre della Dottrina sociale della Chiesa.

Basilio, inoltre, ci ricorda che per tenere vivo in noi l'amore verso Dio e verso gli uomini è necessaria l'Eucaristia, cibo adeguato per i battezzati, capace di alimentare le nuove energie derivanti dal Battesimo (cfr De Baptismo 1,3: SC 357,192). E’ motivo di immensa gioia poter partecipare all'Eucaristia (Moralia 21,3: PG 31,741a), istituita «per custodire incessantemente il ricordo di colui che è morto e risorto per noi» (Moralia 80,22: PG 31,869b). L'Eucaristia, immenso dono di Dio, tutela in ciascuno di noi il ricordo del sigillo battesimale, e consente di vivere in pienezza e fedeltà la grazia del Battesimo. Per questo il santo Vescovo raccomanda la comunione frequente, anche quotidiana: «Comunicare anche ogni giorno ricevendo il santo corpo e sangue di Cristo è cosa buona e utile; poiché egli stesso dice chiaramente: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna" (Gv 6,54). Chi dunque dubiterà che comunicare continuamente alla vita non sia vivere in pienezza?» (Ep. 93: PG 32,484b). L'Eucaristia, in una parola, ci è necessaria per accogliere in noi la vera vita, la vita eterna (cfr Moralia 21,1: PG 31,737c).

Infine, Basilio si interessò naturalmente anche di quella porzione eletta del popolo di Dio che sono i giovani, il futuro della società. A loro indirizzò un Discorso sul modo di trarre profitto dalla cultura pagana del tempo. Con molto equilibrio e apertura, egli riconosce che nella letteratura classica, greca e latina, si trovano esempi di virtù. Questi esempi di vita retta possono essere utili per il giovane cristiano alla ricerca della verità, del retto modo di vivere (cfr Ad Adolescentes 3). Pertanto bisogna prendere dai testi degli autori classici quanto è conveniente e conforme alla verità: così con atteggiamento critico e aperto – si tratta infatti di un vero e proprio "discernimento" – i giovani crescono nella libertà. Con la celebre immagine delle api, che colgono dai fiori solo ciò che serve per il miele, Basilio raccomanda:

«Come le api sanno trarre dai fiori il miele, a differenza degli altri animali che si limitano al godimento del profumo e del colore dei fiori, così anche da questi scritti… si può ricavare qualche giovamento per lo spirito. Dobbiamo utilizzare quei libri seguendo in tutto l'esempio delle api. Esse non vanno indistintamente su tutti i fiori, e neppure cercano di portar via tutto da quelli sui quali si posano, ma ne traggono solo quanto serve alla lavorazione del miele, e tralasciano il resto. E noi, se siamo saggi, prenderemo da quegli scritti quanto si adatta a noi, ed è conforme alla verità, e lasceremo andare il resto» (Ad Adolescentes 4).

Basilio, soprattutto, raccomanda ai giovani di crescere nelle virtù, nel retto modo di vivere: «Mentre gli altri beni… passano da questo a quello come nel gioco dei dadi, soltanto la virtù è un bene inalienabile, e rimane durante la vita e dopo la morte» (Ad Adolescentes 5).

Cari fratelli e sorelle, mi sembra si possa dire che questo Padre di un tempo lontano parla anche a noi e ci dice delle cose importanti. Anzitutto, questa partecipazione attenta, critica e creativa alla cultura di oggi. Poi, la responsabilità sociale: questo è un tempo nel quale, in un mondo globalizzato, anche i popoli geograficamente distanti sono il nostro prossimo realmente. Quindi, l’amicizia con Cristo, il Dio dal volto umano. E, infine, la conoscenza e la riconoscenza verso il Dio Creatore, Padre di noi tutti: solo aperti a questo Dio, Padre comune, possiamo costruire un mondo giusto e un mondo fraterno.


Saluto il gruppo degli Scout d'Europa, che questa mattina con la loro presenza intendono riaffermare la loro partecipazione ecclesiale, dopo aver rinnovato la promessa scout, che li impegna a compiere il proprio dovere verso Dio e a servire gli altri con generosità. Il mio pensiero si rivolge anche a tutti gli scout e le guide del mondo, che rinnovano la loro promessa proprio oggi, giorno in cui cade il centenario dell'inizio dello scoutismo. Infatti esattamente cento anni fa, il 1° agosto 1907, nell'Isola di Brownsea ebbe avvio il primo campo scout della storia. Auguro di cuore che il movimento educativo dello scoutismo, scaturito dalla profonda intuizione di Lord Robert Baden Powell, continui a produrre fecondi frutti di formazione umana, spirituale e civile in tutti i Paesi del mondo.


A conclusione dell'Udienza Generale, vorrei raccogliere una buona notizia relativa all'Iraq, che ha generato un'esplosione popolare di gioia in tutto il Paese. Mi riferisco alla vittoria della Coppa d'Asia da parte della Rappresentativa di calcio irachena. Si tratta d'uno storico successo per l'Iraq, che per la prima volta è diventato campione di calcio dell'Asia. Sono rimasto felicemente impressionato dall'entusiasmo che ha contagiato tutti gli abitanti, spingendoli nelle strade per festeggiare l'evento. Come tante volte ho pianto con gli Iracheni, in questa circostanza con loro gioisco. Questa esperienza di lieta condivisione rivela il desiderio di un popolo di avere una vita normale e serena. Auspico che l’evento possa contribuire a realizzare in Iraq, con l’apporto di tutti, un futuro di autentica pace nella libertà e nel reciproco rispetto. Congratulazioni!

© Copyright Libreria Editrice Vaticana 2007


LadyRatzinger
Wednesday, August 01, 2007 11:31 PM
Da Petrus
Il saluto di Benedetto XVI agli scouts a 100 anni dalla loro fondazione

CITTA’ DEL VATICANO – “Il mio pensiero va oggi agli scout e alle guide di tutto il mondo nel giorno in cui rinnovano la loro promessa di fedelta' a Dio”. E' quanto ha detto Benedetto XVI salutando al termine dell'udienza generale nell'Aula Paolo VI la delegazione di scout presente. ''Saluto il gruppo di scout d'Europa - ha affermato Benedetto XVI - che con la loro presenza intendono riaffermare la loro partecipazione ecclesiale, dopo aver rinnovato la promessa scout, che li impegna a compiere il proprio dovere verso Dio e a servire gli altri con generosita'''. Quindi il Pontefice ha aggiunto: ''Il mio pensiero si rivolge anche a tutti gli scout e le guide del mondo, che rinnovano la loro promessa proprio nel giorno in cui cade il centenario dell'inizio dello scoutismo. Infatti esattamente 100 anni fa, il 1° agosto del 1907, nell'isola di Brownsea ebbe avvio il primo campo scout della storia''. Infine, Benedetto XVI ha augurato che il movimento scout nato dall'intuizione di Lord Robert Baden Powell, continui a dare frutti in tutti i Paesi del mondo.



Paparatzifan
Thursday, August 02, 2007 7:53 PM
Dal blog di Lella...

Sacri palazzi

Ravasi sta per diventare vescovo e presidente del pontificio consiglio per la Cultura

Nei Sacri Palazzi si dà per certa la nomina di monsignor Gianfranco Ravasi a presidente del pontificio consiglio per la Cultura, al posto del cardinale Paul Poupard.
Per il prefetto della Biblioteca Ambrosiana, che quest’anno ha scritto i testi per la Via crucis papale, è una rivincita. Il 16 giugno 2005, infatti, nella riunione della Congregazione per i vescovi, fu impallinata la sua nomina a vescovo di Assisi, nonostante godesse dell’appoggio del prefetto del dicastero, il cardinale Giovanni Battista Re, dell’allora nunzio in Italia, l’arcivescovo Paolo Romeo, e dell’allora presidente della Cei, cardinal Camillo Ruini. In quella occasione particolarmente negativo fu l’intervento del cardinale Attilio Nicora, vecchio compagno di Ravasi al pontificio seminario lombardo, con il quale non ha mai avuto rapporti idilliaci.
Per evitare la nomina episcopale fu addirittura ripescato il titolo di un articolo sulla Pasqua di Ravasi pubblicato nel Sole 24
Ore del 31 marzo 2002 (“Non è risorto, si è innalzato”) per segnalarne la scarsa ortodossia.
Grande divulgatore e comunicatore, Ravasi da alcuni settori del mondo ecclesiastico è considerato un “martiniano” (anche se il cardinale Carlo Maria Martini ne ha sempre sconsigliato la nomina episcopale), fautore di un’esegesi molto liberale.
A scanso di equivoci Ravasi – distinguendosi da Martini – sul Sole 24-Ore ha recensito senza riserve positivamente l’ultimo libro di Papa Ratzinger.
Nonostante ciò, per vincere le ultime resistenze presenti in curia, sembra sia sceso in campo il Papa in persona per “garantire” la cristallina ortodossia di Ravasi. E sembra che sarà proprio il Papa a consacrare Ravasi vescovo in San Pietro sabato 29 settembre con Mieczyslaw Mokrzycki, segretario in seconda di Giovanni Paolo II e dello stesso Ratzinger che il 16 luglio è stato nominato coadiutore di Leopoli dei latini. Con questa nomina Ravasi rientra nel novero dei candidati alla porpora cardinalizia. Nel prossimo concistoro i posti disponibili nel Sacro Collegio sono 17 (se verrà celebrato a novembre) o 20 (se nel giugno 2008). Sono già in fila per la berretta color porpora almeno quattro ecclesiastici la cui nomina può considerarsi certa: Leonardo Sandri, Giovanni Lajolo, Raffaele Farina e Angelo Comastri.
A questi si potrebbero aggiungere, qualora fossero sostituiti da non cardinali, i successori di altri tre capidicastero che hanno compiuto (José Saraiva Martins e Sergio Sebastiani) o stanno per compiere (Francis Arinze) i 75 anni. Candidati alla porpora poi sono anche i presidenti dei pontifici consigli che ancora non la vestono: Stanislaw Rylko, Paul J. Cordes, Francesco Coccopalmerio e Claudio M. Celli. A questi andrà aggiunto Ravasi e il successore, se non ancora porporato, del cardinale Renato R. Martino che compirà 75 anni a novembre.

© Copyright Il Foglio, 2 agosto 2007

+PetaloNero+
Sunday, August 05, 2007 2:55 PM
Da Petrus



Angelus, l'ammonimento del Papa: "La ricchezza non fa conquistare ma perdere il Paradiso"
CITTA’ DEL VATICANO - ''La ricchezza, pur essendo in se' un bene, non va considerata un bene assoluto. Soprattutto non assicura la salvezza, anzi potrebbe persino comprometterla seriamente''. E' il monito pronunciato da Benedetto XVI, prima della recita dell'Angelus dal balcone del cortile interno della residenza di Castel Gandolfo, commentando le letture domenicali, che ci inducono ''a riflettere - ha detto - su come debba essere il nostro rapporto con i beni materiali''. Proprio dal rischio che la ricchezza possa pregiudicare la salvezza, ha spiegato il Pontefice, ''Gesu', nell'odierna pagina evangelica, mette in guardia i suoi discepoli''. ''E' saggezza e virtu' - ha sottolineato il Papa - non attaccare il cuore ai beni di questo mondo, perche' tutto passa, tutto puo' finire bruscamente''. ''Il tesoro vero che dobbiamo ricercare senza sosta per noi cristiani - ha aggiunto citando San Paolo e la sua Lettera ai Colossesi - sta nelle 'cose di lassù', dove si trova Cristo assiso alla destra del Padre'''. Sempre facendo cenno alla liturgia, il Papa ha quindi esortato i fedeli a non lasciarsi ''dominare dalla cupidigia e dall'egoismo'', ma a cercare ''sempre cio' che vale davanti a Dio''.




Il Papa si affaccia anche sul cortile esterno per salutare i fedeli che non avevano trovato posto
CITTA’ DEL VATICANO - ''Cari amici, anche a tutti voi auguro una buona domenica e una settimana piena di pace e di gioia. Grazie a voi''. E' il saluto 'fuori programma' rivolto da Benedetto XVI ai fedeli che non avevano trovato posto nel cortile interno del palazzo apostolico di Castel Gandolfo per assistere alla recita dell'Angelus. Affacciandosi al termine sul piazzale esterno, il Papa ha rivolto il suo saluto alla folla e ha poi impartito la benedizione.

Sihaya.b16247
Sunday, August 05, 2007 6:41 PM
ANGELUS , 05.08.2007

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

nell’odierna XVIII Domenica del Tempo Ordinario, la parola di Dio ci stimola a riflettere su come debba essere il nostro rapporto con i beni materiali. La ricchezza, pur essendo in se un bene, non va considerata un bene assoluto. Soprattutto non assicura la salvezza, anzi potrebbe persino comprometterla seriamente. Proprio da questo rischio Gesù, nell’odierna pagina evangelica, mette in guardia i suoi discepoli. E’ saggezza e virtù non attaccare il cuore ai beni di questo mondo, perché tutto passa, tutto può finire bruscamente. Il tesoro vero che dobbiamo ricercare senza sosta per noi cristiani sta nelle "cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra del Padre". Ce lo ricorda quest’oggi san Paolo nella Lettera ai Colossesi, aggiungendo che la nostra vita "è ormai nascosta con Cristo in Dio" (cfr 3,1-3).

A volgere lo sguardo verso "lassù", verso il Cielo, ci invita la Solennità della Trasfigurazione del Signore, che celebreremo domani. Nel racconto evangelico della Trasfigurazione sul monte, ci è dato un segno premonitore, che ci permette di dare un fugace sguardo nel regno dei santi dove anche noi, al termine della nostra esistenza terrena, potremo partecipare alla gloria di Cristo, che sarà completa, totale e definitiva. Allora tutto l'universo sarà trasfigurato e si compirà finalmente il disegno divino della salvezza. Il giorno della solennità della Trasfigurazione resta legato alla memoria del mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, che proprio qui, a Castel Gandolfo, nel 1978 completò la sua missione e fu chiamato ad entrare nella casa del Padre celeste. Il suo ricordo ci sia d’invito a guardare verso l’Alto ed a servire fedelmente il Signore e la Chiesa, come lui ha fatto in anni non facili del secolo scorso.

Ci ottenga questa grazia la Vergine Maria, che oggi particolarmente ricordiamo, celebrando la memoria liturgica della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore. Com’è noto, questa è la prima Basilica dell’Occidente costruita in onore di Maria e riedificata nel 432 da Papa Sisto III per celebrare la divina maternità della Vergine, dogma che era stato solennemente proclamato nel Concilio ecumenico di Efeso l’anno precedente. La Vergine, che più di ogni altra creatura, ha partecipato al mistero di Cristo, ci sostenga nel nostro cammino di fede perché, come la liturgia ci invita a pregare quest’oggi, "operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a Dio" (cfr Colletta).

[01120-01.01] [Testo originale: Italiano]


DOPO L’ANGELUS

Vorrei ora rivolgere un particolare pensiero ai responsabili e ai fedeli della Chiesa Ortodossa Romena, a pochi giorni dalla scomparsa del Patriarca Sua Beatitudine Teoctist. Alle solenni esequie, che hanno avuto luogo venerdì scorso nella Cattedrale patriarcale di Bucarest, ho inviato come mio rappresentante il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, con un’apposita Delegazione. Mi è caro ricordare con stima ed affetto questa nobile figura di Pastore, che ha amato la sua Chiesa e ha dato un positivo contributo alle relazioni tra cattolici ed ortodossi, incoraggiando costantemente la Commissione Mista Internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. Chiare testimonianze del suo impegno ecumenico sono anche le due Visite che egli ha reso al mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II e l’accoglienza che, a sua volta, il Patriarca ha riservato al Vescovo di Roma nello storico suo pellegrinaggio in Romania del 1999. "Eterna sia la sua memoria", così la tradizione liturgica ortodossa chiude il servizio funebre di quanti si addormentano nel Signore. Facciamo nostra questa invocazione, chiedendo al Signore che accolga questo nostro Fratello nel suo regno di luce infinita e gli conceda il riposo e la pace promessi ai fedeli servitori del Vangelo.

Rivolgo ora il mio cordiale benvenuto ai pellegrini italiani. Saluto in particolare il gruppo di giovani e i fedeli della Parrocchia di Sant’Antonio Abate e Madonna del Pane di Novoli (Lecce) e quelli provenienti dalla Diocesi di Macerata, Tutti ringrazio augurando buona domenica.



Paparatzifan
Monday, August 06, 2007 10:22 PM
Dal blog di Lella...

Il Papa si affaccia anche sul cortile esterno per salutare i fedeli che non avevano trovato posto

CITTA’ DEL VATICANO - ''Cari amici, anche a tutti voi auguro una buona domenica e una settimana piena di pace e di gioia. Grazie a voi''. E' il saluto 'fuori programma' rivolto da Benedetto XVI ai fedeli che non avevano trovato posto nel cortile interno del palazzo apostolico di Castel Gandolfo per assistere alla recita dell'Angelus. Affacciandosi al termine sul piazzale esterno, il Papa ha rivolto il suo saluto alla folla e ha poi impartito la benedizione.



Paparatzifan
Monday, August 06, 2007 10:44 PM
Dal blog di Lella...

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN AUSTRIA IN OCCASIONE DELL’850° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DEL SANTUARIO DI MARIAZELL (7-9 SETTEMBRE 2007) - PROGRAMMA



I T A L I A

Venerdì 7 settembre 2007

Ciampino (Roma)

09.30
Partenza in aereo dall’aeroporto di Roma/Ciampino per Wien/Schwechat.

A U S T R I A

Schwechat (Wien)

11.15
Arrivo all’aeroporto internazionale di Wien/Schwechat.

CERIMONIA DI BENVENUTO all’aeroporto internazionale di Wien/Schwechat.
Discorso del Santo Padre.

12.00
Trasferimento in auto dall’aeroporto internazionale di Wien/Schwechat alla Piazza "Am Hof" di Wien. Cambio in auto panoramica lungo il percorso.

Wien

12.45
Arrivo alla Piazza "Am Hof" di Wien.

PREGHIERA ALLA MARIENSÄULE nella Piazza "Am Hof" di Wien.
Saluto del Santo Padre.

13.30
Trasferimento in auto panoramica alla Juden Platz di Wien.

13.35
Sosta al Monumento per le vittime austriache della Shoah nella Juden Platz di Wien.

13.40
Trasferimento in auto panoramica dalla Juden Platz alla Nunziatura Apostolica di Wien.

13.50
Arrivo alla Nunziatura Apostolica di Wien.

17.15
Trasferimento in auto dalla Nunziatura Apostolica all’Hofburg di Wien.

17.30
Arrivo all’Hofburg di Wien.

VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nell’Hofburg di Wien.

INCONTRO CON AUTORITÀ E CON IL CORPO DIPLOMATICO nella grande Sala dei Ricevimenti dell’Hofburg di Wien.
Discorso del Santo Padre.

18.45
Trasferimento in auto dall’Hofburg alla Nunziatura Apostolica di Wien.

19.00
Arrivo alla Nunziatura Apostolica di Wien.

Sabato, 8 settembre 2007

08.00
Trasferimento in auto dalla Nunziatura Apostolica alla Heldenplatz di Wien.

08.15
Partenza in elicottero dalla Heldenplatz di Wien per Mariazell.

09.15
Arrivo all’eliporto di Mariazell.

09.25
Trasferimento in auto panoramica dall’eliporto al Santuario di Mariazell.

09.45
Arrivo al Santuario di Mariazell.

10.30
SANTA MESSA per l’850° anniversario della fondazione del Santuario di Mariazell all’esterno della Basilica di Mariazell.
Omelia del Santo Padre.

12.30
Ritorno in Sagrestia nella Basilica di Mariazell.

13.30
Pranzo con i Vescovi della Conferenza episcopale austriaca e con i Cardinali e Vescovi del Seguito papale nella Residenza pontificia a Mariazell.

16.40
Trasferimento a piedi dalla Residenza pontificia alla Basilica di Mariazell.

16.45
VESPRI MARIANI CON SACERDOTI, RELIGIOSI, DIACONI E SEMINARISTI nella Basilica di Mariazell.
Discorso del Santo Padre.

18.00
Trasferimento in auto panoramica dalla Basilica all’eliporto di Mariazell.

18.20
Arrivo all’eliporto di Mariazell.

18.30
Partenza in elicottero dall’eliporto di Mariazell per Wien.

19.30
Arrivo all’eliporto nella Heldenplatz e trasferimento in auto alla Nunziatura Apostolica di Wien.

19.50
Arrivo alla Nunziatura Apostolica di Wien.

Domenica 9 settembre 2007

09.15
Trasferimento in auto dalla Nunziatura Apostolica al Palazzo Arcivescovile di Wien.

09.30
Arrivo al Palazzo Arcivescovile di Wien.

09.45
Processione dal Palazzo Arcivescovile al Duomo di Santo Stefano a Wien.

10.00
SANTA MESSA nel Duomo di Santo Stefano a Wien.
Omelia del Santo Padre.

12.00
RECITA DELL’ANGELUS DOMINI nella Piazza del Duomo di Santo Stefano a Wien.
Parole del Santo Padre.

12.15
Trasferimento a piedi dal Duomo di Santo Stefano al Palazzo Arcivescovile di Wien.

14.00
Trasferimento in auto dal Palazzo Arcivescovile alla Nunziatura Apostolica di Wien.

16.00
Trasferimento in auto dalla Nunziatura Apostolica all’Abbazia di Heiligenkreuz.

Heiligenkreuz

16.30
VISITA ALL’ABBAZIA DI HEILIGENKREUZ.
Discorso del Santo Padre.

17.00
Trasferimento in auto dall’Abbazia di Heiligenkreuz al Wiener Konzerthaus.

Wien

17.30
Arrivo al Wiener Konzerthaus.

INCONTRO CON IL MONDO DEL VOLONTARIATO nel Wiener Konzerthaus.
Discorso del Santo Padre.

18.45
Trasferimento in auto dal Wiener Konzerthaus all’aeroporto internazionale di Wien/Schwechat.

Schwechat (Wien)

19.15
Arrivo all’aeroporto internazionale di Wien/Schwechat.

CERIMONIA DI CONGEDO all’aeroporto internazionale di Wien/Schwechat.
Saluto del Santo Padre.

19.45
Partenza in aereo dall’aeroporto internazionale di Wien/Schwechat per Roma.

I T A L I A

Ciampino (Roma)

21.30
Arrivo all’aeroporto di Roma/Ciampino.


+PetaloNero+
Wednesday, August 08, 2007 3:05 PM
DA PETRUS



La catechesi del Papa all'udienza generale: "Senza Dio l'uomo perde la sua grandezza"


CITTA’ DEL VATICANO - ''Senza Dio l'uomo perde la sua grandezza e senza Dio non c'e' vero umanesimo''. Il Papa nell'udienza generale, ha voluto richiamare ''a noi e questo nostro mondo'' ''il primato di Dio''. Il Papa, giunto in elicottero da Castel Gandolfo, ha dedicato l'udienza, svoltasi nell'aula Paolo VI in Vaticano, a san Gregorio Nazianzeno, ''oratore e difensore della chiesa cristiana, celebre per la sua eloquenza, anima raffinata e sensibile''. A proposito dell'amicizia che lo legava a san Basilio, Benedetto XVI l'ha descritta come un rapporto in cui non c'era ''ansia di sapere chi fosse il primo ma chi permettesse all'altro di esserlo: sembrava che avessero un'unica anima''. Del teologo Gregorio papa Ratzinger ha ricordato anche la forte spiritualita': come se avesse ''gia' lasciato la terra pur stando interra trasportati in altro con lo spirito''. ''Un uomo cosi' tentato di andare oltre la terra - ha commentato - si puo' immaginare che abbia sofferto molto con le cose di questo mondo''. Citati i cinque discorsi teologici di Gregorio ''per difendere e rendere intellegibile la fede trinitaria'', ''celebri per la sicurezza della dottrina, la abilita' del ragionamento che fa capire che questa e' la fede divina e affascinanti per lo splendore della forma'', il Papa ha commentato che per il Nazianzeno la teologia ''non era solo una riflessione puramente umana, frutto di complicate speculazioni, ma derivava da una vita di preghiera e santita', di dialogo assiduo con Dio''. Benedetto XVI ha giudicato la vita di Gregorio ''esemplare della sofferenza di un cristiano e di un uomo pieno di interiorita' in un mondo pieno di conflitti'' e per questo testimone del ''primato di Dio''.
Sihaya.b16247
Wednesday, August 08, 2007 3:12 PM
L’UDIENZA GENERALE , 08.08.2007

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre - proveniente in elicottero dalla residenza estiva di Castel Gandolfo - ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, si è soffermato sulla figura di San Gregorio Nazianzeno.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.
Al termine, il Santo Padre è rientrato a Castel Gandolfo.


CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle!

Mercoledì scorso ho parlato di un grande maestro della fede, il Padre della Chiesa San Basilio. Oggi vorrei parlare del suo amico Gregorio di Nazianzo, anche lui, come Basilio, originario della Cappadocia. Illustre teologo, oratore e difensore della fede cristiana nel IV secolo, fu celebre per la sua eloquenza, ed ebbe anche, come poeta, un'anima raffinata e sensibile.

Gregorio nacque da una nobile famiglia. La madre lo consacrò a Dio fin dalla nascita, avvenuta intorno al 330. Dopo la prima educazione familiare, frequentò le più celebri scuole della sua epoca: fu dapprima a Cesarea di Cappadocia, dove strinse amicizia con Basilio, futuro Vescovo di quella città, e sostò poi in altre metropoli del mondo antico, come Alessandria d'Egitto e soprattutto Atene, dove incontrò di nuovo Basilio (cfr Oratio 43,14-24: SC 384,146-180). Rievocandone l'amicizia, Gregorio scriverà più tardi: «Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi discorsi, ma inducevo a fare altrettanto anche altri, che ancora non lo conoscevano... Ci guidava la stessa ansia di sapere... Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all'altro di esserlo. Sembrava che avessimo un'unica anima in due corpi» (Oratio 43,16.20: SC 384154-156.164). Sono parole che rappresentano un po’ l'autoritratto di quest’anima nobile. Ma si può anche immaginare che quest'uomo, che era fortemente proiettato oltre i valori terreni, abbia sofferto molto per le cose di questo mondo.

Tornato a casa, Gregorio ricevette il Battesimo e si orientò verso la vita monastica: la solitudine, la meditazione filosofica e spirituale lo affascinavano. Egli stesso scriverà: «Nulla mi sembra più grande di questo: far tacere i propri sensi, uscire dalla carne del mondo, raccogliersi in se stesso, non occuparsi più delle cose umane, se non di quelle strettamente necessarie; parlare con se stesso e con Dio, condurre una vita che trascende le cose visibili; portare nell'anima immagini divine sempre pure, senza mescolanza di forme terrene ed erronee; essere veramente uno specchio immacolato di Dio e delle cose divine, e divenirlo sempre più, prendendo luce da luce...; godere, nella speranza presente, il bene futuro, e conversare con gli angeli; avere già lasciato la terra, pur stando in terra, trasportati in alto con lo spirito» (Oratio 2,7: SC 247,96).

Come confida nella sua autobiografia (cfr Carmina [historica] 2,1,11 de vita sua 340-349: PG 37,1053), ricevette l’ordinazione presbiterale con una certa riluttanza, perché sapeva che poi avrebbe dovuto fare il Pastore, occuparsi degli altri, delle loro cose, quindi non più così raccolto nella pura meditazione: Tuttavia egli poi accettò questa vocazione e assunse il ministero pastorale in piena obbedienza, accettando, come spesso gli accadde nella vita, di essere portato dalla Provvidenzaz là dove non voleva andare (cfr Gv 21,18). Nel 371 il suo amico Basilio, Vescovo di Cesarea, contro il desiderio dello stesso Gregorio, lo volle consacrare Vescovo di Sasima, un paese strategicamente importante della Cappadocia. Egli però, per varie difficoltà, non ne prese mai possesso, e rimase invece nella città di Nazianzo.

Verso il 379, Gregorio fu chiamato a Costantinopoli, la capitale, per guidare la piccola comunità cattolica fedele al Concilio di Nicea e alla fede trinitaria. La maggioranza aderiva invece all'arianesimo, che era "politicamente corretto" e considerato politicamente utile dagli imperatori. Così egli si trovò in condizioni di minoranza, circondato da ostilità. Nella chiesetta dell'Anastasis pronunciò cinque Discorsi teologici (Orationes 27-31: SC 250,70-343) proprio per difendere e rendere anche intelligibile la fede trinitaria. Sono discorsi rimasti celebri per la sicurezza della dottrina, l'abilità del ragionamento, che fa realmente capire che questa è la logica divina. E anche lo splendore della forma li rende oggi affascinanti. Gregorio ricevette, a motivo di questi discorsi, l'appellativo di "teologo". Così viene chiamato nella Chiesa ortodossa: il "teologo". E questo perché la teologia per lui non è una riflessione puramente umana, o ancor meno frutto soltanto di complicate speculazioni, ma deriva da una vita di preghiera e di santità, da un dialogo assiduo con Dio. E proprio così fa apparire alla nostra ragione la realtà di Dio, il mistero trinitario. Nel silenzio contemplativo, intriso di stupore davanti alle meraviglie del mistero rivelato, l'anima accoglie la bellezza e la gloria divina.

Mentre partecipava al secondo Concilio Ecumenico del 381, Gregorio fu eletto Vescovo di Costantinopoli, e assunse la presidenza del Concilio. Ma subito si scatenò contro di lui una forte opposizione, finché la situazione divenne insostenibile. Per un'anima così sensibile queste inimicizie erano insopportabili. Si ripeteva quello che Gregorio aveva già lamentato precedentemente con parole accorate: «Abbiamo diviso Cristo, noi che tanto amavamo Dio e Cristo! Abbiamo mentito gli uni agli altri a motivo della Verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell'Amore, ci siamo divisi l'uno dall'altro!» (Oratio 6,3: SC 405,128). Si giunse così, in un clima di tensione, alle sue dimissioni. Nella cattedrale affollatissima Gregorio pronunciò un discorso di addio di grande effetto e dignità (cfr Oratio 42: SC 384,48-114). Concludeva il suo accorato intervento con queste parole: «Addio, grande città, amata da Cristo... Figli miei, vi supplico, custodite il deposito [della fede] che vi è stato affidato (cfr 1 Tm 6,20), ricordatevi delle mie sofferenze (cfr Col 4,18). Che la grazia del nostro Signore Gesù Cristo sia con tutti voi» (cfr Oratio 42,27: SC 384,112-114).

Ritornò a Nazianzo, e per circa due anni si dedicò alla cura pastorale di quella comunità cristiana. Poi si ritirò definitivamente in solitudine nella vicina Arianzo, la sua terra natale, dedicandosi allo studio e alla vita ascetica. In questo periodo compose la maggior parte della sua opera poetica, soprattutto autobiografica: il De vita sua, una rilettura in versi del proprio cammino umano e spirituale, un cammino esemplare di un cristiano sofferente, di un uomo di grande interiorità in un mondo pieno di conflitti. È un uomo che ci fa sentire il primato di Dio e perciò parla anche a noi, a questo nostro mondo: senza Dio l'uomo perde la sua grandezza, senza Dio non c'è vero umanesimo. Ascoltiamo perciò questa voce e cerchiamo di conoscere anche noi il volto di Dio. In una delle sue poesie aveva scritto, rivolgendosi a Dio: «Sii benigno, Tu, l'Aldilà di tutto» (Carmina [dogmatica] 1,1,29: PG 37,508). E nel 390 Dio accoglieva tra le sue braccia questo servo fedele, che con acuta intelligenza l’aveva difeso negli scritti, e che con tanto amore l’aveva cantato nelle sue poesie.

Saluto in lingua italiana

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Ancelle Parrocchiali dello Spirito Santo e le Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore che celebrano i rispettivi Capitoli Generali. Care Sorelle, vi auguro di continuare con entusiasmo il servizio che rendete al Vangelo e alla Chiesa ed invoco per voi il sostegno del Signore perché possiate operare con sempre più grande fecondità nell'ambito della nuova evangelizzazione. Saluto poi voi, Suore Francescane Elisabettine Bigie, che celebrate l’ottavo centenario di nascita di santa Elisabetta d’Ungheria. Possa questa provvida ricorrenza suscitare in ciascuna di voi un rinnovato desiderio di testimoniare ovunque l’amore di Cristo per ogni persona umana, specialmente verso i più deboli, sulle orme del vostro fondatore il beato Ludovico da Casoria. Saluto ora voi, cari Seminaristi provenienti dai Seminari maggiori di diverse Diocesi italiane, e riuniti a Sacrofano per un incontro estivo: vi auguro di far tesoro degli insegnamenti e delle esperienze spirituali di questi giorni.

Infine, il mio pensiero va ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Ricorre oggi la memoria di San Domenico di Guzman, instancabile predicatore del Vangelo, e domani sarà la festa di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, compatrona d'Europa. Questi due Santi aiutino voi, cari giovani, ad avere sempre fiducia in Cristo. Il loro esempio sostenga voi, cari malati a partecipare con fede alla potenza salvifica della sua Croce. Incoraggi voi, cari sposi novelli, ad essere immagine luminosa di Dio, attraverso la vostra reciproca fedeltà.

+PetaloNero+
Wednesday, August 08, 2007 9:10 PM
DA PETRUS

Domani a Castel Gandolfo l'incontro tra il Santo Padre e 5.000 giovani spagnoli

di Angela Ambrogetti
CITTA’ DEL VATICANO – Domani, 9 agosto, il Santo Padre riceverà in udienza circa 5.000 giovani partecipanti alla “Missione Giovani” promossa dall’Arcidiocesi di Madrid; l’Udienza si svolge sul prato del Giardino del Moro, nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Nata da una proposta del Cardinale Arcivescovo di Madrid, Antonio María Rouco Varela, alla Delegazione diocesana per l’Infanzia e la Gioventù, la “Misión Joven” è finalizzata all’annuncio di Cristo, Via, Verità e Vita ai giovani dell’Arcidiocesi, in particolare a coloro che sono lontani dalla fede e dalla comunità ecclesiale. Giovani tra i 14 e i 30 anni, che non hanno ricevuto il primo annuncio della fede, con particolare attenzione a quanti si trovano in situazione di emarginazione e povertà. Con l’avvio della “Missione” si è desiderato rispondere ai continui appelli all’impegno missionario rivolti ai giovani da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI e alle riflessioni scaturite dal III Sinodo diocesano di Madrid (2005). Il progetto è stato affidato a giovani dell’Arcidiocesi, che si sono preparati al compito di testimoniare Gesù Cristo vivo tra i loro coetanei con una specifica formazione biblica e teologica e con l’approfondimento dei principali testi magisteriali di riferimento; l’annuncio salvifico viene portato nelle scuole, nelle università, nei luoghi di aggregazione, ma anche nelle case, al fine di favorire il dialogo tra genitori e figli e la riflessione familiare sul significato del messaggio evangelico. Territorio missionario è quello dell’intera Provincia ecclesiastica di Madrid, con il coinvolgimento delle diocesi di Alcalá e Getafe e dell’Ordinariato Militare; hanno collaborato parroci, sacerdoti, religiosi e religiose, movimenti laicali. L’iniziativa è stata strutturata in tre tappe: preparata da un periodo di “Pre-missione”, da gennaio a novembre 2006, è stata celebrata da novembre 2006 ad aprile 2007, per proseguire con una fase di “Post-missione”, destinata a concludersi a metà del 2008.
Paparatzifan
Wednesday, August 08, 2007 9:22 PM
Dal blog di Lella...

Il Papa sostituisce il direttore 23 anni dopo la nomina di Wojtyla. Al suo posto Giovanni Maria Vian

Luigi Accattoli Gian Guido Vecchi

CITTÀ DEL VATICANO— Il 1˚settembre saranno passati ventitré anni da quando Giovanni Paolo II affidò a Mario Agnes la direzione dell'Osservatore romano. E ormai è arrivato il momento del cambio: dal mese prossimo il nuovo direttore del quotidiano della Santa Sede sarà Giovanni Maria Vian, 55 anni, docente di Filologia patristica alla Sapienza di Roma nonché editorialista di spicco dello stesso Osservatore edi Avvenire.
Una scelta che va oltre il semplice avvicendamento e completa, per così dire, il nuovo assetto mediatico del Vaticano sotto il pontificato di Benedetto XVI. Si è cominciato un anno fa con la nomina del padre gesuita Federico Lombardi, direttore della Radio vaticana e del Centro televisivo vaticano, alla guida della sala stampa della Santa Sede. Quindi, a giugno, la scelta dell'arcivescovo Claudio Celli, l'uomo che tra l'altro ha tenuto per la Santa Sede i contatti con la Cina (è stato lui a compiere l'istruttoria che ha portato alla lettera del Papa ai cattolici cinesi), come presidente del Consiglio per le comunicazioni sociali, l'organismo che dovrà sovraintendere e coordinare tutti i media vaticani. E ora il cambio all'Osservatore, che il segretario di Stato Tarcisio Bertone aveva già detto di voler trasformare in un «laboratorio culturale» per il mondo cattolico a livello mondiale.La nomina segnala insomma la volontà di rinnovare la comunicazione vaticana, «sprovincializzare » l'Osservatore e puntare soprattutto sulla dimensione culturale e internazionale. Giovanni Maria Vian conosce bene il giornalismo ma è anzitutto un umanista, un fine studioso delle origini del cristianesimo e della storia contemporanea, amato dai suoi studenti e alieno dalle polemiche. Un'indole affatto diversa da quella del settantaseienne Mario Agnes, giornalista e storico del cristianesimo, che dal 1984 ha guidato il quotidiano su una linea «interventista » in campo sociale e politico, specie nelle vicende romane e italiane. Dagli incidenti sul lavoro alla legge sui Dico, è capitato spesso che l'Osservatore si facesse sentire. A volte, negli ultimi tempi, con qualche imbarazzo tra le mura vaticane: che il quotidiano della Santa Sede attaccasse Pippo Baudo per la sua «boria e arroganza» o se la prendesse con Lino Banfi per una fiction tv (nonno Libero aveva vicini di casa omosessuali) pareva stravagante. Poi è arrivata la gaffe sul comico Andrea Rivera, tacciato dall'Osservatore di «terrorismo» per delle battute al concerto del Primo Maggio. Scoppiò il finimondo, la segreteria di Stato non ne sapeva nulla. E toccò a Padre Lombardi smussare le polemiche, ma quale terrorismo: «È stata una evidente sciocchezza, non diventi tragedia».
Ora il testimone passa all'autore di opere raffinate come « Bibliotheca divina. Filologia e storia dei testi cristiani (Carocci, 2001) o La donazione di Costantino (Il Mulino, 2004).
Il nuovo direttore dell'Osservatore è figlio d'arte: suo padre, Nello Vian, è stato un alto responsabile della Biblioteca Vaticana (come oggi Paolo, fratello di Giovanni Maria), uno studioso vicinissimo a Paolo VI, tra i fondatori dell'istituto bresciano dedicato al pontefice. Il professor Giovanni Maria Vian, del resto, fu battezzato proprio da Montini ed è uno dei maggiori studiosi della sua figura: ha curato Carità intellettuale(
Biblioteca di via Senato, 2005) un'antologia di lettere di Paolo VI a intellettuali cattolici, e tra questi il padre Nello. È in queste lettere che il Papa scrive come per i cattolici esista anche una «carità intellettuale ». Quella che ora il raffinato professore di Filologia patristica sarà chiamato ad esercitare dalla direzione dell'Osservatore. A ciascuno il suo.

© Copyright Corriere della sera, 8 agosto 2007


+PetaloNero+
Thursday, August 09, 2007 2:44 PM
DA PETRUS



Il Papa incontra i giovani missionari: "Non è vero che il Vangelo non attrae"

di Angela Ambrogetti
CASTEL GANDOLFO - Applausi, canti e testimonianze. Quasi un rito prestabilito (magari anche un po’ troppo) per l’incontro dei giovani con il Papa. In un giovedì mattina di agosto a Castel Gandolfo Benedetto XVI riceve 5000 ragazzi madrileni cha hanno svolto la loro “missione” di evangelizzatori in favore dei coetanei. Una missione coinvolgente e di successo, che fa dire al Papa. ”Contrariamente a quanto pensano molti, il Vangelo attrae profondamente i giovani!”. Seduto al balconcino che affaccia nel cortile della Villa, il Santo Padre ascolta con viso sorridente le testimonianze dei ragazzi. Un giovane che attraverso la missione nelle strade di Madrid lascia la fidanzata ed entra in seminario, due giovani appena sposati che si sono conosciuti durante la missione e che vogliono offrire la loro testimonianza a chi sceglie di non sposarsi nè in Chiesa nè civilmente. E poi ancora canti e applausi. La missione giovane, ancora in corso, è nata da una proposta del Cardinale Arcivescovo di Madrid, Antonio María Rouco Varela, alla Delegazione diocesana per l’Infanzia e la Gioventù. Una risposta al III Sinodo diocesano di Madrid. Un annuncio che viene portato nelle scuole, nelle università, nei luoghi di aggregazione, ma anche nelle case, per favorire il dialogo tra genitori e figli e la riflessione familiare sul significato del messaggio evangelico. Dopo un periodo di “Pre-missione”, da gennaio a novembre 2006, la missione vera e propria è stata celebrata sino ad aprile 2007, per poi proseguire con una fase di “Post-missione”, destinata a concludersi a metà del 2008. “Ho apprezzato l‘intensità con la quale avete vissuto la condizione di missionario, l’entusiasmo di uscire allo scoperto”, dice il Papa. Oggi come ai tempi di Pietro e Paolo bisogna far capire che Cristo apre gli orizzonti di una vita nuova e di una autentica libertà: ”Come allora non si conosceva Cristo, unico Salvatore, succede così oggi intorno a voi, per chi lo ha dimenticato o che non lo comprende, accecati da tanti sogni passeggeri che promettono molto ma che lasciano il cuore vuoto”. Il Papa incita i giovani a lasciar trasparire il “Cristo che vive in voi”, li invita a chiedersi: “Che cosa vuole da me?”. Sono le domande fondamentali dei giovani di ogni tempo: le domande sul futuro. E Benedetto risponde con la certezza della fede giovane che gli appartiene. Tenete Cristo sempre al centro del vostro cuore, così tutta la vostra vita si convertirà in missione, dite ai vostri coetanei che sono amati da Dio con l’unico Amore che mai cade e finisce. I ragazzi esprimono il loro consenso con gli applausi e i “Benedicto” urlati e ritmati. Lo fanno anche quando il Papa li richiama ad una santità da vivere in ogni forma dell’esistenza. Alla fine, con la sua esile e decisa voce, il Papa introduce il canto del Pater Noster in latino e imparte la Benedizione; i ragazzi però non sanno le formule in latino, ma in compenso al “Muchas Gracias” di Benedetto rispondono con un canto dell’Ave Maria. Tre quarti d’ora per ricaricarsi di energia e ripartire per le strade di Madrid, della Spagna, del Mondo.
Sihaya.b16247
Thursday, August 09, 2007 2:55 PM
UDIENZA AI GIOVANI SPAGNOLI DELLE DIOCESI DELLA CIRCOSCRIZIONE ECCLESIASTICA DI MADRID , 09.08.2007

Alle ore 11 di questa mattina, nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i giovani spagnoli delle Diocesi della Circoscrizione Ecclesiastica di Madrid, partecipanti alla "Missione Giovani".
Sono presenti all’Udienza, tra gli altri: l’Em.mo Card. Antonio María Rouco Varela, Arcivescovo di Madrid, S.E. Mons. Jesus Esteban Catalá Ibáñez, Vescovo di Alcalá de Henares; S.E. Mons. Joaquín María Lopez de Andújar y Cánovas del Castillo, Vescovo di Getafe; tre Vescovi Ausiliari di Madrid e la Presidente della Comunità di Madrid.
Dopo l’indirizzo di omaggio dell’Em.mo Card. Antonio María Rouco Varela, Arcivescovo di Madrid, e la testimonianza di quattro giovani, il Papa rivolge loro il discorso che pubblichiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Queridos hermanos y hermanas
Queridos jóvenes madrileños

Con sumo gusto os recibo hoy, queridos jóvenes que habéis participado en la "Misión Joven" de la archidiócesis de Madrid y las diócesis de esa Provincia eclesiástica. Habéis venido acompañados por el Señor Cardenal Antonio María Rouco Varela, Arzobispo de Madrid, al que agradezco las amables palabras que me ha dirigido en nombre de sus Obispos Auxiliares, y de los Obispos de Getafe y de Alcalá de Henares y, naturalmente, de todos vosotros. Habéis querido manifestar vuestro afecto al Papa, Sucesor del apóstol Pedro, así como vuestro compromiso de entrega y servicio a la Iglesia de Jesucristo. Os doy mi más cordial bienvenida y os agradezco vuestra presencia aquí, tan numerosa, y de modo especial todo lo que hacéis como fruto de esa intensa experiencia eclesial y de fe que habéis vivido.

Algunos de vosotros han dado antes un expresivo testimonio de ella, que he seguido con atención. He apreciado la intensidad con que se ha vivido la condición del misionero y el colorido que adquieren ciertas facetas de la vida cuando se decide anunciar a Cristo: el entusiasmo de salir al descubierto y comprobar con sorpresa que, contrariamente a lo que muchos piensan, el Evangelio atrae profundamente a los jóvenes; el descubrir en toda su amplitud el sentido eclesial de la vida cristiana; la finura y belleza de un amor y una familia vivida ante los ojos de Dios, o el descubrimiento de una inesperada llamada a servirlo por entero consagrándose al ministerio sacerdotal.

Visitando los lugares donde Pedro y Pablo anunciaron el Evangelio, donde dieron su vida por el Señor y donde muchos otros fueron también perseguidos y martirizados en los albores de la Iglesia, habréis podido entender mejor por qué la fe en Jesucristo, al abrir horizontes de una vida nueva, de auténtica libertad y de una esperanza sin límites, necesita la misión, el empuje que nace de un corazón entregado generosamente a Dios y del testimonio valiente de Aquel que es el Camino, la Verdad y la Vida. Así ocurrió aquí, en Roma, hace muchos siglos, en medio de un ambiente que desconocía a Cristo, único Salvador del género humano y del mundo; así ha ocurrido siempre, y ocurre también hoy, cuando a vuestro alrededor veis a muchos que lo han olvidado o que se desentienden de Él, cegados por tantos sueños pasajeros que prometen mucho pero que dejan el corazón vacío.

Os animo a perseverar en el camino emprendido, dejándoos guiar por vuestros Pastores, colaborando con ellos en la apasionante tarea de hacer llegar a vuestros coetáneos la dicha indescriptible de saberse amados por Dios, el único amor que nunca falla ni termina. No dejéis de cultivar vosotros mismos el encuentro personal con Cristo, de tenerlo siempre en el centro de vuestro corazón, pues así toda vuestra vida se convertirá en misión; dejaréis trasparentar al Cristo que vive en vosotros.

Como jóvenes, estáis por decidir vuestro futuro. Hacedlo a la luz de Cristo, preguntadle ¿qué quieres de mi? y seguid la senda que Él os indique con generosidad y confianza, sabiendo que, como bautizados, todos sin distinción estamos llamados a la santidad y a ser miembros vivos de la Iglesia en cualquier forma de vida que nos corresponda.

La Virgen María, Reina de los Apóstoles y Madre de la Iglesia, fue presentada por el Concilio Vaticano II como "ejemplo de aquel amor de madre que debe animar a todos los que colaboran en la misión apostólica de la Iglesia para engendrar a los hombres a una vida nueva" (Lumen gentium, 65). Que su intercesión maternal os acompañe y os haga ser fieles a los compromisos que, dóciles al Espíritu Santo, habéis asumido para gloria de Dios y el bien de vuestros hermanos. Que os sea también de ayuda la Bendición Apostólica que os imparto con afecto.

Muchas gracias por vuestra visita.


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