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emma3
Saturday, April 07, 2007 1:15 AM
Migliaia di persone accompagnano il Pontefice lungo le 14 stazioni

La via Crucis del Papa: «Preghiamo per chi soffre, il nostro Dio ha un cuore di carne»


CITTA DEL VATICANO - Un venerdì santo dedicato alle donne. Nella Via Crucis al Colosseo Benedetto XVI dedica la nona stazione alla condizione femminile e alla difesa delle donne «umiliate e violentate» (meditazione scritta dal biblista Ravasi).
C'è una grande cornice di folla ad accompagnare il Papa nelle 14 stazioni e Benedetto XVI, alla vigilia ormai del suo 80esimo compleanno, non si è sottratto a nessuno dei gesti delle impegnative liturgie del Triduo Pasquale. Ieri ha lavato e asciugato i piedi a dodici fedeli in San Giovanni il Laterano, oggi pomeriggio in San Pietro si è prostrato a terra, su un tappeto rosso, per l'Adorazione della Croce. In serata ha portato la croce nelle prime due stazioni per riprendela allla quattordicesima salendo fino alla terrazza del Palatino. Attorno a lui migliaia di fiaccole dei fedeli.

«Preghiamo per i sofferenti"



- «Il nostro Dio non è un Dio lontano, intoccabile nella sua beatitudine, il nostro Dio ha un cuore, anzi ha un cuore di carne, si è fatto carne proprio per poter soffrire con noi nelle nostre sofferezze, si è fatto uomo per darci un cuore di carne e risvegliare in noi l'amore per i nostri fratelli sofferenti» ha detto il Papa concludendo la via Crucis. «Preghiamo - ha detto - per tutti i sofferenti del mondo, perchè Dio ci dia un cuore di carne ci faccia messaggeri del suo amore non solo con parole ma per tutta la nostra vita: seguendo Gesù nella via della sua passione vediamo non solo la passione di Gesù ma vediamo tutti i sofferenti del mondo, e è questa la profonda intenzione della preghiera della via crucis: di aprire i nostri occhi e aiutare a vedere col cuore. Il peccato più grande del mondo pagano - ha spiegato - era la loro insensibilità e durezza di cuore: convertirsi a Cristo, divenire cristiano voleva dire ricevere un cuore di carne, sensibile per la passione e la sofferenza degli altri».

corriere.it
LadyRatzinger
Saturday, April 07, 2007 11:00 AM
Da Petrus
Via Crucis, Benedetto XVI: "Un cuore di carne e non di pietra per amare i sofferenti come Cristo"

di Angela Ambrogetti

ROMA - Divenire cristiano vuol dire ricevere un cuore sensibile alla sofferenza. La Via Crucis al Colosseo si conclude con questa riflessione di papa Benedetto XVI. “Seguendo Gesù nella sua passione, vediamo non solo la passione di Gesù, ma vediamo tutti i sofferenti del mondo”. E’ la strada per aprire i nostri cuori, per aiutarci a vedere con il cuore. Le parole del papa risuonano di Amore: quello di Cristo. Non un “Dio lontano, intoccabile nella sua beatitudine, ma vicino alla sofferenza, che ha un cuore di carne. Si è fatto uomo per darci un cuore di carne e risvegliare l’amore per i sofferenti”. Il più grande peccato del mondo pagano era, secondo i padri della Chiesa, proprio la durezza del cuore. Ma Cristo si è fatto carne per essere con noi nelle sofferenza. La preghiera del papa e della Chiesa nella notte della passione è di essere messaggeri dell’Amore di Cristo non solo con le parole ma con tutta la vita. Poche e significative parole, quelle del papa, che suggellano le riflessioni proposte quest’anno dal biblista Gianfranco Ravasi. Meditazioni segnate dai paesaggi, dalle atmosfere, dai luoghi della passione di Cristo e della sofferenza di sempre. Il tramonto di Roma e la notte di Gerusalemme sono simbolo della solitudine dell’uomo. Il buio dell’eclisse del Golgota segna il buio del cuore di pietra dell’uomo vecchio che vive ancora in ogni sofferenza dimenticata, in ogni morte, in ogni solitudine. Pilato, Giuda, Pietro sono i simboli del nostro rifiutare Dio. Le aquile e i vessilli diventano la forza feroce delle masse, lo sperone del Golgota ricorda la superficialità di una società che sceglie la provocazione e l’eccesso, le vie rumorose del mercato restano indifferenti alla passione di Cristo come alle passioni degli ultimi di ogni tempo. Ci sono le donne per le via di Gerusalemme che soffrono con Gesù come oggi soffrono per le violenza che le lascia nel buio. L’indifferenza è la morte lenta della vera umanità. Gesù sente quello che sente ogni uomo. La solitudine dell’abbandono. Ma anche nel momento più buio del tradimento non vincono le tenebre e il male; alla notte succede l’alba annunciata da quelle prime luci del sabato che è attesa di un’alba diversa e persino Giuda può provare pentimento. Per questo Gesù si fa carne, patisce nella carne, per donarci un cuore di carne che non può essere insensibile alla sofferenza. Adesso inizia il grande silenzio. Attendiamo le luci della nuova alba per una umanità “di carne”.

emma3
Sunday, April 08, 2007 2:43 PM
Omelia della veglia pasquale nella Basilica di San Pietro




Cari fratelli e sorelle!

Dai tempi più antichi la liturgia del giorno di Pasqua comincia con le parole: Resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. La liturgia vi vede la prima parola del Figlio rivolta al Padre dopo la risurrezione, dopo il ritorno dalla notte della morte nel mondo dei viventi. La mano del Padre lo ha sorretto anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere.

La parola è tratta dal Salmo 138 e lì ha inizialmente un significato diverso. Questo Salmo è un canto di meraviglia per l’onnipotenza e l’onnipresenza di Dio, un canto di fiducia in quel Dio che non ci lascia mai cadere dalle sue mani. E le sue mani sono mani buone. L’orante immagina un viaggio attraverso tutte le dimensioni dell’universo – che cosa gli accadrà? "Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra…», nemmeno le tenebre per te sono oscure … per te le tenebre sono come luce" (Sal 138 [139],8-12).

Nel giorno di Pasqua la Chiesa ci dice: Gesù Cristo ha compiuto per noi questo viaggio attraverso le dimensioni dell’universo. Nella Lettera agli Efesini leggiamo che Egli è disceso nelle regioni più basse della terra e che Colui che è disceso è il medesimo che è anche asceso al di sopra di tutti i cieli per riempire l’universo (cfr 4,9s). Così la visione del Salmo è diventata realtà. Nell’oscurità impenetrabile della morte Egli è entrato come luce – la notte divenne luminosa come il giorno, e le tenebre divennero luce. Perciò la Chiesa giustamente può considerare la parola di ringraziamento e di fiducia come parola del Risorto rivolta al Padre: "Sì, ho fatto il viaggio fin nelle profondità estreme della terra, nell’abisso della morte e ho portato la luce; e ora sono risorto e sono per sempre afferrato dalle tue mani". Ma questa parola del Risorto al Padre è diventata anche una parola che il Signore rivolge a noi: "Sono risorto e ora sono sempre con te", dice a ciascuno di noi. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce.

Questa parola del Salmo, letta come colloquio del Risorto con noi, è allo stesso tempo una spiegazione di ciò che succede nel Battesimo. Il Battesimo, infatti, è più di un lavacro, di una purificazione. È più dell’assunzione in una comunità. È una nuova nascita. Un nuovo inizio della vita. Il passo della Lettera ai Romani, che abbiamo appena ascoltato, dice con parole misteriose che nel Battesimo siamo stati "innestati" nella somiglianza con la morte di Cristo. Nel Battesimo ci doniamo a Cristo – Egli ci assume in sé, affinché poi non viviamo più per noi stessi, ma grazie a Lui, con Lui e in Lui; affinché viviamo con Lui e così per gli altri. Nel Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra vita nelle sue mani, così da poter dire con san Paolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me". Se in questo modo ci doniamo, accettando una specie di morte del nostro io, allora ciò significa anche che il confine tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua come al di là della morte siamo con Cristo e per questo, da quel momento in avanti, la morte non è più un vero confine. Paolo ce lo dice in modo molto chiaro nella sua Lettera ai Filippesi: "Per me il vivere è Cristo. Se posso essere presso di Lui (cioè se muoio) è un guadagno. Ma se rimango in questa vita, posso ancora portare frutto. Così sono messo alle strette tra queste due cose: essere sciolto – cioè essere giustiziato – ed essere con Cristo, sarebbe assai meglio; ma rimanere in questa vita è più necessario per voi" (cfr 1,21ss). Di qua e di là del confine della morte egli è con Cristo – non esiste più una vera differenza. Sì, è vero: "Alle spalle e di fronte tu mi circondi. Sempre sono nelle tue mani". Ai Romani Paolo ha scritto: "Nessuno … vive per se stesso e nessuno muore per se stesso … sia che viviamo, sia che moriamo, siamo … del Signore" (Rm 14,7s).

Cari battezzandi, è questa la novità del Battesimo: la nostra vita appartiene a Cristo, non più a noi stessi. Ma proprio per questo non siamo soli neppure nella morte, ma siamo con Lui che vive sempre. Nel Battesimo, insieme con Cristo, abbiamo già fatto il viaggio cosmico fin nelle profondità della morte. Accompagnati da Lui, anzi, accolti da Lui nel suo amore, siamo liberi dalla paura. Egli ci avvolge e ci porta, ovunque andiamo – Egli che è la Vita stessa.

Ritorniamo ancora alla notte del Sabato Santo. Nel Credo professiamo circa il cammino di Cristo: "Discese agli inferi". Che cosa accadde allora? Poiché non conosciamo il mondo della morte, possiamo figurarci questo processo del superamento della morte solo mediante immagini che rimangono sempre poco adatte. Con tutta la loro insufficienza, tuttavia, esse ci aiutano a capire qualcosa del mistero. La liturgia applica alla discesa di Gesù nella notte della morte la parola del Salmo 23 [24]: "Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche!" La porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro da lì. Non c’è una chiave per questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità del suo amore è la chiave che apre questa porta. L’amore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per poter morire – questo amore ha la forza per aprire la porta. Questo amore è più forte della morte. Le icone pasquali della Chiesa orientale mostrano come Cristo entra nel mondo dei morti. Il suo vestito è luce, perché Dio è luce. "La notte è chiara come il giorno, le tenebre sono come luce" (cfr Sal 138 [139],12). Gesù che entra nel mondo dei morti porta le stimmate: le sue ferite, i suoi patimenti sono diventati potenza, sono amore che vince la morte. Egli incontra Adamo e tutti gli uomini che aspettano nella notte della morte. Alla loro vista si crede addirittura di udire la preghiera di Giona: "Dal profondo degli inferi ho gridato, e tu hai ascoltato la mia voce" (Gio 2,3). Il Figlio di Dio nell’incarnazione si è fatto una cosa sola con l’essere umano – con Adamo. Ma solo in quel momento, in cui compie l’atto estremo dell’amore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dell’incarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce.

Ora, tuttavia, si può domandare: Ma che cosa significa questa immagine? Quale novità è lì realmente accaduta per mezzo di Cristo? L’anima dell’uomo, appunto, è di per sé immortale fin dalla creazione – che cosa di nuovo ha portato Cristo? Sì, l’anima è immortale, perché l’uomo in modo singolare sta nella memoria e nell’amore di Dio, anche dopo la sua caduta. Ma la sua forza non basta per elevarsi verso Dio. Non abbiamo ali che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia, nient’altro può appagare l’uomo eternamente, se non l’essere con Dio. Un’eternità senza questa unione con Dio sarebbe una condanna. L’uomo non riesce a giungere in alto, ma anela verso l’alto: "Dal profondo grido a te…" Solo il Cristo risorto può portarci su fino all’unione con Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza.

È questo il giubilo della Veglia Pasquale: noi siamo liberi. Mediante la risurrezione di Gesù l’amore si è rivelato più forte della morte, più forte del male. L’amore Lo ha fatto discendere ed è al contempo la forza nella quale Egli ascende. La forza per mezzo della quale ci porta con sé. Uniti col suo amore, portati sulle ali dell’amore, come persone che amano scendiamo insieme con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche con Lui. Preghiamo quindi in questa notte: Signore, dimostra anche oggi che l’amore è più forte dell’odio. Che è più forte della morte. Discendi anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce! Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori! Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al "sì" dell’amore, che ci fa discendere e proprio così salire insieme con te! Alleluia. Amen.



[Modificato da emma3 08/04/2007 14.44]

emma3
Sunday, April 08, 2007 2:53 PM
Il messaggio pasquale del papa



Fratelli e sorelle del mondo intero,
uomini e donne di buona volontà!

Cristo è risorto! Pace a voi! Si celebra oggi il grande mistero, fondamento della fede e della speranza cristiana: Gesù di Nazaret, il Crocifisso, è risuscitato dai morti il terzo giorno, secondo le Scritture. L’annuncio dato dagli angeli, in quell’alba del primo giorno dopo il sabato, a Maria di Magdala e alle donne accorse al sepolcro, lo riascoltiamo oggi con rinnovata emozione: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato!" (Lc 24,5-6).

Non è difficile immaginare quali fossero, in quel momento, i sentimenti di queste donne: sentimenti di tristezza e sgomento per la morte del loro Signore, sentimenti di incredulità e stupore per un fatto troppo sorprendente per essere vero. La tomba però era aperta e vuota: il corpo non c’era più. Pietro e Giovanni, avvertiti dalle donne, corsero al sepolcro e verificarono che esse avevano ragione. La fede degli Apostoli in Gesù, l’atteso Messia, era stata messa a durissima prova dallo scandalo della croce. Durante il suo arresto, la sua condanna e la sua morte si erano dispersi, ed ora si ritrovavano insieme, perplessi e disorientati. Ma il Risorto stesso venne incontro alla loro incredula sete di certezze. Non fu sogno, né illusione o immaginazione soggettiva quell’incontro; fu un’esperienza vera, anche se inattesa e proprio per questo particolarmente toccante. "Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!»" (Gv 20,19).

A quelle parole, la fede quasi spenta nei loro animi si riaccese. Gli Apostoli riferirono a Tommaso, assente in quel primo incontro straordinario: Sì, il Signore ha compiuto quanto aveva preannunciato; è veramente risorto e noi lo abbiamo visto e toccato! Tommaso però rimase dubbioso e perplesso. Quando Gesù venne una seconda volta, otto giorni dopo nel Cenacolo, gli disse: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". La risposta dell’Apostolo è una commovente professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20,27-28).

"Mio Signore e mio Dio"! Rinnoviamo anche noi la professione di fede di Tommaso. Come augurio pasquale, quest’anno, ho voluto scegliere proprio le sue parole, perché l’odierna umanità attende dai cristiani una rinnovata testimonianza della risurrezione di Cristo; ha bisogno di incontrarlo e di poterlo conoscere come vero Dio e vero Uomo. Se in questo Apostolo possiamo riscontrare i dubbi e le incertezze di tanti cristiani di oggi, le paure e le delusioni di innumerevoli nostri contemporanei, con lui possiamo anche riscoprire con convinzione rinnovata la fede in Cristo morto e risorto per noi. Questa fede, tramandata nel corso dei secoli dai successori degli Apostoli, continua, perché il Signore risorto non muore più. Egli vive nella Chiesa e la guida saldamente verso il compimento del suo eterno disegno di salvezza.

Ciascuno di noi può essere tentato dall’incredulità di Tommaso. Il dolore, il male, le ingiustizie, la morte, specialmente quando colpiscono gli innocenti - ad esempio, i bambini vittime della guerra e del terrorismo, delle malattie e della fame - non mettono forse a dura prova la nostra fede? Eppure paradossalmente, proprio in questi casi, l’incredulità di Tommaso ci è utile e preziosa, perché ci aiuta a purificare ogni falsa concezione di Dio e ci conduce a scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio che, in Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita. Tommaso ha ricevuto dal Signore e, a sua volta, ha trasmesso alla Chiesa il dono di una fede provata dalla passione e morte di Gesù e confermata dall’incontro con Lui risorto. Una fede che era quasi morta ed è rinata grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua a indicarci nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano.

"Dalle sue piaghe siete stati guariti" (1 Pt 2,24), è questo l’annuncio che Pietro rivolgeva ai primi convertiti. Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: "Mio Signore e mio Dio". Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede.

Quante ferite, quanto dolore nel mondo! Non mancano calamità naturali e tragedie umane che provocano innumerevoli vittime e ingenti danni materiali. Penso a quanto è avvenuto di recente in Madagascar, nelle Isole Salomone, in America Latina e in altre Regioni del mondo. Penso al flagello della fame, alle malattie incurabili, al terrorismo e ai sequestri di persona, ai mille volti della violenza - talora giustificata in nome della religione - al disprezzo della vita e alla violazione dei diritti umani, allo sfruttamento della persona. Guardo con apprensione alla condizione in cui si trovano non poche regioni dell’Africa: nel Darfur e nei Paesi vicini permane una catastrofica e purtroppo sottovalutata situazione umanitaria; a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, gli scontri e i saccheggi delle scorse settimane fanno temere per il futuro del processo democratico congolese e per la ricostruzione del Paese; in Somalia la ripresa dei combattimenti allontana la prospettiva della pace e appesantisce la crisi regionale, specialmente per quanto riguarda gli spostamenti della popolazione e il traffico di armi; una grave crisi attanaglia lo Zimbabwe, per la quale i Vescovi del Paese, in un loro recente documento, hanno indicato come unica via di superamento la preghiera e l’impegno condiviso per il bene comune.

Di riconciliazione e di pace ha bisogno la popolazione di Timor Est, che si appresta a vivere importanti scadenze elettorali. Di pace hanno bisogno anche lo Sri Lanka, dove solo una soluzione negoziata porrà fine al dramma del conflitto che lo insanguina, e l’Afghanistan, segnato da crescente inquietudine e instabilità. In Medio Oriente, accanto a segni di speranza nel dialogo fra Israele e l’Autorità palestinese, nulla di positivo purtroppo viene dall’Iraq, insanguinato da continue stragi, mentre fuggono le popolazioni civili; in Libano lo stallo delle istituzioni politiche minaccia il ruolo che il Paese è chiamato a svolgere nell’area mediorientale e ne ipoteca gravemente il futuro. Non posso infine dimenticare le difficoltà che le comunità cristiane affrontano quotidianamente e l’esodo dei cristiani dalla Terra benedetta che è la culla della nostra fede. A quelle popolazioni rinnovo con affetto l’espressione della mia vicinanza spirituale.

Cari fratelli e sorelle, attraverso le piaghe di Cristo risorto possiamo vedere questi mali che affliggono l’umanità con occhi di speranza. Risorgendo, infatti, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice con la sovrabbondanza della sua Grazia. Alla prepotenza del Male ha opposto l’onnipotenza del suo Amore. Ci ha lasciato come via alla pace e alla gioia l’Amore che non teme la morte. "Come io vi ho amato - ha detto agli Apostoli prima di morire -, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34).

Fratelli e sorelle nella fede, che mi ascoltate da ogni parte della terra! Cristo risorto è vivo tra noi, è Lui la speranza di un futuro migliore. Mentre con Tommaso diciamo: "Mio Signore e mio Dio!", risuoni nel nostro cuore la parola dolce ma impegnativa del Signore: "Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12,26). Ed anche noi, uniti a Lui, disposti a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventiamo apostoli di pace, messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione. Ci ottenga questo dono pasquale Maria, Madre di Cristo risorto. Buona Pasqua a tutti!
LadyRatzinger
Sunday, April 08, 2007 3:27 PM
Da Petrus
Il Papa alla veglia di Pasqua: “Solo Cristo possiede la chiave della porta che conduce dalla morte alla vita"


di Angela Ambrogetti

CITTA’ DEL VATICANO - La resurrezione di Cristo ha reso il confine tra morte e vita permeabile. E´ l´annuncio di Pasqua: Resurrexi et adhuc tecum sum - sono risorto e sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano. Il papa lo ha proclamato ancora una volta a San Pietro nell’omelia della Veglia di Pasqua che Agostino chiamava "madre di tutte le veglie". Il fuoco nuovo, benedetto nell´atrio della basilica vaticana, ha illuminato il buio della notte; con l´acqua lustrale sono stati battezzati sei catecumeni come nella Chiesa dei primi secoli e due neonati, il canto dell´Exsultet ha esaltato la vittoria sulla morte. La mano del Padre ha sorretto Cristo anche in questa notte, e così Egli ha potuto rialzarsi, risorgere. Il Pontefice ha accompagnato i fedeli dal buio alla luce seguendo la voce del Risorto. "Aggrappati al suo Corpo noi viviamo e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio". Solo così la nostra vita è speranza, dice il papa. Le parole di Benedetto XVI rileggono il viaggio cosmico di Cristo che, secondo la tradizione orientale, scende agli inferi per prendere Adamo e portarlo alla vita. E´ un colloquio con noi, con l’uomo di ogni tempo. "La mia mano ti sorregge-ci dice il Risorto- Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce". La liturgia del Sabato Santo è liturgia battesimale. Non solo lavacro o assunzione in una comunità ma "nuova nascita, un nuovo inizio della vita". Nel Battesimo abbandoniamo noi stessi, deponiamo la nostra vita nelle mani del Signore. "Se in questo modo ci doniamo, accettando una specie di morte del nostro io, allora ciò significa anche che il confine tra morte e vita diventa permeabile. Al di qua come al di là della morte siamo con Cristo e per questo, da quel momento in avanti, la morte non è più un vero confine". Ma immaginare il superamento della morte è difficile, perché non conosciamo il suo regno. "La porta della morte è chiusa, nessuno può tornare indietro da lì. Non c´è una chiave per questa porta ferrea. Cristo, però, ne possiede la chiave. La sua Croce spalanca le porte della morte, le porte irrevocabili. Esse ora non sono più invalicabili. La sua Croce, la radicalità del suo amore, è la chiave che apre questa porta. L´amore di Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo per poter morire - questo amore ha la forza per aprire la porta. Questo amore è più forte della morte". "Solo in quel momento, in cui compie l´atto estremo dell´amore discendendo nella notte della morte, Egli porta a compimento il cammino dell´incarnazione. Mediante il suo morire Egli prende per mano Adamo, tutti gli uomini in attesa e li porta alla luce". L´uomo, pur con un´anima immortale, non può da solo arrivare, dopo la caduta, a Dio. "Non abbiamo ali che potrebbero portarci fino a tale altezza. E tuttavia, nient´altro può appagare l´uomo eternamente, se non l´essere con Dio. Un´eternità senza questa unione con Dio sarebbe una condanna. L´uomo non riesce a giungere in alto, ma anela verso l´alto: "Dal profondo grido a te...". Solo il Cristo risorto può portarci su fino all´unione con Dio, fin dove le nostre forze non possono arrivare. Egli prende davvero la pecora smarrita sulle sue spalle e la porta a casa. Aggrappati al suo Corpo noi viviamo, e in comunione con il suo Corpo giungiamo fino al cuore di Dio. E solo così è vinta la morte, siamo liberi e la nostra vita è speranza". E´ il senso stesso della gioia di Pasqua. Non siamo soli. Non dobbiamo fare tutto da soli. L´amore di Dio è tale che non permette la nostra solitudine neanche per un istante. Scende con noi nel buio degli inferi, ci prende per mano se noi ci abbandoniamo a Lui, non ci fa mai cadere se non nelle sue mani., e così "noi siamo liberi." "Uniti col suo amore, portati sulle ali dell´amore, come persone che amano, scendiamo insieme con Lui nelle tenebre del mondo, sapendo che proprio così saliamo anche con Lui". La gioia diventa preghiera nelle parole del papa. "Discendi anche nelle notti e negli inferi di questo nostro tempo moderno e prendi per mano coloro che aspettano. Portali alla luce! Sii anche nelle mie notti oscure con me e conducimi fuori! Aiutami, aiutaci a scendere con te nel buio di coloro che sono in attesa, che gridano dal profondo verso di te! Aiutaci a portarvi la tua luce! Aiutaci ad arrivare al "sì" dell´amore, che ci fa discendere e proprio così salire insieme con te!". Tra poche ore il canto del "Resurrexit" in piazza san Pietro porterà quest´annuncio al mondo.

LadyRatzinger
Monday, April 09, 2007 7:01 PM
Da Petrus
Le parole del Santo Padre al Regina Coeli: “La Chiesa non abbia paura di annunciare il Vangelo”

CASTELGANDOLFO - Nel giorno di Pasquetta (lunedì dell'Angelo nel calendario liturgico della Chiesa cattolica), il Papa esorta i cristiani a "non aver paura" nell'annunciare il messaggio della risurrezione di Cristo "sino agli estremi confini del mondo" e ricorda loro come sia "quanto mai urgente" che l'uomo moderno scopra il suo messaggio. Affacciato alla finestra del primo piano del palazzo apostolico di Castel Gandolfo - dove si è trasferito ieri per una settimana di riposo - Benedetto XVI, prima di recitare la preghiera del Regina Coeli, ha rivolto alle centinaia di fedeli e pellegrini un saluto incentrato sul significato della Pasqua. "Cari fratelli e sorelle, siamo ancora ripieni del gaudio spirituale, e si vede! - ha detto salutato dagli applausi - per per le solenni celebrazioni della Pasqua recano al cuore dei credenti", ha detto il Papa. "Cristo è risorto!". Il Papa è poi andato col pensiero al racconto evangelico della risurrezione di Cristo. "Anche a noi, oggi, come a queste donne che rimasero accanto a Gesù durante la Passione, il Risorto ripete di non avere paura nel farci messaggeri dell'annunzio della sua risurrezione. Non ha nulla da temere chi incontra Gesù risuscitato e a lui si affida docilmente. E' questo - ha sottolineato il Papa - il messaggio che i cristiani sono chiamati a diffondere sino agli estremi confini del mondo". Secondo il Pontefice, "tante sono le occasioni per comunicare agli altri questa nostra fede in modo semplice e convinto. Ed è quanto mai urgente - ha tenuto a rimarcare - che gli uomini e le donne della nostra epoca conoscano e incontrino Gesù e, grazie anche al nostro esempio, si lascino conquistare da lui".

LadyRatzinger
Monday, April 09, 2007 7:08 PM
Da Petrus
Pasqua, il messaggio Urbi et Orbi del Papa: “La ferita del mondo di oggi è il disprezzo della vita”

di Gianluca Barile

CITTA’ DEL VATICANO - «Segnali di speranza» nei rapporti tra israeliani e palestinesi, ma «nulla di positivo» dall'Iraq, «apprensione» per la violenza che attraversa varie zone dell'Africa e altre regioni del globo, ma anche preoccupazione per l'esodo di cristiani dalla Terra santa a causa delle guerre che non cessano: sono i sentimenti espressi dal Papa nel messaggio «Urbi et Orbi», alla città e al mondo, rivolto, come ogni Pasqua, dalla loggia centrale della basilica di San Pietro, e trasmesso in diretta in 67 Paesi. «Quante ferite, quanto dolore nel mondo!» ha detto Benedetto XVI. Ad ascoltarlo decine di migliaia di fedeli e pellegrini, con bandiere di tanti Paesi. «In Medio Oriente - ha aggiunto - accanto a segni di speranza nel dialogo fra Israele e l'Autorità palestinese, nulla di positivo purtroppo viene dall'Iraq, insanguinato da continue stragi, mentre fuggono le popolazioni civili; in Libano lo stallo delle istituzioni politiche minaccia il ruolo che il Paese è chiamato a svolgere nell’area mediorientale e ne ipoteca gravemente il futuro». Benedetto XVI ha poi denunciato, tra le «tante ferite» del mondo, il «terrorismo e i sequestri di persona», i «mille volti della violenza, talvolta giustificata in nome della religione», il «disprezzo della vita», la «violazione dei diritti umani», lo «sfruttamento della persona», oltre che il «flagello della fame e le malattie incurabili». Sono mali - ha detto Joseph Ratzinger - che mettono a «dura prova» persino la fede, specie quando «colpiscono gli innocenti, per esempio i bambini vittime della guerra e del terrorismo, delle malattie e della fame». A tale proposito, Benedetto XVI, ha indicato l'esempio di Tommaso, la cui fede è rinata a contatto con le ferite di Gesù risorto. «Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, sopratutto quello innocente, è degno di fede». L'apostolo non credette subito alla risurrezione di Cristo, ma quando ebbe modo di mettere le dita nel costato di Gesù lo riconobbe ed esclamò: "Mio signore e mio Dio!". Come augurio pasquale - ha detto il Papa - quest'anno ho voluto scegliere proprio le sue parole, perché l'odierna umanità attende dai cristiani una rinnovata testimonianza della risurrezione di Cristo, ha bisogno di incontrarlo e di poterlo conoscere come vero Dio e vero Uomo». Tra i presenti ai saluti del Pontefice, tra via della Conciliazione e piazza San Pietro, anche i partecipanti al corteo per l'abolizione della pena di morte. Nel suo messaggio Benedetto XVI ha anche espresso la sua «apprensione» per la «condizione in cui si trovano non poche regioni dell'Africa». Il Santo Padre ha citato il Darfur, con la sua «catastrofica e purtroppo sottovalutata situazione umanitaria», la Repubblica democratica del Congo, dove è a rischio il processo democratico; la Somalia, dove «la ripresa dei combattimenti allonta la prospettiva della pace e appesantisce la crisi regionale». Tra i tanti punti di «dolore» del mondo, Ratzinger ha citato anche lo Zimbabwe e poi, passando ad altri continenti, Timor Est, lo Sri Lanka, nonché paesi dell'America Latina e di altre regioni, colpiti da «calamità naturali e tragedie umane». Piazza San Pietro si è vestita a festa con un tripudio di fiori, tulipani bianchi, gialli, arancioni, e di colori di bandiere e di vestiti tradizionali delle diverse comitive provenienti da tutto il mondo: non bastava la piazza a contenere gli oltre centoventimila fedeli accorsi per la messa di Pasqua celebrata dal Santo Padre. Gremita anche l'attigua piazza Pio XII, tanto che i ritardatari sono stati costretti ad assistere al rito da via della Conciliazione. Nelle prime file, davanti all'altare, decine di cardinali e uomini di curia. La celebrazione, trasmessa in diretta televisiva in 67 Paesi, si è aperta con una processione solenne, guidata da Papa Benedetto XVI, che alle 10.30 ha attraversato il sagrato della Basilica di San Pietro, dando inizio alla messa solenne, che ricorda e festeggia - nella liturgia cristiana - la risurrezione di Gesù. Durante la messa si è pregato in arabo e si è chiesto che i fedeli dell'unico Dio vivente «ritrovino la reciproca solidarietà e comprensione» per «rimarginare ferite antiche e ridare speranze di vita». È stata questa la supplica letta in arabo durante le preghiere dei fedeli, nel corso del solenne rito liturgico pasquale, scandito da letture sacre e canti bizantini e latini, senza l'omelia del Papa, sostituita per l’occasione dal successivo messaggio “Urbi et Orbi”. (Nella sezione Photogallery di questo giornale è possibile visionare un'ampia galleria di immagini relative alle celebrazioni di oggi e sull'intera settimana Santa).



emma3
Monday, April 09, 2007 9:22 PM
Discorso del papa prima del Regina Coeli



Cari fratelli e sorelle,
siamo ancora ripieni del gaudio spirituale che le solenni celebrazioni della Pasqua recano al cuore dei credenti. Cristo è risorto! A questo mistero così grande la liturgia dedica non solo un giorno, ma ben cinquanta giorni, e cioè l’intero tempo pasquale, che si conclude con la Pentecoste. La domenica di Pasqua è poi un giorno assolutamente speciale, che si estende per tutta questa settimana sino alla prossima domenica, e forma l’Ottava di Pasqua. Nel clima della gioia pasquale, la liturgia di oggi ci riconduce al sepolcro dove Maria di Magdala e l’altra Maria, secondo il racconto di san Matteo, mosse dall’amore per Lui si erano recate per "visitare" la tomba di Gesù. Narra l’evangelista che Egli venne loro incontro e disse: "Non temete, andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno" (Mt 28,10). Fu veramente una gioia indicibile quella che esse provarono nel rivedere il loro Signore e, piene di entusiasmo, corsero a farne parte ai discepoli.

Anche a noi, oggi, come a queste donne che rimasero accanto a Gesù durante la Passione, il Risorto ripete di non avere paura nel farci messaggeri dell’annunzio della sua risurrezione. Non ha nulla da temere chi incontra Gesù risuscitato e a Lui si affida docilmente. E’ questo il messaggio che i cristiani sono chiamati a diffondere sino agli estremi confini del mondo. La fede cristiana nasce non dall’accoglienza di una dottrina, ma dall’incontro con una Persona, con Cristo morto e risuscitato. Nella nostra esistenza quotidiana, cari amici, tante sono le occasioni per comunicare agli altri questa nostra fede in modo semplice e convinto. Ed è quanto mai urgente che gli uomini e le donne della nostra epoca conoscano e incontrino Gesù e, grazie anche al nostro esempio, si lascino conquistare da Lui.

Il Vangelo non dice nulla di Maria, ma la tradizione cristiana ama contemplarla mentre si rallegra più di ogni altro nel riabbracciare il suo divin Figlio, che aveva stretto a sé quando venne deposto dalla Croce. Ora, dopo la risurrezione la Madre del Redentore gioisce con gli "amici" di Gesù, che costituiscono la Chiesa nascente. Mentre rinnovo di cuore a tutti voi i miei auguri pasquali, invoco Lei, la Regina Coeli, perchè mantenga viva la fede nella risurrezione in ciascuno di noi e ci renda messaggeri della speranza e dell’amore del Cristo risorto.

I saluti dopo la recita del Regina Coeli

Aux pèlerins francophones présents ce matin pour la prière du Regina cæli, j’adresse une cordiale bienvenue. Que le Christ ressuscité remplisse vos cœurs de la joie de Pâques, pour que vous soyez de vivants témoins de son Évangile !

To all the English-speaking pilgrims and visitors present for today’s Regina Caeli, I extend a warm welcome. I pray that you will grow ever closer to the Risen Lord and share his Good News with all those you encounter. Upon all of you, I invoke the abundant blessings of Almighty God.

Von Herzen grüße ich alle Pilger deutscher Sprache. Jesus Christus hat den Tod besiegt. Der österliche Glaube an seine Auferstehung schenke euch Kraft und Heil. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Ostermontag.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en este lunes de la octava de Pascua, en la cual la tradición y la liturgia invitan de manera especial a tomar conciencia de que Cristo resucitado ya no muere más, y por ello exhorta a profundizar en el misterio y el compromiso bautismal. Feliz tiempo de Pascua.

Saúdo cordialmente os presentes e ouvintes de língua portuguesa, com votos de todo o bem, e que Deus lhes conceda, como fruto da Páscoa de Cristo, a abundância dos dons do Espírito Santo!

Wszystkim Polakom zycze, aby wiara w Chrystusa, który umarl i zmartwychwstal, owocowala pokojem i radoscia. Niech wam Bóg blogoslawi![A tutti i polacchi auguro, che la fede in Cristo morto e risorto fruttifichi della pace e della gioia. Dio vi benedica.]

Saluto infine i pellegrini di lingua italiana. In questo Lunedì dell’Angelo, in cui si prolunga la gioia della Pasqua, la Vergine Maria, Madre del Signore risorto, ottenga per ciascuno serenità e pace. Buona e santa Pasqua a tutti!
josie '86
Wednesday, April 11, 2007 6:26 PM
Da AvionNews

[G]Ecco il programma del viaggio in Brasile[/G]

[DIM]15pt[=DIM][G]Il viaggio del Santo Padre in Brasile [/G][/DIM]

[DIM]12pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]Roma, Italia - Decollo il 9 maggio da Roma-Ciampino; rientro sullo stesso scalo il 14

(WAPA) - Mercoledì 9 maggio 2007 a Roma-Fiumicino alle ore 09:00 Papa Benedetto XVI decollerà in aereo dall’aeroporto internazionale "Leonardo Da Vinci" di Roma-Fiumicino per San Paolo-Guarulhos.

16:30 arrivo in Brasile, cerimonia di benvenuto, discorso del Pontefice.

17:30 trasferimento in elicottero all’aeroporto di Campo de Marte a San Paolo.

18:00 arrivo all’aeroporto di Campo de Marte e saluto delle autorità locali.

18.10 trasferimento in auto panoramica dall’aeroporto al monastero di San Bento a San Paolo, che il Papa raggiungerà alle 18:45. Qui ci saranno il saluto e la benedizione della folla dal balcone del monastero.

Giovedì 10 maggio: alle 08:00 ci sarà la Santa messa in privato nella cappella del monastero; alle 10:30 trasferimento in auto dal monastero al Palacio dos Bandeirantes di San Paolo, dove ad attenderlo ci sarà il presidente della Repubblica per il saluto di cortesia, previsto per le 11:00. 12:00, rientro in auto al monastero, che raggiungerà alle 12:30. Qui il Papa avrà un breve incontro con i rappresentanti di altre confessioni cristiane e di altre religioni. Alle 13:15 pranzo con il Praesidium della Conferenza episcopale del Brasile (Cnbb) e con i membri del seguito papale.

17:30, trasferimento in auto dal monastero allo stadio municipale di Pacaembu "Paulo Machado de Carvalho" a San Paolo, dove arriverà venti minuti dopo. Alle 18:00 l'incontro con i giovani ai quali il Santo Padre terrà un discorso. Alle 20:00 rientro in auto al monastero.

Venerdì 11 maggio: 08:30 trasferimento in auto dal monastero al Campo de Marte dove arriverà alle 09:00. Giro in auto panoramica tra i fedeli. 09.15 arrivo alla sagrestia allestita sotto l’altare. 09:30 Santa Messa e canonizzazione del Beato Frei. Omelia del Santo Padre.

11:45 ritorno in sagrestia. 12:00 rientro in auto al monastero. 15:40 congedo dal monastero e trasferimento in auto panoramica alla Catedral da Sé a San Paolo, dove alle 16:00 incontrerà i vescovi del Brasile. Alle 17:15 trasferimento in auto panoramica dalla Catedral da Sé all'aeroporto di Campo de Marte. 17:45 arrivo all’aeroporto e saluto delle autorità locali. 18.00 partenza in elicottero dall’aeroporto di Campo de Marte a San Paolo per Aparecida. 19:00 arrivo all’eliporto del Santuario dell’Aparecida. Saluto delle autorità locali e trasferimento in auto panoramica al Seminario "Bom Jesús" ad Aparecida.

Sabato 12 maggio: 08.00 Santa Messa in privato nella Cappella del Seminario "Bom Jesús" ad Aparecida.
09:30 trasferimento in auto dal Seminario "Bom Jesús" ad Aparecida alla fazenda da Esperança a Guaratinguetá. 10:30 arrivo alla fazenda e visita alla chiesa della fazenda; saluto del Santo Padre, che alle 10:45 incontrerà la comunità. Discorso del Santo Padre. 11:45 trasferimento in auto dalla fazenda al Seminario "Bom Jesús" ad Aparecida, dove il Papa pranzerà con il Praesidium della V Conferenza generale dell’Episcopato latino-americano e dei Caraibi e con i membri del seguito papale. 17:45 trasferimento in auto panoramica al Santuario dell’Aparecida, dove reciterà il Santo Rosario ed avrà un incontro con sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e diaconi nella basilica del santuario. 19:30 trasferimento al seminario "Bom Jesús".

Domenica 13 maggio: 09:15 trasferimento in auto panoramica Santuario dell’Aparecida dove il Papa effettuerà un giro in auto panoramica tra i fedeli. 09:45 arrivo in sagrestia allestita accanto al podio sul portico del Santuario dell’Aparecida. 10:00 Santa Messa di inaugurazione della V Conferenza generale dell’episcopato latino-americano e dei Caraibi nel piazzale di fronte al Santuario dell’Aparecida. Omelia del Santo Padre. Recita del Regina Coeli. Parole del Santo Padre. 12:15 ritorno in sagrestia. 12:30 trasferimento in auto dal Santuario dell’Aparecida al seminario "Bom Jesús". 15:45 trasferimento in auto al Santuario dell’Aparecida, dove ci sarà la sessione inaugurale dei lavori della V Conferenza: il Santo Padre terrà un discorso.

17:30 trasferimento in auto dalla sala conferenze del Santuario al seminario "Bom Jesús" e alle 18:30 il congedo ed il trasferimento in auto all’eliporto del Santuario, dove il Pontefice saluterà le autorità locali. 18:50 partenza in elicottero per l’aeroporto internazionale di San Paolo-Guarulhos, dove si congederà con un discorso. 20:15 partenza in aereo per l’aeroporto di Roma-Ciampino.

Lunedì 14 maggio alle 12:45 arrivo a Roma. [/FONT][/DIM]
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Wednesday, April 11, 2007 8:40 PM
L’UDIENZA GENERALE , 11.04.2007

Cari fratelli e sorelle!

Ci ritroviamo quest’oggi, dopo le solenni celebrazioni della Pasqua per il consueto incontro del mercoledì, ed è mio desiderio anzitutto rinnovare a ciascuno di voi i più fervidi voti augurali. Vi ringrazio per la vostra presenza così numerosa e ringrazio il Signore per il bel sole che oggi ci dà. Nella Veglia pasquale è risuonato questo annuncio: "Il Signore è davvero risorto, alleluia!". Ora è Lui stesso a parlarci: "Non morirò – proclama – resterò in vita". Ai peccatori dice: "Ricevete la remissione dei peccati. Sono io, infatti, la vostra remissione". A tutti infine ripete: "Sono io la Pasqua della salvezza, l’Agnello immolato per voi, io il vostro riscatto, io la vostra vita, io la vostra risurrezione, io la vostra luce, io la vostra salvezza, io il vostro re. Io vi mostrerò il Padre". Così si esprime uno scrittore del II secolo, Melitone di Sardi, interpretando con realismo le parole e il pensiero del Risorto (Sulla Pasqua, 102-103).

In questi giorni, la liturgia ricorda diversi incontri che Gesù ebbe dopo la sua risurrezione: con Maria Maddalena e le altre donne andate al sepolcro di buon mattino, il giorno dopo il sabato; con gli Apostoli riuniti increduli nel Cenacolo; con Tommaso e altri discepoli. Queste diverse sue apparizioni costituiscono anche per noi un invito ad approfondire il fondamentale messaggio della Pasqua; ci stimolano a ripercorrere l’itinerario spirituale di quanti hanno incontrato Cristo e lo hanno riconosciuto in quei primi giorni dopo gli eventi pasquali.

L’evangelista Giovanni narra che Pietro e lui stesso, udita la notizia data da Maria Maddalena, erano corsi, quasi a gara, verso il sepolcro (cfr Gv 20, 3s). I Padri della Chiesa hanno visto in questo loro rapido affrettarsi verso la tomba vuota un’esortazione a quell’unica competizione legittima tra credenti: la gara nella ricerca di Cristo. E che dire di Maria Maddalena? Piangente resta accanto alla tomba vuota con l’unico desiderio di sapere dove abbiano portato il suo Maestro. Lo ritrova e lo riconosce quando viene da Lui chiamata per nome (cfr Gv 20,11-18). Anche noi, se cerchiamo il Signore con animo semplice e sincero, lo incontreremo, anzi sarà Lui stesso a venirci incontro; si farà riconoscere, ci chiamerà per nome, ci farà cioè entrare nell’intimità del suo amore.

Quest’oggi, Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua, la liturgia ci fa meditare su un altro singolare incontro del Risorto, quello con i due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Mentre sconsolati per la morte del loro Maestro ritornavano a casa, il Signore si fece loro compagno di cammino senza che essi lo riconoscessero. Le sue parole, a commento delle Scritture che lo riguardavano, resero ardenti i cuori dei due discepoli che, giunti a destinazione, gli chiesero di restare con loro. Quando, alla fine, Egli "prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro"(v. 30), i loro occhi si aprirono. Ma in quello stesso istante Gesù si sottrasse alla loro vista. Lo riconobbero dunque quando Egli scomparve. Commentando questo episodio evangelico, sant’Agostino osserva: "Gesù spezza il pane, lo riconoscono. Allora noi non diciamo più che non conosciamo il Cristo! Se crediamo, lo conosciamo! Anzi, se crediamo, lo abbiamo! Avevano il Cristo alla loro tavola, noi lo abbiamo nella nostra anima!". E conclude: "Avere Cristo nel proprio cuore è molto di più che averlo nella propria dimora: Infatti il nostro cuore è più intimo a noi che la nostra casa" (Discorso 232,VII,7). Cerchiamo realmente di portare Gesù nel cuore.

Nel prologo degli Atti degli Apostoli, san Luca afferma che il Signore risorto "si mostrò (agli apostoli) vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni" (1, 3). Occorre capire bene: quando l’autore sacro dice che "si mostrò vivo" non vuole dire che Gesù fece ritorno alla vita di prima, come Lazzaro. La Pasqua che noi celebriamo, osserva san Bernardo, significa "passaggio" e non "ritorno", perché Gesù non è tornato nella situazione precedente, ma "ha varcato una frontiera verso una condizione più gloriosa", nuova e definitiva. Per questo, egli aggiunge, "ora, il Cristo è veramente passato a una vita nuova" (cfr Discorso sulla Pasqua).

A Maria Maddalena il Signore aveva detto: "Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre" (Gv 20,17). Un’espressione che ci sorprende, soprattutto se confrontata con quanto invece avviene con l’incredulo Tommaso. Lì, nel Cenacolo, fu il Risorto stesso a presentare le mani e il costato all’Apostolo perché li toccasse e da questo traesse la certezza che era proprio Lui (cfr Gv 20,27). In realtà, i due episodi non sono in contrasto; al contrario, l’uno aiuta a comprendere l’altro. Maria Maddalena vorrebbe riavere il suo Maestro come prima, ritenendo la croce un drammatico ricordo da dimenticare. Ormai però non c’è più posto per un rapporto con il Risorto che sia meramente umano. Per incontrarlo non bisogna tornare indietro, ma porsi in modo nuovo in relazione con Lui: bisogna andare avanti! Lo sottolinea san Bernardo: Gesù "ci invita tutti a questa vita nuova, a questo passaggio… Noi non vedremo il Cristo voltandoci indietro" (Discorso sulla Pasqua). E’ ciò che è avvenuto con Tommaso. Gesù gli mostra le sue ferite non per dimenticare la croce, ma per renderla anche nel futuro indimenticabile.

E’ verso il futuro, infatti, che lo sguardo è ormai proiettato. Compito del discepolo è di testimoniare la morte e la risurrezione del suo Maestro e la sua vita nuova. Per questo Gesù invita l’incredulo suo amico a "toccarlo": lo vuole rendere testimone diretto della sua risurrezione. Cari fratelli e sorelle, anche noi, come Maria Maddalena, Tommaso e gli altri apostoli, siamo chiamati ad essere testimoni della morte e risurrezione di Cristo. Non possiamo conservare per noi la grande notizia. Dobbiamo recarla al mondo intero: "Abbiamo visto il Signore!" (Gv 20,25). Ci aiuti la Vergine Maria a gustare pienamente la gioia pasquale, perché, sostenuti dalla forza dello Spirito Santo, diventiamo capaci di diffonderla a nostra volta dovunque viviamo ed operiamo. Ancora una volta, Buona Pasqua a tutti voi!

Saluto in lingua italiana

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i sacerdoti di Bergamo, i diaconi della Compagnia di Gesù e i Seminaristi di Catania. Su ognuno di voi, cari amici, invoco una copiosa effusione di doni celesti, a conferma dei vostri generosi propositi di amore a Cristo e alla Chiesa. Saluto poi, i fedeli delle Diocesi della Basilicata, qui convenuti in occasione della visita ad limina dei loro Vescovi. Cari fratelli e sorelle, esorto voi tutti a tenere sempre salda la vostra vita sulla roccia dell’indefettibile Parola di Dio, per esserne fedeli annunciatori agli uomini del nostro tempo. Le feste pasquali, che abbiamo solennemente celebrato, vi siano di stimolo ad aderire sempre più al Signore crocifisso e risorto e vi spingano a partecipare con generosità alla missione delle vostre rispettive comunità cristiane.

Il mio pensiero va infine ai malati, agli sposi novelli e ai giovani, specialmente ai numerosi adolescenti, provenienti dall’arcidiocesi di Milano. Cari giovani amici anche, a voi, come ai primi discepoli, Cristo risorto ripete: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo" (Gv 20,21-22). Rispondetegli con gioia e con amore, grati per l’immenso dono della fede, e sarete ovunque autentici testimoni della sua gioia e della sua pace. Per voi, cari malati, la risurrezione di Cristo sia fonte inesauribile di conforto e di speranza. E voi, cari sposi novelli, rendete operante la presenza del Risorto nella vostra famiglia con la quotidiana preghiera, che alimenti il vostro amore coniugale.

LadyRatzinger
Wednesday, April 11, 2007 11:26 PM
Da Petrus
Il Papa all’Udienza Generale: “La resurrezione di Cristo è stata più gloriosa di quella di Lazzaro”


CITTA’ DEL VATICANO - La resurrezione di Cristo non fu come quella di Lazzaro, cioe' non rappresento' un ritorno alla vita di prima ma, come insegna San Bernardo, il passaggio definitivo ad una ''condizione nuova, piu' gloriosa e definitiva''. Papa Benedetto XVI lo ha detto oggi ai fedeli riuniti in 30mila in piazza San Pietro per la prima udienza generale dopo le feste di Pasqua. E proprio sul momento cruciale della vita di fede dei cristiani, la morte e la risurrezione del Cristo, si e' incentrata la catechesi di Benedetto XVI, appena tornato da un breve periodo di riposo nella residenza estiva di Castel Gandolfo. ''Maria Maddalena - ha detto il Papa - vorrebbe avere il suo maestro come prima, ritenendo la croce un drammatico ricordo da dimenticare. Ormai pero' non c'e' piu' posto per un incontro con il Risorto che sia meramente umano - ha aggiunto il Santo Padre nella sua catechesi post-pasquale -. Per incontrarlo non bisogna tornare indietro ma porsi in modo nuovo, in una relazione nuova con lui''. Il Papa ha poi precisato che, quando l'autore sacro afferma che il Cristo ''si mostro' vivo, non vuol dire che Gesu' ritorna alla vita di prima come Lazzaro''. Comunicare al mondo intero il significato della Pasqua: questo il compito che Benedetto XVI affida a tutti i credenti. “Anche noi - ha detto il Papa -, come Maria Maddalena, Tommaso e gli altri apostoli, siamo chiamati a essere testimoni della morte e resurrezione di Cristo. Non possiamo conservare per noi la grande notizia, dobbiamo recarla al mondo intero”, ha ribadito il Pontefice. “Esorti voi tutti a tenere sempre salda la vostra vita sulla roccia dell’indefettibile Parola di Dio, per esserne fedeli annunciatori agli uomini del ostro tempo”. E’ l’invito rivolto dal Papa ai fedeli delle diocesi della Basilicata, radunatisi i piazza S. Pietro in occasione della visita “ad limina” dei loro vescovi. Salutando, al termine dell’udienza generale di oggi, i pellegrini di lingua italiana, Benedetto XVI ha aggiunto, sempre rivolto ai fedeli della Basilicata: “Le feste pasquali, che abbiamo solennemente celebrato, vi siano di stimolo ad aderire sempre di più alla missione delle vostre rispettive comunità cristiane”. Un saluto speciale il Papa lo ha rivolto,inoltre, ai giovani e ai “numerosi adolescenti”, provenienti dalla diocesi di Milano. “Cari giovani amici – ha detto loro il Papa – anche a voi, come ai primi discepoli, Cristo risorto ripete: ‘Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi…Ricevete lo Spirito Santo’. Rispondetegli con gioia e con amore, grati per l’immenso dono della fede, e sarete ovunque autentici testimoni della sua gioia e della sua pace”. L’udienza generale di oggi si è conclusa con la recita del Padre Nostro in latino e con la benedizione apostolica, dopo la quale il Papa è rientrato a Castelgandolfo, dove si tratterrà fino a sabato.

LadyRatzinger
Wednesday, April 11, 2007 11:30 PM
Da Petrus
Brasile, il Papa inaugurerà il Celam e parteciperà a 10 incontri pubblici

CITTA’ DEL VATICANO - Dieci incontri pubblici in tre localita' diverse (San Paolo, Aparecida, Guaratingueta') e l'apertura ufficiale dei lavori della V Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano e dei Caraibi (Celam) nel santuario dell'Aparecida. Queste le tappe del prossimo viaggio apostolico di papa Benedetto XVI previsto dal 9 al 14 maggio prossimi in Brasile. I particolari del viaggio sono stati resi noti oggi dalla sala stampa della Santa Sede. Il papa partira' dall'aeroporto internazionale di Roma Fiumicino alle 9 del 9 maggio per giungere in Brasile, aeroporto Guarulhos di San Paolo, intorno alle 16.30. Subito il pontefice sara' accolto dalle autorita' brasiliane alle quali rivolgera' un breve discorso. Primo appuntamento ufficiale in terra brasiliana, il 10 maggio, quello con il presidente della Repubblica Lula al Palacio dos Bandeirantes, quindi, un incontro con i rappresentanti delle altre confessioni cristiane e di altre religioni nel monastero di Sao Bento ed un pranzo con il presidium della Conferenza episcopale brasiliana. Nel pomeriggio Benedetto XVI avra' il primo grande appuntamento di popolo con l'incontro con i giovani allo stadio di San Paolo. Il giorno successivo, il papa canonizzera' il beato Frei Galvao nel corso di una solenne messa nel Campo di Marte. Nel pomeriggio, prima di trasferirsi in elicottero al santuario dell'Aparecida, incontro con i vescovi del Brasile nella cattedrale di San Paolo. Sabato 12 maggio, il papa si trasferira' in auto nella Fazenda da Esperanca a Guaratingueta' per far, quindi, ritorno all'Aparecida dove avra' una serie di incontri con i vescovi del Celam e con seminaristi, sacerdoti e suore. L'ultimo giorno di Joseph Ratzinger in terra di Brasile sara' scandito la una messa nel piazzale del Santuario che inaugurera' i lavori della Conferenza generale degli episcopati latino-americani ed il suo discorso ai vescovi nella sala delle conferenze del santuario. Quindi, la partenza alla volta di Roma dove il papa ed il suo seguito giungeranno lunedi' 14 maggio alle 12.45.
emma3
Friday, April 13, 2007 6:28 PM
Presentato Gesu' di Nazaret , il libro di Benedetto XVI
"Non è un atto magisteriale ma una mia libera ricerca storica"


Il Papa ai lettori: "Liberi di contraddirmi"
La fatica letteraria del professor Ratzinger


In dieci capitoli la storia della vita di Gesù. Rinviata l'infanzia

"Gesù è ebreo ma è andato oltre l'ebraismo"




ROMA - Correggetemi, se volete. Assomiglia a Wojtyla quando appena nominato Pontefice disse: "Se sbaglio mi corigerete" , l'affermazione di Benedetto XVI contenuta nella prefazione del suo libro che uscirà il 16 aprile, giorno del suo ottantesimo compleanno, e che è stato presentato oggi a Roma: "Siete liberi di contraddirmi". Il libro s'intitola Gesù di Nazaret, che, precisa il Pontefice, si scrive senza acca.

"Questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale ma è unicamente l'espressione della mia ricerca personale del volto di Cristo" si legge nella premessa. "Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell'anticipo di simpatia senza il quale non c'è alcuna comprensione".

Benedetto XVI lo ha sempre detto: il volume potrà essere discusso liberamente da chiunque "perché non vincola all'infallibilità pontificia, non trattandosi di un testo inserito nel Magistero Papale nè in atti ufficiali del Mandato Petrino".

Il libro - Il Papa ha dedicato alla stesura del libro "tutti i momenti liberi" fino al settembre 2006, data in cui ha completato le bozze. Si tratta di un volume diviso in 10 capitoli dedicati alla figura umana di Gesù, dal battesimo fino alla trasfigurazione. La parte relativa all'infanzia è stata "rimandata" dal Pontefice alla seconda parte del libro di cui però non è ancora nota la data di uscita. Per ora, il Papa teologo ha preferito quindi concentrarsi sull'attività "pubblica" di Cristo. Il libro, soprattutto, pur affrontando tutte le questioni più spinose, a cominciare dalla stesura dei Vangeli, archivia tutte le immagini fantasiose su Gesù di cui pullula la letteratura degli ultimi anni.

"Gesù non è mito ma storia" - Tutta la storia del Dio che muore e che risorge "è accaduta realmente". "Gesù non è un mito, è un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia". E' uno dei passaggi più delicati e importanti del libro di Benedetto XVI. "Possiamo visitare i luoghi e seguire le vie che Egli ha percorso - scrive Ratzinger nella sezione dedicata alle Grandi immagini del Vangelo di Giovanni -. Possiamo, per il tramite dei testimoni, udire le sue parole. Egli è morto ed è risorto".

Il vangelo di Giovanni - Parlando della questione giovannea, cioè di chi sia effettivamente l'autore del Vangelo di Giovanni, Benedetto XVI sostiene che "il quarto Vangelo poggia su conoscenze straordinariamente precise dei luoghi e dei tempi, e pertanto può solo essere opera di qualcuno che aveva grande familiarità con la Palestina dei tempi di Gesù". "Il testo - prosegue - ci guida verso la figura di Giovanni di Zebedeo, ma non procede esplicitamente a questa identificazione". E se L'Apocalisse "nomina espressamente Giovanni come suo autore", "rimane aperta la domanda se l'autore sia il medesimo".
Ratzinger ricorda che "dai tempi di Ireneo di Lione (morto nel 202 circa), la tradizione della Chiesa riconosce all'unanimità Giovanni di Zebedeo come il discepolo prediletto e l'autore del Vangelo". Tuttavia "in epoca moderna sono sorti dubbi sempre più forti riguardo a questa identificazione".

"Allo stato attuale della ricerca - aggiunge - è senz'altro possibile scorgere in Giovanni di Zebedeo quel testimone che difende solennemente la sua testimonianza oculare", ma "la complessità nella redazione del testo solleva tuttavia ulteriori domande". Benedetto XVI afferma che "dietro il testo vi è, ultimamente, un testimone oculare, e anche la redazione concreta è avvenuta nella vivace cerchia dei suoi discepoli e con l'apporto determinante di un discepolo a lui familiare".

"La vera pretesa del Vangelo - spiega - è quella di aver trasmesso correttamente il contenuto dei discorsi, l'autotestimonianza di Gesù nei grandi confronti svoltisi a Gerusalemme, affinchè il lettore incontri davvero i contenuti decisivi di questo messaggio e in esso l'autentica figura di Gesù".

"Gesù dà la vita" - E' uno dei concetti-chiave dell'insegnamento di Benedetto XVI: "Questa è la grande promessa di Gesù: dare la vita in abbondanza". E tramite questo Gesù dà all'uomo "l'unica cosa di cui ha bisogno".

Il Papa ne parla a partire dalle "grandi immagini" del Vangelo di Giovanni (l'acqua, la vite e il vino, il pane, il pastore), da cui nel libro Ratzinger fa discendere la sua interpretazione del mistero dell'Eucaristia. "Gesù - spiega - promette di mostrare alle pecore il 'pascolo', ciò di cui vivono, di condurle davvero alle sorgenti della vita".

Ampia e profonda la visione teologica in cui il Pontefice dispiega la sua esegesi degli episodi evangelici, dalla simbologia dell'acqua al miracolo di Cana passando del pane.

"La nuova bontà di Dio non è acqua zuccherata"- Il cristianesimo non è buonismo e non è una morale. E anche se oblio di Dio e mito del successo hanno trasformato la "giusta laicità" in un profano laicismo, la ricerca della verità di Dio resta un "segnavia" per la ragione dell'uomo. La verita di Dio va cercata "nella comunione con Gesù".

"Gesù è ebreo ma è andato oltre il giudaismo" - Pur essendo stato "un vero israelita", Gesù "è andato oltre il giudaismo". Questa distinzione ricorre più volte nel libro testo, dove Ratzinger si inserisce esplicitamente nel dibattito tra Cristo e il rabbino di cui parla Jacob Neusner in A Rabbi talk with Jesus.

"Dio non è madre" - Lo scrive Benedetto XVI: "Nonostante le grandi metafore dell'amore materno, madre non e' un titolo di Dio, non e' un appellativo con cui rivolgersi a Dio''. Il papa si pone la domanda se ''Dio non è anche madre'' visto che ''il paragone dell'amore di Dio con l'amore di una madre esiste'' e appare già nell'antico Testamento e nella tradizione ebraica. Ma aggiunge subito il papa ''resta per noi normativo il linguaggio della preghiera di tutta la Bibbia'' dove ''l'immagine del padre era ed è adatta a esprimere l'alterità tra Creatore e creatura, la sovranità del suo atto creativo''.

(13 aprile 2007) repubblica.it
LadyRatzinger
Saturday, April 14, 2007 2:36 PM
Da Petrus
Il Papa riunisce i Capi Dicastero per organizzare il suo viaggio in Brasile

CITTA’ DEL VATICANO - Riunione di tutti i capi dicastero della Curia romana questa mattina in Vaticano, presieduta da Benedetto XVI: al centro del summit di oggi - una novità introdotta da papa Ratzinger che più volte ha incontrato i suoi collaboratori per affrontare temi dell'attualità - il viaggio del Pontefice in Brasile, il primo intercontinentale, che avrà luogo dal 9 al 14 maggio. Lo riferisce padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede, sottolineando che i temi dell'America latina e delle sfide della Chiesa sudamericana sono stati protagonisti nel vertice tra il Papa e i suoi più stretti collaboratori. L'incontro si è tenuto nella sala delle congregazioni del Palazzo apostolico vaticano. Benedetto XVI volerà a San Paolo il 9 maggio, dove resterà per due giorni, incontrando il presidente brasiliano Luis Ignacio Lula, i vescovi brasiliani e i giovani del paese. A San Paolo il Papa terrà anche una grande celebrazione per la canonizzazione del primo santo brasiliano, Frei Galvao. Successivamente Benedetto XVI si trasferirà in elicottero ad Aparecida, dove aprirà la quinta assemblea del Celam, il Consiglio episcopale latino-americano.
Ratzigirl
Sunday, April 15, 2007 2:00 PM
Una delle più belle omelie che io abbia mai ascoltato!!!

IN OCCASIONE DELL’ 80° GENETLIACO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Cari fratelli e sorelle,

secondo una vecchia tradizione, l’odierna domenica prende il nome di Domenica "in Albis". In questo giorno, i neofiti della veglia pasquale indossavano ancora una volta la loro veste bianca, simbolo della luce che il Signore aveva loro donato nel Battesimo. In seguito avrebbero poi deposto la veste bianca, ma la nuova luminosità ad essi comunicata la dovevano introdurre nella loro quotidianità; la fiamma delicata della verità e del bene che il Signore aveva acceso in loro, la dovevano custodire diligentemente per portare così in questo nostro mondo qualcosa della luminosità e della bontà di Dio.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II volle che questa domenica fosse celebrata come la Festa della Divina Misericordia: nella parola "misericordia", egli trovava riassunto e nuovamente interpretato per il nostro tempo l’intero mistero della Redenzione. Egli visse sotto due regimi dittatoriali e, nel contatto con povertà, necessità e violenza, sperimentò profondamente la potenza delle tenebre, da cui è insidiato il mondo anche in questo nostro tempo. Ma sperimentò pure, e non meno fortemente, la presenza di Dio che si oppone a tutte queste forze con il suo potere totalmente diverso e divino: con il potere della misericordia. È la misericordia che pone un limite al male. In essa si esprime la natura tutta peculiare di Dio – la sua santità, il potere della verità e dell’amore. Due anni orsono, dopo i primi Vespri di questa Festività, Giovanni Paolo II terminava la sua esistenza terrena. Morendo egli è entrato nella luce della Divina Misericordia di cui, al di là della morte e a partire da Dio, ora ci parla in modo nuovo. Abbiate fiducia – egli ci dice – nella Divina Misericordia! Diventate giorno per giorno uomini e donne della misericordia di Dio! La misericordia è la veste di luce che il Signore ci ha donato nel Battesimo. Non dobbiamo lasciare che questa luce si spenga; al contrario essa deve crescere in noi ogni giorno e così portare al mondo il lieto annuncio di Dio.

Proprio in questi giorni particolarmente illuminati dalla luce della divina misericordia, cade una coincidenza per me significativa: posso volgere indietro lo sguardo su 80 anni di vita. Saluto quanti sono qui convenuti per celebrare con me questa ricorrenza. Saluto innanzitutto i Signori Cardinali, con un particolare pensiero di gratitudine al Decano del Collegio cardinalizio, il Signor Cardinale Angelo Sodano, che s’è fatto autorevole interprete dei comuni sentimenti. Saluto gli Arcivescovi e Vescovi, tra i quali gli Ausiliari della Diocesi di Roma, della mia Diocesi; saluto i Prelati e gli altri membri del Clero, i Religiosi e le Religiose e tutti i fedeli presenti. Un pensiero deferente e grato rivolgo inoltre alle Personalità politiche e ai membri del Corpo Diplomatico, che hanno voluto onorarmi con la loro presenza. Saluto infine, con fraterno affetto, l’inviato personale del Patriarca ecumenico Bartolomeo I, Sua Eminenza Ioannis, Metropolita di Pergamo, esprimendo apprezzamento per il gesto gentile e auspicando che il dialogo teologico cattolico-ortodosso possa proseguire con lena rinnovata.

Siamo qui raccolti per riflettere sul compiersi di un non breve periodo della mia esistenza. Ovviamente, la liturgia non deve servire per parlare del proprio io, di se stesso; tuttavia, la propria vita può servire per annunciare la misericordia di Dio. "Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto", dice un Salmo (65 [66], 16). Ho sempre considerato un grande dono della Misericordia Divina che la nascita e la rinascita siano state a me concesse, per così dire insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato membro della mia propria famiglia e della grande famiglia di Dio. Sì, ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza di che cosa significa "famiglia"; ho potuto fare l’esperienza di che cosa vuol dire paternità, cosicché la parola su Dio come Padre mi si è resa comprensibile dal di dentro; sulla base dell’esperienza umana mi si è schiuso l’accesso al grande e benevolo Padre che è nel cielo. Davanti a Lui noi portiamo una responsabilità, ma allo stesso tempo Egli ci dona la fiducia, perché nella sua giustizia traspare sempre la misericordia e la bontà con cui accetta anche la nostra debolezza e ci sorregge, così che man mano possiamo imparare a camminare diritti. Ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza profonda di che cosa significa bontà materna, sempre aperta a chi cerca rifugio e proprio così in grado di darmi la libertà. Ringrazio Dio per mia sorella e mio fratello che, con il loro aiuto, mi sono stati fedelmente vicini lungo il corso della vita. Ringrazio Dio per i compagni incontrati nel mio cammino, per i consiglieri e gli amici che Egli mi ha donato. Ringrazio in modo particolare perché, fin dal primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella grande comunità dei credenti, nella quale è spalancato il confine tra vita e morte, tra cielo e terra; ringrazio per aver potuto apprendere tante cose attingendo alla sapienza di questa comunità, nella quale sono racchiuse non solo le esperienze umane fin dai tempi più remoti: la sapienza di questa comunità non è soltanto sapienza umana, ma in essa ci raggiunge la sapienza stessa di Dio – la Sapienza eterna.

Nella prima lettura di questa domenica ci viene raccontato che, agli albori della Chiesa nascente, la gente portava i malati nelle piazze, perché, quando Pietro passava, la sua ombra li coprisse: a quest’ombra si attribuiva una forza risanatrice. Quest’ombra, infatti, proveniva dalla luce di Cristo e perciò recava in sé qualcosa del potere della sua bontà divina. L’ombra di Pietro, mediante la comunità della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita fin dall’inizio, e ho appreso che essa è un’ombra buona – un’ombra risanatrice, perché, appunto, proviene in definitiva da Cristo stesso. Pietro era un uomo con tutte le debolezze di un essere umano, ma soprattutto era un uomo pieno di una fede appassionata in Cristo, pieno di amore per Lui. Per il tramite della sua fede e del suo amore la forza risanatrice di Cristo, la sua forza unificante, è giunta agli uomini pur frammista a tutta la debolezza di Pietro. Cerchiamo anche oggi l’ombra di Pietro, per stare nella luce di Cristo!

Nascita e rinascita; famiglia terrena e grande famiglia di Dio – è questo il grande dono delle molteplici misericordie di Dio, il fondamento sul quale ci appoggiamo. Proseguendo nel cammino della vita mi venne incontro poi un dono nuovo ed esigente: la chiamata al ministero sacerdotale. Nella festa dei santi Pietro e Paolo del 1951, quando noi – c’erano oltre quaranta compagni – ci trovammo nella cattedrale di Frisinga prostrati sul pavimento e su di noi furono invocati tutti i santi, la consapevolezza della povertà della mia esistenza di fronte a questo compito mi pesava. Sì, era una consolazione il fatto che la protezione dei santi di Dio, dei vivi e dei morti, venisse invocata su di noi. Sapevo che non sarei rimasto solo. E quale fiducia infondevano le parole di Gesù, che poi durante la liturgia dell’Ordinazione potemmo ascoltare dalle labbra del Vescovo: "Non vi chiamo più servi, ma amici". Ho potuto farne un’esperienza profonda: Egli, il Signore, non è soltanto Signore, ma anche amico. Egli ha posto la sua mano su di me e non mi lascerà. Queste parole venivano allora pronunciate nel contesto del conferimento della facoltà di amministrare il Sacramento della riconciliazione e così, nel nome di Cristo, di perdonare i peccati. È la stessa cosa che oggi abbiamo ascoltato nel Vangelo: il Signore alita sui suoi discepoli. Egli concede loro il suo Spirito – lo Spirito Santo: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi…". Lo Spirito di Gesù Cristo è potenza di perdono. È potenza della Divina Misericordia. Dà la possibilità di iniziare da capo – sempre di nuovo. L’amicizia di Gesù Cristo è amicizia di Colui che fa di noi persone che perdonano, di Colui che perdona anche a noi, ci risolleva di continuo dalla nostra debolezza e proprio così ci educa, infonde in noi la consapevolezza del dovere interiore dell’amore, del dovere di corrispondere alla sua fiducia con la nostra fedeltà.

Nel brano evangelico di oggi abbiamo anche ascoltato il racconto dell’incontro dell’apostolo Tommaso col Signore risorto: all’apostolo viene concesso di toccare le sue ferite e così egli lo riconosce – lo riconosce, al di là dell’identità umana del Gesù di Nazaret, nella sua vera e più profonda identità: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20,28). Il Signore ha portato con sé le sue ferite nell’eternità. Egli è un Dio ferito; si è lasciato ferire dall’amore verso di noi. Le ferite sono per noi il segno che Egli ci comprende e che si lascia ferire dall’amore verso di noi. Queste sue ferite – come possiamo noi toccarle nella storia di questo nostro tempo! Egli, infatti, si lascia sempre di nuovo ferire per noi. Quale certezza della sua misericordia e quale consolazione esse significano per noi! E quale sicurezza ci danno circa quello che Egli è: "Mio Signore e mio Dio!" E come costituiscono per noi un dovere di lasciarci ferire a nostra volta per Lui!

Le misericordie di Dio ci accompagnano giorno per giorno. Basta che abbiamo il cuore vigilante per poterle percepire. Siamo troppo inclini ad avvertire solo la fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, è stata imposta. Se però apriamo il nostro cuore, allora possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi proprio nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere quelle grandi. Con il peso accresciuto della responsabilità, il Signore ha portato anche nuovo aiuto nella mia vita. Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la loro preghiera; che con la loro fede e con il loro amore mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo. Per questo vorrei in quest’ora ringraziare di cuore il Signore e tutti voi. Vorrei concludere questa omelia con la preghiera del santo Papa Leone Magno, quella preghiera che, proprio trent’anni fa, scrissi sull’immagine-ricordo della mia consacrazione episcopale: "Pregate il nostro buon Dio, affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la fede, moltiplicare l’amore e aumentare la pace. Egli renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo compito e utile per la vostra edificazione e mi conceda uno svolgimento del servizio tale che, insieme con il tempo donato, cresca la mia dedizione. Amen".
Ratzigirl
Sunday, April 15, 2007 2:01 PM
Regina Caeli 15 Aprile 2007

Cari fratelli e sorelle!

A tutti voi rinnovo l’augurio di buona Pasqua, nella Domenica che ne chiude l’Ottava ed è tradizionalmente detta Domenica "in Albis". Per volere del mio venerato Predecessore il Servo di Dio Giovanni Paolo II, che morì proprio dopo i primi Vespri della Festività, questa Domenica è intitolata anche alla Divina Misericordia. In così singolare ricorrenza ho celebrato questa mattina, in Piazza San Pietro, una santa Messa accompagnato da Cardinali, Vescovi e sacerdoti, da fedeli di Roma e da tanti pellegrini, che hanno voluto stringersi intorno al Papa, alla vigilia dei suoi 80 anni. A tutti rinnovo dal profondo del cuore il mio grazie più sincero, che estendo alla Chiesa intera, la quale come una vera famiglia, specialmente in questi giorni, mi circonda del suo affetto.

Questa Domenica – come dicevo – conclude la settimana o, più propriamente, l’"Ottava" di Pasqua, che la liturgia considera come un unico giorno: "il giorno che ha fatto il Signore" (Sal 117,24). Non è un tempo cronologico, ma spirituale, che Dio ha aperto nel tessuto dei giorni quando ha risuscitato Cristo dai morti. Lo Spirito Creatore, infondendo la vita nuova ed eterna nel corpo sepolto di Gesù di Nazaret, ha portato a compimento l’opera della creazione dando origine ad una "primizia": primizia di un’umanità nuova che al tempo stesso è primizia di un nuovo mondo e di una nuova era. Questo rinnovamento del mondo si può riassumere in una parola: la stessa che Gesù risorto pronunciò come saluto, e ben più come annuncio della sua vittoria ai discepoli: "Pace a voi!" (Lc 24,36; Gv 20,19.21.26). La Pace è il dono che Cristo ha lasciato ai suoi amici (cfr Gv 14,27) come benedizione destinata a tutti gli uomini e a tutti i popoli. Non la pace secondo la mentalità del "mondo", come equilibrio di forze, ma una realtà nuova, frutto dell’Amore di Dio, della sua Misericordia. E’ la pace che Gesù Cristo ha guadagnato a prezzo del suo Sangue e che comunica a quanti confidano in Lui. "Gesù, confido in te": in queste parole si riassume la fede del cristiano, che è fede nell’onnipotenza dell’Amore misericordioso di Dio.

Cari fratelli e sorelle, mentre vi ringrazio nuovamente per la vostra vicinanza spirituale in occasione del mio genetliaco e dell’anniversario della mia elezione a Successore di Pietro, vi affido tutti a Maria Mater Misericordiae, Madre di Gesù che è l’incarnazione della Divina Misericordia. Con il suo aiuto lasciamoci rinnovare dallo Spirito per cooperare all’opera di pace che Dio sta compiendo nel mondo e che non fa rumore, ma si attua negli innumerevoli gesti di carità di tutti i suoi figli.
LadyRatzinger
Sunday, April 15, 2007 5:30 PM
Da Petrus
Gli 80 anni del Papa: Benedetto XVI ringrazia la Misericordia di Dio per il dono della Fede e della Famiglia

di Angela Ambrogetti

CITTA’ DEL VATICANO - Grazie per la Divina Misericordia, grazie per le molteplici misericordie di Dio. La festa della Divina Misericordia porta il segno di Giovanni Paolo II. E Benedetto, da “amico fidato”, il primo ringraziamento per i suoi 80 anni di vita lo rivolge simbolicamente al suo “amato predecessore” che ha portato la Misericordia di Dio nel cuore del mondo. Nella messa della II^ Domenica di Pasqua «de Divina Misericordia», con i Cardinali, gli Arcivescovi e Vescovi Capi Dicastero della Curia Romana, i Vescovi Ausiliari ed una rappresentanza dei Presbiteri della diocesi di Roma, con Sua Eminenza Ioannis (Zizioulas), Metropolita di Pergamo, inviato personalmente dal Patriarca ecumenico Bartolomeo I (nel corso della solenne celebrazione, Joseph Ratzinger auspica che "il dialogo teologico cattolico-ortodosso possa proseguire con lena rinnovata" ed esprime a Ioannis "apprezzamento per il gesto gentile"), il Santo Padre esordisce parlando proprio di Karol Wojtyla: ”Nella parola "misericordia", egli trovava riassunto e nuovamente interpretato per il nostro tempo l’intero mistero della Redenzione. Egli visse sotto due regimi dittatoriali e, nel contatto con povertà, necessità e violenza, sperimentò profondamente la potenza delle tenebre, da cui è insidiato il mondo anche in questo nostro tempo. Ma sperimentò pure, e non meno fortemente, la presenza di Dio che si oppone a tutte queste forze con il suo potere totalmente diverso e divino: con il potere della misericordia. È la misericordia che pone un limite al male”. Dopo quello ufficiale a personalità e religiosi, il grazie del Pontefice diventa più intimo. “Ho sempre considerato un grande dono che la nascita e la rinascita (il battesimo, ndr) siano state a me concesse, per così dire insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato membro della mia propria famiglia e della grande famiglia di Dio. Sì, ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza di che cosa significa "famiglia"; ho potuto fare l’esperienza di che cosa vuol dire paternità, cosicché la parola su Dio come Padre mi si è resa comprensibile dal di dentro; sulla base dell’esperienza umana mi si è schiuso l’accesso al grande e benevolo Padre che è nel cielo. Davanti a Lui noi portiamo una responsabilità, ma allo stesso tempo Egli ci dona la fiducia, perché nella sua giustizia traspare sempre la misericordia e la bontà con cui accetta anche la nostra debolezza e ci sorregge, così che man mano possiamo imparare a camminare diritti. Ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza profonda di che cosa significa bontà materna, sempre aperta a chi cerca rifugio e proprio così in grado di darmi la libertà. Ringrazio Dio per mia sorella e mio fratello che, con il loro aiuto, mi sono stati fedelmente vicini lungo il corso della vita. Ringrazio Dio per i compagni incontrati nel mio cammino, per i consiglieri e gli amici che Egli mi ha donato. Ringrazio in modo particolare perché, fin dal primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella grande comunità dei credenti, nella quale è spalancato il confine tra vita e morte, tra cielo e terra; ringrazio per aver potuto apprendere tante cose attingendo alla sapienza di questa comunità, nella quale sono racchiuse non solo le esperienze umane fin dai tempi più remoti: la sapienza di questa comunità non è soltanto sapienza umana, ma in essa ci raggiunge la sapienza stessa di Dio, la Sapienza eterna”. Fin dall’infanzia, Joseph Ratzinger è stato legato a Pietro, come ogni cristiano, come noi oggi che ci fermiamo come i primi cristiani alla sua ombra “perché, quando Pietro passava, la sua ombra li coprisse: a quest’ombra si attribuiva una forza risanatrice. Quest’ombra, infatti, proveniva dalla luce di Cristo e perciò recava in sé qualcosa del potere della sua bontà divina. L’ombra di Pietro, mediante la comunità della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita fin dall’inizio, e ho appreso che essa è un’ombra buona, un’ombra risanatrice, perché, appunto, proviene in definitiva da Cristo stesso”. Cerchiamo anche oggi l’ombra di Pietro, per stare nella luce di Cristo! Un grazie per la Misericordia anzi per le “molteplici misericordie di Dio, il fondamento sul quale ci appoggiamo”. Come in quella festa dei santi Pietro e Paolo del 1951 a Frisinga, ”quando ci trovammo nella cattedrale prostrati sul pavimento e su di noi furono invocati tutti i santi, la consapevolezza della povertà della mia esistenza di fronte a questo compito mi pesava. Sì, era una consolazione il fatto che la protezione dei santi di Dio, dei vivi e dei morti, venisse invocata su di noi. Sapevo che non sarei rimasto solo”. "Il Signore ha portato con se' le sue ferite nell'eternita'. E le sue ferite possiamo noi toccarle nella storia di questo nostro tempo". Benedetto XVI pronuncia anche queste parole nell'omelia della messa per i suoi 80 anni. "Il Signore - spiega - si lascia sempre di nuovo ferire per noi. Egli e' un Dio ferito; si e' lasciato ferire dall'amore verso di noi. Le sue ferite sono per noi il segno che Egli ci comprende e che si lascia ferire dall'amore verso di noi". Proprio le ferite di Dio, dice ancora il Pontefice, "ci danno la certezza della sua misericordia: quale consolazione esse significano per noi! E quale sicurezza ci danno circa quello che Egli e': Mio Signore e mio Dio". Ma esse, scandisce, "costituiscono per noi un dovere di lasciarci ferire a nostra volta per Lui". "Le misericordie di Dio ci accompagnano giorno per giorno e basta che abbiamo il cuore vigilante per poterle percepire". Ma noi, osserva, "siamo troppo inclini ad avvertire solo la fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, e' stata imposta". Dunque, esorta, "apriamo il nostro cuore, e allora possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi proprio nelle piccole cose, aiutandoci cosi' a raggiungere quelle grandi. Con il peso accresciuto della responsabilita', il Signore ha portato anche nuovo aiuto nella mia vita". E prosegue papa Benedetto: “L’amicizia di Gesù Cristo è amicizia di Colui che fa di noi persone che perdonano, di Colui che perdona anche a noi, ci risolleva di continuo dalla nostra debolezza e proprio così ci educa, infonde in noi la consapevolezza del dovere interiore dell’amore, del dovere di corrispondere alla sua fiducia con la nostra fedeltà”. L’insegnamento del Pontefice è la semplice fiducia in Gesù perché “chi crede non è mai solo”, e la vicinanza è testimoniata dalle “misericordie di Dio che ci accompagnano giorno per giorno”. A noi il compito di essere attenti. ”Basta che abbiamo il cuore vigilante per poterle percepire. Siamo troppo inclini ad avvertire solo la fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, è stata imposta. Se però apriamo il nostro cuore, allora possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi proprio nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere quelle grandi”. Il grazie a Dio è anche grazie per le preghiere degli uomini che “con la loro fede e con il loro amore mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo”. Per il suo grazie a tutto il mondo che prega per il papa, Benedetto XVI usa le parole di San Leone Magno, preghiera che, proprio trent’anni fa, scrisse sull’immagine-ricordo della sua consacrazione episcopale: “Pregate il nostro buon Dio, affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la fede, moltiplicare l’amore e aumentare la pace. Egli renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo compito e utile per la vostra edificazione e mi conceda uno svolgimento del servizio tale che, insieme con il tempo donato, cresca la mia dedizione”. Prima dell’omelia di Benedetto XVI, seguita al passo del Vangelo sull’incredulità di Tommaso davanti alla notizie della Resurrezione di Cristo, era stato il Cardinale Angelo Sodano, a nome del Sacro Collegio, a prendere la parola, davanti ai 50.000 fedeli presenti, per formulare gli auguri al papa: “Santo Padre, nella solennità della Pasqua, abbiamo cantato con le parole del Salmo 117: “Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso”. Con i medesimi sentimenti, ci riuniamo oggi attorno all’altare del Signore, per ringraziarlo a motivo dei doni concessi a Vostra Santità nel corso della Sua vita e per avercelo donato, due anni or sono, come guida sicura sul nostro cammino. Il traguardo degli ottant’anni del Padre diviene così un motivo di gaudio spirituale per tutti i suoi figli, accorsi oggi numerosi a questa storica piazza, per esprimere i sentimenti della loro comune devozione. Il Giovedì Santo è risuonato nelle nostre chiese l’antico inno offertoriale: “Congregavit nos in unum Christi amor”, “ci ha riuniti in unità l’amore di Cristo”. Noi oggi vorremmo completare quelle parole, ricordando che ci ha pure congregati qui l’amore per il Papa: “Congregavit nos in unum Patris amor!”, “ci ha riuniti in unità l’amore del Padre”! Sì, Padre Santo, ci senta a Lei vicini in questo giorno e continui a guidarci con l’amore di sempre, seguendo l’invito rivolto a Pietro dal Buon Pastore: “Se mi ami più di costoro, pasci le mie pecorelle” (cfr Gv 21,15). Con la carità della verità, ci aiuti a seguire fedelmente il Vangelo di Cristo. Con la carità della grazia, possa Vostra Santità alimentare sempre la nostra vita spirituale. Con la carità del buon governo, voglia aiutarci a vivere nella Chiesa in modo ordinato e concorde. Chinandosi, come Buon Samaritano, su tanti uomini piagati nel corpo e nello spirito, Ella voglia guidarci a compiere quelle opere di misericordia materiale e spirituale, di cui hanno tanto bisogno gli uomini d’oggi, soprattutto i poveri, gli ammalati e tutti coloro che soffrono per le prove della vita. Una circostanza provvidenziale ci permette oggi di celebrare il Suo ottantesimo Genetliaco nella Domenica della Divina Misericordia, voluta dal Servo di Dio Giovanni Paolo II. Ci aiuti, Santo Padre, a seguire sempre Cristo Misericordioso! Con questi propositi, imploriamo la Sua Apostolica Benedizione su di noi e su tutta l’umanità!”. Nel giorno dei festeggiamenti per il suo compleanno, che cade domani, Benedetto XVI si e' posto ancora una volta sulla scia di Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II per chiedere al Signore una pace che non sia fondata sulle armi e sul terrore. La Chiesa rifiuta infatti la ricetta dell'antica Roma, "se vuoi la pace prepara la guerra", che ha poi trovato applicazione negli anni della guerra fredda, ma chiede una pace fondata sulla giustizia e sul perdono. "La Pace - ha detto Benedetto XVI prima della preghiera mariana del Regina Caeli - e' il dono che Cristo ha lasciato ai suoi amici come benedizione destinata a tutti gli uomini e a tutti i popoli. Non la pace - ha spiegato agli oltre 50 mila fedeli di piazza San Pietro - secondo la mentalita' del mondo, come equilibrio di forze, ma una realta' nuova, frutto dell'Amore di Dio, della sua Misericordia". "E' la pace - ha ricordato Joseph Ratzinger - che Gesu' Cristo ha guadagnato a prezzo del suo Sangue e che comunica a quanti confidano in Lui. Preghiamo: 'Gesu', confido in te': in queste parole si riassume la fede del cristiano, che e' fede nell'onnipotenza dell'Amore misericordioso di Dio". (Nella sezione "Photogallery" di questo sito è possibile visionare le immagini più significative della celebrazione di oggi).

Ratzigirl
Monday, April 16, 2007 8:33 PM
I prossimi incontri "ufficiali e diplomatici " di Benedetto...

Benedetto XVI riceverà l’ex Presidente dell’Iran il 4 maggio


Il 4 maggio prossimo Benedetto XVI riceverà in udienza in Vaticano l’ex Presidente dell’Iran, Mohammad Khatami, secondo quanto ha confermato questo sabato padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

L'uomo politico di Teheran, identificato come il leader della corrente riformista, sarà a Roma in quei giorni per prendere parte a un convegno sul tema “Dialogo interculturale, una sfida per la pace”, promosso dall'associazione Anastasis in collaborazione con l'Università Gregoriana e l'Ambasciata iraniana presso la Santa Sede.

Khatami era stato un convinto promotore della visita di Benedetto XVI in Turchia, alla fine del novembre scorso, come opportunità di promozione del dialogo tra musulmani e cristiani.

Khatami, eletto Presidente dell’Iran per due mandati, dal 1997 al 2005, è Presidente della Fondazione per il Dialogo tra le Civiltà.

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Il Presidente Bush farà visita a Benedetto XVI a giugno

ROMA, lunedì, 16 aprile 2007 (ZENIT.org).- Il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush farà la sua prima visita a Papa Benedetto XVI a giugno, secondo quanto reso noto sabato dal Vaticano.

Il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha affermato che Bush verrà ricevuto in udienza dal Papa il 9 o il 10 giugno, dopo aver partecipato a una riunione del G8 che si svolgerà dal 6 all’8 giugno in Germania.

Bush ha incontrato il Cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca Decano del Collegio Cardinalizio, in occasione del funerale di Giovanni Paolo II, l’8 aprile 2005, al quale aveva preso parte insieme alla moglie.

Laura Bush è stata ricevuta in udienza privata da Benedetto XVI il 9 febbraio 2006.
LadyRatzinger
Monday, April 16, 2007 11:48 PM
Da Petrus
Il concerto in onore del Papa: "Ringrazio Dio di avermi dato la musica come compagna di viaggio"

CITTA' DEL VATICANO - Una "compagna di viaggio": il Papa definisce così la musica a conclusione di un concerto organizzato in Vaticano per il suo ottantesimo compleanno. E dalla sua esperienza, Benedetto XVI - che suona il piano e ama notoriamente la musica classica e sacra - trae spunto anche per gli altri: "Che la grandezza e la bellezza della musica - dice - possano donare anche a voi, cari amici, nuova e continua ispirazione per costruire un mondo di amore, di solidarietà e di pace". "Sono convinto che la musica - e qui penso in particolare al grande Mozart e naturalmente a molti altri compositori, a Gabrieli e a Dvorak - sia veramente il linguaggio universale della bellezza", ha detto Ratzinger rivolgendosi alle migliaia di persone che hanno assistito al concerto, nell'aula Paolo VI in Vaticano, "capace di unire fra loro gli uomini di buona volontà su tutta la terra e di portarli ad alzare lo sguardo verso l'Alto ed ad aprirsi al Bene e al Bello assoluti, che hanno la loro ultima sorgente in Dio stesso. Nel guardare indietro alla mia vita - ha poi aggiunto - ringrazio Iddio per avermi posto accanto la musica quasi come una compagna di viaggio, che sempre mi ha offerto conforto e gioia". Il Papa ha espresso un sentimento di ringraziamento per chi, nella sua vita, lo ha avvicinato alla musica, "fonte di ispirazione e di serenità". Al concerto erano presenti, tra gli altri, il senatore a vita Francesco Cossiga - che si è inginocchiato al suo passaggio - e l'attrice Sofia Loren. Molti i cardinali e i vescovi che contornavano il Papa. Benedetto XVI ha seguito il concerto tra il cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, e il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato. "Ecco il mio auspicio", ha detto il Papa a conclusione del suo breve saluto: "Che la grandezza e la bellezza della musica possano donare anche a voi, cari amici, nuova e continua ispirazione per costruire un mondo di amore, di solidarietà e di pace". Il concerto è iniziato alle ore 18 e si è concluso attorno alle 19.30. A dirigere l'orchestra radiosinfonica di Stoccarda della Suedwestrundfunk, il ventiseienne Gustavo Dudamel. Il Papa ha tenuto a ringraziare particolarmente lui e la solista HIlary Hahn. Ha eseguito musiche di Giovanni Gabrieli, Wolfgang Amadeus Mozart e Antonin Dvorak

dipl
Tuesday, April 17, 2007 3:20 PM
INCONTRO CONVIVIALE CON I MEMBRI DEL COLLEGIO CARDINALIZIO
INCONTRO CONVIVIALE CON I MEMBRI DEL COLLEGIO CARDINALIZIO

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Sala Ducale
Lunedì, 16 aprile 2007


Cari fratelli e amici,

in questo momento posso solamente dire grazie con tutto il mio cuore. Grazie innanzitutto al Signor Decano del Sacro Collegio, sia per le parole dedicate a me ieri con squisita benevolenza, come anche per quanto scritto su “30 Giorni”, e poi per la preparazione così delicata e competente di questo bellissimo pranzo, nel quale abbiamo vissuto un momento della nostra collegialità affettiva ed effettiva; direi anzi un momento non solo di collegialità ma di autentica fraternità. Abbiamo realmente sperimentato come è bello stare insieme: “Ecce quam bonum et quam iucundum / habitare fratres in unum” (Sal 133/132, 1). Sono grato di questa esperienza di fraternità che avverto anche nella mia vita quotidiana. Anche se non ci vediamo continuamente, avverto sempre e constato la collaborazione di chi mi aiuta. Il Collegio cardinalizio offre realmente un sostegno efficiente e grande al lavoro del Successore di Pietro. Vorrei dire grazie anche a tutti i Cardinali che hanno scritto tante belle cose sia su “30 Giorni” che sul Quaderno speciale di Avvenire e in altre pubblicazioni ancora. Grazie anche a quelli che non hanno scritto, ma hanno pensato e pregato. Il vero dono di questo giorno per me è la preghiera che mi dà la certezza che sono accettato dall’interno e, soprattutto, aiutato e sostenuto nel mio ministero petrino, un ministero che non posso assolvere da solo, ma soltanto in comunione con tutti quelli che mi aiutano, anche pregando, perché il Signore sia con noi tutti e sia con me. Oggi nell’Ufficio delle Letture abbiamo recitato le parole di un Salmo che hanno un sapore particolare di verità e che sono per me molto preziose: “In manibus tuis sortes meae” (Sal 31/30, 16); nella Vetus latina il testo suonava: “In manu tua tempora mea”; nella traduzione italiana si dice: “Nelle tue mani sono i miei giorni”; nel testo greco si parla di kairoí mou. Tutte queste versioni sono il riflesso di un’unica verità, che cioè il nostro tempo, ogni giorno, le vicende della nostra vita, le nostre sorti, il nostro agire è nelle buone mani del Signore. E’ questa la grande fiducia con la quale andiamo avanti, sapendo che queste mani del Signore sono sostenute dalle mani e dai cuori di tanti Cardinali.

Questo è per me il motivo della grande gioia di questo giorno. Grazie a voi tutti, e tanti auguri!

dipl
Tuesday, April 17, 2007 3:21 PM
Incontro con il Card. Wetter e il Capitolo di Monaco
DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
A S.Em. IL CARDINALE FRIEDRICH WETTER
CON UNA DELEGAZIONE
DEL CAPITOLO METROPOLITANO DI MONACO

Sala Clementina
Lunedì, 16 aprile 2007


Caro Signor Cardinale, caro Signor Canonico, cari amici!

C’è tanto da ringraziare che non so da che parte incominciare. E dove il cuore è colmo, la parola a volte può traboccare, ma a volte la bocca può anche ammutolire. In questo momento mi mancano le parole per esprimere la gratitudine come, secondo il mio cuore, vorrei farlo. Voglio ringraziare di cuore Te, caro Confratello, per tutto ciò che hai dato in questi lunghi anni da Arcivescovo di Monaco – tutta la tua forza, la tua fede, il tuo amore, la tua conoscenza, il tuo coraggio e la tua amicizia. Penso che l’Arcidiocesi senta tutto questo e sappia di essere stata guidata da un buon Pastore. In queste ore preghiamo il Buon Dio affinché ci aiuti a trovare la persona giusta che possa prendere nelle sue mani il pastorale di san Corbiniano.

Soprattutto vorrei ringraziare di cuore per tutto ciò che ho potuto sperimentare durante quei bei giorni della mia visita in Baviera – specialmente a Monaco e a Frisinga: per l’amore, l’attenzione, la cura nella preparazione, la dedizione e ovviamente la preghiera in comune. Quei giorni – dall'inizio all’aeroporto e particolarmente sul Marienplatz, nel duomo di Monaco e in quello di Frisinga, alla Fiera e nello stesso Vescovado – sono presenti nella mia mente in modo luminoso. L’uomo ha bisogno di ricordi che lo aiutino. Io sono solito ripercorrere con animo riconoscente il paesaggio dei ricordi; e allora amo in particolare tornare mentalmente a quei giorni benedetti.

Ringrazio Voi tutti, cari Confratelli: a ciascuno mi lega, in qualche modo, un particolare rapporto personale; non è necessario che ora li elenchi – e neppure lo potrei. So bene come Voi, ciascuno al suo posto, svolgete un servizio per l’Arcidiocesi, per la Chiesa di Dio, nella profonda comunione con colui che è stato scelto come successore di Pietro. So come, per così dire, un intero cammino esistenziale e la donazione di una vita, la lotta interiore e la fatica di un’esistenza, siano intessute nel Vostro impegno e si irradino sull’Arcidiocesi, contribuendo a far sì che possiate vivere la fede nella comunione della Chiesa, nella comunione col Signore e nella comunione con Nostra Signora di Monaco e tramandarla gioiosamente al futuro. Voi siete il Capitolo metropolitano di Nostra Signora – che bel nome, che unisce, appunto, la metropolis, cioè la città-madre della fede con la stessa Madre della fede, per portare così il calore e la cordialità della fede nella nostra terra bavarese.

Questa mattina ho avuto due colloqui incoraggianti: uno con il Ministro Presidente bavarese e l’altro con il Ministro Presidente dello Schleswig-Holstein che, pur partendo da ambienti e da temperamenti notevolmente diversi, hanno però manifestato ambedue questa certezza interiore che la fede apra un futuro e che in questo momento dell’incontro delle culture, ma anche dell’incombente conflitto tra le culture, sia importantissimo che la forza interiore, pacificatrice e risanatrice della fede cristiana rimanga viva nel nostro popolo influenzando così come forza del bene il futuro.

E c’era ancora un altro incontro buono stamattina: quello con il metropolita Ioannis Zizioulas di Pergamo, inviato del Patriarca di Costantinopoli, uno dei grandi sostenitori del dialogo cattolico-ortodosso. Egli è sorretto da una profonda convinzione interiore, che cioè l’incontro tra Roma e l’Ortodossia sia di importanza fondamentale per il continente europeo e per il futuro della storia universale e che dobbiamo fare ogni sforzo possibile, affinché questo incontro conduca veramente alla comunione fraterna e da essa nasca poi la benedizione della comunione della fede: la benedizione perché l’umanità possa vedere che siamo “uno” e in base a ciò credere in Cristo. – Penso che sia questa la missione di tutti noi: impegnarci – ciascuno nel suo ruolo – affinché la forza della fede diventi operativa in questo mondo, efficace come gioia, come fiducia, come dono in questo momento.
Grazie ancora per l’incontro a Monaco e per l’incontro in questo momento. Preghiamo insieme che il Signore ci aiuti a fare, ciascuno di noi, la cosa giusta e che così la nostra storia sia benedetta.

Un grazie di cuore a tutti, e salutatemi la Baviera!


LadyRatzinger
Tuesday, April 17, 2007 9:46 PM
Da Petrus
Tutto pronto per la visita a Vigevano e Pavia: il Papa pregherà sulla tomba del maestro S. Agostino

di Elisabetta Mancini

CITTA’ DEL VATICANO - Due giorni - sabato 21 e domenica 22 aprile - in visita alle diocesi di Vigevano e Pavia. Benedetto XVI si appresta a partire alla volta della Lombardia per una serie di appuntamenti illustrati questa mattina in Sala Stampa vaticana. Intensa la "tabella di marcia" del Papa che visiterà, tra l´altro, nella Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro, a Pavia, la tomba di Sant'Agostino, "protagonista" della sua tesi di dottorato nel 1953. Scendendo nel dettaglio della due-giorni, Benedetto XVI giungerà in aereo da Ciampino all´aeroporto di Linate alle 16:30 di sabato per atterrare poi in elicottero alle 16:50 allo stadio "Dante Merlo" di Vigevano. Qui, ad accoglierlo tra gli altri, il Ministro della Difesa, Arturo Parisi, in rappresentanza del Governo, il nunzio in Italia, monsignor Giuseppe Bertello, il vescovo di Vigevano, Claudio Baggini, il Presidente della Regione, Roberto Formigoni. Sarà poi a bordo della "papamobile" che il Pontefice si dirigerà verso il centro della città passando, lungo il tragitto, a salutare le suore di clausura del Monastero del Santissimo Sacramento. Alle 17:10 l´arrivo in Piazza ducale e subito dopo in vescovado. E´ qui che si affaccerà su Piazza Sant'Ambrogio dove ad attenderlo ci saranno giovani e ammalati. Alle 17:30 in Piazza Ducale la messa celebrata dal Papa insieme ai vescovi della Lombardia. La visita alla Cattedrale da dove poi si congederà dalle autorità locali, salutando anche il locale Consorzio calzaturieri che gli donerà un paio di scarpe. Come spiegato dal direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, Vigevano è la prima diocesi italiana che Benedetto XVI visita dall'inizio del suo Pontificato ed era l'unica della Lombardia che non era stata visitata da Giovanni Paolo II. E Vigevano si sta da tempo attrezzando per l´evento. Sul sito internet ufficiale della cittadina, l´invito da parte del Sindaco e l'Amministrazione Comunale ai cittadini alla massima collaborazione per consentire all'organizzazione di operare al meglio, del resto - come si legge sul sito - "per la città di Vigevano la giornata del 21 aprile costituisce un evento speciale". Il Papa dunque trascorrerà alcune ore della visita pastorale nella cittadina a 35 chilometri da Milano. Da Vigevano infatti ripartirà in serata, alle 19:45 alla volta di Pavia, dove ad accoglierlo alle 20:00 allo stadio "P. Fortunati" saranno il vescovo Giovanni Giudici e nuovamente il Ministro Parisi e il Governatore Formigoni. All'arrivo in Piazza Duomo alle 20:15, lo scambio di saluti con il sindaco Piera Carpitelli, poi il Papa entrerà in Episcopio per la cena e il pernottamento. La domenica mattina alle 9 la visita al Policlinico, dove il Papa terrà un discorso. Successivamente raggiungerà gli "Orti Borromaici" dove alle 10:30 celebrerà la messa con i vescovi della Lombardia e una rappresentanza dei padri agostiniani. Seguirà la recita del Regina Coeli. Dopo il pranzo e una breve sosta in Episcopio, alle 16:15 Benedetto XVI si recherà all'Università, dove verrà dal rettore Angiolino Stella. Qui il Papa terrà un discorso ai docenti e agli studenti. Alle 17 la visita alla Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro con un incontro riservato ai sacerdoti e ai religiosi, introdotto tra gli altri dal priore generale degli Agostiniani, padre Robert Prevost. La celebrazione dei Vespri nella basilica, alle 17:30 sarà l'ultimo appuntamento della visita. Alle 18:45 allo stadio "Fortunati" il congedo dalle autorità, il trasferimento in elicottero a Linate. Da qui il volo papale per Ciampino decollerà alle 19:00 per riportare il Pontefice in Vaticano. Nel corso del prossimo viaggio apostolico a Vigevano e Pavia, il Papa sara' invitato dagli Agostiniani a benedire la prima pietra del Centro Culturale Agostiniano che l'ordine intende costituire e intitolare a Benedetto XVI. Lo ha annunciato lo stesso padre Robert Prevost, priore generale dell'Ordine Agostiniano, che ha preso parte questa mattina in Vaticano alla presentazione del viaggio apostolico del pontefice. La scelta di intitolare il Centro a Benedetto XVI e' stata spiegata con i forti legami spirituali e teologici che legano Benedetto XVI al padre della Chiesa, Agostino. La visita del papa a Pavia infatti e' motivata originariamente dal desiderio di rendere omaggio alle spoglie mortali del santo vescovo di Ippona che sono conservate nel complesso di san Pietro in Cieldoro dove si trovano i resti anche di Severino Boezio e del re Liutprando. E' nota la formazione teologica agostiniana di Ratzinger e il suo continuo riferirsi alla dottrina agostiniana. E quindi anche la scelta dell'Ordine agostiniano di promuovere un Centro che svolga un'attivita' di carattere sociale, spirituale e religioso, ma pure culturale e storico. I momenti salienti della visita del papa a Pavia saranno anche la concelebrazione eucaristica con i vescovi della Lombardia e l'incontro con il mondo della cultura presso l'universita'. Nella mattinata di domenica 22 aprile in evidenza sara' invece l'incontro al Policlinico san Matteo. L'intensa visita a Pavia sara' preceduta sabato pomeriggio dalla prima visita pastorale a una diocesi italiana che Benedetto XVI rendera' a Vigevano, una citta' nota per i calazaturifici. Infatti, una delle curiosita' della visita sara' proprio il dono di un paio di scarpe al pontefice da parte del Consorzio Calzaturiero locale che donera' anche 10 mila paia di scarpe da destinare in opere di beneficenza.

LadyRatzinger
Tuesday, April 17, 2007 9:48 PM
Da Petrus
Ravenna, il Papa potrebbe aprire la X riunione della Commissione mista per il dialogo interreligioso

CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI potrebbe aprire personalmente la decima riunione della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese ortodosse, in programma in ottobre a Ravenna. L'intenzione di recarsi per l'occasione nella citta' romagnola, che ospita tra l'altro le spoglie mortali di Dante Alighieri, e' stata confidata dallo stesso Pontefice al co-presidente dell'organismo ecumenico, il metropolita ortodosso Jean Zizioulas, che ieri ha portato a Benedetto XVI gli auguri del patriarca Bartolomeo I. ''Abbiamo rivolto al Papa l'invito ad aprire i nostri lavori e ho l'impressione che abbia accettato'', ha rivelato il metropolita all'agenzia cattolica francese I.Media. ''Benedetto XI - ha spiegato Zizioulas - attribuisce grande importanza all'appuntamento''.

LadyRatzinger
Tuesday, April 17, 2007 9:49 PM
Da Petrus
Il cordoglio del Papa per la strage nel campus del Virginia Tech

CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI ha manifestato il suo cordoglio per le vittime della strage di lunedì nel campus del Virginia Tech (Virginia, U.S.A.), in cui 33 persone sono morte e più di 30 sono rimaste ferite. “In seguito a questa tragedia senza senso”, il Papa “chiede a Dio Padre di consolare tutti coloro che piangono e di dare loro quella forza spirituale che trionfa sulla violenza con il potere del perdono, della speranza e dell’amore riconciliatore”. In un telegramma inviato al Vescovo di Richmond, monsignor Francis Xavier DiLorenzo, il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, chiede a nome del Papa “di trasmettere l’assicurazione delle sue accorate preghiere per le vittime, le loro famiglie e l’intera comunità studentesca”. Secondo quanto ha reso noto il Direttore del centro universitario Charles Steger, l’autore della strage, che poi si è suicidato, era uno studente dell’Università.
LadyRatzinger
Tuesday, April 17, 2007 9:49 PM
Da Petrus
Il Papa riceve il Cardinale Friedrich Wetter e ricorda il viaggio in Baviera

CITTA’ DEL VATICANO - “Quei bei giorni” della mia visita in Baviera “sono presenti nella mia mente in modo luminoso”. Così Benedetto XVI ha accolto ieri mattina in udienza il card. Friedrich Wetter (nella foto con il Papa), amministratore apostolico di München und Freising (Repubblica Federale di Germania), con una delegazione del Capitolo metropolitano. A darne oggi notizia è la Sala stampa della Santa Sede. Con riferimento ai colloqui avuti nella stessa mattina con il ministro presidente bavarese e con il ministro presidente dello Schleswig-Holstein, Benedetto XVI ha sottolineato l’auspicio dei due politici che “la forza interiore, pacificatrice e risanatrice della fede cristiana, rimanga viva nel nostro popolo”. Il Papa ha inoltre incontrato il metropolita Ioannis Zizioulas di Pergamo, inviato del Patriarca di Costantinopoli, che si è detto convinto che “l’incontro tra Roma e l’Ortodossia sia di importanza fondamentale” e “che dobbiamo fare ogni sforzo possibile” verso “la comunione fraterna” perché “l’umanità possa vedere che siamo ‘uno’ e in base a ciò credere in Cristo”. “Penso – ha concluso il Pontefice - che sia questa la missione di tutti noi: impegnarci – ciascuno nel suo ruolo – affinché la forza della fede diventi operativa in questo mondo, efficace come gioia, come fiducia, come dono”.

Sihaya.b16247
Wednesday, April 18, 2007 7:37 PM
L’UDIENZA GENERALE , 18.04.2007


CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

dopo il tempo delle feste ritorniamo alle catechesi normali, anche se visibilmente in Piazza è ancora festa. Con le catechesi ritorniamo, come detto, al filone iniziato prima. Abbiamo parlato dapprima dei Dodici Apostoli, poi dei discepoli degli Apostoli, adesso delle grandi personalità della Chiesa nascente, della Chiesa antica. L’ultima avevamo parlato di Sant’ Ireneo di Lione, oggi parliamo di Clemente Alessandrino, un grande teologo che nacque probabilmente ad Atene intorno alla metà del secondo secolo. Da Atene ereditò quello spiccato interesse per la filosofia, che avrebbe fatto di lui uno degli alfieri del dialogo tra fede e ragione nella tradizione cristiana. Ancor giovane, egli giunse ad Alessandria, la "città-simbolo" di quel fecondo incrocio tra culture diverse che caratterizzò l'età ellenistica. Lì fu discepolo di Pànteno, fino a succedergli nella direzione della scuola catechetica. Numerose fonti attestano che fu ordinato presbitero. Durante la persecuzione del 202-203 abbandonò Alessandria per rifugiarsi a Cesarea, in Cappadocia, dove morì verso il 215.

Le opere più importanti che di lui ci rimangono sono tre: il Protrettico, il Pedagogo e gli Stromati. Anche se non pare che fosse questa l'intenzione originaria dell’autore, è un fatto che tali scritti costituiscono una vera trilogia, destinata ad accompagnare efficacemente la maturazione spirituale del cristiano. Il Protrettico, come dice la parola stessa, è un’"esortazione" rivolta a chi inizia e cerca il cammino della fede. Meglio ancora, il Protrettico coincide con una Persona: il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che si fa "esortatore" degli uomini, affinché intraprendano con decisione la via verso la Verità. Lo stesso Gesù Cristo si fa poi Pedagogo, cioè "educatore" di quelli che, in forza del Battesimo, sono ormai diventati figli di Dio. Il medesimo Gesù Cristo, infine, è anche Didascalo, cioè "Maestro" che propone gli insegnamenti più profondi. Essi sono raccolti nella terza opera di Clemente, gli Stromati, parola greca che significa "tappezzerie": si tratta in effetti di una composizione non sistematica di argomenti diversi, frutto diretto dell'insegnamento abituale di Clemente.

Nel suo complesso, la catechesi clementina accompagna passo passo il cammino del catecumeno e del battezzato perché, con le due "ali" della fede e della ragione, essi giungano a un’intima conoscenza della Verità, che è Gesù Cristo, il Verbo di Dio. Solo questa conoscenza della persona che è la verità, è la "vera gnosi", l’espressione greca che sta per "conoscenza" per "intelligenza". È l’edificio costruito dalla ragione sotto impulso di un principio soprannaturale. La fede stessa costruisce la vera filosofia, cioè la vera conversione nel cammino da prendere nella vita. Quindi l’autentica "gnosi" è uno sviluppo della fede, suscitato da Gesù Cristo nell’anima unita a Lui. Clemente distingue poi due gradini della vita cristiana. Primo gradino: i cristiani credenti che vivono la fede in modo comune, ma pur sempre aperta agli orizzonti della santità. E poi il secondo gradino: gli "gnostici", cioè quelli che conducono gia una vita di perfezione spirituale; in ogni caso il cristiano deve partire dalla base comune della fede attraverso un cammino di ricerca deve lasciarsi guidare da Cristo e così giungere alla conoscenza della Verità e delle verità che formano il contenuto della fede. Tale conoscenza, ci dice Clemente, diventa nell’anima una realtà vivente: non è solo una teoria, è una forza di vita, è una unione di amore trasformante. La conoscenza di Cristo non è solo pensiero, ma è amore che apre gli occhi, trasforma l’uomo e crea comunione con il Logos, con il Verbo divino che è verità e vita. In questa comunione, che è la perfetta conoscenza ed è amore, il perfetto cristiano raggiunge la contemplazione, l’unificazione con Dio.

Clemente riprende finalmente la dottrina secondo cui il fine ultimo dell’uomo è divenire simili a Dio. Siamo creati ad immagine e similitudine di Dio, ma questo è anche una sfida, un cammino; infatti lo scopo della vita, l’ultima destinazione è veramente divenire simili a Dio. Ciò è possibile grazie alla connaturalità con Lui, che l’uomo ha ricevuto nel momento della creazione, per cui egli è già di per sè – già di per sè – immagine di Dio. Tale connaturalità permette di conoscere le realtà divine, a cui l’uomo aderisce anzitutto per fede e, attraverso la fede vissuta, la pratica della virtù, può crescere fino alla contemplazione di Dio. Così nel cammino della perfezione Clemente annette al requisito morale tanta importanza quanta ne attribuisce a quello intellettuale. I due vanno insieme perché non si può conoscere senza vivere e non si può vivere senza conoscere. L'assimilazione a Dio e la contemplazione di Lui non possono essere raggiunte con la sola conoscenza razionale: a questo scopo è necessaria una vita secondo il Logos una vita secondo la verità. E di conseguenza, le buone opere devono accompagnare la conoscenza intellettuale come l’ombra segue il corpo.

Due virtù soprattutto ornano l’anima del "vero gnostico". La prima è la libertà dalle passioni (apátheia); l’altra è l’amore, la vera passione, che assicura l’intima unione con Dio. L'amore dona la pace perfetta, e pone "il vero gnostico" in grado di affrontare i più grandi sacrifici, anche il sacrificio supremo nella sequela di Cristo, e lo fa salire di gradino in gradino fino al vertice delle virtù. Così l’ideale etico della filosofia antica, cioè la liberazione dalle passioni, viene da Clemente ridefinito e coniugato con l’amore, nel processo incessante di assimilazione a Dio.

In questo modo l’Alessandrino costruisce la seconda grande occasione di dialogo tra l'annuncio cristiano e la filosofia greca. Sappiamo che San Paolo sull’Areopago in Atene, dove Clemente è nato, aveva fatto il primo tentativo di dialogo con la filosofia greca – e in gran parte era fallito -, ma gli avevano detto: "Ti sentiremo un’altra volta". Ora Clemente, riprende questo dialogo, e lo nobilita in massimo grado nella tradizione filosofica greca. Come ha scritto il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio, l’Alessandrino giunge a interpretare la filosofia come "un’istruzione propedeutica alla fede cristiana" (n. 38). E, di fatto, Clemente è arrivato fino al punto di sostenere che Dio avrebbe dato la filosofia ai Greci "come un Testamento loro proprio" (Strom. 6,8,67,1). Per lui la tradizione filosofica greca, quasi al pari della Legge per gli Ebrei, è ambito di "rivelazione", sono due rivoli che in definitiva vanno al Logos stesso. Così Clemente continua a segnare con decisione il cammino di chi intende "dare ragione" della propria fede in Gesù Cristo. Egli può servire d’esempio ai cristiani, ai catechisti e ai teologi del nostro tempo, ai quali Giovanni Paolo II, nella medesima Enciclica, raccomandava di "recuperare ed evidenziare al meglio la dimensione metafisica della verità, per entrare in un dialogo critico ed esigente tanto con il pensiero filosofico contemporaneo".

Concludiamo facendo nostra qualche espressione della celebre "preghiera a Cristo Logos", con la quale Clemente conclude il suo Pedagogo. Egli supplica così: "Sii propizio ai tuoi figli"; "Concedi a noi di vivere nella tua pace, di essere trasferiti nella tua città, di attraversare senza esserne sommersi i flutti del peccato, di essere trasportati in tranquillità dallo Spirito Santo e dalla Sapienza ineffabile: noi, che di notte e di giorno, fino all’ultimo giorno cantiamo un canto di ringraziamento all’unico Padre, … al Figlio pedagogo e maestro, insieme allo Spirito Santo. Amen!" (Ped. 3,12,101).

Saluto in lingua italiana

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i fedeli delle Diocesi della Toscana, qui convenuti con i loro Vescovi in occasione della Visita ad Limina Apostolorum. Cari amici, anche le vostre comunità ecclesiali sono chiamate a proseguire con rinnovato slancio la loro missione spirituale nella società. Il nostro tempo ha più che mai bisogno dell’apporto generoso dei discepoli di Cristo per affrontare le attuali sfide culturali, sociali e religiose. Non stancatevi, pertanto, di attingere con coraggio dal Vangelo la luce e la forza per contribuire alla realizzazione di un’autentica rinascita morale e sociale della vostra Regione. Siate testimoni gioiosi del Signore risorto e infaticabili costruttori del suo Regno di giustizia e di amore. Saluto, inoltre, le Religiose partecipanti all’incontro promosso dall’USMI e i rappresentanti dell’Istituto Ospedaliero "Gaslini" di Genova, come anche quelli dell’Istituto "Giovanni Cena" di Cerveteri.

Sono lieto poi, di salutare con affetto i numerosi ragazzi e studenti, specialmente quelli della Diocesi di Foligno, accompagnati dal Vescovo Mons. Arduino Bertoldo, e qui convenuti a conclusione del Sinodo diocesano dei Giovani. Cari giovani, come ai primi discepoli, Gesù rivolge anche voi l’invito ad essere suoi amici. Se rispondete con gioia a questo suo appello, sarete seminatori di speranza nel cuore dei vostri coetanei. Il mio pensiero va infine ai malati e agli sposi novelli. Per voi, cari malati, la risurrezione di Cristo sia fonte inesauribile di conforto e di speranza. E voi, cari sposi novelli, siate testimoni del Signore risorto con il vostro fedele amore coniugale.



Sihaya.b16247
Wednesday, April 18, 2007 7:42 PM
212.77.1.245/news_services/bulletin/news/20092.php?index=20092...

PRESENZE DI FEDELI AD INCONTRI CON IL SANTO PADRE BENEDETTO XVI NEL PERIODO 20 APRILE 2006 - 19 APRILE 2007

UDIENZE GENERALI 1.020.600

UDIENZE SPECIALI 351.620

CELEBRAZIONI LITURGICHE 536.000

ANGELUS 1.460.000


TOTALE: 3.368.220
Ratzigirl
Wednesday, April 18, 2007 8:06 PM
PAPA: 20 MINUTI DI COLLOQUIO CON BAN KI MOON


E' durato 20 minuti il colloquio tra il Papa e il segretario generale dell'Onu Banki Moon. ''Eccellenza, benvenuto in Vaticano'', lo ha accolto il Pontefice nella sala del Tronetto, seguendo il protocollo delle udienze private ai Capi di Stato. ''E' un grande onore'', ha risposto il successore di Kofi Annan. Dopo i 20 minuti a quattr'occhi nella Biblioteca del Palazzo Apostolico, lo scambio dei doni: da New York il segretario dell'Onu ha portato un vasetto in cristallo con il simbolo delle Nazioni Unite. Il Papa ha risposto con la medaglia d'oro del Pontificato incastonata in cornici e raccolte in un astuccio di pelle bianca. ''Un piccolo dono'', lo ha presentato Papa Ratzinger, ''un grande onore'', ha ringraziato Ban Ki Moon.
emma3
Thursday, April 19, 2007 9:56 PM
''Guardare Cristo'', il motto della visita del papa in Austria

di Mattia Bianchi



"Guardare Cristo". E' questo il motto del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Austria, in programma dal 7 al 9 settembre, in occasione dell'850mo anniversario del santuario di Mariazell.

"Guardare Cristo". E' questo il motto del viaggio apostolico di Benedetto XVI in Austria, in programma dal 7 al 9 settembre, in occasione dell'850mo anniversario del santuario di Mariazell. Fonte d'ispirazione è il libro omonimo pubblicato alcuni anni fa dal cardinale Ratzinger. Il motto esprime le tematiche più importanti del mondo attuale e rappresenta il fondamento e concetto dell'attuale pontificato. Confronto e domande sul futuro e le radici della fede cristiana in Europa; riflessione quindi sulla figura di Gesù Cristo.

"Nel nuovo libro del papa "Gesù di Nazaret", - spiegano gli organizzatori - la fede cristiana diventa tema centrale ed è fonte d'ispirazione sia per tutti coloro che si preparano sul piano spirituale alla visita del Santo Padre in Austria nonché per tutti i fedeli e credenti. Leggendo questo libro i lettori hanno la possibilità di accompagnare il papa nel suo cammino verso Gesù Cristo".

I vescovi provenienti da otto diversi paesi già durante l'incontro dei cattolici dell'Europa centrale il 22 maggio 2004 a Mariazell hanno trovato sette risposte alle sfide che riguardano il Cristianesimo in Europa e le hanno pubblicate in un messaggio comune. Il primo e più importante compito dei fedeli è quello di avvicinare l'uomo moderno a Cristo, mettendo in pratica anche la parola di Dio: "...e mi sarete testimoni".

Si inserisce in questo contesto, il pellegrinaggio del papa al santuario di Mariazell, un luogo che da secoli per i cristiani dell'Austria e di tutta l'Europa centrale è punto di incontro e riferimento. Tutti i fedeli possono vedere l'immagine misericordiosa della Madre di Dio che ai pellegrini mostra suo figlio Gesù Cristo.

Sin dall'8 dicembre, i fedeli si stanno preparando con una "grande novena". Guardando la statua della Madonna delle Grazie pregano con le parole di papa Benedetto XVI rivolgendosi a Maria, Madre di Dio: "Mostraci Gesù. Guidaci a Lui. Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo, perché possiamo anche noi diventare capaci di vero amore ed essere sorgenti di acqua viva in mezzo a un mondo assetato".

da korazym


Ratzigirl
Friday, April 20, 2007 1:44 AM
IL PAPA RICEVERA' ABU MAZEN IL 24 APRILE


Papa Benedetto XVI riceverà il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, il prossimo 24 aprile. L'udienza è fissata per le 12:00 in Vaticano. Abu Mazen si troverà quel giorno a Roma per incontri con le autorità politiche italiane. La notizia è stata confermata da fonti ufficiali della Santa Sede. Si tratta del secondo incontro tra Benedetto XVI e il presidente palestinese. Abu Mazen fu ricevuto una prima volta in Vaticano il 3 dicembre 2005. In quell'occasione l'esponente dell'Anp invitò Ratzinger a "visitare Gerusalemme e tutti i luoghi santi" e gli donò un passaporto emesso dall'Autorità Nazionale Palestinese, come esortazione particolare a recarsi a Betlemme.
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