Sihaya.b16247
Wednesday, March 28, 2007 10:59 PM
L’UDIENZA GENERALE , 28.03.2007
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA
Cari fratelli e sorelle!
Nelle catechesi sulle grandi figure della Chiesa dei primi secoli arriviamo oggi alla personalità eminente di sant’Ireneo di Lione. Le notizie biografiche su di lui provengono dalla sua stessa testimonianza, tramandata a noi da Eusebio nel quinto libro della Storia Ecclesiastica. Ireneo nacque con tutta probabilità a Smirne (oggi Izmir, in Turchia) verso il 135-140, dove ancor giovane fu alla scuola del Vescovo Policarpo, discepolo a sua volta dell'apostolo Giovanni. Non sappiamo quando si trasferì dall'Asia Minore in Gallia, ma lo spostamento dovette coincidere con i primi sviluppi della comunità cristiana di Lione: qui, nel 177, troviamo Ireneo annoverato nel collegio dei presbiteri. Proprio in quell'anno egli fu mandato a Roma, latore di una lettera della comunità di Lione al Papa Eleuterio. La missione romana sottrasse Ireneo alla persecuzione di Marco Aurelio, nella quale caddero almeno quarantotto martiri, tra cui lo stesso Vescovo di Lione, il novantenne Potino, morto di maltrattamenti in carcere. Così, al suo ritorno, Ireneo fu eletto Vescovo della città. Il nuovo Pastore si dedicò totalmente al ministero episcopale, che si concluse verso il 202-203, forse con il martirio.
Ireneo è innanzitutto un uomo di fede e un Pastore. Del buon Pastore ha il senso della misura, la ricchezza della dottrina, l'ardore missionario. Come scrittore, persegue un duplice scopo: difendere la vera dottrina dagli assalti degli eretici, ed esporre con chiarezza le verità della fede. A questi fini corrispondono esattamente le due opere che di lui ci rimangono: i cinque libri Contro le eresie, e l'Esposizione della predicazione apostolica (che si può anche chiamare il più antico "catechismo della dottrina cristiana"). In definitiva, Ireneo è il campione della lotta contro le eresie. La Chiesa del II secolo era minacciata dalla cosiddetta gnosi, una dottrina la quale affermava che la fede insegnata nella Chiesa sarebbe solo un simbolismo per i semplici, che non sono in grado di capire cose difficili; invece, gli iniziati, gli intellettuali — gnostici, si chiamavano — avrebbero capito quanto sta dietro questi simboli, e così avrebbero formato un cristianesimo elitario, intellettualista. Ovviamente questo cristianesimo intellettualista si frammentava sempre più in diverse correnti con pensieri spesso strani e stravaganti, ma attraenti per molti. Un elemento comune di queste diverse correnti era il dualismo, cioè si negava la fede nell'unico Dio Padre di tutti, Creatore e Salvatore dell'uomo e del mondo. Per spiegare il male nel mondo, essi affermavano l’esistenza, accanto al Dio buono, di un principio negativo. Questo principio negativo avrebbe prodotto le cose materiali, la materia.
Radicandosi saldamente nella dottrina biblica della creazione, Ireneo confuta il dualismo e il pessimismo gnostico che svalutavano le realtà corporee. Egli rivendicava decisamente l'originaria santità della materia, del corpo, della carne, non meno che dello spirito. Ma la sua opera va ben oltre la confutazione dell'eresia: si può dire infatti che egli si presenta come il primo grande teologo della Chiesa, che ha creato la teologia sistematica; egli stesso parla del sistema della teologia, cioé dell'interna coerenza di tutta la fede. Al centro della sua dottrina sta la questione della "regola della fede" e della sua trasmissione. Per Ireneo la "regola della fede" coincide in pratica con il Credo degli Apostoli, e ci dà la chiave per interpretare il Vangelo, per interpretare il Credo alla luce del Vangelo. Il simbolo apostolico, che è una sorta di sintesi del Vangelo, ci aiuta a capire che cosa vuol dire, come dobbiamo leggere il Vangelo stesso.
Di fatto il Vangelo predicato da Ireneo è quello che egli ha ricevuto da Policarpo, Vescovo di Smirne, e il Vangelo di Policarpo risale all’apostolo Giovanni, di cui Policarpo era discepolo. E così il vero insegnamento non è quello inventato dagli intellettuali al di là della fede semplice della Chiesa. Il vero Evangelo è quello impartito dai Vescovi che lo hanno ricevuto in una catena ininterrotta dagli Apostoli. Questi non hanno insegnato altro che proprio questa fede semplice, che è anche la vera profondità della rivelazione di Dio. Così — ci dice Ireneo — non c'è una dottrina segreta dietro il comune Credo della Chiesa. Non esiste un cristianesimo superiore per intellettuali. La fede pubblicamente confessata dalla Chiesa è la fede comune di tutti. Solo questa fede è apostolica, viene dagli Apostoli, cioè da Gesù e da Dio. Aderendo a questa fede trasmessa pubblicamente dagli Apostoli ai loro successori, i cristiani devono osservare quanto i Vescovi dicono, devono considerare specialmente l'insegnamento della Chiesa di Roma, preminente e antichissima. Questa Chiesa, a causa della sua antichità, ha la maggiore apostolicità, infatti trae origine dalle colonne del Collegio apostolico, Pietro e Paolo. Con la Chiesa di Roma devono accordarsi tutte le Chiese, riconoscendo in essa la misura della vera tradizione apostolica, dell'unica fede comune della Chiesa. Con tali argomenti, qui molto brevemente riassunti, Ireneo confuta dalle fondamenta le pretese di questi gnostici, di questi intellettuali: anzitutto essi non posseggono una verità che sarebbe superiore a quella della fede comune, perché quanto essi dicono non è di origine apostolica, è inventato da loro; in secondo luogo, la verità e la salvezza non sono privilegio e monopolio di pochi, ma tutti le possono raggiungere attraverso la predicazione dei successori degli Apostoli, e soprattutto del Vescovo di Roma. In particolare - sempre polemizzando con il carattere "segreto" della tradizione gnostica, e notandone gli esiti molteplici e fra loro contraddittori - Ireneo si preoccupa di illustrare il genuino concetto di Tradizione apostolica, che possiamo riassumere in tre punti.
a) La Tradizione apostolica è "pubblica", non privata o segreta. Per Ireneo non c'è alcun dubbio che il contenuto della fede trasmessa dalla Chiesa è quello ricevuto dagli Apostoli e da Gesù, dal Figlio di Dio. Non esiste altro insegnamento che questo. Pertanto chi vuole conoscere la vera dottrina basta che conosca "la Tradizione che viene dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini": tradizione e fede che "sono giunte fino a noi attraverso la successione dei vescovi" (Adv. Haer. 3,3,3-4). Così successione dei Vescovi, principio personale e Tradizione apostolica, principio dottrinale coincidono.
b) La Tradizione apostolica è "unica". Mentre infatti lo gnosticismo è suddiviso in molteplici sètte, la Tradizione della Chiesa è unica nei suoi contenuti fondamentali, che - come abbiamo visto - Ireneo chiama appunto regula fidei o veritatis: e così perché è unica, crea unità attraverso i popoli, attraverso le culture diverse, attraverso i popoli diversi; è un contenuto comune come la verità, nonostante la diversità delle lingue e delle culture. C'è una frase molto preziosa di sant'Ireneo nel libro Contro le eresie: "La Chiesa, benché disseminata in tutto il mondo, custodisce con cura [la fede degli Apostoli], come se abitasse una casa sola; allo stesso modo crede in queste verità, come se avesse una sola anima e lo stesso cuore; in pieno accordo queste verità proclama, insegna e trasmette, come se avesse una sola bocca. Le lingue del mondo sono diverse, ma la potenza della tradizione è unica e la stessa: le Chiese fondate nelle Germanie non hanno ricevuto né trasmettono una fede diversa, né quelle fondate nelle Spagne o tra i Celti o nelle regioni orientali o in Egitto o in Libia o nel centro del mondo" (1,10,1-2). Si vede già in questo momento, siamo nell'anno 200, l'universalità della Chiesa, la sua cattolicità e la forza unificante della verità, che unisce queste realtà così diverse, dalla Germania, alla Spagna, all'Italia, all'Egitto, alla Libia, nella comune verità rivelataci da Cristo.
c) Infine, la Tradizione apostolica è come lui dice nella lingua greca nella quale ha scritto il suo libro, "pneumatica", cioè spirituale, guidata dallo Spirito Santo: in greco spirito si dice pneuma. Non si tratta infatti di una trasmissione affidata all'abilità di uomini più o meno dotti, ma allo Spirito di Dio, che garantisce la fedeltà della trasmissione della fede. E' questa la "vita" della Chiesa, ciò che rende la Chiesa sempre fresca e giovane, cioè feconda di molteplici carismi. Chiesa e Spirito per Ireneo sono inseparabili: "Questa fede", leggiamo ancora nel terzo libro Contro le eresie, "l'abbiamo ricevuta dalla Chiesa e la custodiamo: la fede, per opera dello Spirito di Dio, come un deposito prezioso custodito in un vaso di valore ringiovanisce sempre e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene... Dove è la Chiesa, lì è lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia" (3,24,1).
Come si vede, Ireneo non si limita a definire il concetto di Tradizione. La sua tradizione, la Tradizione ininterrotta, non è tradizionalismo, perché questa Tradizione è sempre internamente vivificata dallo Spirito Santo, che la fa di nuovo vivere, la fa essere interpretata e compresa nella vitalità della Chiesa. Stando al suo insegnamento, la fede della Chiesa va trasmessa in modo che appaia quale deve essere, cioè "pubblica", "unica", "pneumatica", "spirituale". A partire da ciascuna di queste caratteristiche si può condurre un fruttuoso discernimento circa l'autentica trasmissione della fede nell'oggi della Chiesa. Più in generale, nella dottrina di Ireneo la dignità dell'uomo, corpo e anima, è saldamente ancorata nella creazione divina, nell’immagine di Cristo e nell’opera permanente di santificazione dello Spirito. Tale dottrina è come una "via maestra" per chiarire insieme a tutte le persone di buona volontà l'oggetto e i confini del dialogo sui valori, e per dare slancio sempre nuovo all'azione missionaria della Chiesa, alla forza della verità che è la fonte di tutti i veri valori del mondo.
[00430-01.01] [Testo originale: Italiano]
Saluto in lingua italiana
Saluto i pellegrini di lingua italiana. In particolare, i Vescovi delle Diocesi della Sicilia, che in questi giorni compiono la Visita "ad Limina Apostolorum" e i fedeli che li accompagnano. Cari Fratelli nell’Episcopato, vorrei ripetere a voi quanto l’Apostolo Paolo raccomandava a Timoteo: annunziate integralmente la Parola di Dio, insistete in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonite, rimproverate, esortate con ogni magnanimità e dottrina (cf.2Tm 4,2). Sostenete con il vostro esempio i sacerdoti, le persone consacrate e i fedeli laici di Sicilia, perché continuino a testimoniare Cristo e il suo Vangelo, con rinnovato slancio e fervore. Nessun timore sorprenda mai e agiti il cuore di tutti voi, cari fratelli e sorelle. Chi segue Cristo non si spaventa delle difficoltà; chi confida in Lui va avanti sicuro. Siate costruttori di pace nella legalità e nell’amore, offrendo luce agli uomini del nostro tempo, i quali pur presi dagli affanni della vita quotidiana, avvertono il richiamo delle realtà eterne.
Pensando alla Festa dell'Annunciazione, che abbiamo celebrato qualche giorno fa, rivolgo infine un affettuoso saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il "sì" pronunciato da Maria incoraggi voi, cari giovani, a rispondere con generosità alla chiamata di Dio. L'umile adesione alla volontà divina della Vergine, a Nazaret come sul Calvario, aiuti voi, cari malati, ad unirvi sempre più profondamente al sacrificio redentore di Cristo. Colei che per prima accolse il Verbo incarnato accompagni voi, cari sposi novelli, nel cammino matrimoniale e vi faccia crescere ogni giorno nella fedeltà dell'amore.
emma3
Thursday, March 29, 2007 8:23 PM
Una GMG all'insegna del perdono. In San Pietro la liturgia penitenziale dei giovani con il papa
di Mattia Bianchi
Migliaia di giovani di Roma e del Lazio al tradizionale incontro con il papa, in vista della Giornata mondiale della gioventù di domenica. L'invito di Benedetto XVI alla castità, le richieste di perdono, le confessioni individuali. La cronaca...
CITTA' DEL VATICANO - Un successo superiore alle attese, con oltre 20mila giovani che la Basilica di San Pietro non è riuscita a contenere. È stata usata così anche l'Aula Paolo VI, con il papa ben disposto a "farsi in due" per salutare tutti i presenti. La grande affluenza sarà una delle immagini da ricordare dell'incontro di Benedetto XVI con i giovani di Roma e del Lazio, in occasione della Giornata mondiale della gioventù di domenica 1 aprile. Un appuntamento entrato nella tradizione che per la prima volta cambia pelle, mettendo da parte il clima di festa e di musica (negli anni scorsi, l'incontro si svolgeva in piazza San Pietro), a favore di una maggiore sobrietà e soprattutto, della celebrazione del sacramento della Riconciliazione. In piena sintonia con il suo stile, infatti, Benedetto XVI ha voluto indicare ai giovani la misericordia per sperimentare in prima persona l'essenza del cristianesimo. Nessun tono inquisitorio, ma piuttosto la volontà di sfatare i pregiudizi sulla confessione, sacramento che permette all'uomo di toccare con mano l'amore di Dio e godere della "pace e serenità della coscienza e della consolazione dello spirito". Spazio quindi a letture e richieste di perdono che hanno introdotto il momento della confessioni individuali, grazie alla presenza di oltre 200 sacerdoti e dello stesso pontefice che ha confessato sei ragazzi.
Il rito. La liturgia è ruotata intorno al tema “Come io vi ho amato”, approfondito in quattro momenti. Dopo il saluto ai giovani riuniti in Aula Paolo VI ("Siete davvero tanti!"), il papa ha raggiunto la basilica dove è iniziata la cerimonia vera e propria. I riti iniziali hanno compreso la processione silenziosa, la sosta, un saluto da parte di un rappresentante dei giovani e la preghiera di colletta davanti al Crocifisso della Cappella Sistina, portato in basilica per l'occasione. Nella Liturgia della Parola, invece, è stato proclamato il testo dell'inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2,1-11), il salmo 26 e la pericope del Vangelo di Giovanni (13, 34-38), in cui viene presentato il comandamento nuovo dell’amore (“Come io vi ho amato...”) che precede nella narrazione l’annunzio del rinnegamento di Pietro. Dopo l'omelia del papa, spazio al rito della riconciliazione caratterizzato da alcune invocazioni di perdono proposte dai giovani sullo schema dei sette vizi capitali (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria) e dall’accensione, dopo ogni richiesta di perdono, di una luce davanti al Crocifisso. A seguire, la preghiera e le confessioni individuali: il momento centrale della liturgia, conclusasi con il rendimento di grazie e la benedizione del papa.
L'omelia del papa. La Croce come espressione dell'amore di Dio, sia in termini di agape (l'amore che cerca esclusivamente il bene del'altro) che di eros (l'amore di chi attende un sì, come uno sposo con la sposa). Nella sua omelia, Benedetto XVI tratteggia la dimensione più profonda del cristianesimo, chiarendo che se “un cristiano non incontra l’amore vero non può dirsi nemmeno pienamente cristiano”. Ed è proprio nella croce che Dio “continua a riproporre il suo amore e la sua passione per l’uomo”. Una realtà sperimentabile nel sacramento della confessione, con cui è possibile rispondere alla “debolezza della natura umana” e “all'inclinazione al peccato”. “Ogni volta che lo fate (ndr. vi confessate) con fede e devozione, - ha detto il papa - l’amore e la misericordia di Dio muovono il vostro cuore, dopo un attento esame di coscienza, verso il ministro di Cristo”. Dal perdono scaturisce poi un impegno ulteriore, perché “Cristo ci attira a sé per unirsi a ciascuno di noi, affinché, a nostra volta, impariamo ad amare i fratelli con lo stesso suo amore”. “Uscendo da questa celebrazione, - è l'invito di Benedetto XVI - con i cuori ricolmi dell’esperienza dell’amore di Dio, siate preparati ad “osare” l’amore nelle vostre famiglie, nei rapporti con i vostri amici e anche con chi vi ha offeso”. Un richiamo alla testimonianza negli ambienti di vita quotidiana: lo studio , il lavoro, la parrocchia, i gruppi, i movimenti e ogni ambito della società. Nella stessa misura, ai fidanzati viene chiesto di vivere il fidanzamento in un rispetto “casto e responsabile”, mentre ai giovani che sentono la chiamata alla consacrazione di rispondere con un “sì” “generoso e senza compromessi”. Una radicalità che ha un prezzo: il sacrificio e l’abnegazione, la fedeltà e la perseveranza “senza le quali non c’è e non ci può essere vero amore, pienamente libero e sorgente di gioia”. Si costruisce così la civiltà dell'amore, senza perdersi d'animo e con una piena fiducia in Cristo e nella Chiesa. “Il papa – promette Benedetto XVI - vi è vicino e vi assicura un ricordo quotidiano nella preghiera, affidandovi particolarmente alla Vergine Maria”.
Le richieste di perdono. Entrando nei particolari, ha colpito senza dubbio per la sua schiettezza e trasparenza, la richiesta di perdono dei giovani, sulla base dei sette vizi capitali. Nella basilica di San Pietro sono risuonati i limiti e le fragilità dell'uomo, affidate alla misericordia di un Dio che tutto perdona. Non discorsi fumosi o ideali, ma esperienze molto concreti che appartengono alla vita di tutti i giorni. I giovani hanno chiesto perdono per la superbia che cerca “solo la lode e l’approvazione della gente” e per il “desiderio di non dipendere da nessuno e nemmeno da Dio e per il vittimismo con cui sappiamo darci sempre una giustificazione”. Per l'invidia e l'egocentrismo che “ci impedisce di desiderare il bene per gli altri e ci rende incapaci di amare”, per quando “chiamiamo l’invidia sana competitività”. Per l'ira, racchiusa nei “turbamenti del cuore e nei sentimenti di avversione verso i fratelli”, “nell’animosità eccitata, nell’aggressività del corpo e nella sete di vendetta”. Per l'accidia, ovvero “il torpore, la pigrizia, l’abbattimento, la tristezza, la dipendenza e le crisi di astinenza da stimoli e piaceri esteriori che ci lasciano sempre tristi e vuoti”: una vita senza scopo, insomma, “il tempo perso e la fuga dall’impegno quotidiano”.
Per l'avarizia, “l’avidità, la brama di possedere, la fiducia smodata riposta nel denaro” e le sue conseguenze: “liti familiari, ansie e falsi timori, tradimenti, frodi, inganni,spergiuri, violenza e indurimento del cuore”. Atteggiamenti che su larga scala producono “le drammatiche disuguaglianze tra paesi ricchi e poveri, le guerre, i disumani sfruttamenti e l’inganno delle coscienze prodotto da un sistema di accumulo e consumo che fa di tutto per eccitare la brama del possesso”. Per la gola, espressa non solo nel “rapporto irrazionale con il cibo, i vizi del fumo,dell’alcool, delle droghe, la dipendenza che ci fa schiavi”, ma anche nello scambiare per “libera scelta ciò che è solo condizionamento dell’abitudine, delle mode, della pubblicità”. Per la lussuria, che fa schiavi del sesso e per “il disordine morale che mette a rischio persone, famiglie e società: un riferimento al “cedimento a immagini proposte ad arte, a voci allusive, alla pornografia in video e in rete”, alla “mentalità diffusa che spaccia il disordine sessuale per conquista e fa credere che ogni istinto debba trovare immediata soddisfazione”. Da qui, la richiesta di aiuto a Dio, a “custodire la castità nel cuore e nella mente, a non avere rapporti sessuali prima o fuori del matrimonio, a evitare deviazioni e stravaganze”. Obiettivo: “Riscoprire la meraviglia della sessualità secondo Dio, nella cornice dell’amore coniugale, nell’atmosfera di famiglia e di tenerezza dove il sesso non è profanato e svenduto ma è sacra partecipazione al dono della vita”.
Le richieste di perdono sono state riprese anche dopo le confessioni individuali, per tutte le situazioni in cui viene meno l'amore per il prossimo, in famiglia, nella Chiesa, nel fidanzamento, nello studio, nel lavoro o nel tempo libero. “Signore, perdonaci se abbiamo attentato alla vita e all’integrità fisica del prossimo, - ha detto un giovane - se ne abbiamo offeso l’onore, se ne abbiamo danneggiato i beni. Se abbiamo consigliato o praticato l’aborto, se abbiamo serbato odio, se siamo stati rissosi, se abbiamo pronunciato insulti e parole offensive, fomentando screzi e rancori”. E ancora: “Signore, perdonaci se abbiamo rubato,se abbiamo ingiustamente desiderato la roba d’altri, se abbiamo danneggiato il prossimo nei suoi averi, se non abbiamo restituito quanto sottratto e riparato i danni arrecati. Signore, perdonaci se, avendo ricevuto dei torti, non ci siamo dimostrati disponibili alla riconciliazione e al perdono per amore tuo o serbiamo in cuore desideri di odio e di vendetta”.
da korazym
LadyRatzinger
Friday, March 30, 2007 2:36 PM
Da Petrus
Benedetto XVI: "E' urgente proclamare il Vangelo del lavoro"
CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI rilancia la questione sociale del lavoro in tutta la sua complessita' e urgenza. ''Piu' che mai - scrive il Papa in un messaggio ai giovani partecipanti al IX Forum internazionale prepatorio alla Giornata Mondiale della Gioventu' - oggi e' necessario e urgente proclamare il 'Vangelo del lavoro', vivere da cristiani nel mondo del lavoro e diventare apostoli fra i lavoratori. Ma per compiere questa missione occorre restare uniti a Cristo con la preghiera e un'intensa vita sacramentale, valorizzando a tale scopo in maniera speciale la Domenica, che e' giorno dedicato al Signore''. Nel messaggio autografo letto ai giovani da mons.Paul Cordes, il papa scrive inoltre che ''in un contesto di liberalismo economico condizionato dalle pressioni del mercato, dalla concorrenza e dalla competitivita''' documenti pontifici sulla questione sociale come la Laborem exercens ''richiamano con forza la necessita' di valorizzare la dimensione umana del lavoro e di tutelare la dignita' della persona: in effetti, il riferimento ultimo di ogni attivita' umana non puo' che essere l'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio''.
[Modificato da LadyRatzinger 30/03/2007 14.36]
Sihaya.b16247
Friday, March 30, 2007 3:30 PM
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AI PARTECIPANTI AL IX FORUM INTERNAZIONALE DEI GIOVANI (ROCCA DI PAPA, 28-31 MARZO 2007)
Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato al Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, S.E. Mons. Stanislaw Rylko, ed ai partecipanti al IX Forum internazionale dei Giovani sul tema: "Testimoni di Cristo nel mondo del lavoro" in corso di svolgimento a Rocca di Papa:
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
All’Arcivescovo
Mons. STANISLAW RYLKO
Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici
Sono particolarmente lieto di inviare il mio cordiale saluto a Lei, Venerato Fratello, al Segretario, ai Collaboratori del Pontificio Consiglio per i Laici e a quanti prendono parte al IX Forum internazionale dei giovani sul tema "Testimoni di Cristo nel mondo del lavoro", che si tiene in questa settimana a Rocca di Papa. Con particolare affetto mi rivolgo ai giovani delegati delle Conferenze Episcopali e di vari Movimenti, Associazioni e Comunità internazionali, provenienti dai cinque Continenti ed impegnati in settori molto diversi. Estendo il mio deferente pensiero agli autorevoli relatori, che hanno accettato di recare all’incontro il contributo della loro competenza e della loro esperienza.
Il tema è quanto mai attuale e tiene conto delle trasformazioni intervenute negli ultimi anni nel campo dell’economia, della tecnologia e della comunicazione, che hanno modificato radicalmente la fisionomia e le condizioni del mercato del lavoro. I progressi compiuti, se da una parte hanno suscitato nuove speranze nei giovani, dall’altra hanno spesso creato in loro forme preoccupanti di emarginazione e di sfruttamento, con crescenti situazioni di disagio personale. A causa del rilevante divario tra gli ambiti formativi e il mondo del lavoro, sono aumentate le difficoltà di reperire un’occupazione lavorativa che risponda alle attitudini personali e agli studi compiuti, con in più l’aggravio dell’incertezza circa la possibilità di poter poi mantenere nel tempo un pur modesto impiego. Il processo di globalizzazione in atto nel mondo ha recato con sé un’esigenza di mobilità che obbliga numerosi giovani a emigrare e a vivere lontano dal Paese d’origine e dalla propria famiglia. E questo ingenera in tanti un inquietante senso di insicurezza, con indubbie ripercussioni sulla capacità non solo di immaginare e di mettere in atto un progetto per il futuro, ma persino di impegnarsi concretamente nel matrimonio e nella formazione di una famiglia. Si tratta di problematiche complesse e delicate che devono essere opportunamente affrontate, guardando alla realtà di oggi e facendo riferimento alla Dottrina sociale, della quale è offerta un’adeguata presentazione nel Catechismo della Chiesa Cattolica e soprattutto nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa.
Costante è stata, in effetti, in questi anni l’attenzione della Chiesa verso la questione sociale, ed in particolare verso il lavoro. Basti ricordare l’Enciclica Laborem exercens, pubblicata poco più di venticinque anni fa, il 14 settembre 1981, dall’amato mio predecessore Giovanni Paolo II. Essa ribadisce e attualizza le grandi intuizioni sviluppate dai Sommi Pontefici Leone XIII e Pio XI nelle Encicliche Rerum novarum (1891) e Quadragesimo anno (1931), entrambe scritte all'epoca della industrializzazione dell'Europa. In un contesto di liberalismo economico condizionato dalle pressioni del mercato, dalla concorrenza e dalla competitività, questi documenti pontifici richiamano con forza la necessità di valorizzare la dimensione umana del lavoro e di tutelare la dignità della persona: in effetti, il riferimento ultimo di ogni attività umana non può che essere l'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Un’approfondita analisi della situazione, infatti, conduce a constatare che il lavoro rientra nel progetto di Dio sull'uomo e che esso è partecipazione alla sua opera creatrice e redentrice. E, pertanto, ogni attività umana dovrebbe essere occasione e luogo di crescita degli individui e della società, sviluppo dei "talenti" personali da valorizzare e porre al servizio ordinato del bene comune, in spirito di giustizia e di solidarietà. Per i credenti, poi, la finalità ultima del lavoro è la costruzione del Regno di Dio.
Mentre invito a far tesoro del dialogo e della riflessione di questi giorni, auspico che quest’importante assemblea giovanile costituisca per i partecipanti una fruttuosa occasione di crescita spirituale ed ecclesiale, grazie alla condivisione delle testimonianze e delle esperienze, alla preghiera comune e alle liturgie celebrate insieme. Oggi, più che mai, è necessario e urgente proclamare "il Vangelo del lavoro", vivere da cristiani nel mondo del lavoro e diventare apostoli fra i lavoratori. Ma per compiere questa missione occorre restare uniti a Cristo con la preghiera e un’intensa vita sacramentale, valorizzando a tale scopo in maniera speciale la Domenica, che è Giorno dedicato al Signore. Mentre incoraggio i giovani a non perdersi d’animo dinanzi alle difficoltà, do loro appuntamento per domenica prossima, in Piazza san Pietro, ove si svolgerà la solenne celebrazione della Domenica delle Palme e della XXII Giornata Mondiale della Gioventù, ultima tappa di preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà il prossimo anno a Sidney, in Australia.
Quest’anno il tema di riflessione è: "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Ripeto in questa circostanza quanto ho scritto ai giovani cristiani del mondo intero nel mio Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù, che si ravvivi cioè nei giovani "la fiducia nell'amore vero, fedele e forte; un amore che genera pace e gioia; un amore che lega le persone, facendole sentire libere nel reciproco rispetto" e capaci di sviluppare appieno le proprie potenzialità. Non conta soltanto diventare più «competitivi» e «produttivi», occorre essere «testimoni della carità». Soltanto così, infatti, con il sostegno anche delle rispettive parrocchie, movimenti e comunità, in cui è possibile fare esperienza della grandezza e della vitalità della Chiesa, i giovani di oggi saranno in grado di vivere il lavoro come una vocazione e una vera missione. A tal fine assicuro il mio orante ricordo e, invocando la celeste protezione di Maria e di san Giuseppe, Patrono dei lavoratori, di cuore invio a Lei, Venerato Fratello, a quanti partecipano al Forum internazionale e a tutti i giovani lavoratori cristiani una speciale Benedizione Apostolica
Dal Vaticano, 28 Marzo 2007
Sihaya.b16247
Friday, March 30, 2007 3:31 PM
CELEBRAZIONE DELLA PENITENZA CON I GIOVANI DELLA DIOCESI DI ROMA IN PREPARAZIONE ALLA XXII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ , 29.03.2007
CELEBRAZIONE DELLA PENITENZA CON I GIOVANI DELLA DIOCESI DI ROMA IN PREPARAZIONE ALLA XXII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
Domenica 1° aprile 2007 - Domenica delle Palme - si celebrerà in tutte le Diocesi la XXII Giornata Mondiale della Gioventù sul tema: "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34).
In preparazione alla Giornata, questo pomeriggio, alle ore 18.00, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto la Celebrazione della Penitenza con i Giovani della Diocesi di Roma.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della Celebrazione Penitenziale:
OMELIA DEL SANTO PADRE
Cari amici,
ci incontriamo questa sera, in prossimità della XXII Giornata Mondiale della Gioventù, che ha per tema, come sapete, il comandamento nuovo lasciatoci da Gesù nella notte in cui fu tradito: "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Saluto cordialmente tutti voi che siete venuti dalle varie parrocchie di Roma. Saluto il Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari, i sacerdoti presenti, con un pensiero speciale per i confessori che tra poco saranno a vostra disposizione. L’odierno appuntamento, come già ha anticipato la vostra Portavoce, che ringrazio per le parole rivoltemi a vostro nome all’inizio della celebrazione, assume un profondo ed alto significato. È, infatti, un incontro attorno alla Croce, una celebrazione della misericordia di Dio che nel Sacramento della confessione ognuno di voi potrà sperimentare personalmente.
Nel cuore di ogni uomo, mendicante di amore, c’è sete di amore. Il mio amato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, scriveva già nella sua prima Enciclica Redemptor hominis: "L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa pienamente" (n. 10). Ancor più il cristiano non può vivere senza amore. Anzi, se non incontra l’amore vero non può dirsi nemmeno pienamente cristiano, perché, come ho rilevato nell’Enciclica Deus caritas est, "all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva" (n. 1). L’amore di Dio per noi, iniziato con la creazione, si è fatto visibile nel mistero della Croce, in quella kenosi di Dio, in quello svuotamento ed umiliante abbassamento del Figlio di Dio che abbiamo sentito proclamare dall’apostolo Paolo nella prima Lettura, nel magnifico inno a Cristo della Lettera ai Filippesi. Sì, la Croce rivela la pienezza dell’amore di Dio per noi. Un amore crocifisso, che non si ferma allo scandalo del Venerdì Santo, ma culmina nella gioia della Risurrezione e Ascensione al cielo e nel dono dello Spirito Santo, Spirito dell’amore per mezzo del quale, anche questa sera, saranno rimessi i peccati e concessi il perdono e la pace.
L’amore di Dio per l’uomo, che si esprime in pienezza sulla Croce, è descrivibile con il termine agape, ossia "amore oblativo che cerca esclusivamente il bene dell’altro", ma pure con il termine eros. Infatti, mentre è amore che offre all’uomo tutto ciò che Dio è, come ho osservato nel Messaggio per questa Quaresima, è anche un amore dove il "cuore stesso di Dio, l’Onnipotente, attende il ‘sì’ delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa". Purtroppo "fin dalle sue origini l’umanità, sedotta dalle menzogne del Maligno, si è chiusa all’amore di Dio, nell’illusione di una impossibile autosufficienza (cfr Gn 3,1-7)" (ibid.). Ma nel sacrificio della Croce Dio continua a riproporre il suo amore, la sua passione per l’uomo, quella forza che, come si esprime lo Pseudo Dionigi, "non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato" (De divinis nominibus, IV, 13; PG 3, 712), venendo a "mendicare" l’amore della sua creatura. Questa sera, accostandovi al Sacramento della confessione, potrete fare l’esperienza del "dono gratuito che Dio ci fa della sua vita, infusa nella nostra anima dallo Spirito Santo per guarirla dal peccato e santificarla" (CCC, 1999) affinché, uniti a Cristo, diventiamo creature nuove (cfr 2 Cor 5,17-18).
Cari giovani della Diocesi di Roma, con il Battesimo voi siete già nati a vita nuova in virtù della grazia di Dio. Poiché però questa vita nuova non ha soppresso la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato, ci è data l’opportunità di accostarci al Sacramento della confessione. Ogni volta che lo fate con fede e devozione, l’amore e la misericordia di Dio muovono il vostro cuore, dopo un attento esame di coscienza, verso il ministro di Cristo. A lui, e così a Cristo stesso, esprimete il dolore per i peccati commessi, con il fermo proposito di non peccare più in avvenire e con la disponibilità ad accogliere con gioia gli atti di penitenza che egli vi indica per riparare il danno causato dal peccato. Sperimentate così il "perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il ricupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenza del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano di ogni giorno" (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 310). Con il lavacro penitenziale di questo Sacramento, siamo riammessi nella piena comunione con Dio e con la Chiesa, compagnia affidabile perché "sacramento universale di salvezza" (Lumen gentium, 48).
Nella seconda parte del comandamento nuovo il Signore dice: "Amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Certamente Egli attende che ci lasciamo attrarre dal suo amore e ne sperimentiamo tutta la grandezza e bellezza, ma non basta! Cristo ci attira a sé per unirsi a ciascuno di noi, affinché, a nostra volta, impariamo ad amare i fratelli con lo stesso suo amore, come Lui ci ha amati. Oggi, come sempre, c’è tanto bisogno di una rinnovata capacità di amare i fratelli. Uscendo da questa celebrazione, con i cuori ricolmi dell’esperienza dell’amore di Dio, siate preparati ad "osare" l’amore nelle vostre famiglie, nei rapporti con i vostri amici e anche con chi vi ha offeso. Siate preparati ad incidere con una testimonianza autenticamente cristiana negli ambienti di studio e di lavoro, ad impegnarvi nelle comunità parrocchiali, nei gruppi, nei movimenti, nelle associazioni e in ogni ambito della società.
Voi, giovani fidanzati, vivete il fidanzamento nell’amore vero, che comporta sempre il reciproco rispetto, casto e responsabile. Se il Signore chiama alcuni di voi, cari giovani amici di Roma, ad una vita di particolare consacrazione siate pronti a rispondere con un "sì" generoso e senza compromessi. Donandovi a Dio e ai fratelli, sperimenterete la gioia di chi non si ripiega su se stesso in un egoismo troppo spesso asfissiante. Ma tutto ciò, certamente, ha un prezzo, quel prezzo che Cristo per primo ha pagato e che ogni suo discepolo, anche se in modo ben inferiore rispetto al Maestro, deve anch’egli pagare: il prezzo del sacrificio e dell’abnegazione, della fedeltà e della perseveranza senza le quali non c’è e non ci può essere vero amore, pienamente libero e sorgente di gioia.
Cari ragazzi e ragazze, il mondo aspetta questo vostro contributo per l’edificazione della "civiltà dell’amore". "L’orizzonte dell’amore è davvero sconfinato: è il mondo intero!" (Messaggio per la XXII Giornata Mondiale della Gioventù). I sacerdoti che vi seguono ed i vostri educatori sono certi che, con la grazia di Dio ed il costante soccorso della sua divina misericordia, riuscirete ad essere all’altezza dell’arduo compito al quale il Signore vi chiama. Non perdetevi d’animo ed abbiate sempre fiducia in Cristo e nella sua Chiesa! Il Papa vi è vicino e vi assicura un ricordo quotidiano nella preghiera, affidandovi particolarmente alla Vergine Maria, Madre di misericordia, perché vi accompagni e vi sostenga sempre. Amen!
LadyRatzinger
Saturday, March 31, 2007 8:01 PM
Da Petrus
Giovedì la presentazione della visita di giugno del Papa ad Assisi
ASSISI - Le iniziative di preparazione della visita di Papa Benedetto XVI ad Assisi per la giornata del 17 giugno prossimo, verranno illustrate giovedi' 5 aprile nel corso di una conferenza stampa. L'incontro vedrà presenti il Vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, ed il sindaco della citta' serafica, Claudio Ricci, e si terra' presso la sala conciliazione di palazzo comunale alle 11,00. Saranno presenti i responsabili delle famiglie francescane. E' questa una delle prime riunioni ufficiali con la stampa; ne seguiranno altre, come altre ancora saranno quelle predisposte dagli enti ed Associazioni che cureranno l'organizzazione di un evento che si prevede richiamera' migliaia di fedeli e tantissimi giovani ad Assisi, la città di San Francesco.
LadyRatzinger
Saturday, March 31, 2007 8:02 PM
Da Petrus
Il Papa alla Confartigianato: "Sul lavoro prevalga sempre il vero progresso della persona umana"
CITTA’ DEL VATICANO - "Il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro". Il Papa ricorda la 'Laborem exercens' per sottolineare che, nel mondo del lavoro, deve prevalere "senza sosta" il "primato dell'uomo sull'opera delle sue mani", e indica che "tutto deve essere finalizzato al vero progresso della persona umana e al bene comune: il capitale, la scienza, la tecnica, le risorse pubbliche e la stessa proprietà privata". Benedetto XVI parla davanti a circa 7mila membri - tra dirigenti e soci - della Confartigianato, ricevuti nell'Aula Paolo VI questa mattina. "La realtà del lavoro nell'attuale momento storico - ha detto Papa Ratzinger - si trova al centro di vasti cambiamenti economici e sociali, mutamenti che sono sempre più rapidi e complessi". Ma "il lavoro appartiene alla condizione originaria dell'uomo", ha scandito il Pontefice ricordando le pagine della Genesi. "La Confartigianato - ha aggiunto il Pontefice - ha dato un indubbio contributo alla costruzione della moderna Nazione italiana. Ne ha caratterizzato per alcuni importanti aspetti l'evoluzione sociale ed economica, artistica e culturale e ha impresso al progresso dell'Italia una sua propria cifra stilistica". "Se fino a qualche decennio fa - ha poi spiegato il Papa - artigiano evocava qualcosa di 'vecchio e pittoresco', qualcosa da associare all'immagine della bottega del fabbro o del ciabattino, oggi vuol dire piuttosto autonomia, creatività, personalizzazione nella produzione di beni e di servizi". Benedetto XVI ha dunque esortato i membri dell'Associazione a "continuare con tenacia e perseveranza a custodire e a valorizzare la cultura produttiva artigiana, capace di dar vita a grandi occasioni di equilibrato progresso economico e di incontro tra uomini e popoli. Alla scuola della Famiglia di Nazaret - ha concluso il Papa - potete più facilmente apprendere come coniugare una coerente vita di fede con la fatica e le difficoltà del lavoro, il profitto personale e l'impegno di solidarietà verso i bisognosi".
LadyRatzinger
Saturday, March 31, 2007 8:03 PM
Da Petrus
Il Papa nomina il cardinale Sodano Legato Pontificio per i 90 anni delle apparizioni di Fatima
CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI ha nominato il cardinale Angelo Sodano (nella foto), decano del Collegio Cardinalizio, Legato Pontificio per le solenni celebrazioni di apertura del 90° anniversario delle apparizioni della Beata Vergine Maria a Fatima, in Portogallo. Le apparizioni di Maria ai tre pastorelli Lucia, Francesco e Giacinta iniziarono il 13 maggio 1917 per ripetersi altre cinque volte, l’ultima il 13 ottobre dello stesso anno. Il messaggio della Vergine è un invito forte alla preghiera, alla conversione e alla rinuncia al peccato. Le celebrazioni avranno luogo a Fatima il 12 e 13 maggio prossimi. Il Cardinale Sodano conosce molto bene la vicenda di Fatima. Non a caso, fu proprio lui, in quanto Segretario di Stato vaticano, a leggere a milioni di fedeli, alla Cova di Iria, luogo delle apparizioni, il terzo segreto dalla Madonna ai veggenti Giacinta, Lucia e Francesco in occasione di uno dei viaggi apostolici in Portogallo del Servo di Dio Giovanni Paolo II.
LadyRatzinger
Sunday, April 01, 2007 11:41 AM
Da Petrus
E' Domenica delle Palme, il Papa:"Mani innocenti e cuore puro per amare Cristo con la A maiuscola"
di Angela Ambrogetti
CITTA’ DEL VATICANO - La sequela di Gesù è un mutamento interiore dell’esistenza, è seguire il “Re”, sottomettersi all’autorità della verità. La festa che si celebra la Domenica delle Palme si unisce alla sensazione dell’abbandono nel racconto evangelico della Passione di Cristo. Così ancora una volta anche oggi decine di migliaia di giovani hanno ripetuto in piazza San Pietro l’antico rito della Processione con i rami di ulivo e le palme. Si celebra la regalità di Gesù, dice il papa, riconoscere Cristo come Re significa che di lui ci fidiamo e lo seguiamo. Dal 1987 la Domenica delle palme è la giornata dei giovani. Lo volle Giovanni Paolo II rileggendo l’antifona che si canta nella processione con i rami benedetti: ”Pueri Hebraeorum portantes ramos olivarum”. E i giovani ascoltano il papa che li interroga e li ammaestra. “Cosa vuol dire in concreto seguire Cristo ?”. “Con i primi discepoli, il senso era molto semplice ed immediato. Significava intraprendere una nuova professione: quella di discepolo. Il contenuto fondamentale di questa professione era l’andare con il maestro, l’affidarsi totalmente alla sua guida”. E il papa parla di abbandonarsi alla volontà di un Altro, con al A maiuscola, come quella di Amore. Ecco allora cosa diventa per noi oggi: un mutamento interiore dell’esistenza. “Richiede che io non sia più chiuso nel mio io considerando la mia autorealizzazione la ragione principale della mia vita. Richiede che io mi doni liberamente a un Altro – per la verità, per l’amore, per Dio che, in Gesù Cristo, mi precede e mi indica la via”. Il papa parla ai giovani e a tutto il mondo e indica i criteri autentici per la vita di ognuno: la verità e l’amore. E il papa prosegue, “verità e amore non sono valori astratti; in Gesù Cristo essi sono divenuti persona. Seguendo Lui entro nel servizio della verità e dell’amore. Perdendomi mi ritrovo”. Il rito del riconoscimento della regalità di Gesù, la processione davidica, l’entrata a Gerusalemme, la salita al monte del tempio. Che cosa significa il salire con Cristo? Occorre essere persone che scrutano intorno a sé per cercare Dio, per cercare il suo Volto. Ecco cosa è importante per i giovani di oggi, non accontentarsi, non lasciarsi portare, non lasciare che le domanda di Dio si dissolva nelle nostre anime. E poi servono mani innocenti e cuore puro per salire sul monte del Signore per incontrare la Persona. “Sono mani che non sono sporcate con la corruzione, con tangenti. Cuore puro – quando il cuore è puro? È puro un cuore che non finge e non si macchia con menzogna e ipocrisia. Che rimane trasparente come acqua sorgiva, perché non conosce doppiezza. È puro un cuore che non si strania con l’ebbrezza del piacere; un cuore il cui amore è vero e non è soltanto passione di un momento. Mani innocenti e cuore puro: se noi camminiamo con Gesù, saliamo e troviamo le purificazioni che ci portano veramente a quell’altezza a cui l’uomo è destinato: l’amicizia con Dio stesso”. Papa Ratzinger prosegue trasformando la liturgia in immagini e in catechesi: “Sollevate, porte i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria”. Recita la liturgia citando il salmo e ricordando la antica liturgia della Domenica delle Palme. “Il sacerdote, giunto davanti alla chiesa, bussava fortemente con l’asta della croce della processione al portone ancora chiuso, che in seguito a questo bussare si apriva. Era una bella immagine per il mistero dello stesso Gesù Cristo che, con il legno della sua croce, con la forza del suo amore che si dona, ha bussato dal lato del mondo alla porta di Dio; dal lato di un mondo che non riusciva a trovare accesso presso Dio. Con la croce Gesù ha spalancato la porta di Dio, la porta tra Dio e gli uomini. Ora essa è aperta”. Una porta aperta verso Dio, la porta di un cuore che accetta l ‘Amore. E’ quello l’Amore che compie prodigi, come quello di donne e uomini che rinunciano alle comodità della propria vita. Non è solo un concetto fisico, certo importante, ma esistenziale. Gesù, Re, bussa alla porte dei cuori che salgono al tempio e spesso non apriamo. E allora è Gesù che ci parla: “Se le prove che Dio nella creazione ti dà della sua esistenza non riescono ad aprirti per Lui; se la parola di Dio e il messaggio della Chiesa ti lasciano indifferente – allora guarda a me, al Dio che per te si è reso sofferente, che personalmente patisce con te – vedi che io soffro per amore tuo e apriti a me e a Dio Padre”. Aprite, anzi spalancare le porte a Cristo! Stessa piazza, quasi trenta anni dopo, diversi pontefici, stessa Chiesa di Cristo e stesso magistero perché Gesù è lo stesso ieri, oggi e sempre. Dopo l’omelia, la celebrazione si svolge secondo la liturgia che apre così i riti della Settimana Santa che ci porteranno attraverso la Passione alla Resurrezione. “Che bello essere cattolici ed avere la Settimana Santa e poveretti quelli che non l’hanno!”, qualcuno in piazza San Pietro commenta così la festa di oggi.
stupor-mundi
Sunday, April 01, 2007 4:41 PM
Via libera del Papa alla Messa Tridentina!!!
IL RITO DI SAN PIO V FINALMENTE LIBERALIZZATO
Il Santo Padre firmerà oggi il tanto atteso Motu Proprio.
ROMA - Benedetto XVI firmerà oggi il motu proprio "Apostolica Sede", con il quale verrà finalmente liberalizzato, dopo tante attese, l'antico e venerando rito di san Pio V. Sono già noti alcuni dettagli del documento: il Papa, dopo un significativo richiamo all'indulto concesso da Giovanni Paolo II, esorta "i fratelli nell'episcopato a non discriminare i sacerdoti e i fedeli che si sentono legati alle venerande forme tradizionali della liturgia cattolica", allo stesso modo il Pontefice invita sacerdoti e fedeli tradizionalisti a "vivere il carisma della liturgia antica con sincera e profonda ubbidienza nei confronti dei Vescovi". La parte centrale del documento, la più attesa, specifica che il rito sarà "diritto di ogni sacerdote e di ogni fedele", non dovrà quindi essere chiesto alcun permesso per la celebrazione della Messa. Il Motu Proprio si chiude con un icastico riferimento al Concilio Vaticano II il quale "insegna che la varietà delle forme liturgiche, ben lungi dal minacciare l'unità della Chiesa, è una ricchezza da valorizzare e tutelare".
EVVIVA!!!!
VIVA LA MESSA DI SAN PIO V E VIVA PAPA BENEDETTO!!!!
-Asmodeus-
Sunday, April 01, 2007 4:49 PM
C'è modo di avere una lista delle chiese dove verrà sicuramente effettuata la messa tridentina?
Paparatzifan
Sunday, April 01, 2007 4:54 PM
stupor-mundi
Sunday, April 01, 2007 5:25 PM
Ehm,....oggi è il primo aprile

....pescione...scusate ma non ho resistito, chi mi conosce sa che mi piace scherzare, comunque non disperiamo, il motu proprio arriverà!!!
TERESA BENEDETTA
Sunday, April 01, 2007 6:15 PM
Eh si! ARRIVERA! - Il Cardinale Bertone l'ha precisato nella sua intervista con la rivista del Figaro! DEO GRATIAS, quando e come si annuncia!
[Modificato da TERESA BENEDETTA 01/04/2007 18.15]
Sihaya.b16247
Sunday, April 01, 2007 9:35 PM
CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE , 01.04.2007
OMELIA DEL SANTO PADRE
Cari fratelli e sorelle,
nella processione della Domenica delle Palme ci associamo alla folla dei discepoli che, in gioia festosa, accompagnano il Signore nel suo ingresso in Gerusalemme. Come loro lodiamo il Signore a gran voce per tutti i prodigi che abbiamo veduto. Sì, anche noi abbiamo visto e vediamo tuttora i prodigi di Cristo: come Egli porti uomini e donne a rinunciare alle comodità della propria vita e a mettersi totalmente a servizio dei sofferenti; come Egli dia il coraggio a uomini e donne di opporsi alla violenza e alla menzogna, per far posto nel mondo alla verità; come Egli, nel segreto, induca uomini e donne a far del bene agli altri, a suscitare la riconciliazione dove c’era l’odio, a creare la pace dove regnava l’inimicizia.
La processione è anzitutto una gioiosa testimonianza che rendiamo a Gesù Cristo, nel quale è diventato visibile a noi il Volto di Dio e grazie al quale il cuore di Dio è aperto a tutti noi. Nel Vangelo di Luca il racconto dell’inizio del corteo nei pressi di Gerusalemme è composto in parte letteralmente sul modello del rito dell’incoronazione col quale, secondo il Primo Libro dei Re, Salomone fu rivestito come erede della regalità di Davide (cfr 1 Re 1,33-35). Così la processione delle Palme è anche una processione di Cristo Re: noi professiamo la regalità di Gesù Cristo, riconosciamo Gesù come il Figlio di Davide, il vero Salomone – il Re della pace e della giustizia. Riconoscerlo come Re significa: accettarlo come Colui che ci indica la via, del quale ci fidiamo e che seguiamo. Significa accettare giorno per giorno la sua parola come criterio valido per la nostra vita. Significa vedere in Lui l’autorità alla quale ci sottomettiamo. Ci sottomettiamo a Lui, perché la sua autorità è l’autorità della verità.
La processione delle Palme è – come quella volta per i discepoli – anzitutto espressione di gioia, perché possiamo conoscere Gesù, perché Egli ci concede di essere suoi amici e perché ci ha donato la chiave della vita. Questa gioia, che sta all’inizio, è però anche espressione del nostro "sì" a Gesù e della nostra disponibilità ad andare con Lui ovunque ci porti. L’esortazione che stava oggi all’inizio della nostra liturgia interpreta perciò giustamente la processione anche come rappresentazione simbolica di ciò che chiamiamo "sequela di Cristo": "Chiediamo la grazia di seguirlo", abbiamo detto. L’espressione "sequela di Cristo" è una descrizione dell’intera esistenza cristiana in generale. In che cosa consiste? Che cosa vuol dire in concreto "seguire Cristo?"
All’inizio, con i primi discepoli, il senso era molto semplice ed immediato: significava che queste persone avevano deciso di lasciare la loro professione, i loro affari, tutta la loro vita per andare con Gesù. Significava intraprendere una nuova professione: quella di discepolo. Il contenuto fondamentale di questa professione era l’andare con il maestro, l’affidarsi totalmente alla sua guida. Così la sequela era una cosa esteriore e, allo stesso tempo, molto interiore. L’aspetto esteriore era il camminare dietro Gesù nelle sue peregrinazioni attraverso la Palestina; quello interiore era il nuovo orientamento dell’esistenza, che non aveva più i suoi punti di riferimento negli affari, nel mestiere che dava da vivere, nella volontà personale, ma che si abbandonava totalmente alla volontà di un Altro. L’essere a sua disposizione era ormai diventata la ragione di vita. Quale rinuncia questo comportasse a ciò che era proprio, quale distogliersi da se stessi, lo possiamo riconoscere in modo assai chiaro in alcune scene dei Vangeli.
Ma con ciò si palesa anche che cosa significhi per noi la sequela e quale sia la sua vera essenza per noi: si tratta di un mutamento interiore dell’esistenza. Richiede che io non sia più chiuso nel mio io considerando la mia autorealizzazione la ragione principale della mia vita. Richiede che io mi doni liberamente a un Altro – per la verità, per l’amore, per Dio che, in Gesù Cristo, mi precede e mi indica la via. Si tratta della decisione fondamentale di non considerare più l’utilità e il guadagno, la carriera e il successo come scopo ultimo della mia vita, ma di riconoscere invece come criteri autentici la verità e l’amore. Si tratta della scelta tra il vivere solo per me stesso o il donarmi – per la cosa più grande. E consideriamo bene che verità e amore non sono valori astratti; in Gesù Cristo essi sono divenuti persona. Seguendo Lui entro nel servizio della verità e dell’amore. Perdendomi mi ritrovo.
Ritorniamo alla liturgia e alla processione delle Palme. In essa la liturgia prevede come canto il Salmo 24 [23], che era anche in Israele un canto processionale usato nella salita al monte del tempio. Il Salmo interpreta la salita interiore di cui la salita esteriore è immagine e ci spiega così ancora una volta che cosa significhi il salire con Cristo. "Chi salirà il monte del Signore?", chiede il Salmo, ed indica due condizioni essenziali. Coloro che salgono e vogliono giungere veramente in alto, arrivare fino all’altezza vera, devono essere persone che si interrogano su Dio. Persone che scrutano intorno a sé per cercare Dio, per cercare il suo Volto. Cari giovani amici – quanto è importante oggi proprio questo: non lasciarsi semplicemente portare qua e la nella vita; non accontentarsi di ciò che tutti pensano e dicono e fanno. Scrutare Dio e cercare Dio. Non lasciare che la domanda su Dio si dissolva nelle nostre anime. Il desiderio di ciò che è più grande. Il desiderio di conoscere Lui – il suo Volto…
L’altra condizione molto concreta per la salita è questa: può stare nel luogo santo "chi ha mani innocenti e cuore puro". Mani innocenti – sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzione, con tangenti. Cuore puro – quando il cuore è puro? È puro un cuore che non finge e non si macchia con menzogna e ipocrisia. Un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva, perché non conosce doppiezza. È puro un cuore che non si strania con l’ebbrezza del piacere; un cuore il cui amore è vero e non è soltanto passione di un momento. Mani innocenti e cuore puro: se noi camminiamo con Gesù, saliamo e troviamo le purificazioni che ci portano veramente a quell’altezza a cui l’uomo è destinato: l’amicizia con Dio stesso.
Il salmo 24 [23] che parla della salita termina con una liturgia d’ingresso davanti al portale del tempio: "Sollevate, porte i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria". Nella vecchia liturgia della Domenica delle Palme il sacerdote, giunto davanti alla chiesa, bussava fortemente con l’asta della croce della processione al portone ancora chiuso, che in seguito a questo bussare si apriva. Era una bella immagine per il mistero dello stesso Gesù Cristo che, con il legno della sua croce, con la forza del suo amore che si dona, ha bussato dal lato del mondo alla porta di Dio; dal lato di un mondo che non riusciva a trovare accesso presso Dio. Con la croce Gesù ha spalancato la porta di Dio, la porta tra Dio e gli uomini. Ora essa è aperta. Ma anche dall’altro lato il Signore bussa con la sua croce: bussa alle porte del mondo, alle porte dei nostri cuori, che così spesso e in così gran numero sono chiuse per Dio. E ci parla più o meno così: se le prove che Dio nella creazione ti dà della sua esistenza non riescono ad aprirti per Lui; se la parola della Scrittura e il messaggio della Chiesa ti lasciano indifferente – allora guarda a me, tuo Signore e tuo Dio.
È questo l’appello che in quest’ora lasciamo penetrare nel nostro cuore. Il Signore ci aiuti ad aprire la porta del cuore, la porta del mondo, affinché Egli, il Dio vivente, possa nel suo Figlio arrivare in questo nostro tempo, raggiungere la nostra vita. Amen.
Sihaya.b16247
Sunday, April 01, 2007 9:36 PM
SALUTI DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA CELEBRAZIONE LITURGICA DELLA DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
Al termine della solenne celebrazione liturgica della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, il Santo Padre Benedetto XVI saluta i pellegrini e i fedeli convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole di saluto del Santo Padre:
PAROLE DI SALUTO DEL SANTO PADRE
Prima di concludere questa celebrazione, desidero rivolgere un affettuoso saluto ai numerosi pellegrini che vi hanno preso parte.
Aux pèlerins francophones réunis en ce dimanche des Rameaux, et en particulier aux jeunes, venus pour la Journée mondiale de la Jeunesse 2007, j’adresse mes cordiales salutations. En accueillant les paroles de Jésus : « Comme je vous ai aimés, vous aussi aimez-vous les uns les uns les autres » (Jn 13, 34), puissiez-vous lui ouvrir vos cœurs et grandir dans l’amour véritable, en vous mettant à sa suite sur le chemin de la Croix, qui révèle pleinement l’amour de Dieu à tous les hommes!
I welcome the English-speaking pilgrims and visitors here this Palm Sunday, when we acclaim Jesus, model of humility, our Messiah and King. In a special way I greet all the young people gathered in Rome and around the world to celebrate World Youth Day. May the great events of Holy Week, in which we see love unfold in its most radical form, inspire you to be courageous ‘witnesses of charity’ for your friends, your communities and our world. Upon each of you present and your families, I invoke God’s blessings of peace and wisdom.
Ein herzliches „Grüß Gott" sage ich allen deutschsprachigen Pilgern und Besuchern, und ganz besonders den vielen jungen Menschen, die am heutigen Palmsonntag den XXII. Weltjugendtag feiern. Wie die Jünger, so lädt Jesus auch uns zur Nachfolge ein: „Wie ich euch geliebt habe, so sollt auch ihr einander lieben" (Joh 13, 34). Lassen wir die Liebe Christi, die in seiner Leidensgeschichte so deutlich aufscheint, in unserem Leben sichtbar werden. Der Herr geleite euch alle durch diese heilige Woche!
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a vosotros, queridos jóvenes, que muy numerosos habéis participado en esta celebración de la Jornada Mundial de la Juventud, que tiene como lema "Que os améis unos a otros como yo os he amado". Con gran alegría y fervor habéis acogido este mandamiento nuevo de Cristo, que os envía a ser sus testigos entre vuestros coetáneos. No tengáis miedo de seguirle fielmente, recordando aquellas palabras de la Virgen María cuando nos habla al corazón: "Haced lo que él os diga".
Queridos jovens de língua portuguesa, as vossas aclamações e hossanas a Jesus são devidas e justas: Ele é o Deus que a todos salva. Salvou, morrendo; morreu, amando; e, amando, ressuscitou. Hoje é visível no coração que Lhe obedece e ama como Ele amou: «Amai-vos uns aos outros, como Eu vos amei». Prezados amigos, com o amor de Cristo que jorra dos vossos corações, ide e abençoai a terra!
Serdecznie pozdrawiam Polaków, a szczególnie mlodych uczestników Swiatowego Dnia Mlodziezy. Niech przykazanie Chrystusa: „abyscie sie wzajemnie milowali tak, jak Ja was umilowalem" (J 13, 34), bedzie dla nas najwazniejszym. Zycze wszystkim glebokiej zadumy w Wielkim Tygodniu i radosci wielkanocnego poranka. Niech Bóg wam blogoslawi.
[Saluto cordialmente i polacchi e, in particolare, i giovani partecipanti alla Giornata Mondiale della Gioventù. Che il comandamento di Cristo: "Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13, 34) sia per noi il più importante. Auguro a tutti di vivere intensamente la Settimana Santa e di giungere alla gioia della Pasqua. Dio vi benedica!]
Saluto infine voi, cari fratelli e sorelle di lingua italiana, in modo particolare i giovani, venuti in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. Auguro a tutti una Settimana Santa ricca di frutti spirituali, e per questo invito a viverla in intima unione con la Vergine Maria. Da Lei impariamo il silenzio interiore, lo sguardo del cuore, la fede amorosa per seguire Gesù sulla via della Croce, che conduce alla luce gioiosa della Risurrezione.
Paparatzifan
Sunday, April 01, 2007 10:02 PM
LadyRatzinger
Monday, April 02, 2007 8:57 PM
Da Petrus
Benedetto ricorda Giovanni Paolo II: "Si sente ancora il suo profumo nella Chiesa"
di Angela Ambrogetti
CITTA’ DEL VATICANO - La logica dell’Amore si scontra con quella del tornaconto. E del profumo di questo Amore è stata piena tutta la Chiesa per la testimonianza di Giovanni Paolo II. Sullo sfondo di un tramonto romano di primavera, Benedetto XVI parla di Karol Wojtyla a poche ore dal secondo anniversario della sua morte, avvenuta alle 21.37 del 2 aprile 2005. Ci sono 50.000 persone in piazza San Pietro. Molte di loro erano a San Giovanni in Laterano questa mattina per la chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione di del Papa polacco. Tra loro, il cardinale Stanislao Dziwisz. Il Santo Padre lo saluta in modo particolare, ringrazia tutti e, con cultura, passione e amicizia, racconta la vita senza risparmio di Giovanni Paolo II. Parla del suo amore, di cui, dice Benedetto,“abbiamo approfittato noi che gli siamo stati vicini, e di questo ringraziamo Iddio, ma ne hanno potuto godere anche quanti l’hanno conosciuto da lontano, perché l’amore di Papa Wojtyla per Cristo è traboccato, potremmo dire, in ogni regione del mondo, tanto era forte ed intenso”. Cristo era il suo tutto, prosegue il papa, e aggiunge: ”La fecondità di questa testimonianza, noi lo sappiamo, dipende dalla Croce. Nella vita di Karol Wojtyla, la parola “croce” non è stata solo una parola”. E ancora una volta come nel giorno dei solenni funerali di Giovanni Paolo II, il suo successore sulla cattedra del principe degli Apostoli ripercorre la sua vita guidata dal “seguimi “ di Gesù a Cefa, Pietro. “Prese molto sul serio quell’ultima chiamata di Cristo risorto a Simon Pietro, sulla riva del lago di Galilea”. Un pontificato che, sottolinea Benedetto, si è svolto nel segno della “prodigalità”, dello spendersi generoso senza riserve. Che cosa lo muoveva se non l’amore mistico per Cristo? Il 2 aprile 2005, il Maestro tornò a chiamarlo per portarlo a casa, alla casa del Padre. Ed egli, ancora una volta, rispose prontamente col suo cuore intrepido, e sussurrò: “Lasciatemi andare dal Signore”. Le immagini della vita di papa Woytjla scorrono attraverso le parole di Benedetto. Soprattutto quell’ ultimo giorno terreno quando volle prender parte a tutte le preghiere quotidiane e alla Liturgia delle Ore, fare l’adorazione e la meditazione. E’ morto pregando. Davvero, si è addormentato nel Signore. E’ questo il profuno dell’Amore di cui si riempì Piazza San Pietro, la Chiesa, e si propagò nel mondo intero. “Quello che è accaduto dopo la sua morte è stato, per chi crede, effetto di quel “profumo” che ha raggiunto tutti, vicini e lontani, e li ha attratti verso un uomo che Dio aveva progressivamente conformato al suo Cristo“. Un vero servo di Dio secondo le parole di Isaia. “Il Signore lo ha chiamato al suo servizio nella strada del sacerdozio e gli ha aperto via via orizzonti sempre più ampi: dalla sua Diocesi fino alla Chiesa universale. Questa dimensione di universalità ha raggiunto la massima espansione nel momento della sua morte, avvenimento che il mondo intero ha vissuto con una partecipazione mai vista nella storia”. La piazza ascolta mentre si allungano le ombre della sera e papa Benedetto ritorna alle parole del Salmo: “Ci sembra di ascoltarle dalla viva voce dell’amato Giovanni Paolo II, che dalla casa del Padre - ne siamo certi - non cessa di accompagnare il cammino della Chiesa”. “Il Totus tuus dell’amato Pontefice ci stimoli a seguirlo sulla strada del dono di noi stessi a Cristo per intercessione di Maria, e ce l’ottenga proprio Lei, la Vergine Santa, mentre alle sue mani materne affidiamo questo nostro padre, fratello ed amico perché in Dio riposi e gioisca nella pace. Amen”. La liturgia accompagna i fedeli assiepati a San Pietro, le voci del coro della Cappella Sistina, diretto dal Maestro Giuseppe Liberto, ripetono alcune delle note composte per l’8 aprile del 2005, il giorno dei funerali del papa polacco. Si prega per i responsabili delle nazioni, che resero omaggio a Giovanni Paolo II, si prega per i sofferenti che ne condivisero la condizione. La Schola canta “Ti amo, Signore, mia forza”, molti in piazza si asciugano le lacrime. Ma ora sembra più gioia che dolore. L’assemblea si scioglie, ma la giornata non è finita. Alle 21.37 i giovani recitano il rosario sulla tomba del “loro” papa. Forti delle parole di Benedetto XVI che li ha salutati per primo in questo pomeriggio all’inizio della Settimana Santa. “L’Amore di Cristo è sovrabbondante e prodigo”. E Karol Woytjla ne è stato testimone oltre che annunciatore.
Bellissimo articolo
[Modificato da LadyRatzinger 02/04/2007 21.04]
Ratzigirl
Tuesday, April 03, 2007 2:48 AM
Omelia integrale durante la messa in memoria di Giovanni Paolo II
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Due anni or sono, poco più tardi di quest’ora, partiva da questo mondo verso la casa del Padre l’amato Papa Giovanni Paolo II. Con la presente celebrazione vogliamo anzitutto rinnovare a Dio il nostro rendimento di grazie per avercelo dato durante ben 27 anni quale padre e guida sicura nella fede, zelante pastore e coraggioso profeta di speranza, testimone infaticabile e appassionato servitore dell’amore di Dio. Al tempo stesso, offriamo il Sacrificio eucaristico in suffragio della sua anima eletta, nel ricordo indelebile della grande devozione con cui egli celebrava i santi Misteri e adorava il Sacramento dell’altare, centro della sua vita e della sua infaticabile missione apostolica.
Desidero esprimere la mia riconoscenza a tutti voi, che avete voluto prendere parte a questa Santa Messa. Un saluto particolare rivolgo al Cardinale Stanislaw Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, immaginando i sentimenti che si affollano in questo momento nel suo animo. Saluto gli altri Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose presenti; i pellegrini giunti appositamente dalla Polonia; i tanti giovani che Papa Giovanni Paolo II amava con singolare passione, e i numerosi fedeli che da ogni parte d’Italia e del mondo si sono dati appuntamento quest’oggi qui, in Piazza San Pietro.
Il secondo anniversario della pia dipartita di questo amato Pontefice ricorre in un contesto quanto mai propizio al raccoglimento e alla preghiera: siamo infatti entrati ieri, con la Domenica delle Palme, nella Settimana Santa, e la Liturgia ci fa rivivere le ultime giornate della vita terrena del Signore Gesù. Oggi ci conduce a Betania, dove, proprio "sei giorni prima della Pasqua" – come annota l’evangelista Giovanni – Lazzaro, Marta e Maria offrirono una cena al Maestro. Il racconto evangelico conferisce un intenso clima pasquale alla nostra meditazione: la cena di Betania è preludio alla morte di Gesù, nel segno dell’unzione che Maria fece in omaggio al Maestro e che Egli accettò in previsione della sua sepoltura (cfr Gv 12,7). Ma è anche annuncio della risurrezione, mediante la presenza stessa del redivivo Lazzaro, testimonianza eloquente del potere di Cristo sulla morte. Oltre alla pregnanza di significato pasquale, la narrazione della cena di Betania reca con sé una struggente risonanza, colma di affetto e di devozione; un misto di gioia e di dolore: gioia festosa per la visita di Gesù e dei suoi discepoli, per la risurrezione di Lazzaro, per la Pasqua ormai vicina; amarezza profonda perché quella Pasqua poteva essere l’ultima, come facevano temere le trame dei Giudei che volevano la morte di Gesù e le minacce contro lo stesso Lazzaro di cui si progettava l’eliminazione.
C’è un gesto, in questa pericope evangelica, sul quale viene attirata la nostra attenzione, e che anche ora parla in modo singolare ai nostri cuori: Maria di Betania a un certo punto, "presa una libbra di olio profumato di vero nardo, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli" (Gv 12,3). E’ uno di quei dettagli della vita di Gesù che san Giovanni ha raccolto nella memoria del suo cuore e che contengono una inesauribile carica espressiva. Esso parla dell’amore per Cristo, un amore sovrabbondante, prodigo, come quell’unguento "assai prezioso" versato sui suoi piedi. Un fatto che sintomaticamente scandalizzò Giuda Iscariota: la logica dell’amore si scontra con quella del tornaconto.
Per noi, riuniti in preghiera nel ricordo del mio venerato Predecessore, il gesto dell’unzione di Maria di Betania è ricco di echi e di suggestioni spirituali. Evoca la luminosa testimonianza che Giovanni Paolo II ha offerto di un amore per Cristo senza riserve e senza risparmio. Il "profumo" del suo amore "ha riempito tutta la casa" (Gv 12,3), cioè tutta la Chiesa. Certo, ne abbiamo approfittato noi che gli siamo stati vicini, e di questo ringraziamo Iddio, ma ne hanno potuto godere anche quanti l’hanno conosciuto da lontano, perché l’amore di Papa Wojtyla per Cristo è traboccato, potremmo dire, in ogni regione del mondo, tanto era forte ed intenso. La stima, il rispetto e l’affetto che credenti e non credenti gli hanno espresso alla sua morte non ne sono forse una eloquente testimonianza? Scrive sant’Agostino, commentando questo passo del Vangelo di Giovanni: "La casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito della buona fama. Il buon odore è la buona fama … Per merito dei buoni cristiani il nome del Signore viene lodato" (In Io. evang. tr. 50, 7). E’ proprio vero: l’intenso e fruttuoso ministero pastorale, e ancor più il calvario dell’agonia e la serena morte dell’amato nostro Papa, hanno fatto conoscere agli uomini del nostro tempo che Gesù Cristo era veramente il suo "tutto".
La fecondità di questa testimonianza, noi lo sappiamo, dipende dalla Croce. Nella vita di Karol Wojtyla la parola "croce" non è stata solo una parola. Fin dall’infanzia e dalla giovinezza egli conobbe il dolore e la morte. Come sacerdote e come Vescovo, e soprattutto da Sommo Pontefice, prese molto sul serio quell’ultima chiamata di Cristo risorto a Simon Pietro, sulla riva del lago di Galilea: "Seguimi … Tu seguimi" (v 21,19.22). Specialmente con il lento, ma implacabile progredire della malattia, che a poco a poco lo ha spogliato di tutto, la sua esistenza si è fatta interamente un’offerta a Cristo, annuncio vivente della sua passione, nella speranza colma di fede della risurrezione.
Il suo pontificato si è svolto nel segno della "prodigalità", dello spendersi generoso senza riserve. Che cosa lo muoveva se non l’amore mistico per Cristo, per Colui che, il 16 ottobre 1978, lo aveva fatto chiamare, con le parole del cerimoniale: "Magister adest et vocat te - Il Maestro è qui e ti chiama"? Il 2 aprile 2005, il Maestro tornò, questa volta senza intermediari, a chiamarlo per portarlo a casa, alla casa del Padre. Ed egli, ancora una volta, rispose prontamente col suo cuore intrepido, e sussurrò: "Lasciatemi andare dal Signore" (cfr S. Dziwisz, Una vita con Karol, p. 223).
Da lungo tempo egli si preparava a quest’ultimo incontro con Gesù, come documentano le diverse stesure del suo Testamento. Durante le lunghe soste nella Cappella privata parlava con Lui, abbandonandosi totalmente alla sua volontà, e si affidava a Maria, ripetendo il Totus tuus. Come il suo divino Maestro, egli ha vissuto la sua agonia in preghiera. Durante l’ultimo giorno di vita, vigilia della Domenica della Divina Misericordia, chiese che gli fosse letto proprio il Vangelo di Giovanni. Con l’aiuto delle persone che lo assistevano, volle prender parte a tutte le preghiere quotidiane e alla Liturgia delle Ore, fare l’adorazione e la meditazione. E’ morto pregando. Davvero, si è addormentato nel Signore.
"… E tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento" (Gv 12,3). Ritorniamo a questa annotazione, tanto suggestiva, dell’evangelista Giovanni. Il profumo della fede, della speranza e della carità del Papa riempì la sua casa, riempì Piazza San Pietro, riempì la Chiesa e si propagò nel mondo intero. Quello che è accaduto dopo la sua morte è stato, per chi crede, effetto di quel "profumo" che ha raggiunto tutti, vicini e lontani, e li ha attratti verso un uomo che Dio aveva progressivamente conformato al suo Cristo. Per questo possiamo applicare a lui le parole del primo Carme del Servo del Signore, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: "Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle nazioni…" (Is 42,1). "Servo di Dio": questo egli è stato e così lo chiamiamo ora nella Chiesa, mentre speditamente progredisce il suo processo di beatificazione, di cui è stata chiusa proprio questa mattina l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità. "Servo di Dio": un titolo particolarmente appropriato per lui. Il Signore lo ha chiamato al suo servizio nella strada del sacerdozio e gli ha aperto via via orizzonti sempre più ampi: dalla sua Diocesi fino alla Chiesa universale. Questa dimensione di universalità ha raggiunto la massima espansione nel momento della sua morte, avvenimento che il mondo intero ha vissuto con una partecipazione mai vista nella storia.
Cari fratelli e sorelle, il Salmo responsoriale ci ha posto sulla bocca parole colme di fiducia. Nella comunione dei santi, ci sembra di ascoltarle dalla viva voce dell’amato Giovanni Paolo II, che dalla casa del Padre - ne siamo certi -non cessa di accompagnare il cammino della Chiesa: "Spera nel Signore, sii forte, / si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore" (Sal 26,13-14). Sì, si rinfranchi il nostro cuore, cari fratelli e sorelle, e arda di speranza! Con questo invito nel cuore proseguiamo la Celebrazione eucaristica, guardando già alla luce della risurrezione di Cristo, che rifulgerà nella Veglia pasquale dopo il drammatico buio del Venerdì Santo. Il Totus tuus dell’amato Pontefice ci stimoli a seguirlo sulla strada del dono di noi stessi a Cristo per intercessione di Maria, e ce l’ottenga proprio Lei, la Vergine Santa, mentre alle sue mani materne affidiamo questo nostro padre, fratello ed amico perché in Dio riposi e gioisca nella pace. Amen.
LadyRatzinger
Tuesday, April 03, 2007 9:36 PM
Da Petrus
Dal Papa il presidente polacco Kaczynski
CITTA’ DEL VATICANO - Ieri sera Benedetto XVI ha ricevuto il presidente della Polonia, Lech Kaczynski (foto), giunto a Roma per le celebrazioni in onore di Giovanni Paolo II. Sui contenuti del colloquio, lo stesso presidente polacco ha dichiarato: “E’ stato un incontro privato. Ho parlato con il Santo Padre come un fedele, e cosi anche mi sono comportato. Ovviamente abbiamo parlato della Causa di Beatificazione di Giovanni Paolo II. Ho ripetuto un'altra volta quale enorme significato questo evento avrà per la Polonia, ma anche per quanto riguarda le questioni legate alla Costituzione Europea e alla presenza delle radici cristiane nel Trattato Costituzionale. Ho assicurato il Santo Padre che noi rimarremo fedeli alle nostre promesse al riguardo. Però, non gli ho garantito successo”.
LadyRatzinger
Wednesday, April 04, 2007 6:41 PM
Da Petrus
Benedetto XVI: "La Pasqua è la lotta tra la Luce e le Tenebre, ma il Male non avrà mai l'ultima parola"
CITTA’ DEL VATICANO - I riti della Settimana Santa al centro dell'udienza del mercoledì. Alla vigilia del Triduo pasquale Benedetto XVI oggi ha ricordato quello che ha definito "lo scontro supremo tra la Luce e le Tenebre, tra la Vita e la Morte" ed ha esortato i fedeli a situarsi "in questo contesto, consapevoli delle nostre colpe e delle nostre responsabilità, se vogliamo rivivere con profitto spirituale il Mistero pasquale, che costituisce il fulcro centrale della nostra fede". Il Papa ha messo in evidenza alcuni aspetti dei riti del Triduo che prende il via il Giovedì Santo, introdotto dalla messa crismale nella quale “il Pastore diocesano, i presbiteri, attorniati dal Popolo di Dio, rinnovano le promesse formulate il giorno dell'Ordinazione sacerdotale, giorno che tocca tutti i nostri cuori”. Con la Messa in cena Domini e l'adorazione del Santissimo “i fedeli possono comprendere il mistero del Giovedì Santo, che ingloba il triplice sommo dono del Sacerdozio ministeriale, dell'Eucaristia e del Comandamento nuovo dell'amore (agape)”. Giovedì santo è anche il giorno del Getsemani, in cui si rivive l’agonia di Gesù: “I discepoli dormivano e anche noi, spesso dormiamo – ha detto il pontefice parlando a braccio – dobbiamo essere vigilanti e non lasciare il Signore solo”. Il Venerdì Santo, ha proseguito il Papa, "è una giornata di penitenza, di digiuno e di preghiera" nella quale l'assemblea cristiana “ripercorre, con l'aiuto della Parola di Dio e dei gesti liturgici, la storia dell'umana infedeltà al disegno divino, e riascolta il racconto commovente della Passione dolorosa del Signore". Benedetto XVI ha ricordato l'importanza del “pio esercizio” della "Via Crucis" che "ci educa a guardare con gli occhi del cuore Gesù crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la nostra propria carne. E sta proprio qui la vera saggezza del cristiano". Ma è nella Veglia pasquale, Sabato Santo, che “il velo di mestizia, che avvolge la Chiesa per la morte e la sepoltura del Signore, verrà infranto dal grido della vittoria: Cristo è risorto ed ha sconfitto per sempre la morte!”. “Il Mistero pasquale, che il Triduo Santo ci farà rivivere, non è solo ricordo, ma realtà attuale – ha concluso - Cristo anche oggi vince con il suo amore il peccato e la morte. Il Male, in tutte le sue forme, non ha l'ultima parola. Il trionfo finale è di Cristo. Su questa certezza riposa e si costruisce la nostra esistenza cristiana”.
LadyRatzinger
Wednesday, April 04, 2007 6:45 PM
Da Petrus
Il Papa ribadisce: "Procede con progresso la beatificazione di Wojtyla"
CITTA’ DEL VATICANO - Il Papa torna a salutare il "progresso" del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. Lo fa a due giorni dalla chiusura della prima parte dell'istruttoria. In quell'occasione, Benedetto XVI, in una messa dedicata al suo predecessore, notò come la beatificazione procede "speditamente". Oggi, salutando i pellegrini polacchi convenuti in piazza San Pietro per l'udienza generale del mercoledì, ha dedicato di nuovo la sua attenzione a Papa Wojtyla. "Mi rallegro con voi per il progresso del suo processo di beatificazione", ha detto.
Sihaya.b16247
Wednesday, April 04, 2007 7:01 PM
L’UDIENZA GENERALE , 04.04.2007
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA
Cari fratelli e sorelle,
mentre si va concludendo l’itinerario quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri, l’odierna liturgia del Mercoledì Santo ci introduce già nel clima drammatico dei prossimi giorni, permeati dal ricordo della passione e della morte di Cristo. Nell’odierna liturgia, infatti, l’evangelista Matteo ripropone alla nostra meditazione il breve dialogo che avvenne nel Cenacolo tra Gesù e Giuda. "Rabbi, sono forse io?", domanda il traditore al divino Maestro, che aveva preannunciato: "In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà". Lapidaria la risposta del Signore: "Tu l’hai detto" (cfr Mt 26,14-25). Da parte sua san Giovanni chiude il racconto dell’annunzio del tradimento di Giuda con poche significative parole: "Ed era notte" (Gv 13,30). Quando il traditore abbandona il Cenacolo, s’infittisce il buio nel suo cuore – è notte interiore –, cresce lo smarrimento nell’animo degli altri discepoli – anche loro vanno verso la notte –, mentre tenebre di abbandono e di odio si addensano sul Figlio dell’Uomo che si avvia a consumare il suo sacrificio sulla croce. Quel che commemoreremo nei prossimi giorni è lo scontro supremo tra la Luce e le Tenebre, tra la Vita e la Morte. Dobbiamo situarci anche noi in questo contesto, consapevoli della nostra "notte", delle nostre colpe e delle nostre responsabilità, se vogliamo rivivere con profitto spirituale il Mistero pasquale, se vogliamo arrivare alla luce del cuore mediante questo Mistero, che costituisce il fulcro centrale della nostra fede.
Inizio del Triduo Pasquale è il Giovedì Santo, domani. Durante la Messa Crismale, che può essere considerata come il preludio al Triduo Santo, il Pastore diocesano ed i suoi più stretti collaboratori, i presbiteri, attorniati dal Popolo di Dio, rinnovano le promesse formulate il giorno dell’Ordinazione sacerdotale. Si tratta, anno dopo anno, di un momento di forte comunione ecclesiale, che pone in rilievo il dono del sacerdozio ministeriale lasciato da Cristo alla sua Chiesa, la vigilia della sua morte in croce. E per ogni sacerdote è un momento commovente in questa vigilia della Passione, nella quale il Signore ci ha dato sè stesso, ci ha dato il sacramento dell’Eucaristia, ci ha dato il Sacerdozio. E’ un giorno che tocca tutti i nostri cuori. Vengono poi benedetti gli Olii per la celebrazione dei Sacramenti: l’Olio dei Catecumeni, l’Olio degli Infermi e il Sacro Crisma. Alla sera, entrando nel Triduo pasquale, la Comunità cristiana rivive nella Messa in Cena Domini quanto avvenne durante l’Ultima Cena. Nel Cenacolo il Redentore volle anticipare, nel Sacramento del pane e del vino mutati nel suo Corpo e nel suo Sangue, il sacrificio della sua vita: egli anticipa questa sua morte, dona liberamente la sua vita, offre il dono definitivo di sé all’umanità. Con la lavanda dei piedi, si ripete il gesto con cui Egli, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine (cfr Gv 13,1) e lasciò ai discepoli come loro distintivo questo atto di umiltà, l’amore sino alla morte. Dopo la Messa in Cena Domini, la liturgia invita i fedeli a sostare in adorazione del Santissimo Sacramento, rivivendo l’agonia di Gesù nel Getsemani. E vediamo come i discepoli hanno dormito, lasciando solo il Signore. Anche oggi spesso dormiamo, noi suoi discepoli. In questa notte sacra del Getzemani vogliamo essere vigilanti, non vogliamo lasciar solo il Signore in questa ora; così possiamo meglio comprendere il mistero del Giovedì Santo, che ingloba il triplice sommo dono del Sacerdozio ministeriale, dell’Eucaristia e del Comandamento nuovo dell’amore (agape).
Il Venerdì Santo, che commemora gli eventi che vanno dalla condanna a morte alla crocifissione di Cristo, è una giornata di penitenza, di digiuno e di preghiera, di partecipazione alla Passione del Signore. All’ora stabilita, l’Assemblea cristiana ripercorre, con l’aiuto della Parola di Dio e dei gesti liturgici, la storia dell’umana infedeltà al disegno divino, che tuttavia proprio così si realizza, e riascolta il racconto commovente della Passione dolorosa del Signore. Rivolge poi al Padre celeste una lunga "preghiera dei fedeli", che abbraccia tutte le necessità della Chiesa e del mondo. La Comunità adora quindi la Croce e si accosta all’Eucaristia, consumando le sacre specie conservate dalla Messa in Cena Domini del giorno precedente. Commentando il Venerdì Santo, san Giovanni Crisostomo osserva: "Prima la croce significava disprezzo, ma oggi essa è cosa venerabile, prima era simbolo di condanna, oggi è speranza di salvezza. E’ diventata davvero sorgente d’infiniti beni; ci ha liberati dall’errore, ha diradato le nostre tenebre, ci ha riconciliati con Dio, da nemici di Dio ci ha fatti suoi familiari, da stranieri ci ha fatto suoi vicini: questa croce è la distruzione dell’inimicizia, la sorgente della pace, lo scrigno del nostro tesoro" (De cruce et latrone I,1,4). Per rivivere in modo più partecipato la Passione del Redentore, la tradizione cristiana ha dato vita a molteplici manifestazioni di pietà popolare, fra le quali le note processioni del Venerdì Santo con i suggestivi riti che si ripetono ogni anno. Ma c’è un pio esercizio, quello della "Via Crucis", che ci offre durante tutto l’anno la possibilità di imprimere sempre più profondamente nel nostro animo il mistero della Croce, di andare con Cristo su questa via e così conformarci interiormente a Lui. Potremo dire che la Via Crucis ci educa, per usare un’espressione di san Leone Magno, a "guardare con gli occhi del cuore Gesù crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la nostra propria carne" (Disc. 15 sulla passione del Signore). E sta proprio qui la vera saggezza del cristiano, che vogliamo imparare seguendo la Via crucis proprio il Venerdì Santo al Colosseo.
Il Sabato Santo è giorno in cui la liturgia tace, il giorno del grande silenzio, ed i cristiani sono invitati a custodire un interiore raccoglimento, spesso difficile da coltivare in questo nostro tempo, per meglio prepararsi alla Veglia pasquale. In molte comunità vengono organizzati ritiri spirituali e incontri di preghiera mariana, quasi per unirsi alla Madre del Redentore, che attende con trepidante fiducia la risurrezione del Figlio crocifisso. Finalmente nella Veglia pasquale il velo di mestizia, che avvolge la Chiesa per la morte e la sepoltura del Signore, verrà infranto dal grido della vittoria: Cristo è risorto ed ha sconfitto per sempre la morte! Potremo allora veramente comprendere il mistero della Croce, "come Dio crei prodigi anche nell’impossibile - scrive un autore antico - affinché si sappia che egli solo può fare ciò che vuole. Dalla sua morte la nostra vita, dalle sue piaghe la nostra guarigione, dalla sua caduta la nostra risurrezione, dalla sua discesa la nostra risalita" (Anonimo Quartodecimano). Animati da fede più salda, nel cuore della Veglia pasquale accoglieremo i neo-battezzati e rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo. Sperimenteremo così che la Chiesa è sempre viva, si ringiovanisce sempre, è sempre bella e santa, perché poggia su Cristo che, risorto, non muore più.
Cari fratelli e sorelle, il Mistero pasquale, che il Triduo Santo ci farà rivivere, non è solo ricordo di una realtà passata, è realtà attuale: Cristo anche oggi vince con il suo amore il peccato e la morte. Il Male, in tutte le sue forme, non ha l'ultima parola. Il trionfo finale è di Cristo, della verità e dell’amore! Se con Lui siamo disposti a soffrire ed a morire, ci ricorderà san Paolo nella Veglia pasquale, la sua vita diventa la nostra vita (cfr Rm 6,9). Su questa certezza riposa e si costruisce la nostra esistenza cristiana. Invocando l’intercessione di Maria Santissima, che ha seguito Gesù sulla via della Passione e della Croce e lo ha abbracciato dopo la sua deposizione, auguro a tutti voi di partecipare devotamente al Triduo Pasquale per gustare la gioia della Pasqua insieme con tutti i vostri cari.
Saluto in lingua italiana
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto voi, partecipanti all’incontro internazionale dell’UNIV, promosso dalla Prelatura dell'Opus Dei. Cari amici, vi auguro che queste giornate romane siano per tutti occasione di una forte esperienza ecclesiale perché possiate tornare a casa animati dal desiderio di servire più generosamente Cristo e i fratelli. "Servizio: come mi piace questa parola!" – diceva san Josémaria Escrivá – ed aggiungeva "confidiamo al Signore la nostra decisione di volere imparare a servire, perché soltanto così potremo non solo conoscere Cristo, ma farlo conoscere e amare dagli altri" (E’ Gesù che parla, 182).
Saluto, poi, cordialmente i giovani, i malati e gli sposi novelli. Domani entreremo nel Sacro Triduo che ci farà rivivere i misteri centrali della nostra salvezza. Invito voi, cari giovani, a guardare alla Croce e trarre da essa luce per camminare fedelmente sulle orme del Redentore. Per voi, cari malati, la Passione del Signore, culminante nel trionfo glorioso della Pasqua, costituisca sempre, specialmente nei momenti della prova, sorgente di speranza e di conforto. E voi, cari sposi novelli, disponete i vostri cuori a celebrare con intensa partecipazione il Mistero pasquale, perché la vostra esistenza diventi ogni giorno un dono reciproco, aperto all'amore fecondo di bene.
Sihaya.b16247
Wednesday, April 04, 2007 7:04 PM
LETTERA DEL SANTO PADRE ALL’EM.MO CARD. EDUARDO MARTÍNEZ SOMALO AL TERMINE DEL SUO INCARICO COME CAMERLENGO DI SANTA ROMANA CHIESA , 04.04.2007
Al Venerato e Caro Fratello
il Signor Cardinale EDUARDO MARTÍNEZ SOMALO
Camerlengo di Santa Romana Chiesa
Nel giorno dedicato alla solennità dell’Annunciazione del Signore, approssimandosi il compimento del Suo 80° genetliaco, Ella mi ha indirizzato una Lettera per comunicarmi la rinunzia all’incarico di Camerlengo di Santa Romana Chiesa, in adempimento a quanto previsto dalla Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis.
Nell'accogliere la sua rinunzia a tale alto ufficio, desidero esprimerLe il mio vivo ringraziamento per la solerzia, la competenza e l’amore con cui Ella ha svolto tale delicato compito, a servizio della Santa Sede e della Chiesa universale.
Mentre mi è caro ricordare il lungo ed intenso servizio che ha intimamente legato il Suo ministero sacerdotale ed episcopale alla Sede Apostolica, desidero in particolare manifestarLe il mio sincero apprezzamento per la grande dignità e la solenne sobrietà con cui Ella ha esplicato il ruolo di Camerlengo di Santa Romana Chiesa, nel momento del pio trapasso del compianto Papa Giovanni Paolo II, in occasione della straordinaria dimostrazione di fede durante i funerali dell’amato Pontefice, durante tutto il periodo della Sede Vacante e nello svolgimento dei lavori del Conclave per l’elezione del nuovo Papa.
Giungendo a termine il Suo alto ufficio di Camerlengo e gli altri incarichi nei diversi Dicasteri della Curia Romana, sono certo che il ricordo di tanto bene compiuto Le sarà di conforto e motivo di ringraziamento e di lode al Signore.
Nell’imminenza delle celebrazioni pasquali, mi è caro rivolgerLe un lieto augurio di ogni bene e prosperità in Cristo Gesù, mentre invoco su di Lei l’amorosa protezione della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi, auspice la particolare Benedizione Apostolica che imparto di cuore a Lei, Signor Cardinale, ed alle persone che La circondano del loro affetto.
emma3
Wednesday, April 04, 2007 10:42 PM
Il Cardinal Bertone, nuovo camerlengo di Santa Romana Chiesa
CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 4 aprile 2007 (ZENIT.org).-
Benedetto XVI ha nominato mercoledì il segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone, nuovo camerlengo di Santa Romana Chiesa, accogliendo così la rinuncia presentata dal Cardinale Eduardo Martínez Somalo all'incarico, in adempimento a quanto previsto nella Costituzione Apostolica “Universi Dominici Gregis”.
emma3
Thursday, April 05, 2007 1:45 PM
testo integrale dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI durante la Santa Messa crismale nella Basilica di San Pietro. Riflessioni e indicazioni concrete sulla vita e la missione dei sacerdoti.
Cari fratelli e sorelle,
lo scrittore russo Leone Tolstoi narra in un piccolo racconto di un sovrano severo che chiese ai suoi sacerdoti e sapienti di mostrargli Dio affinché egli potesse vederlo. I sapienti non furono in grado di appagare questo suo desiderio. Allora un pastore, che stava giusto tornando dai campi, si offrì di assumere il compito dei sacerdoti e dei sapienti. Il re apprese da lui che i suoi occhi non erano sufficienti per vedere Dio. Allora, però, egli volle almeno sapere che cosa Dio faceva. "Per poter rispondere a questa tua domanda – disse il pastore al sovrano – dobbiamo scambiare i vestiti". Con esitazione, spinto tuttavia dalla curiosità per l’informazione attesa, il sovrano acconsentì; consegnò i suoi vestiti regali al pastore e si fece rivestire del semplice abito dell’uomo povero. Ed ecco allora arrivare la risposta: "Questo è ciò che Dio fa". Di fatto, il Figlio di Dio – Dio vero da Dio vero – ha lasciato il suo splendore divino: "…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso … fino alla morte di croce" (cfr Fil 2,6ss). Dio ha – come dicono i Padri – compiuto il sacrum commercium, il sacro scambio: ha assunto ciò che era nostro, affinché noi potessimo ricevere ciò che era suo, divenire simili a Dio.
San Paolo, per quanto accade nel Battesimo, usa esplicitamente l’immagine del vestito: "Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27). Ecco ciò che si compie nel Battesimo: noi ci rivestiamo di Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti e questi non sono una cosa esterna. Significa che entriamo in una comunione esistenziale con Lui, che il suo e il nostro essere confluiscono, si compenetrano a vicenda. "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" – così Paolo stesso nella Lettera ai Galati (2,2) descrive l’avvenimento del suo battesimo. Cristo ha indossato i nostri vestiti: il dolore e la gioia dell’essere uomo, la fame, la sete, la stanchezza, le speranze e le delusioni, la paura della morte, tutte le nostre angustie fino alla morte. E ha dato a noi i suoi "vestiti". Ciò che nella Lettera ai Galati espone come semplice "fatto" del battesimo – il dono del nuovo essere – Paolo ce lo presenta nella Lettera agli Efesini come un compito permanente: "Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima! … [Dovete] rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera. Perciò, bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira, non peccate…" (Ef 4,22-26).
Questa teologia del Battesimo ritorna in modo nuovo e con una nuova insistenza nell’Ordinazione sacerdotale. Come nel Battesimo viene donato uno "scambio dei vestiti", uno scambio del destino, una nuova comunione esistenziale con Cristo, così anche nel sacerdozio si ha uno scambio: nell’amministrazione dei Sacramenti, il sacerdote agisce e parla ora "in persona Christi". Nei sacri misteri egli non rappresenta se stesso e non parla esprimendo se stesso, ma parla per l’Altro – per Cristo. Così nei Sacramenti si rende visibile in modo drammatico ciò che l’essere sacerdote significa in generale; ciò che abbiamo espresso con il nostro "Adsum – sono pronto" durante la consacrazione sacerdotale: io sono qui perché tu possa disporre di me. Ci mettiamo a disposizione di Colui "che è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi…" (2Cor 5,15). Metterci a disposizione di Cristo significa che ci lasciamo attirare dentro il suo "per tutti": essendo con Lui possiamo esserci davvero "per tutti".
In persona Christi – nel momento dell’Ordinazione sacerdotale, la Chiesa ci ha reso visibile ed afferrabile questa realtà dei "vestiti nuovi" anche esternamente mediante l’essere stati rivestiti con i paramenti liturgici. In questo gesto esterno essa vuole renderci evidente l’evento interiore e il compito che da esso ci viene: rivestire Cristo; donarsi a Lui come Egli si è donato a noi. Questo evento, il "rivestirsi di Cristo", viene rappresentato sempre di nuovo in ogni Santa Messa mediante il rivestirci dei paramenti liturgici. Indossarli deve essere più di un fatto esterno: è l’entrare sempre di nuovo nel "sì" del nostro incarico – in quel "non più io" del battesimo che l’Ordinazione sacerdotale ci dona in modo nuovo e al contempo ci chiede. Il fatto che stiamo all’altare, vestiti con i paramenti liturgici, deve rendere chiaramente visibile ai presenti che stiamo lì "in persona di un Altro". Gli indumenti sacerdotali, così come nel corso del tempo si sono sviluppati, sono una profonda espressione simbolica di ciò che il sacerdozio significa. Vorrei pertanto, cari confratelli, spiegare in questo Giovedì Santo l'essenza del ministero sacerdotale interpretando i paramenti liturgici che, appunto, da parte loro vogliono illustrare che cosa significhi "rivestirsi di Cristo", parlare ed agire in persona Christi.
L’indossare le vesti sacerdotali era una volta accompagnato da preghiere che ci aiutano a capire meglio i singoli elementi del ministero sacerdotale. Cominciamo con l’amitto. In passato – e negli ordini monastici ancora oggi – esso veniva posto prima sulla testa, come una specie di cappuccio, diventando così un simbolo della disciplina dei sensi e del pensiero necessaria per una giusta celebrazione della Santa Messa. I pensieri non devono vagare qua e là dietro le preoccupazioni e le attese del mio quotidiano; i sensi non devono essere attirati da ciò che lì, all’interno della chiesa, casualmente vorrebbe sequestrare gli occhi e gli orecchi. Il mio cuore deve docilmente aprirsi alla parola di Dio ed essere raccolto nella preghiera della Chiesa, affinché il mio pensiero riceva il suo orientamento dalle parole dell’annuncio e della preghiera. E lo sguardo del mio cuore deve essere rivolto verso il Signore che è in mezzo a noi: ecco cosa significa ars celebrandi – il giusto modo del celebrare. Se io sono col Signore, allora con il mio ascoltare, parlare ed agire attiro anche la gente dentro la comunione con Lui.
I testi della preghiera che interpretano il camice e la stola vanno ambedue nella stessa direzione. Evocano il vestito festivo che il padre donò al figlio prodigo tornato a casa cencioso e sporco. Quando ci accostiamo alla liturgia per agire nella persona di Cristo ci accorgiamo tutti quanto siamo lontani da Lui; quanta sporcizia esiste nella nostra vita. Egli solo può donarci il vestito festivo, renderci degni di presiedere alla sua mensa, di stare al suo servizio. Così le preghiere ricordano anche la parola dell’Apocalisse secondo cui i vestiti dei 144.000 eletti non per merito loro erano degni di Dio. L’Apocalisse commenta che essi avevano lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello e che in questo modo esse erano diventate candide come la luce (cfr Ap 7,14). Già da piccolo mi sono chiesto: Ma quando si lava una cosa nel sangue, non diventa certo bianca! La risposta è: il "sangue dell’Agnello" è l’amore del Cristo crocifisso. È questo amore che rende candide le nostre vesti sporche; che rende verace ed illuminato il nostro spirito oscurato; che, nonostante tutte le nostre tenebre, trasforma noi stessi in "luce nel Signore". Indossando il camice dovremmo ricordarci: Egli ha sofferto anche per me. E soltanto perché il suo amore è più grande di tutti i miei peccati, posso rappresentarlo ed essere testimone della sua luce.
Ma con il vestito di luce che il Signore ci ha donato nel Battesimo e, in modo nuovo, nell’Ordinazione sacerdotale, possiamo pensare anche al vestito nuziale, di cui Egli ci parla nella parabola del banchetto di Dio. Nelle omelie di san Gregorio Magno ho trovato a questo riguardo una riflessione degna di nota. Gregorio distingue tra la versione di Luca della parabola e quella di Matteo. Egli è convinto che la parabola lucana parli del banchetto nuziale escatologico, mentre – secondo lui – la versione tramandata da Matteo tratterebbe dall’anticipazione di questo banchetto nuziale nella liturgia e nella vita della Chiesa. In Matteo – e solo in Matteo – infatti il re viene nella sala affollata per vedere i suoi ospiti. Ed ecco che in questa moltitudine trova anche un ospite senza abito nuziale, che viene poi buttato fuori nelle tenebre. Allora Gregorio si domanda: "Ma che specie di abito è quello che gli mancava? Tutti coloro che sono riuniti nella Chiesa hanno ricevuto l’abito nuovo del battesimo e della fede; altrimenti non sarebbero nella Chiesa. Che cosa, dunque, manca ancora? Quale abito nuziale deve ancora essere aggiunto?" Il Papa risponde: "Il vestito dell’amore". E purtroppo, tra i suoi ospiti ai quali aveva donato l’abito nuovo, la veste candida della rinascita, il re trova alcuni che non portano il vestito color porpora del duplice amore verso Dio e verso il prossimo. "In quale condizione vogliamo accostarci alla festa del cielo, se non indossiamo l’abito nuziale – cioè l’amore, che solo può renderci belli?", domanda il Papa. Una persona senza l’amore è buia dentro. Le tenebre esterne, di cui parla il Vangelo, sono solo il riflesso della cecità interna del cuore (cfr Hom. 38, 8-13).
Ora che ci apprestiamo alla celebrazione della Santa Messa, dovremmo domandarci se portiamo questo abito dell’amore. Chiediamo al Signore di allontanare ogni ostilità dal nostro intimo, di toglierci ogni senso di autosufficienza e di rivestirci veramente con la veste dell’amore, affinché siamo persone luminose e non appartenenti alle tenebre.
Infine ancora una breve parola riguardo alla casula. La preghiera tradizionale quando si riveste la casula vede rappresentato in essa il giogo del Signore che a noi come sacerdoti è stato imposto. E ricorda la parola di Gesù che ci invita a portare il suo giogo e a imparare da Lui, che è "mite e umile di cuore" (Mt 11,29). Portare il giogo del Signore significa innanzitutto: imparare da Lui. Essere sempre disposti ad andare a scuola da Lui. Da Lui dobbiamo imparare la mitezza e l’umiltà – l’umiltà di Dio che si mostra nel suo essere uomo. San Gregorio Nazianzeno una volta si è chiesto perché Dio abbia voluto farsi uomo. La parte più importante e per me più toccante della sua risposta è: "Dio voleva rendersi conto di che cosa significa per noi l’obbedienza e voleva misurare il tutto in base alla propria sofferenza, all’invenzione del suo amore per noi. In questo modo, Egli può conoscere direttamente su se stesso ciò che noi sperimentiamo – quanto è richiesto da noi, quanta indulgenza meritiamo – calcolando in base alla sua sofferenza la nostra debolezza" (Discorso 30; Disc. teol. IV,6). A volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non è per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in questo mondo. Ma guardando poi a Lui che ha portato tutto – che su di sé ha provato l’obbedienza, la debolezza, il dolore, tutto il buio, allora questi nostri lamenti si spengono. Il suo giogo è quello di amare con Lui. E più amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente pesante. Preghiamolo di aiutarci a diventare insieme con Lui persone che amano, per sperimentare così sempre di più quanto è bello portare il suo giogo. Amen
LadyRatzinger
Thursday, April 05, 2007 7:37 PM
Da Petrus
Messa del Giovedì Santo, il Papa: "Indossare vesti nuove per ricambiare il sacrificio di Cristo"
di Angela Ambrogetti
CITTA’ DEL VATICANO - Rivestirsi di Cristo come Cristo si è rivestito dei nostri miseri panni. Uno scambio del destino, una nuova comunione esistenziale con Dio già nel battezzato, più ancora nel sacerdote che agisce in persona Christi. Benedetto XVI, il giovedì Santo, come ogni vescovo, celebra la messa del Crisma. San Pietro è piena di sacerdoti che oggi ricordano il perché della loro ordinazione. Si benedicono gli oli per la liturgia e i sacramenti, si ricorda la natura e il senso esistenziale di un ministero, quello sacerdotale, che “serve” per portare i fedeli a Cristo. Papa Benedetto ricorda ai sacerdoti il senso stesso del ministero attraverso le “vesti nuove che ognuno indossa nella celebrazione della messa, vesti che indicano ai fedeli che stiamo lì in persona di un Altro”. La catechesi del papa inizia proprio dalla spiegazione di ogni singolo indumento liturgico. E cosi l’ammitto, indumento di origine monastica, simboleggia l’attenzione che il sacerdote deve dare alla celebrazione, una disciplina dei sensi e del pensiero “I pensieri non devono vagare qua e là dietro le preoccupazioni e le attese del mio quotidiano; i sensi non devono essere attirati da ciò che lì, all’interno della chiesa, casualmente vorrebbe sequestrare gli occhi e gli orecchi. Il mio cuore deve docilmente aprirsi alla parola di Dio ed essere raccolto nella preghiera della Chiesa, affinché il mio pensiero riceva il suo orientamento dalle parole dell’annuncio e della preghiera”. E’ questa l’ars celebrandi. “Se io sono col Signore, allora con il mio ascoltare, parlare ed agire attiro anche la gente dentro la comunione con Lui”. Così il camice simbolo della veste resa candida dal sangue dell’Agnello. “Già da piccolo mi sono chiesto: Ma quando si lava una cosa nel sangue, non diventa certo bianca! La risposta è: il “sangue dell’Agnello” è l’amore del Cristo crocifisso. È questo amore che rende candide le nostre vesti sporche; che rende verace ed illuminato il nostro spirito oscurato; che, nonostante tutte le nostre tenebre, trasforma noi stessi in “luce nel Signore”. Indossando il camice dovremmo ricordarci: Egli ha sofferto anche per me. E soltanto perché il suo amore è più grande di tutti i miei peccati, posso rappresentarlo ed essere testimone della sua luce”. Una veste di amore, come quella della parabola del vestito nuziale. “Tutti coloro che sono riuniti nella Chiesa hanno ricevuto l’abito nuovo del battesimo e della fede; altrimenti non sarebbero nella Chiesa. Che cosa, dunque, manca ancora? Quale abito nuziale deve ancora essere aggiunto? Papa Gregorio Magno nei suoi scritti risponde: “Il vestito dell’amore”. E purtroppo, tra i suoi ospiti ai quali aveva donato l’abito nuovo, la veste candida della rinascita, il re trova alcuni che non portano il vestito color porpora del duplice amore verso Dio e verso il prossimo. Una persona senza l’amore è buia dentro”: Ecco cosa chiede Benedetto a se stesso e ai sacerdoti, di allontanare ogni ostilità dal proprio intimo, di togliersi ogni senso di autosufficienza e di rivestirsi veramente con la veste dell’amore, affinché siano persone luminose e non appartenenti alle tenebre. La casula poi è il segno della obbedienza, dell’accettazione del giogo. “Portare il giogo del Signore significa innanzitutto imparare da Lui. Essere sempre disposti ad andare a scuola da Lui. Da Lui dobbiamo imparare la mitezza e l’umiltà – l’umiltà di Dio che si mostra nel suo essere uomo”. E’ il passo più difficile, totalizzante che prevede l’abbandono di ogni autosufficienza, ricorda ancora Papa Benedetto. “A volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non è per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in questo mondo. Ma guardando poi a Lui che ha portato tutto - che su di sé ha provato l’obbedienza, la debolezza, il dolore, tutto il buio -, allora questi nostri lamenti si spengono. Il suo giogo è quello di amare con Lui. E più amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente pesante. Quando ci accostiamo alla liturgia per agire nella persona di Cristo ci accorgiamo tutti quanto siamo lontani da Lui; quanta sporcizia esiste nella nostra vita. Preghiamolo di aiutarci a diventare insieme con Lui persone che amano, per sperimentare così sempre di più quanto è bello portare il suo giogo”. Tutti i sacerdoti presenti rinnovano così le loro promesse, confermano di volersi unire intimamente al Signore Gesù ed essere dispensatori dei suoi misteri. L’assemblea dei fedeli prega per i sacerdoti, perché siano ministri fedeli. Il papa chiede per sè la preghiere di tutti, lui, Vicario di Cristo in terra, servo dei servi di Dio, chiede di “essere fedele al servizio affidato alla mia umile persona”. Poi la benedizione degli oli: dei catecumeni, degli infermi e il crisma. Tutti i concelebranti stendono la mano sui tre grandi vasi solennemente portati all’altare. “I tuoi profumi sono inebrianti, fraganza olezzante è il tuo nome”. Il Canto della schola accompagna la celebrazione verso la Eucaristia. All’altare servono i ministranti del santuario di San Pio da Pietrelcina, esempio di sacerdote “rivestito” di Cristo fino all’accettazione delle piaghe della Passione: le stimmate. Il Giovedì Santo inizia così, solenne e silenzioso, lontano dal clamore delle celebrazioni più “popolari” del Triduo. Benedetto XVI non ha scritto una lettera ai sacerdoti per il Giovedi Santo, come era abituato a fare Giovanni Paolo II, ma ha preferito rendere segno e simbolo la sola, ricchissima, liturgia della Messa Crismale, indicando anche ad ogni vescovo una “ars celebrandi” che sia catechesi.
LadyRatzinger
Thursday, April 05, 2007 7:40 PM
Da Petrus
Il Papa lava i piedi a 12 uomini e riceve le offerte per la Somalia
CITTA’ DEL VATICANO - Triduo pasquale, atto secondo: Benedetto XVI oggi pomeriggio ha presieduto nella Basilica di san Giovanni in Laterano la ''Messa in Cena Domini'', in ricordo dell'ultima cena e dell'istituzione dell'Eucaristia. Nel corso della celebrazione egli ha lavato i piedi a 12 uomini di diverse aggregazioni laicali della diocesi di Roma e ha preso in consegna le offerte raccolte tra i fedeli a sostegno del dispensario medico di Baidoa in Somalia. Nell'omelia, parecchio piu' breve di quella svolta questa mattina nella Basilica Vaticana durante la liturgia per la benedizione degli oli, ha ricordato il senso della nuova Pasqua dove l'offerta da parte di Gesu' della sua stessa vita ha sostituito l'immolazione antica degli agnelli nella pasqua ebraica. ''Il suo amore, quell'amore in cui Egli si dona liberamente per noi, - ha spiegato il Papa - e' cio' che ci salva. Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l'immolazione dell'innocente ed immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi e' diventato insieme Agnello e Tempio. Cosi' al centro della Pasqua nuova di Gesu' stava la Croce. Da essa veniva il dono nuovo portato da Lui. E cosi' essa rimane sempre nella Santa Eucaristia, nella quale possiamo celebrare con gli Apostoli lungo il corso dei tempi la nuova Pasqua. Dalla croce di Cristo viene il dono. ''Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso''. Ora Egli la offre a noi. L'haggadah pasquale, la commemorazione dell'agire salvifico di Dio, e' diventata memoria della croce e risurrezione di Cristo - una memoria che non ricorda semplicemente il passato, ma ci attira entro la presenza dell'amore di Cristo. E cosi' la berakha, la preghiera di benedizione e ringraziamento di Israele, e' diventata la nostra celebrazione eucaristica, in cui il Signore benedice i nostri doni - pane e vino - per donarein essi se stesso''. Al termine della messa il Papa portera' l'Eucaristia nell'altare della reposizione. Le ostie consacrate serviranno per la comunione domani, venerdi' santo, giorno in cui non si celebra la messa ma si ricorda la passione di Gesu'. Nella sera e per la notte e' uso da parte dei fedeli cattolici visitare gli altari della reposizione restando in preghiera silenziosa.
emma3
Friday, April 06, 2007 11:57 PM
omelia del papa per la Messa in Coena Domini
Cari fratelli e sorelle,
nella lettura dal Libro dell’Esodo, che abbiamo appena ascoltato, viene descritta la celebrazione della Pasqua di Israele così come nella Legge mosaica aveva trovato la sua forma vincolante. All’origine può esserci stata una festa di primavera dei nomadi. Per Israele, tuttavia, ciò si era trasformato in una festa di commemorazione, di ringraziamento e, allo stesso tempo, di speranza. Al centro della cena pasquale, ordinata secondo determinate regole liturgiche, stava l’agnello come simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto. Per questo l’haggadah pasquale era parte integrante del pasto a base di agnello: il ricordo narrativo del fatto che era stato Dio stesso a liberare Israele "a mano alzata". Egli, il Dio misterioso e nascosto, si era rivelato più forte del faraone con tutto il potere che aveva a sua disposizione. Israele non doveva dimenticare che Dio aveva personalmente preso in mano la storia del suo popolo e che questa storia era continuamente basata sulla comunione con Dio. Israele non doveva dimenticarsi di Dio.
La parola della commemorazione era circondata da parole di lode e di ringraziamento tratte dai Salmi. Il ringraziare e benedire Dio raggiungeva il suo culmine nella berakha, che in greco è detta eulogia o eucaristia: il benedire Dio diventa benedizione per coloro che benedicono. L’offerta donata a Dio ritorna benedetta all’uomo. Tutto ciò ergeva un ponte dal passato al presente e verso il futuro: ancora non era compiuta la liberazione di Israele. Ancora la nazione soffriva come piccolo popolo nel campo delle tensioni tra le grandi potenze. Il ricordarsi con gratitudine dell’agire di Dio nel passato diventava così al contempo supplica e speranza: Porta a compimento ciò che hai cominciato! Donaci la libertà definitiva!
Questa cena dai molteplici significati Gesù celebrò con i suoi la sera prima della sua Passione. In base a questo contesto dobbiamo comprendere la nuova Pasqua, che Egli ci ha donato nella Santa Eucaristia. Nei racconti degli evangelisti esiste un’apparente contraddizione tra il Vangelo di Giovanni, da una parte, e ciò che, dall’altra, ci comunicano Matteo, Marco e Luca. Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali. La sua morte e il sacrificio degli agnelli coincisero. Ciò significa, però, che Egli morì alla vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente celebrare la cena pasquale – questo, almeno, è ciò che appare. Secondo i tre Vangeli sinottici, invece, l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del suo corpo e del suo sangue. Questa contraddizione fino a qualche anno fa sembrava insolubile. La maggioranza degli esegeti era dell’avviso che Giovanni non aveva voluto comunicarci la vera data storica della morte di Gesù, ma aveva scelto una data simbolica per rendere così evidente la verità più profonda: Gesù è il nuovo e vero agnello che ha sparso il suo sangue per tutti noi.
La scoperta degli scritti di Qumran ci ha nel frattempo condotto ad una possibile soluzione convincente che, pur non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia un alto grado di probabilità. Siamo ora in grado di dire che quanto Giovanni ha riferito è storicamente preciso. Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli. Egli però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio. Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello – no, non senza agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue. Così ha anticipato la sua morte in modo coerente con la sua parola: "Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso" (Gv 10,18). Nel momento in cui porgeva ai discepoli il suo corpo e il suo sangue, Egli dava reale compimento a questa affermazione. Ha offerto Egli stesso la sua vita. Solo così l’antica Pasqua otteneva il suo vero senso.
San Giovanni Crisostomo, nelle sue catechesi eucaristiche ha scritto una volta: Che cosa stai dicendo, Mosè? Il sangue di un agnello purifica gli uomini? Li salva dalla morte? Come può il sangue di un animale purificare gli uomini, salvare gli uomini, avere potere contro la morte? Di fatto – continua il Crisostomo – l’agnello poteva costituire solo un gesto simbolico e quindi l’espressione dell’attesa e della speranza in Qualcuno che sarebbe stato in grado di compiere ciò di cui il sacrificio di un animale non era capace. Gesù celebrò la Pasqua senza agnello e senza tempio e, tuttavia, non senza agnello e senza tempio. Egli stesso era l’Agnello atteso, quello vero, come aveva preannunciato Giovanni Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù: "Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!" (Gv 1,29). Ed è Egli stesso il vero tempio, il tempio vivente, nel quale abita Dio e nel quale noi possiamo incontrare Dio ed adorarlo. Il suo sangue, l’amore di Colui che è insieme Figlio di Dio e vero uomo, uno di noi, quel sangue può salvare. Il suo amore, quell’amore in cui Egli si dona liberamente per noi, è ciò che ci salva. Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l’immolazione dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello e Tempio.
Così al centro della Pasqua nuova di Gesù stava la Croce. Da essa veniva il dono nuovo portato da Lui. E così essa rimane sempre nella Santa Eucaristia, nella quale possiamo celebrare con gli Apostoli lungo il corso dei tempi la nuova Pasqua. Dalla croce di Cristo viene il dono. "Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso". Ora Egli la offre a noi. L’haggadah pasquale, la commemorazione dell’agire salvifico di Dio, è diventata memoria della croce e risurrezione di Cristo – una memoria che non ricorda semplicemente il passato, ma ci attira entro la presenza dell’amore di Cristo. E così la berakha, la preghiera di benedizione e ringraziamento di Israele, è diventata la nostra celebrazione eucaristica, in cui il Signore benedice i nostri doni – pane e vino – per donare in essi se stesso. Preghiamo il Signore di aiutarci a comprendere sempre più profondamente questo mistero meraviglioso, ad amarlo sempre di più e in esso amare sempre di più Lui stesso. Preghiamolo di attirarci con la santa comunione sempre di più in se stesso. Preghiamolo di aiutarci a non trattenere la nostra vita per noi stessi, ma a donarla a Lui e così ad operare insieme con Lui, affinché gli uomini trovino la vita – la vita vera che può venire solo da Colui che è Egli stesso la Via, la Verità e la Vita. Amen.
emma3
Saturday, April 07, 2007 1:01 AM
La memoria della Passione. Padre Cantalamessa: ''Cuore e compassione: si apra l'era della donna''
di Mattia Bianchi - Daniele Lorenzi
Nella basilica di San Pietro la celebrazione della Passione di Cristo. Il predicatore della Casa pontificia esalta il ruolo delle donne sul Calvario, le uniche a non tradire il Signore e invoca per l'umanità "un'era del cuore e della compassione".
CITTA' DEL VATICANO - Una giornata di penitenza, di digiuno e di preghiera, per ricordare la passione e morte di Cristo. E' il Venerdì santo, celebrato dalla Chiesa in due momenti: con la Memoria della passione e la Via Crucis, organizzate in tutte le diocesi del mondo. Anche in Vaticano, in attesa del rito al Colosseo, il papa ha partecipato alla Liturgia nella Basilica di San Pietro. Non una messa, ma una celebrazione particolare in cui è risuonato il racconto evangelico delle ultime ore di Gesù, seguito dalla preghiera universale, dall'adorazione della Croce e dalla comunione. Spazio al silenzio e alla riflessione, evocati dal gesto iniziale di Benedetto XVI disteso davanti all’altare della basilica vaticana, ma anche dalle parole di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, a cui è stata affidata l'omelia.
Il frate cappuccino ha proposto un'analisi della Passione, partendo dalle donne che accompagnarono Cristo sul Calvario. Sono "le uniche che non si sono scandalizzate di lui", un condannato a morte rifiutato dai suoi stessi discepoli, e "le prime a vederlo risorto" le uniche innocenti, "madri coraggio" ante litteram. La prova stessa dell'autenticità dei Vangeli, spiega padre Cantalamessa, se si tiene conto della “figura meschina che fanno gli autori e gli ispiratori dei testi e la figura meravigliosa che vi fanno fare a delle donne. “Chi avrebbe permesso che fosse conservata, a imperitura memoria, la storia ignominiosa della propria paura, fuga, rinnegamento, aggravata in più dal confronto con la condotta cosi'ì diversa di alcune povere donne, chi, ripeto, avrebbe permesso ciò, se non vi fosse stato costretto dalla fedeltà a una storia che appariva ormai infinitamente più grande della propria miseria?", si è chiesto il predicatore davanti al papa e alla curia romana.
E' seguita una critica agli eccessi del femminismo moderno perché, "bisogna evitare di ripetere l'antico errore gnostico secondo cui la donna, per salvarsi, deve cessare di essere donna e trasformarsi in uomo". "Il pregiudizio - ha proseguito - è tanto radicato nella cultura che le stesse donne hanno finito per soccombere ad esso. Per affermare la loro dignità, hanno creduto necessario a volte assumere atteggiamenti maschili, oppure minimizzare la differenza dei sessi, riducendola a un prodotto della cultura". Al contrario, anche le donne hanno bisogno della redenzione di Gesù, spiega padre Cantalamessa, ''ma una volta redenta e liberata, sul piano umano, da antiche soggezioni, la donna può contribuire a salvare la nostra società da alcuni mali inveterati che la minacciano, violenza, volontà di potenza, aridità spirituale, disprezzo della vita”. “Dopo tante ere che hanno preso il nome dell'uomo - homo erectus, homo faber, fino all'homo sapiens-sapiens, cioè sapientissimo di oggi - c'è da augurarsi che si apra finalmente, per l'umanità, un'era della donna: un'era del cuore, della compassione''.
Il frate cappuccino la invoca citando anche un film come “I Cento chiodi” di Ermanno Olmi che fa dire al protagonista: “Tutti i libri del mondo non valgono una carezza”. Per dire che "solo l'amore redime e salva, mentre la scienza e la sete di conoscenza, da sole, possono portare alla dannazione”. Del resto, spiega Cantalamessa, “la nostra civiltà, dominata dalla tecnica ha bisogno di un cuore perché l'uomo possa sopravvivere in essa, senza disumanizzarsi del tutto. Dobbiamo dare più spazio alle 'ragioni del cuore', se vogliamo evitare che, mentre si surriscalda fisicamente, il nostro pianeta ripiombi spiritualmente in un'era glaciale”.
Oltre alla riflessione del predicatore della Casa pontificia, non sono mancati altri momenti signficativi, come la preghiera universale con cui la Chiesa invoca i benefici della redenzione su tutti gli uomini, credenti e non. Un segno dell'universalità, con intenzioni recitate in più lingue, dal Francese, all'Inglese, dal Polacco al Russo, passando per il Filippino e lo Swahili. Si è poi pregato in Tedesco per l'unità dei cristiani e in lingua araba per i governanti, "perché il Signore illumini la loro mente e il loro cuore a cercare il bene comune nella vera libertà e nella vera pace". Per gli ebrei, in portoghese, "primi fra tutti gli uomini ad accogliere la parola del Signore, affinchè li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza", e per i non cristiani, "affinché possano entrare anch'essi nella via della salvezza". Stasera, la memoria e il ricordo del sacrificio di Cristo continueranno nella Via Crucis al Colosseo, sulle meditazioni scritte da mons. Gianfranco Ravasi.
da korazym