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Ratzigirl
Monday, December 18, 2006 7:25 PM
Papa Ratzinger in Liguria nel 2007


L’annuncio è stato dato direttamente dal cardinale Tarcisio Bertone Segretario di Stato Vaticano.
Bertone era ad Alassio per ricevere l’alassino d’oro ed ha promesso che il Pontefice sarà nella nostra regione l’anno prossimo. Il viaggio sarà programmato, sicuramente dopo le elezioni amministrative – ha precisato Bertone.

euge65
Monday, December 18, 2006 9:13 PM
Re:
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Ratzigirl 18/12/2006 19.25
[DIM]14pt[=DIM][G]Papa Ratzinger in Liguria nel 2007[/G][/DIM]

[IMG]http://www.quotidianoligure.it/resize_image.php?image=archives/images/pages/53f998e820b72f1535a9dd29378c9ac952.jpg&max_width=450[/IMG]
L’annuncio è stato dato direttamente dal cardinale Tarcisio Bertone Segretario di Stato Vaticano.
Bertone era ad Alassio per ricevere l’alassino d’oro ed ha promesso che il Pontefice sarà nella nostra regione l’anno prossimo. Il viaggio sarà programmato, sicuramente dopo le elezioni amministrative – ha precisato Bertone.

[/DIM][/QUOTE]


ratzi.lella
Tuesday, December 19, 2006 7:35 AM
sul lavoro del papa ma in questo caso...
sul lavoro dell'allora cardinale ratzinger

Ratzinger, il Papa architetto così scoprì il restauro di San Pietro
Il piano Vanvitelli per salvare la cupola svelato dal futuro pontefice
di ORAZIO LA ROCCA

CITTÀ DEL VATICANO - Papa Ratzinger, teologo di fama, biblista di grido, ma anche attento studioso di architettura e urbanistica. Un talento tenuto nascosto fino a pochi mesi della sua elezione papale (il 19 aprile 2005), quando nella veste di Prefetto della congregazione per la dottrina della Fede (l´ex Sant´Uffizio) riporta alla luce il restauro con cui Luigi Vanvitelli , l´architetto capo della Reverenda Fabbrica di San Pietro, nella seconda metà del ‘700 evitò il crollo della basilica vaticana con un sistema di "contenimento" della cupola tramite 6 giganteschi anelli in ferro che bloccarono le pericolose lesioni che, a poco più di un secolo dall´inaugurazione della basilica, stavano minando la stabilità del complesso. Anelli e strutture metalliche coniati nell´antica fabbrica delle Ferriere di Conca - presso Latina - un antico possedimento gestito dall´ex Sant´Uffizio dove veniva lavorato il ferro per lo Stato Pontificio e le regioni vicine, in particolare il Regno di Napoli e il Granducato di Toscana.
È stato Ratzinger a rivelarlo per la prima volta a un convegno del 4 maggio del 2004 svolto a Conca, i cui atti però non furono più pubblicati per l´aggravarsi della malattia di Wojtyla e la successiva elezione di Ratzinger. Quel giorno, il cardinale presentò una ricerca fatta nell´ex Sant´Uffizio dall´architetto Ugo De Angelis, tecnico al comune di Latina, patrocinata dal sindaco Vincenzo Zaccheo ed organizzata dall´assessore al Turismo Enrico Tiero. Uno studio fatto per riportare alla luce "i luoghi della memoria" nell´agro pontino dove l´antico Tribunale dell´Inquisizione vaticana per provvedere al proprio sostentamento sovrintendeva a una serie di attività tramite la lavorazione del ferro utilizzando operai locali. Il restauro - ricordò Ratzinger - durò 5 anni, dal 1743 al 1748. «Fu un intervento provvidenziale», argomentò il futuro Benedetto XVI, «realizzato grazie a quei giganteschi anelli. Per cui oggi possiamo parlare della riscoperta di un altro aspetto dell´ex Sant´Uffizio, cioè quello di essere stato una istituzione che fornì anche le strutture architettoniche per salvaguardare i grandi monumenti minacciati dall´usura del tempo». In particolare, i danni che minavano la basilica verso la prima metà del ‘700 consistevano - raccontò Ratzinger - in «preoccupanti lesioni sulla Cupola, lo zoccolone, i contrafforti, le finestre, i cerchioni del tamburo, il basamento e le cornici dell´attico». Ma a preoccupare ancora di più Vanvitelli furono «i contrafforti e la muraglia del tamburo che erano sottoposti alle sollecitazioni delle forze orizzontali esercitate dalla stessa cupola, strutture che avevano subìto un´allarmante e significativa inclinazione verso l´esterno». L´installazione dei 6 anelli intorno alla cupola, «oltre ad arrestare l´insorgenza di ulteriori lesioni, scongiurò definitivamente il rischio di possibili collassi dell´intera basilica». Che così è arrivata fino ai giorni nostri senza ulteriori problemi.

(da "la repubblica" del 19 dicembre 2006)

[Modificato da ratzi.lella 19/12/2006 7.36]

ratzi.lella
Tuesday, December 19, 2006 12:29 PM
ROMEO ARCIVESCOVO DI PALERMO
RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI PALERMO (ITALIA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi metropolitana di Palermo (Italia), presentata dall’Em.mo Card. Salvatore De Giorgi, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di Palermo (Italia) S.E. Mons. Paolo Romeo, finora Arcivescovo titolare di Vulturia e Nunzio Apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino.

altro passo in direzione della riforma della curia
-danich-
Wednesday, December 20, 2006 3:00 PM
Re: ROMEO ARCIVESCOVO DI PALERMO

Scritto da: ratzi.lella 19/12/2006 12.29
RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI PALERMO (ITALIA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi metropolitana di Palermo (Italia), presentata dall’Em.mo Card. Salvatore De Giorgi, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di Palermo (Italia) S.E. Mons. Paolo Romeo, finora Arcivescovo titolare di Vulturia e Nunzio Apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino.

altro passo in direzione della riforma della curia





Io avrei preferito Bruno Forte, anche perchè il nome Romeo mi evoca brutti ricordi (che non hanno a che fare con la storia veronese..) chissà perchè lo avrà scelto...
L'avevo visto ai funerali di Pappalardo e sinceramente non mi aveva fatto molta simpatia...
Speriamo sia un pastore ad immagine di Gesù e che cerchi il contatto con la gente!


TERESA BENEDETTA
Wednesday, December 20, 2006 5:02 PM
Questo e dal blog di Sandro Magister oggi:

ROMEO A PALERMO:
MA LA CEI NON E LA SUA GIULIETTA


Martedì 19 dicembre il nunzio in Italia Paolo Romeo è stato promosso arcivescovo di Palermo al posto del cardinale Salvatore De Giorgi.

Romeo, 68 anni, siciliano di Acireale, ha fatto carriera nella diplomazia vaticana, con incarichi nelle Filippine, in Belgio, in Venezuela, in Ruanda, in Burundi, ad Haiti, in Colombia, in Canada e infine in Italia.

Con il cardinale Angelo Sodano segretario di stato Romeo aveva un legame strettissimo. Non erano buoni, invece, i suoi rapporti con il presidente della CEI, il cardinale Camillo Ruini.

Tradizionalmente il nunzio in Italia ha uno scarso peso, al paragone con quanto avviene in altri paesi. Romeo ha fatto di tutto per aumentare la sua incidenza. Ma lui stesso si diceva deluso. Usava dire: “Ottengo di fare solo il 20 per cento di quello che vorrei”.

Era ed è dell’idea che il presidente della conferenza episcopale italiana non dovrebbe essere nominato dal papa, ma eletto dai vescovi come in tutte le altre Chiese nazionali.

E infatti lo scorso inverno Romeo cercò di tradurre in fatti questa sua idea. Nell’imminenza dello scadere del terzo quinquennio di presidenza della CEI del cardinale Ruini, indisse una consultazione epistolare tra tutti i vescovi italiani perchè indicassero il successore.

La consultazione era segreta, ma alcuni giornali pubblicarono la lettera e la magnificarono come prova di “collegialità nel governo della Chiesa”.

Benedetto XVI non la prese bene. Il 14 febbraio riconfermò Ruini “donec aliter provideatur” e di fatto annullò la consultazione. Romeo, già convinto che il papa fosse “un timido che vuole evitare i contrasti”, rafforzò ancor di più questa sua convinzione.

Avvelenato per la fuga della lettera, Romeo arrivò a bollare come dei “Giuda”, parlando alla CEI, i vescovi da lui sospettati d’aver violato il segreto.

Ma adesso, promosso a Palermo, è lui stesso ad essere parte della CEI. E il futuro nuovo presidente della conferenza episcopale se lo ritroverà ancora una volta non eletto, ma deciso dal papa.

[Modificato da TERESA BENEDETTA 20/12/2006 17.03]

LadyRatzinger
Wednesday, December 20, 2006 8:47 PM
Re:

Scritto da: TERESA BENEDETTA 20/12/2006 17.02
Questo e dal blog di Sandro Magister oggi:

ROMEO A PALERMO:
MA LA CEI NON E LA SUA GIULIETTA





Questo titolo è stupendo!
Ratzigirl
Wednesday, December 20, 2006 11:40 PM
Il dolore del Papa per Alessio e Ricky

I giocatori della juventus uniti nel dolore per Alessio e Riccardo prima della partita di ieri sera a Bologna

Benedetto XVI invia un telegramma, oggi in Duomo i funerali dei due calciatori

Benedetto XVI, tramite il segretario di Stato Tarcisio Bertone, ha inviato un telegramma di condoglianze all’arcivescovo Severino Poletto. «È un evento che ha sconvolto tutti, non solo gli amici di questi ragazzi splendidi», ha detto il cardinale Bertone a Radio Vaticana. E ha rivolto un invito agli sportivi: «È fondamentale che continuino a lavorare in mezzo ai giovani perché, attraverso lo sport, possano educarsi a una vita ispirata ai valori di fraternità, solidarietà e amicizia».

Oggi, alle 15, due bare varcheranno il portone del Duomo. Dentro, e probabilmente anche fuori, sul sagrato, una folla immensa. Parenti, amici, i compagni di sempre o anche solo di un frammento di vita. Ci sarà la Juventus: dirigenti, allenatori, atleti delle giovanili, fino alla prima squadra reduce dalla trasferta di Bologna. Proprio ieri sera Del Piero e Buffon hanno guidato la squadra nell’omaggio ad Alessio e Ricky con mazzi di fiori sotto la curva e un minuto di grande commozione prima del fischio d’inizio.

Migliaia di persone affolleranno la cattedrale per salutare quei due ragazzi che sognavano un domani da campioni. Sarà una cerimonia privata: niente telecamere e fotografi, così hanno chiesto i famigliari. L’ultimo tratto di via XX Settembre sarà chiuso al traffico. Arriveranno anche da Gambassi, il Comune a 50 chilometri da Firenze dove vive la famiglia di Riccardo Neri: stamattina due pullman partiranno alla volta di Torino per il mesto saluto. La messa sarà celebrata dal parroco del Duomo don Giancarlo Garbiglia e da quello della chiesa di «Madonna delle Rose», padre Mario Mazzoleni. Poi la salma di Alessio Ferramosca sarà sepolta a Moncalieri, mentre quella di Riccardo Neri farà rotta verso Gambassi.

Gli amici d’infanzia hanno organizzato una veglia notturna nella chiesa del paese. Da giorni, là come a Torino e Vinovo (dove oggi è stato proclamato lutto cittadino), le ore trascorrono scandite dal ricordo. Hanno lanciato un appello: «Basta odio tra le tifoserie di Juventus e Fiorentina». Riccardo tifava per i viola ma indossava la maglia degli storici rivali bianconeri. Gli amici hanno chiesto che le società organizzino un’amichevole per Alessio e Ricky. Hanno chiesto ai tifosi che, nel ricordo di questa tragedia, si metta fine alle violenze tra viola e bianconeri. Ci sono due famiglie spezzate, decine di ragazzi che faticano a rialzarsi, ad accettare.
Ratzigirl
Wednesday, December 20, 2006 11:42 PM
Udienza Generale 20 Dicembre
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle!

"Il Signore è vicino: venite, adoriamo". Con questa invocazione la liturgia ci invita, in questi ultimi giorni dell’Avvento, ad avvicinarci, quasi in punta dei piedi, alla grotta di Betlemme, dove si è compiuto l’evento straordinario, che ha cambiato il corso della storia: la nascita del Redentore. Nella Notte di Natale ci fermeremo, ancora una volta, dinanzi al presepe, a contemplare stupiti il "Verbo fatto carne". Sentimenti di gioia e di gratitudine, come ogni anno, si rinnoveranno nel nostro cuore ascoltando le melodie natalizie, che in tante lingue cantano lo stesso straordinario prodigio. Il Creatore dell’universo è venuto per amore a porre la sua dimora tra gli uomini. Nella Lettera ai Filippesi, san Paolo afferma che Cristo "pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini" (2,6). E’ apparso in forma umana, aggiunge l’Apostolo, umiliando se stesso. Nel Santo Natale rivivremo la realizzazione di questo sublime mistero di grazia e di misericordia.

Dice ancora san Paolo: "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli" (Gal 4,4-5). In verità, da molti secoli il popolo eletto attendeva il Messia, ma lo immaginava come un potente e vittorioso condottiero che avrebbe liberato i suoi dall’oppressione degli stranieri. Il Salvatore nacque invece nel silenzio e nella più assoluta povertà. Venne come luce che illumina ogni uomo – nota l’evangelista Giovanni –, "ma i suoi non lo hanno accolto" (Gv 1,9.11). L’Apostolo però aggiunge: "A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio" (ivi, 1,12). La luce promessa rischiarò i cuori di coloro che avevano perseverato nell’attesa vigile ed operosa.

La liturgia dell’Avvento esorta anche noi ad essere sobri e vigilanti, per non lasciarci appesantire dal peccato e dalle eccessive preoccupazioni del mondo. E’ infatti vegliando e pregando che potremo riconoscere ed accogliere il fulgore del Natale di Cristo. San Massimo di Torino, Vescovo nel IV-V secolo, in una delle sue omelie, afferma: "Il tempo ci avverte che il Natale di Cristo Signore è vicino. Il mondo con le sue stesse angustie dice l’imminenza di qualche cosa che lo rinnoverà, e desidera con un’attesa impaziente che lo splendore di un sole più fulgido illumini le sue tenebre… Questa attesa della creazione persuade anche noi ad attendere il sorgere di Cristo, nuovo Sole" (Disc. 61a, 1-3). La stessa creazione dunque ci conduce a scoprire e a riconoscere Colui che deve venire.

Ma la domanda è: l’umanità del nostro tempo attende ancora un Salvatore? Si ha la sensazione che molti considerino Dio come estraneo ai propri interessi. Apparentemente non hanno bisogno di Lui; vivono come se non esistesse e, peggio, come se fosse un "ostacolo" da rimuovere per realizzare se stessi. Anche fra i credenti – siamo certi - alcuni si lasciano attrarre da allettanti chimere e distrarre da fuorvianti dottrine che propongono illusorie scorciatoie per ottenere la felicità. Eppure, pur con le sue contraddizioni, le sue angustie e i suoi drammi, e forse proprio per questi, l’umanità oggi cerca una strada di rinnovamento, di salvezza, cerca un Salvatore e attende, talora inconsapevolmente, l’avvento del Salvatore che rinnova il mondo e la nostra vita, l’avvento di Cristo, l’unico vero Redentore dell’uomo e di tutto l’uomo. Certo, falsi profeti continuano a proporre una salvezza a "basso prezzo", che finisce sempre per generare cocenti delusioni. Proprio la storia degli ultimi cinquant’anni dimostra questa ricerca di un Salvatore a "basso prezzo" ed evidenzia tutte le delusioni che ne sono derivate. E’ compito di noi cristiani diffondere, con la testimonianza della vita, la verità del Natale, che Cristo reca a ogni uomo e donna di buona volontà. Nascendo nella povertà del presepe, Gesù viene ad offrire a tutti quella gioia e quella pace che sole possono colmare l’attesa dell’animo umano.

Ma come prepararci ad aprire il cuore al Signore che viene? L’atteggiamento spirituale dell’attesa vigile ed orante rimane la caratteristica fondamentale del cristiano in questo tempo di Avvento. È l’atteggiamento che contraddistingue i protagonisti di allora: Zaccaria ed Elisabetta, i pastori, i Magi, il popolo semplice e umile. Soprattutto l’attesa di Maria e di Giuseppe! Questi ultimi, più di ogni altro, hanno provato in prima persona l’affanno e la trepidazione per il Bambino che doveva nascere. Non è difficile immaginare come abbiano trascorso gli ultimi giorni, nell’attesa di stringere il neonato fra le loro braccia. Il loro atteggiamento sia il nostro, cari fratelli e sorelle! Ascoltiamo, in proposito, l’esortazione del già citato san Massimo, Vescovo di Torino: "Mentre stiamo per accogliere il Natale del Signore, rivestiamoci di indumenti nitidi, senza macchia. Parlo della veste dell’anima, non di quella del corpo. Abbigliamoci non con abiti di seta, ma con opere sante! Le vesti sfarzose possono coprire le membra ma non adornano la coscienza" (ibid.).

Nascendo fra noi, Gesù Bambino non ci trovi distratti o impegnati semplicemente ad abbellire con le luminarie le nostre case. Allestiamo piuttosto nel nostro animo e nelle nostre famiglie una degna dimora dove Egli si senta accolto con fede e amore. Ci aiutino la Vergine e san Giuseppe a vivere il Mistero del Natale con rinnovato stupore e pacificante serenità. Con questi sentimenti desidero formulare i più fervidi auguri per un santo e felice Natale a tutti voi, qui presenti, e ai vostri familiari, con un ricordo particolare per quanti sono in difficoltà o soffrono nel corpo e nello spirito. Buon Natale a voi tutti!


ratzi.lella
Thursday, December 21, 2006 12:44 PM
nuovo
RINUNCIA DEL VESCOVO DI CIVITAVECCHIA-TARQUINIA (ITALIA) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Civitavecchia-Tarquinia (Italia), presentata da S.E. Mons. Girolamo Grillo, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Vescovo di Civitavecchia-Tarquinia (Italia) il Rev.mo Don Carlo Chenis, S.D.B., finora Segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

monsignor grillo e' stato protagonista dell'intricata e controversa vicenda della lacrimazione della madonnina di civitavecchia.
speriamo che il nuovo vescovo promuova studi adeguati sulla vicenza su cui, comunque, la congregazione della dottrina della fede (prefetto ratzinger) si espresse negativamente non avendo constatato alcun miracolo.
TERESA BENEDETTA
Friday, December 22, 2006 2:42 PM
DISCORSO NATALIZIO ALLA CURIA ROMANA
Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Cardinali e i membri della Famiglia Pontificia e della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi.

Nel corso dell’incontro, dopo l’indirizzo di omaggio al Santo Padre del Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio, il Papa rivolge ai presenti il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!

Con grande gioia vi incontro oggi e rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto. Vi ringrazio per la vostra presenza a questo tradizionale appuntamento, che si tiene nell’imminenza del Santo Natale. Ringrazio in particolare il Cardinale Angelo Sodano per le parole con cui si è fatto interprete dei sentimenti di tutti i presenti, prendendo spunto dal tema centrale dell’Enciclica Deus caritas est. In questa significativa circostanza desidero rinnovargli l’espressione della mia gratitudine per il servizio che in tanti anni ha reso al Papa e alla Santa Sede, segnatamente in qualità di Segretario di Stato, e chiedo al Signore di ricompensarlo per il bene che ha compiuto con la sua saggezza e il suo zelo per la missione della Chiesa. Al tempo stesso, mi piace rinnovare uno speciale augurio al Cardinale Tarcisio Bertone per il nuovo compito che gli ho affidato. Estendo volentieri questi miei sentimenti a quanti, nel corso di quest’anno, sono entrati al servizio della Curia Romana o del Governatorato, mentre con affetto e gratitudine ricordiamo coloro che il Signore ha chiamato a sé da questa vita.

L'anno che volge al termine rimane nella nostra memoria con la profonda impronta degli orrori della guerra svoltasi nei pressi della Terra Santa come anche in generale del pericolo di uno scontro tra culture e religioni – un pericolo che incombe tuttora minaccioso su questo nostro momento storico. Il problema delle vie verso la pace è così diventato una sfida di primaria importanza per tutti coloro che si preoccupano dell'uomo. Ciò vale in modo particolare per la Chiesa, per la quale la promessa che ne ha accompagnato gli inizi significa insieme una responsabilità e un compito: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra per gli uomini che egli ama" (Lc 2,14).

Questo saluto dell'angelo ai pastori nella notte della nascita di Gesù a Betlemme rivela una connessione inscindibile tra il rapporto degli uomini con Dio e il loro rapporto vicendevole. La pace sulla terra non può trovarsi senza la riconciliazione con Dio, senza l'armonia tra cielo e terra. Questa correlazione del tema "Dio" col tema "pace" è stato l'aspetto determinante dei quattro Viaggi Apostolici di quest'anno: ad essi vorrei riandare con la memoria in questo momento. C'è stata innanzitutto la Visita Pastorale in Polonia, il Paese natale del nostro amato Papa Giovanni Paolo II. Il viaggio nella sua Patria è stato per me un intimo dovere di gratitudine per tutto ciò che egli, durante il quarto di secolo del suo servizio, ha donato a me personalmente e soprattutto alla Chiesa e al mondo. Il suo dono più grande per tutti noi è stata la sua fede incrollabile e il radicalismo della sua dedizione. "Totus tuus" era il suo motto: in esso si rispecchiava tutto il suo essere. Sì, egli si è donato senza riserve a Dio, a Cristo, alla Madre di Cristo, alla Chiesa: al servizio del Redentore ed alla redenzione dell’uomo. Non ha serbato nulla, si è lasciato consumare fino in fondo dalla fiamma della fede. Ci ha mostrato così come, da uomini di questo nostro oggi, si possa credere in Dio, nel Dio vivente resosi vicino a noi in Cristo. Ci ha mostrato che è possibile una dedizione definitiva e radicale dell’intera vita e che, proprio nel donarsi, la vita diventa grande e vasta e feconda. In Polonia, ovunque sono andato, ho trovato la gioia della fede. "La gioia del Signore è la vostra forza" – questa parola che, in mezzo alla miseria del nuovo inizio, lo scriba Esdra gridò al popolo di Israele appena tornato dall'esilio (Ne 8,10), qui si poteva sperimentarla come realtà. Sono rimasto profondamente colpito dalla grande cordialità con cui sono stato accolto dappertutto. La gente ha visto in me il successore di Pietro a cui è affidato il ministero pastorale per tutta la Chiesa. Vedevano colui al quale, nonostante tutta la debolezza umana, allora come oggi è rivolta la parola del Signore risorto: "Pasci le mie pecorelle" (cfr Gv 21,15-19); vedevano il successore di colui al quale Gesù presso Cesarèa di Filippo disse: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa" (Mt 16,18). Pietro, da sé, non era una roccia, ma un uomo debole ed incostante. Il Signore, però, volle fare proprio di lui la pietra e dimostrare che, attraverso un uomo debole, Egli stesso sostiene saldamente la sua Chiesa e la mantiene nell’unità. Così la visita in Polonia è stata per me, nel senso più profondo, una festa della cattolicità. Cristo è la nostra pace che riunisce i separati: Egli, al di là di tutte le diversità delle epoche storiche e delle culture, è la riconciliazione. Mediante il ministero petrino sperimentiamo questa forza unificatrice della fede che, sempre di nuovo, partendo dai molti popoli edifica l’unico popolo di Dio. Con gioia abbiamo fatto realmente questa esperienza che, provenendo da molti popoli, noi formiamo l’unico popolo di Dio, la sua santa Chiesa. Per questo il ministero petrino può essere il segno visibile che garantisce questa unità e forma un’unità concreta. Per questa toccante esperienza di cattolicità vorrei ringraziare la Chiesa in Polonia ancora una volta in modo esplicito e di tutto cuore.

Nei miei spostamenti in Polonia non poteva mancare la visita ad Auschwitz-Birkenau nel luogo della barbarie più crudele – del tentativo di cancellare il popolo di Israele, di vanificare così anche l’elezione da parte di Dio, di bandire Dio stesso dalla storia. Fu per me motivo di grande conforto veder comparire nel cielo l’arcobaleno, mentre io, davanti all’orrore di quel luogo, nell'atteggiamento di Giobbe gridavo verso Dio, scosso dallo spavento della sua apparente assenza e, al contempo, sorretto dalla certezza che Egli anche nel suo silenzio non cessa di essere e di rimanere con noi. L’arcobaleno era come una risposta: Sì, Io ci sono, e le parole della promessa, dell’Alleanza, che ho pronunciato dopo il diluvio, sono valide anche oggi (cfr Gn 9,12-17).

Il viaggio in Spagna – a Valencia – è stato tutto all'insegna del tema del matrimonio e della famiglia. È stato bello ascoltare, davanti all’assemblea di persone di tutti i continenti, la testimonianza di coniugi che – benedetti da una schiera numerosa di figli – si sono presentati davanti a noi e hanno parlato dei rispettivi cammini nel sacramento del matrimonio e all'interno delle loro famiglie numerose. Non hanno nascosto il fatto di aver avuto anche giorni difficili, di aver dovuto attraversare tempi di crisi. Ma proprio nella fatica del sopportarsi a vicenda giorno per giorno, proprio nell'accettarsi sempre di nuovo nel crogiolo degli affanni quotidiani, vivendo e soffrendo fino in fondo il sì iniziale – proprio in questo cammino del "perdersi" evangelico erano maturati, avevano trovato se stessi ed erano diventati felici. Il sì che si erano dato reciprocamente, nella pazienza del cammino e nella forza del sacramento con cui Cristo li aveva legati insieme, era diventato un grande sì di fronte a se stessi, ai figli, al Dio Creatore e al Redentore Gesù Cristo. Così dalla testimonianza di queste famiglie ci giungeva un’onda di gioia, non di un’allegrezza superficiale e meschina che si dilegua presto, ma di una gioia maturata anche nella sofferenza, di una gioia che va nel profondo e redime veramente l’uomo. Davanti a queste famiglie con i loro figli, davanti a queste famiglie in cui le generazioni si stringono la mano e il futuro è presente, il problema dell’Europa, che apparentemente quasi non vuol più avere figli, mi è penetrato nell’anima. Per l’estraneo, quest’Europa sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia. Perché le cose stanno così? Questa è la grande domanda. Le risposte sono sicuramente molto complesse. Prima di cercare tali risposte è doveroso un ringraziamento ai tanti coniugi che anche oggi, nella nostra Europa, dicono sì al figlio e accettano le fatiche che questo comporta: i problemi sociali e finanziari, come anche le preoccupazioni e fatiche giorno dopo giorno; la dedizione necessaria per aprire ai figli la strada verso il futuro. Accennando a queste difficoltà si rendono forse anche chiare le ragioni perché a tanti il rischio di aver figli appare troppo grande. Il bambino ha bisogno di attenzione amorosa. Ciò significa: dobbiamo dargli qualcosa del nostro tempo, del tempo della nostra vita. Ma proprio questa essenziale "materia prima" della vita – il tempo – sembra scarseggiare sempre di più. Il tempo che abbiamo a disposizione basta appena per la propria vita; come potremmo cederlo, darlo a qualcun altro? Avere tempo e donare tempo – è questo per noi un modo molto concreto per imparare a donare se stessi, a perdersi per trovare se stessi. A questo problema si aggiunge il calcolo difficile: di quali norme siamo debitori al bambino perché segua la via giusta e in che modo dobbiamo, nel fare ciò, rispettare la sua libertà? Il problema è diventato così difficile anche perché non siamo più sicuri delle norme da trasmettere; perché non sappiamo più quale sia l’uso giusto della libertà, quale il modo giusto di vivere, che cosa sia moralmente doveroso e che cosa invece inammissibile. Lo spirito moderno ha perso l’orientamento, e questa mancanza di orientamento ci impedisce di essere per altri indicatori della retta via. Anzi, la problematica va ancora più nel profondo. L’uomo di oggi è insicuro circa il futuro. È ammissibile inviare qualcuno in questo futuro incerto? In definitiva, è una cosa buona essere uomo? Questa profonda insicurezza sull’uomo stesso – accanto alla volontà di avere la vita tutta per se stessi – è forse la ragione più profonda, per cui il rischio di avere figli appare a molti una cosa quasi non più sostenibile. Di fatto, possiamo trasmettere la vita in modo responsabile solo se siamo in grado di trasmettere qualcosa di più della semplice vita biologica e cioè un senso che regga anche nelle crisi della storia ventura e una certezza nella speranza che sia più forte delle nuvole che oscurano il futuro. Se non impariamo nuovamente i fondamenti della vita – se non scopriamo in modo nuovo la certezza della fede – ci sarà anche sempre meno possibile affidare agli altri il dono della vita e il compito di un futuro sconosciuto. Connesso con ciò è, infine, anche il problema delle decisioni definitive: può l’uomo legarsi per sempre? Può dire un sì per tutta la vita? Sì, lo può. Egli è stato creato per questo. Proprio così si realizza la libertà dell’uomo e così si crea anche l’ambito sacro del matrimonio che si allarga diventando famiglia e costruisce futuro.

A questo punto non posso tacere la mia preoccupazione per le leggi sulle coppie di fatto. Molte di queste coppie hanno scelto questa via, perché – almeno per il momento – non si sentono in grado di accettare la convivenza giuridicamente ordinata e vincolante del matrimonio. Così preferiscono rimanere nel semplice stato di fatto. Quando vengono create nuove forme giuridiche che relativizzano il matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene, per così dire, anche un sigillo giuridico. In tal caso il decidersi per chi già fa fatica diventa ancora più difficile. Si aggiunge poi, per l'altra forma di coppie, la relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa così uguale il mettersi insieme di un uomo e una donna o di due persone dello stesso sesso. Con ciò vengono tacitamente confermate quelle teorie funeste che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente biologico; teorie secondo cui l’uomo – cioè il suo intelletto e la sua volontà – deciderebbe autonomamente che cosa egli sia o non sia. C'è in questo un deprezzamento della corporeità, da cui consegue che l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla "sfera biologica" – finisce per distruggere se stesso. Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo? Non è piuttosto il loro - il nostro - dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio? Il viaggio a Valencia è diventato per me un viaggio alla ricerca di che cosa significhi l’essere uomo.

Proseguiamo mentalmente verso la Baviera – München, Altötting, Regensburg, Freising. Lì ho potuto vivere giornate indimenticabilmente belle dell’incontro con la fede e con i fedeli della mia patria. Il grande tema del mio viaggio in Germania era Dio. La Chiesa deve parlare di tante cose: di tutte le questioni connesse con l’essere uomo, della propria struttura e del proprio ordinamento. Ma il suo tema vero e – sotto certi aspetti – unico è "Dio". E il grande problema dell’Occidente è la dimenticanza di Dio: è un oblio che si diffonde. In definitiva, tutti i singoli problemi possono essere riportati a questa domanda, ne sono convinto. Perciò, in quel viaggio la mia intenzione principale era di mettere ben in luce il tema "Dio", memore del fatto che in alcune parti della Germania vive una maggioranza di non-battezzati, per i quali il cristianesimo e il Dio della fede sembrano cose che appartengono al passato. Parlando di Dio, tocchiamo anche precisamente l'argomento che, nella predicazione terrena di Gesù, costituiva il suo interesse centrale. Il tema di tale predicazione è il dominio di Dio, il "Regno di Dio". Con ciò non è espresso qualcosa che verrà una volta o l’altra in un futuro indeterminato. Neppure si intende con ciò quel mondo migliore che cerchiamo di creare passo passo con le nostre forze. Nel termine "Regno di Dio" la parola "Dio" è un genitivo soggettivo. Questo significa: Dio non è un’aggiunta al "Regno" che forse si potrebbe anche lasciar cadere. Dio è il soggetto. Regno di Dio vuol dire in realtà: Dio regna. Egli stesso è presente ed è determinante per gli uomini nel mondo. Egli è il soggetto, e dove manca questo soggetto non resta nulla del messaggio di Gesù. Perciò Gesù ci dice: il Regno di Dio non viene in modo che si possa, per così dire, mettersi sul lato della strada ed osservare il suo arrivo. "È in mezzo a voi!" (cfr Lc 17,20s). Esso si sviluppa dove viene realizzata la volontà di Dio. È presente dove vi sono persone che si aprono al suo arrivo e così lasciano che Dio entri nel mondo. Perciò Gesù è il Regno di Dio in persona: l’uomo nel quale Dio è in mezzo a noi e attraverso il quale noi possiamo toccare Dio, avvicinarci a Dio. Dove questo accade, il mondo si salva.

Con il tema di Dio erano e sono collegati due temi che hanno dato un’impronta alle giornate della visita in Baviera: il tema del sacerdozio e quello del dialogo. Paolo chiama Timoteo – e in lui il Vescovo e, in genere, il sacerdote – "uomo di Dio" (1 Tim 6,11). È questo il compito centrale del sacerdote: portare Dio agli uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da Dio. Ciò è espresso meravigliosamente in un versetto di un Salmo sacerdotale che noi – la vecchia generazione – abbiamo pronunciato durante l’ammissione allo stato chiericale: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita" (Sal 16 [15],5). L’orante-sacerdote di questo Salmo interpreta la sua esistenza a partire dalla forma della distribuzione del territorio fissata nel Deuteronomio (cfr 10,9). Dopo la presa di possesso della Terra ogni tribù ottiene per mezzo del sorteggio la sua porzione della Terra santa e con ciò prende parte al dono promesso al capostipite Abramo. Solo la tribù di Levi non riceve alcun terreno: la sua terra è Dio stesso. Questa affermazione aveva certamente un significato del tutto pratico. I sacerdoti non vivevano, come le altre tribù, della coltivazione della terra, ma delle offerte. Tuttavia, l’affermazione va più in profondità. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. La Chiesa, in questa interpretazione anticotestamentaria dell’esistenza sacerdotale – un’interpretazione che emerge ripetutamente anche nel Salmo 118 [119] – ha visto con ragione la spiegazione di ciò che significa la missione sacerdotale nella sequela degli Apostoli, nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve dire anche oggi con il levita: "Dominus pars hereditatis meae et calicis mei". Dio stesso è la mia parte di terra, il fondamento esterno ed interno della mia esistenza. Questa teocentricità dell’esistenza sacerdotale è necessaria proprio nel nostro mondo totalmente funzionalistico, nel quale tutto è fondato su prestazioni calcolabili e verificabili. Il sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uomini: è questo il servizio prioritario di cui l'umanità di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio, si svuota passo passo anche lo zelo dell’agire. Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il fondamento della vita, la "terra", sulla quale tutto questo può stare e prosperare.

Il celibato, che vige per i Vescovi in tutta la Chiesa orientale ed occidentale e, secondo una tradizione che risale a un’epoca vicina a quella degli Apostoli, per i sacerdoti in genere nella Chiesa latina, può essere compreso e vissuto, in definitiva, solo in base a questa impostazione di fondo. Le ragioni solamente pragmatiche, il riferimento alla maggiore disponibilità, non bastano: una tale maggiore disponibilità di tempo potrebbe facilmente diventare anche una forma di egoismo, che si risparmia i sacrifici e le fatiche richieste dall’accettarsi e dal sopportarsi a vicenda nel matrimonio; potrebbe così portare ad un impoverimento spirituale o ad una durezza di cuore. Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: Dominus pars – Tu sei la mia terra. Può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con Lui a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini. Il nostro mondo diventato totalmente positivistico, in cui Dio entra in gioco tutt’al più come ipotesi, ma non come realtà concreta, ha bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testimonianza per Dio che sta nella decisione di accogliere Dio come terra su cui si fonda la propria esistenza. Per questo il celibato è così importante proprio oggi, nel nostro mondo attuale, anche se il suo adempimento in questa nostra epoca è continuamente minacciato e messo in questione. Occorre una preparazione accurata durante il cammino verso questo obiettivo; un accompagnamento persistente da parte del Vescovo, di amici sacerdoti e di laici, che sostengano insieme questa testimonianza sacerdotale. Occorre la preghiera che invoca senza tregua Dio come il Dio vivente e si appoggia a Lui nelle ore di confusione come nelle ore della gioia. In questo modo, contrariamente al "trend" culturale che cerca di convincerci che non siamo capaci di prendere tali decisioni, questa testimonianza può essere vissuta e così, nel nostro mondo, può rimettere in gioco Dio come realtà.

L’altro grande tema collegato col tema di Dio è quello del dialogo. Il cerchio interno del complesso dialogo che oggi occorre, l’impegno comune di tutti i cristiani per l’unità, si è reso evidente nei Vespri ecumenici nel duomo di Regensburg, dove oltre ai fratelli e alle sorelle della Chiesa cattolica, ho potuto incontrare molti amici dell’Ortodossia e del Cristianesimo Evangelico. Nella recita dei Salmi e nell’ascolto della Parola di Dio eravamo lì tutti riuniti, e non è una cosa da poco che questa unità ci sia stata donata. L'incontro con l'Università era dedicato – come si addice a quel luogo – al dialogo tra fede e ragione. In occasione del mio incontro col filosofo Jürgen Habermas, qualche anno fa a Monaco, questi aveva detto che ci occorrerebbero pensatori capaci di tradurre le convinzioni cifrate della fede cristiana nel linguaggio del mondo secolarizzato per renderle così efficaci in modo nuovo. Di fatto diventa sempre più evidente, quanto urgentemente il mondo abbia bisogno del dialogo tra fede e ragione. Immanuel Kant, a suo tempo, aveva visto espressa l'essenza dell'illuminismo nel detto "sapere aude": nel coraggio del pensiero che non si lascia mettere in imbarazzo da alcun pregiudizio. Ebbene, la capacità cognitiva dell'uomo, il suo dominio sulla materia mediante la forza del pensiero, ha fatto nel frattempo progressi allora inimmaginabili. Ma il potere dell'uomo, che gli è cresciuto nelle mani grazie alla scienza, diventa sempre più un pericolo che minaccia l'uomo stesso e il mondo. La ragione orientata totalmente ad impadronirsi del mondo non accetta più limiti. Essa è sul punto di trattare ormai l'uomo stesso come semplice materia del suo produrre e del suo potere. La nostra conoscenza aumenta, ma al contempo si registra un progressivo accecamento della ragione circa i propri fondamenti; circa i criteri che le danno orientamento e senso. La fede in quel Dio che è in persona la Ragione creatrice dell'universo deve essere accolta dalla scienza in modo nuovo come sfida e chance. Reciprocamente, questa fede deve riconoscere nuovamente la sua intrinseca vastità e la sua propria ragionevolezza. La ragione ha bisogno del Logos che sta all'inizio ed è la nostra luce; la fede, per parte sua, ha bisogno del colloquio con la ragione moderna, per rendersi conto della propria grandezza e corrispondere alle proprie responsabilità. È questo che ho cercato di evidenziare nella mia lezione a Regensburg. È una questione che non è affatto di natura soltanto accademica; in essa si tratta del futuro di noi tutti.

A Regensburg il dialogo tra le religioni venne toccato solo marginalmente e sotto un duplice punto di vista. La ragione secolarizzata non è in grado di entrare in un vero dialogo con le religioni. Se resta chiusa di fronte alla questione su Dio, questo finirà per condurre allo scontro delle culture. L'altro punto di vista riguardava l'affermazione che le religioni devono incontrarsi nel compito comune di porsi al servizio della verità e quindi dell'uomo. La visita in Turchia mi ha offerto l'occasione di illustrare anche pubblicamente il mio rispetto per la Religione islamica, un rispetto, del resto, che il Concilio Vaticano II (cfr Dich. Nostra Aetate, 3) ci ha indicato come atteggiamento doveroso. Vorrei in questo momento esprimere ancora una volta la mia gratitudine verso le Autorità della Turchia e verso il popolo turco, che mi ha accolto con un'ospitalità così grande e mi ha offerto giorni indimenticabili di incontro. In un dialogo da intensificare con l'Islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell'illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. Si tratta dell'atteggiamento che la comunità dei fedeli deve assumere di fronte alle convinzioni e alle esigenze affermatesi nell'illuminismo. Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri di misura. D'altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c'è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte. Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s'impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà. In questo senso, i due dialoghi di cui ho parlato si compenetrano a vicenda.

Ad Istanbul, infine, ho potuto vivere ancora una volta ore felici di vicinanza ecumenica nell'incontro con il Patriarca ecumenico Bartholomaios I. Giorni fa egli mi ha scritto una lettera le cui parole di gratitudine provenienti dal profondo del cuore mi hanno reso di nuovo molto presente l'esperienza di comunione di quei giorni. Abbiamo sperimentato di essere fratelli non soltanto sulla base di parole e di eventi storici, ma dal profondo dell'animo; di essere uniti dalla fede comune degli Apostoli fin dentro il nostro pensiero e sentimento personale. Abbiamo fatto l'esperienza di un'unità profonda nella fede e pregheremo il Signore ancora più insistentemente affinché ci doni presto anche la piena unità nella comune frazione del Pane. La mia profonda gratitudine e la mia preghiera fraterna si rivolgono in quest'ora al Patriarcha Bartholomaios e ai suoi fedeli come anche alle diverse comunità cristiane che ho potuto incontrare ad Istanbul. Speriamo e preghiamo che la libertà religiosa, che corrisponde alla natura intima della fede ed è riconosciuta nei principi della costituzione turca, trovi nelle forme giuridiche adatte come nella vita quotidiana del Patriarcato e delle altre comunità cristiane una sempre più crescente realizzazione pratica.

"Et erit iste pax" – tale sarà la pace, dice il profeta Michea (5,4) circa il futuro dominatore di Israele, di cui annuncia la nascita a Betlemme. Ai pastori che pascolavano le loro pecore sui campi intorno a Betlemme gli angeli dissero: l'Atteso è arrivato. "Pace in terra agli uomini" (Lc 2,14). Egli stesso ha detto ai suoi discepoli: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace" (Gv 14,27). Da queste parole si è sviluppato il saluto liturgico: "La pace sia con voi". Questa pace che viene comunicata nella liturgia è Cristo stesso. Egli si dona a noi come la pace, come la riconciliazione oltre ogni frontiera. Dove Egli viene accolto crescono isole di pace. Noi uomini avremmo desiderato che Cristo bandisse una volta per sempre tutte le guerre, distruggesse le armi e stabilisse la pace universale. Ma dobbiamo imparare che la pace non può essere raggiunta unicamente dall'esterno con delle strutture e che il tentativo di stabilirla con la violenza porta solo a violenza sempre nuova. Dobbiamo imparare che la pace – come diceva l'angelo di Betlemme – è connessa con l'eudokia, con l'aprirsi dei nostri cuori a Dio. Dobbiamo imparare che la pace può esistere solo se l'odio e l'egoismo vengono superati dall'interno. L'uomo deve essere rinnovato a partire dal suo interno, deve diventare nuovo, diverso. Così la pace in questo mondo rimane sempre debole e fragile. Noi ne soffriamo. Proprio per questo siamo tanto più chiamati a lasciarci penetrare interiormente dalla pace di Dio, e a portare la sua forza nel mondo. Nella nostra vita deve realizzarsi ciò che nel Battesimo è avvenuto in noi sacramentalmente: il morire dell'uomo vecchio e così il risorgere di quello nuovo. E sempre di nuovo pregheremo il Signore con ogni insistenza: Scuoti tu i cuori! Rendici uomini nuovi! Aiuta affinché la ragione della pace vinca l'irragionevolezza della violenza! Rendici portatori della tua pace!

Ci ottenga questa grazia la Vergine Maria, alla quale affido voi e il vostro lavoro. A ciascuno di voi qui presenti e alle persone care rinnovo i miei più fervidi voti augurali, mentre con affetto vi imparto la Benedizione Apostolica, estendendola ai collaboratori dei vari Dicasteri e Uffici della Curia Romana e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Buon Natale e tanti auguri anche per il Nuovo Anno.
Ratzigirl
Friday, December 22, 2006 3:12 PM
Benedetto XVI riceve una delegazione dei ragazzi dell’Azione Cattolica

* * *


Cari ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica Italiana!

Anche quest’anno avete voluto far visita al Papa, nell’immediata vicinanza del santo Natale. Vi accolgo con affetto e vi ringrazio di cuore per la vostra presenza, portatrice come sempre di gioia e di entusiasmo. In voi saluto tutti i ragazzi dell’A.C.R. (Azione Cattolica Ragazzi), sparsi nelle diocesi italiane e che voi qui rappresentate. Saluto di cuore il vostro Assistente Generale, Mons. Francesco Lambiasi, ed il Presidente, il prof. Luigi Alici, insieme a tutti i vostri educatori.

Mi avete detto che il vostro cammino formativo, quest’anno, percorre la via della bellezza nella ricerca della verità. Per questo avete scelto uno slogan semplice ed efficace: "Bello, vero!". Il Natale è il grande mistero della Verità e della Bellezza di Dio che viene in mezzo a noi per la salvezza di tutti. La nascita di Gesù non è una fiaba: è una storia realmente accaduta, avvenuta a Betlemme duemila anni fa. La fede ci fa riconoscere in quel piccolo Bambino, nato da Maria Vergine, il vero Figlio di Dio, che per amore nostro si è fatto uomo. "Re del cielo, viene in una grotta al freddo e al gelo", così dice l’inno natalizio "Tu scendi dalle stelle", conosciuto in tutto il mondo.

Nel volto del piccolo Gesù contempliamo il volto di Dio che non si rivela nella forza o nella potenza, ma nella debolezza e nella fragile costituzione di un bambino. Questo "Bambino divino", avvolto in fasce e posto nella mangiatoia con materna attenzione dalla Madre, Maria, rivela tutta la bontà e l’infinita bellezza di Dio. Mostra la fedeltà e la tenerezza dell’amore sconfinato con cui Dio circonda ciascuno di noi. Per questo facciamo festa a Natale, rivivendo la stessa esperienza dei pastori di Betlemme. Insieme a tanti papà e mamme che si affaticano ogni giorno affrontando continui sacrifici, assieme ai piccoli, ai malati, ai poveri facciamo festa, perché con la nascita di Gesù il Padre celeste ha risposto al desiderio di verità, di perdono e di pace del nostro cuore. E ha risposto con un amore così grande da sorprenderci: nessuno avrebbe mai potuto immaginarlo, se Gesù non ce lo avesse rivelato!

Lo stupore che proviamo davanti all’incanto del Natale si riflette in qualche misura nella meraviglia di ogni nascita e ci invita a riconoscere il Bambino Gesù in tutti i bambini, che sono la gioia della Chiesa e la speranza del mondo. Il Neonato che viene al mondo a Betlemme è lo stesso Gesù che camminava per le strade della Galilea e che ha donato la vita per noi sulla Croce; è lo stesso Gesù che è risuscitato e, dopo la sua ascesa al Cielo, continua a guidare la sua Chiesa con la forza del suo Spirito. Questa è la verità bella e grande della nostra fede cristiana!

Cari ragazzi dell’A.C.R.! Il Papa vi vuole bene, ha fiducia in voi e vi affida oggi il compito di essere amici e testimoni di Gesù, venuto a Betlemme tra noi. Non è forse bello farlo conoscere sempre di più tra i vostri amici, nelle città, nelle parrocchie e nelle vostre famiglie? La Chiesa ha bisogno di voi, per essere vicina a tutti i bambini e ragazzi che vivono in Italia. Testimoniate che Gesù non toglie nulla alla vostra gioia, ma vi rende più umani, più veri, più belli. Grazie ancora per la vostra visita. Vi benedico con affetto, insieme con i vostri cari, con gli educatori, gli assistenti e con tutti gli amici dell’A.C.R. Buon Natale!
studiosus
Friday, December 22, 2006 6:56 PM
NOMINA DI CERIMONIERE PONTIFICIO

Il Rev.do Mons. Guillermo Javier Karcher, Officiale della Sezione per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, è stato nominato Cerimoniere Pontificio.

Ratzigirl
Monday, December 25, 2006 3:47 AM
Angelus 24 Dicembre 2006
PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

la celebrazione del Santo Natale è ormai imminente. L’odierna vigilia ci prepara a vivere intensamente il mistero che questa Notte la liturgia ci inviterà a contemplare con gli occhi della fede. Nel divino Neonato, che deporremo nel presepe, si rende manifesta la nostra salvezza. Nel Dio che si fa uomo per noi, ci sentiamo tutti amati ed accolti, scopriamo di essere preziosi e unici agli occhi del Creatore. Il Natale di Cristo ci aiuta a prendere coscienza di quanto valga la vita umana, la vita di ogni essere umano, dal suo primo istante al suo naturale tramonto. A chi apre il cuore a questo "bambino avvolto in fasce" e giacente "in una mangiatoia" (cfr Lc 2,12), egli offre la possibilità di guardare con occhi nuovi le realtà di ogni giorno. Potrà assaporare la potenza del fascino interiore dell’amore di Dio, che riesce a trasformare in gioia anche il dolore.

Prepariamoci, cari amici, ad incontrare Gesù, l’Emmanuele, Dio con noi. Nascendo nella povertà di Betlemme, Egli vuole farsi compagno di viaggio di ciascuno. In questo mondo, da quando Lui stesso ha voluto porvi la sua "tenda", nessuno è straniero. È vero, siamo tutti di passaggio, ma è proprio Gesù a farci sentire a casa in questa terra santificata dalla sua presenza. Egli ci chiede però di renderla casa accogliente per tutti. Il dono sorprendente del Natale è proprio questo: Gesù è venuto per ciascuno di noi e in lui ci ha resi fratelli. L’impegno corrispondente è quello di superare sempre più i preconcetti e i pregiudizi, abbattere le barriere ed eliminare i contrasti che dividono, o peggio, contrappongono gli individui e i popoli, per costruire insieme un mondo di giustizia e di pace.

Con questi sentimenti, cari fratelli e sorelle, viviamo le ultime ore che ci separano dal Natale, preparandoci spiritualmente ad accogliere il Bambino Gesù. Nel cuore della notte Egli verrà per noi. È suo desiderio però anche venire in noi, ad abitare cioè nel cuore di ognuno di noi. Perché ciò avvenga, è indispensabile che siamo disponibili e ci apprestiamo a riceverlo, pronti a fargli spazio dentro di noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre città. Che la sua nascita non ci colga impegnati a festeggiare il Natale, dimenticando che il protagonista della festa è proprio Lui! Ci aiuti Maria a mantenere il raccoglimento interiore indispensabile per gustare la gioia profonda che apporta la nascita del Redentore. A Lei ci rivolgiamo ora con la nostra preghiera, pensando particolarmente a quanti si apprestano a trascorrere il Natale nella tristezza e nella solitudine, nella malattia e nella sofferenza: a tutti la Vergine arrechi conforto e consolazione.



DOPO L’ANGELUS


Je salue cordialement les pèlerins francophones présents ce matin pour la prière de l’Angelus. En ces heures qui nous séparent de la naissance de Jésus, puissiez-vous préparer vos cœurs à accueillir dans la joie le Christ Sauveur, qui s’est fait pauvre, petit enfant, pour nous enrichir par sa pauvreté. Avec ma Bénédiction apostolique.

I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus. Today is the Fourth Sunday of Advent and also, this year, Christmas Eve. The Liturgy of today’s celebration invites all believers to welcome joyfully the promised Messiah who comes to us through the Virgin Mary. I wish you all a pleasant stay in Rome, and a blessed Christmas filled with the peace of Christ our Lord and Saviour!

An diesem vierten Adventssonntag richte ich einen herzlichen Gruß an alle deutschsprachigen Pilger. Voll freudiger Erwartung blicken wir auf die schon nahe Feier von Weihnachten. Mit Maria wollen wir uns auf die Geburt unseres Erlösers Jesus Christus vorbereiten. Öffnen wir unser Herz für sein Kommen, damit er uns und der ganzen Welt sein Licht und seinen Frieden bringe. Euch und euren Familien wünsche ich einen gesegneten Heiligen Abend!

Saludo cordialmente a los fieles de lengua española aquí presentes y a cuantos participan en el rezo del Ángelus a través de la radio y la televisión.¡Alegrémonos por esta fiesta de Navidad que estamos a punto de celebrar! ¡Mañana contemplaréis la gloria del Señor! ¡Feliz domingo!

Pozdrawiam wszystkich Polaków. Juz za kilka godzin bedziemy sie radowac z narodzenia Pana. Zycze dobrych, spokojnych i pelnych radosci swiat. Niech Bozy Syn, który przyszedl na ziemie, obficie wszystkim blogoslawi.

[Saluto tutti i polacchi. Tra poche ore ci rallegreremo della nascita del Signore. Auguro buone, tranquille e gioiose feste. Il Figlio di Dio, che è sceso sulla terra, benedica tutti abbondantemente.]

Rivolgo un cordiale saluto al personale de L’Osservatore Romano presente in Piazza San Pietro ed esprimo apprezzamento per l’iniziativa di destinare parte del ricavato della vendita straordinaria del giornale nelle festività natalizie a favore dei bambini ricoverati nei reparti pediatrici del Policlinico "Gemelli".
Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana ed auguro a tutti un Natale ricco di serenità e di doni spirituali.
Ratzigirl
Monday, December 25, 2006 3:49 AM
...in attesa del testo integrale...

''Il segno di Dio è il bambino''. Il Natale di Benedetto XVI


Nella messa di Natale, il papa ha spiegato il senso profondo del Natale, una festa che rimanda al mistero della Salvezza, ma anche alla logica di un Dio che decide di regnare facendosi piccolo.


“Il segno di Dio è il bambino”. Con queste parole, Benedetto XVI ha spiegato il senso profondo del Natale, una festa che rimanda al mistero della Salvezza, ma anche alla logica di un Dio che decide di regnare facendosi piccolo. Le parole del papa sono risuonate nella notte santa, in una Messa suggestiva, alla presenza degli ambasciatori del corpo diplomatico presso la Santa Sede e di migliaia di fedeli (fuori e dentro la Basilica), a cui si sono aggiunti idealmente i cattolici di tutto il mondo, grazie al collegamento video di 77 emittenti televisive di 44 Paesi.


Quella della notte di Natale è una celebrazione antichissima che risale agli albori della Chiesa di Roma, quando i cristiani celebravano il mistero del Natale nel cuore della notte, ricordando il silenzio in cui Cristo discese tra gli uomini e la luce brillò davanti ai pastori. E la dimensione di Dio che si fa uomo è stata sottolineata nelle parole e nei gesti, a cominciare dall’antico testo della “Kalenda”, con cui la Chiesa annuncia al mondo la nascita del Signore, e dall’omaggio a Gesù Bambino da parte di 12 bambini di tutto il mondo, vestiti con gli abiti tradizionali dei loro paesi.

Lo spunto ideale per un’omelia che ha avuto proprio l’infanzia come filo conduttore. “Il segno di Dio – ha spiegato il papa - è il bambino nel suo bisogno di aiuto e nella sua povertà”. “Egli si fa piccolo per noi”, perché vuole toglierci la “paura della sua grandezza”. “Egli chiede il nostro amore – ha ribadito Benedetto XVI - Nient'altro vuole da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo spontaneamente ad entrare nei suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà”.



L’immagine è quella di un Dio che si è fatto piccolo “affinché noi potessimo comprenderLo, accoglierLo, amarLo”. In sostanza, "Dio ha reso breve la sua Parola, l'ha abbreviata", insegnando al tempo stesso “ad amare i piccoli”. Ecco così, il ricordo del papa di tutti i bambini sofferenti ed abusati nel mondo, i nati come i non nati: quelli che soffrono la fame, che subiscono violenza e che non sperimentano nessun amore. Da qui, la preghiera “affinché il fulgore dell’amore di Dio accarezzi tutti questi bambini” e ognuno sia in grado di fare la propria parte. Il papa ha riflettuto poi sulla scelta di Dio di "farsi prossimo" dell’uomo, donando se stesso. E per questo che ''Natale è diventato la festa dei doni“, sottolinea il papa, con l'invito a non dimenticare "il vero dono", a "donarci a vicenda qualcosa di noi stessi", "donarci a vicenda il nostro tempo''.

La celebrazione è proseguita poi secondo lo schema tradizionale, dando voce alle intenzioni dei fedeli: Filippino, Arabo, Francese, Polacco e Portoghese per pregare per le famiglie, per i poveri e la Chiesa, ma anche perché Dio doni a “tutti coloro, che si riconoscono nella fede di Abramo, lo spirito del dialogo, della mutua comprensione e collaborazione, per creare opere di pacifica convivenza in mezzo ai popoli”. Al termine, un momento significativo con la processione al Presepio che si trova in Basilica, nella Cappella della Presentazione di Maria. Le statue sono opera dello scultore tedesco Heinrich Zuenterer, di Oberammergau, realizzate e donate a Giovanni Paolo II negli anni 1985 e 1986.
TERESA BENEDETTA
Monday, December 25, 2006 3:58 PM
OMELIA DALLA MESSA DI NATALE
SANTA MESSA DELLA NOTTE NELLA SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE


A mezzanotte, il Santo Padre Benedetto XVI presiede, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa della Notte per la Solennità del Natale del Signore 2006.

L’annuncio della nascita storica di Cristo Salvatore è dato con le parole dell’antico testo della Kalenda.

Quindi, il Santo Padre intona il Gloria in excelsis Deo quale inno di glorificazione a Dio per la nascita del Redentore.

Durante il canto dell’inno, alcuni bambini provenienti dai diversi Continenti presentano un omaggio floreale all’immagine di Gesù Bambino.

Nel corso della celebrazione eucaristica, dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa tiene la seguente omelia:



OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Abbiamo appena ascoltato nel Vangelo la parola che gli Angeli, nella Notte santa, hanno detto ai pastori e che ora la Chiesa grida a noi: "Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia (Lc 2,11s). Niente di meraviglioso, niente di straordinario, niente di magnifico viene dato come segno ai pastori. Vedranno soltanto un bambino avvolto in fasce che, come tutti i bambini, ha bisogno delle cure materne; un bambino che è nato in una stalla e perciò giace non in una culla, ma in una mangiatoia. Il segno di Dio è il bambino nel suo bisogno di aiuto e nella sua povertà. Soltanto col cuore i pastori potranno vedere che in questo bambino è diventata realtà la promessa del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: "Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità" (Is 9,5). Anche a noi non è stato dato un segno diverso. L'angelo di Dio, mediante il messaggio del Vangelo, invita anche noi ad incamminarci col cuore per vedere il bambino che giace nella mangiatoia.

Il segno di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne. Egli viene come bambino – inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient'altro vuole da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo spontaneamente ad entrare nei suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà – impariamo a vivere con Lui e a praticare con Lui anche l'umiltà della rinuncia che fa parte dell'essenza dell'amore. Dio si è fatto piccolo affinché noi potessimo comprenderLo, accoglierLo, amarLo. I Padri della Chiesa, nella loro traduzione greca dell'Antico Testamento, trovavano una parola del profeta Isaia che anche Paolo cita per mostrare come le vie nuove di Dio fossero già preannunciate nell'Antico Testamento. Lì si leggeva: "Dio ha reso breve la sua Parola, l'ha abbreviata" (Is 10,23; Rom 9,28). I Padri lo interpretavano in un duplice senso. Il Figlio stesso è la Parola, il Logos; la Parola eterna si è fatta piccola – così piccola da entrare in una mangiatoia. Si è fatta bambino, affinché la Parola diventi per noi afferrabile. Così Dio ci insegna ad amare i piccoli. Ci insegna così ad amare i deboli. Ci insegna in questo modo il rispetto di fronte ai bambini. Il bambino di Betlemme dirige il nostro sguardo verso tutti i bambini sofferenti ed abusati nel mondo, i nati come i non nati. Verso i bambini che, come soldati, vengono introdotti in un mondo di violenza; verso i bambini che devono mendicare; verso i bambini che soffrono la miseria e la fame; verso i bambini che non sperimentano nessun amore. In tutti loro è il bambino di Betlemme che ci chiama in causa; ci chiama in causa il Dio che si è fatto piccolo. Preghiamo in questa notte, affinché il fulgore dell’amore di Dio accarezzi tutti questi bambini, e chiediamo a Dio di aiutarci a fare la nostra parte perché sia rispettata la dignità dei bambini; che per tutti sorga la luce dell’amore, di cui l’uomo ha più bisogno che non delle cose materiali necessarie per vivere.

Con ciò siamo arrivati al secondo significato che i Padri hanno trovato nella frase: "Dio ha abbreviato la sua Parola". La Parola che Dio ci comunica nei libri della Sacra Scrittura era, nel corso dei tempi, diventata lunga. Lunga e complicata non solo per la gente semplice ed analfabeta, ma addirittura ancora di più per i conoscitori della Sacra Scrittura, per i dotti che, chiaramente, s’impigliavano nei particolari e nei rispettivi problemi, non riuscendo quasi più a trovare una visione d'insieme. Gesù ha "reso breve" la Parola – ci ha fatto rivedere la sua più profonda semplicità e unità. Tutto ciò che ci insegnano la Legge e i profeti è riassunto – dice – nella parola: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,37-40). Questo è tutto – l’intera fede si risolve in quest’unico atto d’amore che abbraccia Dio e gli uomini. Ma subito riemergono delle domande: Come possiamo amare Dio con tutta la nostra mente, se stentiamo a trovarlo con la nostra capacità mentale? Come amarLo con tutto il nostro cuore e la nostra anima, se questo cuore arriva ad intravederLo solo da lontano e percepisce tante cose contraddittorie nel mondo che velano il suo volto davanti a noi? A questo punto i due modi in cui Dio ha "fatto breve" la sua Parola s’incontrano. Egli non è più lontano. Non è più sconosciuto. Non è più irraggiungibile per il nostro cuore. Si è fatto bambino per noi e ha dileguato con ciò ogni ambiguità. Si è fatto nostro prossimo, ristabilendo in tal modo anche l’immagine dell’uomo che, spesso, ci appare così poco amabile. Dio, per noi, si è fatto dono. Ha donato se stesso. Si prende tempo per noi. Egli, l’Eterno che è al di sopra del tempo, ha assunto il tempo, ha tratto in alto il nostro tempo presso di sé. Natale è diventato la festa dei doni per imitare Dio che ha donato se stesso a noi. Lasciamo che il nostro cuore, la nostra anima e la nostra mente siano toccati da questo fatto! Tra i tanti doni che compriamo e riceviamo non dimentichiamo il vero dono: di donarci a vicenda qualcosa di noi stessi! Di donarci a vicenda il nostro tempo. Di aprire il nostro tempo per Dio. Così si scioglie l'agitazione. Così nasce la gioia, così si crea la festa. E ricordiamo nei banchetti festivi di questi giorni la parola del Signore: "Quando offri un banchetto, non invitare quanti ti inviteranno a loro volta, ma invita quanti non sono invitati da nessuno e non sono in grado di invitare te" (cfr Lc 14,12-14). E questo significa, appunto, anche: Quando tu per Natale fai dei regali, non regalare qualcosa solo a quelli che, a loro volta, ti fanno regali, ma dona a coloro che non ricevono da nessuno e che non possono darti niente in cambio. Così ha agito Dio stesso: Egli ci invita al suo banchetto di nozze che non possiamo ricambiare, che possiamo solo con gioia ricevere. Imitiamolo! Amiamo Dio e, a partire da Lui, anche l’uomo, per riscoprire poi, a partire dagli uomini, Dio in modo nuovo!

Così si schiude infine ancora un terzo significato dell'affermazione sulla Parola diventata "breve" e "piccola". Ai pastori era stato detto che avrebbero trovato il bambino in una mangiatoia per gli animali, che erano i veri abitanti della stalla. Leggendo Isaia (1,3), i Padri hanno dedotto che presso la mangiatoia di Betlemme c’erano un bue e un asino. Al contempo hanno interpretato il testo nel senso che in ciò vi sarebbe un simbolo dei giudei e dei pagani – quindi dell’umanità intera – i quali abbisognano, gli uni e gli altri a modo loro, di un salvatore: di quel Dio che si è fatto bambino. L’uomo, per vivere, ha bisogno del pane, del frutto della terra e del suo lavoro. Ma non vive di solo pane. Ha bisogno di nutrimento per la sua anima: ha bisogno di un senso che riempia la sua vita. Così, per i Padri, la mangiatoia degli animali è diventata il simbolo dell’altare, sul quale giace il Pane che è Cristo stesso: il vero cibo per i nostri cuori. E vediamo ancora una volta, come Egli si sia fatto piccolo: nell’umile apparenza dell’ostia, di un pezzettino di pane, Egli ci dona se stesso.

Di tutto ciò parla il segno che fu dato ai pastori e che vien dato a noi: il bambino che ci è stato donato; il bambino in cui Dio si è fatto piccolo per noi. Preghiamo il Signore di donarci la grazia di guardare in questa notte il presepe con la semplicità dei pastori per ricevere così la gioia con la quale essi tornarono a casa (cfr Lc 2,20). Preghiamolo di darci l’umiltà e la fede con cui san Giuseppe guardò il bambino che Maria aveva concepito dallo Spirito Santo. Preghiamo che ci doni di guardarlo con quell’amore, con cui Maria l’ha osservato. E preghiamo che così la luce, che i pastori videro, illumini anche noi e che si compia in tutto il mondo ciò che gli angeli cantarono in quella notte: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama". Amen!

TERESA BENEDETTA
Monday, December 25, 2006 4:01 PM
MESSAGGIO NATALIZIO E BENEDIZIONE URBI ET ORBI
MESSAGGIO NATALIZIO DEL SANTO PADRE
E BENEDIZIONE URBI ET ORBI

Alle ore 12 di oggi, Solennità del Natale del Signore, dalla Loggia della Benedizione, il Santo Padre Benedetto XVI rivolge il tradizionale Messaggio natalizio ai fedeli presenti in Piazza San Pietro e a quanti lo ascoltano attraverso la radio e la televisione.

Questo il testo del Messaggio del Santo Padre per il Natale 2006:



"Salvator noster natus est in mundo" (Missale Romanum).

"È nato nel mondo il nostro Salvatore"! Questa notte, ancora una volta, abbiamo riascoltato nelle nostre Chiese quest’annuncio che, nonostante il trascorrere dei secoli, conserva inalterata la sua freschezza. È annuncio celeste che invita a non temere perché è sbocciata "una gioia grande che sarà di tutto il popolo" (Lc 2,10). È annuncio di speranza perché rende noto che, in quella notte di oltre duemila anni fa, "è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore" (Lc 2,11). Allora ai pastori accampati sulla collina di Betlemme; oggi a noi, abitanti tutti di questo nostro mondo, l’Angelo del Natale ripete: "È nato il Salvatore; è nato per voi! Venite, venite ad adorarlo!".

Ma ha ancora valore e significato un "Salvatore" per l’uomo del terzo millennio? È ancora necessario un "Salvatore" per l’uomo che ha raggiunto la Luna e Marte e si dispone a conquistare l’universo; per l’uomo che esplora senza limiti i segreti della natura e riesce a decifrare persino i codici meravigliosi del genoma umano? Ha bisogno di un Salvatore l’uomo che ha inventato la comunicazione interattiva, che naviga nell’oceano virtuale di internet e, grazie alle più moderne ed avanzate tecnologie massmediali, ha ormai reso la Terra, questa grande casa comune, un piccolo villaggio globale? Si presenta come sicuro ed autosufficiente artefice del proprio destino, fabbricatore entusiasta di indiscussi successi quest’uomo del secolo ventunesimo.

Sembra, ma così non è. Si muore ancora di fame e di sete, di malattia e di povertà in questo tempo di abbondanza e di consumismo sfrenato. C’è ancora chi è schiavo, sfruttato e offeso nella sua dignità; chi è vittima dell’odio razziale e religioso, ed è impedito da intolleranze e discriminazioni, da ingerenze politiche e coercizioni fisiche o morali, nella libera professione della propria fede. C’è chi vede il proprio corpo e quello dei propri cari, specialmente bambini, martoriato dall’uso delle armi, dal terrorismo e da ogni genere di violenza in un’epoca in cui tutti invocano e proclamano il progresso, la solidarietà e la pace per tutti. E che dire di chi, privo di speranza, è costretto a lasciare la propria casa e la propria patria per cercare altrove condizioni di vita degne dell’uomo? Che fare per aiutare chi è ingannato da facili profeti di felicità, chi è fragile nelle relazioni e incapace di assumere stabili responsabilità per il proprio presente e per il proprio futuro, si trova a camminare nel tunnel della solitudine e finisce spesso schiavo dell’alcool o della droga? Che pensare di chi sceglie la morte credendo di inneggiare alla vita?

Come non sentire che proprio dal fondo di questa umanità gaudente e disperata si leva un’invocazione straziante di aiuto? È Natale: oggi entra nel mondo "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (Gv 1,9). "Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (ibid., 1,14), proclama l’evangelista Giovanni. Oggi, proprio oggi, Cristo viene nuovamente "fra la sua gente" e a chi l’accoglie dà "il potere di diventare figlio di Dio"; offre cioè l’opportunità di vedere la gloria divina e di condividere la gioia dell’Amore, che a Betlemme si è fatto carne per noi. Oggi, anche oggi, "il nostro Salvatore è nato nel mondo", perché sa che abbiamo bisogno di Lui. Malgrado le tante forme di progresso, l’essere umano è rimasto quello di sempre: una libertà tesa tra bene e male, tra vita e morte. È proprio lì, nel suo intimo, in quello che la Bibbia chiama il "cuore", che egli ha sempre necessità di essere "salvato". E nell’attuale epoca post moderna ha forse ancora più bisogno di un Salvatore, perché più complessa è diventata la società in cui vive e più insidiose si sono fatte le minacce per la sua integrità personale e morale. Chi può difenderlo se non Colui che lo ama al punto da sacrificare sulla croce il suo unigenito Figlio come Salvatore del mondo?

"Salvator noster", Cristo è il Salvatore anche dell’uomo di oggi. Chi farà risuonare in ogni angolo della Terra, in maniera credibile, questo messaggio di speranza? Chi si adopererà perché sia riconosciuto, tutelato e promosso il bene integrale della persona umana, quale condizione della pace, rispettando ogni uomo e ogni donna nella propria dignità? Chi aiuterà a comprendere che con buona volontà, ragionevolezza e moderazione è possibile evitare che i contenziosi si inaspriscano e condurli, anzi, a soluzioni eque? Con viva apprensione penso, in questo giorno di festa, alla regione del Medio Oriente, segnata da innumerevoli e gravi crisi e conflitti, ed auspico che si apra a prospettive di pace giusta e duratura, nel rispetto degli inalienabili diritti dei popoli che la compongono. Metto nelle mani del divino Bambino di Betlemme i segnali di ripresa del dialogo tra Israeliani e Palestinesi, di cui siamo stati testimoni in questi giorni, e la speranza di ulteriori confortanti sviluppi. Confido che, dopo tante vittime, distruzioni e incertezze, sopravviva e progredisca un Libano democratico, aperto agli altri, in dialogo con le culture e le religioni. Faccio appello a quanti hanno in mano i destini dell'Iraq, perché cessi l'efferata violenza che insanguina il Paese e sia assicurata ad ogni suo abitante un'esistenza normale. Invoco Dio perché nello Sri Lanka trovi ascolto, nelle parti in lotta, l'anelito delle popolazioni per un avvenire di fraternità e di solidarietà; perché nel Darfur e dovunque in Africa si ponga fine ai conflitti fratricidi e vengano presto rimarginate le ferite aperte nella carne di quel Continente, si consolidino i processi di riconciliazione, di democrazia e di sviluppo. Conceda il divino Bambino, Principe della pace, che si estinguano quei focolai di tensione che rendono incerto il futuro di altre parti del mondo, in Europa come in America Latina.

"Salvator noster": questa è la nostra speranza; questo è l’annuncio che la Chiesa fa risuonare anche nell’odierno Natale. Con l’Incarnazione, ricorda il Concilio Vaticano II, il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo (cfr Gaudium et spes, 22). Perciò il Natale del Capo è anche il natale del corpo, come notava il Pontefice san Leone Magno. A Betlemme è nato il popolo cristiano, corpo mistico di Cristo nel quale ogni membro è intimamente unito all’altro in una totale solidarietà. Il nostro Salvatore è nato per tutti. Dobbiamo proclamarlo non solo con le parole, ma anche con l’intera nostra vita, dando al mondo la testimonianza di comunità unite ed aperte, nelle quali regna la fraternità e il perdono, l’accoglienza e il servizio reciproco, la verità, la giustizia e l’amore.

Comunità salvata da Cristo. Questa è la vera natura della Chiesa, che si nutre della sua Parola e del suo Corpo eucaristico. Solo riscoprendo il dono ricevuto la Chiesa può testimoniare a tutti Cristo Salvatore; lo fa con entusiasmo e passione, nel pieno rispetto di ogni tradizione culturale e religiosa; lo fa con gioia sapendo che Colui che annuncia non toglie nulla di ciò che è autenticamente umano, ma lo porta al suo compimento. In verità, Cristo viene a distruggere soltanto il male, solo il peccato; il resto, tutto il resto Egli eleva e perfeziona. Cristo non ci salva dalla nostra umanità, ma attraverso di essa; non ci salva dal mondo, ma è venuto nel mondo perché il mondo si salvi per mezzo di Lui (cfr Gv 3,17).

Cari fratelli e sorelle, dovunque voi siate, vi giunga questo messaggio di gioia e di speranza: Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, è nato da Maria Vergine e rinasce oggi nella Chiesa. È Lui a portare a tutti l’amore del Padre celeste. È Lui il Salvatore del mondo! Non temete, apritegli il cuore, accoglietelo, perché il suo Regno di amore e di pace diventi comune eredità di tutti. Buon Natale!

TERESA BENEDETTA
Monday, December 25, 2006 4:03 PM
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AI CATTOLICI DEL MEDIO ORIENTE

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio inviato dal Santo Padre Benedetto XVI in occasione del Natale ai Cattolici che vivono nelle regioni del Medio Oriente:


Ai Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio
Ai carissimi fratelli e sorelle cattolici
della Regione Medio Orientale

Immersi nella luce del Natale, contempliamo la presenza del Verbo che ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Egli è "la luce che brilla nelle tenebre" e che ci "ha dato il potere di divenire figli di Dio" (cfr Gv 1,5.12). In questo tempo così significativo per la fede cristiana, desidero rivolgere uno speciale pensiero a voi, fratelli e sorelle cattolici, che vivete nelle regioni del Medio Oriente: mi sento spiritualmente presente in ogni vostra Chiesa particolare, anche la più piccola, per condividere con voi l’ansia e la speranza con cui attendete il Signore Gesù, Principe della pace. A tutti giunga l’augurio biblico, fatto proprio anche da san Francesco d’Assisi: il Signore vi dia pace.

Mi rivolgo con affetto alle Comunità che sono e si sentono "piccolo gregge" sia per il ridotto numero di fratelli e sorelle (cfr Lc 12,32), sia perché immerse in società composte in larga maggioranza di credenti di altre religioni, sia per le circostanze presenti che vedono alcune delle Nazioni d’appartenenza in seri disagi e difficoltà. Penso soprattutto ai Paesi segnati da forti tensioni e spesso sottoposti a manifestazioni di efferata violenza che, oltre a causare grandi distruzioni, colpiscono senza pietà persone inermi e innocenti. Le notizie quotidiane che giungono dal Medio Oriente non fanno che mostrare un crescendo di situazioni drammatiche, quasi senza via di uscita. Sono vicende che in quanti ne sono coinvolti suscitano naturalmente recriminazione e rabbia e predispongono gli animi a propositi di rivalsa e di vendetta.

Sappiamo che questi non sono sentimenti cristiani; cedere ad essi rende interiormente duri e astiosi, ben lontani da quella "mitezza ed umiltà" di cui Cristo Gesù ci si è proposto come modello (cfr Mt 11,29). Si perderebbe così l’occasione di offrire un contributo propriamente cristiano alla soluzione dei gravissimi problemi di questo nostro tempo. Non sarebbe davvero saggio, soprattutto in questo momento, spendere tempo ad interrogarsi su chi abbia sofferto di più o voler presentare il conto dei torti ricevuti, elencando le ragioni che militano a favore della propria tesi. Ciò è stato fatto spesso nel passato, con risultati a dir poco deludenti. La sofferenza in fondo accomuna tutti, e quando uno soffre deve sentire anzitutto il desiderio di capire quanto possa soffrire l’altro che si trova in una situazione analoga. Il dialogo paziente e umile, fatto di ascolto reciproco e teso alla comprensione dell’altrui situazione ha già portato buoni frutti in molti Paesi precedentemente devastati dalla violenza e dalle vendette. Un po’ più di fiducia nell’umanità dell’altro, soprattutto se sofferente, non può che dare validi risultati. Questa interiore disposizione viene oggi invocata autorevolmente da tante parti.

Alle comunità cattoliche dei vostri Paesi penso costantemente ed anche con più acuta preoccupazione nel periodo natalizio. Verso le vostre terre ci porta la stella vista dai Magi, la stella che li guidò all’incontro col Bambino e con Maria sua Madre (cfr Mt 2,11). In terra d’Oriente Gesù offrì la sua vita per fare "dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione [che è] l’inimicizia" (Ef 2,14). Lì Egli disse ai discepoli: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15). Lì si ricorse per la prima volta alla qualifica di cristiani per designare i discepoli del Maestro (cfr At 11,26). Lì nacque e si sviluppò la Chiesa dei grandi Padri e fiorirono diverse e ricche tradizioni spirituali e liturgiche.

A voi, cari fratelli e sorelle, eredi di tali tradizioni, esprimo con affetto la mia personale vicinanza nella situazione di umana insicurezza, di sofferenza quotidiana, di paura e di speranza che state vivendo. Alle vostre comunità ripeto, innanzitutto, le parole del Redentore: "Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il Regno" (Lc 12,32). Potete contare sulla mia piena solidarietà nelle attuali circostanze. Sono certo di potermi fare portavoce anche della condivisione della Chiesa universale. Ogni fedele cattolico del Medio Oriente, insieme con la sua comunità d’appartenenza, non si senta pertanto solo o abbandonato. Le vostre Chiese sono accompagnate nel loro difficile cammino dalla preghiera e dal sostegno caritativo delle Chiese particolari del mondo intero, sull’esempio e secondo lo spirito della Chiesa nascente (cfr At 11,29-30).

Nelle presenti circostanze, segnate da poche luci e da troppe ombre, è per me motivo di consolazione e di speranza sapere che le comunità cristiane del Medio Oriente, le cui intense sofferenze mi sono ben presenti, continuano ad essere comunità viventi e attive, decise a testimoniare la loro fede con la loro specifica identità nelle società che le circondano. Esse desiderano di poter contribuire in maniera costruttiva ad alleviare gli urgenti bisogni delle loro rispettive società e dell’intera regione. Nella sua prima Lettera, scrivendo a comunità piuttosto povere ed emarginate, che non contavano molto nella società di allora ed erano anche perseguitate, san Pietro non esitava a dire che la loro situazione difficile doveva essere considerata come "grazia" (cfr 1,7-11). Di fatto, non è forse una grazia poter partecipare alle sofferenze di Cristo, unendosi all’azione con cui Egli ha preso su di sé i nostri peccati per espiarli? Le comunità cattoliche, che spesso vivono situazioni difficili, siano consapevoli della forza potente che promana dalla loro sofferenza accettata con amore. È sofferenza che può cambiare il cuore dell’altro e il cuore del mondo. Incoraggio pertanto ciascuno a proseguire con perseveranza nel proprio cammino, sorretto dalla consapevolezza del "prezzo" con cui Cristo lo ha redento (cfr 1 Cor 6,20). Certo, la risposta alla propria vocazione cristiana è tanto più ardua per i membri di quelle comunità che sono minoranza e spesso numericamente poco significanti nelle società in cui si trovano immerse. Tuttavia «la luce può essere flebile in una casa - scrissero i vostri Patriarchi nella loro Lettera Pastorale della Pasqua 1992 -, ma rischiara tutta la casa. Il sale è elemento minimale negli alimenti, ma è esso che dà loro il sapore. Il lievito è molto poco nella pasta, ma è quello che la fa lievitare e la prepara a divenire pane». Faccio mie queste parole ed incoraggio i Pastori cattolici a perseverare nel loro ministero, coltivando l’unità tra loro e restando sempre vicini al loro gregge. Sappiano che il Papa condivide le ansie, le speranze e le esortazioni espresse nelle loro annuali Lettere, come pure nel quotidiano espletamento dei loro sacri doveri. Egli li incoraggia nel loro sforzo di sostenere e rafforzare nella fede, nella speranza e nella carità il gregge loro affidato. La presenza delle loro comunità nei diversi Paesi della regione costituisce, tra l’altro, un elemento che può grandemente favorire l’ecumenismo.

Da lungo tempo si osserva come molti cristiani stiano lasciando il Medio Oriente, così che i Luoghi Santi rischiano di trasformarsi in zone archeologiche, prive di vita ecclesiale. Certo, situazioni geopolitiche pericolose, conflitti culturali, interessi economici e strategici, nonché aggressività che si cerca di giustificare attribuendo loro una matrice sociale o religiosa, rendono difficile la sopravvivenza delle minoranze e perciò molti cristiani sono portati a cedere alla tentazione di emigrare. Spesso il male può essere in qualche modo irreparabile. Non si dimentichi tuttavia che anche il semplice stare vicini e vivere insieme una sofferenza comune agisce come balsamo sulle ferite e dispone a pensieri e opere di riconciliazione e di pace. Ne nasce un dialogo familiare e fraterno, che con il tempo e con la grazia dello Spirito, potrà trasformarsi in dialogo a livello più ampio: culturale, sociale e anche politico. Il credente peraltro sa di poter contare su una speranza che non delude, perché si fonda sulla presenza del Risorto. Da Lui viene l’impegno nella fede e l’operosità nella carità (cfr 1 Ts 1,3). Nelle difficoltà anche più dolorose, la speranza cristiana attesta che la rassegnazione passiva e il pessimismo sono il vero grande pericolo che insidia la risposta alla vocazione che scaturisce dal Battesimo. Ne possono derivare sfiducia, paura, autocommiserazione, fatalismo e fuga.

Nell’ora presente, ai cristiani è chiesto di essere coraggiosi e determinati con la forza dello Spirito di Cristo, sapendo di poter contare sulla vicinanza dei loro fratelli nella fede, sparsi nel mondo. San Paolo, scrivendo ai Romani, dichiara apertamente che non c’è paragone tra le sofferenze che sopportiamo quaggiù e la gloria che ci attende (cfr 8,18). Parimenti san Pietro nella sua prima Lettera ci ricorda che noi cristiani, pur se afflitti da varie prove, abbiamo una speranza più grande che ci riempie il cuore di gioia (cfr 1,6). Ancora san Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi afferma con convinzione che il "Dio di ogni consolazione… ci consola in ogni nostra tribolazione, affinché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione" (1,3-4). Sappiamo bene che la consolazione promessa dallo Spirito Santo non è fatta semplicemente di parole buone, ma si traduce in un allargamento della mente e del cuore, così da poter vedere la propria situazione nel quadro più grande dell’intera creazione sottoposta alle doglie del parto in attesa della rivelazione dei figli di Dio (cfr Rm 8,19-25). In questa prospettiva, ciascuno può giungere a pensare più alle sofferenze dell’altro che alle proprie, più a quelle comuni che a quelle private, e a preoccuparsi di fare qualcosa perché l’altro o gli altri comprendano che le loro sofferenze sono capite e accolte e che si desidera, per quanto è possibile, di porre ad esse rimedio.

Attraverso di voi, carissimi, intendo rivolgermi anche ai vostri concittadini, uomini e donne delle diverse confessioni cristiane, delle diverse religioni e a tutti coloro che cercano con onestà la pace, la giustizia, la solidarietà, mediante l’ascolto reciproco e il dialogo sincero. A tutti dico: perseverate con coraggio e fiducia! A quanti hanno la responsabilità di guidare gli eventi, poi, chiedo sensibilità, attenzione e vicinanza concreta che superi calcoli e strategie, affinché si edifichino società più giuste e più pacifiche, nel rispetto vero di ogni essere umano.

Come vi è noto, carissimi fratelli e sorelle, spero vivamente che la Provvidenza faccia sì che le circostanze permettano un mio pellegrinaggio nella Terra resa santa dagli avvenimenti della Storia della Salvezza. Spero così di poter pregare a Gerusalemme "patria del cuore di tutti i discendenti spirituali di Abramo, che la sentono immensamente cara" (Giovanni Paolo II, Redemptionis anno, AAS LXXVI, 1984, 625). Sono infatti convinto che essa può assurgere "a simbolo di incontro, di unione e di pace per tutta la famiglia umana" (ibid., p. 629). In attesa dell’avveramento di questo desiderio, vi incoraggio a proseguire sulla via della fiducia, compiendo gesti di amicizia e di buona volontà. Alludo sia ai gesti semplici e quotidiani, già da tempo praticati nelle vostre regioni da molta gente umile che ha sempre trattato con riguardo tutte le persone, sia ai gesti in qualche modo eroici, ispirati dall’autentico rispetto per la dignità umana, nel tentativo di trovare vie di uscita a situazioni di grave conflittualità. La pace è un bene così grande ed urgente da giustificare sacrifici anche grandi da parte di tutti.

Come scriveva il mio venerato Predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, "non c’è pace senza giustizia". È perciò necessario che si riconoscano ed onorino i diritti di ciascuno. Giovanni Paolo II però aggiungeva: "non c’è giustizia senza perdono". Normalmente senza transigere su passati errori non si può arrivare ad un accordo che consenta di riaprire il dialogo in vista di future collaborazioni. Il perdono, nel caso, è condizione indispensabile per essere liberi di progettare un nuovo futuro. Dal perdono concesso ed accolto possono nascere e svilupparsi tante opere di solidarietà, nella linea di quelle che già esistono ampiamente nelle vostre regioni per iniziativa sia della Chiesa che dei governi e delle istanze non governative.

Il canto degli Angeli sulla capanna di Betlemme - "Pace in terra agli uomini che Dio ama" – assume in questi giorni tutta la sua pregnanza e produce fin da ora quei frutti che si avranno in pienezza nella vita eterna. Il mio auspicio è che il tempo di Natale segni un termine o almeno un sollievo per tante sofferenze e dia a tante famiglie quel supplemento di speranza che è necessario per perseverare nell’arduo compito di promuovere la pace in un mondo ancora tanto lacerato e diviso. Carissimi, siate certi che in questo cammino vi accompagna la fervente preghiera del Papa e di tutta la Chiesa. L’intercessione e l’esempio di tanti Martiri e Santi, che nelle vostre terre hanno reso coraggiosa testimonianza a Cristo, vi sostengano e vi rafforzino nella vostra fede. E la Santa Famiglia di Nazareth vegli sui vostri buoni propositi e sui vostri impegni.

Con tali sentimenti, di vivo cuore imparto a ciascuno di voi una speciale Benedizione Apostolica, pegno del mio affetto e del mio costante ricordo.

Dal Vaticano, 21 dicembre 2006

TERESA BENEDETTA
Monday, December 25, 2006 4:08 PM
AUGURI NATALIZI DEL SANTO PADRE AI POPOLI E ALLE NAZIONI

Ai fedeli radunati in Piazza San Pietro e a quanti lo ascoltano attraverso la radio e la televisione, dopo il Messaggio natalizio "Urbi et Orbi" dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI invia l’augurio natalizio in 62 lingue [Gli alfabeti non sopportati da sistema FFZ si sono indicati con un -] .

A quanti mi ascoltano, rivolgo un cordiale augurio nelle diverse espressioni linguistiche:

italiano:
Buon Natale agli abitanti di Roma e dell’intera Nazione italiana! La gioia che Cristo ci reca con la sua nascita entri in tutte le vostre case; sia divina carezza per i bambini, dolce conforto per i sofferenti e i malati, presenza rasserenante per coloro che attraversano il deserto della tristezza e della solitudine, energia corroborante per chi si sente debole e frustrato tra tante difficoltà materiali e spirituali. La gioia del Bambino di Betlemme sia per tutti apportatrice di serenità e di pace.

francese:
Heureuse et sainte fête de Noël ! Que le Christ Sauveur vous garde dans l’espérance et qu’il vous fasse le don de la paix profonde !

inglese:
May the birth of the Prince of Peace remind the world where its true happiness lies; and may your hearts be filled with hope and joy, for the Saviour has been born for us.

tedesco
Die Geburt Jesu Christi, des Erlösers der Menschen, erfülle Euer Leben mit tiefer Freude und reicher Gnade; sein Friede möge in Euren Herzen wohnen. Gesegnete und frohe Weihnachten!

spagnolo:
¡Feliz Navidad! Que la Paz de Cristo reine en vuestros corazones, en la familias y en todos los pueblos.

portoghese:
Feliz Natal para todos, e que a Luz de Cristo Salvador ilumine os vossos corações de paz e de esperança!

neerlandese:
Zalig en gelukkig Kerstmis.

lussemburghese:
Schéin Chreschtdag.

greco:
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albanese:
Per shum vjet Krishtlindjen.

romeno:
Sarbatori Fericite de Craciun si Anul Nou.

ungherese:
Àldott Karácsonyt.

polacco:
Blogoslawionych swiat Bozego Narodzenia.

ceco:
Narodil se vám Spasitel. Radujte se!

slovacco:
Milostiplné a radostné Viacocné Sviatky.

croato:
Sretan Božic, Isusovo Porodenje!

sloveno:
Božje Dete, naj vam podeli svoj blagoslov.

serbo:
???h?? ????h - ??????? ?? ????!

serbo-lusazio:
Zohnowane hody! A zbožowne Nowe leto!

bulgaro:
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macedone:
???? ?? ? ?????? ????? ? ???? ??????

bielorusso:
Viasíòlych kalàdnych Sviàtaû!

russo:
???????? ?????????? ???? ? ??????????
????????? ????????

mongolo:
-

ucraino:
??????? ???? ? ???????
????????? ? ????? ?????!

lituano:
Linksmu šwentu Kaledu.

lettone:
Priecigus Ziemsvetkus!

estone:
Häid joulupühi.

svedese:
God Jul, Gott Nytt Àr.

finlandese:
Hyvää Joulua.

irlandese:
Nollaig shona dhaoibh go léir.

romanès:
Baxtalò Krecùno! Thaj Nevo berš!

maltese:
Il-Milied it Tajjeb.

georgiano:
-

turco:
Noel bayrami kutlu olsun.

arabo:
-

etiopico-eritreo:
-

ebraico:
-

aramaico:
-

armeno:
-

suahili:
Heri kwa noeli na baraka nyingi kwa mwaka mpya.

kirundi e kinyarwanda:
Gumya umutima mu mahoro! Noeli nziza!

malgascio:
Arahaba tratrin'i Noely.

hindi:
-

tamil:
-

malayalam:
-

bengalese:
-

birmano:
-

urdu (Pakistan):
-

cinese:
-

giapponese:
-

coreano:
-

vietnamita:
Chúc mùng giáng sinh.

singalese:
-

tailandese:
-

indonesiano:
Selamat Hari Natal.

cambogiano:
-

filippino:
Maligayang pasko at manigong bagong taon.

maori:
Meri Kirihimete.

samoano:
Ia manuia le Kirisimasi.

esperanto:
Dibenitan Kristnaskon kaj prosperan novjaron.

latino:
Salvator noster natus est in mundo.
[Questa e anche il tema del suo messaggio natalizio e della sua carta natalizia]

LadyRatzinger
Wednesday, December 27, 2006 1:56 PM
IL DISCORSO ALLA CURIA
Nel saluto augurale ai cardinali, ai membri della Famiglia pontificia e agli addetti dei dicasteri, il Papa ha ripercorso le tappe più significative dei quattro viaggi apostolici effettuati nel 2006 Dalla Polonia, terra natale di Giovanni Paolo II, alla gioia delle famiglie riunite a Valencia Dal "ritorno" in Germania con Dio al centro di tutto, fino alla visita in Turchia con il dialogo tra le religioni


Il male dell’Occidente:la dimenticanza di Dio

«Quell'arcobaleno comparso nel cielo sopra Auschwitz come una risposta: Sì, Io ci sono, e le parole della promessa, dell'Alleanza, che ho pronunciato dopo il diluvio, sono valide ancora» «Non posso tacere la mia preoccupazione per le leggi sulle coppie di fatto Quando si relativizza il matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene anche un sigillo giuridico»

Benedetto XVI

La mattina del 22 dicembre, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i Cardinali e i membri della Famiglia Pontificia e della Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi. Nel corso dell'incontro, dopo l'indirizzo di omaggio al Santo Padre del Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio, il Papa ha rivolto ai presenti il discorso che riportiamo di seguito.


Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli!

Con grande gioia vi incontro oggi e rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto. Vi ringrazio per la vostra presenza a questo tradizionale appuntamento, che si tiene nell'imminenza del Santo Natale. Ringrazio in particolare il Cardinale Angelo Sodano per le parole con cui si è fatto interprete dei sentimenti di tutti i presenti, prendendo spunto dal tema centrale dell'Enciclica Deus caritas est. In questa significativa circostanza desidero rinnovargli l'espressione della mia gratitudine per il servizio che in tanti anni ha reso al Papa e alla Santa Sede, segnatamente in qualità di Segretario di Stato, e chiedo al Signore di ricompensarlo per il bene che ha compiuto con la sua saggezza e il suo zelo per la missione della Chiesa. Al tempo stesso, mi piace rinnovare uno speciale augurio al Cardinale Tarcisio Bertone per il nuovo compito che gli ho affidato. Estendo volentieri questi miei sentimenti a quanti, nel corso di quest'anno, sono entrati al servizio della Curia Romana o del Governatorato, mentre con affetto e gratitudine ricordiamo coloro che il Signore ha chiamato a sé da questa vita.

L'anno che volge al termine - lo ha detto Lei, Eminenza - rimane nella nostra memoria con la profonda impronta degli orrori della guerra svoltasi nei pressi della Terra Santa come anche in generale del pericolo di uno scontro tra culture e religioni - un pericolo che incombe tuttora minaccioso su questo nostro momento storico. Il pro blema delle vie verso la pace è così diventato una sfida di primaria importanza per tutti coloro che si preoccupano dell'uomo. Ciò vale in modo particolare per la Chiesa, per la quale la promessa che ne ha accompagnato gli inizi significa insieme una responsabilità e un compito: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra per gli uomini che egli ama" (Lc 2,14).

Questo saluto dell'angelo ai pastori nella notte della nascita di Gesù a Betlemme rivela una connessione inscindibile tra il rapporto degli uomini con Dio e il loro rapporto vicendevole. La pace sulla terra non può trovarsi senza la riconciliazione con Dio, senza l'armonia tra cielo e terra. Questa correlazione del tema "Dio" col tema "pace" è stato l'aspetto determinante dei quattro Viaggi Apostolici di quest'anno: ad essi vorrei riandare con la memoria in questo momento. C'è stata innanzitutto la Visita Pastorale in Polonia, il Paese natale del nostro amato Papa Giovanni Paolo II. Il viaggio nella sua Patria è stato per me un intimo dovere di gratitudine per tutto ciò che egli, durante il quarto di secolo del suo servizio, ha donato a me personalmente e soprattutto alla Chiesa e al mondo. Il suo dono più grande per tutti noi è stata la sua fede incrollabile e il radicalismo della sua dedizione. "Totus tuus" era il suo motto: in esso si rispecchiava tutto il suo essere. Sì, egli si è donato senza riserve a Dio, a Cristo, alla Madre di Cristo, alla Chiesa: al servizio del Redentore ed alla redenzione dell'uomo. Non ha serbato nulla, si è lasciato consumare fino in fondo dalla fiamma della fede. Ci ha mostrato così come, da uomini di questo nostro oggi, si possa credere in Dio, nel Dio vivente resosi vicino a noi in Cristo. Ci ha mostrato che è possibile una dedizione definitiva e radicale dell'intera vita e che, proprio nel donarsi, la vita diventa grande e vasta e feconda. In Polonia, ovunque sono andato, ho trovato la gioia della fede. "La gioia del Signore è la vostra forza" - questa parola ch e, in mezzo alla miseria del nuovo inizio, lo scriba Esdra gridò al popolo di Israele appena tornato dall'esilio (Ne 8,10), qui si poteva sperimentarla come realtà. Sono rimasto profondamente colpito dalla grande cordialità con cui sono stato accolto dappertutto. La gente ha visto in me il successore di Pietro a cui è affidato il ministero pastorale per tutta la Chiesa. Vedevano colui al quale, nonostante tutta la debolezza umana, allora come oggi è rivolta la parola del Signore risorto: "Pasci le mie pecorelle" (cfr Gv 21,15-19); vedevano il successore di colui al quale Gesù presso Cesarèa di Filippo disse: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa" (Mt 16,18). Pietro, da sé, non era una roccia, ma un uomo debole ed incostante. Il Signore, però, volle fare proprio di lui la pietra e dimostrare che, attraverso un uomo debole, Egli stesso sostiene saldamente la sua Chiesa e la mantiene nell'unità. Così la visita in Polonia è stata per me, nel senso più profondo, una festa della cattolicità. Cristo è la nostra pace che riunisce i separati: Egli, al di là di tutte le diversità delle epoche storiche e delle culture, è la riconciliazione. Mediante il ministero petrino sperimentiamo questa forza unificatrice della fede che, sempre di nuovo, partendo dai molti popoli edifica l'unico popolo di Dio. Con gioia abbiamo fatto realmente questa esperienza che, provenendo da molti popoli, noi formiamo l'unico popolo di Dio, la sua santa Chiesa. Per questo il ministero petrino può essere il segno visibile che garantisce questa unità e forma un'unità concreta. Per questa toccante esperienza di cattolicità vorrei ringraziare la Chiesa in Polonia ancora una volta in modo esplicito e di tutto cuore.

Nei miei spostamenti in Polonia non poteva mancare la visita ad Auschwitz-Birkenau nel luogo della barbarie più crudele - del tentativo di cancellare il popolo di Israele, di vanificare così anche l'elezione da parte di Dio, di bandire Dio stesso dalla storia. Fu per me motivo di grande conforto veder comparire nel cielo in quel momento l'arcobaleno, mentre io, davanti all'orrore di quel luogo, nell'atteggiamento di Giobbe gridavo verso Dio, scosso dallo spavento della sua apparente assenza e, al contempo, sorretto dalla certezza che Egli anche nel suo silenzio non cessa di essere e di rimanere con noi. L'arcobaleno era come una risposta: Sì, Io ci sono, e le parole della promessa, dell'Alleanza, che ho pronunciato dopo il diluvio, sono valide anche oggi (cfr Gn 9,12-17).

Il viaggio in Spagna - a Valencia - è stato tutto all'insegna del tema del matrimonio e della famiglia. È stato bello ascoltare, davanti all'assemblea di persone di tutti i continenti, la testimonianza di coniugi che - benedetti da una schiera numerosa di figli - si sono presentati davanti a noi e hanno parlato dei rispettivi cammini nel sacramento del matrimonio e all'interno delle loro famiglie numerose. Non hanno nascosto il fatto di aver avuto anche giorni difficili, di aver dovuto attraversare tempi di crisi. Ma proprio nella fatica del sopportarsi a vicenda giorno per giorno, proprio nell'accettarsi sempre di nuovo nel crogiolo degli affanni quotidiani, vivendo e soffrendo fino in fondo il sì iniziale - proprio in questo cammino del "perdersi" evangelico erano maturati, avevano trovato se stessi ed erano diventati felici. Il sì che si erano dato reciprocamente, nella pazienza del cammino e nella forza del sacramento con cui Cristo li aveva legati insieme, era diventato un grande sì di fronte a se stessi, ai figli, al Dio Creatore e al Redentore Gesù Cristo. Così dalla testimonianza di queste famiglie ci giungeva un'onda di gioia, non di un'allegrezza superficiale e meschina che si dilegua presto, ma di una gioia maturata anche nella sofferenza, di una gioia che va nel profondo e redime veramente l'uomo. Davanti a queste famiglie con i loro figli, davanti a queste famiglie in cui le generazioni si stringono la mano e il futuro è presente, il problema del l'Europa, che apparentemente quasi non vuol più avere figli, mi è penetrato nell'anima. Per l'estraneo, quest'Europa sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia. Perché le cose stanno così? Questa è la grande domanda. Le risposte sono sicuramente molto complesse. Prima di cercare tali risposte è doveroso un ringraziamento ai tanti coniugi che anche oggi, nella nostra Europa, dicono sì al figlio e accettano le fatiche che questo comporta: i problemi sociali e finanziari, come anche le preoccupazioni e fatiche giorno dopo giorno; la dedizione necessaria per aprire ai figli la strada verso il futuro. Accennando a queste difficoltà si rendono forse anche chiare le ragioni perché a tanti il rischio di aver figli appare troppo grande. Il bambino ha bisogno di attenzione amorosa. Ciò significa: dobbiamo dargli qualcosa del nostro tempo, del tempo della nostra vita. Ma proprio questa essenziale "materia prima" della vita - il tempo - sembra scarseggiare sempre di più. Il tempo che abbiamo a disposizione basta appena per la propria vita; come potremmo cederlo, darlo a qualcun altro? Avere tempo e donare tempo - è questo per noi un modo molto concreto per imparare a donare se stessi, a perdersi per trovare se stessi. A questo problema si aggiunge il calcolo difficile: di quali norme siamo debitori al bambino perché segua la via giusta e in che modo dobbiamo, nel fare ciò, rispettare la sua libertà? Il problema è diventato così difficile anche perché non siamo più sicuri delle norme da trasmettere; perché non sappiamo più quale sia l'uso giusto della libertà, quale il modo giusto di vivere, che cosa sia moralmente doveroso e che cosa invece inammissibile. Lo spirito moderno ha perso l'orientamento, e questa mancanza di orientamento ci impedisce di essere per altri indicatori della retta via. Anzi, la problematica va ancora più nel profondo. L'uomo di oggi è insicuro circa il futuro. È ammissibile inviare qualcuno in questo futuro incerto? In definitiva, è una cosa buona essere uomo? Questa profonda insicurezza sull'uomo stesso - accanto alla volontà di avere la vita tutta per se stessi - è forse la ragione più profonda, per cui il rischio di avere figli appare a molti una cosa quasi non più sostenibile. Di fatto, possiamo trasmettere la vita in modo responsabile solo se siamo in grado di trasmettere qualcosa di più della semplice vita biologica e cioè un senso che regga anche nelle crisi della storia ventura e una certezza nella speranza che sia più forte delle nuvole che oscurano il futuro. Se non impariamo nuovamente i fondamenti della vita - se non scopriamo in modo nuovo la certezza della fede - ci sarà anche sempre meno possibile affidare agli altri il dono della vita e il compito di un futuro sconosciuto. Connesso con ciò è, infine, anche il problema delle decisioni definitive: può l'uomo legarsi per sempre? Può dire un sì per tutta la vita? Sì, lo può. Egli è stato creato per questo. Proprio così si realizza la libertà dell'uomo e così si crea anche l'ambito sacro del matrimonio che si allarga diventando famiglia e costruisce futuro.

A questo punto non posso tacere la mia preoccupazione per le leggi sulle coppie di fatto. Molte di queste coppie hanno scelto questa via, perché - almeno per il momento - non si sentono in grado di accettare la convivenza giuridicamente ordinata e vincolante del matrimonio. Così preferiscono rimanere nel semplice stato di fatto. Quando vengono create nuove forme giuridiche che relativizzano il matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene, per così dire, anche un sigillo giuridico. In tal caso il decidersi per chi già fa fatica diventa ancora più difficile. Si aggiunge poi, per l'altra forma di coppie, la relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa così uguale il mettersi insieme di un uomo e una donna o di due persone dello stesso sesso. Con ciò vengono tacitamente confermate quelle teorie funeste che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente biologico; teorie secondo cui l'uomo - cioè il suo intelletto e la sua volontà - deciderebbe autonomamente che cosa egli sia o non sia. C'è in questo un deprezzamento della corporeità, da cui consegue che l'uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo - dalla "sfera biologica" - finisce per distruggere se stesso. Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l'uomo non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo? Non è piuttosto il loro - il nostro - dovere alzare la voce per difendere l'uomo, quella creatura che, proprio nell'unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio? Il viaggio a Valencia è diventato per me un viaggio alla ricerca di che cosa significhi l'essere uomo.

Proseguiamo mentalmente verso la Baviera - München, Altötting, Regensburg, Freising. Lì ho potuto vivere giornate indimenticabilmente belle dell'incontro con la fede e con i fedeli della mia patria. Il grande tema del mio viaggio in Germania era Dio. La Chiesa deve parlare di tante cose: di tutte le questioni connesse con l'essere uomo, della propria struttura e del proprio ordinamento e così via. Ma il suo tema vero e - sotto certi aspetti - unico è "Dio". E il grande problema dell'Occidente è la dimenticanza di Dio: è un oblio che si diffonde. In definitiva, tutti i singoli problemi possono essere riportati a questa domanda, ne sono convinto. Perciò, in quel viaggio la mia intenzione principale era di mettere ben in luce il tema "Dio", memore anche del fatto che in alcune parti della Germania vive una maggioranza di non-battezzati, per i quali il cristianesimo e il Dio della fede sembrano cose che appartengono al passato. Parlando di Dio, tocchiamo anche precisamente l'argomento che, nella predicazione terrena di Gesù, costituiva il suo interesse centrale. Il tema fon damentale di tale predicazione è il dominio di Dio, il "Regno di Dio". Con ciò non è espresso qualcosa che verrà una volta o l'altra in un futuro indeterminato. Neppure si intende con ciò quel mondo migliore che cerchiamo di creare passo passo con le nostre forze. Nel termine "Regno di Dio" la parola "Dio" è un genitivo soggettivo. Questo significa: Dio non è un'aggiunta al "Regno" che forse si potrebbe anche lasciar cadere. Dio è il soggetto. Regno di Dio vuol dire in realtà: Dio regna. Egli stesso è presente ed è determinante per gli uomini nel mondo. Egli è il soggetto, e dove manca questo soggetto non resta nulla del messaggio di Gesù. Perciò Gesù ci dice: il Regno di Dio non viene in modo che si possa, per così dire, mettersi sul lato della strada ed osservare il suo arrivo. "È in mezzo a voi!" (cfr Lc 17,20s). Esso si sviluppa dove viene realizzata la volontà di Dio. È presente dove vi sono persone che si aprono al suo arrivo e così lasciano che Dio entri nel mondo. Perciò Gesù è il Regno di Dio in persona: l'uomo nel quale Dio è in mezzo a noi e attraverso il quale noi possiamo toccare Dio, avvicinarci a Dio. Dove questo accade, il mondo si salva.



Il male dell'occidente: la dimenticanza di Dio (2)

«Il celibato dei sacerdoti ha senso solo in una visione teocentrica: Dio stesso è la mia parte di terra, il fondamento esterno e interno della mia esistenza» «La ragione ha bisogno del Logos che sta all'inizio ed è la nostra luce; la fede, per parte sua, ha bisogno del colloquio con la ragione moderna,per corrispondere alle proprie responsabilità» Dobbiamo imparare che la pace è connessa con l'eudokia, con l'aprirsi dei nostri cuori a Dio La pace può esistere solo se l'odio e l'egoismo vengono superati dall'interno»

«La ragione ha bisogno del Logos che sta all’inizio ed è la nostra luce; la fede, per parte sua, ha bisogno del colloquio con la ragione moderna, per corrispondere
alle proprie responsabilità»


Benedetto XVI

Con il tema di Dio erano e sono collegati due temi che hanno dato un'impronta alle giornate della visita in Baviera: il tema del sacerdozio e quello del dialogo. Paolo chiama Timoteo - e in lui il Vescovo e, in genere, il sacerdote - "uomo di Dio" (1 Tim 6,11). È questo il compito centrale del sacerdote: portare Dio agli uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive con e da Dio. Ciò è espresso meravigliosamente in un versetto di un Salmo sacerdotale che noi - la vecchia generazione - abbiamo pronunciato durante l'ammissione allo stato chiericale: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita" (Sal 16 [15],5). L'orante-sacerdote di questo Salmo interpreta la sua esistenza a partire dalla forma della distribuzione del territorio fissata nel Deuteronomio (cfr 10,9). Dopo la presa di possesso della Terra ogni tribù ottiene per mezzo del sorteggio la sua porzione della Terra santa e con ciò prende parte al dono promesso al capostipite Abramo. Solo la tribù di Levi non riceve alcun terreno: la sua terra è Dio stesso. Questa affermazione aveva certamente un significato del tutto pratico. I sacerdoti non vivevano, come le altre tribù, della coltivazione della terra, ma delle offerte. Tuttavia, l'affermazione va più in profondità. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il suolo della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. La Chiesa, in questa interpretazione anticotestamentaria dell'esistenza sacerdotale - un'interpretazione che emerge ripetutamente anche nel Salmo 118 [119] - ha visto con ragione la spiegazione di ciò che significa la missione sacerdotale nella sequela degli Apostoli, nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve dire anche oggi con il levita: "Dominus pars hereditatis meae et calicis mei". Dio stesso è la mia parte di terra, il fondamento esterno ed interno della mia esistenza. Questa teocentricità dell'esistenza sacerdotale è necessaria proprio nel nostro mondo t otalmente funzionalistico, nel quale tutto è fondato su prestazioni calcolabili e verificabili. Il sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uomini: è questo il servizio prioritario di cui l'umanità di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio, si svuota passo passo anche lo zelo dell'agire. Nell'eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all'unità. Lì manca il fondamento della vita, la "terra", sulla quale tutto questo può stare e prosperare.

Il celibato, che vige per i Vescovi in tutta la Chiesa orientale ed occidentale e, secondo una tradizione che risale a un'epoca vicina a quella degli Apostoli, per i sacerdoti in genere nella Chiesa latina, può essere compreso e vissuto, in definitiva, solo in base a questa impostazione di fondo. Le ragioni solamente pragmatiche, il riferimento alla maggiore disponibilità, non bastano: una tale maggiore disponibilità di tempo potrebbe facilmente diventare anche una forma di egoismo, che si risparmia i sacrifici e le fatiche richieste dall'accettarsi e dal sopportarsi a vicenda nel matrimonio; potrebbe così portare ad un impoverimento spirituale o ad una durezza di cuore. Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: Dominus pars - Tu sei la mia terra. Può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con Lui a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini. Il nostro mondo diventato totalmente positivistico, in cui Dio entra in gioco tutt'al più come ipotesi, ma non come realtà c oncreta, ha bisogno di questo poggiare su Dio nel modo più concreto e radicale possibile. Ha bisogno della testimonianza per Dio che sta nella decisione di accogliere Dio come terra su cui si fonda la propria esistenza. Per questo il celibato è così importante proprio oggi, nel nostro mondo attuale, anche se il suo adempimento in questa nostra epoca è continuamente minacciato e messo in questione. Occorre una preparazione accurata durante il cammino verso questo obiettivo; un accompagnamento persistente da parte del Vescovo, di amici sacerdoti e di laici, che sostengano insieme questa testimonianza sacerdotale. Occorre la preghiera che invoca senza tregua Dio come il Dio vivente e si appoggia a Lui nelle ore di confusione come nelle ore della gioia. In questo modo, contrariamente al "trend" culturale che cerca di convincerci che non siamo capaci di prendere tali decisioni, questa testimonianza può essere vissuta e così, nel nostro mondo, può rimettere in gioco Dio come realtà.

L'altro grande tema collegato col tema di Dio è quello del dialogo. Il cerchio interno del complesso dialogo che oggi occorre, l'impegno comune di tutti i cristiani per l'unità, si è reso evidente nei Vespri ecumenici nel duomo di Regensburg, dove oltre ai fratelli e alle sorelle della Chiesa cattolica, ho potuto incontrare molti amici dell'Ortodossia e del Cristianesimo Evangelico. Nella recita dei Salmi e nell'ascolto della Parola di Dio eravamo lì tutti riuniti, e non è una cosa da poco che questa unità ci sia stata donata. L'incontro con l'Università era dedicato - come si addice a quel luogo - al dialogo tra fede e ragione. In occasione del mio incontro col filosofo Jürgen Habermas, qualche anno fa a Monaco, questi aveva detto che ci occorrerebbero pensatori capaci di tradurre le convinzioni cifrate della fede cristiana nel linguaggio del mondo secolarizzato per renderle così efficaci in modo nuovo. Di fatto diventa sempre più evidente, quanto urgentemente il mondo abbia bisogno del d ialogo tra fede e ragione. Immanuel Kant, a suo tempo, aveva visto espressa l'essenza dell'illuminismo nel detto "sapere aude": nel coraggio del pensiero che non si lascia mettere in imbarazzo da alcun pregiudizio. Ebbene, la capacità cognitiva dell'uomo, il suo dominio sulla materia mediante la forza del pensiero, ha fatto nel frattempo progressi allora inimmaginabili. Ma il potere dell'uomo, che gli è cresciuto nelle mani grazie alla scienza, diventa sempre più un pericolo che minaccia l'uomo stesso e il mondo. La ragione orientata totalmente ad impadronirsi del mondo non accetta più limiti. Essa è sul punto di trattare ormai l'uomo stesso come semplice materia del suo produrre e del suo potere. La nostra conoscenza aumenta, ma al contempo si registra un progressivo accecamento della ragione circa i propri fondamenti; circa i criteri che le danno orientamento e senso. La fede in quel Dio che è in persona la Ragione creatrice dell'universo deve essere accolta dalla scienza in modo nuovo come sfida e chance. Reciprocamente, questa fede deve riconoscere nuovamente la sua intrinseca vastità e la sua propria ragionevolezza. La ragione ha bisogno del Logos che sta all'inizio ed è la nostra luce; la fede, per parte sua, ha bisogno del colloquio con la ragione moderna, per rendersi conto della propria grandezza e corrispondere alle proprie responsabilità. È questo che ho cercato di evidenziare nella mia lezione a Regensburg. È una questione che non è affatto di natura soltanto accademica; in essa si tratta del futuro di noi tutti.

A Regensburg il dialogo tra le religioni venne toccato solo marginalmente e sotto un duplice punto di vista. La ragione secolarizzata non è in grado di entrare in un vero dialogo con le religioni. Se resta chiusa di fronte alla questione di Dio, questo finirà per condurre allo scontro delle culture. L'altro punto di vista riguardava l'affermazione che le religioni devono incontrarsi nel compito comune di porsi al servizio della verità e quin di dell'uomo. La visita in Turchia mi ha offerto l'occasione di illustrare anche pubblicamente il mio rispetto per la Religione islamica, un rispetto, del resto, che il Concilio Vaticano II (cfr Dich. Nostra Aetate, 3) ci ha indicato come atteggiamento doveroso. Vorrei in questo momento esprimere ancora una volta la mia gratitudine verso le Autorità della Turchia e verso il popolo turco, che mi ha accolto con un'ospitalità così grande e mi ha offerto giorni indimenticabili di incontro. In un dialogo da intensificare con l'Islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell'illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. Si tratta dell'atteggiamento che la comunità dei fedeli deve assumere di fronte alle convinzioni e alle esigenze affermatesi nell'illuminismo. Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri di misura. D'altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c'è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni - una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente - così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte. Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, prop rio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s'impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà. In questo senso, i due dialoghi di cui ho parlato si compenetrano a vicenda.

Ad Istanbul, infine, ho potuto vivere ancora una volta ore felici di vicinanza ecumenica nell'incontro con il Patriarca ecumenico Bartholomaios I. Giorni fa egli mi ha scritto una lettera le cui parole di gratitudine provenienti dal profondo del cuore mi hanno reso di nuovo molto presente l'esperienza di comunione di quei giorni. Abbiamo sperimentato di essere fratelli non soltanto sulla base di parole e di eventi storici, ma dal profondo dell'animo; di essere uniti dalla fede comune degli Apostoli fin dentro il nostro pensiero e sentimento personale. Abbiamo fatto l'esperienza di un'unità profonda nella fede e pregheremo il Signore ancora più insistentemente affinché ci doni presto anche la piena unità nella comune frazione del Pane. La mia profonda gratitudine e la mia preghiera fraterna si rivolgono in quest'ora al Patriarcha Bartholomaios e ai suoi fedeli come anche alle diverse comunità cristiane che ho potuto incontrare ad Istanbul. Speriamo e preghiamo che la libertà religiosa, che corrisponde alla natura intima della fede ed è riconosciuta nei principi della costituzione turca, trovi nelle forme giuridiche adatte come nella vita quotidiana del Patriarcato e delle altre comunità cristiane una sempre più crescente realizzazione pratica.

"Et erit iste pax" - tale sarà la pace, dice il profeta Michea (5,4) circa il futuro dominatore di Israele, di cui annuncia la nascita a Betlemme. Ai pastori che pascolavano le loro pecore sui campi intorno a Betlemme gli angeli dissero: l'Atteso è arrivato. "Pace in terra agli uomini" (Lc 2,14). Egli stesso Cristo, il Signore, ha detto ai suoi discepoli: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace" (Gv 14,27). Da queste parole si è sviluppato il saluto liturgico: "La pace sia con voi". Questa pace che viene comunicata nella liturgia è Cristo stesso. Egli si dona a noi come la pace, come la riconciliazione oltre ogni frontiera. Dove Egli viene accolto crescono isole di pace. Noi uomini avremmo desiderato che Cristo bandisse una volta per sempre tutte le guerre, distruggesse le armi e stabilisse la pace universale. Ma dobbiamo imparare che la pace non può essere raggiunta unicamente dall'esterno con delle strutture e che il tentativo di stabilirla con la violenza porta solo a violenza sempre nuova. Dobbiamo imparare che la pace - come diceva l'angelo di Betlemme - è connessa con l'eudokia, con l'aprirsi dei nostri cuori a Dio. Dobbiamo imparare che la pace può esistere solo se l'odio e l'egoismo vengono superati dall'interno. L'uomo deve essere rinnovato a partire dal suo interno, deve diventare nuovo, diverso. Così la pace in questo mondo rimane sempre debole e fragile. Noi ne soffriamo. Proprio per questo siamo tanto più chiamati a lasciarci penetrare interiormente dalla pace di Dio, e a portare la sua forza nel mondo. Nella nostra vita deve realizzarsi ciò che nel Battesimo è avvenuto in noi sacramentalmente: il morire dell'uomo vecchio e così il risorgere di quello nuovo. E sempre di nuovo pregheremo il Signore con ogni insistenza: Scuoti tu i cuori! Rendici uomini nuovi! Aiuta affinché la ragione della pace vinca l'irragionevolezza della violenza! Rendici portatori della tua pace!

Ci ottenga questa grazia la Vergine Maria, alla quale affido voi e il vostro lavoro. A ciascuno di voi qui presenti e alle persone care rinnovo i miei più fervidi voti augurali. E come segno della nostra gioia, il giorno di domani sarà un giorno libero per la Curia, per prepararsi bene, materialmente e spiritualmente, al Natale. Ai collaboratori dei vari Dicasteri e Uffici della Curia Romana e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano imparto con affetto la Benedizione Apostolica. Buon Natale e tanti auguri anche per il Nuovo Anno.


(da Avvenire 27 dicembre 2006)
LadyRatzinger
Wednesday, December 27, 2006 2:08 PM
BENEDETTO XVI ALL'UDIENZA GENERALE: "IL NATALE E' LA GLORIA DI DIO E LA PACE E LA SALVEZZA DELL'UOMO"

Benedetto XVI ha incentrato la catechesi di oggi sul Natale. Questa festa è la rivelazione di Dio come Amore e del compito per tutti gli uomini di costruire l’amore e la pace nel mondo. Riportiamo di seguito il testo integrale della catechesi. "Cari fratelli e sorelle, l’odierno incontro si svolge nel clima natalizio pervaso di intima gioia per la nascita del Salvatore. Abbiamo appena celebrato, l’altro ieri, questo mistero, la cui eco si espande nella liturgia di tutti questi giorni. È un mistero di luce che gli uomini di ogni epoca possono rivivere nella fede. Risuonano nel nostro animo le parole dell’evangelista Giovanni, del quale proprio oggi celebriamo la festa: "Et Verbum caro factum est – Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). A Natale, dunque, Dio è venuto ad abitare fra noi; è venuto per noi, per restare con noi. Una domanda attraversa questi duemila anni di storia cristiana: "Ma perché lo ha fatto, perché Dio si è fatto uomo?". Ci aiuta a rispondere a questo interrogativo il canto che gli angeli intonarono sulla grotta di Betlemme: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" (Lc 2,14). Il cantico della notte di Natale, entrato nel Gloria, fa parte ormai della liturgia come gli altri tre cantici del Nuovo Testamento, che si riferiscono alla nascita e all’infanzia di Gesù: il Benedictus, il Magnificat e il Nunc dimittis. Mentre questi ultimi sono inseriti rispettivamente nelle Lodi mattutine, nella preghiera serale del Vespro, e in quella notturna di Compieta, il Gloria ha trovato la sua collocazione proprio nella Santa Messa. Alle parole degli angeli, fin dal secolo II furono aggiunte alcune acclamazioni: "Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa"; e più tardi altre invocazioni: "Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre, che togli i peccati del mondo…", sino a formulare un arioso inno di lode che venne cantato per la prima volta nella Messa di Natale e in seguito in tutti i giorni di festa. Inserito all’inizio della Celebrazione eucaristica, il Gloria sta a sottolineare la continuità esistente tra la nascita e la morte di Cristo, tra il Natale e la Pasqua, aspetti inscindibili dell’unico e medesimo mistero di salvezza. Narra il Vangelo che la moltitudine angelica cantava: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama". Gli angeli annunciano ai pastori che la nascita di Gesù "è" gloria per Dio nel più alto dei cieli; ed "è" pace sulla terra per gli uomini che egli ama. Opportunamente, pertanto, si usa porre sulla grotta queste parole angeliche a spiegazione del mistero del Natale, che nel presepe si è compiuto. Il termine "gloria" (doxa) indica lo splendore di Dio che suscita la riconoscente lode delle creature. Dirà san Paolo: è "la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo" (2 Cor 4,6). "Pace" (eirene) sta a sintetizzare la pienezza dei doni messianici, la salvezza cioè che, come nota sempre l’Apostolo, si identifica con Cristo stesso: "Egli è, infatti, la nostra pace" (Ef 2,14). Vi è infine il riferimento agli uomini "di buona volontà". "Buona volontà" (eudokia), nel linguaggio comune, fa pensare alla "buona volontà" degli uomini, ma è qui indicato piuttosto il "buon volere" di Dio verso gli uomini, che non conosce limiti. Ed ecco allora il messaggio del Natale: con la nascita di Gesù, Dio ha manifestato il suo buon volere verso tutti. Torniamo alla domanda: "Perché Dio si è fatto uomo?". Scrive sant’Ireneo: "Il Verbo si è fatto dispensatore della gloria del Padre ad utilità degli uomini… Gloria di Dio è l’uomo che vive – vivens homo - e la sua vita consiste nella visione di Dio" (Adv. Haer. IV, 20,5.7). La gloria di Dio si manifesta, dunque, nella salvezza dell’uomo, che Dio ha tanto amato "da dare – come afferma l’evangelista Giovanni – il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). È dunque l’amore la ragione ultima dell’incarnazione di Cristo. Eloquente è al riguardo la riflessione del teologo H.U. von Balthasar, il quale ha scritto: Dio "non è, in primo luogo, potenza assoluta, ma amore assoluto la cui sovranità non si manifesta nel tenere per sé ciò che gli appartiene, ma nel suo abbandono" (Mysterium paschale I, 4). Il Dio che contempliamo nel presepe è Dio-Amore. A questo punto l’annuncio degli angeli suona per noi anche come un invito: "sia" gloria a Dio nel più alto dei cieli, "sia" pace in terra agli uomini che Egli ama. L’unico modo di glorificare Dio e di costruire la pace nel mondo consiste nell’umile e fiduciosa accoglienza del dono di Natale: l’amore. Il canto degli angeli può allora diventare una preghiera da ripetere spesso, non soltanto in questo tempo natalizio. Un inno di lode a Dio nell’alto dei cieli e una fervente invocazione di pace sulla terra, che si traduca in un concreto impegno a costruirla con la nostra vita. Questo è l’impegno che il Natale ci affida".
LadyRatzinger
Thursday, December 28, 2006 11:38 AM
Il 4 gennaio il Papa in visita alla Mensa caritas di Colle Oppio

Il prossimo 4 gennaio, Benedetto XVI si recherà in visita presso la Mensa sociale della Caritas diocesana di Roma a Colle Oppio. Durante la visita pastorale, che avrà inizio alle ore 11.00, il Papa intitolerà la Mensa alla memoria di Giovanni Paolo II scoprendo una targa commemorativa e visiterà il presepe artistico allestito dai volontari della Caritas. Il Santo Padre, accompagnato dal cardinale vicario Camillo Ruini, dal vescovo ausiliare del Settore Centro, mons. Ernesto Mandara, e da mons. Guerino Di Tora, direttore della Caritas, saluterà gli ospiti della Mensa, incontrerà i volontari, gli operatori della Caritas ed i giovani del Centro giovanile “Il Centro” che ha sede presso il medesimo edificio. La Mensa di Colle Oppio, aperta nel 1983, è la prima struttura di accoglienza per senza dimora fondata a Roma ed è convenzionata con il Comune di Roma; in questi 23 anni ha ospitato migliaia di disagiati italiani e stranieri, distribuendo oltre nove milioni di pasti. Il 20 dicembre 1992 la Mensa venne visitata da Giovanni Paolo II che, durante la visita, pronunciò la frase “L’uomo che soffre ci appartiene” ora riportata nella targa commemorativa che verrà scoperta da Benedetto XVI.

TERESA BENEDETTA
Sunday, December 31, 2006 2:53 PM
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS
Alle ore 12 di oggi, festa della Santa Famiglia di Nazaret, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:


PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

In quest’ultima domenica dell’anno celebriamo la festa della Santa Famiglia di Nazaret. Con gioia rivolgo un saluto a tutte le famiglie del mondo, augurando loro la pace e l’amore che Gesù ci ha donato, venendo tra noi nel Natale. Nel Vangelo non troviamo discorsi sulla famiglia, ma un avvenimento che vale più di ogni parola: Dio ha voluto nascere e crescere in una famiglia umana. In questo modo l’ha consacrata come prima e ordinaria via del suo incontro con l’umanità. Nella vita trascorsa a Nazaret, Gesù ha onorato la Vergine Maria e il giusto Giuseppe, rimanendo sottomesso alla loro autorità per tutto il tempo della sua infanzia e adolescenza (cfr Lc 2,51-52). In tal modo ha messo in luce il valore primario della famiglia nell’educazione della persona. Da Maria e Giuseppe Gesù è stato introdotto nella comunità religiosa, frequentando la sinagoga di Nazaret. Con loro ha imparato a fare il pellegrinaggio a Gerusalemme, come narra il brano evangelico che l’odierna liturgia propone alla nostra meditazione. Quando ebbe dodici anni, rimase nel Tempio, e i suoi genitori impiegarono ben tre giorni per ritrovarlo. Con quel gesto fece loro comprendere che egli si doveva "occupare delle cose del Padre suo", cioè della missione affidatagli da Dio (cfr Lc 2,41-52).

Questo episodio evangelico rivela la più autentica e profonda vocazione della famiglia: quella cioè di accompagnare ogni suo componente nel cammino di scoperta di Dio e del disegno che Egli ha predisposto nei suoi riguardi. Maria e Giuseppe hanno educato Gesù prima di tutto con il loro esempio: nei suoi Genitori, Egli ha conosciuto tutta la bellezza della fede, dell’amore per Dio e per la sua Legge, come pure le esigenze della giustizia, che trova pieno compimento nell’amore (cfr Rm 13,10). Da loro ha imparato che in primo luogo occorre fare la volontà di Dio, e che il legame spirituale vale più di quello del sangue. La santa Famiglia di Nazaret è veramente il "prototipo" di ogni famiglia cristiana che, unita nel Sacramento del matrimonio e nutrita dalla Parola e dall’Eucaristia, è chiamata a realizzare la stupenda vocazione e missione di essere cellula viva non solo della società, ma della Chiesa, segno e strumento di unità per tutto il genere umano.

Invochiamo ora insieme la protezione di Maria Santissima e di san Giuseppe per ogni famiglia, specialmente per quelle in difficoltà. Le sostengano perchè sappiano resistere alle spinte disgregatrici di una certa cultura contemporanea, che mina le basi stesse dell’istituto familiare. Aiutino le famiglie cristiane ad essere, in ogni parte del mondo, immagine viva dell’amore di Dio.

Dopo l'Angelus, ha detto ai pellegrini italiani:

Saluto infine tutti i pellegrini di lingua italiana, augurando una buona domenica ed una serena fine d’anno.


CELEBRAZIONE DEI VESPRI E TE DEUM
DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO

Questa sera, alle ore 18, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI presiede i primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e il Te Deum di ringraziamento a conclusione dell’anno civile.

Riportiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della celebrazione:


OMELIA DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,

venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,

distinte Autorità,

cari fratelli e sorelle!

Siamo raccolti nella Basilica Vaticana per rendere grazie al Signore al termine dell’anno, e cantare insieme il Te Deum. Ringrazio di cuore voi tutti che avete voluto unirvi a me in una circostanza così significativa. Saluto in primo luogo i Signori Cardinali, i venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, i religiosi e le religiose, le persone consacrate ed i tanti fedeli laici che rappresentano l’intera comunità ecclesiale di Roma. In modo speciale saluto il Sindaco di Roma e le altre Autorità presenti. In questa sera del 31 dicembre si incrociano due diverse prospettive: una è legata alla fine dell’anno civile, l’altra alla solennità liturgica di Maria Santissima Madre di Dio, che conclude l’ottava del Santo Natale. Il primo evento è comune a tutti, il secondo è proprio dei credenti. Il loro incrociarsi conferisce a questa celebrazione vespertina un carattere singolare, in un particolare clima spirituale che invita alla riflessione.

Il primo tema, molto suggestivo, è quello collegato con la dimensione del tempo. Nelle ultime ore di ogni anno solare assistiamo al ripetersi di taluni "riti" mondani che, nell’attuale contesto, sono prevalentemente improntati al divertimento, vissuto spesso come evasione dalla realtà, quasi ad esorcizzarne gli aspetti negativi e a propiziare improbabili fortune. Quanto diverso deve essere l’atteggiamento della Comunità cristiana! La Chiesa è chiamata a vivere queste ore facendo propri i sentimenti della Vergine Maria. Insieme a Lei è invitata a tenere lo sguardo fisso sul Bambino Gesù, nuovo Sole apparso all’orizzonte dell’umanità e, confortata dalla sua luce, a premurarsi di presentargli "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" (Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 1).

Si confrontano dunque due diverse valutazioni della dimensione "tempo", una quantitativa e l’altra qualitativa. Da una parte, il ciclo solare con i suoi ritmi; dall’altra, quella che san Paolo chiama la "pienezza del tempo" (Gal 4,4), cioè il momento culminante della storia dell’universo e del genere umano, quando il Figlio di Dio nacque nel mondo. Il tempo delle promesse si è compiuto e, quando la gravidanza di Maria è giunta al suo termine, "la terra – come dice un Salmo – ha dato il suo frutto" (Sal 66,7). La venuta del Messia, preannunziata dai Profeti, è l’avvenimento qualitativamente più importante di tutta la storia, alla quale conferisce il suo senso ultimo e pieno. Non sono le coordinate storico-politiche a condizionare le scelte di Dio, ma, al contrario, è l’avvenimento dell’Incarnazione a "riempire" di valore e di significato la storia. Questo, noi che veniamo dopo duemila anni da quell’evento, possiamo affermarlo, per così dire, anche a posteriori, dopo aver conosciuto tutta la vicenda di Gesù, fino alla sua morte e risurrezione. Noi siamo testimoni, contemporaneamente, della sua gloria e della sua umiltà, del valore immenso della sua venuta e dell’infinito rispetto di Dio per noi uomini e per la nostra storia. Egli non ha riempito il tempo riversandosi in esso dall’alto, ma "dall’interno", facendosi piccolo seme per condurre l’umanità fino alla sua piena maturazione. Questo stile di Dio ha fatto sì che ci sia voluto un lungo tempo di preparazione per giungere da Abramo a Gesù Cristo, e che dopo la venuta del Messia la storia non sia finita, ma abbia continuato il suo corso, apparentemente uguale, in realtà ormai visitata da Dio e orientata verso la seconda e definitiva venuta del Signore, alla fine dei tempi. Di tutto ciò è simbolo reale, potremmo dire è sacramento la Maternità di Maria, che è al tempo stesso un evento umano e divino.

Nel brano della Lettera ai Galati, che poco fa abbiamo ascoltato, san Paolo afferma: "Dio mandò il suo Figlio, nato da donna" (Gal 4,4). Origene commenta: "Osserva bene come non ha detto: nato tramite una donna, bensì: nato da una donna" (Commento alla Lettera ai Galati, PG 14, 1298). Questa acuta osservazione del grande esegeta e scrittore ecclesiastico è importante: infatti, se il Figlio di Dio fosse nato solamente "tramite" una donna, non avrebbe realmente assunto la nostra umanità, cosa che invece ha fatto prendendo carne "da" Maria. La maternità di Maria, dunque, è vera e pienamente umana. Nell’espressione "Dio mandò il suo Figlio nato da donna" si trova condensata la verità fondamentale su Gesù come Persona divina che ha pienamente assunto la nostra natura umana. Egli è il Figlio di Dio, è generato da Lui, e al tempo stesso è figlio di una donna, Maria. Viene da lei. E’ da Dio e da Maria. Per questo la Madre di Gesù si può e si deve chiamare Madre di Dio. Questo titolo, che in greco suona Theotókos, compare per la prima volta, probabilmente proprio nell’area di Alessandria d’Egitto, dove nella prima metà del terzo secolo visse, appunto, Origene. Esso però fu definito dogmaticamente solo due secoli dopo, nel 431, dal Concilio di Efeso, città nella quale ho avuto la gioia di recarmi in pellegrinaggio un mese fa, durante il viaggio apostolico in Turchia. Proprio ripensando a questa indimenticabile visita, come non esprimere tutta la mia filiale gratitudine alla Santa Madre di Dio per la speciale protezione che in quei giorni di grazia mi ha accordato?

Theotókos, Madre di Dio: ogni volta che recitiamo l’Ave Maria, ci rivolgiamo alla Vergine con questo titolo, supplicandola di pregare "per noi peccatori". Al termine di un anno, sentiamo il bisogno di invocare in modo tutto speciale la materna intercessione di Maria Santissima per la città di Roma, per l’Italia, per l’Europa e per il mondo intero. A Lei, che è la Madre della Misericordia incarnata, affidiamo soprattutto le situazioni nelle quali solo la grazia del Signore può recare pace, conforto, giustizia. "Nulla è impossibile a Dio" (Lc 1,37), si sentì dire la Vergine dall’Angelo che le annunciava la sua divina maternità. Maria credette, e per questo è beata (cfr Lc 1,45). Ciò che è impossibile all’uomo, diventa possibile per chi crede (cfr Mc 9,23). Perciò, mentre si chiude il 2006 e si intravede già l’alba del 2007, domandiamo alla Madre di Dio che ci ottenga il dono di una fede matura: una fede che vorremmo assomigliasse per quanto possibile alla sua, una fede limpida, genuina, umile e al tempo stesso coraggiosa, intrisa di speranza e di entusiasmo per il Regno di Dio, una fede scevra di ogni fatalismo e tutta protesa a cooperare in piena e gioiosa obbedienza alla divina volontà, nell’assoluta certezza che Dio non vuole altro che amore e vita, sempre e per tutti.

Ottienici, o Maria, una fede autentica e pura. Che tu sia sempre ringraziata e benedetta, santa Madre di Dio! Amen!
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Al termine della celebrazione, il Santo Padre compie una breve visita al Presepio di Piazza San Pietro.

[Modificato da TERESA BENEDETTA 01/01/2007 16.08]

ratzi.lella
Sunday, December 31, 2006 5:38 PM
mi aggancio qui al volo...
e auguro al nostro papa ed a tutti voi uno splendido 2007, pieno di gioia e serenita'
AUGURONI!!!
lunaperversa
Sunday, December 31, 2006 7:35 PM
Auguri di uno splendente 2007 in compagnia di quella gloria che è il nostro magnifico papino, baci a tutti !!!!!!!!!!!!!!!!
Ma soprattutto a LUI, tantissimissimi bacini sulle guancine morbide
stupor-mundi
Sunday, December 31, 2006 11:04 PM
Una fede matura. La speranza del papa per il 2007
Una fede matura. La speranza del papa per il 2007

di Mattia Bianchi/ 31/12/2006

Dopo l’Angelus dedicato alla famiglia, per Benedetto XVI un nuovo appuntamento nella Basilica di San Pietro con la tradizionale celebrazione di ringraziamento di fine anno. L'invito alla riflessione, al di là dei riti mondani del capodanno.

CITTA' DEL VATICANO - I primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio per “per rendere grazie al Signore al termine dell’anno”. Dopo l’Angelus dedicato alla famiglia, per Benedetto XVI un nuovo appuntamento nella Basilica di San Pietro con la tradizionale celebrazione di fine anno durante la quale la Chiesa rivolge a Dio il “Te Deum” di ringraziamento.

Alla presenza del sindaco di Roma, Water Veltroni, di autorità e numerosi fedeli, il papa ha richiamato il significato cristiano della festa della Madonna, che stride con i riti mondani “prevalentemente improntati al divertimento” del capodanno, “vissuto spesso come evasione dalla realtà, quasi ad esorcizzarne gli aspetti negativi e a propiziare improbabili fortune”. Al contrario, sottolinea il pontefice, “la Chiesa è chiamata a vivere queste ore facendo propri i sentimenti della Vergine Maria”, tenendo lo sguardo fisso su Gesù e presentando “le gioie e le speranze”, ma anche “le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi”.

Un modo per riaffermare che la venuta del Messia è l’avvenimento più importante della storia, perché le scelte di Dio non si fanno condizionare dalle “coordinate storico-politiche”. È in gioco piuttosto “una pienezza del tempo”, legata ad un Dio che nascendo tra gli uomini, diventa come “un piccolo seme per condurre l’umanità fino alla sua piena maturazione”.

Nella maternità di Maria, “si trova condensata la verità fondamentale su Gesù come Persona divina che ha pienamente assunto la nostra natura umana”. “Per questo – dice il papa - la Madre di Gesù si può e si deve chiamare Madre di Dio”, espressione definita per la prima volta, nel 431, dal Concilio di Efeso, “città nella quale ho avuto la gioia di recarmi in pellegrinaggio un mese fa”. E “come non esprimere tutta la mia filiale gratitudine alla Santa Madre di Dio per la speciale protezione che in quei giorni di grazia mi ha accordato?”.

Benedetto XVI affida così a Maria “la città di Roma”, “l’Italia”, “l’Europa e il mondo intero”, ma anche “le situazioni nelle quali solo la grazia del Signore può recare pace, conforto, giustizia”. Nulla è impossibile a Dio, ricorda il papa, domandando “alla Madre di Dio che ci ottenga il dono di una fede matura”: “limpida, genuina, umile e al tempo stesso coraggiosa, intrisa di speranza e di entusiasmo per il Regno di Dio, una fede scevra di ogni fatalismo e tutta protesa a cooperare in piena e gioiosa obbedienza alla divina volontà, nell’assoluta certezza che Dio non vuole altro che amore e vita, sempre e per tutti”.

È questo il messaggio di speranza affidato da Benedetto XVI a tutti i cristiani e sottolineato anche al termine della recita dei Vespri, con la visita al presepe di piazza San Pietro. Domattina, alle ore 10, Santa Messa per la Giornata mondiale della Pace, sul tema “La persona umana, cuore della pace”.


Korazym.it
emma3
Monday, January 01, 2007 2:39 PM
L'omelia di Benedetto XVI nella Messa della festa di Maria Santissima Madre di Dio, Giornata mondiale della pace sul tema "La persona umana, cuore della pace".

Cari fratelli e sorelle

L’odierna liturgia contempla, come in un mosaico, diversi fatti e realtà messianiche, ma l’attenzione si concentra particolarmente su Maria, Madre di Dio. Otto giorni dopo la nascita di Gesù, ricordiamo la Madre, la Theotókos, colei che "ha dato alla luce il Re che governa il cielo e la terra per i secoli in eterno" (Antifona d’ingresso; cfr Sedulio). La liturgia medita oggi sul Verbo fatto uomo, e ripete che è nato dalla Vergine. Riflette sulla circoncisione di Gesù come rito di aggregazione alla comunità, e contempla Dio che ha dato il suo Unigenito Figlio come capo del "nuovo popolo" per mezzo di Maria. Ricorda il nome dato al Messia, e lo ascolta pronunciato con tenera dolcezza da sua Madre. Invoca per il mondo la pace, la pace di Cristo, e lo fa attraverso Maria, mediatrice e cooperatrice di Cristo (cfr Lumen gentium, 60–61).

Iniziamo un nuovo anno solare, che è un ulteriore periodo di tempo offertoci dalla Provvidenza divina nel contesto della salvezza inaugurata da Cristo. Ma il Verbo eterno non è entrato nel tempo proprio per mezzo di Maria? Lo ricorda nella seconda Lettura, che abbiamo poco fa ascoltato, l’apostolo Paolo, affermando che Gesù è nato "da una donna" (cfr Gal 4,4). Nella liturgia di oggi grandeggia la figura di Maria, vera Madre di Gesù, Uomo–Dio. L’odierna solennità non celebra pertanto un’idea astratta, bensì un mistero ed un evento storico: Gesù Cristo, persona divina, è nato da Maria Vergine, la quale è, nel senso più vero, sua madre.

Oltre alla maternità oggi viene messa in evidenza anche la verginità di Maria. Si tratta di due prerogative che vengono sempre proclamate insieme ed in maniera indissociabile, perché si integrano e si qualificano vicendevolmente. Maria è madre, ma madre vergine; Maria è vergine, ma vergine madre. Se si tralascia l’uno o l’altro aspetto non si comprende appieno il mistero di Maria, come i Vangeli ce lo presentano. Madre di Cristo, Maria è anche Madre della Chiesa, come il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Paolo VI volle proclamare il 21 novembre del 1964, durante il Concilio Vaticano II. Maria è, infine, Madre spirituale dell’intera umanità, perché per tutti Gesù ha dato il suo sangue sulla croce, e tutti dalla croce ha affidato alle sue materne premure.

Iniziamo dunque guardando a Maria questo nuovo anno, che riceviamo dalle mani di Dio come un "talento" prezioso da far fruttare, come un’occasione provvidenziale per contribuire a realizzare il Regno di Dio. In questo clima di preghiera e di gratitudine al Signore per il dono di un nuovo anno, sono lieto di rivolgere il mio deferente pensiero agli illustri Signori Ambasciatori del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, che hanno voluto prendere parte all’odierna solenne Celebrazione. Saluto cordialmente il Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato. Saluto il Cardinale Renato Raffaele Martino e i componenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, esprimendo loro la mia viva riconoscenza per l’impegno con cui quotidianamente promuovono questi valori così fondamentali per la vita della società. In occasione della presente Giornata Mondiale della Pace, ho diretto ai Governanti e ai Responsabili delle Nazioni, come anche a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, il consueto Messaggio, che quest’anno ha per tema: "La persona umana, cuore della pace ".

Sono profondamente convinto che "rispettando la persona si promuove la pace, e costruendo la pace si pongono le premesse per un autentico umanesimo integrale" (Messaggio, n. 1). È un impegno questo che compete in modo peculiare al cristiano, chiamato "ad essere infaticabile operatore di pace e strenuo difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti" (Messaggio, n. 16). Proprio perché creato ad immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1,27), ogni individuo umano, senza distinzione di razza, cultura e religione, è rivestito della medesima dignità di persona. Per questo va rispettato, né alcuna ragione può mai giustificare che si disponga di lui a piacimento, quasi fosse un oggetto. Di fronte alle minacce alla pace, purtroppo sempre presenti, dinanzi alle situazioni di ingiustizia e di violenza, che continuano a persistere in diverse regioni della terra, davanti al permanere di conflitti armati, spesso dimenticati dalla vasta opinione pubblica, e al pericolo del terrorismo che turba la serenità dei popoli, diventa più che mai necessario operare insieme per la pace. Questa, ho ricordato nel Messaggio, è "insieme un dono e un compito" (n. 3): dono da invocare con la preghiera, compito da realizzare con coraggio senza mai stancarsi.

Il racconto evangelico che abbiamo ascoltato mostra la scena dei pastori di Betlemme che si recano alla grotta per adorare il Bambino, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’Angelo (cfr Lc 2,16). Come non volgere lo sguardo ancora una volta alla drammatica situazione che caratterizza proprio quella Terra dove nacque Gesù? Come non implorare con insistente preghiera che anche in quella regione giunga quanto prima il giorno della pace, il giorno in cui si risolva definitivamente il conflitto in atto che dura ormai da troppo tempo? Un accordo di pace, per essere durevole, deve poggiare sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona. L’auspicio che formulo dinanzi ai rappresentanti delle Nazioni qui presenti è che la Comunità internazionale congiunga i propri sforzi, perché in nome di Dio si costruisca un mondo in cui gli essenziali diritti dell’uomo siano da tutti rispettati. Perché ciò avvenga è però necessario che il fondamento di tali diritti sia riconosciuto non in semplici pattuizioni umane, ma "nella natura stessa dell’uomo e nella sua inalienabile dignità di persona creata da Dio" (Messaggio, n. 13). Se infatti gli elementi costitutivi della dignità umana vengono affidati alle mutevoli opinioni umane, anche i suoi diritti, pur solennemente proclamati, finiscono per diventare deboli e variamente interpretabili. "È importante, pertanto, che gli Organismi internazionali non perdano di vista il fondamento naturale dei diritti dell’uomo. Ciò li sottrarrà al rischio, purtroppo sempre latente, di scivolare verso una loro interpretazione solo positivistica" (ibid.).

"Ti benedica il Signore e ti protegga… rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace" (Nm 6,24.26). E’ questa la formula di benedizione che abbiamo ascoltato nella prima Lettura. E’ tratta dal libro dei Numeri: vi si ripete tre volte il nome del Signore. Ciò sta a significare l’intensità e la forza della benedizione, la cui ultima parola è "pace". Il termine biblico shalom, che traduciamo "pace", indica quell’insieme di beni in cui consiste "la salvezza" portata da Cristo, il Messia annunciato dai profeti. Per questo noi cristiani riconosciamo in Lui il Principe della pace. Egli si è fatto uomo ed è nato in una grotta a Betlemme per portare la sua pace agli uomini di buona volontà, a coloro che lo accolgono con fede e amore. La pace è così veramente il dono e l’impegno del Natale: il dono, che va accolto con umile docilità e costantemente invocato con orante fiducia; l’impegno, che fa di ogni persona di buona volontà un "canale di pace".

Chiediamo a Maria, Madre di Dio, di aiutarci ad accogliere il Figlio suo e, in Lui, la vera pace. Domandiamole di illuminare i nostri occhi, perché sappiamo riconoscere il Volto di Cristo nel volto di ogni persona umana, cuore della pace!

emma3
Monday, January 01, 2007 2:42 PM
La riflessione prima della recita dell'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

All’inizio del nuovo anno sono lieto di rivolgere a tutti voi, presenti in Piazza San Pietro, e a quanti sono collegati con noi mediante la radio e la televisione i più cordiali auguri di pace e di bene! La luce di Cristo, Sole apparso all’orizzonte dell’umanità, illumini il vostro cammino e vi accompagni lungo l’intero 2007!

Con felice intuizione, il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, ha voluto che l’anno si aprisse sotto la protezione di Maria Santissima, venerata come Madre di Dio. La Comunità cristiana, che in questi giorni è rimasta in orante adorazione dinanzi al presepe, guarda oggi con particolare amore alla Vergine Madre. Si immedesima con Lei mentre contempla il Bambino appena nato, avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia. Come Maria, anche la Chiesa resta in silenzio, per cogliere e custodire le risonanze interiori del Verbo fatto carne e non disperdere il calore divino-umano che si sprigiona dalla sua presenza. E’ Lui la Benedizione di Dio! La Chiesa, come la Vergine, non fa altro che mostrare a tutti Gesù, il Salvatore, e su ciascuno riflette la luce del suo Volto, splendore di bontà e di verità.

Quest’oggi contempliamo Gesù, nato da Maria Vergine, nella sua prerogativa di vero "Principe della Pace" (Is 9,5). Egli "è la nostra pace", venuto ad abbattere il "muro di separazione" che divide gli uomini e i popoli, cioè "l’inimicizia" (Ef 2,14). Per questo, sempre Paolo VI, di venerata memoria, volle che il 1° gennaio diventasse anche la Giornata Mondiale della Pace: perché ogni nuovo anno incominci nella luce di Cristo, il grande pacificatore dell’umanità. Rinnovo quest’oggi il mio augurio di pace ai Governanti e ai Responsabili delle Nazioni e degli Organismi internazionali e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Lo faccio particolarmente con lo speciale Messaggio che ho preparato insieme ai miei collaboratori del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e che quest’anno ha per tema: "La persona umana, cuore della pace". Esso tocca un punto essenziale, il valore della persona umana, che è la colonna portante dell’intero grande edificio della pace. Oggi si parla molto di diritti umani, ma spesso si dimentica che essi hanno bisogno di un fondamento stabile, non relativo, non opinabile. E questo non può che essere la dignità della persona. Il rispetto per questa dignità comincia dal riconoscimento e dalla tutela del suo diritto a vivere e a professare liberamente la propria religione.

Alla Santa Madre di Dio rivolgiamo con fiducia la nostra preghiera, perchè si sviluppi nelle coscienze il sacro rispetto per ogni persona umana e il fermo ripudio della guerra e della violenza. Aiutaci, Maria, Tu che hai dato al mondo Gesù, ad accogliere da Lui il dono della pace e ad essere sinceri e coraggiosi costruttori di pace.


Parole dopo la recita dell'Angelus

Desidero anzitutto ricambiare le espressioni augurali che mi ha rivolto ieri sera il Presidente della Repubblica Italiana nel suo messaggio di fine anno. Per lui, per tutte le autorità civili e per l’intero popolo italiano assicuro il mio speciale ricordo nella preghiera.

Voglio poi manifestare la mia spirituale vicinanza alle molteplici iniziative promosse dalle Diocesi e da parrocchie, associazioni e movimenti in occasione della Giornata Mondiale della Pace. In particolare, ricordo quella della Conferenza Episcopale Italiana svoltasi ieri a Norcia alla luce del messaggio di san Benedetto. In questo contesto sono lieto di salutare i partecipanti alla marcia intitolata "Pace in tutte le terre", organizzata dalla Comunità di sant’Egidio qui a Roma e in altre città del mondo.

Aux pèlerins francophones réunis ce matin pour la prière de l’Angelus, j’adresse mes cordiales salutations. Puisse la nouvelle année vous inviter à ouvrir toujours davantage votre cœur au Christ Sauveur, à l’exemple de la Vierge Marie, Mère de Dieu, pour le servir généreusement dans vos frères. Heureuse et sainte année à tous!

I welcome all the English-speaking pilgrims present for this Angelus on the Solemnity of Mary, Mother of God. Today we recall the wonderful mystery that through blessed Mary, virgin and mother, God has become man! Filled with awe, knowing that the world has been given a Saviour, we give thanks to God. Today is also the World Day of Peace. May Mary show us, in her Son, the way of peace, and enlighten our vision so that we may recognize Christ’s face in the face of every human person. Upon all of you, your families and communities I invoke God’s abundant blessings of comfort and joy. Happy New Year!

Herzlich heiße ich alle deutschsprachigen Besucher am Neujahrstag hier auf dem Petersplatz willkommen. Der Apostel Paulus stellt uns Jesus Christus, den Sohn Gottes, als „geboren von einer Frau und dem Gesetz unterstellt" (Gal 4, 4) vor Augen. Bitten wir den menschgewordenen Erlöser, uns an allen Tagen dieses neuen Jahres zu begleiten und zu führen, auf daß wir stets Wege des Friedens und der Verständigung gehen und die Menschenfreundlichkeit Gottes in der Welt aufscheinen lassen. Euch allen wünsche ich von Herzen ein gutes und gesegnetes Neues Jahr!

Saludo a los peregrinos de lengua española aquí presentes y a cuantos participan en el rezo del Angelus a través de la radio y la televisión. Que María nos enseñe en su Hijo el camino de la paz, e ilumine nuestros ojos para que sepan reconocer su Rostro en el rostro de cada persona humana, donde reside el corazón de la paz. ¡Feliz Año Nuevo!

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Wam tu obecnym, waszym rodakom w kraju i za granica, skladam najlepsze zyczenia dobrego i owocnego Nowego Roku. Prosze Boza Matke, Królowa Pokoju, by otaczala was swoja opieka. Trwajcie mocni w wierze! Niech Bóg wam blogoslawi. [Saluto cordialmente tutti i Polacchi. A voi qui presenti, ai vostri connazionali nel vostro paese e all’estero, auguro che il Nuovo Anno sia buono e prospero. Chiedo alla Madre di Dio, la Regina della Pace, che vi abbracci con la sua protezione. Rimanete forti nella fede! Dio vi benedica.]

Saluto cordialmente i pellegrini di lingua italiana, in particolare i Giovani Orionini partecipanti al "Capodanno Alternativo" e il Movimento dell’Amore Familiare, che hanno vegliato questa notte in Piazza San Pietro pregando per la pace e l’unità in tutte le famiglie del mondo; come pure i giovani radunati dalle Suore di Sant’Anna, fondate proprio da due coniugi, i Servi di Dio Carlo Tancredi e Giulia di Barolo. Saluto inoltre gli amici e i volontari della Fraterna Domus. A tutti auguro di vivere il nuovo anno nella grazia e nella pace del Signore.
LadyRatzinger
Monday, January 01, 2007 8:38 PM
Angelus, il Papa ringrazia il Presidente Napolitano e invita a ripudiare la guerra e la violenza

Al termine della Santa Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella ricorrenza della XL Giornata Mondiale della Pace, il Santo Padre Benedetto XVI, prima di recitare l’Angelus, ha rivolto ai fedeli e ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro le seguenti parole:

"Cari fratelli e sorelle!
All’inizio del nuovo anno sono lieto di rivolgere a tutti voi, presenti in Piazza San Pietro, e a quanti sono collegati con noi mediante la radio e la televisione i più cordiali auguri di pace e di bene! La luce di Cristo, Sole apparso all’orizzonte dell’umanità, illumini il vostro cammino e vi accompagni lungo l’intero 2007!
Con felice intuizione, il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, ha voluto che l’anno si aprisse sotto la protezione di Maria Santissima, venerata come Madre di Dio. La Comunità cristiana, che in questi giorni è rimasta in orante adorazione dinanzi al presepe, guarda oggi con particolare amore alla Vergine Madre. Si immedesima con Lei mentre contempla il Bambino appena nato, avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia. Come Maria, anche la Chiesa resta in silenzio, per cogliere e custodire le risonanze interiori del Verbo fatto carne e non disperdere il calore divino-umano che si sprigiona dalla sua presenza. E’ Lui la Benedizione di Dio! La Chiesa, come la Vergine, non fa altro che mostrare a tutti Gesù, il Salvatore, e su ciascuno riflette la luce del suo Volto, splendore di bontà e di verità.
Quest’oggi contempliamo Gesù, nato da Maria Vergine, nella sua prerogativa di vero "Principe della Pace" (Is 9,5). Egli "è la nostra pace", venuto ad abbattere il "muro di separazione" che divide gli uomini e i popoli, cioè "l’inimicizia" (Ef 2,14). Per questo, sempre Paolo VI, di venerata memoria, volle che il 1° gennaio diventasse anche la Giornata Mondiale della Pace: perché ogni nuovo anno incominci nella luce di Cristo, il grande pacificatore dell’umanità. Rinnovo quest’oggi il mio augurio di pace ai Governanti e ai Responsabili delle Nazioni e degli Organismi internazionali e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Lo faccio particolarmente con lo speciale Messaggio che ho preparato insieme ai miei collaboratori del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e che quest’anno ha per tema: "La persona umana, cuore della pace". Esso tocca un punto essenziale, il valore della persona umana, che è la colonna portante dell’intero grande edificio della pace. Oggi si parla molto di diritti umani, ma spesso si dimentica che essi hanno bisogno di un fondamento stabile, non relativo, non opinabile. E questo non può che essere la dignità della persona. Il rispetto per questa dignità comincia dal riconoscimento e dalla tutela del suo diritto a vivere e a professare liberamente la propria religione.
Alla Santa Madre di Dio rivolgiamo con fiducia la nostra preghiera, perchè si sviluppi nelle coscienze il sacro rispetto per ogni persona umana e il fermo ripudio della guerra e della violenza. Aiutaci, Maria, Tu che hai dato al mondo Gesù, ad accogliere da Lui il dono della pace e ad essere sinceri e coraggiosi costruttori di pace.Desidero anzitutto ricambiare le espressioni augurali che mi ha rivolto ieri sera il Presidente della Repubblica Italiana nel suo messaggio di fine anno. Per lui, per tutte le autorità civili e per l’intero popolo italiano assicuro il mio speciale ricordo nella preghiera.
Voglio poi manifestare la mia spirituale vicinanza alle molteplici iniziative promosse dalle Diocesi e da parrocchie, associazioni e movimenti in occasione della Giornata Mondiale della Pace. In particolare, ricordo quella della Conferenza Episcopale Italiana svoltasi ieri a Norcia alla luce del messaggio di san Benedetto. In questo contesto sono lieto di salutare i partecipanti alla marcia intitolata "Pace in tutte le terre", organizzata dalla Comunità di sant’Egidio qui a Roma e in altre città del mondo. Saluto cordialmente i pellegrini di lingua italiana, in particolare i Giovani Orionini partecipanti al "Capodanno Alternativo" e il Movimento dell’Amore Familiare, che hanno vegliato questa notte in Piazza San Pietro pregando per la pace e l’unità in tutte le famiglie del mondo; come pure i giovani radunati dalle Suore di Sant’Anna, fondate proprio da due coniugi, i Servi di Dio Carlo Tancredi e Giulia di Barolo. Saluto inoltre gli amici e i volontari della Fraterna Domus. A tutti auguro di vivere il nuovo anno nella grazia e nella pace del Signore".

[Modificato da LadyRatzinger 01/01/2007 20.39]

ratzi.lella
Wednesday, January 03, 2007 2:05 PM
udienza generale di stamattina...
L’UDIENZA GENERALE , 03.01.2007

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre Benedetto XVI si è soffermato ancora sul mistero del Natale.

Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Papa ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

L’Udienza Generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.


CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

grazie per il vostro affetto. Auguro un Buon Anno a tutti voi! Questa prima Udienza generale del nuovo anno si svolge ancora nel clima natalizio, in una atmosfera che ci invita alla gioia per la nascita del Redentore. Venendo nel mondo, Gesù ha sparso con abbondanza tra gli uomini doni di bontà, di misericordia e di amore. Quasi interpretando i sentimenti degli uomini di ogni tempo, l’apostolo Giovanni osserva: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio" (1 Gv 3,1). Chi si ferma a meditare davanti al Figlio di Dio che giace inerme nel presepe non può non sentirsi sorpreso da quest’evento umanamente incredibile; non può non condividere lo stupore e l’umile abbandono della Vergine Maria, che Dio ha scelto come Madre del Redentore proprio per la sua umiltà. Nel Bambino di Betlemme ogni uomo scopre di essere gratuitamente amato da Dio; nella luce del Natale si manifesta a ciascuno di noi l’infinita bontà di Dio. In Gesù il Padre celeste ha inaugurato una nuova relazione con noi; ci ha resi "figli nello stesso Figlio". E’ proprio su questa realtà che, durante questi giorni, san Giovanni ci invita a meditare con la ricchezza e la profondità della sua parola, della quale abbiamo sentito un brano.

L’Apostolo prediletto del Signore sottolinea che figli noi "lo siamo realmente" (1 Gv 3,1): non siamo soltanto creature, ma siamo figli; in questo modo Dio è vicino a noi; in questo modo ci attira a sé nel momento della sua incarnazione, nel suo farsi uno di noi. Quindi apparteniamo veramente alla famiglia che ha Dio come Padre, perché Gesù, il Figlio Unigenito, è venuto a porre la sua tenda in mezzo a noi, la tenda della sua carne, per radunare tutte le genti in un’unica famiglia, famiglia di Dio, appartenente realmente all’Essere divino, uniti in un solo popolo, una sola famiglia. E’ venuto per rivelarci il vero volto del Padre. E se adesso noi usiamo la parola Dio, non si tratta più di una realtà conosciuta soltanto da lontano. Noi conosciamo il volto di Dio: è quello del Figlio, venuto per rendere più vicine a noi, alla terra, le realtà celesti. Nota san Giovanni: "In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi" (1 Gv 4,10). Nel Natale risuona nel mondo intero l’annuncio semplice e sconvolgente: "Dio ci ama". "Noi amiamo – dice san Giovanni - perché egli ci ha amati per primo" (1 Gv 4,19). Questo mistero è ormai affidato alle nostre mani perché, sperimentando l’amore divino, viviamo protesi verso le realtà del cielo. E questo, diciamo, è anche l’esercizio di questi giorni: vivere realmente protesi verso Dio, cercando anzitutto il Regno e la sua giustizia, certi che il resto, tutto il resto ci sarà dato in sovrappiù (cfr Mt 6,33). A crescere in questa consapevolezza ci aiuta il clima spirituale del tempo natalizio.

La gioia del Natale non ci fa però dimenticare il mistero del male (mysterium iniquitatis), il potere delle tenebre che tenta di oscurare lo splendore della luce divina: e, purtroppo, sperimentiamo ogni giorno questo potere delle tenebre. Nel prologo del suo Vangelo, più volte proclamato in questi giorni, l’evangelista Giovanni scrive: "La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta" (1,5).
E’ il dramma del rifiuto di Cristo, che, come in passato, si manifesta e si esprime, purtroppo, anche oggi in tanti modi diversi. Forse persino più subdole e pericolose sono le forme del rifiuto di Dio nell’era contemporanea: dal netto rigetto all’indifferenza, dall’ateismo scientista alla presentazione di un Gesù cosiddetto modernizzato o postmodernizzato. Un Gesù uomo, ridotto in modo diverso ad un semplice uomo del suo tempo, privato della sua divinità; oppure un Gesù talmente idealizzato da sembrare talora il personaggio di una fiaba.

Ma Gesù, il vero Gesù della storia, è vero Dio e vero Uomo e non si stanca di proporre il suo Vangelo a tutti, sapendo di essere "segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori", come ebbe a profetizzare il vecchio Simeone (cfr Lc 2, 32–33). In realtà, solo il Bambino che giace nel presepe possiede il vero segreto della vita. Per questo chiede di accoglierlo, di fargli spazio in noi, nei nostri cuori, nelle nostre case, nelle nostre città e nelle nostre società. Risuonano nella mente e nel cuore le parole del prologo di Giovanni: "A quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (1,12). Cerchiamo di essere tra quelli che lo accolgono. Dinanzi a Lui non si può restare indifferenti. Anche noi, cari amici, dobbiamo continuamente prendere posizione. Quale sarà dunque la nostra risposta? Con quale atteggiamento lo accogliamo? Ci viene in aiuto la semplicità dei pastori e la ricerca dei Magi che, attraverso la stella, scrutano i segni di Dio; ci è di esempio la docilità di Maria e la sapiente prudenza di Giuseppe. Gli oltre duemila anni di storia cristiana sono pieni di esempi di uomini e donne, di giovani e adulti, di bambini ed anziani che hanno creduto al mistero del Natale, hanno aperto le braccia all’Emmanuele divenendo con la loro vita fari di luce e di speranza. L’amore che Gesù, nascendo a Betlemme, ha recato nel mondo, lega a sé quanti lo accolgono in un duraturo rapporto di amicizia e di fraternità. Afferma san Giovanni della Croce: "Dio dandoci tutto, cioè suo Figlio, ha detto ormai in Lui tutto. Fissa gli occhi su Lui solo … e vi troverai anche più di quanto chiedi e desideri" (Salita del monte Carmelo, Libro I, Ep. 22, 4-5).

Cari fratelli e sorelle, all’inizio di questo nuovo anno ravviviamo in noi l’impegno di aprire a Cristo la mente ed il cuore, manifestandogli sinceramente la volontà di vivere da veri amici suoi. Diventeremo così collaboratori del suo progetto di salvezza e testimoni di quella gioia che Egli ci dona perché la diffondiamo in abbondanza attorno a noi. Ci aiuti Maria ad aprire il cuore all’Emmanuele, che ha assunto la nostra povera e fragile carne per condividere insieme a noi il faticoso cammino della vita terrena. In compagnia di Gesù, tuttavia, questo cammino faticoso diventa un cammino di gioia. Andiamo insieme con Gesù, camminiamo con Lui, e così l’anno nuovo sarà un anno felice e buono.


Saluto in lingua italiana

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Capitolari dell’Unione Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, che celebrano in questi giorni il loro capitolo generale. Care sorelle, il mistero dell’Incarnazione, che meditiamo in questo tempo liturgico, vi conduca ad una sempre più solida fedeltà alla vostra missione nella Chiesa.

Saluto, inoltre, i fedeli della parrocchia di Maria Santissima Immacolata in Scauri, che ricordano il 75° anniversario di erezione canonica della loro comunità parrocchiale. Cari amici, vi esorto a perseverare nell’impegno di generosa testimonianza cristiana.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. A voi, cari giovani, auguro di saper considerare ogni giorno come un prezioso dono di Dio. Il nuovo anno porti a voi, cari malati, conforto e sollievo nel corpo e nello spirito. E voi, cari sposi novelli, imitando la Santa Famiglia di Nazareth, sforzatevi di costruire ogni giorno un’autentica comunione di amore.


l'aula paolo vi, stamattina, era affollatissima e zavattaro, al tg1, ha mostrato anche una piazza san pietro particolarmente festante, intenta a seguire la catechesi del papa dai maxischermi


eccolo, infatti, in piazza, alla fine dell'udienza:





qui siamo "nell'anticamera" dell'aula paolo vi:





[Modificato da ratzi.lella 03/01/2007 14.42]

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