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Ratzigirl
Thursday, November 23, 2006 6:50 PM
Dolore del Papa per la catastrofe in una miniera polacca

Il bilancio è di 8 morti e 15 dispersi


giovedì, 23 novembre 2006


Benedetto XVI ha espresso pubblicamente il suo dolore ricevendo la notizia dell’esplosione nella miniera di carbone di Halemba (Polonia), avvenuta il 21 novembre, nella quale hanno perso la vita 8 persone mentre 15 rimangono disperse.

In un telegramma inviato dal segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone, all’Arcivescovo di Katowice, monsignor Damian Zimon, il Papa assicura che “affida le anime dei morti alla misericordia di Dio, chiedendo di accogliere l’offerta della loro fatica e della vita, e di introdurli nella sua gloria”.

Il Santo Padre, inoltre, “con una cordiale preghiera abbraccia le famiglie dei morti e tutti coloro che piangono la loro improvvisa scomparsa”.
Ratzigirl
Saturday, November 25, 2006 12:59 PM
Discorso di Benedetto XVI ai dirigenti e ai dipendenti dei Musei Vaticani


* * *


Cari fratelli e sorelle!

Con grande gioia vi accolgo e rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto. Saluto, in primo luogo, Mons. Giovanni Lajolo, Presidente del Governatorato, e lo ringrazio per le parole con cui si è fatto interprete del vostro affetto, sottolineando la speciale attenzione riservata dai Sommi Pontefici ai Musei Vaticani, che quest’anno celebrano il loro quinto centenario. Saluto pure il Segretario Generale, Mons. Renato Boccardo, e il Direttore dei Musei, Dottor Francesco Buranelli. L’incontro con voi, che formate il gruppo di dipendenti più numeroso della Città del Vaticano, era naturalmente nei miei propositi, e sono lieto che avvenga durante queste celebrazioni giubilari. Vorrei, inoltre, salutare i familiari presenti ed estendere il mio pensiero a tutte le vostre famiglie.

Ogni giorno migliaia di persone visitano i Musei Vaticani. Nell’anno 2005 se ne sono contati oltre 3 milioni e 800 mila, e nel corrente 2006 hanno già superato i 4 milioni. Questo fa pensare! Chi sono infatti questi visitatori? Sono una rappresentanza assai eterogenea dell’umanità. Tra di loro, molti non sono cattolici, tanti non sono cristiani e forse neppure credenti. Buona parte di essi si reca anche nella Basilica di San Pietro, ma parecchi visitano, del Vaticano, soltanto i Musei. Tutto ciò fa riflettere sulla straordinaria responsabilità che investe tale istituzione dal punto di vista del messaggio cristiano. Viene in mente l’iscrizione che il Papa Benedetto XIV, a metà del Settecento, fece porre all’ingresso del cosiddetto Museo Cristiano, per dichiararne la finalità: "Ad augendum Urbis splendorem / et asserendam Religionis veritatem", "Per promuovere lo splendore di Roma e affermare la verità della Religione cristiana". L’approccio alla verità cristiana mediato attraverso l’espressione artistica o storico-culturale ha una chance in più per parlare all’intelligenza e alla sensibilità di persone che non appartengono alla Chiesa cattolica e talvolta possono nutrire verso di essa pregiudizi e diffidenza. Coloro che visitano i Musei Vaticani hanno modo di "immergersi" in un concentrato di "teologia per immagini", sostando in questo santuario di arte e di fede. So quanto impegno costi la tutela, la conservazione e la custodia quotidiana di tali ambienti, e vi ringrazio per lo sforzo che fate affinché essi parlino a tutti e nel migliore dei modi. E’ un lavoro nel quale, cari amici, siete tutti coinvolti e tutti importanti: perché il buon funzionamento del Museo, voi lo sapete bene, dipende dall’apporto di ciascuno.

Permettetemi ora di evidenziare una verità che sta scritta nel "codice genetico" dei Musei Vaticani: che cioè la grande civiltà classica e quella ebraico-cristiana non si oppongono tra loro, ma convergono nell’unico piano di Dio. Lo dimostra il fatto che l’origine remota di questa istituzione risale ad un’opera che ben possiamo qualificare "profana" – il magnifico gruppo scultoreo del Laocoonte -, ma che, in realtà, inserita nel contesto vaticano, acquista la sua piena e più autentica luce. E’ la luce della creatura umana plasmata da Dio, della libertà nel dramma della sua redenzione, protesa tra terra e cielo, tra carne e spirito. E’ la luce di una bellezza che irradia dall’interno dell’opera artistica e conduce lo spirito ad aprirsi al sublime, là dove il Creatore incontra la creatura fatta a sua immagine e somiglianza. Tutto questo possiamo leggere in un capolavoro quale appunto il Laocoonte, ma si tratta di una logica propria all’intero Museo, che in questa prospettiva appare veramente un tutto unitario nella complessa articolazione delle sue sezioni, pur così differenti tra loro. La sintesi tra Vangelo e cultura appare ancor più esplicita in alcuni reparti e quasi "materializzata" in talune opere: penso ai sarcofagi del museo Pio-cristiano, o alle tombe della Necropoli sulla Via Trionfale, che quest’anno ha visto raddoppiare la sua area musealizzata, o all’eccezionale collezione etnologica di provenienza missionaria. Il Museo mostra veramente un intreccio continuo tra Cristianesimo e cultura, tra fede e arte, tra divino e umano. La Cappella Sistina costituisce, al riguardo, un vertice insuperabile.

Ritorniamo ora a voi, cari amici. I Musei Vaticani sono il vostro luogo di lavoro quotidiano. Molti di voi sono a contatto diretto con i visitatori: quanto è importante allora il vostro tratto e il vostro esempio per offrire a tutti una semplice, ma incisiva testimonianza di fede. Un tempio di arte e di cultura come i Musei Vaticani chiede che alla bellezza delle opere si accompagni quella delle persone che vi lavorano: bellezza spirituale, che rende davvero ecclesiale l’ambiente, impregnandolo di spirito cristiano. Il fatto di lavorare in Vaticano costituisce, pertanto, un impegno in più a coltivare la propria fede e testimonianza cristiana. A questo proposito, oltre che dalla partecipazione attiva alla vita delle vostre comunità parrocchiali, un utile aiuto vi è offerto anche dai momenti di celebrazione e di formazione spirituale animati dai vostri assistenti spirituali, che ringrazio per la loro dedizione. Soprattutto vi invito a far sì che ogni vostra famiglia sia una "piccola Chiesa", in cui la fede e la vita si intrecciano nello svolgersi delle vicende liete e tristi di tutti i giorni. E proprio per questo sono contento che sia presente quest’oggi una significativa rappresentanza dei vostri familiari. La Vergine Maria e san Giuseppe vi aiutino a vivere in perenne rendimento di grazie, gustando le gioie semplici di ogni giorno e moltiplicando le opere di bene. Assicuro la mia preghiera per ciascuno di voi, in special modo per gli anziani, i bambini e gli ammalati e, mentre vi ringrazio per la vostra gradita visita, con affetto vi benedico insieme a tutti i vostri cari.


ratzi.lella
Sunday, November 26, 2006 2:10 PM
l'angelus di oggi
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:


PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

In quest’ultima domenica dell’anno liturgico celebriamo la solennità di Cristo Re dell’Universo. Il Vangelo odierno ci ripropone una parte del drammatico interrogatorio a cui Ponzio Pilato sottopose Gesù, quando gli fu consegnato con l’accusa di aver usurpato il titolo di "re dei Giudei". Alle domande del governatore romano, Gesù rispose affermando di essere sì re, ma non di questo mondo (cfr Gv 18,36). Egli non è venuto a dominare su popoli e territori, ma a liberare gli uomini dalla schiavitù del peccato e riconciliarli con Dio. Ed aggiunse: "Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce" (Gv 18,37).

Ma qual è la "verità" che Cristo è venuto a testimoniare nel mondo? L’intera sua esistenza rivela che Dio è amore: è questa dunque la verità a cui Egli ha reso piena testimonianza con il sacrificio della sua stessa vita sul Calvario. La Croce è il "trono" dal quale ha manifestato la sublime regalità di Dio Amore: offrendosi in espiazione del peccato del mondo, Egli ha sconfitto il dominio del "principe di questo mondo" (Gv 12,31) e ha instaurato definitivamente il Regno di Dio. Regno che si manifesterà in pienezza alla fine dei tempi, dopo che tutti i nemici, e per ultimo la morte, saranno stati sottomessi (cfr 1 Cor 15,25-26). Allora il Figlio consegnerà il Regno al Padre e finalmente Dio sarà "tutto in tutti" (1 Cor 15,28). La via per giungere a questa meta è lunga e non ammette scorciatoie: occorre infatti che ogni persona liberamente accolga la verità dell’amore di Dio. Egli è Amore e Verità, e sia l’amore che la verità non si impongono mai: bussano alla porta del cuore e della mente e, dove possono entrare, apportano pace e gioia. Questo è il modo di regnare di Dio; questo il suo progetto di salvezza, un "mistero" nel senso biblico del termine, cioè un disegno che si rivela a poco a poco nella storia.

Alla regalità di Cristo è stata associata in modo singolarissimo la Vergine Maria. A Lei, umile ragazza di Nazaret, Dio chiese di diventare Madre del Messia, e Maria corrispose a questa chiamata con tutta se stessa, unendo il suo "sì" incondizionato a quello del Figlio Gesù e facendosi con Lui obbediente fino al sacrificio. Per questo Dio l’ha esaltata al di sopra di ogni creatura e Cristo l’ha coronata Regina del Cielo e della terra. Alla sua intercessione affidiamo la Chiesa e l’intera umanità, affinché l’amore di Dio possa regnare in tutti i cuori e si compia il suo disegno di giustizia e di pace.

[01700-01.01] [Testo originale: Italiano]


DOPO L’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle, come sapete, nei prossimi giorni mi recherò in visita in Turchia. Fin d’ora desidero inviare un saluto cordiale al caro Popolo turco, ricco di storia e di cultura; a tale Popolo e ai suoi rappresentanti esprimo sentimenti di stima e di sincera amicizia. Con viva emozione attendo di incontrare la piccola Comunità cattolica, che mi è sempre presente nel cuore, e di unirmi fraternamente alla Chiesa Ortodossa, in occasione della festa dell’apostolo sant’Andrea. Con fiducia mi pongo sulle orme dei miei venerati predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II; ed invoco la celeste protezione del beato Giovanni XXIII, che fu per dieci anni Delegato Apostolico in Turchia e nutrì per quella Nazione affetto e stima. A tutti voi domando di accompagnarmi con la preghiera, perché questo pellegrinaggio possa portare tutti i frutti che Dio desidera.

Ricorre il 1° dicembre prossimo la Giornata Mondiale contro l’AIDS. Auspico vivamente che tale circostanza favorisca un’accresciuta responsabilità nella cura della malattia, insieme all’impegno di evitare ogni discriminazione nei confronti di quanti ne sono colpiti. Mentre invoco sui malati e sulle loro famiglie il conforto del Signore, incoraggio le molteplici iniziative che la Chiesa sostiene in tale campo.

(dal sito del vaticano)




CITTA' DEL VATICANO - "Un saluto cordiale al caro popolo turco, ricco di storia e di cultura" è stato inviato oggi da Benedetto XVI in mondovisione dopo la preghiera dell'Angelus. "A tale popolo e ai suoi rappresentanti esprimo sentimenti di stima e di sincera amicizia", ha detto il Pontefice, che martedì prossimo inizierà ad Ankara la sua visita in Turchia.

Inoltre, il Vaticano ha confermato ufficialmente attraverso padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa, la visita del Pontefice alla Moschea Blu il giorno 30 novembre, subito dopo la visita alla Basilica di Santa Sofia.

Proprio mentre a Istanbul è in corso una manifestazione contro il viaggio, ai 50mila fedeli presenti in piazza San Pietro il Papa ha chiesto di accompagnarlo "con la preghiera, perché questo pellegrinaggio possa portare tutti i frutti che Dio desidera".
"Con viva emozione - ha quindi aggiunto Papa Ratzinger - attendo di incontrare la piccola comunità cattolica, che mi è sempre presente nel cuore, e di unirmi fraternamente alla Chiesa ortodossa, in occasione della festa dell'apostolo sant'Andrea".

Il Papa ha richiamato anche la figura di chi lo ha preceduto: "Con fiducia mi pongo sulle orme dei miei venerati predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II; e invoco la celeste protezione del beato Giovanni XXIII, che fu per dieci anni delegato apostolico in Turchia e nutrì per quella nazione affetto e stima".

Quindi il Papa è tornato sulla questione dell'Aids, ma senza alludere in nessun modo alla presunta nuova posizione della Chiesa in materia di profilassi che qualche giorno fa alcune fonti davano allo studio. Ratzinger si è limitato a incoraggiare "le molteplici iniziative che la Chiesa sostiene in questo campo" e a rinnovare il suo auspicio che i malati non siano mai discriminati, e chiedere una "accresciuta responsabilità nella cura della malattia", ricordando che il prossimo primo dicembre ricorre la giornata mondiale contro l'Aids.

(dal sito di repubblica)
TERESA BENEDETTA
Sunday, November 26, 2006 5:54 PM
Gli organizzatori del protesto hanno promesso almeno un millione di dimostratori e che avrebbe organizzato piu di 2000 pullman per portare protestori dalle altre citta - invece sono apparsi 20,000! MENOMALE!!!

[Modificato da TERESA BENEDETTA 26/11/2006 20.23]

josie '86
Tuesday, November 28, 2006 5:47 PM
Da Zenit
[DIM]15pt[=DIM][G]Benedetto XVI lancia un messaggio di pace visitando il Mausoleo di Atatürk
[/G][/DIM]

[FONT]Verdana[=FONT][DIM]11pt[=DIM]ANKARA, martedì, 28 novembre 2006 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha lanciato un messaggio di pace visitando questo martedì il Mausoleo di Mustafà Kemal Atatürk nel suo primo giorno di visita ad Ankara.

Dopo essere stato ricevuto all’aeroporto internazionale dal Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, il Papa si è recato in automobile al monumento in cui si trovano i resti mortali del fondatore e primo Presidente della moderna Repubblica della Turchia, vissuto dal 1881 al 1938.[/DIM]
[/FONT]
Accolto dal Comandante del Corpo di Guardia, Benedetto XVI è entrato nel Mausoleo e ha deposto una corona di fiori in prossimità del feretro.

In seguito è stato accompagnato nella sala del "Tower National Pact", dove ha firmato il Libro d’Oro scrivendo in ricordo della visita: “In questa terra, punto d’incontro e crocevia di religioni e culture, cerniera tra l’Asia e l’Europa, volentieri faccio mie le parole del Fondatore della Repubblica Turca per esprimere l’augurio: ‘Pace in Patria, pace nel mondo’”.

Dal Corriere della Sera.it

[DIM]15pt[=DIM][G]Papa: tende mano a gran Mufti' ma "liberta' religiosa va rispettata"
[/G][/DIM]


[DIM]12pt[=DIM][DIM]12pt[=DIM]ANKARA - Benedetto XVI, al suo primo giorno di visita in Turchia, parla con la massima autorita' dello Stato, il gran Mufti' Ali Bardakoglu. Un discorso incentrato sulla necessita' del dialogo islamo-cristiano, impregnato di disponibilita' e apertura ma tuttavia inamovibile sui principi cardine del Papa, come la liberta' religiosa che "va sempre garantita". Ratzinger parla al presidente turco per gli affari religiosi Ali Bardakoglu di "unita' umana e spirituale nelle nostre origini e nei nostri destini", un'unita' che "ci sospinge a cercare un comune itinerario". Parole che vogliono rasserenare un clima teso da giorni. Benedetto XVI dunque tende la mano ma per stringerla con fermezza. "La liberta' di religione - dice - sia garantita istituzionalmente ed effettivamente rispettata, perche' e' alla base della civilta'". (Agr)



[/DIM][/DIM]<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da josie '86 28/11/2006&nbsp;17.51</i>]</font></p>
Ratzigirl
Tuesday, November 28, 2006 7:19 PM
Telegramma del Papa ai presidenti d'Italia, Albania e Grecia
A SUA ECCELLENZA
ON. GIORGIO NAPOLITANO
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
PALAZZO DEL QUIRINALE
00187 ROMA


NEL MOMENTO IN CUI MI ACCINGO A COMPIERE IL MIO VIAGGIO IN TURCHIA PER INCONTRARE RAPPRESENTANTI DEL POPOLO TURCO ET IN PARTICOLARE FRATELLI E SORELLE NELLA FEDE CONDIVIDENDO CON LORO MOMENTI DI FORTE SPIRITUALITÀ ED INCORAGGIARE IL DIALOGO ECUMENICO ED INTERRELIGIOSO MI È CARO RIVOLGERE A LEI SIGNOR PRESIDENTE E ALLA NAZIONE ITALIANA IL MIO CORDIALE SALUTO CHE ACCOMPAGNO CON FERVIDI AUSPICI PER IL PROGRESSO SPIRITUALE CIVILE E SOCIALE DELLA DILETTA ITALIA


................................................................

A SUA ECCELLENZA GENERALE ALFRED MOISIU
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI ALBANIA
TIRANA


NELL’ATTRAVERSARE I CIELI DELL’ALBANIA DURANTE LA MIA VISITA PASTORALE IN TURCHIA ESTENDO IL MIO CORDIALE SALUTO A VOSTRA ECCELLENZA E A TUTTA LA POPOLAZIONE DELL’ALBANIA E PREGO DIO ONNIPOTENTE DI BENEDIRE LA SUA NAZIONE CON I DONI DELLA PACE E DELLA PROSPERITÀ

................................................................

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR KAROLOS PAPOULIAS
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ELLENICA
ATENE


SORVOLANDO IL TERRITORIO DELLA GRECIA PER ANDARE IN TURCHIA IN OCCASIONE DEL MIO VIAGGIO APOSTOLICO RIVOLGO A VOSTRA ECCELLENZA I MIEI PIÙ FERVIDI SALUTI ET ESPRIMO PER LEI ET PER TUTTI I SUOI CONNAZIONALI I MIEI PIÙ PROFONDI AUGURI (.) SU TUTTI GLI ABITANTI DELLA GRECIA INVOCO VOLENTIERI LE BENEDIZIONI DIVINE
Ratzigirl
Tuesday, November 28, 2006 7:33 PM
PAPA: QUELLO IN TURCHIA NON E' UN VIAGGIO POLITICO MA DI DIALOGO

"Vorrei sottolineare che questo non è un viaggio politico": Papa Ratzinger ha spiegato così, ai giornalisti presenti sul volo in procinto di decollare alla volta di Ankara, il senso del viaggio in Turchia che inizia oggi e si conclude venerdì prossimo. "E' un viaggio pastorale, che in quanto tale ha come sua definizione la determinazione al dialogo e l'impegno comune per la pace". Un dialogo, ha spiegato Benedetto XVI, "tra le culture, tra cristianesimo e islam, un dialogo con i nostri fratelli cristiani, soprattutto con la Chiesa ortodossa di Costantinopoli". Lo scopo del viaggio che il Papa inizia oggi in Turchia è "il dialogo, la fraternità, l'impegno per la comprensione fra le culture, l'incontro tra culture e religioni per la riconciliazione". "Tutti sentiamo stessa responsabilità in questo momento difficile della storia e collaboriamo", ha sottolineato il Papa. E poi, rivolto ai giornalisti: "il vostro lavoro è di grande importanza". Quanto al "popolo turco", per Papa Ratzinger esso è "ospitale, aperto, desidera la pace". "La Turchia è sempre stata un ponte tra le culture e un luogo di incontri e di dialogo", ha detto. L'Europa deve ripensare il suo "laicismo", mentre la Turchia, "con noi", deve "ricostruire per il futuro il nesso tra laicità e tradizione" che faccia perno sul concetto di "libertà": il Papa inquadra così i rapporti tra l'Europa e il paese anatolico in cui resterà quattro giorni. Papa Ratzinger ha sottolineato la possibilità di "una fecondazione reciproca" con la Turchia. "Noi europei dobbiamo ripensare la nostra ragione laica-laicista", ha detto il Papa, "e la Turchia deve, partendo dalla sua storia, dalle sue origini, con noi pensare come ricostruire per il futuro il nesso tra laicità e tradizione, tra una ragione aperta e tollerante che ha come elemento fondamentale la libertà e i valori che danno contenuto alla libertà".

euge65
Tuesday, November 28, 2006 11:31 PM
DA " kORAZYM"
Il papa in Turchia: prima giornata fra amicizia con l'Islam e libertà religiosa

di S.Caredda - M.Spicuglia/ 28/11/2006

Benedetto XVI ad Ankara: viaggio "pastorale", non politico. Colloquio con il primo ministro Erdogan e la Santa Sede incoraggia il dialogo fra Turchia ed Europa: quasi una svolta. Toni estremamente cordiali nell'incontro con l'Islam turco.





Dai nostri inviati a Istanbul.

ISTANBUL – Dialogo e amicizia fra Islam e cristianesimo, necessità di garantire la libertà di religione, e anche appoggio e incoraggiamento all'avvicinamento della Turchia all'Europa. Sono i tre grandi temi che hanno caratterizzato la prima giornata dell’atteso viaggio di Benedetto XVI in Turchia. Passate in secondo piano le preoccupazioni per la sicurezza e le manifestazioni di protesta – oggi ridotte a poche urla di poche decine di persone, confinate in una zona periferica di Ankara – la visita si è aperta all’insegna di una profonda vicinanza di intenti, sottolineata costantemente negli incontri con i rappresentanti politici della Turchia laica.

C’è stato, subito, in apertura, l’incontro con il primo ministro Erdogan, che nelle scorse settimane sembrava non potesse (o volesse) incontrare Benedetto XVI: un colloquio giocato sul filo del tema dell’ingresso della Turchia nella UE, e che ha segnato, di fatto, una “svolta” – neppure tanto piccola - nella politica fin qui seguita dalla Santa Sede. Prima lo stesso premier turco e poi il direttore della sala stampa vaticana hanno fatto riferimento all’incoraggiamento e all’atteggiamento positivo della Santa Sede verso “l’inserimento” della Turchia in Europa, sollevando sorprese e dubbi per le differenti interpretazioni possibili. (Clicca qui per approfondire).

Ma il tema cruciale della giornata è stato, nelle parole del papa, il richiamo alla libertà di religione, prima solamente accennato nelle parole pronunciate di fronte al presidente per gli Affari Religiosi Alì Bardakoglu, responsabile della Diyanet (l’organismo che amministra il culto islamico in Turchia) e poi ampiamente sviluppato nel discorso pronunciato di fronte al Corpo diplomatico. “La libertà religiosa” – ha detto il papa - è una espressione fondamentale della libertà umana” e “la presenza attiva delle religioni nella società è un fattore di progresso e di arricchimento per tutti”; al tempo stesso, tuttavia, le religioni non devono cercare “di esercitare direttamente un potere politico”, poiché “a questo non sono chiamate”, rinunciando inoltre “a giustificare il ricorso alla violenza come espressione legittima della pratica religiosa”. Benedetto XVI ha parlato della necessità di garantire effettivamente la libertà religiosa sia per gli individui che per le comunità: riferimento niente affatto scontato, a queste latitudini (maggiori particolari più sotto, nella cronaca dei momenti della giornata). Infine, l'ennesimo riferimento al discorso di Ratisbona: Ratzinger ha nuovamente spiegato il senso generale della lectio magistralis pronunciata ormai quasi tre mesi fa, ottenendo il compiacimento del responsabile della Diyanet: incidente superato, e grandi accenti (secondo alcuni pure troppi...) sul dialogo con l'Islam e sulla collaborazione reciproca (più sotto i dettagli).

Domani, la messa a Efeso al mattino e l’arrivo a Istanbul nel pomeriggio.



LA CRONACA DELLA GIORNATA


Ore 18,00: il discorso al Corpo diplomatico, l'insistenza sulla dignità umana e sulla libertà religiosa
La libertà religiosa, da garantire e da proteggere. Il tema solo accennato nell’incontro con il presidente degli Affari religiosi è diventato il nodo centrale del discorso (qui il testo integrale) che il papa ha pronunciato a tutti gli ambasciatori accreditati presso la Turchia. Benedetto XVI infatti, dopo aver sottolineato la dimensione dell’impegno per la pace, radicata nella giustizia e nel dialogo, ha affrontato la sfera dei diritti, sostenendo che un Paese democratico ha il compito di garantire “la libertà effettiva di tutti i credenti e permettere loro di organizzare liberamente la vita della propria comunità religiosa”. “La libertà religiosa è una espressione fondamentale della libertà umana” – ha detto - e “la presenza attiva delle religioni nella società è un fattore di progresso e di arricchimento per tutti”; al tempo stesso, tuttavia, le religioni non devono cercare “di esercitare direttamente un potere politico”, poiché “a questo non sono chiamate”, rinunciando inoltre “a giustificare il ricorso alla violenza come espressione legittima della pratica religiosa”. In una prospettiva di libertà, dunque, il dialogo “deve permettere alle diverse religioni di conoscersi meglio e di rispettarsi reciprocamente, al fine di agire sempre più al servizio delle aspirazioni più nobili dell'uomo, che è alla ricerca di Dio e della felicità”. La Chiesa si inserisce in questo cammino, ha spiegato il papa, ricordando “la volontà, contenuta nel Vangelo, di servire la causa dell'uomo”. Un impegno che interpella tutti ed è per questo che la Chiesa cattolica, conclude il pontefice, intende rafforzare la collaborazione con la Chiesa ortodossa, a cominciare dall’incontro con il patriarca ecumenico, Bartolomeo I.






L'incontro del papa con il presidente degli Affari religiosi. In basso a destra, l'omaggio al Mausoleo di Ataturk, fondatore della Turchia laica.



Ore 16,00: l'incontro con il presidente per gli affari religiosi, amicizia e collaborazione fra le religioni - Un colloquio informale di fronte alla stampa, poi un faccia a faccia privato: è all'insegna dell'amicizia e del dialogo l'incontro fra il papa e il presidente per gli Affari Religiosi Alì Bardakoglu, responsabile della Diyanet, l’organismo che amministra il culto islamico in Turchia. Il papa parla di "incontro simbolico", di comune impegno di fronte "al tanto sangue umano versato ogni giorno", della "necessità di fare della religione una forza di pace". E poi afferma che occorre "mostrare che la religione non si impone con la violenza ma ha dalla sua la forza della ragione": concetti che rimandano al celebre discorso di Ratisbona, che il papa ha spiegato ancora una volta. Cristiani e musulmani devono camminare insieme, da veri “figli di Abramo”, sulla strada del dialogo e della collaborazione - dice Benedetto XVI nel suo discorso (qui il testo integrale) - senza dimenticare però la libertà religiosa, condizione necessaria per permettere a tutti di contribuire all’edificazione della società. “Gli uomini delle due religioni sono chiamati ad operare insieme” – ha affermato il papa in quello che si annunciava come un discorso assai complesso, specialmente dopo le polemiche seguite a Ratisbona – “per aiutare la società ad aprirsi al trascendente: il modo migliore è quello di un dialogo autentico basato sulla verità e ispirato dal sincero desideri di conoscerci meglio l’un l’altro, rispettando le differenze e riconoscendo quanto abbiamo in comune”. Un proposito non nuovo, per quanto fortemente enfatizzato nei toni, accompagnato però dall’accenno sul garantire “istituzionalmente” e rispettare “effettivamente” la libertà di religione, tanto “per gli individui” quanto “per le comunità”: è questa – dice il papa – “la condizione necessaria” per consentire a tutti i credenti un “leale contributo all'edificazione della società”.

Ore 14,30: il faccia a faccia con il presidente Sezer - Visita di stato, in risposta ad un invito ufficiale del presidente turco. Così il governo di Ankara ha sempre presentato il viaggio di Benedetto XVI: inevitabile allora l'immediato faccia a faccia fra il papa e il capo dello stato. Il colloquio con Ahmet Necdet Sezer si è svolto al palazzo della Repubblica turca.




Le prime immagini del papa in Turchia: a sinistra, l'arrivo all'aeroporto di Ankara; in basso a destra, l'incontro con il premier Erdogan e in alto a destra, l'omaggio al Mausoleo di Ataturk. (Foto Pool Vaticano, Reuters, Ap)



Ore 13,00: l'incontro con il premier Erdogan, la questione Unione Europea - Non dovevano incontrarsi, e invece hanno parlato per oltre venti minuti: anche e soprattutto di Unione Europea, con la conferma - arrivata poi dal direttore della sala stampa vaticana - che la Santa Sede incoraggia il cammino della Turchia verso l'Europa. Ad andare in scena è un vero e proprio show del primo ministro turco: riceve il papa ai piedi della scaletta dell’aereo appena arrivato ad Ankara, lo “scorta” in una saletta riservata dall’aeroporto e lo saluta davanti a microfoni e telecamere, con scambio di saluti e di doni: “La mia è una visita per approfondire l'amicizia fra Turchia e Santa Sede”, dice il papa prima dell'incontro privato, durato molto più a lungo del semplice “saluto” previsto dal programma, peraltro modificato appena ieri. Quando i due si congedano, il papa si muove verso il Mausoleo di Ataturk per l’immediato omaggio al fondatore della patria; Erdogan invece non ha fretta di partire per Riga e il vertice Nato e trova il tempo per una conferenza stampa nel corso della quale annuncia: “Il papa mi ha espresso i suoi sentimenti positivi riguardo al processo di adesione della Turchia nell’Unione Europea”, pur sottolineando di “non essere un politico”. “Ho chiesto al papa - ha aggiunto - il suo appoggio per la Turchia nell'Ue e lui mi ha risposto positivamente”. Passa un'ora e mezza e il direttore della sala stampa, padre Lombardi, dice ai giornalisti: "La Santa Sede non ha il potere né il compito specifico, politico, di intervenire sul punto preciso riguardante l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, non le compete. Tuttavia vede positivamente e incoraggia il cammino di dialogo e di avvicinamento e inserimento in Europa, sulla base di valori e principi comuni: in questo senso - ha concluso riferendosi all'incontro di Benedetto XVI con il primo ministro - "il papa ha espresso apprezzamento per l'iniziativa dell'alleanza delle civiltà promossa dal premier Erdogan". Secondo il premier turco, nell'incontro si sarebbe anche accennato al dialogo fra fedi religiose e all’uccisione di don Andrea Santoro, a Trebisonda, lo scorso febbraio: "E' stato un gesto isolato, non un atto contro i cristiani", ha affermato di fronte ai giornalisti. Subito dopo la conferenza stampa, Erdogan è partito per il vertice Nato in Lettonia. Il papa invece ha reso omaggio al Mausoleo di Kemal Ataturk, padre della Turchia moderna, firmando il Libro d'Oro destinato agli ospiti più illustri. Nel suo messaggio, scritto in lingua inglese, il papa ha ricordato che la Turchia “è punto di incontro e crocevia di religioni e culture diverse, cerniera tra Asia e Europa. Volentieri faccio mie le parole del fondatore della Repubblica turca”- ha concluso – “per esprimere l’augurio ‘pace in patria e pace nel mondo’”.

Ore 09,00: la partenza - Decollo dall’aeroporto romano di Fiumicino fra ingenti misure di sicurezza: prima di partire, il papa in un fugace incontro con i giornalisti ha ricordato che si tratta di un viaggio “pastorale” e non politico, reso doveroso dal momento difficile che il mondo attraversa e dall’impegno comune a collaborare per la pace. Benedetto XVI ha parlato di dialogo fra la "Chiesa e l'Islam" e di dialogo "con i nostri fratelli cristiani", evidenziando così il valore simbolico degli incontri che avrà a partire da oggi. Nel tradizionale telegramma inviato al presidente della Repubblica italiana Napolitano, poi, il papa ha fatto riferimento alla sua intenzione di “incoraggiare il dialogo ecumenico ed interreligioso”. Durante il viaggio, poi, secondo quanto riferito dai giornalisti presenti sul volo papale, Benedetto XVI ha affermato che “noi europei dobbiamo ripensare la nostra ragione laica-laicista e la Turchia deve, partendo dalla sua storia, pensare con noi come ricostruire per il futuro il nesso tra laicità e tradizione, tra una ragione aperta e tollerante che ha come elemento fondamentale la libertà e i valori che danno contenuto alla libertà”.

Il contesto - Quello iniziato oggi è per il papa il primo viaggio in un paese islamico, certamente il più difficile fra quelli finora portati a termine. La Turchia è un paese dai mille volti: le proteste di piazza e le paure per la sicurezza, l’indifferenza e l'orgogliosa volontà di manifestare la propria essenza, al tempo stesso improntata ad una ferrea laicità e immersa in una cultura che fa del richiamo all’Islam un dato di sostanza. Fra i temi della visita, il rapporto della Chiesa cattolica con quella ortodossa (con sullo sfondo quelli, tutt’altro che idilliaci, fra i cristiani d’oriente e il governo centrale), i legami e i contrasti fra Islam e Occidente (con ciò che ancora resta dei veleni seguiti a Ratisbona), il cammino di adesione della Turchia all’Unione Europea (proprio ieri segnato da una decisione che rende plausibile da parte di Bruxelles la sospensione del processo intrapreso). Tutto, in scena da oggi.

La foto: la prima pagina del quotidiano turco "Sabah". Il benvenuto al papa









Ratzigirl
Wednesday, November 29, 2006 12:51 AM
Viaggio Apostolico in Turchia : I Discorsi del Papa
Il papa alla Diyanet: collaborazione e dialogo, ma anche libertà religiosa


Sono grato dell'opportunità di visitare questa terra, così ricca di storia e di cultura, per ammirarne le bellezze naturali, per vedere con i miei occhi la creatività del Popolo turco, e per gustare la vostra antica cultura come pure la vostra lunga storia, sia civile che religiosa. Appena sono giunto in Turchia, sono stato gentilmente ricevuto dal Presidente della Repubblica e dal Rappresentante del Governo. Nel salutarli, ho avuto il piacere di esprimere il mio profondo rispetto per tutti gli abitanti di questa grande Nazione e di onorare, nel suo Mausoleo, il fondatore della moderna Turchia, Mustafa Kemal Atatürk.

Ora ho la gioia di incontrare Lei, che è il Presidente del Direttorato degli Affari Religiosi. Le porgo l’espressione dei miei sentimenti di stima, riconoscendo le Sue grandi responsabilità, ed estendo il mio saluto a tutti i leader religiosi della Turchia, specialmente ai Gran Muftì di Ankara e Istanbul. Nella Sua persona, Signor Presidente, saluto tutti i musulmani della Turchia con particolare stima ed affettuosa considerazione.

Il Suo Paese è molto caro ai cristiani: molte delle primitive comunità della Chiesa furono fondate qui e vi raggiunsero la maturità, ispirate dalla predicazione degli Apostoli, particolarmente di san Paolo e di san Giovanni. La tradizione giunta sino a noi afferma che Maria, la Madre di Gesù, visse ad Efeso, nella casa dell'apostolo san Giovanni.

Questa nobile terra ha visto, inoltre, una ragguardevole fioritura della civiltà islamica nei più svariati campi, inclusa la letteratura e l'arte, come pure le istituzioni. Vi sono tantissimi monumenti cristiani e musulmani che testimoniano il glorioso passato della Turchia. Voi ne andate giustamente fieri, preservandoli per l'ammirazione di un numero sempre crescente di visitatori che qui accorrono numerosi.

Mi sono preparato a questa visita in Turchia con i medesimi sentimenti espressi dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII, quando giunse qui come Arcivescovo Angelo Giuseppe Roncalli, per adempiere l'incarico di Rappresentante Pontificio ad Istanbul: "Io sento di voler bene al Popolo turco, presso il quale il Signore mi ha mandato... Io amo i Turchi, apprezzo le qualità naturali di questo Popolo, che ha pure il suo posto preparato nel cammino della civilizzazione" (Giornale dell'anima, 231.237).

Per parte mia, desidero anch’io sottolineare le qualità della popolazione turca. Qui faccio mie le parole del mio immediato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II di beata memoria, il quale disse, in occasione della sua visita nel 1979: "Mi domando se non sia urgente, proprio oggi in cui i cristiani e i musulmani sono entrati in un nuovo periodo della storia, riconoscere e sviluppare i vincoli spirituali che ci uniscono, al fine di 'promuovere e difendere insieme i valori morali, la pace e la libertà'" (Alla comunità cattolica di Ankara, 29 novembre 1979, 3).

Tali questioni hanno continuato a presentarsi lungo gli anni successivi; in effetti, come ho rilevato proprio all'inizio del mio Pontificato, esse ci sospingono a portare avanti il nostro dialogo come un sincero scambio tra amici. Quando ebbi la gioia di incontrare i membri delle comunità islamiche lo scorso anno a Colonia, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, ho ribadito la necessità di affrontare il dialogo interreligioso e interculturale con ottimismo e speranza. Esso non può essere ridotto ad un extra opzionale: al contrario, esso è "una necessità vitale, dalla quale dipende in larga misura il nostro futuro" (Ai rappresentanti delle comunità islamiche, Colonia, 20 agosto 2005).

I cristiani e i musulmani, seguendo le loro rispettive religioni, richiamano l’attenzione sulla verità del carattere sacro e della dignità della persona. È questa la base del nostro reciproco rispetto e stima, questa è la base per la collaborazione al servizio della pace fra nazioni e popoli, il desiderio più caro di tutti i credenti e di tutte le persone di buona volontà.

Per più di quarant'anni, l'insegnamento del Concilio Vaticano II ha ispirato e guidato l'approccio della Santa Sede e delle Chiese locali di tutto il mondo nei rapporti con i seguaci delle altre religioni. Seguendo la tradizione biblica, il Concilio insegna che tutto il genere umano condivide un'origine comune e un comune destino: Dio, nostro Creatore e termine del nostro pellegrinaggio terreno. I cristiani e i musulmani appartengono alla famiglia di quanti credono nell'unico Dio e che, secondo le rispettive tradizioni, fanno riferimento ad Abramo (cfr Concilio Vaticano II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate, 1,3). Questa unità umana e spirituale nelle nostre origini e nei nostri destini ci sospinge a cercare un comune itinerario mentre facciamo la nostra parte in quella ricerca di valori fondamentali che è così caratteristica delle persone del nostro tempo. Come uomini e donne di religione, siamo posti di fronte alla sfida della diffusa aspirazione alla giustizia, allo sviluppo, alla solidarietà, alla libertà, alla sicurezza, alla pace, alla difesa dell'ambiente e delle risorse della terra. Ciò perché anche noi, mentre rispettiamo la legittima autonomia delle cose temporali, abbiamo un contributo specifico da offrire nella ricerca di soluzioni adatte a tali pressanti questioni.

In particolare, possiamo offrire una risposta credibile alla questione che emerge chiaramente dalla società odierna, anche se essa è spesso messa da parte, la questione, cioè, riguardante il significato e lo scopo della vita, per ogni individuo e per l'intera umanità. Siamo chiamati ad operare insieme, così da aiutare la società ad aprirsi al trascendente, riconoscendo a Dio Onnipotente il posto che Gli spetta. Il modo migliore per andare avanti è quello di un dialogo autentico fra cristiani e musulmani, basato sulla verità ed ispirato dal sincero desiderio di conoscerci meglio l'un l'altro, rispettando le differenze e riconoscendo quanto abbiamo in comune. Ciò contemporaneamente porterà ad un autentico rispetto per le scelte responsabili che ogni persona compie, specialmente quelle che attengono ai valori fondamentali e alle personali convinzioni religiose.

Come esempio del rispetto fraterno con cui cristiani e musulmani possono operare insieme, mi piace citare alcune parole indirizzate da Papa Gregorio VII, nell’anno 1076, ad un principe musulmano del Nord Africa, che aveva agito con grande benevolenza verso i cristiani posti sotto la sua giurisdizione. Papa Gregorio VII parlò della speciale carità che cristiani e musulmani si devono reciprocamente, poiché “noi crediamo e confessiamo un solo Dio, anche se in modo diverso, ogni giorno lo lodiamo e veneriamo come Creatore dei secoli e governatore di questo mondo” (PL 148, 451).

La libertà di religione, garantita istituzionalmente ed effettivamente rispettata, sia per gli individui come per le comunità, costituisce per tutti i credenti la condizione necessaria per il loro leale contributo all'edificazione della società, in atteggiamento di autentico servizio, specialmente nei confronti dei più vulnerabili e dei poveri.

Signor Presidente, desidero terminare dando lode all'Onnipotente e Misericordioso Iddio per questa felice occasione che ci consente di trovarci insieme nel suo nome. Prego affinché questo sia un segno del nostro comune impegno al dialogo fra cristiani e musulmani, come pure un incoraggiamento a perseverare lungo questa via, nel rispetto e nell'amicizia. Auspico che possiamo giungere a conoscerci meglio, rafforzando i vincoli di affetto fra di noi, nel comune desiderio di vivere insieme in armonia, in pace e nella vicendevole fiducia. Come credenti, noi traiamo dalla preghiera la forza necessaria per superare ogni traccia di pregiudizio e offrire comune testimonianza della nostra salda fede in Dio. Possa la sua benedizione essere sempre sopra di noi!


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Il papa agli ambasciatori: ''Libertà religiosa espressione fondamentale della libertà umana''





Eccellenze,
Signore e Signori,

vi saluto con grande gioia, voi che, come Ambasciatori, esercitate il nobile incarico di rappresentare i vostri Paesi presso la Repubblica di Turchia e che volentieri avete voluto incontrare il Successore di Pietro in questa Nunziatura. Ringrazio il vostro Vice-Decano, il Signor Ambasciatore del Libano, per le amabili parole che mi ha or ora rivolto. Sono lieto di confermare la stima che la Santa Sede ha innumerevoli volte espres­so per le vostre alte funzioni, che rivestono oggi una dimensione sempre più globale. In effetti, se la vostra missione vi porta prima di tutto a proteggere e a promuovere gli interessi legittimi delle singole vostre Nazioni, “l’inevitabile interdipendenza che oggi collega sempre di più tutti i popoli del mondo invita tutti i diplomatici a essere, in uno spirito sempre nuovo e originale, gli artefici dell’intesa tra i popoli, della sicurezza internazionale e della pace tra le Nazioni” (Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico, Messico, 29 giugno 1979).

Desidero anzitutto evocare davanti a voi il ricordo delle memorabili visite dei miei due predecessori in Turchia, il Papa Paolo VI, nel 1967, e il Papa Giovanni Paolo II, nel 1979. Parimenti, come non far memoria del papa Benedetto XV, artefice infaticabile della pace nel corso del primo conflitto mondiale, e del Beato Giovanni XXIII, il papa "amico dei Turchi", che fu Delegato Apostolico in Turchia e poi Amministratore Apostolico del Vicariato latino di Istanbul, lasciando in tutti il ricordo di un pastore attento e colmo di carità, desideroso in maniera speciale di incontrare e conoscere la popolazione turca, della quale era ospite riconoscente! Sono pertanto lieto di essere oggi ospite della Turchia, giunto qui come amico e come apostolo del dialogo e della pace.

Oltre quarant'anni orsono, il Concilio Vaticano II scriveva che "la pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile l'equilibrio delle forze contrastanti", ma "è il frutto dell'ordi­ne impresso nell'umana società dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta" (Gaudium et spes, 78). In realtà, abbiamo imparato che la vera pace ha bisogno della giustizia, per correggere le disuguaglianze economiche e i disordini politici che sono sempre dei fattori di tensioni e minacce in tutta la società. Lo sviluppo recente del terrorismo e l'evoluzio­ne di certi conflitti regionali, d'altra parte, hanno posto in evidenza la necessità di rispettare le decisioni delle Istituzioni internazionali ed anzi di sostenerle, dotandole in particolare di mezzi efficaci per prevenire i conflitti e per mantenere, grazie a forze di interposizione, zone di neutralità fra i belligeranti. Questo rimane, tuttavia, insufficiente se non si giunge al vero dialogo, cioè alla concertazione tra le esigenze delle parti coinvolte, al fine di giungere a soluzioni politiche accettabili e durature, rispettose delle persone e dei popoli. Penso, in modo particolare, al conflitto del Medio Oriente, che perdura in modo inquietante pesando su tutta la vita internazionale, con il rischio di veder espandersi conflitti periferici e diffondersi le azioni terroristiche; saluto gli sforzi di numerosi Paesi che si sono impegnati oggi nella ricostruzione della pace in Libano, e fra di essi la Turchia. Faccio appello ancora una volta, davanti a voi, Signore e Signori Ambasciatori, alla vigilanza della comunità internazionale perché non si sottragga alle sue responsabilità e dispieghi tutti gli sforzi necessari per promuovere, tra tutte le parti in causa, il dialogo, che solo permette di assicurare il rispetto verso gli altri, pur salvaguardando gli interessi legittimi e rifiutando il ricorso alla violenza. Come avevo scritto nel mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, "La verità della pace chiama tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a ricercare e a percorrere le strade del perdono e della riconciliazione, ad essere trasparenti nelle trattazioni e fedeli alla parola data" (1° gennaio 2006, n. 6).

La Turchia, che da sempre si trova in una situazione di ponte fra l'Oriente e l'Occidente, fra il Continente asiatico e quello europeo, di incrocio di culture e di religioni, si è dotata nel secolo scorso dei mezzi per divenire un grande Paese moderno, in particolare facendo la scelta di un regime di laicità, distinguendo chiaramente la società civile e la religione, così da permettere a ciascuna di essere autonoma nel proprio ambito, sempre rispettando la sfera dell'altra. Il fatto che la maggioranza della popolazione di questo Paese sia musulmana costituisce un elemento significativo nella vita della società di cui lo Stato non può che tener conto, ma la Costituzione turca riconosce ad ogni cittadino i diritti alla libertà di culto e alla libertà di coscienza. È compito delle Autorità civili in ogni Paese democratico garantire la libertà effettiva di tutti i credenti e permettere loro di organizzare liberamente la vita della propria comunità religiosa. Ovviamente, mi auguro che i credenti, a qualsiasi comunità religiosa appartengano, continuino a beneficiare di tali diritti, nella certezza che la libertà religiosa è una espressione fondamentale della libertà umana e che la presenza attiva delle religioni nella società è un fattore di progresso e di arricchimento per tutti. Ciò implica, certo, che le religioni per parte loro non cerchino di esercitare direttamente un potere politico, poiché a questo non sono chiamate e, in particolare, che rinuncino assolutamente a giustificare il ricorso alla violenza come espressione legittima della pratica religiosa. Saluto a questo proposito la comunità cattolica di questo Paese, poco numerosa ma molto desiderosa di partecipare nel modo migliore allo sviluppo del Paese, specialmente attraverso l'educazione dei giovani, e l’edificazione della pace e l’armonia tra tutti i cittadini.

Come ho recentemente ricordato, "abbiamo assolutamente bisogno d’un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa" (Discorso all'incontro con gli Ambasciatori dei Paesi musulmani, Castel Gandolfo, 25 settembre 2006). Tale dialogo deve permettere alle diverse religioni di conoscersi meglio e di rispettarsi reciprocamente, al fine di agire sempre più al servizio delle aspirazioni più nobili dell'uomo, che è alla ricerca di Dio e della felicità. Desidero, per parte mia, di poter dire nuovamente durante questo viaggio in Turchia tutta la mia stima per i musulmani, invitandoli a continuare ad impegnarsi insieme, grazie al reciproco rispetto, in favore della dignità di ogni essere umano e per la crescita di una società dove la libertà personale e l'attenzione nei confronti dell'altro permettano a ciascuno di vivere nella pace e nella serenità. È così che le religioni potranno fare la loro parte nell'affrontare le numerose sfide con le quali le nostre società attualmente si confrontano. Sicuramente, il riconoscimento del ruolo positivo che svolgono le religioni in seno al corpo sociale può e deve spingere le nostre società ad approfondire sempre di più la loro conoscenza dell'uomo e a rispettarne sempre meglio la dignità, ponendolo al centro dell'azione politica, economica, culturale e sociale. Il nostro mondo deve prendere coscienza sempre più del fatto che tutti gli uomini sono profondamente solidali ed invitarli a porre in risalto le loro differenze storiche e culturali non per scontrarsi ma per rispettarsi reciprocamente.

La Chiesa, voi ben lo sapete, ha ricevuto dal suo Fondatore una missione spirituale ed essa non intende dunque intervenire direttamente nella vita politica o economica. Tuttavia, a causa della sua missione e forte della sua lunga esperienza della storia delle società e delle culture, essa si augura di far udire la propria voce nel concerto delle nazioni, perché venga sempre onorata la dignità fondamentale dell'uomo e specialmente dei più deboli. Di fronte allo sviluppo recente del fenomeno della globalizzazione degli scambi, la Santa Sede si attende dalla comunità internazionale che essa si organizzi ulteriormente, per darsi regole che permettano di governare meglio le evoluzioni economiche, di regolare i mercati, come ad esempio suscitando intese regionali fra i Paesi. Non dubito affatto, Signore e Signori, che voi abbiate a cuore, nella vostra missione di diplomatici, di far incontrare gli interessi particolari del vostro Paese e le necessità di comprendersi gli uni gli altri, e che voi possiate così contribuire grandemente al servizio di tutti.

La voce della Chiesa sulla scena diplomatica si caratterizza sempre per la volontà, contenuta nel Vangelo, di servire la causa dell'uomo, ed io mancherei a questo obbligo fondamentale se non richiamassi di fronte a voi la necessità di porre la dignità umana sempre più al centro delle nostre preoccupazioni. Lo sviluppo straordinario delle scienze e delle tecniche che il mondo oggi conosce, con le conseguenze quasi immediate per la medicina, l'agricultura e la produzione di risorse alimentari, ma ugualmente per la comunicazione del sapere, non deve essere perseguito senza finalità e senza riferimenti, dato che si tratta della nascita dell'uomo, della sua educazione, della sua maniera di vivere e di lavorare, della sua vecchiaia e della sua morte. È più che necessario reinserire il progresso di oggi nella continuità della storia umana e dunque di gestirlo secondo il progetto che abita in noi tutti di far crescere l'umanità e che il libro della Genesi esprimeva già a suo modo: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela" (1,28).

Permettetemi infine, pensando alle prime comunità cristiane cresciute in questa terra e particolarmente all'apostolo Paolo, che ne ha fondate personalmente diverse, di citare le sue parole ai Galati: "Voi fratelli siete stati chiamati a libertà. Purchè questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (5, 13). Formulo voti affinché l'intesa fra le nazioni, da voi rispettivamente servite, contribuisca sempre di più a far crescere l'umanità dell'uomo, creato ad immagine di Dio. Un così nobile obiettivo richiede il concorso di tutti. E’ per questo che la Chiesa cattolica intende rafforzare la collaborazione con la Chiesa ortodossa e io auspico vivamente che il mio prossimo incontro con il Patriarca Bartolomeo I al Fanar vi contribuisca efficacemente. Come sottolineava il Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa cerca ugualmente di collaborare con i credenti e i responsabili di tutte le religioni, e particolarmente con i Musulmani, per “difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (Nostra aetate, n. 3). Spero che, in questa prospettiva, il mio viaggio in Turchia porti numerosi frutti.

Signore e Signori Ambasciatori, sulle vostre persone, sulle vostre famiglie e sui vostri collaboratori, invoco di gran cuore le Benedizioni dell'Altissimo.
Francesca.Pisa
Wednesday, November 29, 2006 1:32 PM
L'omelia di stamani
[FONT]Arial[=FONT][/FONT][FONT]Century Gothic[=FONT][/FONT][FONT]Comic Sans MS[=FONT][/FONT][FONT]Courier New[=FONT][/FONT][FONT]Georgia[=FONT][/FONT][FONT]Impact[=FONT][/FONT][FONT]Tahoma[=FONT][/FONT][FONT]Times New Roman[=FONT][/FONT][FONT]Verdana[=FONT][/FONT][FONT]Lucida Console[=FONT][/FONT]Il papa ai cristiani di Efeso: non temete piccolo gregge

di Mattia Bianchi/ 29/11/2006

La traduzione italiana dell'omelia di Benedetto XVI, pronunciata durante la Santa Messa alla Meryen Ana Evi (Casa di Maria) di Efeso. La riflessione sulla figura della Madonna, la preghiera per la pace e la vicinanza alla comunita' cristiana.

Cari fratelli e sorelle,

In questa celebrazione eucaristica vogliamo rendere lode al Signore per la divina maternità di Maria, mistero che qui a Efeso, nel Concilio ecumenico del 431, venne solennemente confessato e proclamato. In questo luogo, uno dei più cari alla Comunità cristiana, sono venuti in pellegrinaggio i miei venerati predecessori i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II, il quale sostò in questo Santuario il 30 novembre 1979, a poco più di un anno dall’inizio del suo pontificato. Ma c’è un altro mio Predecessore che in questo Paese non è stato da Papa, bensì come Rappresentante pontificio dal gennaio 1935 al dicembre del ’44, e il cui ricordo suscita ancora tanta devozione e simpatia: il beato Giovanni XXIII, Angelo Roncalli. Egli nutriva grande stima e ammirazione per il popolo turco. A questo riguardo mi piace ricordare un’espressione che si legge nel suo Giornale dell’anima: “Io amo i turchi, apprezzo le qualità naturali di questo popolo che ha pure il suo posto preparato nel cammino della civilizzazione” (n° 741). Egli, inoltre, ha lasciato in dono alla Chiesa e al mondo un atteggiamento spirituale di ottimismo cristiano, fondato su una fede profonda e una costante unione con Dio. Animato da tale spirito, mi rivolgo a questa nazione e, in modo particolare, al “piccolo gregge” di Cristo che vive in mezzo ad essa, per incoraggiarlo e manifestargli l’affetto della Chiesa intera. Con grande affetto saluto tutti voi, qui presenti, fedeli di Izmir, Mersin, Iskenderun e Antakia, e altri venuti da diverse parti del mondo; come pure quanti non hanno potuto partecipare a questa celebrazione ma sono spiritualmente uniti a noi. Saluto, in particolare, Mons. Ruggero Franceschini, Arcivescovo di Izmir, Mons. Giuseppe Bernardini, Arcivescovo emerito di Izmir, Mons. Luigi Padovese, i sacerdoti e le religiose. Grazie per la vostra presenza, per la vostra testimonianza e il vostro servizio alla Chiesa, in questa terra benedetta dove, alle origini, la comunità cristiana ha conosciuto grandi sviluppi, come attestano anche i numerosi pellegrinaggi che si recano in Turchia.

Madre di Dio – Madre della Chiesa
Abbiamo ascoltato il brano del Vangelo di Giovanni che invita a contemplare il momento della Redenzione, quando Maria, unita al Figlio nell’offerta del Sacrificio, estese la sua maternità a tutti gli uomini e, in particolare, ai discepoli di Gesù. Testimone privilegiato di tale evento è lo stesso autore del quarto Vangelo, Giovanni, unico degli Apostoli a restare sul Golgota insieme alla Madre di Gesù e alle altre donne. La maternità di Maria, iniziata col fiat di Nazaret, si compie sotto la Croce. Se è vero – come osserva sant’Ansel­mo – che “dal momento del fiat Maria cominciò a portarci tutti nel suo seno”, la vocazione e missione materna della Vergine nei confronti dei credenti in Cristo iniziò effettivamente quando Gesù le disse: “Donna, ecco il tuo figlio!” (Gv 19,26). Vedendo dall’alto della croce la Madre e lì accanto il discepolo amato, il Cristo morente riconobbe la primizia della nuova Famiglia che era venuto a formare nel mondo, il germe della Chiesa e della nuova umanità. Per questo si rivolse a Maria chiamandola “donna” e non “madre”; termine che invece utilizzò affidandola al discepolo: “Ecco la tua madre!” (Gv 19,27). Il Figlio di Dio compì così la sua missione: nato dalla Vergine per condividere in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana, al momento del ritorno al Padre lasciò nel mondo il sacramento dell’unità del genere umano (cfr Cost. Lumen gentium, 1): la Famiglia “adunata dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (San Cipriano, De Orat. Dom. 23: PL 4, 536), il cui nucleo primordiale è proprio questo vincolo nuovo tra la Madre e il discepolo. In tal modo rimangono saldate in maniera indissolubile la maternità divina e la maternità ecclesiale.

Madre di Dio – Madre dell’unità
La prima Lettura ci ha presentato quello che si può definire il “vangelo” dell’Apostolo delle genti: tutti, anche i pagani, sono chiamati in Cristo a partecipare pienamente al mistero della salvezza. In particolare, il testo contiene l’espressione che ho scelto quale motto del mio viaggio apostolico: “Egli, Cristo, è la nostra pace” (Ef 2,14). Ispirato dallo Spirito Santo, Paolo afferma non soltanto che Gesù Cristo ci ha portato la pace, ma che egli “è” la nostra pace. E giustifica tale affermazione riferendosi al mistero della Croce: versando “il suo sangue” - egli dice -, offrendo in sacrificio la “sua carne”, Gesù ha distrutto l’inimicizia “in se stesso” e ha creato “in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo” (Ef 2,14-16). L’apostolo spiega in quale senso, veramente imprevedibile, la pace messianica si sia realizzata nella Persona stessa di Cristo e nel suo mistero salvifico. Lo spiega scrivendo, mentre si trova prigioniero, alla comunità cristiana che abitava qui, a Efeso: “ai santi che sono in Efeso, credenti in Cristo Gesù” (Ef 1,1), come afferma nell’indirizzo della Lettera. Ad essi l’Apostolo augura “grazia e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Ef 1,2). “Grazia” è la forza che trasforma l’uomo e il mondo; “pace” è il frutto maturo di tale trasformazione. Cristo è la grazia; Cristo è la pace. Ora, Paolo si sa inviato ad annunciare un “mistero”, cioè un disegno divino che solo nella pienezza dei tempi, in Cristo, si è realizzato e rivelato: che cioè “i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo” (Ef 3,6). Questo “mistero” si realizza, sul piano storico-salvifico, nella Chiesa, quel Popolo nuovo in cui, abbattuto il vecchio muro di separazione, si ritrovano in unità giudei e pagani. Come Cristo, la Chiesa non è solo strumento dell’unità, ma ne è anche segno efficace. E la Vergine Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, è la Madre di quel mistero di unità che Cristo e la Chiesa inseparabilmente rappresentano e costruiscono nel mondo e lungo la storia.

Domandiamo pace per Gerusalemme e il mondo intero
Nota l’Apostolo delle genti che Cristo “ha fatto dei due un popolo solo” (Ef 2,14): affermazione, questa, che si riferisce in senso proprio al rapporto tra Giudei e Gentili in ordine al mistero della salvezza eterna; affermazione, però, che può anche estendersi, su piano analogico, alle relazioni tra popoli e civiltà presenti nel mondo. Cristo “è venuto ad annunziare pace” (Ef 2,17) non solo tra ebrei e non ebrei, bensì tra tutte le nazioni, perché tutte provengono dallo stesso Dio, unico Creatore e Signore dell’universo. Confortati dalla Parola di Dio, da qui, da Efeso, città benedetta dalla presenza di Maria Santissima – che sappiamo essere amata e venerata anche dai musulmani – eleviamo al Signore una speciale preghiera per la pace tra i popoli. Da questo lembo della Penisola anatolica, ponte naturale tra continenti, invochiamo pace e riconciliazione anzitutto per coloro che abitano nella Terra che chiamiamo “santa”, e che tale è ritenuta sia dai cristiani, che dagli ebrei e dai musulmani: è la terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, destinata ad ospitare un popolo che diventasse benedizione per tutte le genti (cfr Gn 12,1-3). Pace per l’intera umanità! Possa presto realizzarsi la profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, / le loro lance in falci; / un popolo non alzerà più la spada contro una altro popolo, / non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,4). Di questa pace universale abbiamo tutti bisogno; di questa pace la Chiesa è chiamata ad essere non solo annunciatrice profetica ma, più ancora, “segno e strumento”. Proprio in questa prospettiva di universale pacificazione, più profondo ed intenso si fa l’anelito verso la piena comunione e concordia fra tutti i cristiani. All’odierna celebrazione sono presenti fedeli cattolici di diversi Riti, e questo è motivo di gioia e di lode a Dio. Tali Riti, infatti, sono espressione di quella mirabile varietà di cui è adornata la Sposa di Cristo, purché sappiano convergere nell’unità e nella comune testimonianza. Esemplare a tal fine dev’essere l’unità tra gli Ordinari nella Conferenza Episcopale, nella comunione e nella condivisione degli sforzi pastorali.

Magnificat
La liturgia odierna ci ha fatto ripetere, come ritornello al Salmo responsoriale, il cantico di lode che la Vergine di Nazaret proclamò nell’incontro con l’anziana parente Elisabetta (cfr Lc 1,39). Consolanti sono pure risuonate nei nostri cuori le parole del salmista: “misericordia e verità s’incontreranno, / giustizia e pace si baceranno” (Sal 84, v. 11). Cari fratelli e sorelle, con questa visita ho voluto far sentire l’amore e la vicinanza spirituale non solo miei, ma della Chiesa universale alla comunità cristiana che qui, in Turchia, è davvero una piccola minoranza ed affronta ogni giorno non poche sfide e difficoltà. Con salda fiducia cantiamo, insieme a Maria, il “magnificat” della lode e del ringraziamento a Dio, che guarda l’umiltà della sua serva (cfr Lc 1,47-48). Cantiamolo con gioia anche quando siamo provati da difficoltà e pericoli, come attesta la bella testimonianza del sacerdote romano Don Andrea Santoro, che mi piace ricordare anche in questa nostra celebrazione. Maria ci insegna che fonte della nostra gioia ed unico nostro saldo sostegno è Cristo, e ci ripete le sue parole: “Non temete” (Mc 6,50), “Io sono con voi” (Mt 28,20). Al suo braccio potente noi ci affidiamo (cfr Lc 1,51). E tu, Madre della Chiesa, accompagna sempre il nostro cammino! Santa Maria Madre di Dio prega per noi! Aziz Meryem Mesih’in Annesi bizim için Dua et”. Amen.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca
euge65
Wednesday, November 29, 2006 8:55 PM
DA " SOLE 24ORE"
È un’invocazione al dialogo e alla pace, in particolare nella terra ritenuta santa dalle tre grandi religioni monoteistiche, quella che proviene dalla messa celebrata da Papa Benedetto XVI a Efeso, nel piazzale davanti alla chiesa dei frati cappuccini, che sorge dove un’antica tradizione colloca gli ultimi giorni terreni di Maria, la madre di Gesù. «Da questo lembo della Penisola anatolica, ponte naturale tra continenti – ha detto il pontefice davanti a circa mille fedeli accompagnati dai loro vescovi - invochiamo pace e riconciliazione anzitutto per coloro che abitano nella terra che chiamiamo santa, e che tale è ritenuta sia dai cristiani, che dagli ebrei e dai musulmani. Pace - ha continuato il Papa - per l'intera umanità. Di questa pace universale abbiamo tutti bisogno; di questa pace la Chiesa è chiamata ad essere non solo annunciatrice profetica ma, più ancora, segno e strumento». Joseph Ratzinger ha ricordato anche la «bella testimonianza» del sacerdote romano Andrea Santoro, ucciso a Trebisonda lo scorso febbraio da un giovane fanatico, non facendo mancare, al contempo, parole di apprezzamento per il popolo turco sulla scorta di una frase pronunciata dall’allora nunzio apostolico Angelo Roncalli, divenuto in seguito Papa Giovanni XXIII: «Io amo i turchi, apprezzo le qualità naturali di questo popolo che ha pure il suo posto preparato nel cammino della civilizzazione».

Intanto il pontefice incassa anche il giudizio positivo della maggior parte della stampa turca, quotidiani fondamentalisti esclusi. "Un bell'inizio", ha titolato a tutta pagina il quotidiano 'Hurriyet' per descrivere il primo giorno di Benedetto XVI in Turchia. Apertura più che positiva anche dal quotidiano 'Milliyet', che ha titolato "Dal Papa segnali di dialogo" e ha sottolineato come in ogni momento della sua prima giornata Benedetto XVI abbia manifestato concreti segnali di apertura.
Commenti positivi anche dalla stampa più conservatrice. Il quotidiano "Sabah", che ieri aveva intitolato con "Benvenuto", oggi scrive che "Il Pontefice con la sua visita al Mausoleo di Atatürk e il dialogo con Erdogan e il Gran Muftì ha mandato all'Islam un messaggio di pace". "Viaggio senza croci", è il titolo in prima pagina che sembra riferirsi esplicitamente ai tempi delle crociate. Positivi anche i commenti dei quotidiani in lingua inglese. Il "Turkish Daily News" dice che Benedetto XVI ha ricevuto un caloroso benvenuto e ha aperto alla Turchia la strada verso l'Europa. Forte il messaggio del "New Anatolian" che titola "Alleanza fra fedi", alludendo all'esito positivo dei colloqui fra il Papa e il leader religioso turco Bardakoglu.

Il Papa ora volerà a Istanbul per la seconda tappa della sua giornata in terra di Turchia: alle 18.30, infatti, incontrerà il patriarca ecumenico Bartolomeo I, capo della Chiesa ortodossa. Ci sarà un momento di preghiera nella Chiesa patriarcale di San Giorgio, presso il Fanar (la sede del Patriarcato) e a seguire l'incontro privato con Bartolomeo I. Infine, il trasferimento alla rappresentanza pontificia di Istanbul, la cosiddetta "Casa Roncalli" (perché fu la sede del delegato apostolico Angelo Roncalli dal 1935 al 1944), dove il Papa pernotterà fino a venerdì.




Omelia di Benedetto XVI alla messa presso il santuario mariano di Meryem Ana Evì
Discorso di Benedetto XVI al presidente del Direttorato degli Affari Religiosi


Ratzigirl
Friday, December 01, 2006 6:59 PM
Discorsi in Turchia
Il papa alla Divina Liturgia: dialogo su nuove forme del ministero petrino


Questa Divina Liturgia celebrata nella festa di sant'Andrea Apostolo, santo Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci porta indietro alla Chiesa primitiva, all'epoca degli Apostoli. I Vangeli di Marco e di Matteo riferiscono su come Gesù chiamò i due fratelli, Simone, a cui Gesù attribuì il nome di Cefa o Pietro, e Andrea: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19; Mc 1,17). Il quarto Vangelo, inoltre, presenta Andrea come il primo chiamato, "ho protoklitos", come egli è conosciuto nella tradizione bizantina. È Andrea che porta da Gesù il proprio fratello Simone (cfr Gv 1, 40 ss).

Oggi, in questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado di sperimentare ancora una volta la comunione e la chiamata dei due fratelli, Simon Pietro e Andrea, nell'incontro fra il Successore di Pietro e il suo Fratello nel ministero episcopale, il capo di questa Chiesa, fondata secondo la tradizione dall'apostolo Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di Costantinopoli quali Chiese Sorelle.

Con gioia cordiale ringraziamo Dio perché dà nuova vitalità alla relazione sviluppatasi sin dal memorabile incontro a Gerusalemme, nel dicembre del 1964, fra i nostri predecessori, il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Il loro scambio di lettere, pubblicato nel volume intitolato Tomos Agapis, testimonia la profondità dei legami che crebbero fra di loro, legami che si rispecchiano nella relazione fra le Chiese Sorelle di Roma e di Costantinopoli.

Il 7 dicembre del 1965, alla vigila della sessione finale del Concilio Vaticano II, i nostri venerati predecessori intrapresero un passo nuovo ed unico e indimenticabile rispettivamente nella Chiesa Patriarcale di san Giorgio e nella Basilica di san Pietro in Vaticano: essi rimossero dalla memoria della Chiesa le tragiche scomuniche del 1054. In tal modo essi confermarono un cambiamento decisivo nei nostri rapporti. Da allora, molti altri passi importanti sono stati intrapresi lungo il cammino del reciproco riavvicinamento. Ricordo in particolare la visita del mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, a Costantinopoli nel 1979 e le visite a Roma del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.

In quello stesso spirito, la mia presenza qui oggi è destinata a rinnovare il comune impegno per proseguire sulla strada verso il ristabilimento – con la grazia di Dio – della piena comunione fra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli. Posso assicurarvi che la Chiesa Cattolica è pronta a fare tutto il possibile per superare gli ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri fratelli e sorelle ortodossi, mezzi sempre più efficaci di collaborazione pastorale a tale scopo.

I due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, erano dei pescatori che Gesù chiamò a diventare pescatori di uomini. Il Signore Risorto, prima della sua Ascensione, li inviò insieme agli altri Apostoli con la missione di fare discepole tutte le nazioni, battezzandole e proclamando i suoi insegnamenti (cfr Mt 28,19 ss; Lc 24,47; At 1,8).

Questo incarico lasciatoci dai santi fratelli Pietro e Paolo è lungi dall'essere compiuto. Al contrario, oggi esso è ancora più urgente e necessario. Esso infatti riguarda non soltanto le culture toccate marginalmente dal messaggio del Vangelo, ma anche le culture europee da lunga data profondamente radicate nella tradizione cristiana. Il processo di secolarizzazione ha indebolita la tenuta di quella tradizione; essa anzi è posta in questione e persino rigettata. Di fronte a questa realtà, siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità cristiane, a rinnovare la consapevolezza dell'Europa circa le proprie radici, tradizioni e valori cristiani, ridando loro nuova vitalità.

I nostri sforzi per edificare legami più stretti fra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse sono parte di questo compito missionario. Le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del Vangelo. Alla vigilia della propria passione e morte, il Signore, attorniato dai discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21). È solo attraverso la comunione fraterna tra i cristiani e attraverso il reciproco amore che il messaggio dell'amore di Dio per ogni uomo e donna diverrà credibile. Chiunque getti uno sguardo realistico al mondo cristiano oggi scoprirà l'urgenza di tale testimonianza.

Simon Pietro e Andrea furono chiamati insieme a diventare pescatori di uomini. Ma lo stesso impegno prese forme differenti per ciascuno dei due fratelli. Simone, nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato "Pietro", la "roccia" sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in maniera particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli (cfr Mt 16,18). Il suo itinerario lo avrebbe condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da Antiochia a Roma, così che in quella città egli potesse esercitare una responsabilità universale. Il tema del servizio universale di Pietro e dei suoi Successori ha sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di opinione, che speriamo di superare, grazie anche al dialogo teologico, ripreso di recente.

Il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, parlò della misericordia che caratterizza il servizio all'unità di Pietro, una misericordia che Pietro stesso sperimentò per primo (Enciclica Ut unum sint, 91). Su questa base il Papa Giovanni Paolo fece l'invito ad entrare in dialogo fraterno, con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così da "realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (ibid., 95). È mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito.

Andrea, il fratello di Simon Pietro, ricevette un altro incarico dal Signore, un incarico che il suo stesso nome suggeriva. Essendo in grado di parlare greco, divenne – insieme a Filippo – l'Apostolo dell'incontro con i Greci venuti da Gesù (cfr Gv 12,20 ss). La tradizione ci racconta che fu missionario non soltanto nell'Asia Minore e nei territori a sud del Mar Nero, cioè in questa stessa regione, ma anche in Grecia, dove patì il martirio.

Pertanto, l'apostolo Andrea rappresenta l'incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca. Questo incontro, particolarmente nell'Asia Minore, divenne possibile grazie specialmente ai grandi Padri della Cappadocia, che arricchirono la liturgia, la teologia e la spiritualità sia delle Chiese Orientali sia di quelle Occidentali. Il messaggio cristiano, come il chicco di grano (cfr Gv 12,24), è caduto su questa terra e ha portato molto frutto. Dobbiamo essere profondamente grati per l'eredità che è derivata dal fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica. Ciò ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. I Padri Greci ci hanno lasciato un prezioso tesoro dal quale la Chiesa continua ad attingere ricchezze antiche e nuove (cfr Mt 13,52).

La lezione del chicco di grano che muore per portare frutto ha pure un riscontro nella vita di sant'Andrea. La tradizione ci racconta che egli seguì il destino del suo Signore e Maestro, finendo i propri giorni a Patrasso, in Grecia. Come Pietro, egli subì il martirio su una croce, quella diagonale che veneriamo oggi come la croce di sant'Andrea. Dal suo esempio apprendiamo che il cammino di ogni singolo cristiano, come quello della Chiesa tutta intera, porta a vita nuova, alla vita eterna, attraverso l'imitazione di Cristo e l'esperienza della croce.

Nel corso della storia, entrambe le Chiese di Roma e di Costantinopoli hanno spesso sperimentato la lezione del chicco di grano. Insieme noi veneriamo molti dei medesimi martiri il cui sangue, secondo le celebri parole di Tertulliano, è divenuto seme di nuovi cristiani (Apologeticum 50,13). Con loro, condividiamo la stessa speranza che obbliga la Chiesa a proseguire "il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" (Lumen gentium 8; cfr s. Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2). Per parte sua, anche il secolo appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni della fede, sia in Oriente sia in Occidente. Anche oggi vi sono molti di tali testimoni in diverse parti del mondo. Li ricordiamo nella nostra preghiera e, in ogni modo possibile, offriamo loro il nostro sostegno, mentre chiediamo con insistenza a tutti i leader del mondo di rispettare la libertà religiosa come diritto umano fondamentale.

La Divina Liturgia alla quale abbiamo partecipato è stata celebrata secondo il rito di san Giovanni Crisostomo. La croce e la risurrezione di Gesù Cristo sono state rese misticamente presenti. Per noi cristiani questo è sorgente e segno di una speranza costantemente rinnovata. Troviamo tale speranza magnificamente espressa nell'antico testo conosciuto come Passione di sant'Andrea: "Ti saluto, o Croce, consacrata dal Corpo di Cristo e adorna delle sue membra come di pietre preziose... Che i fedeli conoscano la tua gioia, e i doni che in te sono conservati...".

Questa fede nella morte redentrice di Gesù sulla croce e questa speranza che Cristo risorto offre all'intera famiglia umana, sono da noi tutti condivise, Ortodossi e Cattolici. Che la nostra preghiera ed attività quotidiane siano ispirate dal fervente desiderio non soltanto di essere presenti alla Divina Liturgia, ma di essere in grado di celebrarla insieme, per prendere parte all'unica mensa del Signore, condividendo il medesimo pane e lo stesso calice. Che il nostro incontro odierno serva come spinta e gioiosa anticipazione del dono della piena comunione. E che lo Spirito di Dio ci accompagni nel nostro cammino!


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Il papa e il patriarca ecumenico: pieno sostegno al dialogo teologico


La traduzione italiana della dichiarazione comune di Benedetto XVI e Bartolomeo I, firmata al Palazzo patriarcale ecumenico di Istanbul. I due rappresentanti religiosi confermano il loro sostegno al dialogo teologico tra Ortodossi e Cattolici.

«Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 117,24)

Il fraterno incontro che abbiamo avuto, noi, Benedetto XVI, Papa di Roma e Bartolomeo I, Patriarca ecumenico, è opera di Dio e per di più un dono che proviene da Lui. Rendiamo grazie all’Autore di ogni bene, che ci permette ancora una volta, nella preghiera e nello scambio, d’esprimere la nostra gioia di sentirci fratelli e di rinnovare il nostro impegno in vista della piena comunione. Tale impegno ci proviene dalla volontà di nostro Signore e dalla nostra responsabilità di Pastori nella Chiesa di Cristo. Possa il nostro incontro essere un segno e un incoraggiamento per noi tutti, cattolici ed ortodossi, a condividere gli stessi sentimenti e gli stessi atteggiamenti di fraternità, di collaborazione e di comunione nella carità e nella verità. Lo Spirito Santo ci aiuterà a preparare il grande giorno del ristabilimento della piena unità, quando e come Dio lo vorrà. Allora potremo rallegrarci ed esultare veramente.

Abbiamo evocato con gratitudine gli incontri dei nostri venerati predecessori, benedetti dal Signore: hanno mostrato al mondo l’urgenza dell’unità e hanno tracciato sentieri sicuri per giungere ad essa, nel dialogo, nella preghiera e nella vita ecclesiale quotidiana. Il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora I, pellegrini a Gerusalemme sul luogo stesso in cui Gesù è morto e risorto per la salvezza del mondo, si sono incontrati in seguito più volte, qui al Fanar ed a Roma. Essi ci hanno lasciato una dichiarazione comune che mantiene tutto il suo valore, sottolineando che il vero dialogo della carità deve sostenere ed ispirare tutti i rapporti tra le persone e tra le stesse Chiese, «deve essere radicato in una totale fedeltà all’unico Signore Gesù Cristo e nel mutuo rispetto delle tradizioni proprie» (Tomos Agapis, 195). Non abbiamo dimenticato lo scambio di visite tra Sua Santità il Papa Giovanni Paolo II e Sua Santità Dimitrios I. Fu proprio durante la visita di Papa Giovanni Paolo II, la sua prima visita ecumenica, che fu annunciata la creazione della Commissione mista per il dialogo teologico. Essa ha radunato cattolici ed ortodossi con lo scopo dichiarato di ristabilire la piena comunione.

Per quanto riguarda le relazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, non possiamo dimenticare il solenne atto ecclesiale che ha relegato nell’oblio le antiche scomuniche, le quali, lungo i secoli, hanno influito negativamente sulle relazioni tra cattolici ed ortodossi. Non abbiamo ancora tratto da questo atto tutte le conseguenze positive che ne possono derivare per il nostro cammino verso la piena unità, al quale la Commissione mista è chiamata a dare un importante contributo. Esortiamo cattolici ed ortodossi a prendere parte attivamente a questo processo, con la preghiera e con gesti significativi.

In occasione della sessione plenaria della Commissione mista per il dialogo teologico tenutasi recentemente a Belgrado e generosamente ospitata dalla Chiesa ortodossa serba, abbiamo espresso la nostra gioia profonda per la ripresa del dialogo teologico. Dopo un’interruzione di qualche anno, dovuta a varie difficoltà, la Commissione ha potuto lavorare di nuovo in uno spirito di amicizia e di collaborazione. Trattando il tema: «Conciliarità e autorità nella Chiesa» a livello locale, regionale e universale, essa ha intrapreso una fase di studio sulle conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Ciò permetterà di affrontare alcune delle principali questioni ancora controverse tra cattolici ed ortodossi. Come nel passato, siamo decisi a sostenere incessantemente il lavoro affidato a questa Commissione, mentre ne accompagniamo i membri con le nostre preghiere.

Come Pastori, abbiamo innanzitutto riflettuto sulla missione di annunciare il Vangelo nel mondo di oggi. Questa missione: «Andate dunque, e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,19), oggi è più che mai attuale e necessaria, anche in paesi tradizionalmente cristiani. Inoltre, non possiamo ignorare la crescita della secolarizzazione, del relativismo e perfino del nichilismo, soprattutto nel mondo occidentale. Tutto ciò esige un rinnovato e potente annuncio del Vangelo, adatto alle culture del nostro tempo. Le nostre tradizioni rappresentano per cattolici e ortodossi un patrimonio che deve essere continuamente condiviso, proposto e attualizzato. Per questo motivo, dobbiamo rafforzare le collaborazioni e la nostra testimonianza comune davanti a tutte le nazioni.

Abbiamo valutato positivamente il cammino verso la formazione dell’Unione Europea. Gli attori di questa grande iniziativa non mancheranno di prendere in considerazione tutti gli aspetti che riguardano la persona umana ed i suoi inalienabili diritti, soprattutto la libertà religiosa, testimone e garante del rispetto di ogni altra libertà. In ogni iniziativa di unificazione, le minoranze debbono essere protette, con le loro tradizioni culturali e le loro specificità religiose. In Europa, cattolici ed ortodossi, pur rimanendo aperti alle altre religioni e al contributo che danno alla cultura, debbono unire i loro sforzi per preservare le radici, le tradizioni ed i valori cristiani, per assicurare il rispetto della storia, come pure per contribuire alla cultura dell’Europa futura, alla qualità delle relazioni umane a tutti i livelli. In questo contesto, come non evocare gli antichissimi testimoni e l’illustre patrimonio cristiano della terra dove ha luogo il nostro incontro, a cominciare da quanto ci dice il libro degli Atti degli Apostoli nell’evocare la figura di San Paolo, Apostolo delle nazioni. Su questa terra, il messaggio del Vangelo e la cultura ellenica si sono saldati. Questo vincolo, che così tanto ha contribuito all’eredità cristiana che ci è comune, resta attuale e recherà ancora frutti in avvenire per l’evangelizzazione e per la nostra unità.

Abbiamo rivolto il nostro sguardo ai luoghi del mondo di oggi dove vivono i cristiani e alle difficoltà che debbono affrontare, in particolare la povertà, le guerre e il terrorismo, ma anche le diverse forme di sfruttamento dei poveri, degli emigrati, delle donne e dei bambini. Cattolici ed ortodossi sono chiamati ad intraprendere insieme azioni a favore del rispetto dei diritti dell’uomo, di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, come pure per lo sviluppo economico, sociale e culturale. Le nostre tradizioni teologiche ed etiche possono offrire una solida base alla predicazione e all’azione comuni. Innanzitutto, vogliamo affermare che l’uccisione di innocenti nel nome di Dio è un’offesa a Lui e alla dignità umana. Tutti dobbiamo impegnarci per un rinnovato servizio all’uomo e per la difesa della vita umana, di ogni vita umana.

Abbiamo profondamente a cuore la pace in Medio Oriente, dove nostro Signore ha vissuto, ha sofferto, è morto ed è risorto, e dove vive, da tanti secoli, una moltitudine di fratelli cristiani. Desideriamo ardentemente che la pace sia ristabilita su quella terra, che si rafforzi la coesistenza cordiale tra le sue diverse popolazioni, tra le Chiese e le diverse religioni che vi si trovano. A questo fine, incoraggiamo a stabilire rapporti più stretti tra i cristiani e un dialogo interreligioso autentico e leale, per combattere ogni forma di violenza e di discriminazione.

Nell’epoca attuale, davanti ai grandi pericoli per l’ambiente naturale, vogliamo esprimere la nostra preoccupazione per le conseguenze negative che possono derivare per l’umanità e per tutta la creazione da un progresso economico e tecnologico che non riconosce i propri limiti. Come capi religiosi, consideriamo come uno dei nostri doveri incoraggiare e sostenere gli sforzi compiuti per proteggere la creazione di Dio e per lasciare alle generazioni future una terra sulla quale potranno vivere.

Infine, il nostro pensiero si rivolge a tutti voi, ortodossi e cattolici presenti ovunque nel mondo, vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, uomini e donne laici impegnati in un servizio ecclesiale, ed a tutti i battezzati. Salutiamo in Cristo gli altri cristiani, assicurando loro la nostra preghiera e della nostra disponibilità al dialogo e alla collaborazione. Vi salutiamo tutti con le parole dell’Apostolo dei Gentili: «Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo» (2 Cor 1,2).

Fanar, 30 novembre 2006
euge65
Friday, December 01, 2006 7:01 PM
Re: Discorsi in Turchia
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Ratzigirl 01/12/2006 18.59
[DIM]15pt[=DIM][G] Il papa alla Divina Liturgia: dialogo su nuove forme del ministero petrino[/G][/DIM]


[C]Questa Divina Liturgia celebrata nella festa di sant'Andrea Apostolo, santo Patrono della Chiesa di Costantinopoli, ci porta indietro alla Chiesa primitiva, all'epoca degli Apostoli. I Vangeli di Marco e di Matteo riferiscono su come Gesù chiamò i due fratelli, Simone, a cui Gesù attribuì il nome di Cefa o Pietro, e Andrea: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Mt 4,19; Mc 1,17). Il quarto Vangelo, inoltre, presenta Andrea come il primo chiamato, "ho protoklitos", come egli è conosciuto nella tradizione bizantina. È Andrea che porta da Gesù il proprio fratello Simone (cfr Gv 1, 40 ss).

Oggi, in questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado di sperimentare ancora una volta la comunione e la chiamata dei due fratelli, Simon Pietro e Andrea, nell'incontro fra il Successore di Pietro e il suo Fratello nel ministero episcopale, il capo di questa Chiesa, fondata secondo la tradizione dall'apostolo Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di Costantinopoli quali Chiese Sorelle.

Con gioia cordiale ringraziamo Dio perché dà nuova vitalità alla relazione sviluppatasi sin dal memorabile incontro a Gerusalemme, nel dicembre del 1964, fra i nostri predecessori, il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora. Il loro scambio di lettere, pubblicato nel volume intitolato Tomos Agapis, testimonia la profondità dei legami che crebbero fra di loro, legami che si rispecchiano nella relazione fra le Chiese Sorelle di Roma e di Costantinopoli.

Il 7 dicembre del 1965, alla vigila della sessione finale del Concilio Vaticano II, i nostri venerati predecessori intrapresero un passo nuovo ed unico e indimenticabile rispettivamente nella Chiesa Patriarcale di san Giorgio e nella Basilica di san Pietro in Vaticano: essi rimossero dalla memoria della Chiesa le tragiche scomuniche del 1054. In tal modo essi confermarono un cambiamento decisivo nei nostri rapporti. Da allora, molti altri passi importanti sono stati intrapresi lungo il cammino del reciproco riavvicinamento. Ricordo in particolare la visita del mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, a Costantinopoli nel 1979 e le visite a Roma del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I.

In quello stesso spirito, la mia presenza qui oggi è destinata a rinnovare il comune impegno per proseguire sulla strada verso il ristabilimento – con la grazia di Dio – della piena comunione fra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli. Posso assicurarvi che la Chiesa Cattolica è pronta a fare tutto il possibile per superare gli ostacoli e per ricercare, insieme con i nostri fratelli e sorelle ortodossi, mezzi sempre più efficaci di collaborazione pastorale a tale scopo.

I due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, erano dei pescatori che Gesù chiamò a diventare pescatori di uomini. Il Signore Risorto, prima della sua Ascensione, li inviò insieme agli altri Apostoli con la missione di fare discepole tutte le nazioni, battezzandole e proclamando i suoi insegnamenti (cfr Mt 28,19 ss; Lc 24,47; At 1,8).

Questo incarico lasciatoci dai santi fratelli Pietro e Paolo è lungi dall'essere compiuto. Al contrario, oggi esso è ancora più urgente e necessario. Esso infatti riguarda non soltanto le culture toccate marginalmente dal messaggio del Vangelo, ma anche le culture europee da lunga data profondamente radicate nella tradizione cristiana. Il processo di secolarizzazione ha indebolita la tenuta di quella tradizione; essa anzi è posta in questione e persino rigettata. Di fronte a questa realtà, siamo chiamati, insieme con tutte le altre comunità cristiane, a rinnovare la consapevolezza dell'Europa circa le proprie radici, tradizioni e valori cristiani, ridando loro nuova vitalità.

I nostri sforzi per edificare legami più stretti fra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse sono parte di questo compito missionario. Le divisioni esistenti fra i cristiani sono uno scandalo per il mondo ed un ostacolo per la proclamazione del Vangelo. Alla vigilia della propria passione e morte, il Signore, attorniato dai discepoli, pregò con fervore che essi fossero uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21). È solo attraverso la comunione fraterna tra i cristiani e attraverso il reciproco amore che il messaggio dell'amore di Dio per ogni uomo e donna diverrà credibile. Chiunque getti uno sguardo realistico al mondo cristiano oggi scoprirà l'urgenza di tale testimonianza.

Simon Pietro e Andrea furono chiamati insieme a diventare pescatori di uomini. Ma lo stesso impegno prese forme differenti per ciascuno dei due fratelli. Simone, nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato "Pietro", la "roccia" sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in maniera particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli (cfr Mt 16,18). Il suo itinerario lo avrebbe condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da Antiochia a Roma, così che in quella città egli potesse esercitare una responsabilità universale. Il tema del servizio universale di Pietro e dei suoi Successori ha sfortunatamente dato origine alle nostre differenze di opinione, che speriamo di superare, grazie anche al dialogo teologico, ripreso di recente.

Il mio venerato predecessore, il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, parlò della misericordia che caratterizza il servizio all'unità di Pietro, una misericordia che Pietro stesso sperimentò per primo (Enciclica Ut unum sint, 91). Su questa base il Papa Giovanni Paolo fece l'invito ad entrare in dialogo fraterno, con lo scopo di identificare vie nelle quali il ministero petrino potrebbe essere oggi esercitato, pur rispettandone la natura e l'essenza, così da "realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri" (ibid., 95). È mio desiderio oggi richiamare e rinnovare tale invito.

Andrea, il fratello di Simon Pietro, ricevette un altro incarico dal Signore, un incarico che il suo stesso nome suggeriva. Essendo in grado di parlare greco, divenne – insieme a Filippo – l'Apostolo dell'incontro con i Greci venuti da Gesù (cfr Gv 12,20 ss). La tradizione ci racconta che fu missionario non soltanto nell'Asia Minore e nei territori a sud del Mar Nero, cioè in questa stessa regione, ma anche in Grecia, dove patì il martirio.

Pertanto, l'apostolo Andrea rappresenta l'incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca. Questo incontro, particolarmente nell'Asia Minore, divenne possibile grazie specialmente ai grandi Padri della Cappadocia, che arricchirono la liturgia, la teologia e la spiritualità sia delle Chiese Orientali sia di quelle Occidentali. Il messaggio cristiano, come il chicco di grano (cfr Gv 12,24), è caduto su questa terra e ha portato molto frutto. Dobbiamo essere profondamente grati per l'eredità che è derivata dal fruttuoso incontro fra il messaggio cristiano e la cultura ellenica. Ciò ha avuto un impatto duraturo sulle Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. I Padri Greci ci hanno lasciato un prezioso tesoro dal quale la Chiesa continua ad attingere ricchezze antiche e nuove (cfr Mt 13,52).

La lezione del chicco di grano che muore per portare frutto ha pure un riscontro nella vita di sant'Andrea. La tradizione ci racconta che egli seguì il destino del suo Signore e Maestro, finendo i propri giorni a Patrasso, in Grecia. Come Pietro, egli subì il martirio su una croce, quella diagonale che veneriamo oggi come la croce di sant'Andrea. Dal suo esempio apprendiamo che il cammino di ogni singolo cristiano, come quello della Chiesa tutta intera, porta a vita nuova, alla vita eterna, attraverso l'imitazione di Cristo e l'esperienza della croce.

Nel corso della storia, entrambe le Chiese di Roma e di Costantinopoli hanno spesso sperimentato la lezione del chicco di grano. Insieme noi veneriamo molti dei medesimi martiri il cui sangue, secondo le celebri parole di Tertulliano, è divenuto seme di nuovi cristiani (Apologeticum 50,13). Con loro, condividiamo la stessa speranza che obbliga la Chiesa a proseguire "il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" (Lumen gentium 8; cfr s. Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2). Per parte sua, anche il secolo appena trascorso ha visto coraggiosi testimoni della fede, sia in Oriente sia in Occidente. Anche oggi vi sono molti di tali testimoni in diverse parti del mondo. Li ricordiamo nella nostra preghiera e, in ogni modo possibile, offriamo loro il nostro sostegno, mentre chiediamo con insistenza a tutti i leader del mondo di rispettare la libertà religiosa come diritto umano fondamentale.

La Divina Liturgia alla quale abbiamo partecipato è stata celebrata secondo il rito di san Giovanni Crisostomo. La croce e la risurrezione di Gesù Cristo sono state rese misticamente presenti. Per noi cristiani questo è sorgente e segno di una speranza costantemente rinnovata. Troviamo tale speranza magnificamente espressa nell'antico testo conosciuto come Passione di sant'Andrea: "Ti saluto, o Croce, consacrata dal Corpo di Cristo e adorna delle sue membra come di pietre preziose... Che i fedeli conoscano la tua gioia, e i doni che in te sono conservati...".

Questa fede nella morte redentrice di Gesù sulla croce e questa speranza che Cristo risorto offre all'intera famiglia umana, sono da noi tutti condivise, Ortodossi e Cattolici. Che la nostra preghiera ed attività quotidiane siano ispirate dal fervente desiderio non soltanto di essere presenti alla Divina Liturgia, ma di essere in grado di celebrarla insieme, per prendere parte all'unica mensa del Signore, condividendo il medesimo pane e lo stesso calice. Che il nostro incontro odierno serva come spinta e gioiosa anticipazione del dono della piena comunione. E che lo Spirito di Dio ci accompagni nel nostro cammino![/C]

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[DIM]14pt[=DIM][G]Il papa e il patriarca ecumenico: pieno sostegno al dialogo teologico[/G][/DIM]


[DIM]9pt[=DIM][C]La traduzione italiana della dichiarazione comune di Benedetto XVI e Bartolomeo I, firmata al Palazzo patriarcale ecumenico di Istanbul. I due rappresentanti religiosi confermano il loro sostegno al dialogo teologico tra Ortodossi e Cattolici.[/C] [/DIM]

«Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 117,24)
[C]
Il fraterno incontro che abbiamo avuto, noi, Benedetto XVI, Papa di Roma e Bartolomeo I, Patriarca ecumenico, è opera di Dio e per di più un dono che proviene da Lui. Rendiamo grazie all’Autore di ogni bene, che ci permette ancora una volta, nella preghiera e nello scambio, d’esprimere la nostra gioia di sentirci fratelli e di rinnovare il nostro impegno in vista della piena comunione. Tale impegno ci proviene dalla volontà di nostro Signore e dalla nostra responsabilità di Pastori nella Chiesa di Cristo. Possa il nostro incontro essere un segno e un incoraggiamento per noi tutti, cattolici ed ortodossi, a condividere gli stessi sentimenti e gli stessi atteggiamenti di fraternità, di collaborazione e di comunione nella carità e nella verità. Lo Spirito Santo ci aiuterà a preparare il grande giorno del ristabilimento della piena unità, quando e come Dio lo vorrà. Allora potremo rallegrarci ed esultare veramente.

Abbiamo evocato con gratitudine gli incontri dei nostri venerati predecessori, benedetti dal Signore: hanno mostrato al mondo l’urgenza dell’unità e hanno tracciato sentieri sicuri per giungere ad essa, nel dialogo, nella preghiera e nella vita ecclesiale quotidiana. Il Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora I, pellegrini a Gerusalemme sul luogo stesso in cui Gesù è morto e risorto per la salvezza del mondo, si sono incontrati in seguito più volte, qui al Fanar ed a Roma. Essi ci hanno lasciato una dichiarazione comune che mantiene tutto il suo valore, sottolineando che il vero dialogo della carità deve sostenere ed ispirare tutti i rapporti tra le persone e tra le stesse Chiese, «deve essere radicato in una totale fedeltà all’unico Signore Gesù Cristo e nel mutuo rispetto delle tradizioni proprie» (Tomos Agapis, 195). Non abbiamo dimenticato lo scambio di visite tra Sua Santità il Papa Giovanni Paolo II e Sua Santità Dimitrios I. Fu proprio durante la visita di Papa Giovanni Paolo II, la sua prima visita ecumenica, che fu annunciata la creazione della Commissione mista per il dialogo teologico. Essa ha radunato cattolici ed ortodossi con lo scopo dichiarato di ristabilire la piena comunione.

Per quanto riguarda le relazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, non possiamo dimenticare il solenne atto ecclesiale che ha relegato nell’oblio le antiche scomuniche, le quali, lungo i secoli, hanno influito negativamente sulle relazioni tra cattolici ed ortodossi. Non abbiamo ancora tratto da questo atto tutte le conseguenze positive che ne possono derivare per il nostro cammino verso la piena unità, al quale la Commissione mista è chiamata a dare un importante contributo. Esortiamo cattolici ed ortodossi a prendere parte attivamente a questo processo, con la preghiera e con gesti significativi.

In occasione della sessione plenaria della Commissione mista per il dialogo teologico tenutasi recentemente a Belgrado e generosamente ospitata dalla Chiesa ortodossa serba, abbiamo espresso la nostra gioia profonda per la ripresa del dialogo teologico. Dopo un’interruzione di qualche anno, dovuta a varie difficoltà, la Commissione ha potuto lavorare di nuovo in uno spirito di amicizia e di collaborazione. Trattando il tema: «Conciliarità e autorità nella Chiesa» a livello locale, regionale e universale, essa ha intrapreso una fase di studio sulle conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Ciò permetterà di affrontare alcune delle principali questioni ancora controverse tra cattolici ed ortodossi. Come nel passato, siamo decisi a sostenere incessantemente il lavoro affidato a questa Commissione, mentre ne accompagniamo i membri con le nostre preghiere.

Come Pastori, abbiamo innanzitutto riflettuto sulla missione di annunciare il Vangelo nel mondo di oggi. Questa missione: «Andate dunque, e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,19), oggi è più che mai attuale e necessaria, anche in paesi tradizionalmente cristiani. Inoltre, non possiamo ignorare la crescita della secolarizzazione, del relativismo e perfino del nichilismo, soprattutto nel mondo occidentale. Tutto ciò esige un rinnovato e potente annuncio del Vangelo, adatto alle culture del nostro tempo. Le nostre tradizioni rappresentano per cattolici e ortodossi un patrimonio che deve essere continuamente condiviso, proposto e attualizzato. Per questo motivo, dobbiamo rafforzare le collaborazioni e la nostra testimonianza comune davanti a tutte le nazioni.

Abbiamo valutato positivamente il cammino verso la formazione dell’Unione Europea. Gli attori di questa grande iniziativa non mancheranno di prendere in considerazione tutti gli aspetti che riguardano la persona umana ed i suoi inalienabili diritti, soprattutto la libertà religiosa, testimone e garante del rispetto di ogni altra libertà. In ogni iniziativa di unificazione, le minoranze debbono essere protette, con le loro tradizioni culturali e le loro specificità religiose. In Europa, cattolici ed ortodossi, pur rimanendo aperti alle altre religioni e al contributo che danno alla cultura, debbono unire i loro sforzi per preservare le radici, le tradizioni ed i valori cristiani, per assicurare il rispetto della storia, come pure per contribuire alla cultura dell’Europa futura, alla qualità delle relazioni umane a tutti i livelli. In questo contesto, come non evocare gli antichissimi testimoni e l’illustre patrimonio cristiano della terra dove ha luogo il nostro incontro, a cominciare da quanto ci dice il libro degli Atti degli Apostoli nell’evocare la figura di San Paolo, Apostolo delle nazioni. Su questa terra, il messaggio del Vangelo e la cultura ellenica si sono saldati. Questo vincolo, che così tanto ha contribuito all’eredità cristiana che ci è comune, resta attuale e recherà ancora frutti in avvenire per l’evangelizzazione e per la nostra unità.

Abbiamo rivolto il nostro sguardo ai luoghi del mondo di oggi dove vivono i cristiani e alle difficoltà che debbono affrontare, in particolare la povertà, le guerre e il terrorismo, ma anche le diverse forme di sfruttamento dei poveri, degli emigrati, delle donne e dei bambini. Cattolici ed ortodossi sono chiamati ad intraprendere insieme azioni a favore del rispetto dei diritti dell’uomo, di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, come pure per lo sviluppo economico, sociale e culturale. Le nostre tradizioni teologiche ed etiche possono offrire una solida base alla predicazione e all’azione comuni. Innanzitutto, vogliamo affermare che l’uccisione di innocenti nel nome di Dio è un’offesa a Lui e alla dignità umana. Tutti dobbiamo impegnarci per un rinnovato servizio all’uomo e per la difesa della vita umana, di ogni vita umana.

Abbiamo profondamente a cuore la pace in Medio Oriente, dove nostro Signore ha vissuto, ha sofferto, è morto ed è risorto, e dove vive, da tanti secoli, una moltitudine di fratelli cristiani. Desideriamo ardentemente che la pace sia ristabilita su quella terra, che si rafforzi la coesistenza cordiale tra le sue diverse popolazioni, tra le Chiese e le diverse religioni che vi si trovano. A questo fine, incoraggiamo a stabilire rapporti più stretti tra i cristiani e un dialogo interreligioso autentico e leale, per combattere ogni forma di violenza e di discriminazione.

Nell’epoca attuale, davanti ai grandi pericoli per l’ambiente naturale, vogliamo esprimere la nostra preoccupazione per le conseguenze negative che possono derivare per l’umanità e per tutta la creazione da un progresso economico e tecnologico che non riconosce i propri limiti. Come capi religiosi, consideriamo come uno dei nostri doveri incoraggiare e sostenere gli sforzi compiuti per proteggere la creazione di Dio e per lasciare alle generazioni future una terra sulla quale potranno vivere.

Infine, il nostro pensiero si rivolge a tutti voi, ortodossi e cattolici presenti ovunque nel mondo, vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, uomini e donne laici impegnati in un servizio ecclesiale, ed a tutti i battezzati. Salutiamo in Cristo gli altri cristiani, assicurando loro la nostra preghiera e della nostra disponibilità al dialogo e alla collaborazione. Vi salutiamo tutti con le parole dell’Apostolo dei Gentili: «Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo» (2 Cor 1,2).

Fanar, 30 novembre 2006[/C][/DIM][/QUOTE]

Ratzigirl
Friday, December 01, 2006 7:06 PM
Altri discorsi dalla Turchia (2)

Il papa al patriarca Mesrob: ''Chiamati ad offrire al mondo un segno di speranza e consolazione''



La traduzione italiana del saluto di Benedetto XVI al patriarca armeno Mesrob II, pronunciato durante la visita al Patriarcato armeno apostolico di Istanbul.

Carissimo Fratello in Cristo,

sono lieto di avere questa opportunità di incontrare Vostra Beatitudine in questo stesso luogo dove il Patriarca Kalustian ha accolto i miei predecessori Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II. Con grande affetto saluto l'intera comunità armena apostolica a cui Ella presiede come pastore e padre spirituale. Estendo il mio saluto fraterno anche a Sua Santità Karekin II, Catholicos della Santa Etchmiadzin, e alla gerarchia della Chiesa Armena Apostolica. Rendo grazie a Dio per la fede e la testimonianza cristiana del popolo armeno, trasmesse da una generazione all'altra, spesso in circostanze davvero tragiche come quelle sperimentate durante il secolo passato.

Il nostro incontro è ben più che un semplice gesto di cortesia ecumenica e di amicizia. È un segno della nostra speranza condivisa nelle promesse di Dio e del nostro desiderio di vedere adempiuta la preghiera che Gesù elevò per i suoi discepoli alla vigilia della sua passione e morte: "Perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,21). Gesù diede la propria vita sulla croce per radunare nell'unità i figli di Dio dispersi, per abbattere i muri di divisione. Mediante il sacramento del Battesimo, siamo stati incorporati nel Corpo di Cristo, la Chiesa. Le tragiche divisioni che, lungo il tempo, sono sorte fra i seguaci di Cristo contraddicono apertamente alla volontà del Signore, sono di scandalo al mondo e danneggiano la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura (cfr Unitatis redintegratio, 1). Proprio mediante la testimonianza della propria fede e del proprio amore, i cristiani sono chiamati ad offrire un segno raggiante di speranza e di consolazione a questo mondo, così segnato da conflitti e da tensioni. Dobbiamo perciò continuare a fare tutto il possibile per curare le ferite della separazione ed affrettare l'opera di ricostruzione dell'unità dei cristiani. Faccio voti affinché siamo guidati, in questo compito urgente, dalla luce e dalla forza dello Spirito Santo.

A tale proposito, posso solo elevare un sentito grazie al Signore per la sempre più profonda relazione fraterna sviluppatasi fra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica. Nel XIII secolo Nerses di Lambron, uno dei grandi Dottori della Chiesa Armena, scrisse le seguenti parole di incoraggiamento: "Ora, poiché tutti abbiamo bisogno della pace con Dio, facciamo sì che l'armonia tra fratelli ne sia il fondamento. Abbiamo pregato Dio per la pace e continuiamo a farlo. Ecco, egli la sta offrendo a noi come un dono: accogliamolo! Abbiamo chiesto al Signore di rendere salda la sua santa Chiesa, ed egli ha positivamente ascoltato la nostra invocazione. Saliamo, dunque la montagna della fede del Vangelo" (Il primato della carità, Ed. Qiqajon, p. 81). Queste parole di Nerses non hanno perduto niente del loro potere. Continuiamo a pregare insieme per l'unità di tutti i cristiani, così che, ricevendo tale dono dall'alto con cuori disponibili, noi possiamo essere testimoni sempre più convincenti della verità del Vangelo e migliori servitori della missione della Chiesa.


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Il papa: la Chiesa non impone, ma chiede solo libertà



La traduzione italiana dell'omelia di Benedetto XVI, pronunciata durante la Santa Messa nella cattedrale del Santo Spirito. Nell'incontro con la piccola comunità cattolica, nuovo richiamo alla libertà religiosa.

Cari Fratelli e Sorelle,

al termine del mio viaggio pastorale in Turchia, sono lieto di incontrare la comunità cattolica di Istanbul e di celebrare con essa l’Eucaristia per rendere grazie al Signore di tutti i suoi doni. Desidero salutare anzitutto il Patriarca di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, come anche il Patriarca armeno, Sua Beatitudine Mesrob II, Fratelli venerati, che hanno voluto unirsi a noi per questa celebrazione. Esprimo loro la mia profonda gratitudine per questo gesto fraterno che onora tutta la comunità cattolica.

Cari Fratelli e Figli della Chiesa cattolica, Vescovi, presbiteri e diaconi, religiosi, religiose, fedeli laici, appartenenti alle differenti comunità della città e ai diversi riti della Chiesa, vi saluto tutti con gioia, ridicendo per voi le parole di san Paolo ai Galati: “Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!” (Ga 1, 3). Desidero ringraziare le Autorità civili qui presenti per la loro cortese accoglienza, in particolare tutti coloro che hanno permesso che questo viaggio potesse realizzarsi. Saluto infine i rappresentanti delle altre comunità ecclesiali e delle altre religioni che hanno voluto essere presenti fra noi. Come non pensare ai diversi eventi che hanno forgiato proprio qui la nostra storia comune? Al tempo stesso sento il dovere di ricordare in modo speciale i tanti testimoni del Vangelo di Cristo che ci spronano a lavorare insieme per l’unità di tutti i suoi discepoli, nella verità e nella carità!

In questa cattedrale dello Spirito Santo, desidero rendere grazie a Dio per tutto ciò che egli ha compiuto nella storia degli uomini e invocare su tutti i doni dello Spirito di santità. Come ci ha ricordato ora san Paolo, lo Spirito è la sorgente permanente della nostra fede e della nostra unità. Egli suscita in noi la vera conoscenza di Gesù e pone sulle nostre labbra le parole della fede affinchè noi possiamo riconoscere il Signore. Gesù l’aveva già detto a Pietro dopo la Confessione della fede di Cesarea: “beato te, Simone figlio di Giona: perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16, 17). Si, siamo beati quando lo Spirito Santo ci apre alla gioia di credere e quando ci fa entrare nella grande famiglia dei cristiani, la sua Chiesa, così molteplice nella varietà dei doni, delle funzioni e delle attività, e nello stesso tempo già una, “poiché è sempre lo stesso Dio che agisce in tutti”. Paolo aggiunge: “Ciascuno riceve il dono di manifestare lo Spirito in vista del bene di tutti”. Manifestare lo Spirito, vivere secondo lo Spirito, non significa vivere soltanto per sé, ma vuol dire imparare a conformarsi costantemente allo stesso Cristo Gesù, divenendo alla sua sequela servitore dei propri fratelli. Ecco un insegnamento molto concreto per ciascuno di noi, Vescovi, chiamati dal Signore a condurre il suo popolo facendoci servitori sulle sue orme; questo vale anche per tutti i ministri del Signore come anche per tutti i fedeli: ricevendo il sacramento del Battesimo, siamo stati tutti immersi nella morte e resurrezione del Signore, “siamo stati dissetati dall’unico Spirito”, e la vita di Cristo è diventata la nostra affinché viviamo come lui, affinché amiamo i nostri fratelli come lui ci ha amati (cfr Gv 13, 34).

Ventisette anni fa, in questa stessa cattedrale, il mio predecessore il Servo di Dio Giovanni Paolo II auspicava che l’alba del nuovo millennio potesse “sorgere su una Chiesa che ha ritrovato la sua piena unità, per meglio testimoniare, in mezzo alle esacerbate tensioni del mondo, il trascendente amore di Dio, manifestato nel Figlio Gesù Cristo” (Omelia nella cattedrale di Istanbul, n. 5). Questo auspicio non si è ancora realizzato, ma il desiderio del Papa è sempre lo stesso e ci spinge, noi tutti discepoli di Cristo che avanziamo con le nostre lentezze e le nostre povertà sul cammino che conduce all’unità, ad agire incessantemente “in vista del bene di tutti”, ponendo la prospettiva ecumenica al primo posto delle nostre preoccupazioni ecclesiali. Vivremo allora realmente secondo lo Spirito di Gesù, al servizio del bene di tutti.

Riuniti questa mattina in questa casa di preghiera consacrata al Signore, come non evocare l’altra bella immagine che adopera san Paolo per parlare della Chiesa, quella della costruzione le cui pietre sono tutte unite, strette le une alle altre per formare un solo edificio, e la cui pietra angolare, sulla quale tutto poggia, è Cristo? E’ lui la sorgente della nuova vita che ci è donata dal Padre, nello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni l’ha appena proclamato: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Quest’acqua zampillante, questa acqua viva che Gesù ha promesso alla Samaritana, i profeti Zaccaria ed Ezechiele la vedevano sorgere dal lato del tempio, per rigenerare le acque del Mar morto: immagine meravigliosa della promessa di vita che Dio ha sempre fatto al suo popolo e che Gesù è venuto a compiere. In un mondo dove gli uomini hanno tanta difficoltà a dividere tra loro i beni della terra e dove ci si inizia a preoccupare giustamente per la scarsità dell’acqua, questo bene così prezioso per la vita del corpo, la Chiesa si scopre ricca di un bene ancora più grande. Corpo del Cristo essa ha ricevuto il compito di annunciare il suo Vangelo fino ai confini della terra (cfr Mt 28, 19), vale a dire di trasmettere agli uomini e alle donne di questo tempo una buona novella che non solo illumina ma cambia la loro vita, fino a passare e vincere la morte stessa. Questa Buona Novella non è soltanto una Parola, ma è una Persona, Cristo stesso, risorto, vivo! Con la grazia dei Sacramenti, l'acqua che è scaturita dal suo costato aperto sulla croce è diventata una fonte che zampilla, “fiumi d’acqua viva”, un dono che nessuno può arrestare e che ridona vita. Come i cristiani potrebbero trattenere soltanto per loro ciò che hanno ricevuto? Come potrebbero confiscare questo tesoro e nascondere questa fonte? La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo, di partecipare la Vita di Cristo, il bene più prezioso dell'uomo che Dio stesso ci dà nel suo Figlio.

Fratelli e Sorelle, le vostre comunità conoscono l’umile cammino di accompagnamento di ogni giorno con quelli che non condividono la nostra fede ma che dichiarano "di avere la fede di Abramo e che adorano con noi il Dio uno e misericordioso" (Lumen gentium, n. 16). Sapete bene che la Chiesa non vuole imporre nulla a nessuno, e che chiede semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che essa non può nascondere, Cristo Gesù che ci ha amati fino alla fine sulla Croce e che ci ha dato il suo Spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e nel più profondo di noi stessi. Siate sempre aperti allo Spirito di Cristo e, pertanto, siate attenti a quelli che hanno sete di giustizia, di pace, di dignità, di considerazione per essi stessi e per i loro fratelli. Vivete tra voi secondo la parola del Signore: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 35).

Fratelli e Sorelle, affidiamo in questo momento il nostro desiderio di servire il Signore alla Vergine Maria, Madre di Dio e Serva del Signore. Ella ha pregato nel cenacolo insieme con la comunità primitiva, in attesa della Pentecoste. Insieme con lei preghiamo ora Cristo Signore: Invia il tuo Spirito Santo, Signore, su tutta la Chiesa; che egli abiti ciascuno dei suoi membri e che faccia di loro messaggeri del tuo Vangelo! Amen.

[Modificato da Ratzigirl 01/12/2006 19.07]

ratzi.lella
Saturday, December 02, 2006 10:56 AM
il prossimo viaggio...
Il papa vedra' Lula in Brasile
Durante il viaggio previsto dal 9 al 13 maggio del 2007

(ANSA) - SAN PAOLO, 1 DIC - Papa Benedetto XVI si incontrera' col presidente brasiliano Lula durante la visita in Brasile prevista a maggio dell'anno prossimo. Oggi la chiesa brasiliana ha diffuso la bozza del viaggio che dovra' essere approvata in Vaticano. Il Papa presiedera' la V Conferenza Generale dell'Episcopato dell'America Latina e dei Caraibi che si terra' nella basilica di Aparecida, la maggiore chiesa del Brasile, nelle campagne di San Paolo. Tutta la programmazione gira attorno alla metropoli paulista.

emma3
Sunday, December 03, 2006 1:43 PM
dall'Angelus di oggi

Cari fratelli e sorelle!

Desidero ringraziare ancora una volta, insieme a voi, il Signore per il Viaggio apostolico che nei giorni scorsi ho compiuto in Turchia: in esso mi sono sentito accompagnato e sostenuto dalla preghiera dell’intera Comunità cristiana. A tutti il mio grazie cordiale! Mercoledì prossimo, durante l’Udienza generale, avrò modo di parlare più diffusamente di questa indimenticabile esperienza spirituale e pastorale, dalla quale spero possano scaturire frutti di bene per una cooperazione sempre più sincera tra tutti i discepoli di Cristo e per un dialogo proficuo con i credenti musulmani. Mi preme ora rinnovare la mia gratitudine a quanti hanno organizzato il viaggio, ed hanno contribuito in vario modo al suo pacifico e fruttuoso svolgimento. Un pensiero speciale rivolgo alle Autorità della Turchia e all’amico popolo turco, che mi ha riservato un’accoglienza degna del suo tradizionale spirito di ospitalità.

Vorrei soprattutto ricordare con riconoscente affetto la cara comunità cattolica che vive in terra turca. Penso ad essa mentre, con l’odierna domenica, entriamo nel tempo dell’Avvento. Ho potuto incontrare e celebrare la Santa Messa insieme con questi nostri fratelli e sorelle, che si trovano in condizioni spesso non facili. È veramente un piccolo gregge, variegato, ricco di entusiasmo e di fede che, potremmo dire, vive costantemente ed in maniera forte l’esperienza dell’Avvento sostenuto dalla speranza. In Avvento la liturgia ci ripete spesso e ci assicura, quasi a vincere la naturale nostra diffidenza, che Dio "viene": viene a stare con noi, in ogni nostra situazione; viene ad abitare in mezzo a noi, a vivere con noi e in noi; viene a colmare le distanze che ci dividono e ci separano; viene a riconciliarci con Lui e tra di noi. Viene nella storia dell’umanità, a bussare alla porta di ogni uomo e di ogni donna di buona volontà, per recare agli individui, alle famiglie e ai popoli il dono della fraternità, della concordia e della pace. Per questo l’Avvento è per eccellenza il tempo della speranza, nel quale i credenti in Cristo sono invitati a restare in un’attesa vigilante ed operosa, alimentata dalla preghiera e dal fattivo impegno dell’amore. Possa l’avvicinarsi del Natale di Cristo riempire i cuori di tutti i cristiani di gioia, di serenità e di pace!

Per vivere nel modo più autentico e fruttuoso questo periodo di Avvento, la liturgia ci esorta a guardare a Maria Santissima, e ad incamminarci idealmente insieme a Lei verso la Grotta di Betlemme. Quando Dio bussò alla porta della sua giovane vita, Ella lo accolse con fede e con amore. Tra qualche giorno La contempleremo nel luminoso mistero della sua Immacolata Concezione. Lasciamoci attrarre dalla sua bellezza, riflesso della gloria divina, perché "il Dio che viene" trovi in ognuno di noi un cuore buono e aperto, che Egli possa colmare dei suoi doni.


Discipula
Sunday, December 03, 2006 2:10 PM
Bellissimo...
...l'Angelus di oggi sul significato dell'Avvento e bellissima anche l'omelia di ieri durante la celebrazione dei Vespri, tutta incentrata sul significato teologale del Dio-che-viene. Ecco il testo:

Omelia del Santo Padre


Cari fratelli e sorelle!

La prima antifona di questa celebrazione vespertina si pone come apertura del tempo di Avvento e risuona come antifona dell’intero anno liturgico. Riascoltiamola: "Date l’annunzio ai popoli: Ecco, Dio viene, il nostro Salvatore". All’inizio di un nuovo ciclo annuale, la liturgia invita la Chiesa a rinnovare il suo annuncio a tutte le genti e lo riassume in due parole: "Dio viene". Questa espressione così sintetica contiene una forza di suggestione sempre nuova. Fermiamoci un momento a riflettere: non viene usato il passato – Dio è venuto –, né il futuro – Dio verrà –, ma il presente: "Dio viene". Si tratta, a ben vedere, di un presente continuo, cioè di un’azione sempre in atto: è avvenuta, avviene ora e avverrà ancora. In qualunque momento, "Dio viene". Il verbo "venire" appare qui come un verbo "teologico", addirittura "teologale", perché dice qualcosa che riguarda la natura stessa di Dio. Annunciare che "Dio viene" equivale, pertanto, ad annunciare semplicemente Dio stesso, attraverso un suo tratto essenziale e qualificante: il suo essere il Dio-che-viene.

L’Avvento richiama i credenti a prendere coscienza di questa verità e ad agire in conseguenza. Risuona come un appello salutare nel ripetersi dei giorni, delle settimane, dei mesi: Svegliati! Ricordati che Dio viene! Non ieri, non domani, ma oggi, adesso! L’unico vero Dio, "il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe", non è un Dio che se ne sta in cielo, disinteressato a noi e alla nostra storia, ma è il-Dio-che-viene. E’ un Padre che mai smette di pensare a noi e, nel rispetto estremo della nostra libertà, desidera incontrarci e visitarci; vuole venire, dimorare in mezzo a noi, restare con noi. Il suo "venire" è spinto dalla volontà di liberarci dal male e dalla morte, da tutto ciò che impedisce la nostra vera felicità. Dio viene a salvarci.

I Padri della Chiesa osservano che il "venire" di Dio – continuo e, per così dire, connaturale al suo stesso essere – si concentra nelle due principali venute di Cristo, quella della sua Incarnazione e quella del suo ritorno glorioso alla fine della storia (cfr Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 15,1: PG 33,870). Il tempo di Avvento vive tutto di questa polarità. Nei primi giorni l’accento cade sull’attesa dell’ultima venuta del Signore, come dimostrano anche i testi dell’odierna celebrazione vespertina. Avvicinandosi poi il Natale, prevarrà invece la memoria dell’avvenimento di Betlemme, per riconoscere in esso la "pienezza del tempo". Tra queste due venute "manifeste" se ne può individuare una terza, che san Bernardo chiama "intermedia" e "occulta", la quale avviene nell’anima dei credenti e getta come un "ponte" tra la prima e l’ultima. "Nella prima – scrive san Bernardo - Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione" (Disc. 5 sull’Avvento, 1). Per quella venuta di Cristo, che potremmo chiamare "incarnazione spirituale", l’archetipo è sempre Maria. Come la Vergine Madre custodì nel suo cuore il Verbo fatto carne, così ogni singola anima e l’intera Chiesa sono chiamate, nel loro pellegrinaggio terreno, ad attendere il Cristo che viene e ad accoglierlo con fede ed amore sempre rinnovati.

La liturgia dell’Avvento pone così in luce come la Chiesa dia voce all’attesa di Dio profondamente inscritta nella storia dell’umanità; un’attesa purtroppo spesso soffocata o deviata verso false direzioni. Corpo misticamente unito a Cristo Capo, la Chiesa è sacramento, cioè segno e strumento efficace anche di questa attesa di Dio. In una misura nota a Lui solo la comunità cristiana può affrettarne l’avvento finale, aiutando l’umanità ad andare incontro al Signore che viene. E fa questo prima di tutto, ma non solo, con la preghiera. Essenziali e inseparabili dalla preghiera sono poi le "buone opere", come ricorda l’orazione di questa Prima Domenica d’Avvento, con la quale chiediamo al Padre celeste di suscitare in noi "la volontà di andare incontro con le buone opere" al Cristo che viene. In questa prospettiva l’Avvento è più che mai adatto ad essere un tempo vissuto in comunione con tutti coloro – e grazie a Dio sono tanti – che sperano in un mondo più giusto e più fraterno. In questo impegno per la giustizia possono in qualche misura ritrovarsi insieme uomini di ogni nazionalità e cultura, credenti e non credenti. Tutti infatti sono animati da un anelito comune, seppure diverso nelle motivazioni, verso un futuro di giustizia e di pace.

La pace è la meta a cui aspira l’intera umanità! Per i credenti "pace" è uno dei più bei nomi di Dio, che vuole l’intesa di tutti i suoi figli, come ho avuto modo di ricordare anche nel pellegrinaggio dei giorni scorsi in Turchia. Un canto di pace è risuonato nei cieli quando Dio si è fatto uomo ed è nato da donna, nella pienezza dei tempi (cfr Gal 4,4). Iniziamo dunque questo nuovo Avvento – tempo donatoci dal Signore del tempo – risvegliando nei nostri cuori l’attesa del Dio-che-viene e la speranza che il suo Nome sia santificato, che venga il suo Regno di giustizia e di pace, che sia fatta la sua Volontà come in Cielo, così in terra.

Lasciamoci guidare, in questa attesa, dalla Vergine Maria, Madre del Dio-che-viene, Madre della Speranza. Ella, che tra pochi giorni celebreremo Immacolata, ci ottenga di essere trovati santi e immacolati nell’amore alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo, al quale, con il Padre e lo Spirito Santo, sia lode e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

fonte: www.korazym.org

Ratzigirl
Sunday, December 03, 2006 11:57 PM
Il Papa nomina nuovo Vescovo di Como monsignor Diego Coletti



Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi presentata da monsignor Alessandro Maggiolini.

Monsignor Coletti è nato a Milano il 25 settembre 1941. Entrato nel seminario di Milano dopo la maturità classica, ha conseguito la Licenza in Teologia.

È stato ordinato sacerdote il 26 giugno 1965, incardinandosi nell'Arcidiocesi di Milano.

Dopo l'ordinazione sacerdotale, si è laureato in Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. È stato poi nominato professore nel Biennio teologico del Seminario Arcivescovile di Saronno (1968-1977).

Nel 1977 è stato scelto come Rettore del seminario di Teologia di Venegono, dove è rimasto fino al 1983, quando ha ottenuto un anno sabbatico fuori diocesi. Rientrato in diocesi, è stato assegnato come parroco a Pino, sul Lago Maggiore e, contemporaneamente, nominato anche assistente diocesano per l’AGESCI.

Dal 1985 al 1989 è stato assistente diocesano dell'Azione Cattolica. Nel 1989 ha ricevuto l'incarico di Rettore del Pontificio Seminario Lombardo. Dal 1997 al 2000 è stato anche assistente nazionale dell'AGESCI.

Eletto il 9 dicembre 2000 alla sede vescovile di Livorno, è stato ordinato il 13 gennaio 2001.

josie '86
Monday, December 04, 2006 2:43 PM
Da ToscanaOggi

[DIM]15pt[=DIM][G]GRECIA: IL 14 DICEMBRE ARCIVESCOVO CHRISTODOULOS IN VISITA A BENEDETTO XVI[/G][/DIM]

[FONT]Verdana[=FONT][DIM]12pt[=DIM]04/12/2006
Si terrà dal 13 al 16 di dicembre la prima visita ufficiale al Papa e alla Chiesa di Roma da parte di Sua Beatitudine Christodoulos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia. L’incontro con Benedetto XVI è fissato per il 14 dicembre. Il programma del viaggio prevede anche una cerimonia nella basilica di S. Paolo fuori le Mura, durante la quale sarà consegnata all'arcivescovo parte della preziosa Catena della prigionia di S. Paolo. Inoltre l’università Lateranense conferirà a Christodoulos una Laurea Honoris Causa.

Nel suo soggiorno romano, il Primate della chiesa ortodossa greca si recherà in pellegrinaggio in alcuni luoghi santi di Roma. L’approvazione della visita a Benedetto XVI da parte del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa di Grecia risale alla sessione del 3 novembre 2006, quando in un comunicato venne "espressa la gioia per la realizzazione di questa visita i cui frutti saranno positivi".

Nella storia dei rapporti tra la Chiesa di Roma e quella ortodossa greca occupa un posto rilevante il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II, sulle orme di S. Paolo, all'Aeropago di Atene dove, dopo una cerimonia, era stata firmata una Dichiarazione comune con lo stesso Christodoulos. Negli anni seguenti ci sono stati scambi di visite fra Delegazioni altri contatti fra la due Chiese. Christodoulos era stato a Roma per i funerali di Giovanni Paolo II.
[/DIM][/FONT]
ratzi.lella
Monday, December 04, 2006 4:58 PM
gesto clamoroso
VATICANO-TURCHIA

Il Papa e Bartolomeo insieme l’anno prossimo a Ravenna
Si sta esaminandola possibilità che presenzino all’apertura dei lavori della prossima riunione della Commissione teologica mista, che affronta i nodi delle divisioni tra cattolici e ortodossi.

Istanbul (AsiaNews) – Benedetto XVI e Bartolomeo I stanno esaminando la possibilità di andare insieme ad aprire la prossima sessione dei lavori della Commissione teologica mista, per indicare la comune volontà di procedere nel cammino verso la piena comunione. Secondo quanto si apprende da ambienti del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, l’incontro dovrebbe avvenire a Ravenna, nei primi mesi del prossimo anno. La proposta di un gesto in qualche modo clamoroso, secondo tali fonti, è stata avanzata da Bartolomeo I nel corso degli incontri svoltisi a Istanbul in occasione della visita papale e sarebbe piaciuta al cardinale Walter Kasper, responsabile del dicastero per l’unità dei cristiani. Sottoposta a Benedetto XVI ne avrebbe avuto un’approvazione di massima, legata anche al calendario degli impegni papali. La Commissione mista ha ripreso a lavorare dopo quasi sei anni di sospensione, dovuta alla riconosciuta impossibilità di trovare una linea comune su temi come i cosiddetti uniati, quelle Chiese cattoliche – presenti soprattutto in Ucraina e Romania – che, un tempo ortodosse, nel XVI secolo sono tornate alla piena comunione con Roma, pur conservando riti e liturgie orientali. Soppresse durante lo stalinismo, i loro beni e fedeli furono “passati” all’ortodossia, ma, alla caduta del Muro, tornate alla luce del sole, pretesero, a volte in modo brusco, di riavere le loro chiese ed i loro beni. Il che aprì un contenzioso, che continua, anche sulla presunta aggressività dei cattolici verso i fedeli ortodossi, con l’accusa di proselitismo. Tornati a riunirsi - a settembre a Belgrado – cattolici ed ortodossi hanno cominciato ad affrontare un tema chiave nei rapporti ecumenici, quello dei poteri del vescovo di Roma, ossia del Papa. In occasione dei tre incontri che il Papa ed il Patriarca hanno avuto ad Istanbul in occasione della visita di Benedetto XVI, c’è stata la firma di una dichiarazione comune che, anche se non contiene in sé novità particolari in materia di rapporti tra cattolici e ortodossi, esprime “gioia” per la ripresa del dialogo ed afferma il comune impegno per la sua prosecuzione. Anche separatamente, poi, Bartolomeo e Benedetto XVI hanno sottolineato la volontà di proseguire nel cammino ecumenico. Bartolomeo ha espresso la "nostra comune volontà di continuare, senza tentennamenti, il nostro cammino, nello spirito di amore e fedeltà, verso la verità del Vangelo e nella comune tradizione dei santi Padri, per restaurare la piena comunione delle nostre Chiese". A tale comune volontà, che Benedetto XVI ha ribadito, il Papa ha aggiunto la conferma della sua disponibilità a trovare un modo accettabile di esercizio del primato petrino. (FP)

(da "asianews")
Ratzigirl
Monday, December 04, 2006 11:56 PM
Lettera del Papa per la giornata di studio su “La Messa domenicale per la santificazione del popolo

Al Venerato Fratello
il Signor Cardinale FRANCIS ARINZE
Prefetto della Congregazione
per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti



Sono lieto di far giungere il mio cordiale saluto a Lei ed ai partecipanti alla Giornata di Studio, promossa da codesto Dicastero, nell'anniversario della promulgazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Dopo aver riflettuto in passato sul Martirologio Romano e sulla Musica sacra, vi accingete ora ad approfondire il tema: La Messa domenicale per la santificazione del popolo cristiano. Si tratta di un argomento di grande attualità per le sue implicanze spirituali e pastorali.

Insegna il Concilio Vaticano II che "la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente «giorno del Signore» o «domenica»" (Cost. Sacrosanctum Concilium, 106). La domenica rimane il fondamento germinale e, insieme, il nucleo primordiale dell’anno liturgico, che attinge la sua origine dalla risurrezione di Cristo, grazie alla quale sono stati impressi nel tempo i tratti dell'eternità. La domenica è allora, per così dire, un frammento di tempo pervaso di eternità, perché la sua alba ha visto il Crocifisso risuscitato entrare vittorioso nella vita eterna.

Con l'evento della risurrezione, la creazione e la redenzione raggiungono il loro compimento. Nel "primo giorno dopo il sabato", le donne e poi i discepoli, incontrando il Risorto, compresero che quello era "il giorno fatto dal Signore" (Sal 117,24), il "suo" giorno, il dies Domini. Così, infatti, lo canta la liturgia: "O giorno primo ed ultimo, giorno radioso e splendido del trionfo di Cristo".

Sin dalle origini, questo è stato un elemento stabile nella percezione del mistero della domenica: "Il Verbo - afferma Origene - ha trasferito la festa del sabato al giorno in cui è sorta la luce e ci ha dato come immagine del vero riposo il giorno della salvezza, la domenica, primo giorno della luce in cui il Salvatore del mondo, dopo aver compiuto tutte le sue opere presso gli uomini, avendo vinto la morte, ha varcato le porte del cielo superando la creazione dei sei giorni e ricevendo il sabato beato e il riposo beatifico" (Commento al Salmo 91). Animato da questa consapevolezza, Sant’Ignazio di Antiochia giunge ad affermare: "Noi non viviamo più secondo il sabato, ma apparteniamo alla domenica" (Ad Magn. 9,1).

Per i primi cristiani la partecipazione alle celebrazioni domenicali costituiva la naturale espressione della loro appartenenza a Cristo, della comunione al suo Corpo mistico, nella gioiosa attesa del suo ritorno glorioso. Tale appartenenza si manifestò in maniera eroica nella vicenda dei martiri di Abitene, i quali affrontarono la morte esclamando: "Sine dominico non possumus", cioè senza riunirci insieme la domenica per celebrare l’Eucaristia non possiamo vivere.

Quanto più oggi va ribadita la sacralità del giorno del Signore e la necessità di partecipare alla Messa domenicale! Il contesto culturale in cui viviamo, segnato spesso dall’indifferenza religiosa e dal secolarismo che offusca l'orizzonte del trascendente, non deve far dimenticare che il Popolo di Dio, nato dall'Evento pasquale, ad esso deve ritornare come ad inesauribile sorgente, per comprendere sempre meglio i tratti della propria identità e le ragioni della propria esistenza. Il Concilio Vaticano II, dopo aver indicato l’origine della domenica, così prosegue: "In questo giorno i fedeli devono riunirsi insieme per ascoltare la Parola di Dio e partecipare all'Eucaristia, e così far memoria della Passione, della Risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendere grazie a Dio che li ha rigenerati per una speranza viva mediante la Risurrezione di Gesù Cristo dai morti" (Cost. Sacrosanctum Concilium, 106).

La domenica non è stata scelta dalla comunità cristiana, bensì dagli Apostoli, ed anzi da Cristo stesso, il quale in quel giorno, "il primo giorno della settimana", risorse ed apparve ai discepoli (cfr Mt 28,1; Mc 16,9; Lc 24,1; Gv 20,1.19; At 20,7; 1 Cor 16,2), rinnovando l’apparizione "otto giorni dopo" (Gv 20,26). La domenica è il giorno in cui il Signore risuscitato si fa presente tra i suoi e li invita alla sua mensa e si partecipa a loro perché anch'essi, uniti e conformati a Lui, possano nel modo debito rendere culto a Dio. Mentre, pertanto, incoraggio ad approfondire sempre più l’importanza del "Giorno del Signore", mi preme evidenziare la centralità dell'Eucaristia come pilastro fondamentale della domenica e di tutta la vita ecclesiale. Infatti in ogni Celebrazione eucaristica domenicale si attua la santificazione del popolo cristiano, fino alla domenica senza tramonto, giorno del definitivo incontro di Dio con le sue creature.

In questa prospettiva, esprimo l’auspicio che la Giornata di Studio, promossa da codesto Dicastero su un tema di così grande attualità, contribuisca al recupero del senso cristiano della domenica nell'ambito della pastorale e nella vita di ogni credente. Possa il "Giorno del Signore", che ben può essere detto anche il "signore dei giorni", acquistare nuovamente tutto il suo rilievo ed essere percepito e vissuto pienamente nella celebrazione dell'Eucaristia, radice e cardine di un’autentica crescita della comunità cristiana (cfr Presbyterorum Ordinis, 6).

Nell’assicurare il mio ricordo nella preghiera e invocando su ciascuno la materna protezione di Maria Santissima, imparto di cuore a Lei, venerato Fratello, ai collaboratori e a tutti i partecipanti al significativo incontro una speciale Benedizione Apostolica.
ratzi.lella
Tuesday, December 05, 2006 7:17 AM
le tre rome...
Ravenna e Roma, nuove tappe dell'ecumenismo
di Mattia Bianchi

L’arrivo a Roma del primate della Chiesa greco-ortodossa, ma anche un probabile nuovo incontro del papa e Bartolomeo I a Ravenna, nel 2007. A pochi giorni dal viaggio del papa in Turchia, l’ecumenismo continua a tenere banco.


ROMA - L’arrivo a Roma del primate della Chiesa greco-ortodossa, ma anche un probabile nuovo incontro del papa e Bartolomeo I a Ravenna, nella primavera del 2007. A pochi giorni dal viaggio di Benedetto XVI in Turchia, l’ecumenismo continua a tenere banco, tra difficoltà e speranze, nella convinzione che la strada del dialogo vada percorsa fino in fondo. La notizia senza dubbio più significativa è quella che riguarda il papa e il patriarca ecumenico di Costantinopoli, pronti ad incontrarsi un’altra volta, in occasione dell’apertura dei lavori della Commissione teologica mista tra cattolici e ortodossi, che dopo aver fatto tappa a Belgrado a settembre, in primavera dovrebbe riunirsi a Ravenna.

Secondo l’agenzia Asianews, (che riporta fonti del Patriarcato ecumenico) sarebbe questa la proposta che Bartolomeo I avrebbe fatto al papa nell’incontro di Istanbul (il patriarca ne aveva fatto cenno in un’intervista ad Avvenire), raccogliendo un’approvazione di massima da parte del pontefice. In caso di conferma, saremmo davanti ad un evento importantissimo, capace di dare uno slancio reale ai lavori della commissione e di rispondere anche ad uno dei passi più significativi della dichiarazione congiunta, sottoscritta da Bartolomeo I e Benedetto XVI qualche giorno fa: “Esortiamo cattolici ed ortodossi a prendere parte attivamente a questo processo (di unità ndr.), con la preghiera e con gesti significativi”.

E quale gesto più significativo di una presenza nell’organismo deputato a sciogliere i nodi bilaterali più difficili, a cominciare da quello del primato petrino? Del resto, è proprio questo il tema in agenda, già affrontato nell’incontro di Belgrado, i cui esiti rimangono tutt'ora nell’ombra. C’è stato sicuramente un confronto di merito che ha fotografato le differenze e le divergenze, non solo con i cattolici, ma anche all’interno delle stesse Chiese ortodosse. Per questo, ha spiegato a Zenit il vescovo Hilarion Alfeyev di Vienna e Austria, Rappresentante della Chiesa ortodossa russa presso le Istituzioni europee, “bisogna essere pragmatici e riconoscere che passeranno decenni, se non secoli, prima che l’unità venga restaurata”. Sta di fatto che sul dialogo teologico si fonda la speranza di entrambe le Chiese, la stessa del papa e del patriarca ecumenico, come ribadito durante l’incontro a Istanbul.

In attesa di dettagli sull’evento di Ravenna, è ormai certo un altro appuntamento ecumenico in Vaticano. Dal 13 al 16 di dicembre, Sua Beatitudine Christodoulos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, arriverà a Roma per incontrare Benedetto XVI. Il presule era stato in Italia per i funerali di Giovanni Paolo II ma è la prima volta che compie una visita ufficiale dal papa. Il programma del viaggio prevede tra le altre cose, anche una cerimonia nella basilica di San Paolo fuori le Mura, durante la quale sarà consegnata all'arcivescovo parte della preziosa Catena della prigionia di S. Paolo. Inoltre l’università Lateranense conferirà a Christodoulos una Laurea Honoris Causa.

La trasferta romana è stata approvata dal Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa di Grecia lo scorso 3 novembre 2006, quando in un comunicato venne "espressa la gioia per la realizzazione di questa visita i cui frutti saranno positivi". Nella storia dei rapporti tra la Chiesa di Roma e quella ortodossa greca occupa un posto rilevante il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II, sulle orme di S. Paolo, all'Aeropago di Atene dove, dopo una cerimonia, era stata firmata una Dichiarazione comune con lo stesso Christodoulos. Negli anni seguenti ci sono stati scambi di visite fra Delegazioni altri contatti fra la due Chiese.

(da www.korazym.org/default.asp)



Cardinale Silvestrini: "Non è improbabile una visita a Mosca"
di Paolo Luigi Rodari

«La strada dell’unità con gli ortodossi ha avuto un’importante conferma dal viaggio del Santo Padre in Turchia e dai discorsi scambiati con il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. In questo senso non vedrei improbabile che il percorso verso l’unità possa allargarsi presto con un incontro del Papa con il patriarca ortodosso di Mosca Alessio II».

A parlare è il cardinale Achille Silvestrini, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, già segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, una delle personalità della Santa Sede maggiormente esperta di questioni diplomatiche e di rapporti multilaterali.

Dunque un viaggio volto principalmente all’unità dei cristiani?

«È uno dei tanti aspetti di questo viaggio, senz’altro uno dei più importanti. L’unità è una meta difficile ma non irraggiungibile e profondamente condivisa».

Cosa l’ha colpita maggiormente dell’incontro con Bartolomeo I?

«Le parole di amicizia che i due si sono scambiati non sono state di routine. C’è davvero il desiderio di camminare verso l’unità. Personalmente mi ha colpito positivamente quando i due hanno salutato i fedeli alzando assieme le mani unite. È stato un gesto carico di significati».

Se dovesse in una parola giudicare questo viaggio in Turchia cosa direbbe?

«La parola giusta è l’ammirazione. Questo è il sentimento che mi evoca il quinto viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI fuori i confini italiani».

Ammirazione per che cosa in particolare?

«Per tutto ciò che il Santo Padre ha detto e fatto. La discrezione mostrata da Benedetto XVI in ogni situazione, il suo garbo, il coraggio con il quale ha affrontato un ambiente difficile come è quello turco. Tutto questo provoca la mia ammirazione».

È stato un viaggio significativo anche verso l’islam…

«Senz’altro le parole che egli ha detto il primo giorno al Gran Muftì sono state importanti. Parole di dialogo, di rispetto e di apertura verso tutto il mondo islamico. Parole che credo siano state ascoltate con molto interesse dai musulmani».

Secondo lei il Papa ha dovuto correggere il tiro dopo Ratisbona?

«Non direi. Benedetto XVI a Ratisbona non era stato compreso. In Turchia il Papa ha dovuto superare queste incomprensioni e certe reazioni esagitate. In questo senso, la preghiera muta dell’altro ieri nella Moschea Blu resta un grandissimo segno».

Che significato ha la preghiera muta del Papa?

«Significa affermare che Dio è unico per tutti nonostante venga interpretato in modo diverso da cristiani e musulmani».

Il Papa ha aperto anche alla possibilità dell’entrata della Turchia in Europa…

«Egli ha parlato non da politico. E con questa premessa ha voluto - e la cosa la giudico positivamente - dare il suo giudizio su un tema così importante e decisivo per la Turchia».

La diplomazia vaticana ha avuto un duro lavoro da svolgere dopo Ratisbona…

«Credo di sì. E credo soprattutto che i lavori svolti per questo viaggio possano avere effetti positivi per il proseguo dei rapporti multilaterali».

Il Papa ha parlato molto di libertà religiosa. Cosa intendeva esattamente?

«Credo intendesse non soltanto la necessità che si riconosca libertà di culto alle minoranze religiose, ma anche che si conceda loro quei riconoscimenti giuridici che oggi ancora non hanno. Le parole del Papa in Turchia ritengo possano aiutare in questo senso».

Nel 1979 anche Giovanni Paolo II arrivò in Turchia. Ricorda quel viaggio?

«Il Papa trovò un’accoglienza fredda. Il clima era più o meno quello odierno. Tra i due viaggi, come anche tra i due pontificati, noto una perfetta continuità».

© Il Tempo 2 dicembre 2006


considerare ancora ratisbona come uno scivolone non ha senso: la lectio e' stata provvidenziale e il papa, in turchia, non ha negato o cambiato nulla del suo pensiero (vedi articolo di magister nella sezione documenti e libri).

[Modificato da ratzi.lella 05/12/2006 8.05]

ratzi.lella
Tuesday, December 05, 2006 4:25 PM
RUSSIA – VATICANO
Patriarcato di Mosca: “importante” il Papa in Turchia
La Chiesa ortodossa russa auspica che il viaggio di Benedetto XVI contribuisca ad un “dialogo sincero” tra cristiani; “buone” le intenzioni espresse nella Dichiarazione comune firmata dal Papa e Bartolomeo I.

Mosca (AsiaNews/Agenzie) – Il Patriarcato di Mosca definisce “importante” il recente viaggio di Benedetto XVI in Turchia, e si augura che possa contribuire a promuovere un dialogo sincero tra le due Chiese sorelle. Secondo l’arciprete Vsevolod Chaplin, a capo del Dipartimento del Patriarcato di Mosca per le relazioni esterne della Chiesa, “la visita del Papa in Turchia (28 novembre – 1 dicembre), è indiscutibilmente importante per una comprensione reciproca tra cristiani e musulmani, per lo sviluppo dei rapporti della Turchia con l’Europa e per il dialogo tra cattolici e ortodossi”. In un’intervista alla stampa russa Chaplin nota poi che nonostante le azioni di alcuni estremisti, la maggioranza dei musulmani turchi e dei loro leader spirituali ha guardato con favore alla visita del Papa.

Egli si è poi soffermato sul valore dell’incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, “una delle Chiese ortodosse più esigue, ma anche una delle più famose e storicamente importanti”. Riguardo alla Dichiarazione comune, firmata il 30 novembre dai due leader religiosi, l’arciprete Chaplin ha dichiarato che il documento contiene “molti pensieri corretti sullo sviluppo del dialogo e della collaborazione tra cristiani ortodossi e cattolici”. “Spero – ha concluso – che queste intenzioni siano definite in modo specifico nel quadro del processo di relazioni tra il Vaticano e le singole Chiese ortodosse locali”.




Prossima fermata: Alessio II

Tra meno di un anno dovrebbe esserci uno storico incontro con il patriarca di Mosca in Ungheria, in territorio neutrale. A Istanbul, intanto, la minoranza cattolica aspetta la tutela dei suoi diritti come promesso da Erdogan
di ignazio ingrao

(per la parte dedicata alla turchia vedi sezione "in attesa del viaggio in turchia").

...

L'orizzonte del pontificato di Benedetto XVI si allarga. Regista del «new deal» è il nuovo segretario di Stato, Tarcisio Bertone, uno dei pochi collaboratori a cui il Papa si è affidato con piena fiducia e al quale ha concesso la più ampia delega d'azione, coadiuvato dal nuovo ministro degli Esteri, Dominique Mamberti.
È paradossale che la svolta diplomatica al pontificato di Benedetto XVI sia stata impressa da un cardinale che non proviene dalla carriera diplomatica. Eppure, gli stessi ecclesiastici della segreteria di Stato, che meno di due mesi fa hanno guardato con sospetto all'arrivo di Bertone, si ricredono: la missione impossibile che il Papa gli ha affidato è stata portata a termine con successo.

La prossima è condurre Benedetto XVI nell'abbazia benedettina di Pannonhalma, in Ungheria, per stringere la mano al patriarca di Mosca, Alessio II. Un territorio neutrale per un incontro che potrebbe avvenire a settembre, in coincidenza con il pellegrinaggio del Papa al santuario di Mariazell, in Austria, mentre negli stessi giorni si tiene l'Assemblea ecumenica europea in Romania. L'organizzazione sarebbe affidata all'arcivescovo di Budapest, cardinale Peter Erdo, eletto presidente degli episcopati europei.

Lo storico appuntamento con Alessio II sarebbe la prosecuzione del viaggio a Istanbul del pontefice. La riunificazione con l'Oriente cristiano è una delle priorità di questo pontificato. Ma Bartolomeo I è in difficoltà: il mancato riconoscimento dello status giuridico del Patriarcato, le limitazioni al diritto di proprietà, il divieto di avere scuole e seminari mettono in pericolo il futuro della Chiesa ortodossa. Come nel 1967 Paolo VI volò a Istanbul per portare il suo sostegno ad Atenagora, così Benedetto XVI è tornato in Turchia per reclamare i diritti dei fratelli ortodossi.

(da "panorama")
Ratzigirl
Tuesday, December 05, 2006 8:00 PM
Benedetto XVI inaugura una nuova chiesa a Roma


Domenica 10 dicembre, Benedetto XVI inaugurerà la nuova chiesa di Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione (via Amsterdam 5), al Torrino Nord, presiedendo una Messa alle ore 9:00.



Lo aveva già annunciato il Cardinale Vicario Camillo Ruini nel suo messaggio per la costruzione delle nuove chiese a Roma: “Il Santo Padre dedicherà personalmente la nuova chiesa parrocchiale di Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione” come segno “dell’attenzione e della premura pastorale del nostro Vescovo nei confronti delle nuove chiese”.

La nuova chiesa, che sarà inaugurata domenica, sorge a breve distanza da una nuova parrocchia eretta nel mese di settembre in onore del Beato Giovanni XXIII proprio per volontà del Santo Padre; altri 4 complessi parrocchiali sono già in costruzione e altrettanti quelli per i quali è già stato ottenuto il permesso a costruire dal Vicariato in varie periferie della capitale.

“Sono già 2 le chiese inaugurate nel corso del 2006, frutto dell’impegno economico sostenuto dalla diocesi anche grazie al contributo di tanti benefattori che nel periodo di Avvento degli anni scorsi hanno versato offerte attraverso le proprie parrocchie oppure direttamente in Vicariato o tramite bonifico bancario”, spiega un comunicato stampa diffuso dal Vicariato di Roma.

A tutti i romani si è rivolto il Cardinale Ruini perché, anche in questo periodo di preparazione al Natale, dedichino una particolare attenzione attraverso la preghiera e le offerte alla costruzione delle nuove chiese a Roma, ringraziando al contempo perché “negli ultimi sedici anni abbiamo realizzato, grazie al vostro contributo e all’attenzione delle autorità civili, oltre 50 centri parrocchiali”.

“Confido ancora nella vostra generosità – conclude il Cardinale – perché questa impresa possa giungere a compimento”.
euge65
Tuesday, December 05, 2006 11:34 PM
Re:
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Ratzigirl 05/12/2006 20.00
[DIM]16pt[=DIM][G]Benedetto XVI inaugura una nuova chiesa a Roma[/G][/DIM]


Domenica 10 dicembre, Benedetto XVI inaugurerà la nuova chiesa di [S][G]Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione[/G] [/S](via Amsterdam 5), al Torrino Nord, presiedendo una Messa alle ore 9:00.

[CENTER][IMG]http://www.vicariatusurbis.org/SantaMariaStella/images/loghino.jpg[/IMG]
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Lo aveva già annunciato il Cardinale Vicario Camillo Ruini nel suo messaggio per la costruzione delle nuove chiese a Roma: “[C]Il Santo Padre dedicherà personalmente la nuova chiesa parrocchiale di Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione[/C]” come segno “[C]dell’attenzione e della premura pastorale del nostro Vescovo nei confronti delle nuove chiese[/C]”.

La nuova chiesa, che sarà inaugurata domenica, sorge a breve distanza da una nuova parrocchia eretta nel mese di settembre in onore del Beato Giovanni XXIII proprio per volontà del Santo Padre; altri 4 complessi parrocchiali sono già in costruzione e altrettanti quelli per i quali è già stato ottenuto il permesso a costruire dal Vicariato in varie periferie della capitale.

“Sono già 2 le chiese inaugurate nel corso del 2006, frutto dell’impegno economico sostenuto dalla diocesi anche grazie al contributo di tanti benefattori che nel periodo di Avvento degli anni scorsi hanno versato offerte attraverso le proprie parrocchie oppure direttamente in Vicariato o tramite bonifico bancario”, spiega un comunicato stampa diffuso dal Vicariato di Roma.

A tutti i romani si è rivolto il Cardinale Ruini perché, anche in questo periodo di preparazione al Natale, dedichino una particolare attenzione attraverso la preghiera e le offerte alla costruzione delle nuove chiese a Roma, ringraziando al contempo perché “negli ultimi sedici anni abbiamo realizzato, grazie al vostro contributo e all’attenzione delle autorità civili, oltre 50 centri parrocchiali”.

“Confido ancora nella vostra generosità – conclude il Cardinale – perché questa impresa possa giungere a compimento”. [/DIM][/QUOTE]

RAGAZZE E' LA MIA PARROCCHIA!!!!!!!!!!!!!!
ratzi.lella
Wednesday, December 06, 2006 7:44 AM
eugeeeeeeeeeeeeeeeeeee
che cosa dire in questi casi?
complimenti!!!
ratzi.lella
Wednesday, December 06, 2006 8:17 PM
l'udienza di oggi...
L’UDIENZA GENERALE , 06.12.2006

L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta in due diversi momenti: alle ore 10.30, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato alcuni gruppi di fedeli dall’Italia, in particolare i pellegrini dalle diocesi del Lazio in occasione della Visita ad Limina Apostolorum dei loro Vescovi; successivamente, nell’Aula Paolo VI, il Papa ha salutato gruppi di pellegrini provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa ha ripercorso le tappe fondamentali del suo recente viaggio apostolico in Turchia.

Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.

L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.


SALUTO AI PELLEGRINI NELLA BASILICA VATICANA

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di accogliervi in questa Basilica e di rivolgere a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto. Saluto anzitutto i fedeli delle Diocesi del Lazio, qui convenuti con i loro Vescovi in occasione della Visita ad Limina Apostolorum. Cari amici, vi incoraggio ad approfondire sempre di più la vostra vita di fede, tenendo ben presenti gli orientamenti emersi dal recente incontro della Chiesa Italiana a Verona. Una coraggiosa azione evangelizzatrice, ne siamo certi, susciterà l’auspicato rinnovamento dell’impegno dei cattolici nella società, anche nel Lazio. Compito primario dell’evangelizzazione è indicare in Cristo Gesù il Salvatore di ogni uomo. Non stancatevi di affidarvi a Lui e di annunciarlo con la vostra vita in famiglia e in ogni ambiente. È questo che gli uomini anche oggi attendono dalla Chiesa, dai cristiani.

Saluto, poi, voi fedeli del Decanato di Busto Arsizio e, nel ringraziarvi per la vostra visita, auguro a ciascuno di vivere questo tempo di Avvento come occasione propizia per rafforzare la fede e l'adesione al Vangelo. Il mio pensiero va, inoltre, a voi, rappresentanti della parrocchia dell’Immacolata, in Terzigno e vi invito, alla scuola della Vergine Santa vostra celeste patrona, ad amare Dio sopra ogni cosa, sempre disponibili e pronti a compiere la sua volontà. Saluto, infine, voi, studenti delle Scuole Pie, di Frascati e vi assicuro la mia preghiera affinché il Redentore infonda nei vostri cuori la vera gioia e vi colmi dei suoi doni. Vi benedico tutti con affetto.



CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA


Cari fratelli e sorelle!

Come è ormai consuetudine dopo ogni Viaggio apostolico, vorrei, nel corso di questa Udienza generale, ripercorrere le varie tappe del pellegrinaggio che ho compiuto in Turchia da martedì a venerdì della scorsa settimana. Una visita che, come sapete, si presentava non facile sotto diversi aspetti, ma che Dio ha accompagnato fin dall’inizio e che ha potuto così realizzarsi felicemente. Pertanto, come avevo chiesto di prepararla ed accompagnarla con la preghiera, ora vi domando di unirvi a me nel rendere grazie al Signore per il suo svolgimento e la sua conclusione. Affido a Lui i frutti che spero da essa possano scaturire sia per quanto riguarda i rapporti con i nostri fratelli ortodossi, che per il dialogo con i mussulmani. Sento, in primo luogo, di dover rinnovare l’espressione cordiale della mia riconoscenza al Presidente della Repubblica, al Primo Ministro e alle altre Autorità, che mi hanno accolto con tanta cortesia e hanno assicurato le condizioni necessarie perché tutto potesse svolgersi nel migliore dei modi. Ringrazio poi fraternamente i Vescovi della Chiesa cattolica in Turchia, con i loro collaboratori, per tutto ciò che hanno fatto. Un particolare ringraziamento dirigo al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, che mi ha ricevuto nella sua casa, al Patriarca Armeno Mesrob II, al Metropolita Siro Ortodosso Mor Filüksinos e alle altre Autorità religiose. Lungo tutto il viaggio mi sono sentito spiritualmente sostenuto dai miei venerati predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II, che hanno compiuto entrambi una memorabile visita in Turchia, e soprattutto dal beato Giovanni XXIII, che fu Rappresentante Pontificio in quel nobile Paese dal 1935 al ’44 lasciandovi un ricordo ricco di affetto e di devozione.

Rifacendomi alla visione che il Concilio Vaticano II presenta della Chiesa (cfr Cost. Lumen gentium 14-16), potrei dire che anche i viaggi pastorali del Papa contribuiscono a realizzare la sua missione che si snoda "a cerchi concentrici". Nel cerchio più interno il Successore di Pietro conferma nella fede i cattolici, in quello intermedio incontra gli altri cristiani, in quello più esterno si rivolge ai non cristiani e all’intera umanità. La prima giornata della mia Visita in Turchia si è svolta nell’ambito di questo terzo "cerchio", il più largo: ho incontrato il Primo Ministro, il Presidente della Repubblica e il Presidente per gli Affari Religiosi, rivolgendo a quest’ultimo il mio primo discorso; ho reso omaggio al Mausoleo del "padre della patria" Mustafa Kemal Atatürk; ho quindi avuto la possibilità di parlare al Corpo Diplomatico nella Nunziatura Apostolica di Ankara. Questa intensa serie di incontri ha costituito una parte importante della Visita, specialmente in considerazione del fatto che la Turchia è un Paese a larghissima maggioranza musulmana, regolato però da una Costituzione che afferma la laicità dello Stato. E’ dunque un Paese emblematico in riferimento alla grande sfida che si gioca oggi a livello mondiale: da una parte, cioè, occorre riscoprire la realtà di Dio e la rilevanza pubblica della fede religiosa, e dall’altra assicurare che l’espressione di tale fede sia libera, priva di degenerazioni fondamentaliste, capace di ripudiare fermamente ogni forma di violenza. Ho pertanto avuto l’occasione propizia per rinnovare i miei sentimenti di stima nei confronti dei musulmani e della civiltà islamica. Ho potuto, nel contempo, insistere sull’importanza che cristiani e musulmani si impegnino insieme per l’uomo, per la vita, per la pace e la giustizia, ribadendo che la distinzione tra la sfera civile e quella religiosa costituisce un valore e che lo Stato deve assicurare al cittadino e alle comunità religiose l’effettiva libertà di culto. Nell’ambito del dialogo interreligioso, la divina Provvidenza mi ha concesso di compiere, quasi alla fine del mio viaggio, un gesto inizialmente non previsto, e che si è rivelato assai significativo: la visita alla celebre Moschea Blu di Istanbul.
Sostando qualche minuto in raccoglimento in quel luogo di preghiera, mi sono rivolto all’unico Signore del cielo e della terra, Padre misericordioso dell’intera umanità. Possano tutti i credenti riconoscersi sue creature e dare testimonianza di vera fraternità!

La seconda giornata mi ha portato ad Efeso, e dunque rapidamente mi sono trovato nel "cerchio" più interno del viaggio, a contatto diretto con la Comunità cattolica. Presso Efeso, infatti, in un’amena località chiamata "Collina dell’usignolo", prospiciente il Mare Egeo, si trova il Santuario della Casa di Maria. Si tratta di un’antica, piccola cappella sorta intorno ad una casupola che, secondo un’antichissima tradizione, l’apostolo Giovanni fece costruire per la Vergine Maria, dopo averla portata con sé ad Efeso. Era stato Gesù stesso ad affidarli l’uno all’altra quando, prima di morire in croce, aveva detto a Maria: "Donna, ecco il tuo figlio!", e a Giovanni: "Ecco la tua madre!" (Gv 19,26-27). Le ricerche archeologiche hanno dimostrato che quel luogo è da tempo immemorabile un luogo di culto mariano, caro anche ai musulmani, che vi si recano abitualmente a venerare Colei che chiamano "Meryem Ana", la Madre Maria. Nel giardino antistante il Santuario ho celebrato la Santa Messa per un gruppo di fedeli, venuti dalla vicina città di Izmir e da altre parti della Turchia e anche dall’estero. Presso la "Casa di Maria" ci siamo sentiti davvero "a casa", e in quel clima di pace abbiamo pregato per la pace in Terra Santa e nel mondo intero. Lì ho voluto ricordare Don Andrea Santoro, prete romano, testimone in terra turca del Vangelo con il suo sangue.

Il "cerchio" intermedio, quello dei rapporti ecumenici, ha occupato la parte centrale di questo viaggio, avvenuto in occasione della festa di sant’Andrea, il 30 novembre. Tale ricorrenza ha offerto il contesto ideale per consolidare i rapporti fraterni tra il Vescovo di Roma, Successore di Pietro, e il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Chiesa fondata secondo la tradizione dall’apostolo sant’Andrea, fratello di Simon Pietro. Sulle orme di Paolo VI, che incontrò il Patriarca Atenagora, e di Giovanni Paolo II, che fu accolto dal successore di Atenagora, Dimitrios I, ho rinnovato con Sua Santità Bartolomeo I questo gesto di grande valore simbolico, per confermare l’impegno reciproco di proseguire sulla strada verso il ristabilimento della piena comunione tra cattolici ed ortodossi. A sancire tale fermo proposito ho sottoscritto insieme con il Patriarca Ecumenico una Dichiarazione Congiunta, che costituisce un’ulteriore tappa in questo cammino. E’ stato particolarmente significativo che questo atto sia avvenuto al termine della solenne Liturgia della festa di sant’Andrea, alla quale ho assistito e che si è conclusa con la duplice Benedizione impartita dal Vescovo di Roma e dal Patriarca di Costantinopoli, successori rispettivamente degli apostoli Pietro ed Andrea. In tal modo abbiamo manifestato che alla base di ogni sforzo ecumenico c’è sempre la preghiera e la perseverante invocazione dello Spirito Santo. Sempre in questo ambito, ad Istanbul ho avuto la gioia di fare visita al Patriarca della Chiesa Armena Apostolica, Sua Beatitudine Mesrob II, come pure di incontrare il Metropolita Siro-Ortodosso. Mi piace inoltre ricordare, in questo contesto, il colloquio avuto con il Gran Rabbino di Turchia.

La mia visita si è conclusa, proprio prima della partenza per Roma, ritornando al "cerchio" più interno, e cioè incontrando la Comunità cattolica presente in ogni sua componente nella Cattedrale latina dello Spirito Santo, ad Istanbul. Hanno assistito a questa Santa Messa pure il Patriarca Ecumenico, il Patriarca Armeno, il Metropolita Siro-Ortodosso e i Rappresentanti delle Chiese protestanti. Insomma, erano riuniti in preghiera tutti i cristiani, nella diversità delle tradizioni, dei riti e delle lingue. Confortati dalla Parola di Cristo, che promette ai credenti "fiumi di acqua viva" (Gv 7,38), e dall’immagine delle molte membra unite nell’unico corpo (cfr 1 Cor 12,12-13), abbiamo vissuto l’esperienza di una rinnovata Pentecoste.

Cari fratelli e sorelle, sono tornato qui, in Vaticano, con l’animo colmo di gratitudine verso Dio e con sentimenti di sincero affetto e stima per gli abitanti dell’amata nazione turca, dai quali mi sono sentito accolto e compreso. La simpatia e la cordialità di cui mi hanno circondato, nonostante le difficoltà inevitabili che la mia visita ha recato al normale svolgimento delle loro quotidiane attività, mi restano come un vivo ricordo che mi spinge alla preghiera. Aiuti Iddio onnipotente e misericordioso il popolo turco, i suoi governanti e i rappresentanti delle diverse religioni, a costruire insieme un futuro di pace, sì che la Turchia possa essere un "ponte" di amicizia e di fraterna collaborazione fra l’Occidente e l’Oriente. Preghiamo inoltre perché, per intercessione di Maria Santissima, lo Spirito Santo renda fecondo questo viaggio apostolico, e animi nel mondo intero la missione della Chiesa, istituita da Cristo per annunciare a tutti i popoli il vangelo della verità, della pace e dell’amore.



Saluto in lingua italiana

Cari Fratelli e Sorelle,

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Grazie, il vostro affetto è forte! In particolare, saluto le Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli e le incoraggio a proseguire con fedeltà e gioia il loro servizio al Vangelo e ai fratelli. Saluto poi con gratitudine i fedeli provenienti da Cervia e l’Associazione Vivaisti di Padova, assicurando loro un ricordo nella preghiera perché il Signore li renda suoi testimoni sempre più generosi.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli.

Il tempo di Avvento, da poco iniziato, ci presenta in questi giorni l’esempio fulgido della Vergine Immacolata. Sia Lei a spronarvi, cari giovani, nel vostro cammino di adesione a Cristo. Per voi, cari malati, sia Maria il sostegno per una rinnovata speranza e la guida per voi, cari sposi novelli, nel costruire la vostra famiglia. La mia Benedizione a voi tutti.


(dal sito del vaticano)

[Modificato da ratzi.lella 06/12/2006 20.20]

Paparatzifan
Wednesday, December 06, 2006 8:19 PM
Re: Re:

Scritto da: euge65 05/12/2006 23.34

RAGAZZE E' LA MIA PARROCCHIA!!!!!!!!!!!!!!


Voglio immaginare che... SARAI LI', VEROOOOOOOO?
Ratzigirl
Wednesday, December 06, 2006 8:44 PM
La sfida del viaggio di Benedetto XVI in Brasile: la nuova evangelizzazione dell’America Latina

In particolare l’avanzata delle sette e la situazione delle popolazioni latinoamericane

La nuova evangelizzazione dell’America Latina rappresenta la sfida centrale del prossimo viaggio internazionale di Benedetto XVI, che avrà per obiettivo il Brasile nel maggio 2007, secondo quanto ha spiegato questo martedì il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone.

Rispondendo alle domande dei giornalisti presenti alla Pontificia Università Urbaniana, il porporato ha sottolineato l’importanza del sesto pellegrinaggio apostolico di questo pontificato, in cui il Papa parteciperà alla Quinta Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano nella città di Aparecida.

Nell’America Latina c’è la sfida della nuova evangelizzazione, pensiamo anche alla sfida delle sette e alle sfide delle situazioni dei popoli latino-americani”, ha constatato il Cardinal Bertone.

In questo contesto, “la Chiesa deve agire sulla via della carità sociale e sulla via dell’evangelizzazione”.

Il motto della Conferenza scelto da Benedetto XVI è “Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché i nostri popoli in Lui abbiano la vita”.
Ratzigirl
Wednesday, December 06, 2006 9:00 PM
Visita privata

OLMERT CHIEDE INCONTRO AL PAPA, IL 13 DICEMBRE SARÀ IN VATICANO


Il premier israeliano Ehud Olmert sarà ricevuto "in via privata" da Papa Benedetto XVI mercoledì prossimo 13 dicembre, dopo l'udienza generale. E' quanto si apprende da autorevoli fonti vaticane, che sottolineano come "è stato Olmert a chiedere l'incontro" con il pontefice. Lo stesso giorno il premier israeliano sarà a Roma per incontrare il presidente del Consiglio Romano Prodi. E' la prima volta che il capo del Governo israeliano incontra a tu per tu il Ppntefice.

[Modificato da Ratzigirl 06/12/2006 21.01]

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