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Sybella
Tuesday, October 31, 2006 12:21 PM
Nuove nomine
- Accogliendo la rinuncia del Cardinal Castrillón Hoyos, il Papa ha nominato nuovo Prefetto della Congregazione per il Clero il Cardinal Claudio HUMMES.

- Accogliendo poi la rinuncia del Cardinal Marchisano, il Papa ha nominato nuovo Arciprete della Basilica di San Pietro Monsignor Angelo COMASTRI.



ratzi.lella
Tuesday, October 31, 2006 12:25 PM
importanti nomine
RINUNCIA DEL PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO E NOMINA DEL NUOVO PREFETTO

Il Santo Padre ha accolto la rinunzia presentata dall’Em.mo Card. Darío Castrillón Hoyos all’incarico di Prefetto della Congregazione per il Clero, in ossequio a quanto previsto dal can. 354 del Codice di Diritto Canonico.

Allo stesso tempo, il Papa ha nominato Prefetto della medesima Congregazione per il Clero l’Em.mo Card. Cláudio Hummes, O.F.M., finora Arcivescovo di São Paulo.


RINUNCIA DELL’ARCIPRETE DELLA BASILICA DI SAN PIETRO E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Papa, accogliendo la richiesta presentataGli dall’Em.mo Card. Francesco Marchisano , ha accettato le sue dimissioni dall’incarico di Arciprete della Basilica di San Pietro.

Nel suddetto incarico gli succede l’Ecc.mo Mons. Angelo Comastri, Arcivescovo Prelato emerito di Loreto, Vicario Generale per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente della Fabbrica di San Pietro, finora Coadiutore della medesima Basilica di San Pietro.


risultano quindi confermate le indiscrezioni.
vorrei far notare la grande apertura del papa che nomina hummes, che non e' certo un ratzingeriano puro: segno di grande collegialita' e di internazionalizzazione della curia.
Ratzigirl
Wednesday, November 01, 2006 11:27 AM
SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI , 01.11.2006

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

la nostra celebrazione eucaristica si è aperta con l’esortazione "Rallegriamoci tutti nel Signore". La liturgia ci invita a condividere il gaudio celeste dei santi, ad assaporarne la gioia. I santi non sono una esigua casta di eletti, ma una folla senza numero, verso la quale la liturgia ci esorta oggi a levare lo sguardo. In tale moltitudine non vi sono soltanto i santi ufficialmente riconosciuti, ma i battezzati di ogni epoca e nazione, che hanno cercato di compiere con amore e fedeltà la volontà divina. Della gran parte di essi non conosciamo i volti e nemmeno i nomi, ma con gli occhi della fede li vediamo risplendere, come astri pieni di gloria, nel firmamento di Dio.

Quest’oggi la Chiesa festeggia la sua dignità di "madre dei santi, immagine della città superna" (A. Manzoni), e manifesta la sua bellezza di sposa immacolata di Cristo, sorgente e modello di ogni santità. Non le mancano certo figli riottosi e addirittura ribelli, ma è nei santi che essa riconosce i suoi tratti caratteristici, e proprio in loro assapora la sua gioia più profonda. Nella prima Lettura, l’autore del libro dell’Apocalisse li descrive come "una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (Ap 7,9), segnati con il sigillo di Dio sulla fronte. Questo popolo comprende i santi dell’Antico Testamento, a partire dal giusto Abele e dal fedele Patriarca Abramo, quelli del Nuovo Testamento, i numerosi martiri dell’inizio del cristianesimo e i beati e i santi dei secoli successivi, sino ai testimoni di Cristo di questa nostra epoca. Li accomuna tutti la volontà di incarnare nella loro esistenza il Vangelo, sotto l’impulso dell’eterno animatore del Popolo di Dio che è lo Spirito Santo.

Ma "a che serve la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità?". Con questa domanda comincia una famosa omelia di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi. E’ domanda che ci si potrebbe porre anche oggi. E attuale è anche la risposta che il Santo ci offre: "I nostri santi – egli dice – non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. Per parte mia, devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri" (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Ecco dunque il significato dell’odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei santi risvegliare in noi il grande desiderio della santità. Siamo tutti chiamati alla santità. Questa verità, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, è oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione.

Ma in che consiste la santità? All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario semplicemente "servire" Gesù, ascoltarlo e seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà. "Se uno mi vuol servire – Egli ci ammonisce - mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12,26). Chi si fida di Lui e lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che chi ama la sua vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo "la conserverà per la vita eterna" (Gv 12,24– 25). L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce. Ma la storia mostra che non esiste ostacolo e difficoltà che possa arrestare il cammino del cristiano impegnato sulle orme di Cristo. Le biografie dei santi descrivono uomini e donne che, docili ai disegni divini, hanno affrontato talvolta prove e sofferenze indescrivibili, persecuzioni e martirio. Hanno perseverato nel loro impegno, "sono passati attraverso la grande tribolazione – si legge nell’Apocalisse - e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" (v. 14). I loro nomi sono scritti nel libro della vita (cfr Ap 20,12); loro eterna dimora è il Paradiso. L’esempio dei santi è per noi un incoraggiamento a seguire le stesse orme, a sperimentare la gioia di chi si fida di Dio, perché l’unica vera causa di tristezza e di infelicità per l’uomo è vivere lontano da Lui.

La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cfr Is 6,3). Nella seconda Lettura, l’apostolo Giovanni osserva: "Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!" (1 Gv 3,1). E’ Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi. Nella nostra vita tutto è dono del suo amore: come restare indifferenti dinanzi a un così grande mistero? Come non rispondere all’amore del Padre celeste con una vita da figli riconoscenti? Egli si prende cura di noi nonostante i nostri peccati e la nostra ingratitudine; non ci lascia soli e non ci abbandona in balìa di forze ostili e sconosciute, ma amorevolmente ci guida e sostiene sempre con la sua misericordiosa provvidenza. In Cristo ci ha fatto dono di tutto se stesso, ci ha manifestato e comunicato la sua eterna e perfetta santità e ci chiama a una relazione personale e profonda con Lui. Quanto più pertanto imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli.

Dinanzi alla grandezza del dono ricevuto è normale che avvertiamo la povertà dei nostri mezzi. Ci conforta però la certezza che Iddio ci ha scelti, afferma san Paolo, in Cristo "prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi" (Ef 1,4-5). Ci ha voluto nel mondo perché fossimo santi. Tutto questo non ci deve inorgoglire né può farci considerare superiori agli altri. Anzi, la consapevolezza di questa scelta, che è alla radice della nostra chiamata alla santità, deve suscitare sentimenti di umiltà e di viva riconoscenza.

La via che conduce alla santità è rischiarata dalla luce delle Beatitudini, che anche poco fa abbiamo sentito risuonare in questa Basilica. Dice Gesù: Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, i miti, beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, beati i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia (cfr Mt 5,3-10). In verità, il Beato per eccellenza è solo Lui, Gesù. E’ Lui, infatti, il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace; è Lui il perseguitato a causa della giustizia. Con le Beatitudini Gesù ci addita come seguirlo ed imitarlo. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela, anche noi possiamo partecipare della sua beatitudine. Con Lui l’impossibile diventa possibile e persino un cammello passa per la cruna dell’ago (cfr Mc 10,25); con il suo aiuto, solo con il suo aiuto ci è dato di diventare perfetti come è perfetto il Padre celeste (cfr Mt 5,48).

Cari fratelli e sorelle, entriamo ora nel cuore della Celebrazione eucaristica, stimolo e nutrimento di santità. Tra poco si farà presente nel modo più alto Cristo, vera Vite, a cui, come tralci, sono uniti i fedeli che sono sulla terra ed i santi del cielo. Più stretta pertanto sarà la comunione della Chiesa pellegrinante nel mondo con la Chiesa trionfante nella gloria. Nel Prefazio proclameremo che i santi sono per noi amici e modelli di vita. Invochiamoli perché ci aiutino ad imitarli e impegniamoci a rispondere con generosità, come hanno fatto loro, alla divina chiamata. Invochiamo specialmente Maria, Madre del Signore e specchio di ogni santità. Lei, la Tutta Santa, ci faccia fedeli discepoli del suo figlio Gesù Cristo! Amen.
Sihaya.b16247
Wednesday, November 01, 2006 12:26 PM
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 01.11.2006


PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle,

celebriamo oggi la solennità di Tutti i Santi e domani commemoreremo i fedeli defunti. Queste due ricorrenze liturgiche, molto sentite, ci offrono una singolare opportunità per meditare sulla vita eterna. L’uomo moderno l’aspetta ancora questa vita eterna, o ritiene che essa appartenga a una mitologia ormai superata? In questo nostro tempo, più che nel passato, si è talmente assorbiti dalle cose terrene, che talora riesce difficile pensare a Dio come protagonista della storia e della nostra stessa vita. L’esistenza umana però, per sua natura, è protesa a qualcosa di più grande, che la trascenda; è insopprimibile nell’essere umano l’anelito alla giustizia, alla verità, alla felicità piena. Dinanzi all’enigma della morte, sono vivi in molti il desiderio e la speranza di ritrovare nell’aldilà i propri cari. Come pure è forte la convinzione di un giudizio finale che ristabilisca la giustizia, l’attesa di un definitivo confronto in cui a ciascuno sia dato quanto gli è dovuto.

"Vita eterna" per noi cristiani non indica però solo una vita che dura per sempre, bensì una nuova qualità di esistenza, pienamente immersa nell’amore di Dio, che libera dal male e dalla morte e ci pone in comunione senza fine con tutti i fratelli e le sorelle che partecipano dello stesso Amore. L’eternità, pertanto, può essere già presente al centro della vita terrena e temporale, quando l’anima, mediante la grazia, è congiunta a Dio, suo ultimo fondamento. Tutto passa, solo Dio non muta. Dice un Salmo: "Vengono meno la mia carne e il mio cuore; / ma la roccia del mio cuore è Dio, / è Dio la mia sorte per sempre" (Sal 72/73,26). Tutti i cristiani, chiamati alla santità, sono uomini e donne che vivono saldamente ancorati a questa "Roccia"; hanno i piedi sulla terra, ma il cuore già nel Cielo, definitiva dimora degli amici di Dio.

Cari fratelli e sorelle, meditiamo su queste realtà con l’animo volto verso il nostro ultimo e definitivo destino, che dà senso alle situazioni quotidiane. Ravviviamo il gioioso sentimento della comunione dei santi e lasciamoci attrarre da loro verso la meta della nostra esistenza: l’incontro faccia a faccia con Dio. Preghiamo che questa sia l’eredità di tutti i fedeli defunti, non soltanto dei nostri cari, ma anche di tutte le anime, specialmente quelle più dimenticate e bisognose della misericordia divina. La Vergine Maria, Regina di Tutti i Santi, ci guidi a scegliere in ogni momento la vita eterna, la "vita del mondo che verrà" – come diciamo nel Credo; un mondo già inaugurato dalla risurrezione di Cristo, e di cui possiamo affrettare l’avvento con la nostra conversione sincera e le opere di carità.

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo che porta la "Fiaccola del Dialogo" sulle orme di Sant’Agostino. Partita dall’antica Tagaste, in Algeria, la Fiaccola è passata da Ippona, Tunisi e Malta; giunta ad Ostia e quindi a Roma, partirà per Pavia, dove si trova la tomba del Santo. Volentieri benedico questa iniziativa dell’Ordine Agostiniano e questa Fiaccola, simbolo di fede e di pace.

A tutti i presenti e a quanti ci seguono mediante la radio e la televisione auguro una buona festa di Tutti i Santi.
josie '86
Friday, November 03, 2006 7:30 PM
Da Zenit

[DIM]15pt[=DIM][G]Discorso di Benedetto XVI durante la visita alla Pontificia Università Gregoriana[/G]
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[DIM]12pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 3 novembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel recarsi questo venerdì in visita alla Pontificia Università Gregoriana.

* * *

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari Professori e cari studenti!

Sono lieto di incontrarmi oggi con voi. Un primo saluto va proprio a voi, studenti, che vedo numerosi in questo elegante ed austero quadriportico, ma che so essere presenti anche in diverse aule e in contatto con noi attraverso schermi e altoparlanti. Cari giovani, vi ringrazio per i sentimenti espressi dal vostro rappresentante e da voi stessi! In un certo senso l’Università è proprio vostra. Essa, fin dal lontano 1551, quando Sant’Ignazio di Loyola la fondò, esiste per voi, per gli studenti. Tutte le energie spese dai vostri Professori e Docenti, nell’insegnamento e nella ricerca, sono per voi. Per voi sono le preoccupazioni e gli sforzi quotidiani del Rettore Magnifico, dei Vice Rettori, dei Decani e dei Presidi. Voi di questo siete coscienti e sono certo che ne siete anche grati. Uno speciale saluto va poi al Cardinale Zenon Grocholewski. In quanto Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, egli è il Gran Cancelliere di questa Università e rappresenta in essa il Romano Pontefice (cfr Statuta Universitatis , art. 6, § 2). Proprio per questo il mio predecessore Pio XI, di venerata memoria, dichiarava l’Università Gregoriana "plenissimo iure ac nomine" pontificia (cfr Lett. ap. Gregorianam studiorum, in AAS 24 [1932], 268).

La storia stessa del Collegio Romano e dell’Università Gregoriana, sua erede, come ricordava il P. Rettore nel saluto che mi ha rivolto, è il fondamento di questo statuto del tutto particolare. Saluto il Rev. P. Peter-Hans Kolvenbach, S.J., che, come Preposito Generale della Compagnia di Gesù, è il Vice Gran Cancelliere dell’Università ed ha la cura più immediata di quest’opera, che non dubito di qualificare come uno dei più grandi servizi che la Compagnia di Gesù fa alla Chiesa universale. Saluto i benefattori qui presenti. Il Freundeskreis der Gregoriana di Germania, la Gregorian University Foundation di New York, la Fondazione "La Gregoriana" di Roma, e altri gruppi di benefattori. Carissimi, vi sono grato per quanto generosamente fate per sostenere quest’opera che la Santa Sede ha affidato e continua ad affidare alla Compagnia di Gesù. Saluto i Padri gesuiti che qui svolgono il loro insegnamento con encomiabile spirito di abnegazione e austerità di vita; con essi saluto gli altri Professori, estendendo il mio pensiero anche ai Padri e ai Fratelli del Pontificio Istituto Biblico e del Pontificio Istituto Orientale, che, insieme alla Gregoriana, formano un consortium accademico (cfr Pio XI, M.p. Quod maxime, 30 settembre 1928) prestigioso per quanto attiene non solo l’insegnamento, ma anche il patrimonio librario delle tre biblioteche, fornite di fondi specializzati incomparabili. Saluto infine il personale non docente dell’Università, che ha voluto far sentire la propria voce attraverso quella del Segretario Generale, che ringrazio. Il personale non docente quotidianamente svolge un servizio nascosto, ma molto importante per la missione che la Gregoriana è chiamata ad adempiere per mandato della Santa Sede. A ciascuno di loro va il mio cordiale incoraggiamento.

Con gioia mi trovo in questo quadriportico, che ho attraversato in varie occasioni. Mi ricordo particolarmente della difesa della tesi del Padre Lohfink durante il Concilio, alla presenza di molti Cardinali e anche di poveri Periti come me. Mi è caro ricordare in modo particolare il tempo in cui, essendo professore Ordinario di Dogmatica e di Storia del Dogma presso l’Università di Regensburg, fui invitato nel 1972 dall’allora Rettore Hervé Carrier S.J. a tenere un corso agli studenti del II Ciclo della specializzazione di Teologia Dogmatica. Ho tenuto un corso sulla Santissima Eucaristia. Con la familiarità di allora, dico a voi, cari Professori e studenti, che la fatica dello studio e dell’insegnamento, per avere senso in relazione al Regno di Dio, deve essere sostenuta dalle virtù teologali. Infatti, l’oggetto immediato della scienza teologica, nelle sue diverse specificazioni, è Dio stesso, rivelatosi in Gesù Cristo, Dio con un volto umano. Anche quando, come nel Diritto canonico e nella Storia della Chiesa, l’oggetto immediato è il Popolo di Dio nella sua dimensione visibile e storica, l’analisi approfondita della materia risospinge alla contemplazione, nella fede, del mistero di Cristo risorto. E’ Lui che, presente nella sua Chiesa, la conduce tra gli eventi del tempo verso la pienezza escatologica, un traguardo verso cui camminiamo sostenuti dalla speranza. Non basta, però, conoscere Dio; per poterlo realmente incontrare, lo si deve anche amare. La conoscenza deve divenire amore. Lo studio della Teologia, del Diritto canonico e della Storia della Chiesa non è solo conoscenza delle proposizioni della fede nella loro formulazione storica e nella loro applicazione pratica, ma è anche sempre intelligenza di esse nella fede, nella speranza e nella carità. Solo lo Spirito scruta le profondità di Dio (cfr 1 Cor 2,10), quindi solo nell’ascolto dello Spirito si può scrutare la profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio (cfr Rm 11,33). Lo Spirito si ascolta nella preghiera, quando il cuore si apre alla contemplazione del mistero di Dio, che ci si è rivelato nel Figlio Gesù Cristo, immagine del Dio invisibile (cfr Col 1,15), costituito Capo della Chiesa e Signore di tutte le cose (cfr Ef 1,10; Col 1,18).

L’Università Gregoriana, fin dalle sue origini con il Collegio Romano, si è distinta per lo studio della filosofia e della teologia. Sarebbe troppo lungo enumerare i nomi degli insigni filosofi e teologi che si sono succeduti sulle cattedre di questo Centro accademico; ad essi dovremmo aggiungere anche quelli di famosi canonisti e di storici della Chiesa, che hanno speso le loro energie fra queste mura prestigiose. Tutti hanno contribuito grandemente al progredire delle scienze da loro coltivate e quindi hanno offerto un prezioso servizio alla Sede Apostolica nell’espletamento della sua funzione dottrinale, disciplinare e pastorale. Con l’evolversi dei tempi necessariamente mutano le prospettive. Oggi non si può non tener conto del confronto con la cultura secolare, che in molte parti del mondo tende sempre più non solo a negare ogni segno della presenza di Dio nella vita della società e del singolo, ma con vari mezzi, che disorientano e offuscano la retta coscienza dell’uomo, cerca di corrodere la sua capacità di mettersi in ascolto di Dio. Non si può prescindere, poi, dal rapporto con le altre religioni, che si rivela costruttivo solo se evita ogni ambiguità che in qualche modo indebolisca il contenuto essenziale della fede cristiana in Cristo unico Salvatore di tutti gli uomini (cfr At 4,12) e nella Chiesa sacramento necessario di salvezza per tutta l’umanità (cfr Dich. Dominus Iesus, nn. 13-15; 20-22: AAS 92 [2000], 742-765).

Non posso in questo momento dimenticare le altre scienze umane che in questa insigne Università vengono coltivate, sulla scia della gloriosa tradizione accademica del Collegio Romano. Quale grande prestigio abbia assunto il Collegio Romano nel campo della matematica, della fisica, dell’astronomia, è a tutti noto. Basti ricordare che il calendario, cosiddetto "Gregoriano", perché voluto dal mio predecessore Gregorio XIII, attualmente in uso in tutto il mondo, fu elaborato nel 1582 dal P. Cristoforo Clavio, professore del Collegio Romano. Basti anche fare menzione del P. Matteo Ricci, che portò fin nella lontana Cina, insieme alla sua testimonianza di fede, il sapere acquisito come discepolo del P. Clavio. Oggi queste discipline non vengono più coltivate nella Gregoriana, ma sono subentrate altre scienze umane, quali la psicologia, le scienze sociali, la comunicazione sociale. Con esse vuole essere più profondamente compreso l’uomo sia nella sua dimensione personale profonda, che nella sua dimensione esterna di costruttore della società, nella giustizia e nella pace, e di comunicatore della verità. Proprio perché tali scienze riguardano l’uomo non possono prescindere dal riferimento a Dio. Infatti, l’uomo, sia nella sua interiorità che nella sua esteriorità, non può essere pienamente compreso se non lo si riconosce aperto alla trascendenza.
Privo del suo riferimento a Dio, l’uomo non può rispondere alle domande fondamentali che agitano e agiteranno sempre il suo cuore riguardo al fine e quindi al senso della sua esistenza.

Conseguentemente neppure è possibile immettere nella società quei valori etici che soli possono garantire una convivenza degna dell’uomo. Il destino dell’uomo senza il suo riferimento a Dio non può che essere la desolazione dell'angoscia che conduce alla disperazione. Solo in riferimento al Dio-Amore, che si è rivelato in Gesù Cristo, l’uomo può trovare il senso della sua esistenza e vivere nella speranza, pur nell’esperienza dei mali che feriscono la sua esistenza personale e la società in cui vive. La speranza fa sì che l’uomo non si chiuda in un nichilismo paralizzante e sterile, ma si apra all’impegno generoso nella società in cui vive per poterla migliorare. È il compito che Dio ha affidato all’uomo nel crearlo a sua immagine e somiglianza, un compito che riempie ogni uomo della più grande dignità, ma anche di un’immensa responsabilità.

E’ in questa prospettiva che voi, Professori e Docenti della Gregoriana, siete chiamati a formare gli studenti che la Chiesa vi affida. La formazione integrale dei giovani è uno degli apostolati tradizionali della Compagnia di Gesù fin dalle sue origini; per questo è una missione di cui fin dall’inizio il Collegio Romano si è fatto carico. L’affidamento alla Compagnia di Gesù, a Roma presso la Sede Apostolica, del Collegio Germanico, del Seminario Romano, del Collegio Ungarico, unito al Germanico, del Collegio Inglese, del Collegio Greco, del Collegio Scozzese e del Collegio Irlandese, aveva l’intento di assicurare una formazione del clero di quelle nazioni, dove era infranta l’unità della fede e la comunione con la Sede Apostolica. Tuttora questi Collegi inviano, o quasi esclusivamente o in buon numero, i loro alunni all’Università Gregoriana, in continuità con quella missione originaria. A tali Collegi menzionati lungo la storia se ne sono aggiunti molti altri. Quanto mai impegnativo è dunque il compito che grava sulle vostre spalle, cari Professori e Docenti! Opportunamente quindi, dopo profonda riflessione avete redatto una "Dichiarazione d’Intenti", essenziale per un’istituzione come la vostra, perché indica sinteticamente la sua natura e missione. Sulla sua base state portando a termine il rinnovamento degli Statuti dell’Università e dei Regolamenti Generali, come anche degli Statuti e dei Regolamenti delle diverse Facoltà, Istituti e Centri. Questo contribuirà a meglio definire l’identità della Gregoriana, consentendo la redazione di programmi accademici più adeguati all’adempimento della missione che le è propria. Una missione facile e difficile insieme. Facile, perché l’identità e la missione della Gregoriana sono chiare fin dalle sue prime origini, sulla base delle indicazioni ribadite da tanti Romani Pontefici, tra i quali ben sedici furono alunni di questa Università. Missione al tempo stesso difficile, perché suppone costante fedeltà alla propria storia e tradizione, per non perdere le proprie radici storiche, e insieme apertura alla realtà attuale per rispondere, dopo un attento discernimento, con spirito creativo alle necessità della Chiesa e del mondo di oggi.

Come Università ecclesiastica pontificia, questo Centro accademico è impegnato a sentire in Ecclesia et cum Ecclesia. E’ un impegno che nasce dall’amore per la Chiesa, nostra Madre e Sposa di Cristo. Noi dobbiamo amarla come Cristo stesso l’ha amata, assumendo su di noi le sofferenze del mondo e della Chiesa per completare quello che manca ai patimenti di Cristo nella nostra carne (cfr Col 1,24). E’ così che si possono formare le nuove generazioni di sacerdoti, di religiosi, di laici impegnati. E’ doveroso infatti domandarsi a che tipo di sacerdote si vuole formare gli studenti, a che tipo di religioso o di religiosa, di laico o di laica. Certamente è vostro intento, cari Professori e Docenti, formare sacerdoti dotti, ma pronti al tempo stesso a consumare la loro vita nel servire con cuore indiviso, nell’umiltà e nell’austerità della vita, tutti coloro che il Signore affiderà al loro ministero. Così intendete offrire una formazione intellettuale solida a religiosi e religiose, affinché sappiano vivere nella gioia la consacrazione di cui Dio ha fatto loro dono, e proporsi come segno escatologico di quella vita futura a cui tutti siamo chiamati. Ugualmente, voi volete preparare laici e laiche, che con competenza sappiano svolgere servizi e uffici nella Chiesa e, innanzitutto, essere fermento del Regno di Dio nella sfera del temporale. In questa prospettiva, proprio quest’anno l’Università ha dato inizio ad un programma interdisciplinare per formare i laici a vivere la loro vocazione specificamente ecclesiale di impegno etico nella sfera pubblica. La formazione, tuttavia, è anche vostra responsabilità, cari studenti. Lo studio certamente richiede costante ascesi e abnegazione. Ma proprio per questa strada la persona si forma al sacrificio e al senso del dovere. Infatti ciò che apprendete oggi è ciò che voi domani comunicherete, quando vi sarà affidato dalla Chiesa il ministero sacro o altri servizi ed uffici a vantaggio della comunità. Ciò che in ogni circostanza potrà dare gioia al vostro cuore sarà la consapevolezza di aver sempre coltivato la rettitudine di intenzione, grazie alla quale si ha la certezza di aver cercato e fatto solo la volontà di Dio. Ovviamente, tutto questo richiede purificazione del cuore e discernimento.

Cari figli di Sant’Ignazio, ancora una volta il Papa vi affida questa Università, opera così importante per la Chiesa universale e per tante Chiese particolari. Essa costituisce da sempre una priorità tra le priorità degli apostolati della Compagnia di Gesù. È nell’ambiente universitario di Parigi che Sant’Ignazio di Loyola e i suoi primi compagni maturarono il desiderio ardente di aiutare le anime amando e servendo Dio in tutto, a sua maggior gloria. Spinto dall’interiore mozione dello Spirito, Sant’Ignazio venne a Roma, centro della Cristianità, sede del Successore di Pietro, e qui fondò il Collegio Romano, prima Università della Compagnia di Gesù. L’Università Gregoriana è oggi l’ambiente universitario nel quale si realizza in modo pieno ed evidente, ancora a distanza di 456 anni, il desiderio di Sant’Ignazio e dei suoi primi compagni di aiutare le anime ad amare e servire Dio in tutto, a sua maggior gloria. Direi che qui, tra queste mura, si realizza quanto il Papa Giulio III il 21 luglio 1550 fissava nella "formula Istituti", stabilendo che ogni membro della Compagnia di Gesù è tenuto a "sub crucis vexillo Deo militare, et soli Domino ac Ecclesiae Ipsius sponsae, sub Romano Pontifice, Christi in terris Vicario, servire", impegnandosi "potissimum… ad fidei defensionem et propagationem, et profectum animarum in vita et doctrina christiana, per publicas praedicationes, lectiones et aliud quodcumque verbi Dei ministerium…" (Lett. ap. Exposcit debitum, 1). Questa specificità carismatica della Compagnia di Gesù, espressa istituzionalmente nel quarto voto di disponibilità totale al Romano Pontefice in qualsiasi cosa Egli voglia comandare "ad profectum animarum et fidei propagationem" (ibid., n. 3), trova attuazione anche nel fatto che il Preposito Generale della Compagnia di Gesù chiama da tutto il mondo i Gesuiti più adatti perché svolgano il compito di Professori in questa Università. La Chiesa, consapevole com’è che questo può comportare il sacrificio di altre opere e servizi, pure validi per i fini che la Compagnia si propone di raggiungere, è ad essa sinceramente grata e desidera che la Gregoriana conservi lo spirito ignaziano che la anima, espresso nel suo metodo pedagogico e nell’impostazione degli studi.

Carissimi, con affetto di Padre affido tutti voi, che siete le componenti vive dell’Università Gregoriana - Professori e Docenti, studenti, personale non docente, benefattori e amici - all’intercessione di Sant’Ignazio di Loyola, di San Roberto Bellarmino e della Beata Vergine Maria, Regina della Compagnia di Gesù, che nello stemma dell’Università è indicata col titolo di Sedes Sapientiae. Con questi sentimenti a tutti imparto, propiziatrice di copiosi favori celesti, l’Apostolica Benedizione. [/FONT][/DIM]

ratzi.lella
Saturday, November 04, 2006 1:51 PM
ponti di dialogo con gli ortodossi...
Da Papa Capo chiesa ortodossa greca

Il primo invito fu rivolto da Giovanni Paolo II tre anni fa

(ANSA) - ATENE, 3 NOV - Il capo della Chiesa ortodossa di Grecia, l'arcivescovo Christodulos, sara' il 14 dicembre in Vaticano su invito di papa Benedetto XVI. La visita era stata 'rinviata tre anni fa all'epoca di un primo invito rivolto dal defunto papa Giovanni Paolo II a monsignor Christodulos e rinnovata poi da Benedetto XVI', ricorda la Chiesa di Grecia. Nel 2004 il primate di Grecia aveva declinato l'invito per via della diffidenza nei confronti del papa della maggioranza dei membri del Sacro sinodo.

grande ratzi

ratzi.lella
Saturday, November 04, 2006 4:41 PM
incontri ad alto livello...
Papa: A novembre riceve 6 capi Stato e Primate Anglicano

L’incontro del Papa con Giorgio Napolitano , fissato per il 20 novembre, quando il presidente della Repubblica compirà la sua prima visita ufficiale in Vaticano, sarà preceduto da una serie di udienze a capi di Stato che Benedetto XVI ha in agenda per le prossime settimane: lunedì prossimo 6 novembre, infatti, il Pontefice riceverà il presidente dell’Ungheria Laszlo Solyom , venerdì 10 il presidente di Cipro Tassos Papadopoulos e il giorno successivo, sabato 11, quello della Repubblica Dominicana Leonel Fernandez.

Ancora una settimana e il sabato seguente, 18 novembre, sarà ricevuto invece da Papa Ratzinger il presidente federale della Germania Horst Koehler , che nel pomeriggio dello stesso giorno tornerà di nuovo in Vaticano per assistere al concerto del Philarmonia Quartett Berlin in Sala Clementina. E ci sarà anche il Pontefice. Dopo l’udienza al Presidente della Repubblica Italiana del 20 novembre, il Papa riceverà il 23 l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, Primate Anglicano, e il 24 il presidente dell’Honduras Manuel Zelaya.

euge65
Saturday, November 04, 2006 10:16 PM
Re: Re: pedofilia dei preti
: [QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: LadyRatzinger 28/10/2006 14.39


[DIM]13pt[=DIM]Tiè!!!Alla faccia di tutti quei bischeri che lo accusano ingiustamente!!!Grande Benny!!!!!!!:[/DIM]Sm1: <p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da LadyRatzinger 28/10/2006 14.41</i>]</font></p>[/DIM][/QUOTE]

QUOTO PROFONDAMENTE IL TIE' AI BISCHERI CHE LO HANNO SEMPRE ED IMPUNEMENTE ACCUSATO DI COPRIRE QUESTE INFAMIE!!!!!!!!!!!!!

" QUANTA SPORCIZIA C'E' NELLA CHIESA" MEDIDATE GENTE MEDITATE
LadyRatzinger
Saturday, November 04, 2006 11:34 PM
Re: Re: Re: pedofilia dei preti

Scritto da: euge65 04/11/2006 22.16
:

QUOTO PROFONDAMENTE IL TIE' AI BISCHERI CHE LO HANNO SEMPRE ED IMPUNEMENTE ACCUSATO DI COPRIRE QUESTE INFAMIE!!!!!!!!!!!!!

" QUANTA SPORCIZIA C'E' NELLA CHIESA" MEDIDATE GENTE MEDITATE



emma3
Sunday, November 05, 2006 2:50 PM
Angelus del 5 novembre 20006

Cari fratelli e sorelle,

in questi giorni, che seguono la commemorazione liturgica dei fedeli defunti, si celebra in molte parrocchie l’ottavario dei defunti. Un’occasione propizia per ricordare nella preghiera i nostri cari e meditare sulla realtà della morte, che la cosiddetta "civiltà del benessere" cerca spesso di rimuovere dalla coscienza della gente, tutta presa dalle preoccupazioni della vita quotidiana. Il morire, in realtà, fa parte del vivere, e questo non solo alla fine, ma, a ben vedere, in ogni istante. Nonostante tutte le distrazioni, però, la perdita di una persona cara ci fa riscoprire il "problema", facendoci sentire la morte come una presenza radicalmente ostile e contraria alla nostra naturale vocazione alla vita e alla felicità.

Gesù ha rivoluzionato il senso della morte. Lo ha fatto con il suo insegnamento, ma soprattutto affrontando Lui stesso la morte. "Morendo ha distrutto la morte", ripete la Liturgia nel tempo pasquale. "Con lo Spirito che non poteva morire – scrive un Padre della Chiesa – Cristo ha ucciso la morte che uccideva l’uomo" (Melitone di Sardi, Sulla Pasqua, 66). Il Figlio di Dio ha voluto in questo modo condividere sino in fondo la nostra condizione umana, per riaprirla alla speranza. In ultima analisi, Egli è nato per poter morire, e così liberare noi dalla schiavitù della morte. Dice la Lettera agli Ebrei: "Egli ha provato la morte a vantaggio di tutti" (Eb 2,9). Da allora, la morte non è più la stessa: è stata privata, per così dire, del suo "veleno". L’amore di Dio, operante in Gesù, ha dato infatti un senso nuovo all’intera esistenza dell’uomo, e così ne ha trasformato anche il morire. Se in Cristo la vita umana è "passaggio da questo mondo al Padre" (Gv 13,1), l’ora della morte è il momento in cui questo si attua in modo concreto e definitivo. Chi si impegna a vivere come Lui, viene liberato dalla paura della morte, che non mostra più il ghigno beffardo di una nemica ma, come scrive san Francesco nel Cantico delle creature, il volto amico di una "sorella", per la quale si può anche benedire il Signore: "Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale". Della morte del corpo non c’è da aver paura, ci ricorda la fede, perché è un sonno da cui saremo un giorno risvegliati. La vera morte, che invece bisogna temere, è quella dell’anima, che l’Apocalisse chiama "seconda morte" (cfr Ap 20,14-15; 21,8). Infatti chi muore in peccato mortale, senza pentimento, chiuso nell’orgoglioso rifiuto dell’amore di Dio, si autoesclude dal regno della vita.

Per intercessione di Maria Santissima e di San Giuseppe, invochiamo dal Signore la grazia di prepararci serenamente a partire da questo mondo, quando Egli vorrà chiamarci, nella speranza di poter dimorare eternamente con Lui, in compagnia dei santi e dei nostri cari defunti.
Discipula
Tuesday, November 07, 2006 1:06 PM
Attenzione agenzie di stampa!

Scritto da: emma3 05/11/2006 14.50
Angelus del 5 novembre 20006

Della morte del corpo non c’è da aver paura, ci ricorda la fede, perché è un sonno da cui saremo un giorno risvegliati. La vera morte, che invece bisogna temere, è quella dell’anima, che l’Apocalisse chiama "seconda morte" (cfr Ap 20,14-15; 21,8). Infatti chi muore in peccato mortale, senza pentimento, chiuso nell’orgoglioso rifiuto dell’amore di Dio, si autoesclude dal regno della vita.





Faceva giustamente notare Padre Livio dai microfoni di Radio Maria, durante la rassegna stampa di questa mattina, che molti giornali e agenzie hanno riportato in modo errato un passaggio dell'Angelus del Papa di domenica scorsa. La variazione è avvenuta nel punto in cui il Papa ha detto che non dobbiamo temere la morte del corpo: a questa esortazione molte agenzie hanno fatto seguire la frase "perché è un sonno dal quale un giorno saremo risvegliati", mentre, in realtà, Papa Benedetto ha aggiunto "perché, sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore". (possiamo verificare il testo originale sul sito della Santa Sede)

E' giusto segnalare la differenza su cui padre Livio ha insistito parecchio spiegando che la questione del "risveglio" da un "sonno mortale" potrebbe porre problemi teologici di non poco conto circa l'inizio della vita dopo la morte e ingenerare l'erronea convinzione che fra la morte del corpo e la vita ultraterrena vi sia un intervallo di tempo in cui la persona rimane come sospesa e "congelata" nell'aldilà. Cosa che, appunto, il nostro Papa non risulta assolutamente aver voluto dire.

[Certo che la voragine di superficialità con cui la stampa lavora si sta manifestando in modo sempre più incredibile ... ]

[Modificato da Discipula 07/11/2006 13.07]

ratzi.lella
Tuesday, November 07, 2006 4:37 PM
grazie discipula
grazie della precisazione e grazie a padre livio per il suo lavoro
la differenza non e' di poco conto!!! da come riferiscono i giornali, sembra quasi che l'anima, subito dopo la morte, si ritrovi in una sorta di quiescenza, in attesa del "risveglio", il che contraddice la teologia cattolica

sempre a proposito di falsificazioni della stampa:

I VESCOVI USA APRONO AI GAY

Marco Tosatti per “La Stampa”

La Chiesa americana «apre» ai gay. Nella prossima assemblea generale verrà presentato, discusso e votato un documento di grande impatto: «Ministero verso le persone con inclinazione omosessuale: linee guida per la cura pastorale». Con questo testo, frutto di un’elaborazione iniziata nel 2002 da parte della Commissione Dottrina, la Conferenza episcopale statunitense assume una funzione «pilota» in un campo tanto delicato quanto controverso.
Il documento, senza porsi in aperto contrasto con le indicazioni di Roma, e in particolare con un testo della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1986 (prefetto Joseph Ratzinger), offre un’interpretazione molto meno severa. Il nodo centrale, la condanna che nel 1986 provocò reazioni molto forti dal mondo gay, era contenuta in queste parole: Non si può sostenere che «la condizione omosessuale non sia disordinata». E infatti, diceva il documento, si tratta di «una più o meno forte tendenza diretta verso un intrinseco male morale; e così l’inclinazione stessa deve essere vista come un disordine oggettivo».

Su questo punto i vescovi americani fanno una distinzione importante: «è crucialmente importante capire che quando si dice che una persona ha un’inclinazione particolare che è disordinata, questo non vuole dire che la persona nel suo insieme è disordinata....Talvolta non si capisce la Chiesa, o si afferma sbagliando che insegna che le persone omosessuali sono oggettivamente disordinate».

È uno spostamento che può apparire sottile, ma è fondamentale; e infatti nel testo della Conferenza Episcopale Usa, che si riunirà a Baltimora dal 13 al 16 novembre, si insiste sul fatto che è «l’inclinazione agli atti omosessuali, come ogni inclinazione al peccato, che è disordinata», ma la persona che vive questa inclinazione «mantiene la sua intrinseca dignità e valore umano».

E quasi a voler limitare la gravità dell’atto omosessuale, il testo ricorda che «ci sono numerosi atti, come l’adulterio, la fornicazione e la contraccezione, che violano i fini corretti della sessualità umana. Anche gli atti omosessuali violano il vero scopo della sessualità». Ma c’è una distinzione molto netta fra «atti» e «inclinazione»: «mentre i primi sono sempre peccaminosi, la seconda non lo è. Nei limiti in cui una tendenza o inclinazione omosessuale non è soggetta alla libera volontà del soggetto, questo non è moralmente colpevole per quella tendenza».

Mentre si ribadisce un chiaro «no» a forme di unione fra persone dello stesso sesso che presentino «una qualche somiglianza» con il matrimonio, le «linee guida» esortano a un approccio accogliente, perché «come membri battezzati della comunità cattolica, le persone con inclinazione omosessuale continuano a guardare alla Chiesa come ad un posto dove possono vivere nell'autentica integrità umana e nella santità della vita». E anche se la chiesa non appoggia l’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso, il documento esorta a battezzarli, se c’è «una speranza ben fondata» che saranno allevati come cristiani.

I vescovi si rivolgono poi ai sacerdoti, e li esortano a non contribuire in alcun modo all’emarginazione o a forme di discriminazione verso le persone omosessuali, che devono essere «accettate con rispetto, compassione e sensibilità»; anzi i sacerdoti devono sforzarsi di «purificare» gli eventuali sentimenti di pregiudizio e di esclusione. E poi c’è un punto che probabilmente aprirà la via a discussioni, sia fra i vescovi che con Roma.
Infatti il documento afferma che «chi prova attrazione omosessuale, ma vive in accordo con gli insegnamenti della Chiesa, dovrebbe essere incoraggiato a prendere un ruolo attivo nella vita della comunità religiosa», e a vivere «una piena e attiva partecipazione»; un’esortazione che sembra essere in contrasto con l’istruzione vaticana in cui si consiglia di non ordinare preti persone con tendenze omosessuali.

Anche se la Chiesa non deve affidare incarichi di responsabilità a persone «il cui comportamento viola i suoi insegnamenti». In ultima analisi, si propone una «via omosessuale» alla santità, perché «le passioni non sono ostacoli fissi, immodificabili all’azione morale. Non devono semplicemente essere represse per poter agire moralmente. Buone azioni ripetute modificheranno le passioni che la persona prova. In effetti, le passioni che sono state trattate appropriatamente aiutano la persona ad agire bene».


(da dagospia che riporta un articolo de "la stampa")


a me sembra che sia la scoperta dell'acqua calda!!! il documento dei vescovi americani non contraddice quello della congregazione della dottrina della fede, ma si limita a precisarne il contenuto.
non vedo dove sia la novita' e tantomeno lo scandalo!!!
ah...dimenticavo...quando la chiesa precisa meglio il suo pensiero, si resta basiti, soprattutto presso "la stampa".

[Modificato da ratzi.lella 07/11/2006 16.49]

Paparatzifan
Tuesday, November 07, 2006 11:07 PM
Re: Attenzione agenzie di stampa!

Scritto da: Discipula 07/11/2006 13.06


Faceva giustamente notare Padre Livio dai microfoni di Radio Maria, durante la rassegna stampa di questa mattina, che molti giornali e agenzie hanno riportato in modo errato un passaggio dell'Angelus del Papa di domenica scorsa. La variazione è avvenuta nel punto in cui il Papa ha detto che non dobbiamo temere la morte del corpo: a questa esortazione molte agenzie hanno fatto seguire la frase "perché è un sonno dal quale un giorno saremo risvegliati", mentre, in realtà, Papa Benedetto ha aggiunto "perché, sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore". (possiamo verificare il testo originale sul sito della Santa Sede)

E' giusto segnalare la differenza su cui padre Livio ha insistito parecchio spiegando che la questione del "risveglio" da un "sonno mortale" potrebbe porre problemi teologici di non poco conto circa l'inizio della vita dopo la morte e ingenerare l'erronea convinzione che fra la morte del corpo e la vita ultraterrena vi sia un intervallo di tempo in cui la persona rimane come sospesa e "congelata" nell'aldilà. Cosa che, appunto, il nostro Papa non risulta assolutamente aver voluto dire.

[Certo che la voragine di superficialità con cui la stampa lavora si sta manifestando in modo sempre più incredibile ... ]

[Modificato da Discipula 07/11/2006 13.07]



Ma come possono sbagliare cosi' grossolanamente perché non si tratta di una lettera o di una parola!
euge65
Tuesday, November 07, 2006 11:12 PM
Re: Re: Attenzione agenzie di stampa!
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Paparatzifan 07/11/2006 23.07

[DIM]11pt[=DIM]Ma come possono sbagliare cosi' grossolanamente perché non si tratta di una lettera o di una parola![/DIM] [/DIM][/QUOTE]


FORSE E' IL CASO CHE OLTRE CHE DALL'OCULISTA QUESTI VADANO ANCHE DA UN BUON OTORINO!!!!!!!!!!!!!!

STAPPATEVI LE ORECCHIE!!!!!!!!!!!!!!!!!
Ratzigirl
Wednesday, November 08, 2006 12:30 AM
Motu proprio in arrivo....

Messa in latino: in arrivo Motu proprio del papa

Dovrebbe arrivare per dopo Natale - probabilmente per l’Epifania - la firma di Benedetto XVI su un Motu proprio - un documento promosso per “propria iniziativa” da parte di chi ne ha la facoltà - volto a stabilire che quei sacerdoti che lo desiderino possano celebrare, anche senza il permesso dei vescovi, la messa in latino secondo il messale tridentino (quello di San Pio V) rivisto da papa Giovanni XXIII nel 1962. Un messale di per sé mai caduto in disuso. Infatti, già Giovanni Paolo II (nel 1984 con la lettera circolare "Quattuor abhinc annos”, nel 1988 con il motu proprio "Ecclesia Dei” e dieci anni più tardi, nel 1998, con l’allocuzione per il decimo anniversario dell’"Ecclesia Dei”) aveva dichiarato esplicitamente che chi avesse desiderato celebrare la messa tridentina (quella che impropriamente viene definita “spalle al popolo”) avrebbe potuto farlo (Wojtyla aveva previsto una preventiva autorizzazione del vescovo), e in ogni diocesi il vescovo avrebbe dovuto avere - lo disse Wojtyla - «una comprensione e un’attenzione pastorale rinnovata per i fedeli legati all’antico rito».

Una riunione inter-dicasteriale (dei capi dicastero) della Curia romana si riunirà il prossimo 15 novembre per riflettere circa la proposta del Motu proprio in modo da offrire successivamente al Pontefice il proprio parere in merito. In queste settimane, però, alcuni vescovi francesi - capitanati dal vescovo di Toulouse monsignor Roberet Jean Louis Le Gall - sono giunti a Roma per cercare di convincere i capi dicastero della Santa Sede ad esprime parere negativo circa il Motu proprio. Nell’episcopato francese, infatti, c’è il timore che rendere possibile per tutti la celebrazione della messa con l’antico rito darebbe nuova linfa a quelle comunità tradizionaliste già ben radicate in Francia. Si tratta di comunità perfettamente integrate nella Chiesa cattolica, ma che strappano consenso alla Chiesa istituzionale francese la quale oggi vive una profonda crisi di vocazioni e vede i propri luoghi di culto sempre più vuoti. In Francia, inoltre, brucia ancora lo strappo che nel 1988 vide il vescovo francese ultra-tradizionalista Marcel Lefebvre ordinare vescovi senza il consenso di Wojtyla, cosa che gli costò la scomunica. Seppure il Motu proprio del papa non riguarderebbe direttamente i lefebvriani, è chiaro che con esso Benedetto XVI dimostrerà una forte apertura verso la Fraternità San Pio X fondata da Lefebvre. Una Fraternità che dopo l’uscita del Motu proprio potrebbe successivamente venire reintegrata nella Chiesa. Certo, rimane l’annosa questione legata all’accettazione in ogni sua parte di quanto uscito dai lavori del Concilio Vaticano II, ma vista l’apertura di Ratzinger probabilmente il riconoscimento sarà, da dopo Natale, meno difficile e potrebbe culminare a Pasqua con la revoca ufficiale della scomunica.

Non è casuale che tre giorni fa il presidente della Conferenza episcopale di Francia, il cardinale Jean-Pierre Ricard, nel discorso che ha pronunciato in apertura dei lavori dell’Assemblea plenaria dei Vescovi francesi riuniti a Lourdes, ha spiegato - a conferma di una certa perplessità dell’episcopato di Francia circa il Motu proprio - come «la decisione di liberalizzare la possibilità che i sacerdoti celebrino la messa secondo il messale del 1962 non è ancora stata presa. Il Motu proprio annunciato non è stato firmato. Il suo progetto sarà oggetto di consultazioni. In questo momento possiamo manifestare le nostre paure e i nostri desideri».
ratzi.lella
Wednesday, November 08, 2006 7:51 AM
cari vescovi francesi...
studiare studiare e studiare!!!
trovo interessante (e affascinante) che in francia, culla della fraternita' di san pio X, la chiesa istituzionale sia in forte crisi, ma non quella legata ai lefevbriani che vede fiorire le vocazioni.
cari vescovi francesi, vi siete mai chiesti il perche' di un simile atteggiamento dei fedeli?
mettetevi a studiare!!!
in ogni caso, i sacerdoti non saranno obbligati a celebrare la messa in latino: i due riti (pre e conciliare) coesisteranno in virtu' di una grande liberalizzazione da parte del papa
perdete consensi a favore dei tradizionalisti? chiedetevene la ragione e studiate
ratzi.lella
Wednesday, November 08, 2006 8:05 AM
gravissima svista del vaticano...
...ma non tutto il male viene per nuocere

ieri, con molta enfasi, viene diffusa la seguente notizia:

PAPA: SEGNI DI SCRISTIANIZZAZIONE IN SVIZZERA ED EUROPA OCCIDENTALE

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 7 nov - Benedetto XVI ha invitato i vescovi della Svizzera a far fronte con una rinnovata vita cristiana centrata sulla liturgia e la vita spirituale alle sfide che vengono da una societa' secolarizzata tipica in gran parte dell'Europa occidentale. ''Il progresso del secolarismo e del relativismo comportano non solo una diminuzione della frequenza dei sacramenti, specialmente della partecipazione alla messa domenicale - osserva il papa nel discorso rivolto ai presuli al termine della visita ad limina - ma anche una messa in questione dei valori morali proposti dala Chiesa. Penso in particolare alla crisi profonda dell'istituzione del matrimonio e della famiglia, e al numero crescente di divorzi, ai numerosi aborti, alla possibilita' di unioni tra persone dello stesso sesso: tutto cio' costituisce un segno evidente di scristianizzazione. Molti dei nostri contemporanei vivono come se Dio non esistesse. In una tale societa', si ha piu' che mai bisogno della vostra voce di vescovi''. Perfino tra i cattolici praticanti ''si nota un indebolimento della fede. E' per voi un'esperienza dolorosa vedere fedeli, e purtroppo in certi casi dei preti, mettere in questione dei punti della dottrina e della disciplina della Chiesa. Alcuni si arrogano perfino il diritto di scegliere, in materia di fede, gli insegnamenti che, secondo loro, sarebbero ammissibii e quelli ceh possono essere rifiutati. Il dovere fondamentale del vescovo, pastore e maestro della fede, e' quello di invitare i fedeli ad accettare pienamente l'insegnamento della Chiesa. Con l'aiuto di Cristo, io vi esorto ad annunciare l'Evangelo con coraggio e serenita', in tempo opportuno e inopportuno''. In particolare il pontefice ricorda il primato della liturgia che deve essere celebrata osservando le norme stabilite dalla chiesa con il Concilio, incrementando la partecipazione all'Eucaristia, specialmente la domenica, promovendo la confessione sacramentale individuale. Pur incoraggiando la promozione dei laici nei diversi servizi ecclesiali, il papa ricorda il ruolo centrale del prete nella comunita' parrocchiale che insegna, santifica e governa la comunita' in persona Christi. Per le chiese della Svizzera il papa aggiunge l'impegno primario dell'ecumenismo che rimane un impegno irreversibile voluto dal Concilio Vaticano II.


Papa:societa' sempre meno cristianaMolti nostri contemporanei vivono come se Dio non esistesse

(ANSA) - ROMA, 7 nov - Papa Benedetto XVI, dall'incontro con i vescovi della Svizzera, denuncia "segni evidenti di scristianizzazione' della societa'". La crisi del matrimonio e della famiglia, l'aumento dei divorzi e degli aborti, le unioni gay -ha detto Ratzinger - vanno in questa direzione.'Molti nostri contemporanei vivono come se Dio non esistesse', ha aggiunto, ribadendo il ruolo fondamentale dei preti nella Chiesa, che non possono essere sostituiti dai laici, pur sempre importanti.

e vai con le reazioni scomposte:

Bologna: Arcigay contro il Papa, "Chiesa e' prigione moralistica"

BOLOGNA - Il segretario dell'Arcigay, Aurelio Mancuso, commenta le parole di papa Ratzinger sulla scristianizzazione di cui sarebbe vittima la societa' moderna:''Il Papa si lamenta del fatto che la gente fugge dalla chiesa. E' chiaro, e' diventata una prigione moralistica. Le sue ripetute condanne contro i divorziati, i separati, i conviventi etero e gay fanno sentire condannati". (Agr)


MA A FINE SERATA ECCO IL COMUNICATO DELLA SANTA SEDE:


Vescovi svizzeri dal papa, disguido vaticano sul discorso

ROMA - Benedetto XVI ha incontrato oggi a Roma i vescovi svizzeri. La visita, che si concluderà giovedì, completa quella interrotta nel febbraio del 2005 a causa della malattia di Giovanni Paolo II. I vescovi elvetici hanno ancora in programma altri incontri con il papa e importanti esponenti del Vaticano.

La giornata è stata caratterizzata da un curioso disguido, riassunto in una nota diffusa in serata dalla Santa Sede: "Il discorso del Santo Padre pubblicato oggi sul Bollettino della Sala Stampa n. 556 per l'incontro con i vescovi della Svizzera non è stato pronunciato. Esso rifletteva il contenuto di una bozza preparata precedentemente in relazione alla visita ad Limina dei vescovi svizzeri svoltasi nel 2005".

In sostanza il discorso inviato ai media era quello che avrebbe dovuto pronunciare papa Giovanni Paolo II nel febbraio dell'anno scorso. Il pontefice, malato, non aveva allora potuto tenerlo.

Nella nota vaticana si fa sapere che "domani verranno pubblicati sia l'omelia pronunciata da Sua Santità Benedetto XVI nel corso della Santa Messa di questa mattina, sia il discorso introduttivo che il Santo Padre ha rivolto in tedesco ai vescovi della Svizzera nella prima riunione del loro incontro".


due considerazioni.
la prima e' semplice: nei sacri palazzi alberga gente un tantino incompetente e superficiale che scambia un discorso dell'inizio del 2005 per uno della fine del 2006.
mi pare un fatto scandaloso che esige un intervento immediato del cardinale bertone e/o di padre federico lombardi.
ma ma ma c'e' un ma: non tutto il male viene per nuocere!!!

e' evidente che papa wojtyla era pronto a pronunciare un discorso dal contenuto molto aspro.
ma come? non era ratzinger quello duro? non aveva invertito la rotta rispetto al predecessore? non e'lui che insiste sul concetto di scristianizzazione?
evidentemente, in questo senso, c'e' continuita' fra i due pontificati.
bello smacco per i giornalisti eehehehehhehehehe
ripeto: non tutto il male viene per nuocere....


josie '86
Wednesday, November 08, 2006 3:13 PM
Udienza dell'8/11/06

[DIM]11pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]Cari fratelli e sorelle,

nella catechesi precedente, quindici giorni fa, ho cercato di tracciare le linee essenziali della biografia dell’apostolo Paolo. Abbiamo visto come l’incontro con Cristo sulla strada di Damasco abbia letteralmente rivoluzionato la sua vita. Cristo divenne la sua ragion d’essere e il motivo profondo di tutto il suo lavoro apostolico. Nelle sue lettere, dopo il nome di Dio, che appare più di 500 volte, il nome che viene menzionato più spesso è quello di Cristo (380 volte). È dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà, Cristo Gesù è l’apice della storia salvifica e quindi il vero punto discriminante anche nel dialogo con le altre religioni.

Guardando a Paolo, potremmo formulare così l’interrogativo di fondo: come avviene l’incontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva? La risposta data da Paolo può essere compresa in due momenti. In primo luogo, Paolo ci aiuta a capire il valore assolutamente fondante e insostituibile della fede. Ecco che cosa scrive nella Lettera ai Romani: «Noi riteniamo che l'uomo viene giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge» (3,28). E così pure nella Lettera ai Galati: «L'uomo non è giustificato dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo; perciò abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della Legge, poiché dalle opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (2,16). «Essere giustificati» significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24).

Con queste parole san Paolo esprime il contenuto fondamentale della sua conversione, la nuova direzione della sua vita risultante dal suo incontro col Cristo risorto. Paolo, prima della conversione, non era stato un uomo lontano da Dio e dalla sua Legge. Al contrario, era un osservante, con una osservanza fedele fino al fanatismo. Nella luce dell’incontro con Cristo capì, però, che con questo aveva cercato di costruire se stesso, la sua propria giustizia, e che con tutta questa giustizia era vissuto per se stesso. Capì che un nuovo orientamento della sua vita era assolutamente necessario. E questo nuovo orientamento lo troviamo espresso nelle sue parole: «Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). Paolo, quindi, non vive più per sé, per la sua propria giustizia. Vive di Cristo e con Cristo: dando se stesso, non più cercando e costruendo se stesso. Questa è la nuova giustizia, il nuovo orientamento donatoci dal Signore, donatoci dalla fede. Davanti alla croce del Cristo, espressione estrema della sua autodonazione, non c’è nessuno che possa vantare se stesso, la propria giustizia fatta da sé, per sé! Altrove Paolo, riecheggiando Geremia, esplicita questo pensiero scrivendo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1,31 = Ger 9,22s); oppure: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14).

Riflettendo su che cosa voglia dire giustificazione non per le opere ma per la fede, siamo così arrivati alla seconda componente che definisce l’identità cristiana descritta da san Paolo nella propria vita. Identità cristiana che si compone proprio di due elementi: questo non cercarsi da sè, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso, fino ad immergersi in Lui e a condividere tanto la sua morte quanto la sua vita. È ciò che Paolo scrive nella Lettera ai Romani: «Siamo stati battezzati nella sua morte... siamo stati sepolti con lui… siamo stati completamente uniti a lui... Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6,3.4.5.11). Proprio quest'ultima espressione è sintomatica: per Paolo, infatti, non basta dire che i cristiani sono dei battezzati o dei credenti; per lui è altrettanto importante dire che essi sono «in Cristo Gesù» (cfr anche Rm 8,1.2.39; 12,5; 16,3.7.10; 1 Cor 1,2.3, ecc.). Altre volte egli inverte i termini e scrive che «Cristo è in noi/voi» (Rm 8,10; 2 Cor 13,5) o «in me» (Gal 2,20). Questa mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, caratteristica dell’insegnamento di Paolo, completa il suo discorso sulla fede. La fede, infatti, pur unendoci intimamente a Cristo, sottolinea la distinzione tra noi e Lui. Ma, secondo Paolo, la vita del cristiano ha pure una componente che potremmo dire ‘mistica’, in quanto comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. In questo senso, l’Apostolo giunge persino a qualificare le nostre sofferenze come le «sofferenze di Cristo in noi» (2 Cor 1,5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10).

Tutto questo dobbiamo calarlo nella nostra vita quotidiana seguendo l’esempio di Paolo che è vissuto sempre con questo grande respiro spirituale. Da una parte, la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient'altro e a nessun altro noi tributiamo l'omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall'altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l'Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13).

Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l'esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro. [/FONT][/DIM]
josie '86
Thursday, November 09, 2006 10:25 AM
Ecco l'Omelia della messa con i presuli svizzeri

[G]Da Zenit.org[/G]

[DIM]15pt[=DIM][G]Omelia di Benedetto XVI durante la Messa con i presuli svizzeri[/G][/DIM]


[FONT]Verdana[=FONT][DIM]11pt[=DIM]CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 8 novembre 2006 (ZENIT.org).- Dal 1° al 5 febbraio 2005 i Vescovi della Conferenza episcopale svizzera hanno compiuto la loro ultima visita "ad Limina". A causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute, Giovanni Paolo II non aveva potuto riceverli, né singolarmente, né in gruppo, come avviene abitualmente per il quinquennale pellegrinaggio dei Vescovi.

Martedì 7 novembre, Benedetto XVI ha voluto in qualche modo completare questa visita invitando i Vescovi svizzeri ad un incontro di riflessione che si sta svolgendo in questi giorni. Il Papa ha avviato l’incontro presiedendo ieri mattina una Concelebrazione Eucaristica nella Cappella "Redemptoris Mater" nel Palazzo Apostolico Vaticano.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato a braccio nel corso della Santa Messa:


* * *


Cari confratelli,

i testi appena ascoltati – la Lettura, il Salmo responsoriale e il Vangelo – hanno un tema comune che potrebbe essere riassunto nella frase: Dio non fallisce. O più esattamente: inizialmente Dio fallisce sempre, lascia esistere la libertà dell’uomo, e questa dice continuamente "no". Ma la fantasia di Dio, la forza creatrice del suo amore è più grande del "no" umano. Con ogni "no" umano viene dispensata una nuova dimensione del suo amore, ed Egli trova una via nuova, più grande, per realizzare il suo sì all’uomo, alla sua storia e alla creazione. Nel grande inno a Cristo della Lettera ai Filippesi con cui abbiamo iniziato, ascoltiamo innanzitutto un’allusione alla storia di Adamo, il quale non era soddisfatto dell’amicizia con Dio; era troppo poco per lui, volendo essere lui stesso un dio. Considerò l’amicizia una dipendenza e si ritenne un dio, come se egli potesse esistere da sé soltanto. Perciò disse "no" per diventare egli stesso un dio, e proprio in tal modo si buttò giù lui stesso dalla sua altezza. Dio "fallisce" in Adamo – e così apparentemente nel corso di tutta la storia. Ma Dio non fallisce, poiché ora diventa lui stesso uomo e ricomincia così una nuova umanità; radica l’essere Dio nell’essere uomo in modo irrevocabile e scende fino agli abissi più profondi dell’essere uomo; si abbassa fino alla croce. Vince la superbia con l’umiltà e con l’obbedienza della croce.

E così ora avviene ciò che Isaia, cap. 45, aveva profetizzato. All’epoca in cui Israele era in esilio ed era scomparso dalla cartina geografica, il profeta aveva predetto che il mondo intero – "ogni ginocchio" – si sarebbe piegato dinanzi a questo Dio impotente. E la Lettera ai Filippesi lo conferma: Ora ciò è accaduto. Per mezzo della croce di Cristo, Dio si è avvicinato alle genti, è uscito da Israele ed è diventato il Dio del mondo. E ora il cosmo piega le ginocchia dinanzi a Gesù Cristo, cosa che anche noi oggi possiamo sperimentare in modo meraviglioso: in tutti i continenti, fino alle più umili capanne, il Crocifisso è presente. Il Dio che aveva "fallito", ora, attraverso il suo amore, porta davvero l’uomo a piegare le ginocchia, e così vince il mondo con il suo amore.
Come Salmo responsoriale abbiamo cantato la seconda parte del Salmo della passione 21/22. È il Salmo del giusto sofferente, prima di tutto di Israele sofferente che, dinanzi al Dio muto che lo ha abbandonato, grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Come hai potuto dimenticarmi? Ora quasi non ci sono più. Tu non agisci più, non parli più… Perché mi hai abbandonato?". Gesù si identifica con l’Israele sofferente, con i giusti sofferenti di ogni tempo abbandonati da Dio, e porta il grido dell’abbandono di Dio, la sofferenza dell’essere dimenticato lo porta su fino al cuore di Dio stesso, e trasforma così il mondo. La seconda parte del Salmo, quella che abbiamo recitato, ci dice che cosa ne deriva: I poveri mangeranno e saranno saziati. È l’eucaristia universale che proviene dalla croce. Ora Dio sazia gli uomini in tutto il mondo, i poveri che hanno bisogno di lui. Egli dà loro la sazietà di cui hanno bisogno: dona Dio, dona se stesso. E poi il Salmo dice: "Torneranno al Signore tutti i confini della terra". Dalla croce deriva la Chiesa universale. Dio va oltre l’ebraismo e abbraccia il mondo intero per unirlo nel banchetto dei poveri.

E, infine, il messaggio del Vangelo. Di nuovo il fallimento di Dio. Coloro che sono stati invitati per primi disdicono, non vengono. La sala di Dio rimane vuota, il banchetto sembra essere stato preparato invano. È ciò che Gesù sperimenta nella fase finale della sua attività: i gruppi ufficiali, autorevoli dicono "no" all’invito di Dio, che è Lui stesso. Non vengono. Il suo messaggio, la sua chiamata finisce nel "no" degli uomini. E però anche qui: Dio non fallisce. La sala vuota diventa un’opportunità per chiamare un maggior numero di persone. L’amore di Dio, l’invito di Dio si allarga – Luca ci racconta questo in due ondate: Prima, l’invito è rivolto ai poveri, agli abbandonati, a quelli non invitati da nessuno nella stessa città. In tal modo Dio fa ciò che abbiamo sentito nel Vangelo ieri. (Il Vangelo di oggi fa parte di un piccolo simposio nel quadro di una cena presso un fariseo. Troviamo quattro testi: prima la guarigione dell’idropico, poi la parola sugli ultimi posti, poi l’insegnamento di non invitare gli amici i quali contraccambierebbero tale gesto, ma coloro che hanno davvero fame, i quali, però, non possono contraccambiare l’invito, e poi, appunto, segue il nostro racconto). Dio ora fa ciò che ha detto al fariseo: Egli invita coloro che non possiedono nulla; che hanno davvero fame, che non possono invitarlo, che non possono dargli nulla. E poi avviene la secondo ondata. Esce fuori dalla città, nelle strade di campagna; sono invitati i senza dimora.

Possiamo supporre che Luca abbia inteso queste due ondate nel senso che primi ad entrare nella sala sono i poveri d’Israele e dopo – poiché non sono sufficienti, essendo l’ambiente di Dio più grande – l’invito si estende al di fuori della Città Santa verso il mondo delle genti. Coloro che non appartengono affatto a Dio, che stanno fuori, vengono ora invitati per riempire la sala. E Luca che ci ha tramandato questo Vangelo, in ciò ha visto sicuramente la rappresentazione anticipata in modo immaginifico degli avvenimenti che poi narra negli Atti degli Apostoli, dove proprio ciò accade: Paolo inizia la sua missione sempre nella sinagoga, da quanti sono stati invitati per primi, e solo quando le persone autorevoli hanno disdetto ed è rimasto soltanto un piccolo gruppo di poveri, egli esce fuori verso i pagani. Così il Vangelo, attraverso questo percorso di crocifissione sempre nuovo, diventa universale, afferra il tutto, finalmente fino a Roma. A Roma Paolo chiama a sé i capi della sinagoga, annuncia loro il mistero di Gesù Cristo, il Regno di Dio nella persona di Lui. Ma le parti autorevoli disdicono, ed egli si congeda da loro con queste parole: Ebbene, poiché non ascoltate, questo messaggio viene annunziato ai pagani ed essi l’ascolteranno. Con tale fiducia si conclude il messaggio del fallimento: Essi ascolteranno; la Chiesa dei pagani si formerà. E si è formata e continua a formarsi. Durante le visite ad limina sento parlare di molte cose gravi e faticose, ma sempre – proprio dal Terzo Mondo – sento anche questo: che gli uomini ascoltano, che essi vengono, che anch’oggi il messaggio giunge per le strade fino ai confini della terra e che gli uomini affluiscono nella sala di Dio, al suo banchetto.

Dovremmo quindi domandarci: Che cosa tutto ciò significa per noi? Innanzitutto significa una certezza: Dio non fallisce. "Fallisce" continuamente, ma proprio per questo non fallisce, perché ne trae nuove opportunità di misericordia più grande, e la sua fantasia è inesauribile. Non fallisce perché trova sempre nuovi modi per raggiungere gli uomini e per aprire di più la sua grande casa, affinché si riempia del tutto. Non fallisce perché non si sottrae alla prospettiva di sollecitare gli uomini perché vengano a sedersi alla sua mensa, a prendere il cibo dei poveri, nel quale viene offerto il dono prezioso, Dio stesso. Dio non fallisce, nemmeno oggi. Anche se sperimentiamo tanti "no", possiamo esserne certi. Da tutta questa storia di Dio, a partire da Adamo, possiamo concludere: Egli non fallisce. Anche oggi troverà nuove vie per chiamare gli uomini e vuole avere con sé noi come suoi messaggeri e suoi servitori.

Proprio nel nostro tempo conosciamo molto bene il "dire no" di quanti sono stati invitati per primi. In effetti, la cristianità occidentale, cioè i nuovi "primi invitati", ora in gran parte disdicono, non hanno tempo per venire dal Signore. Conosciamo le chiese che diventano sempre più vuote, i seminari che continuano a svuotarsi, le case religiose che sono sempre più vuote; conosciamo tutte le forme nelle quali si presenta questo "no, ho altre cose importanti da fare". E ci spaventa e ci sconvolge l’essere testimoni di questo scusarsi e disdire dei primi invitati, che in realtà dovrebbero conoscere la grandezza dell’invito e dovrebbero sentirsi spinti da quella parte. Che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto dobbiamo porci la domanda: perché accade proprio così? Nella sua parabola il Signore cita due motivi: il possesso e i rapporti umani, che coinvolgono talmente le persone che esse ritengono di non avere più bisogno di altro per riempire totalmente il loro tempo e quindi la loro esistenza interiore. San Gregorio Magno nella sua esposizione di questo testo ha cercato di andare più a fondo e si è domandato: ma com’è possibile che un uomo dica "no" a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza? E risponde: In realtà, non hanno mai fatto l’esperienza di Dio; non hanno mai preso "gusto" di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere "toccati" da Dio! Manca loro questo "contatto" – e con ciò il "gusto di Dio". E solo se noi, per così dire, lo gustiamo, solo allora veniamo al banchetto.

San Gregorio cita il Salmo, dal quale è tratta l’odierna Antifona alla Comunione: Gustate ed assaggiate e vedete; assaggiate ed allora vedrete e sarete illuminati! Il nostro compito è di aiutare affinché le persone possano assaggiare, affinché possano sentire di nuovo il gusto di Dio. In un’altra omelia San Gregorio Magno ha ulteriormente approfondito la stessa questione, e si è domandato: Come mai avviene che l’uomo non vuole nemmeno "assaggiare" Dio? E risponde: Quando l’uomo è occupato interamente col suo mondo, con le cose materiali, con ciò che può fare, con tutto ciò che è fattibile e che gli porta successo, con tutto ciò che può produrre o comprendere da se stesso, allora la sua capacità di percezione nei confronti di Dio s’indebolisce, l’organo volto a Dio deperisce, diventa incapace di percepire ed insensibile. Egli non percepisce più il Divino, perché il corrispondente organo in lui si è inaridito, non si è più sviluppato. Quando utilizza troppo tutti gli altri organi, quelli empirici, allora può accadere che proprio il senso di Dio si appiattisca; che questo organo muoia; e che l’uomo, come dice San Gregorio, non percepisca più lo sguardo di Dio, l’essere guardato da Lui – questa cosa preziosa che è il fatto che il suo sguardo mi tocchi!

Ritengo che San Gregorio Magno abbia descritto esattamente la situazione del nostro tempo – in effetti, era un’epoca molto simile alla nostra. E ancora sorge la domanda: che cosa dobbiamo fare? Ritengo che la prima cosa sia quella che il Signore ci dice oggi nella Prima Lettura e che San Paolo grida a noi a nome di Dio: "Abbiate gli stessi sentimenti di Gesù Cristo! - Touto phroneite en hymin ho kai en Christo Iesou”. Imparate a pensare come ha pensato Cristo, imparate a pensare con Lui! E questo pensare non è solo quello dell’intelletto, ma anche un pensare del cuore. Noi impariamo i sentimenti di Gesù Cristo quando impariamo a pensare con Lui e quindi, quando impariamo a pensare anche al suo fallimento e al suo attraversare il fallimento, l’accrescersi del suo amore nel fallimento. Se entriamo in questi suoi sentimenti, se incominciamo ad esercitarci a pensare come Lui e con Lui, allora si risveglia in noi la gioia verso Dio, la fiducia che Egli è comunque il più forte; sì, possiamo dire, si risveglia in noi l’amore per Lui. Sentiamo quanto è bello che Egli c’è e che possiamo conoscerLo – che lo conosciamo nel volto di Gesù Cristo, che ha sofferto per noi. Penso che sia questa la prima cosa: che noi stessi entriamo in un contatto vivo con Dio – con il Signore Gesù, il Dio vivente; che in noi si rafforzi l’organo volto a Dio; che portiamo in noi stessi la percezione della sua "squisitezza". Ciò dà anima anche al nostro operare; poiché anche noi corriamo un pericolo: Si può fare molto, tanto nel campo ecclesiastico, tutto per Dio …, e in ciò rimanere totalmente presso sé stessi, senza incontrare Dio. L’impegno sostituisce la fede, ma poi si vuota dall’interno. Ritengo, pertanto, che dovremmo impegnarci soprattutto: nell’ascolto del Signore, nella preghiera, nella partecipazione intima ai sacramenti, nell’imparare i sentimenti di Dio nel volto e nelle sofferenze degli uomini, per essere così contagiati dalla sua gioia, dal suo zelo, dal suo amore e per guardare con Lui, e partendo da Lui, il mondo. Se riusciamo a fare questo, allora anche in mezzo a tanti "no" troviamo di nuovo gli uomini che Lo attendono e che spesso forse sono bizzarri – la parabola lo dice chiaramente – ma che comunque sono chiamati ad entrare nella sua sala.

Ancora una volta, con altre parole: Si tratta della centralità di Dio, e precisamente non di un dio qualunque, bensì del Dio che ha il volto di Gesù Cristo. Questo, oggi, è importante. Ci sono tanti problemi che si possono elencare, che devono essere risolti, ma che – tutti - non vengono risolti se Dio non viene messo al centro, se Dio non diventa nuovamente visibile nel mondo, se non diventa determinante nella nostra vita e se non entra anche attraverso di noi in modo determinante nel mondo. In questo, ritengo, si decide oggi il destino del mondo in questa situazione drammatica: se Dio – il Dio di Gesù Cristo – c’è e viene riconosciuto come tale, o se scompare. Noi ci preoccupiamo che sia presente. Che cosa dovremmo fare? In ultima istanza? Ci rivolgiamo a Lui! Noi celebriamo questa Messa votiva dello Spirito Santo, invocandoLo: "Lava quod est sordidum, riga quod est aridum, sana quod est saucium. Flecte quod est rigidum, fove quod est frigidum, rege quod est devium ”. Lo invochiamo affinché irrighi, scaldi, raddrizzi, affinché ci pervada con la forza della sua sacra fiamma e rinnovi la terra. Per questo lo preghiamo di tutto cuore in questo momento, in questi giorni. Amen. [/DIM][/FONT]
euge65
Thursday, November 09, 2006 9:03 PM
Dal Sito della Santa Sede
UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA PLENARIA DEL PONTIFICIO COMITATO PER I CONGRESSI EUCARISTICI INTERNAZIONALI , 09.11.2006

UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA PLENARIA DEL PONTIFICIO COMITATO PER I CONGRESSI EUCARISTICI INTERNAZIONALI

Alle 11 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali ed ha loro rivolto il discorso che pubblichiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,

Venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

cari fratelli e sorelle,

mi è molto gradita la vostra visita e vi saluto tutti con affetto. In primo luogo saluto il Signor Cardinal Jozef Tomko, che ringrazio per essersi fatto interprete dei comuni sentimenti e per avermi informato circa lo svolgimento della vostra Assemblea plenaria di questi giorni. Un saluto cordiale ai membri del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali e ai Delegati nazionali, che hanno preso parte a quest’incontro per preparare insieme il prossimo 49° Congresso Eucaristico Internazionale, in programma a Québec nel giugno del 2008. Saluto poi i rappresentanti del Comitato preparatorio locale di questo grande evento ecclesiale, come pure il piccolo ma significativo gruppo degli Adoratori dell’Eucaristia.

Voi venite da diverse parti del mondo e lo scopo della vostra riunione è preparare una celebrazione quanto mai importante per tutta la Chiesa, qual è appunto un Congresso Eucaristico Internazionale. Come il Cardinale Jozef Tomko ha ricordato poco fa, esso costituisce una risposta corale del Popolo di Dio all’amore del Signore sommamente manifestato nel Mistero eucaristico. E’ vero! I Congressi Eucaristici, che si tengono volta a volta in luoghi e continenti diversi, sono sempre sorgente di rinnovamento spirituale, occasione per meglio far conoscere la Santissima Eucaristia, che è il tesoro più prezioso lasciatoci da Gesù; essi sono pure un incoraggiamento per la Chiesa a diffondere in ogni ambito della società ed a testimoniare, senza esitazione, l’amore di Cristo. Del resto, sin da quando fu istituito il vostro benemerito Pontificio Comitato, questo è lo scopo che si prefigge: "far sempre meglio conoscere, amare e servire Nostro Signore Gesù Cristo nel suo Mistero eucaristico, centro della vita della Chiesa e della sua missione per la salvezza del mondo".

Ognuno di questi Congressi Eucaristici rappresenta, pertanto, una provvidenziale opportunità per mostrare all’umanità in modo solenne "l’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo", come dice il testo base del prossimo Congresso. Questo documento è stato presentato nel corso dei vostri lavori dal Cardinale Marc Ouellet, Arcivescovo di Québec, al quale indirizzo uno speciale saluto. Non solo quanti hanno la possibilità di parteciparvi di persona, ma anche le varie comunità cristiane che ad esso sono invitate ad unirsi idealmente potranno beneficiare delle grazie speciali che il Signore dispenserà nel Congresso Eucaristico Internazionale. In quei giorni il mondo cattolico terrà fissi gli occhi del cuore sul sommo mistero dell’Eucaristia per trarne rinnovato slancio apostolico e missionario. Ecco perché è importante prepararsi bene ed io vi ringrazio, cari fratelli e sorelle, per il lavoro che state svolgendo per aiutare i fedeli di ogni continente a comprendere sempre più il valore e l’importanza dell’Eucaristia nella nostra vita. Inoltre, la presenza tra voi di alcuni rappresentanti degli Adoratori dell’Eucaristia e l’accenno che Ella, Signor Cardinale Tomko, ha fatto alla "Federación Mundial de la Adoración Nocturna" mi da modo di ricordare quanto proficua sia la riscoperta da parte di molti cristiani dell’adorazione eucaristica. A questo proposito, mi piace tornare con la memoria all’esperienza vissuta lo scorso anno con i giovani a Colonia, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, e in Piazza San Pietro con i bambini della Prima Comunione accompagnati dalle famiglie e dai catechisti. Quanto bisogno ha l’odierna umanità di riscoprire nel Sacramento eucaristico la fonte della propria speranza! Ringrazio il Signore perché molte parrocchie, accanto alla devota celebrazione della Santa Messa, vanno educando i fedeli all’Adorazione eucaristica ed auspico, anche in vista del prossimo Congresso Eucaristico Internazionale, che questa pratica si diffonda sempre più.

Cari fratelli e sorelle, com’è noto, la prossima Esortazione post-sinodale sarà dedicata all’Eucaristia. Essa raccoglierà le indicazioni emerse dall’ultimo Sinodo dei Vescovi dedicato proprio al Mistero eucaristico e sono sicuro che anche questo documento aiuterà la Chiesa a preparare e celebrare con interiore partecipazione il Congresso Eucaristico, che si terrà nel giugno del 2008. Lo affido sin d’ora alla Vergine Maria, prima e incomparabile adoratrice di Cristo eucaristico. La Madonna protegga e accompagni ognuno di voi, le vostre comunità, e renda fecondo il lavoro che state facendo in vista dell’importante evento ecclesiale di Québec. Da parte mia vi assicuro un ricordo nella preghiera e tutti di cuore vi benedico.

[01591-01.02] [Testo originale: Italiano]

josie '86
Friday, November 10, 2006 7:19 PM
Da Radio Vaticana

[DIM]15pt[=DIM][G]In udienza da Benedetto XVI il presidente della Repubblica di Cipro[/G]
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[C]di Alessandro De Carolis
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[FONT]Verdana[=FONT][DIM]11pt[=DIM](10 novembre 2006 - RV) Lo stato attuale della Repubblica di Cipro alla luce dei più recenti fatti internazionali, con uno sguardo particolare alla situazione delle comunità cristiane e cattoliche. Sono gli argomenti che hanno fatto da filo conduttore all’udienza concessa questa mattina da Benedetto XVI al presidente della Repubblica cipriota, Tassos Papadopoulos. Nei venti minuti di “cordiali colloqui” - informa un comunicato della Sala stampa vaticana - c’è stato “uno scambio di informazioni e di opinioni sull’attuale situazione di Cipro e sulle prospettive future”, anche alla luce “dell’impegno della comunità internazionale”. Particolare attenzione, si legge ancora, è stata riservata “alle condizioni in cui vivono ed operano le varie comunità cristiane dell’isola e rilevando con soddisfazione la libertà di cui godono i fedeli cattolici”.


Altro tema di dialogo tra il Papa e il presidente cipriota ha riguardato l’integrazione del continente europeo e, particolarmente, “il dialogo fra le culture e le religioni, che favorisca il reciproco avvicinamento”. “Non si è mancato, infine - conclude il comunicato - di evocare aspetti della situazione internazionale e, in particolare, l’accoglienza riservata dalla Repubblica di Cipro ai profughi in occasione del recente conflitto in Libano”. Terminato l’incontro con Benedetto XVI, il presidente Papadopoulos si è intrattenuto a colloquio con il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone.[/DIM][/FONT]
josie '86
Friday, November 10, 2006 7:21 PM
Da Kataweb News

[DIM]15pt[=DIM][G]Papa: La predica nella Messa resti esclusiva dei preti[/G]
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[G]“La predica nel corso della Santa Messa è un incarico legato al ministero consacrato”.
[/G]

[FONT]Verdana[=FONT][DIM]12pt[=DIM]Non solo: “laddove sia presente un numero sufficiente di sacerdoti e diaconi, la distribuzione della Comunione è compito loro”. Lo ha riaffermato Benedetto XVI incontrando i vescovi tedeschi in visita ad limina. “Si ripete spesso — ha osservato il Papa — la richiesta da parte dei laici di esercitare ruoli di guida in ambito pastorale. A questo proposito non dobbiamo discutere delle questioni che ne derivano soltanto alla luce dell’opportunità pastorale, perché qui si tratta di verità della fede e più precisamente della struttura sacramentale e gerarchica della Chiesa, istituita da Gesù Cristo”.

La Chiesa, ha spiegato Papa Ratzinger, non può disporre dei ministeri a suo piacimento. La sua vita, ha ricordato, “poggia sulla volontà di Gesù e il mandato apostolico sulla missione affidatale: ambedue sottratte all’intervento dell’uomo”. Per questo “solo il Sacramento dell’ordinazione abilita il beneficiario a parlare ed agire in persona Christi”. Ai vescovi, ha concluso, “tocca continuare ad imprimerlo con tutta la pazienza e la saggezza possibili, e a trarne le necessarie conseguenze”.[/DIM][/FONT]
ratzi.lella
Friday, November 10, 2006 9:03 PM
il papa e il presidente di cipro
PAPA/ RATZINGER RICEVE PRESIDENTE CIPRO SU SFONDO VIAGGIO TURCO
Consonanza su dissacrazione turca delle chiese e divisione isola

Città del Vaticano, 10 nov. (Apcom) - A pochi giorni da un delicato viaggio in Turchia (28 novembre - primo dicembre), Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Vaticano il presidente della Repubblica di Cipro, Tassos Papadopoulos. Principale pietra d'inciampo sulla strada dell'adesione turca all'Unione europea, l'isola mediterranea è divisa in due da quando, nel 1974, l'esercito turco ne ha occupata la metà settenrionale. E proprio su questo punto Papadopoulos e Papa Ratzinger hanno apertamente concordato, mentre - a quanto riferito dalle due parti - sui destini del paese anatolico a maggioranza musulmana le discussioni sono state molto generali.

"La visita - ha fatto sapere l'ambasciata cipriota presso la Santa Sede - ha costituito un riconoscimento da parte della Santa Sede della posizione riguardao al problema di Cipro, sulla base del rispetto della legalità internazionale e delle risoluzioni del Consiglo di sicurezza delle Nazioni Unite". Altro punto di consenso è stata la distruzione della maggior parte delle chiese e dei monasteri sotto il governo filoturco di Cipro nord (riconosciuto solo da Ankara): alcuni edifici sono stati trasformati in moschee, altri in alberghi e stalle. Uno stato che, come riferito dall'ambasciata cipriota, vede concordare Nicosia e il Vaticano "nel deplorare le profanazioni ed i saccheggi".

Che sul tema nei sacri palazzi covassero gli stessi sentimenti che tra i maggiorenti del governo greco-cipriota lo si era capito fin da quando Papadopoulos ha consegnato a Benedetto XVI un'icona bizantina del XIX secolo, scampata alle dissacrazioni, e un album fotografico che testimonia lo scempio. "Incredibile!" ha commentato corrucciato il Papa, a quanto hanno raccontato i giornalisti presenti. "Sappiamo tutti come egli sia preoccupato per la conservazione delle chiese e per la libertà di religione", ha aggiunto Papadopoulos durante una conferenza stampa pomeridiana.

Sul tema specifico della Turchia, però, dall'incontro nella terza loggia del palazzo apostolico, è filtrato poco. "Abbiamo discusso in termini generali", ha detto Papadopoulos. L'ambasciata cipriota chiosa in una nota: "Il presidente ha chiarito che Cipro non si oppone pregiudizialmente all'ingresso di Ankara nell'Unione europea ma chiede che questo avvenga seguendo i criteri di Copenhagen, con l'adempimento di tutti i doveri della Turchia verso la Ue ed i suoi paesi membri, incluso il loro riconoscimento".

Le posizioni del Papa sul Vecchio continente, del resto, sono note. Ricevendo, lo scorso 18 settembre, il nuovo ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, Ratzinger ha ricordato che "né una più o meno ben funzionante unione economica, né un regolamento burocratico della convivenza possono soddisfare pienamente le aspettative della persona europea. Le fonti più profonde di un vivere insieme europeo solido e a prova di crisi risiedono molto più nelle comuni convinzioni e valori della storia e della tradizione cristiana ed umanistica del continente".

Oggi, a pochi giorni dal rapporto critico della Commissione europea sul paese della mezzaluna (che ha rimandato la decisione su un'eventuale stop ai negoziati al vertice Ue del 14-15 dicembre) e dopo gli attriti diplomatici col monndo musulmano seguiti al discorso tenuto dal Papa all'università di Regensburg, dal Vaticano sono emerse solo poche annotazioni. Nella nota diffusa in mattinata dalla sala stampa vaticana si fa riferimento al fatto che sul tema dell'Europa tra Papadopoulos e Papa Ratzinger "ci si è soffermati soprattutto sui temi attinenti l'integrazione del continente e un dialogo fra le cultura e le religioni che favorisca il reciproco avvicinamento".

ratzi.lella
Saturday, November 11, 2006 9:06 AM
benedizione a napoli...
Napoli, anticamorra in piazza
Il papa: vi ho nel cuore. Il capo dello Stato: fiducia nei giovani

di OTTAVIO LUCARELLI

NAPOLI - «Amo Napoli e la benedico». Sulla città in piena emergenza cala il conforto di Benedetto XVI che ha inviato un messaggio, una telefonata resa nota in serata dal cardinale Crescenzio Sepe davanti al sindaco Rosa Russo Iervolino e al presidente Antonio Bassolino, durante un incontro organizzato nella basilica di Santa Chiara dalla comunità di Sant´Egidio. Alla benedizione del Papa si aggiunge poi un´altra lettera, stavolta della massima autorità dello Stato. Giorgio Napolitano ha infatti scritto al presidente del Consiglio comunale, il trentenne diessino Leonardo Impegno, per complimentarsi di una manifestazione organizzata in mattinata in un teatro cittadino: oltre mille ragazzi di tante scuole delle città chiamati a esprimersi contro la camorra.
«Momenti come questo - scrive il Capo dello Stato - che vedono tanti giovani raccogliere consapevolmente l´appello delle istituzioni rappresentative, rafforzano la mia fiducia profonda, che ho già avuto modo di esprimere il 20 giugno in occasione della mia prima visita alla città da Presidente della Repubblica, nell´avvenire di Napoli». Il presidente aggiunge: «Resto convinto che la partecipazione democratica e l´impegno dei cittadini e delle forze sociali, in sintonia con l´operare concreto delle istituzioni e delle istanze di governo, ad ogni livello, rappresentino la sicura base su cui può poggiare una rinnovata capacità di intervento e di soluzione per i tanti, antichi mali della città». Infine: «È con questo spirito che confermo il pieno sostegno e vi chiedo di tenermi in serbo la "mollettina" diventata simbolo di questa volontà concorde».
Una molletta "logo" della manifestazione a voler evocare lo slogan «non molliamo». Ne sono state distribuite centinaia durante l´happening, alcune saranno esibite anche in tv dai conduttori delle "Iene", che avevano un inviato sul posto, nella prossima puntata della trasmissione.
Al Quirinale intanto vanno i ringraziamenti del sindaco Iervolino e del presidente del Consiglio comunale Impegno. «Gli conserveremo senz´altro la "mollettina" - dice quest´ultimo - e gliela consegneremo in occasione della sua visita in città il prossimo 26 novembre».
Due segnali dal Vaticano e dal Quirinale, ma la giornata registra l´ennesimo episodio di criminalità. Una donna di 86 anni, Anna Gigantini, è stata uccisa con una coltellata al cuore nella propria abitazione a Giugliano, paese dell´hinterland. La vittima è stata trovata in cucina dalla polizia con un coltello conficcato nel petto. Si lavora all´ipotesi della rapina anche se la porta di casa non forzata fa pensare che la vittima conoscesse il suo assassino.

(da "la repubblica" dell'11 novembre 2006)
TERESA BENEDETTA
Saturday, November 11, 2006 5:32 PM
GIA!


VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI IN TURCHIA

(28 NOVEMBRE - 1° DICEMBRE 2006) -

PROGRAMMA


I T A L I A

Martedì 28 novembre 2006

Fiumicino (Roma)

09.00
PARTENZA IN AEREO DALL’AEROPORTO INTERNAZIONALE LEONARDO DA VINCI DI ROMA/FIUMICINO PER ANKARA

T U R C H I A

Ankara


13.00
ARRIVO ALL’AEROPORTO INTERNAZIONALE ESEMBOGA


VISITA AL MAUSOLEO DI ATATÜRK


CERIMONIA DI BENVENUTO E VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA


INCONTRO CON IL VICE PRIMO MINISTRO


INCONTRO CON IL PRESIDENTE PER GLI AFFARI RELIGIOSI
(Discorso del Santo Padre)


INCONTRO CON IL CORPO DIPLOMATICO
(Discorso del Santo Padre)


Mercoledì 29 novembre 2006

Efeso

SANTA MESSA
(Omelia del Santo Padre)

Istanbul


VISITA DI PREGHIERA ALLA CHIESA PATRIARCALE DI S. GIORGIO E INCONTRO PRIVATO CON S.S. BARTOLOMEO I
(Saluto del Santo Padre)


Giovedì 30 novembre 2006


DIVINA LITURGIA NELLA CHIESA PATRIARCALE DI S. GIORGIO
(Discorso del Santo Padre e Dichiarazione Congiunta)


VISITA AL MUSEO DI SANTA SOFIA


VISITA DI PREGHIERA ALLA CATTEDRALE ARMENA APOSTOLICA E INCONTRO CON S.B. IL PATRIARCA MESROB II
(Saluto del Santo Padre)


INCONTRO CON S.E. IL METROPOLITA SIRO-ORTODOSSO


INCONTRO CON IL GRAN RABBINO DELLA TURCHIA


INCONTRO E CENA CON I MEMBRI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE CATTOLICA


Venerdì 1° dicembre 2006

SANTA MESSA NELLA CATTEDRALE DELLO SPIRITO SANTO
(Omelia del Santo Padre)


CONGEDO ALL’AEROPORTO DI ISTANBUL

13.15
PARTENZA IN AEREO DALL’AEROPORTO DI ISTANBUL PER ROMA

I T A L I A

Ciampino (Roma)

14.45
ARRIVO ALL’AEROPORTO DI ROMA/CIAMPINO


Fuso orario
Italia: + 1 UTC
Turchia: + 2 UTC


DA NOTARE: Non ci danno l'orari per i vari eventi in Turchia ne come e quando il Papa si va da Ankara ad Efeso ad Istanbul.Ma i malevoli possono sempre impararsi dai fonti ufficiali turchi stessi!

Il Patriarcato Ecumenico di Constantinopoli ha aperto un eccelentissimo sito ufficiale in inglese per la visita del Papa in Turchia qui -
www.patriarchate.org/

[Modificato da TERESA BENEDETTA 12/11/2006 2.14]

Ratzigirl
Saturday, November 11, 2006 7:30 PM
Messaggio del Papa per i 90 anni dalla battaglia di Verdun che oppose tedeschi e francesi

Un avvenimento da non dimenticare mai e da non rivivere mai”: così il Papa ricorda la battaglia di Verdun, un capitolo della Prima Guerra mondiale particolarmente sanguinoso, scritto da tedeschi e francesi in guerra tra loro. Lo fa a 90 anni dalla battaglia che iniziò il 21 febbraio del 1916 e finì nel 19 dicembre dello stesso anno ma che viene ricordata oggi nella Messa celebrata nella città francese di Verdun. Nel messaggio indirizzato al vescovo della città, mons. Fran-çois Maupu, Benedetto XVI ricorda che nel 1917 il predecessore Benedetto XV chiese ai capi dei Paesi belligeranti di evitare un’“inutile strage”. Oggi, Benedetto XVI chiede che Verdun sia un simbolo anche della riconciliazione tra due grandi nazioni che sono state nemiche, per poi ricordare a tutti i Paesi in guerra che “solo la riconciliazione permette di costruire l’avvenire e di consentire la speranza” e che “solo la riconciliazione e il perdono reciproco possono aprire a una pace vera”. Nel messaggio, il Papa si unisce alla “preghiera per il dono della pace e il coraggio per una concordia e una fraternità sempre più intense tra la Francia e la Germania”. Rende grazie a Dio per il cammino fatto dopo i grandi conflitti mondiali e invita, oggi, tutti gli europei a “fondare le loro relazioni sulla fraternità, la solidarietà e l’amicizia”, augurandosi che in particolare “le giovani generazioni possano trarre insegnamento dalla storia e, basandosi sulle radici e i valori cristiani che hanno largamente contribuito a formare l’Europa delle nazioni e l’Europa dei popoli, si impegnino a creare legami di fraternità e di carità, per il bene di tutti e lo sviluppo dei Paesi, prendendosi cura dei più poveri e dei più piccoli”. Il Papa, inoltre, sottolinea che i morti di quella battaglia, senza distinzione di nazionalità, riposano nell’ossario di Douaumont. Ricordiamo che la battaglia di Verdun durò 11 mesi e provocò oltre 200 mila morti. Terminò con la vittoria francese sull’esercito tedesco.
ratzi.lella
Sunday, November 12, 2006 6:14 AM
straordinario discorso del papa ai vescovi svizzeri
CONCLUSIONE DELL’INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I VESCOVI DELLA SVIZZERA (9 NOVEMBRE 2006)


A conclusione dell’Incontro dei Presuli della Svizzera con il Papa e i Capi di alcuni Dicasteri della Curia Romana (Vaticano, 7-9 novembre 2006), il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato - nel pomeriggio di giovedì 9 novembre - il discorso che riportiamo di seguito:

Vorrei in primo luogo ringraziare tutti per questo incontro, che mi sembra molto importante come esercizio dell'affetto collegiale, come manifestazione della nostra comune responsabilità per la Chiesa e per il Vangelo in questo momento del mondo. Grazie per tutto! Mi dispiace che a causa di altri impegni, soprattutto di Visite ad limina (in questi giorni è il turno dei Vescovi tedeschi), non potevo essere con Voi. Avrei realmente avuto il desiderio di sentire la voce dei Vescovi svizzeri, ma si offriranno forse altre occasioni, e, naturalmente, di sentire anche il dialogo tra la Curia Romana e i Vescovi svizzeri: nella Curia Romana parla anche sempre il Santo Padre nella sua responsabilità verso la Chiesa intera. Grazie, quindi, per questo incontro che - mi sembra - ci aiuta tutti, perché è per tutti un'esperienza dell'unità della Chiesa, ed è anche un'esperienza della speranza che ci accompagna in tutte le difficoltà che ci circondano. Vorrei chiedere scusa anche per il fatto che mi sono presentato già nel primo giorno senza un testo scritto; naturalmente, un po' avevo già pensato, ma non avevo trovato il tempo di scrivere. E così anche in questo momento mi presento con questa povertà; ma forse essere povero in tutti i sensi conviene anche ad un Papa in questo momento della storia della Chiesa. In ogni caso, non posso adesso offrire un grande discorso, come sarebbe giusto dopo un incontro con questi frutti. Devo dire infatti che avevo già letto la sintesi delle Vostre discussioni ed ora l’ho ascoltata con grande attenzione: mi sembra un testo molto ben ponderato e ricco; risponde realmente agli interrogativi essenziali che ci occupano sia per l'unità della Chiesa nel suo insieme sia per le questioni specifiche della Chiesa in Svizzera. Mi sembra che realmente tracci la strada per i prossimi anni e dimostri la nostra volontà comune di servire il Signore. Un testo molto ricco. Leggendolo ho pensato: sarebbe un po' assurdo se adesso cominciassi a parlare di nuovo su questi temi sui quali si è discusso tre giorni con profondità ed intensità. Vedo qui il risultato condensato e ricco del lavoro fatto; aggiungere ancora qualcosa su singoli punti mi sembra molto difficile, anche perché conosco il risultato del lavoro, ma non la viva voce di quanti sono intervenuti nelle discussioni. Perciò ho pensato che forse è giusto ritornare ancora una volta, stasera nella conclusione, sui grandi temi che ci occupano e che sono, in definitiva, il fondamento di tutti i dettagli – anche se ogni dettaglio, ovviamente, è importante. Nella Chiesa l'istituzione non è soltanto una struttura esteriore, mentre il Vangelo sarebbe puramente spirituale. In realtà, Vangelo e Istituzione sono inseparabili, perché il Vangelo ha un corpo, il Signore ha un corpo in questo nostro tempo. Perciò le questioni che a prima vista appaiono quasi soltanto istituzionali, sono in realtà questioni teologiche e questioni centrali, perché vi si tratta della realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo. Pertanto, la cosa giusta è ora ribadire ancora una volta le grandi prospettive entro le quali si muove tutta la nostra riflessione. Mi permetto, con l'indulgenza e la generosità dei membri della Curia Romana, di ritornare alla lingua tedesca, perché abbiamo ottimi interpreti, che altrimenti resterebbero disoccupati. Ho pensato a due temi specifici, dei quali ho già parlato e che adesso vorrei ulteriormente approfondire.

Ancora, quindi, il tema "Dio". Mi è venuta in mente la parola di sant'Ignazio: "Il cristianesimo non è opera di persuasione, ma di grandezza" (Lettera ai Romani 3,3). Non dovremmo permettere che la nostra fede sia resa vana dalle troppe discussioni su molteplici particolari meno importanti, ma aver invece sempre sotto gli occhi in primo luogo la sua grandezza. Mi ricordo, quando negli anni ottanta-novanta andavo in Germania, mi si chiedevano delle interviste, e sempre sapevo già in anticipo le domande. Si trattava dell'ordinazione delle donne, della contraccezione, dell'aborto e di altri problemi come questi che ritornano in continuazione. Se noi ci lasciamo tirare dentro queste discussioni, allora si identifica la Chiesa con alcuni comandamenti o divieti e noi facciamo la figura di moralisti con alcune convinzioni un po' fuori moda, e la vera grandezza della fede non appare minimamente. Perciò ritengo cosa fondamentale mettere sempre di nuovo in rilievo la grandezza della nostra fede – un impegno dal quale non dobbiamo permettere che ci distolgano simili situazioni.

Sotto questo aspetto vorrei ora continuare completando le nostre riflessioni di martedì scorso ed insistere ancora una volta: è importante soprattutto curare il rapporto personale con Dio, con quel Dio che si è mostrato a noi in Cristo. Agostino ha sottolineato ripetutamente i due lati del concetto cristiano di Dio: Dio è Logos, e Dio è Amore – fino al punto di farsi totalmente piccolo, di assumere un corpo umano e alla fine di darsi come pane nelle nostre mani. Questi due aspetti del concetto cristiano di Dio dovremmo sempre tenere presenti e far presenti. Dio è Spiritus creator, è Logos, è ragione. E per questo la nostra fede è una cosa che ha da fare con la ragione, può essere trasmessa mediante la ragione e non deve nascondersi davanti alla ragione, neanche a quella del nostro tempo. Ma questa ragione eterna ed incommensurabile, appunto, non è soltanto una matematica dell'universo e ancora meno qualche prima causa che, dopo aver provocato il Big Bang, si è ritirata. Questa ragione, invece, ha un cuore, tanto da poter rinunciare alla propria immensità e farsi carne. E solo in ciò sta, secondo me, l'ultima e vera grandezza della nostra concezione di Dio. Sappiamo: Dio non è un'ipotesi filosofica, non è qualcosa che forse esiste, ma noi Lo conosciamo ed Egli conosce noi. E possiamo conoscerLo sempre meglio, se rimaniamo in colloquio con Lui.

Per questo è un compito fondamentale della pastorale, insegnare a pregare ed impararlo personalmente sempre di più. Esistono oggi scuole di preghiera, i gruppi di preghiera; si vede che la gente lo desidera. Molti cercano la meditazione da qualche parte altrove, perché pensano di non poter trovare nel cristianesimo la dimensione spirituale. Noi dobbiamo mostrare loro di nuovo che questa dimensione spirituale non solo esiste, ma che è la fonte di tutto. A questo scopo dobbiamo moltiplicare tali scuole di preghiera, del pregare insieme, dove si può imparare la preghiera personale in tutte le sue dimensioni: come silenzioso ascolto di Dio, come ascolto che penetra nella sua Parola, penetra nel Suo silenzio, sonda il Suo operare nella storia e nella mia persona; comprendere anche il Suo linguaggio nella mia vita e poi imparare a rispondere nel pregare con le grandi preghiere dei Salmi dell'Antico e del Nuovo Testamento. Da noi stessi non abbiamo le parole per Dio, ma ci sono state donate delle parole: lo Spirito Santo stesso ha già formulato parole di preghiera per noi; possiamo entrarci, pregare con esse e così imparare poi anche la preghiera personale, sempre di più „imparare" Dio e così divenire certi di Lui, anche se tace – diventare lieti in Dio. Questo intimo essere con Dio e quindi l'esperienza della presenza di Dio è ciò che sempre di nuovo ci fa, per così dire, sperimentare la grandezza del cristianesimo e ci aiuta poi anche ad attraversare tutte le piccolezze, tra le quali, certamente, esso deve poi essere vissuto e – giorno per giorno, soffrendo ed amando, nella gioia e nella tristezza – essere realizzato.

E da questa prospettiva si vede, secondo me, il significato della Liturgia anche come scuola, appunto, di preghiera, nella quale il Signore stesso ci insegna a pregare, nella quale preghiamo con la Chiesa, sia nella celebrazione semplice ed umile con solo pochi fedeli, sia anche nella festa della fede. L'ho percepito nuovamente proprio ora nei vari colloqui, quanto importante sia per i fedeli, da una parte, il silenzio nel contatto con Dio e, dall'altra, la festa della fede, quanto importante poter vivere la festa. Anche il mondo ha le sue feste. Nietzsche addirittura ha detto: Solo se Dio non esiste possiamo far festa. Ma ciò è un'assurdità: solo se Dio c'è ed Egli ci tocca, può esserci una vera festa. E sappiamo come queste feste della fede spalancano i cuori della gente e producono impressioni che aiutano per il futuro. Io l'ho visto nuovamente nelle mie visite pastorali in Germania, in Polonia, in Spagna, che lì la fede è vissuta come festa e che essa accompagna poi le persone e le guida.

Vorrei in questo contesto menzionare ancora un'altra cosa che mi ha molto colpito ed impressionato durevolmente. Nell'ultima opera, rimasta incompiuta, di san Tommaso d'Aquino, il Compendium Theologiae, che egli intendeva strutturare semplicemente secondo le tre virtù teologali fede, speranza, carità, il grande Dottore era giunto a cominciare e parzialmente sviluppare il capitolo sulla speranza. Lì egli identifica, per così dire, la speranza con la preghiera: il capitolo sulla speranza è al contempo il capitolo sulla preghiera. La preghiera è speranza in atto. E, di fatto, nella preghiera si schiude la vera ragione, per cui ci è possibile sperare: Noi possiamo entrare in contatto con il Signore del mondo, Egli ci ascolta e noi possiamo ascoltare Lui. Questo è ciò a cui alludeva sant'Ignazio e che io volevo ricordarVi oggi ancora una volta: Ou peismones to ergon, alla megethous estin ho Christianismos (Rom 3,3) – la cosa veramente grande nel Cristianesimo, che non dispensa dalle cose piccole e quotidiane, ma che non deve neanche essere coperta da esse, è questo poter entrare in contatto con Dio.

La seconda cosa, che proprio in questi giorni mi è tornata in mente, riguarda la morale. Sento spesso dire che una nostalgia di Dio, di spiritualità, di religione esiste oggi nelle persone e che si ricomincia anche a vedere nella Chiesa una possibile interlocutrice, dalla quale, a questo riguardo, è possibile ricevere qualcosa. (C'è stato un periodo in cui questo losi cercava in fondo solo nelle altre religioni.) Cresce nuovamente la consapevolezza: la Chiesa è una grande portatrice di esperienza spirituale; è come un albero, nel quale possono porre il loro nido gli uccelli, anche se poi vogliono di nuovo volar via – ma è , appunto, il luogo dove ci i può posare per un certo tempo. Quello che invece risulta molto difficile alla gente è la morale che la Chiesa proclama. Su questo ho riflettuto – ci rifletto già da molto tempo – e vedo sempre più chiaramente che, nella nostra epoca, la morale si è come divisa in due parti. La società moderna non è semplicemente senza morale, ma ha, per così dire, „scoperto" e rivendica un'altra parte della morale che, nell'annuncio della Chiesa negli ultimi decenni e anche di più, forse non è stata abbastanza proposta. Sono i grandi temi della pace, della non violenza, della giustizia per tutti, della sollecitudine per i poveri e del rispetto della creazione. Questo è diventato un insieme etico che, proprio come forza politica, ha un grande potere e costituisce per molti la sostituzione o la successione della religione. In luogo della religione, che è vista come metafisica e cosa dell'al di là – forse anche come cosa individualistica – entrano i grandi temi morali come l'essenziale che poi conferisce all'uomo dignità e lo impegna. Questo è un aspetto, che cioè questa moralità esiste ed affascina anche i giovani, che si impegnano per la pace, per la non violenza, per la giustizia, per i poveri, per la creazione. E sono davvero grandi temi morali, che appartengono del resto anche alla tradizione della Chiesa. I mezzi che si offrono per la loro soluzione sono poi spesso molto unilaterali e non sempre credibili, ma su questo non dobbiamo soffermarci ora. I grandi temi sono presenti.

L'altra parte della morale, che non di rado viene colta in modo assai controverso dalla politica, riguarda la vita. Fa parte di essa l'impegno per la vita, dalla concezione fino alla morte, cioè la sua difesa contro l'aborto, contro l'eutanasia, contro la manipolazione e contro l'auto-legittimazione dell'uomo a disporre della vita. Spesso si cerca di giustificare questi interventi con gli scopi apparentemente grandi di poter con ciò essere utili alle generazioni future e così appare addirittura come cosa morale anche il prendere nelle proprie mani la vita stessa dell'uomo e manipolarla. Ma, dall'altra parte, esiste anche la consapevolezza che la vita umana è un dono che richiede il nostro rispetto e il nostro amore dal primo fino all'ultimo momento, anche per i sofferenti, gli handicappati e i deboli. In questo contesto si pone poi anche la morale del matrimonio e della famiglia. Il matrimonio viene, per così dire, sempre di più emarginato. Conosciamo l'esempio di alcuni Paesi, dove è stata fatta una modifica legislativa, secondo la quale il matrimonio adesso non è più definito come legame tra uomo e donna, ma come un legame tra persone; con ciò ovviamente è distrutta l'idea di fondo e la società, a partire dalle sue radici, diventa una cosa totalmente diversa. La consapevolezza che sessualità, eros e matrimonio come unione tra uomo e donna vanno insieme – "I due saranno una sola carne", dice la Genesi – questa consapevolezza s'attenua sempre di più; ogni genere di legame sembra assolutamente normale – il tutto presentato come una specie di moralità della non-discriminazione e un modo di libertà dovuta all'uomo. Con ciò, naturalmente, l'indissolubilità del matrimonio è diventata un'idea quasi utopica che, proprio anche in molte persone della vita pubblica, appare smentita. Cosi anche la famiglia si disfa progressivamente. Certo, per il problema della diminuzione impressionante del tasso di natalità esistono molteplici spiegazioni, ma sicuramente ha in ciò un ruolo decisivo anche il fatto che si vuole avere la vita per se stessi, che ci si fida poco del futuro e che, appunto, si ritiene quasi non più realizzabile la famiglia come comunità durevole, nella quale può poi crescere la generazione futura.

In questi ambiti, dunque, il nostro annuncio si scontra con una consapevolezza contraria della società, per cosi dire, con una specie di antimoralità che si appoggia su di una concezione della libertà vista come facoltà di scegliere autonomamente senza orientamenti predefiniti, come non-discriminazione, quindi come approvazione di ogni tipo di possibilità, ponendosi così in modo autonomo come eticamente corretto. Ma l'altra consapevolezza non è scomparsa. Essa esiste, e io penso che noi dobbiamo impegnarci per ricollegare queste due parti della moralità e rendere evidente che esse vanno inseparabilmente unite tra loro. Solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino alla morte, è possibile e credibile anche l'etica della pace; solo allora la non violenza può esprimersi in ogni direzione, solo allora accogliamo veramente la creazione e solo allora si può giungere alla vera giustizia. Penso che in ciò abbiamo davanti un grande compito: da una parte, non far apparire il cristianesimo come semplice moralismo, ma come dono nel quale ci è dato l'amore che ci sostiene e ci fornisce poi la forza necessaria per saper "perdere la propria vita"; dall'altra, in questo contesto di amore donato, progredire anche verso le concretizzazioni, per le quali il fondamento ci è sempre offerto dal Decalogo che, con Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere in questo tempo in modo progressivo e nuovo.

Questi erano dunque i temi che credevo di dover e poter ancora aggiungere. Vi ringrazio per la Vostra indulgenza e per la Vostra pazienza. Speriamo che il Signore ci aiuti tutti nel nostro cammino!

grandissimo discorso

stupor-mundi
Sunday, November 12, 2006 2:46 PM
Re: straordinario discorso del papa ai vescovi svizzeri

Scritto da: ratzi.lella 12/11/2006 6.14
CONCLUSIONE DELL’INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I VESCOVI DELLA SVIZZERA (9 NOVEMBRE 2006)


A conclusione dell’Incontro dei Presuli della Svizzera con il Papa e i Capi di alcuni Dicasteri della Curia Romana (Vaticano, 7-9 novembre 2006), il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato - nel pomeriggio di giovedì 9 novembre - il discorso che riportiamo di seguito:

(...)
grandissimo discorso




Ti straquoto: grandissimo discorso veramente!!!!Peccato che i media siano, ancora una volta, distratti da altri dettagli, come ad esempio l'incidente sul "presunto" discorso attribuito a Giovanni Paolo II ma in effetti mai pronunciato!
Sybella
Sunday, November 12, 2006 2:54 PM
Re: Re: straordinario discorso del papa ai vescovi svizzeri

Scritto da: stupor-mundi 12/11/2006 14.46


Ti straquoto: grandissimo discorso veramente!!!!



Come sempre, Benedetto è enorme nella profondità dei discorsi (non dimentichiamo che questa meraviglia è stata pronunciata 'a braccio'...), nell'intelligenza e nell'umiltà!!!
ratzi.lella
Sunday, November 12, 2006 6:01 PM
angelus di oggi
Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:


PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Oggi si celebra in Italia l’annuale Giornata del Ringraziamento, che ha per tema: "La terra: un dono per l’intera famiglia umana". Nelle nostre famiglie cristiane si insegna ai piccoli a ringraziare sempre il Signore, prima di prendere il cibo, con una breve preghiera e il segno della croce. Questa consuetudine va conservata o riscoperta, perché educa a non dare per scontato il "pane quotidiano", ma a riconoscere in esso un dono della Provvidenza. Dovremmo abituarci a benedire il Creatore per ogni cosa: per l’aria e per l’acqua, preziosi elementi che sono a fondamento della vita sul nostro pianeta; come pure per gli alimenti che attraverso la fecondità della terra Dio ci offre per il nostro sostentamento. Ai suoi discepoli Gesù ha insegnato a pregare chiedendo al Padre celeste non il "mio", ma il "nostro" pane quotidiano. Ha voluto così che ogni uomo si senta corresponsabile dei suoi fratelli, perché a nessuno manchi il necessario per vivere. I prodotti della terra sono un dono destinato da Dio "per l’intera famiglia umana".

E qui tocchiamo un punto molto dolente: il dramma della fame che, malgrado anche di recente sia stato affrontato nelle più alte sedi istituzionali, come le Nazioni Unite e in particolare la FAO, rimane sempre molto grave. L’ultimo Rapporto annuale della FAO ha confermato quanto la Chiesa sa molto bene dall’esperienza diretta delle comunità e dei missionari: che cioè oltre 800 milioni di persone vivono in stato di sottoalimentazione e troppe persone, specialmente bambini, muoiono di fame. Come far fronte a questa situazione che, pur denunciata ripetutamente, non accenna a risolversi, anzi, per certi versi si va aggravando? Certamente occorre eliminare le cause strutturali legate al sistema di governo dell’economia mondiale, che destina le maggior parte delle risorse del pianeta a una minoranza della popolazione. Tale ingiustizia è stata stigmatizzata in diverse occasioni dai venerati miei Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II. Per incidere su larga scala è necessario "convertire" il modello di sviluppo globale; lo richiedono ormai non solo lo scandalo della fame, ma anche le emergenze ambientali ed energetiche. Tuttavia, ogni persona e ogni famiglia può e deve fare qualcosa per alleviare la fame nel mondo adottando uno stile di vita e di consumo compatibile con la salvaguardia del creato e con criteri di giustizia verso chi coltiva la terra in ogni Paese.

Cari fratelli e sorelle, l’odierna Giornata del Ringraziamento ci invita, da una parte, a rendere grazie a Dio per i frutti del lavoro agricolo; dall’altra, ci incoraggia a impegnarci concretamente per sconfiggere il flagello della fame. Ci aiuti la Vergine Maria ad essere riconoscenti per i benefici della Provvidenza e a promuovere in ogni parte del globo la giustizia e la solidarietà.


DOPO L’ANGELUS

Sono lieto di salutare i Cooperatori Salesiani convenuti a Roma da varie nazioni per il loro Congresso Mondiale, in occasione del 150° anniversario della morte della serva di Dio Margherita Occhiena, madre di san Giovanni Bosco. Dal Cielo "Mamma Margherita" protegga sempre voi tutti, cari amici, e la grande Famiglia salesiana.

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