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josie '86
Thursday, October 12, 2006 10:54 AM
Da Il Tempo

[DIM]15pt[=DIM][G]Il documento «Motu proprio» sarà firmato dal Pontefice a Natale
Benedetto XVI dà il permesso di celebrare la messa in latino [/G][/DIM]

[G][C]di PAOLO LUIGI RODARI [/C][/G]

[DIM]11pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]IL testo è pronto, manca solo la firma del Papa e potrebbe uscire per Natale. Il documento in questione è un «Motu proprio» - documento scritto di «propria iniziativa» da chi ne ha facoltà -, che potrebbe essere pubblicato già entro la fine del 2006 dal Vaticano e che «riabiliterebbe» la messa detta di San Pio V, ovvero quella celebrata in latino. Un messa che con l'uscita del «Motu proprio» potrà essere liberamente celebrata da chi lo desidera. Una messa che, a onor del vero, non era mai stata abolita. Semplicemente era caduta in disuso dopo il Concilio Vaticano II. Il rito di San Pio V, infatti, venne già riabilitato da Papa Giovanni XXIII nel 1962, con la stesura di un messale che lo riconfermava con piccoli cambiamenti e successivamente nel 1984 quando una lettera di Giovanni Paolo II dichiarò che chiunque avesse voluto celebrare la messa in latino con l'antico rito avrebbe potuto farlo, previa autorizzazione del vescovo. Tuttavia nessuno nella Chiesa si è mai preso la briga di rendere effettivamente pratiche le disposizioni dei due Pontefici. Con il «Motu proprio» di Benedetto XVI, quindi, i dettami rimasti inattuati di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, vengono definitivamente ribaditi senza possibilità di costrizioni. Il «Motu proprio», infatti, agevola l'utilizzo del messale pre-conciliare senza che i vescovi delle diocesi locali possano rifiutarsi, come invece accade oggi. La messa in latino, che non è mai stata dichiarata decaduta, tornerebbe ad avere con questo documento piena cittadinanza, così come quella di altri riti cattolici, dal bizantino, al mozarabico o al sirio-antiocheno. Già in qualità di cardinale, Ratzinger aveva a cuore le sorti della liturgia e lamentava una serie di modifiche «avventurose e spettacolari» al rito, sottolineando che per la messa tridentina (quella in latino, appunto) non vi era la medesima tolleranza. «Personalmente ritengo - aveva dichiarato allora - che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile». «Una comunità - aveva aggiunto Ratzinger - mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive?». La questione della messa tridentina è stata in seguito oggetto di una consultazione all'interno del collegio cardinalizio al concistoro dello scorso febbraio, quando venne assegnato a tre congregazioni l'incarico di procedere per definire i termini del documento: la Congregazione per il Culto Divino, quella della Dottrina della Fede e del Clero, il cui attuale responsabile, il cardinale Dario Castrillon Hoyos da anni è impegnato a tessere i fili per una ricomposizione dello scisma lefebvriano. In un'intervista al periodico «30 Giorni», anche monsignor Malcom Ranjith, segretario della Congregazione per il culto divino, ha ribadito che la messa tridentina «non è una proprietà privata dei lefebvriani» ma «un tesoro della Chiesa e di noi tutti. Come il Papa ha detto l'anno scorso non è un momento di rottura, ma di rinnovamento nella continuità. Non si butta via il passato, ma si cresce su di esso». I lefebvriani, scomunicati da Giovanni Paolo II per la decisione dello stesso Lefebvre di ordinare senza il mandato di Roma alcuni vescovi non hanno mai rinunciato a celebrare la messa secondo l'antico rito. Il «Motu proprio» non prevede la revoca della scomunica anche se pare che questa possa avvenire in seguito, forse per Pasqua.

[S]giovedì 12 ottobre 2006 [/S][/FONT][/DIM]



ratzi.lella
Thursday, October 12, 2006 1:00 PM
piccola polemica...
diamo a ratzi cio' che e' di ratzi e agli altri pontefici cio' che e' di altri pontefici...

sembra quasi che papa benedetto non faccia nulla che non sia stato gia' pensato dai predecessori.
la verita' e' papa wojtyla non ha mai liberalizzato con motu proprio la messa tridentina, cosa che, invece, si appresta a fare papa ratzi
Francesca.Pisa
Thursday, October 12, 2006 3:10 PM
Benedetto ha ricevuto il presidente consiglio ministri polacco
COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE

Stamane, il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica di Polonia, S.E. il Sig. Jaroslaw Kaczynski, ha reso visita a Sua Santità Benedetto XVI e, successivamente, si è incontrato con l’Em.mo Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato.

Nel corso dei colloqui vi è stato uno scambio di opinioni sulla situazione internazionale, con particolare riguardo al processo di integrazione europea e alle tematiche relative alle radici cristiane del Continente. In tale occasione vi è stato anche un riferimento ai problemi morali e religiosi che oggi toccano la vita degli Stati, specialmente quelli relativi alla bioetica, alla difesa e promozione della vita e della famiglia, alla solidarietà, alla libertà religiosa e al dialogo tra le culture.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

josie '86
Thursday, October 12, 2006 7:24 PM
Incontro con Prodi (alias: Mò vengono i paliatoni papali per il Mortadella!)

[DIM]15pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]Domani Prodi incontra il Papa
Probabilmente il Professore e il Benedetto XVI toccheranno i principali nodi del rapporto fra Stato e Chiesa, a partire dall'etica[/FONT][/DIM]

[DIM]11pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]Città del Vaticano, 12 ottobre 2006 - Primo faccia a faccia domani mattina tra il presidente del Consiglio Romano Prodi e Papa Ratzinger.
Il premier varcherà la soglia del Portone di Bronzo poco prima delle 11, quando è fissata l'udienza privata con il pontefice. Intanto cresce l'attesa per le parole che i due si scambieranno domani e per i temi del colloquio privato che saranno affrontati all'interno della Biblioteca privata nel Palazzo Apostolico.

Il premier italiano parteciperà giovedì 19 ottobre alla solenne messa presieduta da Papa Ratzinger allo Stadio Bentegodi di Verona a conclusione del Convegno ecclesiale della Cei che si tiene nella città scaligera dal 16 al 20 ottobre.

Subito dopo Prodi, domani Benedetto XVI riceverà in udienza privata il Dalai Lama, massima autorità spirituale del buddismo tibetano, giunto oggi a Roma. L'udienza è fissata alle 11.30 di domani mattina. [/FONT][/DIM]

[FONT]Verdana[=FONT][DIM]11pt[=DIM][S][G]IL PROGRAMMA DELLA VISITA [/G][/S]

Quella di domani mattina sara' la prima visita ufficiale di Romano Prodi a Benedetto XVI. Oltre alla moglie Flavia a far parte della delegazione presidenziale ci saranno i piu' stretti collaboratori del Primo Ministro: il sottosegretario Enrico Letta, Sergio Malinconico, segretario generale della Presidenza, il portavoce Silvio Sircana, il consigliere diplomatico, Stefano Sannino, il capo del cerimoniale della presidenza, Massimo Sgrelli e l'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Giuseppe Balboni Acqua.

Il corteo d'auto entrera' in Vaticano dall'Arco delle Campane una mezz'ora prima dell'incontro, per dirigersi verso il Cortile di San Damaso.
Il cerimoniale prevede che all'arrivo di Prodi sia schierato un picchetto d'onore di Guardie Svizzere mentre alla banda pontificia spetta l'esecuzione degli inni nazionali, quello di Mameli e la Marcia Pontificia di Gounod. Subito dopo otto Gentiluomini del Papa assieme al Prefetto della Casa Pontificia, l'arcivescovo americano monsignor James Harvey, scorteranno il Primo Ministro fino all'appartamento papale. Prima di giungere alla biblioteca, la delegazione attraversera' vari saloni. Nella Sala Clementina e' previsto il passaggio davanti al secondo picchetto d'onore. Benedetto XVI accogliera' l'ospite sulla soglia per introdurlo all'interno dove avverra' il colloquio a tu per tu.

[S][G]I POSSIBILI TEMI [/G][/S]
Un incontro, quello di domani, sui cui contenuti c'e' il piu' stretto riserbo benche' si possa ipotizzare che il Pontefice ed il Professore possano toccare i principali nodi del rapporto tra Stato e Chiesa e passare in rassegna alle relazioni bilaterali.
Il dibattito politico sui temi dell'etica (dai pacs all'eutanasia ai limiti della ricerca scientifica) interessa fortemente il Vaticano. E su questi argomenti Benedetto XVI e Prodi potrebbero avere un confronto, senza tralasciare le delicate questioni internazionali aperte, a partire dalla situazione mediorientale, che vede l'Italia in prima fila nella missione Unifil in Libano, fino ai rapporti tra Occidente e mondo islamico.

L'incontro arriva, oltretutto a pochi giorni dalle polemiche politiche sulla sicurezza del Papa e a breve distanza dal delicatissimo viaggio del Pontefice in Turchia previsto per il 30 novembre.

Dopo Prodi, sara' il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ad essere ricevuto, a novembre, da Benedetto XVI, che cosi' riapre di fatto la fase degli incontri istituzionali con esponenti politici italiani, dopo la pausa osservata durante il periodo pre-elettorale. Il Pontefice aveva ricevuto il 3 maggio del 2005, il mese dopo il Conclave, l'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ricambiando poco dopo la sua visita di Stato salendo il 24 giugno sul Colle. Sempre nei primi mesi di pontificato aveva concesso udienza al segretario dell'Udeur, Clemente Mastella, accompagnato dai figli e dalla moglie Sandra in occasione del venticinquesimo anniversario del loro matrimonio. Nell'estate dell'anno scorso, a Castel Gandolfo, aveva incontrato, in forma strettamente privata, il leader della Margherita, Francesco Rutelli.[/DIM][/FONT]
lunaperversa
Thursday, October 12, 2006 7:30 PM
CHE BELLO LA MESSA IN LATINO, NON VEDO L'ORA!!!!!!!!
euge65
Thursday, October 12, 2006 7:41 PM
Re: In nomine Ratzinger
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Francesca.Pisa 11/10/2006 12.35
In nomine Ratzinger

Papa Benedetto XVI vuole ripristinare la messa in latino in tutte le chiese cattoliche del mondo. Oscurantismo o doveroso ritorno alle origini?

di: Van der Blogger
Ritorno al passato

Sfogliando il corriere on line ho appreso una notizia che mi ha lasciato basito: Benedictum XVI vuole ripristinare la messa in latino in tutte le chiese cattoliche del mondo.

Ho fatto un po' di ricerca ed ho scoperto che non è una trovata di Papa Ratzinger, ma fior fior di intellettuali cattolici e laici appoggia la messa nella lingua che fu dell'Impero Romano. Antonio Socci ne ha scritto un articolo dove è chiarissimo che, quando Paolo VI istituì la messa in volgare, quella era stato un colpo di mano della minoranza progressista in seno ai cattolici.

Tra le motivazioni principali viene snocciolato il discorso della tradizione millenaria, a beneficio del quale si è pronti a sacrificare la comprensione a chi sta seduto sulle panche.

Paradossalmente però un'altra motivazione data è quella secondo cui, così facendo, si rafforzerebbe l'intera cristianità, visto che da quando la messa è celebrata in volgare, c'è stato un indebolimento in termini di fedeli.

Questa cosa proprio non la capisco, spiegatemela voi. Sarà che non sono proprio il primo paladino della dottrina e dei dogmi cattolici, sarà che non condivido tante di quelle cose... sarà che a mio modestissimo parere la Bibbia parla un altra lingua su tanti punti rispetto alla Santa Romana Chiesa. Saranno tutte queste cose ma la messa in latino mi pare una cosa davvero scriteriata... mancherebbe solo abolire la stampa della Bibbia nelle lingue volgari e permetterla solo in latino... addio Lutero.

Ovviamente la mia mente malpensante mi fa odore di oscurantismo, ma mi auguro così non sia.
Ma comunque continuio a non capire... Onestamente mi innervosirei da matti ad ascoltare qualcosa che non capisco... Immagino le benedizioni a sentire un omelia in cinese o in indiano...

Ma comunque, forse anche per questo non sono cattolico.

Ah dimenticavo... la notizia, riportata dal Corriere, è stata data dal Times, che sul suo sito internet ha dato spazio persino alla celeberrima inchiesta dell Iene tra Parlamentari e droga...

Ma questa è un'altra storia, una storia fatta di ipocrisia e perbenismo. Chissà se, come dice Capezzone, un cano-poliziotto entrando a Montecitorio impazzirebbe... a questo punto credo che la risposta sia si. Ma è un altra storia...

Potete dire la vostra a riguardo...........

Io dico che In nomine Ratzinger vengono sempre e solo cose stupende!!!!!!!!!!!!! Quindi.......
.............GRAZIE BENEDETTO!!!!!!!!!!!!!!!!



Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

[/DIM][/QUOTE]

QUOTO CON TE FRANCESCA ED AGGIUNGO CHE ERA ORE CHE LA MESSA RITORNI AD ESSERE UNA CELEBRAZIONE VERA E DIGNITOSA !!!!!!!!!!!!
GRAZIE BENEDETTO PER LA TUA VOLONTA' DI RIDARE ALLA CHIESA ED ALLE SUE FUNZIONI LITURGICHE IL LORO PROFONDO SIGNIFICATO E LA LORO DIGNITA'!!!!!!!!!!!!!!
BENVENGA IL " IN NOMINE RATZINGER"
Sybella
Thursday, October 12, 2006 11:28 PM
Re: Re: In nomine Ratzinger

Scritto da: euge65 12/10/2006 19.41

GRAZIE BENEDETTO PER LA TUA VOLONTA' DI RIDARE ALLA CHIESA ED ALLE SUE FUNZIONI LITURGICHE IL LORO PROFONDO SIGNIFICATO E LA LORO DIGNITA'!!!!!!!!!!!!!!
BENVENGA IL " IN NOMINE RATZINGER"



Non vedo l'ora di andare avanti, sempre e comunque IN NOMINE RATZINGER!!!!
josie '86
Friday, October 13, 2006 12:00 PM
Dall'AGI

[DIM]15pt[=DIM][G]PRODI DAL PAPA: UNA STRETTA DI MANO CON BENEDETTO XVI[/G][/DIM]

([DIM]11pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]AGI) - CdV, 13 ott. - Una stretta di mano tra Papa Ratzinger e il premier Prodi, che ha anche accennato ad un inchino. Cosi' e' iniziato l'incontro nella biblioteca privata del Palazzo Apostolico, dove Prodi e' stato ammesso alle 11 precise. Il Papa lo ha accolto all'interno con un grande sorriso. Subito i fotografi hanno chiesto a entrambi di girarsi a loro favore, "E' nostro dovere", ha commentato il premier.
Romano Prodi era arrivato con qualche minuto di anticipo nella Sala del Tronetto, dopo aver attraversato i saloni dell'appartamento alla Terza Loggia del Palazzo Apostolico. La moglie Flavia lo seguiva scortata da un dignitario vaticano.
Anche Prodi ha poi conversato in attesa del Pontefice con alcuni dignitari vaticani, tra i quali c'era il direttore amministrativo dell'Universita' Cattolica dottor Antonio Cicchetti.[/FONT][/DIM]
Francesca.Pisa
Friday, October 13, 2006 3:31 PM
sante parole di santissima persona...leggete........
DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
DEL CANADA OCCIDENTALE
IN VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM"

Lunedì, 9 ottobre 2006


Cari Fratelli Vescovi.

"Bisognava far festa e rallegrarsi... perché è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15, 32). Con affetto fraterno vi porgo il benvenuto, Vescovi della Conferenza Cattolica occidentale del Canada e ringrazio il Vescovo Wiesner per i buoni auspici che mi ha trasmesso a vostro nome. Li ricambio con calore e assicuro voi e quanti sono affidati alla vostra cura pastorale delle mie preghiere e della mia sollecitudine. Il vostro incontro con il Successore di Pietro conclude le visite ad Limina Apostolorum della Conferenza Episcopale Canadese. Nonostante il clima sempre più secolare dell'ambito in cui esercitate il vostro ministero, i vostri resoconti contengono molto da cui potete trarre incoraggiamento. In particolare, sono stato lieto di osservare la sollecitudine e la generosità dei vostri sacerdoti, la dedizione abnegata dei religiosi presenti nelle vostre Diocesi e la sempre maggiore disponibilità dei laici a incoraggiare la propria testimonianza della verità e dell'amore di Cristo nelle loro case, nelle scuole, sui luoghi di lavoro e nella sfera pubblica.

La parabola del figliol prodigo è uno dei passi più apprezzati delle Sacre Scritture. La sua profonda illustrazione della misericordia di Dio e l'importante desiderio umano di conversione e di riconciliazione, come pure la ripresa dei rapporti interrotti, parlano agli uomini e alle donne di ogni età. La tentazione dell'uomo di esercitare la propria libertà allontanandosi da Dio è frequente. Ora, l'esperienza del figliol prodigo ci fa constatare sia nella storia sia nella nostra vita che quando la libertà viene ricercata al di fuori di Dio il risultato è negativo: perdita della dignità personale, confusione morale e disgregazione sociale. Al contrario, l'amore appassionato del Padre per l'umanità vince l'orgoglio umano. Donato gratuitamente, è un amore che perdona e che porta le persone a entrare più profondamente nella comunione della Chiesa di Cristo. Offre veramente a tutti i popoli l'unità in Dio e, come mostra in maniera perfetta il Cristo sulla Croce, riconcilia la giustizia e l'amore" (cfr Deus caritas est, n. 10).

E che dire del fratello maggiore? Non è forse egli, in un certo senso, anche tutti gli uomini e tutte le donne? Forse, soprattutto quelli che si allontanano tristemente dalla Chiesa? La sua razionalizzazione del proprio atteggiamento e delle proprie azioni suscita una certa simpatia, ma, in ultima analisi, descrive la sua incapacità di comprendere l'amore incondizionato. Incapace di pensare al di là dei limiti della giustizia naturale, resta intrappolato nell'invidia e nell'orgoglio, staccato da Dio, isolato dagli altri e a disagio con se stesso.

Cari Fratelli, che la riflessione sui tre personaggi di questa parabola, ossia il Padre nella sua abbondante misericordia, il figlio più giovane nella sua gioia di essere perdonato e il fratello maggiore nel suo tragico isolamento, vi confermi nel vostro desiderio di affrontare la perdita del senso del peccato, a cui avete fatto riferimento nei vostri resoconti. Questa priorità pastorale riflette la grande speranza che i fedeli sperimentino l'amore infinito di Dio quale chiamata ad approfondire la loro unità ecclesiale e a superare la divisione e la frammentazione che tanto spesso feriscono le famiglie e le comunità di oggi. Da questo punto di vista, la responsabilità del Vescovo di indicare la presenza distruttiva del peccato è prontamente intesa quale servizio di speranza: rafforza i credenti affinché evitino il male e scelgano la perfezione dell'amore e la pienezza della vita cristiana.

Desidero, quindi, lodare la vostra promozione del Sacramento della Penitenza. Sebbene questo Sacramento sia spesso considerato con indifferenza, ciò che produce è proprio quella completa guarigione alla quale aneliamo. Un rinnovato apprezzamento di questo Sacramento confermerà che il tempo impiegato nel confessionale trae il bene dal male, ripristina la vita dalla morte e rivela di nuovo il volto misericordioso del Padre.

Per comprendere il dono di riconciliazione è necessaria una attenta riflessione sui modi per suscitare conversione e penitenza nel cuore dell'uomo (cfr Reconciliatio et paenitentia, n. 23). Sebbene le manifestazioni del peccato abbondino, avidità e corruzione, rapporti rovinati dal tradimento e sfruttamento di persone, il riconoscimento della peccaminosità individuale viene meno. Oltre a questo affievolirsi del riconoscimento del peccato, con il corrispondente indebolirsi del bisogno di ricercare il perdono, si verifica, in definitiva, un affievolirsi del nostro rapporto con Dio (cfr Discorso in occasione dei Vespri ecumenici, Ratisbona, 12 settembre 2006).

Non sorprende che questo fenomeno sia particolarmente pronunciato in società caratterizzate da una ideologia secolarista post-illuminista. Laddove Dio viene escluso dalla sfera pubblica, il senso di offesa a Dio - l'autentico senso del peccato - svanisce e proprio quando il valore assoluto delle norme morali viene relativizzato, le categorie di bene o di male svaniscono insieme alla responsabilità individuale. Tuttavia, la necessità umana di riconoscere ed affrontare il peccato non viene mai meno, indipendentemente da quanto un individuo possa, come il fratello maggiore, razionalizzare il contrario. Come ci dice san Giovanni "se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi" (1 Gv 1, 8). Ciò è parte integrante della verità sulla persona umana. Quando la necessità di cercare il perdono e la disponibilità a perdonare vengono dimenticate, al loro posto sorge una inquietante cultura del biasimo e della litigiosità. Tuttavia quest'orribile fenomeno si può eliminare. Seguire la luce della verità taumaturgica di Cristo significa dire con il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo" e dobbiamo essere lieti "perché questo tuo fratello... era perduto... ed è stato ritrovato" (Lc 15, 31-32).

La pace e l'armonia durature tanto anelate dagli individui, dalle famiglie e dalla società sono al centro della vostra sollecitudine nell'approfondire la riconciliazione e la comprensione con molte delle Prime Nazioni della vostra regione. Si è ottenuto molto. A questo proposito, ho appreso da voi con gioia dell'opera del Consiglio Aborigeno Cattolico per la Riconciliazione e degli scopi che l'Amerindian Fund si prefigge. Tali iniziative suscitano speranza e rendono testimonianza dell'amore di Cristo che ci spinge (cfr 2 Cor 5, 14). Tuttavia bisogna ancora fare molto. Quindi, vi incoraggio ad affrontare con compassione e determinazione le cause delle difficoltà relative alle necessità sociali e spirituali dei fedeli aborigeni. L'impegno per la verità apre la via a una riconciliazione duratura attraverso un processo di guarigione che implica il chiedere e il concedere il perdono, due elementi indispensabili alla pace. In tal modo la nostra memoria viene purificata, il nostro cuore reso sereno e il nostro futuro riempito di una speranza ben fondata nella pace che scaturisce dalla verità.

Con affetto fraterno condivido queste riflessioni con voi e vi assicuro delle mie preghiere mentre cercate di rendere la missione santificatrice e riconciliatrice della Chiesa sempre più apprezzata e riconoscibile nelle vostre comunità ecclesiali e civiche. Con questi sentimenti vi affido a Maria, la Madre di Gesù, e all'intercessione della beata Kateri Tekakwitha. A voi e ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e ai fedeli laici delle vostre Diocesi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca




ratzi.lella
Saturday, October 14, 2006 10:04 AM
grande discorso
grazie francesca


DALAI LAMA/A ROMA DAL PAPA E PER CERCARE SOSTEGNO A TIBET -punto
Ieri con politici, oggi con pontefice, domani laurea a Roma Tre

Roma, 13 ott. (Apcom) - E' stato "l'incontro con il Papa" il momento "più significativo" del viaggio del XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, a Roma. Una visita, quella nella Capitale, che si è snodata su due direzioni: l'incontro con il pontefice, il primo fra i due motivato dalla volontà di un "dialogo incentrato sulla promozione dei valori umani e dell'armonia religiosa".

Il secondo piano, l'incontro con le autorità politiche, tra cui il presidente della Camera Fausto Bertinotti e quello del Senato, Franco Marini, per riaffermare il diritto del Tibet "non ad una indipendenza - quella è questione chiusa - ma una autonomia reale". Ieri l'incontro con i vertici politici; oggi l'incontro con Benedetto XVI e con la stampa. Domani, infine, il conferimento della Laurea Honoris Causa in Biologia da parte dell'Università Roma Tre.

L'INCONTRO CON BENEDETTO XVI: COLLABORIAMO PER 'ARMONIA RELIGIOSA'

Il tema della "promozione dei valori umani, dell'armonia sul piano religioso e l'importanza dell'ambiente". Sono stati questi i temi al centro del "breve ma piacevole incontro" tra il Dalai Lama e il Papa. E' stato lo stesso leader spirituale del buddismo tibetiano a riferirlo. "Ci siamo trovati d'accordo su questi fronti - ha spiegato Tenzin Gyatso incontrando la stampa - quella con il Papa è stata una visita piacevole e la più importante del mio viaggio qui a Roma. Con Benedetto XVI abbiamo anche parlato del rapporto fra fede e ragione".


Il Papa incontra Dalai Lama in visita di basso profilo

CITTA' DEL VATICANO (Reuters) - Papa Benedetto ha incontrato oggi il Dalai Lama, ma il Vaticano, che ha relazioni molto difficili con la Cina, ha dato alla visita del leader in esilio dei tibetani buddhisti un basso profilo.

Un portavoce del Vaticano ha confermato che la visita ha avuto luogo stamattina, ma ha voluto precisare che si è trattato di un incontro "rigorosamente privato e di natura strettamente religiosa".

Il nome del Dalai Lama non appare nella lista di persone che il Papa dovrebbe ricevere nella giornata di oggi al Vaticano . Di solito il comunicato elenca i nomitativi della maggior parte dei visitatori, compresi i leader religiosi.

Il Dalai Lama vive in India dal 1959, dopo il tentativo fallito di ribellarsi al dominio cinese in Tibet. Le truppe comuniste sono entrate in Tibet nel 1950 e hanno rovesciato l'amministrazione buddista del paese.

Pechino non ha relazioni diplomatiche con il Vaticano dal 1951, due anni dopo che il Partito Comunista salì al potere.

La Cina concede ai cattolici di pregare secondo le regole della chiesa appoggiata dallo stato, la quale non riconosce l'autorità del Papa.

Il Vaticano stima che siano circa otto milioni i cattolici cinesi che si recano a pregare nelle "chiese sotterranee" non riconosciute dal governo di Pechino, contro i circa cinque milioni di fedeli riconosciuti dalla Chiesa controllata dallo stato.

Pechino vorrebbe che il Vaticano interrompesse ogni relazione con Taiwan, l'isola autonoma che Pechino definisce una provincia secessionista, come condizione indispensabile per riallacciare i rapporti.
Francesca.Pisa
Saturday, October 14, 2006 4:36 PM
Le parole del Papa di stamani ai fedeli di Padre Pio
Il popolo di padre Pio in piazza San Pietro. Il papa: Dio è amore

di Mattia Bianchi/ 14/10/2006

Una festa di fede e di preghiera per ricordare i 50 anni della Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale voluto da san Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo. Stamani, l'incontro di Benedetto XVI con il ''popolo di padre Pio''.

CITTA’ DEL VATICANO – Una festa di fede e di preghiera per ricordare i 50 anni della fondazione della Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale voluto da san Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo. Per l’occasione, sono arrivati a Roma i rappresentanti degli oltre 3mila gruppi di preghiera di padre Pio, accompagnati dai frati cappuccini e da una delegazione della diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Oltre 30mila persone che hanno partecipato ieri ad una catechesi di mons. Angelo Com’astri in Aula Paolo VI e stamani ad una messa celebrata dal cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, seguita dall’udienza del papa in piazza San Pietro.

Parlando della grande struttura ospedaliera di San Giovanni Rotondo, Benedetto XVI ha ricordato che “Padre Pio volle chiamarla “casa” perché il malato, specialmente quello povero, si sentisse in essa a proprio agio, accolto in un clima familiare, e in questa casa egli potesse trovare “sollievo” alla sua sofferenza”. “Sollievo – ha detto il papa - grazie a due forze convergenti: la preghiera e la scienza”, partendo dal presupposto che “la fede in Dio e la ricerca scientifica cooperano al medesimo fine, che si può esprimere nel modo migliore con le parole di Gesù stesso: “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Ne è seguita una riflessione appassionata intorno alla sfera scientifica e tecnologica “che è propria dell’ospedale” e la preghiera che, invece, “si estende a tutta l’opera di Padre Pio”. “Essa è l’elemento, per così dire, trasversale – chiarisce Benedetto XVI - l’anima di ogni iniziativa, la forza spirituale che muove tutto e tutto orienta secondo l’ordine della carità, che è ultimamente Dio stesso”. Perché “Dio è amore” e compito del cristiano è fare altrettanto, sia verso Dio stesso che verso il prossimo. “Preghiera e carità” come un binomio indissolubile.

Ed è proprio questa la testimonianza di padre Pio, un “uomo di Dio”, dice il papa, convinto che “senza di Lui nulla può reggersi”. “Le opere di padre Pio offrono un esempio straordinario di questa verità: la Casa Sollievo si può ben definire un “miracolo”. “Chi poteva umanamente pensare – si chiede Benedetto XVI - che accanto al piccolo convento di San Giovanni Rotondo sarebbe sorto uno degli Ospedali più grandi e più moderni del Meridione d’Italia? Chi, se non l’uomo di Dio, che guarda la realtà con gli occhi della fede e con una grande speranza, perché sa che a Dio nulla è impossibile?”.

L’esempio del santo di Pietrelcina è stato messo in evidenza anche dal cardinale Tarcisio Bertone. Nell’omelia della messa, il segretario di Stato ha parlato di “umiltà e fiducia dei semplici e dei piccoli” e al tempo stesso della croce come “mistero di dolore e di gioia, di passione e di gloria”. ”L'esistenza di Padre Pio – ha detto il cardinale - testimonia che la croce è sorgente di amore, di misericordia e di perdono. Ai piedi del crocifisso egli imparò a servire i fratelli e a spendersi per la loro eterna salvezza”. Dalla vita di Padre Pio, inoltre, “traspare un altro insegnamento: l'importanza della preghiera”. Una realtà sperimentata concretamente dagli oltre 3mila gruppi sparsi in chiese, parrocchie, ospedali e conventi di tutto il mondo. È questa l’eredità più bella del frate di San Giovanni Rotondo che per tutta la vita raccomandava ai suoi figli spirituali di pregare. E l’incontro di Roma ha senza dubbio dato la possibilità di confermare di nuovo questo stile.


Il testo integrale del discorso del papa

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Con grande gioia vi incontro in questa Piazza, che nel 1999 e nel 2002 ha visto le memorabili celebrazioni di beatificazione e di canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina. Oggi siete venuti numerosi in occasione del 50° anniversario di quella che costituisce una parte cospicua e integrante della sua opera: la Casa Sollievo della Sofferenza. Vi accolgo con affetto e rivolgo a ciascuno di voi il mio saluto cordiale: all’Arcivescovo Umberto D’Ambrosio, che ringrazio per le sue gentili parole; ai Frati Cappuccini del Santuario e della Provincia; ai dirigenti, ai medici, agli infermieri e al personale dell’Ospedale; ai membri dei Gruppi di Preghiera, provenienti da ogni parte d’Italia e anche da altri Paesi; e ai pellegrini della diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Tutti insieme voi formate una grande famiglia spirituale, perché vi riconoscete figli di Padre Pio, un uomo semplice, un "povero Frate", come diceva lui, al quale Dio ha affidato il perenne messaggio del suo Amore crocifisso per l’intera umanità.

Primi eredi della sua testimonianza siete voi, cari Frati Cappuccini, che custodite il Santuario di Santa Maria delle Grazie e la nuova grande chiesa intitolata a San Pio da Pietrelcina. Voi siete i principali animatori di quei luoghi di grazia, meta ogni anno di milioni di pellegrini. Spronati e sostenuti dall’esempio di Padre Pio e dalla sua intercessione, sforzatevi di essere voi stessi suoi imitatori per aiutare tutti a vivere una profonda esperienza spirituale, centrata sulla contemplazione di Cristo Crocifisso, rivelatore e mediatore dell’amore misericordioso del Padre celeste.

Dal cuore di Padre Pio, ardente di carità, ha preso origine la Casa Sollievo della Sofferenza, che già col suo nome manifesta l’idea ispiratrice da cui è sorta ed il programma che intende realizzare. Padre Pio volle chiamarla "casa" perché il malato, specialmente quello povero, si sentisse in essa a proprio agio, accolto in un clima familiare, e in questa casa egli potesse trovare "sollievo" alla sua sofferenza. Sollievo grazie a due forze convergenti: la preghiera e la scienza. Questa era l’idea del Fondatore, che va sempre tenuta ben presente e fatta propria da tutti coloro che operano nell’Ospedale. La fede in Dio e la ricerca scientifica cooperano al medesimo fine, che si può esprimere nel modo migliore con le parole di Gesù stesso: "perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Sì, Dio è vita, e vuole che l’uomo sia guarito da ogni male del corpo e dello spirito. Per questo Gesù si prese cura instancabilmente dei malati, preannunciando con la loro guarigione il Regno di Dio ormai vicino. Per lo stesso motivo la Chiesa, grazie ai carismi di tanti santi e sante, ha prolungato e diffuso nel corso dei secoli questo ministero profetico di Cristo, mediante innumerevoli iniziative nel campo della sanità e del servizio ai sofferenti.

Se la dimensione scientifica e tecnologica è propria dell’Ospedale, la preghiera invece si estende a tutta l’opera di Padre Pio. E’ l’elemento, per così dire, trasversale: l’anima di ogni iniziativa, la forza spirituale che muove tutto e tutto orienta secondo l’ordine della carità, che è ultimamente Dio stesso. Dio è amore. Perciò il binomio fondamentale che desidero riproporre alla vostra attenzione è quello che sta al centro della mia Enciclica: amore di Dio e amore del prossimo, preghiera e carità (cfr Deus caritas est, 16-18). Padre Pio è stato anzitutto un "uomo di Dio". Fin da bambino, egli si è sentito chiamare da Lui e ha risposto "con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze" (cfr Dt 6,5). Così l’amore divino ha potuto prendere possesso della sua umile persona e farne uno strumento eletto dei suoi disegni di salvezza. Sia lodato Dio, che in ogni tempo sceglie anime semplici e generose per compiere grandi cose (cfr Lc 1,48-49)! Tutto nella Chiesa viene da Dio, e senza di Lui nulla può reggersi. Le opere di Padre Pio offrono un esempio straordinario di questa verità: la Casa Sollievo si può ben definire un "miracolo". Chi poteva umanamente pensare che accanto al piccolo convento di San Giovanni Rotondo sarebbe sorto uno degli Ospedali più grandi e più moderni del Meridione d’Italia? Chi, se non l’uomo di Dio, che guarda la realtà con gli occhi della fede e con una grande speranza, perché sa che a Dio nulla è impossibile?

Ecco perché la festa della Casa Sollievo della Sofferenza è al tempo stesso la festa dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio, cioè di quella parte della sua opera che "bussa" continuamente al cuore di Dio, come un esercito di intercessori e di riparatori, per ottenere le grazie necessarie alla Chiesa e al mondo. Cari amici dei Gruppi di Preghiera, la vostra origine risale all’inverno del 1942, mentre la seconda guerra mondiale sconvolgeva l’Italia, l’Europa e il mondo. Il 17 febbraio di quell’anno il mio venerato Predecessore, Papa Pio XII, lanciò un appello al popolo cristiano perché molti si riunissero a pregare insieme per la pace. Padre Pio incitò i suoi figli spirituali a rispondere prontamente alla chiamata del Vicario di Cristo. Così nacquero i Gruppi di Preghiera, e come centro organizzativo ebbero proprio la Casa Sollievo della Sofferenza, che era ancora in costruzione. Un’immagine, questa, che rimane un simbolo eloquente: l’Opera di Padre di Pio come un grande "cantiere" animato dalla preghiera e destinato alla carità operosa. I Gruppi di Preghiera si sono diffusi nelle parrocchie, nei conventi, negli ospedali, ed oggi sono più di tremila sparsi in tutti i continenti. Voi, qui oggi, ne siete una folta rappresentanza! Quella originaria risposta data all’appello del Papa ha segnato per sempre il carattere della vostra "rete" spirituale: la vostra preghiera, come recita lo Statuto, è "con la Chiesa, per la Chiesa e nella Chiesa" (Proemio), da vivere sempre in adesione piena al Magistero, nell’obbedienza pronta al Papa e ai Vescovi, sotto la guida del presbitero nominato dal Vescovo. Sempre lo Statuto prescrive anche un impegno essenziale dei Gruppi di Preghiera, e cioè la "carità fattiva e operosa a sollievo dei sofferenti e dei bisognosi come attuazione pratica della carità verso Dio" (ibid.). Ecco nuovamente il binomio preghiera e carità, Dio e prossimo. Il Vangelo non consente scappatoie: chi si rivolge al Dio di Gesù Cristo viene spinto a servire i fratelli, e viceversa chi si dedica ai poveri vi scopre il misterioso volto di Dio.

Cari amici, il tempo è trascorso, ed è giunto il momento di concludere. Desidero lasciarvi il mio "grazie" sincero per il sostegno che mi date con la vostra preghiera. Il Signore vi ricompensi! Al tempo stesso, per la comunità di lavoro della Casa Sollievo della Sofferenza domando la speciale grazia di essere sempre fedele allo spirito e al progetto di Padre Pio. Affido questa preghiera alla celeste intercessione di Padre Pio e della Vergine Maria. Con questi sentimenti imparto di cuore a tutti voi e ai vostri cari la Benedizione Apostolica.

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

Paparatzifan
Sunday, October 15, 2006 10:28 PM
Re: Da Il Giornale

Scritto da: josie '86 11/10/2006 9.38
Torna la messa in latino Pronto il decreto del Papa

Andrea Tornielli


[Non so come la prenderemo noi questa cosa, ma certo è che il Papa è il Papa! Non mi dispiacerebbe la Messa in latino...Rafforzerà in me la conoscenza di questa lingua! ]

[Modificato da josie '86 11/10/2006 9.43]



Da quando ho conosciuto il tuo pensiero dopo aver letto il "Rapporto sulla fede" nel lontano 1984 ho scoperto quanto coincidenti erano le nostre idee sulla Chiesa. In quel momento non avrei mai immaginato che potresti diventare Papa! Ora che lo sei, i miei sogni stanno diventando realtà!!! Non avrei mai immaginato che un giorno diventiresti il Papa dei miei sogni...

GRANDE, RATZI!!!!!!!!!
Sihaya.b16247
Sunday, October 15, 2006 11:19 PM
Omelia di oggi 5 ottobre
OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Quattro nuovi Santi vengono oggi proposti alla venerazione della Chiesa universale: Rafael Guízar y Valencia, Filippo Smaldone, Rosa Venerini e Théodore Guérin. I loro nomi saranno ricordati per sempre. Per contrasto, viene subito da pensare al "giovane ricco", di cui parla il Vangelo appena proclamato. Questo giovane è rimasto anonimo; se avesse risposto positivamente all’invito di Gesù, sarebbe diventato suo discepolo e probabilmente gli Evangelisti avrebbero registrato il suo nome. Da questo fatto si intravede subito il tema della Liturgia della Parola di questa domenica: se l’uomo ripone la sua sicurezza nelle ricchezze di questo mondo non raggiunge il senso pieno della vita e la vera gioia; se invece, fidandosi della parola di Dio, rinuncia a se stesso e ai suoi beni per il Regno dei cieli, apparentemente perde molto, in realtà guadagna tutto. Il Santo è proprio quell’uomo, quella donna che, rispondendo con gioia e generosità alla chiamata di Cristo, lascia ogni cosa per seguirlo. Come Pietro e gli altri Apostoli, come santa Teresa di Gesù che oggi ricordiamo, e innumerevoli altri amici di Dio, anche i nuovi Santi hanno percorso questo esigente, ma appagante itinerario evangelico ed hanno ricevuto "il centuplo" già nella vita terrena insieme con prove e persecuzioni, e poi la vita eterna.

Gesù, dunque, può veramente garantire un’esistenza felice e la vita eterna, ma per una via diversa da quella che immaginava il giovane ricco: non cioè mediante un’opera buona, una prestazione legale, bensì nella scelta del Regno di Dio quale "perla preziosa" per la quale vale la pena di vendere tutto ciò che si possiede (cfr Mt 13,45-46). Il giovane ricco non riesce a fare questo passo. Malgrado sia stato raggiunto dallo sguardo pieno d’amore di Gesù (cfr Mc 10,21), il suo cuore non è riuscito a distaccarsi dai molti beni che possedeva. Ecco allora l’insegnamento per i discepoli: "Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!" (Mc 10,23). Le ricchezze terrene occupano e preoccupano la mente e il cuore. Gesù non dice che sono cattive, ma che allontanano da Dio se non vengono, per così dire, "investite" per il Regno dei cieli, spese cioè per venire in aiuto di chi è nella povertà.

Comprendere questo è frutto di quella sapienza di cui parla la prima Lettura. Essa – ci è stato detto – è più preziosa dell’argento e dell’oro, anzi della bellezza, della salute e della stessa luce, "perché non tramonta lo splendore che ne promana" (Sap 7,10). Ovviamente, questa sapienza non è riducibile alla sola dimensione intellettuale. E’ molto di più; è "la Sapienza del cuore", come la chiama il Salmo 89. E’ un dono che viene dall’alto (cfr Gc 3,17), da Dio, e si ottiene con la preghiera (cfr Sap 7,7). Essa infatti non è rimasta lontana dall’uomo, si è fatta vicina al suo cuore (cfr Dt 30,14), prendendo forma nella legge della Prima Alleanza stretta tra Dio e Israele mediante Mosè. Nel Decalogo è contenuta la Sapienza di Dio. Per questo Gesù afferma nel Vangelo che per "entrare nella vita" è necessario osservare i comandamenti (cfr Mc 10,19). E’ necessario, ma non sufficiente! Infatti, come dice san Paolo, la salvezza non viene dalla legge, ma dalla Grazia. E san Giovanni ricorda che la legge l’ha data Mosè, mentre la Grazia e la Verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo (cfr Gv 1,17). Per giungere alla salvezza bisogna dunque aprirsi nella fede alla grazia di Cristo, il quale però a chi gli si rivolge pone una condizione esigente: "Vieni e seguimi" (Mc 10,21). I santi hanno avuto l’umiltà e il coraggio di rispondergli "sì", e hanno rinunciato a tutto per essere suoi amici. Così hanno fatto i quattro nuovi Santi, che oggi particolarmente veneriamo. In essi ritroviamo attualizzata l’esperienza di Pietro: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito" (Mc 10,28). Il loro unico tesoro è in cielo: è Dio.

El Evangelio que hemos escuchado nos ayuda a entender la figura de San Rafael Guízar y Valencia, Obispo de Veracruz en la querida nación mexicana, como un ejemplo de quienes lo han dejado todo para "seguir a Jesús". Este Santo fue fiel a la palabra divina, "viva y eficaz", que penetra en lo más hondo del espíritu (cf. Hb 4,12). Imitando a Cristo pobre se desprendió de sus bienes y nunca aceptó regalos de los poderosos, o bien los daba enseguida. Por ello recibió "cien veces más" y pudo ayudar así a los pobres, incluso en medio de "persecuciones" sin tregua (cf. Mc 10,30). Su caridad vivida en grado heroico hizo que le llamaran el "Obispo de los pobres". En su ministerio sacerdotal y después episcopal, fue un incansable predicador de misiones populares, el modo más adecuado entonces para evangelizar a las gentes, usando su Catecismo de la doctrina cristiana. Siendo una de sus prioridades la formación de los sacerdotes, reconstruyó el seminario, que consideraba "la pupila de sus ojos", y por eso solía exclamar: "A un obispo le puede faltar mitra, báculo y hasta catedral, pero nunca le puede faltar el seminario, porque del seminario depende el futuro de su diócesis". Con este profundo sentido de paternidad sacerdotal enfrentó nuevas persecuciones y destierros, pero garantizando la preparación de los alumnos. Que el ejemplo de San Rafael Guízar y Valencia sea un llamado para los hermanos obispos y sacerdotes a considerar como fundamental en los programas pastorales, además del espíritu de pobreza y de la evangelización, el fomento de las vocaciones sacerdotales y religiosas, y su formación según el corazón de Cristo.

San Filippo Smaldone, figlio del Meridione d’Italia, seppe trasfondere nella sua vita le migliori virtù proprie della sua terra. Sacerdote dal cuore grande, nutrito di costante preghiera e di adorazione eucaristica, fu soprattutto testimone e servo della carità, che manifestava in modo eminente nel servizio ai poveri, in particolare ai sordomuti, ai quali dedicò tutto se stesso. L’opera che egli iniziò prosegue grazie alla Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori da lui fondata, e che è diffusa in diverse parti d’Italia e del mondo. Nei sordomuti San Filippo Smaldone vedeva riflessa l’immagine di Gesù, ed era solito ripetere che, come ci si prostra davanti al Santissimo Sacramento, così bisogna inginocchiarsi dinanzi ad un sordomuto. Raccogliamo dal suo esempio l’invito a considerare sempre indissolubili l’amore per l’Eucaristia e l’amore per il prossimo. Anzi, la vera capacità di amare i fratelli ci può venire solo dall’incontro col Signore nel sacramento dell’Eucaristia.

Santa Rosa Venerini è un altro esempio di fedele discepola di Cristo, pronta ad abbandonare tutto per compiere la volontà di Dio. Amava ripetere: "Io mi trovo tanto inchiodata nella divina volontà, che non m’importa né morte, né vita: voglio vivere quanto egli vuole, e voglio servirlo quanto a lui piace e niente più" (Biografia Andreucci, p. 515). Da qui, dal suo abbandono in Dio, scaturiva la lungimirante attività che svolgeva con coraggio a favore dell’elevazione spirituale e dell’autentica emancipazione delle giovani donne del suo tempo. Santa Rosa non si accontentava di fornire alle ragazze un’adeguata istruzione, ma si preoccupava di assicurare loro una formazione completa, con saldi riferimenti all’insegnamento dottrinale della Chiesa. Il suo stesso stile apostolico continua a caratterizzare ancor oggi la vita della Congregazione delle Maestre Pie Venerini, da lei fondata. E quanto attuale ed importante è anche per l’odierna società il servizio che esse svolgono nel campo della scuola e specialmente della formazione della donna!

"Go, sell everything you own, and give the money to the poor… then come, follow me." These words have inspired countless Christians throughout the history of the Church to follow Christ in a life of radical poverty, trusting in Divine Providence. Among these generous disciples of Christ was a young Frenchwoman, who responded unreservedly to the call of the divine Teacher. Mother Theodore Guérin entered the Congregation of the Sisters of Providence in 1823, and she devoted herself to the work of teaching in schools. Then, in 1839, she was asked by her Superiors to travel to the United States, to become the head of a new community in Indiana. After their long journey over land and sea, the group of six sisters arrived at Saint Mary-of-the-Woods. There they found a simple log-cabin chapel in the heart of the forest. They knelt down before the Blessed Sacrament and gave thanks, asking God’s guidance upon the new foundation. With great trust in Divine Providence, Mother Theodore overcame many challenges and persevered in the work that the Lord had called her to do. By the time of her death in 1856, the Sisters were running schools and orphanages throughout the State of Indiana. In her own words, "How much good has been accomplished by the Sisters of Saint Mary-of-the-Woods! How much more good they will be able to do if they remain faithful to their holy vocation!"

Mère Théodore Guérin est une belle figure spirituelle et un modèle de vie chrétienne. Elle fut toujours disponible pour les missions que l’Église lui demandait, elle trouvait la force et l’audace pour les mettre en œuvre dans l’Eucharistie, dans la prière et dans une infinie confiance en la divine Providence. Sa force intérieure la poussait à une attention particulière envers les pauvres, et tout spécialement les enfants.

Cari fratelli e sorelle, rendiamo grazie al Signore per il dono della santità, che quest’oggi rifulge nella Chiesa con singolare bellezza. Gesù invita anche noi, come questi Santi, a seguirlo per avere in eredità la vita eterna. La loro esemplare testimonianza illumini e incoraggi specialmente i giovani, perché si lascino conquistare da Cristo, dal suo sguardo pieno d’amore. Maria, Regina dei Santi, susciti nel popolo cristiano uomini e donne come San Rafael Guízar y Valencia, San Filippo Smaldone, Santa Rosa Venerini e Santa Théodore Guérin, pronti ad abbandonare tutto per il Regno di Dio; disposti a far propria la logica del dono e del servizio, l’unica che salva il mondo. Amen!

Discipula
Monday, October 16, 2006 11:02 AM
I santi di Ratzinger

Lunedí 16.10.2006 10:05 (dal sito di Affari Italiani www.canali.libero.it)

di Antonino D'Anna





Un pontificato è sempre un’esperienza meravigliosa da seguire: perché è fatto di segni che indicano un cammino; e la ripetizione di questi segni costituisce uno stile. Credenti o meno, la Chiesa continua a porgere il proprio messaggio in maniera affascinante. E così accade con i nuovi Santi, i nuovi “amici di Cristo” proclamati da Papa Benedetto XVI con una cerimonia sobria. Non più canonizzazioni omnibus come ai tempi di Giovanni Paolo II, ma un’attenta scelta degli esempi da proporre alla venerazione dei fedeli. E un invito, una visione propria della Chiesa.

Nei quattro nuovi testimoni che la Chiesa offre al mondo c’è forse la sintesi di un programma papale: il cattolicesimo di Ratzinger si conferma militante e missionario, come sin dall’inizio del suo regno il Pontefice ha voluto sottolineare. Un cristianesimo però che non è terzomondista o populista tout court, ma che trova anzi nella cultura uno dei campi in cui può meglio esprimere la sua missione e il suo senso nel mondo; non sembra un caso se i nuovi santi (Madre Theodore Guerin, Rafael Guizar Valencia, Filippo Smaldone, Rosa Venerini) hanno in tutto il mondo, dall’Indiana all’America Latina, costruito scuole e cooperato all’evangelizzazione e missione dove più c’era bisogno, peraltro in tempi di persecuzione del cattolicesimo.

E anche in questo c’è un messaggio, proprio in tempi in cui la persecuzione contro la Chiesa sembra più sottile e dunque più subdola: è l’invito a non mollare, a credere in tempi migliori. Anche se il laicismo continua a lanciare sfide etiche che interpellano milioni di coscienze, anche se l'estremismo si presenta minaccioso, la Barca di Pietro continua la sua navigazione senza paura. È quel senso di speranza, pensiero stupendo, tipicamente cristiano. Che ci viene ricordato con queste canonizzazioni.

[Modificato da Discipula 16/10/2006 11.03]

Sybella
Monday, October 16, 2006 12:38 PM
Confermato...
...oggi dalla Santa Sede il viaggio papale in Turchia dal 28 novembre al 1 dicembre, con le seguenti tappe: Ankara - Izmir (Smirne) - Efeso - Istanbul.

Francesca.Pisa
Monday, October 16, 2006 1:37 PM
infatti...ecco l'ansa

Benedetto XVI fara' tappa ad Istanbul, Efeso ed Ankara
(ANSA) CITTA' VATICANO, 16 OTT - Il Vaticano annuncia il viaggio di Benedetto XVI in Turchia: il Papa sara' ad Istanbul, Efeso ed Ankara dal 28/11 al 1/o dicembre. Il programma della visita sara' pubblicato, nel dettaglio, nei prossimi giorni. La partenza per Ankara e' prevista per martedi' 28 novembre; mercoledi' il pontefice si trasferira' a Smirne ed Efeso per poi proseguire, in serata, ad Istanbul dove restera' fino al primo dicembre.

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca
Francesca.Pisa
Monday, October 16, 2006 1:39 PM
e questo e' tgcom

Papa: ufficiale viaggio in Turchia
Visita del Pontefice a fine novembre
La Santa Sede ha annunciato ufficialmente il viaggio del Papa in Turchia. "In risposta all'invito del Presidente della Repubblica Turca, Ahmet Necdet Sezer - afferma una nota vaticana - nei giorni 28 novembre - 1 dicembre 2006, il Santo Padre Benedetto XVI compirà un viaggio apostolico in Turchia recandosi ad Ankara, Efeso ed Istanbul".

Il programma della visita
Il 28 novembre, in mattinata, è previsto l'arrivo all'aeroporto di Ankara. Nessuna cerimonia di benvenuto: il protocollo di Stato turco prevede che all'aeroporto non ci sarà il presidente, ma soltanto un ministro in rappresentanza del Governo, il governatore della Regione e il Sindaco di Ankara. Il Papa si recherà dal presidente turco Ahmet Necdet Sezer per un incontro privato. Prima tappa del pontefice, appena giunto nella capitale turca, sarà il Mausuleo di Ataturk. Ad Ankara, Benedetto XVI incontrerà anche il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e le autorità, oltre al Corpo diplomatico.

Il 29 novembre, Benedetto XVI si trasferirà a Efeso per visitare il Santuario di Meryem Ana Evi, la Casa della Madre Maria. Qui celebrerà una messa e incontrerà i religiosi del convento dei frati cappuccini, nella diocesi di Izmir. Nel pomeriggio è previsto un incontro privato con il Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I. Insieme, nella sede di Al Fanar (sede del Patriarcato) firmeranno una dichiarazione congiunta. Il secondo incontro tra i due si terrà il 30 novembre, per la festa di Sant'Andrea, quando il Papa e il patriarca ortodosso pregheranno insieme. L'incontro privato avverrà dopo una preghiera nella Chiesa patriarcale di San Giorgio. Il Papa assisterà alla divina liturgia celebrata dal patriarca Bartolomeo I nella mattinata del 30 novembre, al termine del quale verrà sottoscritta la dichiarazione congiunta, per poi fermarsi a pranzo al Patriarcato ecumenico. Nel pomeriggio del 30 novembre, Benedetto XVI incontrerà anche il patriarca armeno apostolico Mesrop II. Sono ancora aperte le ferite del genocidio su base etnica e religiosa del popolo armeno, di cui la Turchia non ha mai voluto riconoscere le responsabilità. E in questo senso, la Santa Sede, Papa Benedetto XVI compreso, ha sempre usato parole molto chiare di condanna del genocidio. Il primo dicembre, infine, ci sarà il saluto alle Comunità cattoliche della Turchia, seguito dalla messa nella Cattedrale dei latini di Santo Spirito, ad Istanbul. Fu proprio in questa cattedrale che lo scorso febbraio vennero celebrate le solenni esequie di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso da un fanatico a Trebisonda. La Cattedrale era stata già visitata da Giovanni Paolo II in occasione del suo viaggio in Turchia nel 1979. Ad Istanbul, Benedetto XVI avrà un incontro, oltre col patriarca armeno apostolico, anche con l'arcivescovo siro-ortodosso, il Gran Rabbino e il Gran Mufti di Istanbul, e rappresentanti delle chiese evangeliche nel Paese, mentre il Patriarca greco-ortodosso sarà presente, insieme al Patriarca Armeno apostolico, alla messa del primo dicembre. Benedetto XVI incontrerà, oltre al patriarca armeno apostolico, anche i rappresentanti dei siro-ortodossi, dei greco-ortodossi, degli ebrei, dei musulmani e delle chiese evangeliche nel Paese.

Massima allerta per il viaggio
Il viaggio in Turchia del Papasi presenta davvero come una delle tappe più difficili del Pontificato. Non esiste nessun segnale di pericolo, ma la preoccupazione esiste. Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha affermato che il Viminale seguirà con attenzione quello che può accadere in vista del viaggio di Benedetto XVI in Turchia, dopo le recenti polemiche con il mondo musulmano seguite al discorso del Pontefice a Ratisbona.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca
euge65
Monday, October 16, 2006 7:00 PM
Re: Re: Da Il Giornale
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Paparatzifan 15/10/2006 22.28

[DIM]11pt[=DIM]Da quando ho conosciuto il tuo pensiero dopo aver letto il "Rapporto sulla fede" nel lontano 1984 ho scoperto quanto coincidenti erano le nostre idee sulla Chiesa. In quel momento non avrei mai immaginato che potresti diventare Papa! Ora che lo sei, i miei sogni stanno diventando realtà!!! Non avrei mai immaginato che un giorno diventiresti il Papa dei miei sogni...

[DIM]20pt[=DIM]GRANDE, RATZI!!!!!!!!![/DIM] [/DIM] [/DIM][/QUOTE]

CARA GLORIA ERA ORA!!!!!!!! CHE SI TRONASSE ALLA MESSA IN LATINO!!!!!!!!

[DIM]19pt[=DIM][FONT]Lucida Console[=FONT][G][C]GRANDISSIMO
RATZI[/C][/G][/FONT][/DIM]
euge65
Monday, October 16, 2006 7:03 PM
A PROPOSITO!!!!!!!




HO LETTO CHE IN TURCHIA PAPA BENEDETTO ALLOGGERA' NELLA CASA CHE FU DI GIOVANNI XXIII E CHE BENEDIRA' UNA SUA STATUA CHE POI VERRA' POSTA NELLA CHIESA DI S.ANTONIO...............

BEH........ CHE VI DEVO DIRE RAGAZZE .......... CON GIOVANNI XXIII VICINO ........ DIREI CHE POTREMMO STARE UN TANTINELLO PIU' TRANQUILLE.......... CHE DITE??????
-danich-
Monday, October 16, 2006 7:11 PM
Re: A PROPOSITO!!!!!!!

Scritto da: euge65 16/10/2006 19.03




HO LETTO CHE IN TURCHIA PAPA BENEDETTO ALLOGGERA' NELLA CASA CHE FU DI GIOVANNI XXIII E CHE BENEDIRA' UNA SUA STATUA CHE POI VERRA' POSTA NELLA CHIESA DI S.ANTONIO...............

BEH........ CHE VI DEVO DIRE RAGAZZE .......... CON GIOVANNI XXIII VICINO ........ DIREI CHE POTREMMO STARE UN TANTINELLO PIU' TRANQUILLE.......... CHE DITE??????





Benedirà la statua di Benedetto XV a cui i turchi sono molto riconoscenti.
Ecco la notizia dalla Repubblica:


Benedetto XVI sarà ad Istanbul, Efeso ed Ankara fino al primo dicembre
Il viaggio era in dubbio dopo le proteste islamiche per il discorso di Ratisbona
Ratzinger in Turchia dal 28 novembre
Incontrerà anche il Gran Muftì
Alì Bardokoglu aveva chiesto le scuse del Papa per la frase sull'Islam
Prevista la visita al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I



CITTA' DEL VATICANO - Il viaggio del Papa si farà. Lo annuncia ufficialmente il Vaticano, mettendo così fine ai tanti dubbi suscitati dalle polemiche dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre scorso.

"In risposta all'invito del presidente della Repubblica turca, Ahmet Necdet Sezer, Benedetto XVI - si legge nel comunicato della Santa Sede - compirà un viaggio apostolico in Turchia recandosi ad Ankara, Efeso e Istanbul". La partenza per Ankara è prevista per martedì 28 novembre; mercoledì il pontefice si trasferirà a Smirne ed Efeso per poi proseguire, in serata, ad Istanbul dove resterà fino al primo dicembre.

Fra i momenti più importanti del viaggio la visita al Gran Muftì Alì Bardokoglu, presidente degli Affari religiosi della Turchia, la massima autorità islamica di Stato. Una visita particolarmente significativa: Bardokoglu aveva chiesto le scuse del Papa dopo la frase pronunciata a Ratisbona. Previsto anche l'incontro con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I.

"Ho citato una frase dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, che si riferiva al dialogo cristiano islamico, al problema del rapporto tra religione e violenza. Questa citazione purtroppo ha potuto prestarsi ad essere fraintesa", ha chiarito più volte il Papa a partire dal 17 settembre scorso.

E si cominciano ad apprendere altri dettagli del viaggio: Benedetto XVI alloggerà a Istanbul il 29 e il 30 novembre nella casa che fu di monsignor Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, che dal 1935 al 1945 fu in missione in Turchia. Una statua di Roncalli verrà fra l'altro inaugurata e benedetta dal Pontefice a Istanbul e sarà poi collocata nella basilica di Sant'Antonio. L'abitazione dove abitava il futuro pontefice si trova in una strada che ha preso il nome di Roncalli, in ricordo di quel rappresentante della Chiesa che nel suo diario, "Il giornale dell'anima", scrisse "io amo i turchi".

Ancora un'altra statua dedicata a una altro predecessore di Ratzigner, Benedetto XV, è stata restaurata dal sindaco di Istanbul e sarà presentata al Pontefice. La statua si trova nel cortile della cattedrale di Santo Spirito dove il Papa celebrerà la messa per i cattolici il primo novembre. Il monumento ricorda l'impegno di Benedetto XV in favore dei prigionieri turchi alla fine della prima guerra mondiale.

Ancora a proposito delle polemiche suscitatge dalle parole del Papa a Ratiscona, sabato scorso, sulla rivista americana IslamicaMagazine, è stata pubblicata una lettera aperta a Benedetto XVI scritta da un gruppo composto da 38 fra capi spirituali e teologi islamici, sia sunniti che sciiti, in cui si accetta il rammarico espresso dal Papa per le reazioni alle sue parole. Il testo mette in rilievo aspetti "positivi" della dottrina di Benedetto XVI, e si sottolinea che cristianesimo ed islam "contano fra i loro fedeli oltre la metà dell'umanità e, in un mondo sempre più globalizzato, sono responsabili della pace"

E quest'anno il messaggio che tradizionalmente la Santa Sede indirizza ai musulmani per la fine del Ramadan avrà un rilievo particolare. E così per la primavolta il testo sarà presentato con una conferenza stampa del cardinal Paul Poupard, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Con il messaggio, conclude la nota vaticana, sarà presentata anche la nuova edizione del volume 'Dialogo interreligioso nell'insegnamento ufficiale della Chiesa cattolica dal Concilio vaticano II a Giovanni Paolo II'.




Paparatzifan
Monday, October 16, 2006 10:34 PM
Re: A PROPOSITO!!!!!!!

Scritto da: euge65 16/10/2006 19.03




HO LETTO CHE IN TURCHIA PAPA BENEDETTO ALLOGGERA' NELLA CASA CHE FU DI GIOVANNI XXIII E CHE BENEDIRA' UNA SUA STATUA CHE POI VERRA' POSTA NELLA CHIESA DI S.ANTONIO...............

BEH........ CHE VI DEVO DIRE RAGAZZE .......... CON GIOVANNI XXIII VICINO ........ DIREI CHE POTREMMO STARE UN TANTINELLO PIU' TRANQUILLE.......... CHE DITE??????


Stai certa che Papa Roncalli lo proteggerà!!! Gliel'ho chiesto giovedì scorso quando ho pregato davanti al suo corpo nella basilica di San Pietro!
euge65
Tuesday, October 17, 2006 9:19 AM
Re: Re: A PROPOSITO!!!!!!!
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Paparatzifan 16/10/2006 22.34

[DIM]11pt[=DIM]Stai certa che Papa Roncalli lo proteggerà!!! Gliel'ho chiesto giovedì scorso quando ho pregato davanti al suo corpo nella basilica di San Pietro![/DIM] [/DIM][/QUOTE]


IN QUESTI GIORNI PREGHERO' PAPA GIOVANNI PERCHE' PROTEGGA IL NOSTRO BENEDETTO SEMPRE !!!!!!!!!!!!! SONO SICURA CHE LO FARA'!!!!!!!!
Francesca.Pisa
Tuesday, October 17, 2006 10:27 AM
La bella omelia funebre per il card. Monduzzi
I funerali del cardinale Monduzzi. Il ricordo del papa

di Mattia Bianchi/ 16/10/2006

Benedetto XVI ha ricordato ieri il cardinale Dino Monduzzi, prefetto emerito della Casa Pontificia, scomparso venerdì scorso. Il papa ha presieduto la solenne celebrazione esequiale nella basilica di San Pietro.

"Ci piace pensare il caro cardinale Monduzzi sia tra le braccia amorevoli del Padre celeste, che lo ha chiamato a sé dopo una lunga e sofferta malattia". Con queste parole, Benedetto XVI ha ricordato ieri il cardinale Dino Monduzzi, prefetto emerito della Casa Pontificia, scomparso venerdì scorso. Il papa ha presieduto la solenne celebrazione esequiale nella basilica di San Pietro, ricordando la "fede evangelica semplice e profonda" del cardinale e il suo "impegno quasi pionieristico di cappellano dei braccianti e dei contadini presso l'Ente Riforma Agraria del Fucino". Impegni questi che Monduzzi ha svolto "con pazienza, tenacia e fatica", ha aggiunto il pontefice. Inoltre, Benedetto XVI ha menzionato il suo "lungo e apprezzato servizio reso a ben quattro Pontefici che, nel 1986 fu coronato dalla nomina a Prefetto della Casa Pontificia". "Il cardinale Monduzzi - ha proseguito - dopo un lungo itinerario umano e sacerdotale, giunge ora alla patria celeste, patria promessa a coloro che spendono la vita al servizio di Dio e dei fratelli".

Il testo dell'omelia del papa

Cari fratelli e sorelle!

Con questa Celebrazione eucaristica ci congediamo dal caro Cardinale Monduzzi. Di fronte al silenzio della morte ed al venir meno delle attese umane, sentiamo viva la speranza cristiana che, oltre le apparenze, scorge l’amore del Dio fedele alle promesse. Nella prima Lettura, poc’anzi proclamata, abbiamo ascoltato queste parole: “Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno” (Dn 12, 2). Ed aggiunge il profeta Daniele: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre” (Dn 12,3). Il testo sacro mette in evidenza la saggezza di chi ha posto soltanto nel Signore la propria speranza ed ha insegnato agli altri a fare altrettanto. Questi, al termine della sua esistenza terrena, non resterà deluso perché sarà partecipe della stessa luce divina e riceverà da Dio la vita che non ha fine.

La pagina evangelica ci offre poi la consolante certezza che nessuno è escluso dall’amore di Colui che, in Cristo, “ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col 1,12). Il Signore Gesù ci assicura che “nella casa del Padre mio vi sono molti posti... quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14,2-3). Gesù pronunciava queste parole nel clima trepido del Cenacolo, poco prima che iniziasse la sua passione. Come ai discepoli anche a noi oggi Gesù rivolge il suo incoraggiamento ad affrontare le vicende della vita con piena fiducia nella sua presenza misteriosa, che ci accompagna in ogni momento, soprattutto nei più difficili. Nell’ora della prova e dell’abbandono sentiamo risuonare densa di consolazione questa sua parola: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). La speranza cristiana, radicata in una fede solida nella parola di Cristo, è l’ancora di salvezza che ci aiuta a superare le difficoltà apparentemente insormontabili e ci permette di intravedere la luce della gioia anche oltre il buio del dolore e della morte.

Ci piace pensare il caro Cardinale Monduzzi tra le braccia amorevoli del Padre celeste, che lo ha chiamato a sé dopo una lunga e sofferta malattia. Ripercorriamo con la memoria la sua non breve esistenza, animata da una fede evangelica semplice e profonda, appresa fin dalla prima infanzia in famiglia e nella comunità cristiana di Brisighella, dove era nato il 2 aprile 1922. Grazie all’esempio e agli insegnamenti dei genitori, dei sacerdoti e degli educatori dell’Associazione di Azione Cattolica a cui aderì ancora fanciullo, il Signore preparava il suo cuore a ricevere il grande dono della vocazione sacerdotale. Egli rispose con pronta generosità alla chiamata di Dio, entrando in giovane età nel Seminario diocesano di Faenza, dove compì gli studi ginnasiali, liceali e teologici. Ordinato sacerdote nel 1945 nella sua Brisighella, iniziò il ministero sacerdotale in diocesi, per recarsi poco dopo a Roma, dove, terminati gli studi giuridici, fu chiamato a far parte del gruppo di sacerdoti e laici impegnati in interessanti attività pastorali di risveglio religioso e morale, denominate “Missioni sociali”. Tale moderna forma di evangelizzazione lo condusse in Calabria e in Sardegna e lo preparò all’impegno quasi pionieristico di cappellano dei braccianti e dei contadini presso l’Ente Riforma Agraria del Fucino, che tante speranze dischiudeva in una zona caratterizzata da pesante depressione umana. Per circa un decennio, con pazienza, tenacia e fatica egli fu presente presso famiglie, cantieri, centri parrocchiali.

Dopo questi anni di intenso lavoro apostolico, nel 1959 fu chiamato al servizio della Santa Sede per ricoprire l’incarico di Segretario dell’Ufficio di Maestro di Camera e, nel 1967, in seguito alla Riforma della Curia voluta dal servo di Dio Paolo VI, fu nominato Segretario e Reggente del Palazzo Apostolico. Il suo fu un lungo e apprezzato servizio reso a ben quattro Pontefici, che nel 1986 fu coronato dalla nomina a Prefetto della Casa Pontificia e dall’elevazione a Vescovo titolare di Capri. In tale mansione egli confermò le sue non comuni doti organizzative sia nell’ordinaria attività della Prefettura della Casa Pontificia, sia nei viaggi apostolici del Papa in Italia. A conclusione di una lunga e fedele collaborazione con il Successore di Pietro, il servo di Dio Giovanni Paolo II nel Concistoro pubblico del 21 febbraio 1998 lo annoverò tra i membri del Collegio Cardinalizio.

Nella seconda Lettura che è stata proclamata nella nostra orante assemblea, l’apostolo Paolo ricorda ai Filippesi che “la nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,20-21). Il Cardinale Monduzzi, dopo un lungo itinerario umano e sacerdotale, giunge ora alla patria celeste, patria promessa a coloro che spendono la vita al servizio di Dio e dei fratelli. Per il Regno dei cieli egli ha lavorato vedendo negli incontri con la gente occasioni preziose per suscitare la nostalgia delle cose di lassù e l’amore per la Chiesa “germe e inizio” del Regno di Dio. Egli si sentiva un umile collaboratore della missione affidata da Cristo a Pietro ed ai suoi Successori. Come Prefetto della Casa Pontificia ebbe modo di incontrare gli uomini più potenti del mondo, che accolse con la cortesia, con il calore e la simpatia che nascevano dalla sua fede convinta e dalle sue origini romagnole. Con loro, come con le persone comuni, che si rivolgevano a Lui presentando le più disparate richieste, nell’organizzare grandi momenti ecclesiali come nell’esercizio feriale del suo ministero di Prefetto della Casa del Papa, egli si ispirava costantemente al motto episcopale che aveva scelto: “Patientiam praeficere caritati”. In ogni circostanza, infatti, seppe trovare nella virtù della pazienza la via maestra per conformare la sua vita a Cristo, sopportando difficoltà e sofferenze, e cercando di esercitare la carità verso tutti.

Lo affidiamo ora alla paterna bontà di Dio, che trasfigurerà il suo corpo logorato dalla malattia conformandolo al Corpo glorioso di Cristo. Nel tributare al caro Cardinale Monduzzi l’estremo saluto, rendiamo grazie al Signore per il bene che egli ha compiuto ed invochiamo al tempo stesso per lui la misericordia divina. Egli, che fu chiamato a sovrintendere alla Casa del Vicario di Cristo e che dell’accoglienza aveva fatto una dimensione primaria della sua vita sacerdotale, trovi nel Signore Gesù l’amico fedele che lo prende con sé per assegnargli un posto nella casa del Padre, dimora di luce e di pace. La Vergine Maria, che egli teneramente amò, si mostri a lui Madre di misericordia e lo accolga nella comunione dei Santi. Amen.


Sybella
Tuesday, October 17, 2006 12:53 PM
Celebrazioni di novembre e dicembre
NOVEMBRE

2 Commemorazione di tutti i fedeli defunti, Grotte Vaticane, ore 18

4 Basilica Vaticana, ore 11.30
Santa Messa in suffragio dei Cardinali e Vescovi defunti nel corso dell’anno


DICEMBRE


2 Basilica Vaticana, ore 17
Primi Vespri

8 Solennità dell’Immacolata, Piazza di Spagna, ore 16.00
Atto di venerazione all’Immacolata

10 Visita pastorale alla Parrocchia romana di S. Maria Stella dell’Evangelizzazione ore 9.00
Santa Messa

24 Natale del Signore, Basilica Vaticana, ore 24.00
Santa Messa

25 Natale del Signore, Basilica Vaticana, ore 12
Benedizione "Urbi et Orbi"

31 Basilica Vaticana, ore 18.00
Primi Vespri per l’anno trascorso

[Modificato da Sybella 17/10/2006 13.01]

josie '86
Tuesday, October 17, 2006 4:30 PM
Re: Celebrazioni di novembre e dicembre
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Sybella 17/10/2006 12.53
[S]NOVEMBRE[/S]

2 Commemorazione di tutti i fedeli defunti, Grotte Vaticane, ore 18

4 Basilica Vaticana, ore 11.30
Santa Messa in suffragio dei Cardinali e Vescovi defunti nel corso dell’anno

[S]
DICEMBRE[/S]

2 Basilica Vaticana, ore 17
Primi Vespri

8 Solennità dell’Immacolata, Piazza di Spagna, ore 16.00
Atto di venerazione all’Immacolata

10 Visita pastorale alla Parrocchia romana di S. Maria Stella dell’Evangelizzazione ore 9.00
Santa Messa

24 Natale del Signore, Basilica Vaticana, ore 24.00
Santa Messa

25 Natale del Signore, Basilica Vaticana, ore 12
Benedizione "Urbi et Orbi"

31 Basilica Vaticana, ore 18.00
Primi Vespri per l’anno trascorso

<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Sybella 17/10/2006 13.01</i>]</font></p>[/DIM][/QUOTE]

Grazie per tutti questi fantastici appuntamenti...Spero che Sat2000 le trasmetta...
euge65
Wednesday, October 18, 2006 2:29 PM
DA " TOSCANA OGGI "
VERONA, ZERVOS (PATRIARCATO ECUMENICO): INCONTRO TRA BENEDETTO XVI E BARTOLOMEO I E' INCORAGGIAMENTO PER TUTTI

18/10/2006

"Per il cammino ecumenico – dice Gennadios Zervos, metropolita dell’arcidiocesi greco ortodossa d’Italia (Patriarcato ecumenico di Costantinopoli) - dobbiamo pregare, soffrire anche e amarci continuamente come fratelli. La preghiera ecumenica è una forza morale e spirituale che coltiva la grande speranza di collaborare insieme per realizzare la volontà di Dio che tutti siamo una cosa sola". È importante che "le Chiese di minoranza sentano l’amore fraterno e la vicinanza e delle Chiese di maggioranza per i loro problemi. Come arcivescovo della Chiesa ortodossa del Patriarcato ecumenico sono grato alla Chiesa cattolica italiana per l’assistenza che ci offre nel vostro Paese, dandoci gli edifici di culto di cui abbiamo bisogno". Per la Chiesa cattolica e ortodossa, aggiunge, la cosa più importante "è servire l’uomo, icona di Dio". Parlando della prossima visita del Papa al Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, Zervos spiega che c’è "grande attesa e speranza" tra gli ortodossi: "Ringraziamo il Papa per questo suo fraterno atteggiamento verso la nostra Chiesa di Costantinopoli".

"Quest’incontro – aggiunge Zervos - sarà storico e darà un grande incoraggiamento ai cristiani a realizzare volontà di Dio. Soprattutto in questi tempi così difficili, dove dominano denaro e interesse, insieme questi due capi dell’ecumene cristiana, Benedetto XVI e Bartolomeo I, daranno una forza non solo ai cristiani ma a tutti gli uomini di buona volontà". Tutti, chiarisce, "lo aspettiamo con grande gioia e con una preghiera costante per la sua missione di pace, unità e riconciliazione". Zervos ricorda anche l’ultimo incontro con il Papa, a Castelgandolfo, il 24 settembre, in occasione di un incontro con amici vescovi del Movimento dei focolari. "Lì ho avuto felicissima occasione di salutare, venerare, baciare la sua mano e prendere la sua benedizione apostolica".
Francesca.Pisa
Wednesday, October 18, 2006 3:50 PM
ecco la bella catechesi di oggi
BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 ottobre 2006

Giuda Iscariota e Mattia

Cari fratelli e sorelle,

terminando oggi di percorrere la galleria dei ritratti degli Apostoli chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita terrena, non possiamo omettere di menzionare colui che è sempre nominato per ultimo nelle liste dei Dodici: Giuda Iscariota. A lui vogliamo qui associare la persona che venne poi eletta in sua sostituzione, cioè Mattia.

Già il semplice nome di Giuda suscita tra i cristiani un’istintiva reazione di riprovazione e di condanna. Il significato dell’appellativo “Iscariota” è controverso: la spiegazione più seguita lo intende come “uomo di Keriot” con riferimento al suo villaggio di origine, situato nei pressi di Hebron e menzionato due volte nella Sacra Scrittura (cfr Gs 15,25; Am 2,2). Altri lo interpretano come variazione del termine “sicario”, come se alludesse ad un guerrigliero armato di pugnale detto in latino sica. Vi è, infine, chi vede nel soprannome la semplice trascrizione di una radice ebraico-aramaica significante: “colui che stava per consegnarlo”. Questa designazione si trova due volte nel IV Vangelo, cioè dopo una confessione di fede di Pietro (cfr Gv 6,71) e poi nel corso dell’unzione di Betania (cfr Gv 12,4). Altri passi mostrano che il tradimento era in corso, dicendo: “colui che lo tradiva”; così durante l’Ultima Cena, dopo l’annuncio del tradimento (cfr Mt 26,25) e poi al momento dell’arresto di Gesù (cfr Mt 26,46.48; Gv 18,2.5). Invece le liste dei Dodici ricordano il fatto del tradimento come ormai attuato: “Giuda Iscariota, colui che lo tradì”, così dice Marco (3,19); Matteo (10,4) e Luca (6,16) hanno formule equivalenti. Il tradimento in quanto tale è avvenuto in due momenti: innanzitutto nella progettazione, quando Giuda s’accorda con i nemici di Gesù per trenta monete d'argento (cfr Mt 26,14-16), e poi nell’esecuzione con il bacio dato al Maestro nel Getsemani (cfr Mt 26,46-50). In ogni caso, gli evangelisti insistono sulla qualità di apostolo, che a Giuda competeva a tutti gli effetti: egli è ripetutamente detto “uno dei Dodici” (Mt 26,14.47; Mc 14,10.20; Gv 6,71) o “del numero dei Dodici” (Lc 22,3). Anzi, per due volte Gesù, rivolgendosi agli Apostoli e parlando proprio di lui, lo indica come “uno di voi” (Mt 26,21; Mc 14,18; Gv 6,70; 13,21). E Pietro dirà di Giuda che “era del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero” (At 1,17).

Si tratta dunque di una figura appartenente al gruppo di coloro che Gesù si era scelti come stretti compagni e collaboratori. Ciò suscita due domande nel tentativo di dare una spiegazione ai fatti accaduti. La prima consiste nel chiederci come mai Gesù abbia scelto quest’uomo e gli abbia dato fiducia. Oltre tutto, infatti, benché Giuda fosse di fatto l’economo del gruppo (cfr Gv 12,6b; 13,29a), in realtà è qualificato anche come “ladro” (Gv 12,6a). Il mistero della scelta rimane, tanto più che Gesù pronuncia un giudizio molto severo su di lui: “Guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!” (Mt 26,24). Ancora di più si infittisce il mistero circa la sua sorte eterna, sapendo che Giuda “si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente»” (Mt 27,3-4). Benché egli si sia poi allontanato per andare a impiccarsi (cfr Mt 27,5), non spetta a noi misurare il suo gesto, sostituendoci a Dio infinitamente misericordioso e giusto.

Una seconda domanda riguarda il motivo del comportamento di Giuda: perché egli tradì Gesù? La questione è oggetto di varie ipotesi. Alcuni ricorrono al fattore della sua cupidigia di danaro; altri sostengono una spiegazione di ordine messianico: Giuda sarebbe stato deluso nel vedere che Gesù non inseriva nel suo programma la liberazione politico-militare del proprio Paese. In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che “il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo” (Gv 13,2); analogamente scrive Luca: “Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno. Il tradimento di Giuda rimane, in ogni caso, un mistero. Gesù lo ha trattato da amico (cfr Mt 26,50), però, nei suoi inviti a seguirlo sulla via delle beatitudini, non forzava le volontà né le premuniva dalle tentazioni di Satana, rispettando la libertà umana.

In effetti, le possibilità di perversione del cuore umano sono davvero molte. L'unico modo di ovviare ad esse consiste nel non coltivare una visione delle cose soltanto individualistica, autonoma, ma al contrario nel mettersi sempre di nuovo dalla parte di Gesù, assumendo il suo punto di vista. Dobbiamo cercare, giorno per giorno, di fare piena comunione con Lui. Ricordiamoci che anche Pietro voleva opporsi a lui e a ciò che lo aspettava a Gerusalemme, ma ne ricevette un rimprovero fortissimo: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,32-33)! Pietro, dopo la sua caduta, si è pentito ed ha trovato perdono e grazia. Anche Giuda si è pentito, ma il suo pentimento è degenerato in disperazione e così è divenuto autodistruzione. E’ per noi un invito a tener sempre presente quanto dice san Benedetto alla fine del fondamentale capitolo V della sua “Regola”: “Non disperare mai della misericordia divina”. In realtà Dio “è più grande del nostro cuore”, come dice san Giovanni (1 Gv 3,20). Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono. Del resto, quando, pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre (cfr Gal 2,20; Ef 5,2.25). Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi (cfr Rm 8,32). Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda come occasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo.

A conclusione, vogliamo anche ricordare colui che dopo la Pasqua venne eletto al posto del traditore. Nella Chiesa di Gerusalemme furono due ad essere proposti dalla comunità e poi tirati a sorte: “Giuseppe detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia” (At l,23). Proprio quest’ultimo fu il prescelto, così che “fu associato agli undici Apostoli” (At 1,26). Di lui non sappiamo altro, se non che anch’egli era stato testimone di tutta la vicenda terrena di Gesù (cfr At 1,21-22), rimanendo a Lui fedele fino in fondo. Alla grandezza di questa sua fedeltà si aggiunse poi la chiamata divina a prendere il posto di Giuda, quasi compensando il suo tradimento. Ricaviamo da qui un’ultima lezione: anche se nella Chiesa non mancano cristiani indegni e traditori, spetta a ciascuno di noi controbilanciare il male da essi compiuto con la nostra limpida testimonianza a Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore.



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Saluti:

J’accueille avec joie les pèlerins de langue française, en particulier les pèlerins du diocèse de Limoges, accompagnés par leur Évêque, Mgr Christophe Dufour, ainsi que les membres du chapitre des Frères du Sacré-Cœur et leur nouveau supérieur général. Que votre pèlerinage à Rome vous renforce tous dans la joie d’être disciples et témoins du Christ ressuscité !

I welcome the English-speaking pilgrims here today, especially the Sisters of Providence who have come for the canonization of Mother Theodore Guerin. I greet also the pilgrims from Africa, Asia, Britain and Ireland, Scandinavia and the United States of America. May God pour out his blessings upon all of you, and upon your loved ones at home.

Von Herzen heiße ich alle Besucher deutscher Sprache willkommen, besonders die große Gruppe des Kardinal-von-Galen-Gymnasiums aus Münster. In der Schule Jesu lernen wir die wahre Freiheit des Herzens. Gebt dem Ruf Gottes in eurem Leben Raum! Der Heilige Geist geleite euch auf allen Wegen!

Saludo cordialmente a los visitantes de lengua española, en especial a los diversos grupos parroquiales de España, así como a los peregrinos de México y de otros Países Latinoamericanos. Os animo a que, siguiendo el ejemplo de los apóstoles, deis un testimonio de Cristo cada vez más fiel y coherente, transmitiendo a otros la alegría de la fe y el amor. ¡Que Dios os bendiga!

Saúdo o grupo de visitantes do Brasil e demais peregrinos de língua portuguesa, a quem agradeço a presença e quanto a mesma significa de confissão de fé e amor a Jesus Cristo vivo na sua Igreja. Que Deus vos guarde e abençoe!

Saluto in lingua polacca:

Pozdrawiam serdecznie pielgrzymów polskich. W tym tygodniu przypada rocznica wyboru na Stolice Piotrowa, mojego umilowanego poprzednika, Jana Pawla II. Zycze wam tu obecnym i calej wspólnocie Kosciola, by swiadectwo zycia i bogate nauczanie pasterskie Slugi Bozego owocowalo czynami milosci i wiary. Niech Bóg wam blogoslawi.

Traduzione italiana del saluto in lingua polacca:

Saluto cordialmente tutti i pellegrini polacchi. In questa settimana cade l’anniversario dell’elezione alla Sede di Pietro, del mio amato predecessore, Giovanni Paolo II. Auguro a voi qui presenti, e a tutta la comunità cristiana, che la testimonianza della vita e il ricco magistero pastorale del venerato Servo di Dio portino frutti con atti d’amore e di fede. Dio vi benedica.

Saluto in lingua slovacca:

Srdecne pozdravujem slovenských pútnikov z farnosti Kapušany a Prievidza. Drahí bratia a sestry, prijmite Apoštolské požehnanie, ktoré vdacne udelujem vám i vašim drahým vo vlasti. Pochválený bud Ježiš Kristus!

Traduzione italiana del saluto in lingua slovacca:

Saluto cordialmente i pellegrini slovacchi provenienti dalla parrocchia Kapušany e Prievidza. Cari fratelli e sorelle, con gratitudine imparto la Benedizione Apostolica a voi ed ai vostri cari in Patria. Sia lodato Gesù Cristo!

***

Saluto i pellegrini di lingua italiana. In particolare, rivolgo un cordiale pensiero ai partecipanti ai Capitoli Generali dei Passionisti, dei Fatebenefratelli, e delle Benedettine Missionarie di Tutzing, ed esorto tutti a proseguire con ardente spirito apostolico il loro servizio ecclesiale, testimoniando il Vangelo secondo lo specifico carisma del proprio Istituto. Saluto inoltre i rappresentanti dell’Associazione Medici Cattolici della Provincia di Pistoia, che oggi ricordano il loro patrono, il medico san Luca, e li esorto a testimoniare costantemente le centralità del mistero di Cristo, redentore dell’uomo.

Mi rivolgo, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Guardando al fulgido esempio di san Luca evangelista, invito voi, cari giovani, ad essere coraggiosi annunciatori di Cristo, Parola di salvezza “che non passa”; esorto voi, cari malati, ad affrontare le sofferenze con spirito di fede e speranza cristiana; ed auguro a voi, cari sposi novelli, di attingere sempre dal Signore crocifisso e risorto l’amore divino che rende salda e feconda la vostra unione.

Ho appreso con profonda sofferenza la notizia dell’incidente avvenuto ieri mattina nella Metropolitana di Roma. In questo momento di dolore, sono particolarmente vicino a quanti sono stati colpiti dal tragico evento; ad essi desidero esprimere sentimenti di conforto e di affetto, assicurando uno speciale ricordo nella preghiera.



Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca
Sybella
Wednesday, October 18, 2006 3:54 PM
Venerdì...
20 ottobre alle ore 17, nella Basilica Vaticana, Benedetto XVI celebrerà le esequie del cardinal POMPEDDA.
Francesca.Pisa
Thursday, October 19, 2006 12:24 PM
Il discorso di stamani
Il papa a Verona. Il testo integrale

di Mattia Bianchi/ 19/10/2006

Il testo integrale del discorso pronunciato da Benedetto XVI davanti ai 2700 delegati del Convegno ecclesiale nazionale di Verona. Il testo è un contributo alle giornate di lavori della Chiesa italiana.

- LA SINTESI DEL DISCORSO

Cari fratelli e sorelle!

Mi rallegro di essere con voi oggi, in questa tanto bella e storica città di Verona, per prendere parte attivamente al IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia. Porgo a tutti e a ciascuno il più cordiale saluto nel Signore. Ringrazio il Cardinale Camillo Ruini, Presidente della Conferenza Episcopale, e la Dottoressa Giovanna Ghirlanda, rappresentante della Diocesi di Verona, per le gentili parole di accoglienza che mi hanno rivolto a nome di voi tutti e per le notizie che mi hanno dato sullo svolgimento del Convegno. Ringrazio il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Presidente del Comitato preparatorio, e quanti hanno lavorato per la sua realizzazione. Ringrazio di cuore ognuno di voi, che rappresentate qui, in felice armonia, le varie componenti della Chiesa in Italia: il Vescovo di Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro, che ci ospita, i Vescovi qui convenuti, i sacerdoti e i diaconi, i religiosi e le religiose, e voi fedeli laici, uomini e donne, che date voce alle molteplici realtà del laicato cattolico in Italia.

Questo IV Convegno nazionale è una nuova tappa del cammino di attuazione del Vaticano II, che la Chiesa italiana ha intrapreso fin dagli anni immediatamente successivi al grande Concilio: un cammino di comunione anzitutto con Dio Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo e quindi di comunione tra noi, nell’unità dell’unico Corpo di Cristo (cfr 1Gv 1,3; 1Cor 12,12-13); un cammino proteso all’evangelizzazione, per mantenere viva e salda la fede nel popolo italiano; una tenace testimonianza, dunque, di amore per l’Italia e di operosa sollecitudine per il bene dei suoi figli. Questo cammino la Chiesa in Italia lo ha percorso in stretta e costante unione con il Successore di Pietro: mi è grato ricordare con voi i Servi di Dio Paolo VI, che volle il I Convegno nell’ormai lontano 1976, e Giovanni Paolo II, con i suoi fondamentali interventi ai Convegni di Loreto e di Palermo, che hanno rafforzato nella Chiesa italiana la fiducia di poter operare affinché la fede in Gesù Cristo continui ad offrire, anche agli uomini e alle donne del nostro tempo, il senso e l’orientamento dell’esistenza ed abbia così “un ruolo-guida e un’efficacia trainante” nel cammino della Nazione verso il suo futuro (cfr Discorso al Convegno di Loreto, 11 aprile 1985, n. 7).

Il Signore risorto e la sua Chiesa
Nello stesso spirito sono venuto oggi a Verona, per pregare il Signore con voi, condividere – sia pure brevemente – il vostro lavoro di queste giornate e proporvi una mia riflessione su quel che appare davvero importante per la presenza cristiana in Italia. Avete compiuto una scelta assai felice ponendo Gesù Cristo risorto al centro dell’attenzione del Convegno e di tutta la vita e la testimonianza della Chiesa in Italia. La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi. Si tratta di un grande mistero, certamente, il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza. Ma la cifra di questo mistero è l’amore e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere è perfetta e intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita, ci libera e ci salva. La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé.

Tutto ciò avviene concretamente attraverso la vita e la testimonianza della Chiesa; anzi, la Chiesa stessa costituisce la primizia di questa trasformazione, che è opera di Dio e non nostra. Essa giunge a noi mediante la fede e il sacramento del Battesimo, che è realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una vita nuova. E’ ciò che rileva San Paolo nella Lettera ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2,20). E’ stata cambiata così la mia identità essenziale e io continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la quale viviamo.

Il servizio della Chiesa in Italia alla Nazione, all’Europa e al mondo
L’Italia di oggi si presenta a noi come un terreno profondamente bisognoso e al contempo molto favorevole per una tale testimonianza. Profondamente bisognoso, perché partecipa di quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza.

L’Italia però, come accennavo, costituisce al tempo stesso un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa, infatti, qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione. Le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti, mentre è in atto un grande sforzo di evangelizzazione e catechesi, rivolto in particolare alle nuove generazioni, ma ormai sempre più anche alle famiglie. È inoltre sentita con crescente chiarezza l’insufficienza di una razionalità chiusa in se stessa e di un’etica troppo individualista: in concreto, si avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. La Chiesa e i cattolici italiani sono dunque chiamati a cogliere questa grande opportunità, e anzitutto ad esserne consapevoli. Il nostro atteggiamento non dovrà mai essere, pertanto, quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia. Tocca a noi infatti – non con le nostre povere risorse, ma con la forza che viene dallo Spirito Santo – dare risposte positive e convincenti alle attese e agli interrogativi della nostra gente: se sapremo farlo, la Chiesa in Italia renderà un grande servizio non solo a questa Nazione, ma anche all’Europa e al mondo, perché è presente ovunque l’insidia del secolarismo e altrettanto universale è la necessità di una fede vissuta in rapporto alle sfide del nostro tempo.

Rendere visibile il grande “sì” della fede
Cari fratelli e sorelle, dobbiamo ora domandarci come, e su quali basi, adempiere un simile compito. In questo Convegno avete ritenuto, giustamente, che sia indispensabile dare alla testimonianza cristiana contenuti concreti e praticabili, esaminando come essa possa attuarsi e svilupparsi in ciascuno di quei grandi ambiti nei quali si articola l’esperienza umana. Saremo aiutati, così, a non perdere di vista nella nostra azione pastorale il collegamento tra la fede e la vita quotidiana, tra la proposta del Vangelo e quelle preoccupazioni e aspirazioni che stanno più a cuore alla gente. In questi giorni avete riflettuto perciò sulla vita affettiva e sulla famiglia, sul lavoro e sulla festa, sull’educazione e la cultura, sulle condizioni di povertà e di malattia, sui doveri e le responsabilità della vita sociale e politica.

Per parte mia vorrei sottolineare come, attraverso questa multiforme testimonianza, debba emergere soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza. San Paolo nella Lettera ai Filippesi ha scritto: “Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4,8). I discepoli di Cristo riconoscono pertanto e accolgono volentieri gli autentici valori della cultura del nostro tempo, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la democrazia. Non ignorano e non sottovalutano però quella pericolosa fragilità della natura umana che è una minaccia per il cammino dell’uomo in ogni contesto storico; in particolare, non trascurano le tensioni interiori e le contraddizioni della nostra epoca. Perciò l’opera di evangelizzazione non è mai un semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una purificazione, un taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di nascere a quella “creatura nuova” (2Cor 5,17; Gal 6,15) che è il frutto dello Spirito Santo.

Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est, all’inizio dell’essere cristiano – e quindi all’origine della nostra testimonianza di credenti – non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo, “che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1). La fecondità di questo incontro si manifesta, in maniera peculiare e creativa, anche nell’attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. Una caratteristica fondamentale di queste ultime è infatti l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. È questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza. Il “progetto culturale” della Chiesa in Italia è senza dubbio, a tal fine, un’intuizione felice e un contributo assai importante.

La persona umana. Ragione, intelligenza, amore
La persona umana non è, d’altra parte, soltanto ragione e intelligenza. Porta dentro di sé, iscritto nel più profondo del suo essere, il bisogno di amore, di essere amata e di amare a sua volta. Perciò si interroga e spesso si smarrisce di fronte alle durezze della vita, al male che esiste nel mondo e che appare tanto forte e, al contempo, radicalmente privo di senso. In particolare nella nostra epoca, nonostante tutti i progressi compiuti, il male non è affatto vinto; anzi, il suo potere sembra rafforzarsi e vengono presto smascherati tutti i tentativi di nasconderlo, come dimostrano sia l’esperienza quotidiana sia le grandi vicende storiche. Ritorna dunque, insistente, la domanda se nella nostra vita ci possa essere uno spazio sicuro per l’amore autentico e, in ultima analisi, se il mondo sia davvero l’opera della sapienza di Dio. Qui, molto più di ogni ragionamento umano, ci soccorre la novità sconvolgente della rivelazione biblica: il Creatore del cielo e della terra, l’unico Dio che è la sorgente di ogni essere ama personalmente l’uomo, lo ama appassionatamente e vuole essere a sua volta amato da lui. Dà vita perciò a una storia d’amore con Israele, il suo popolo, e in questa vicenda, di fronte ai tradimenti del popolo, il suo amore si mostra ricco di inesauribile fedeltà e misericordia, è l’amore che perdona al di là di ogni limite. In Gesù Cristo un tale atteggiamento raggiunge la sua forma estrema, inaudita e drammatica: in Lui infatti Dio si fa uno di noi, nostro fratello in umanità, e addirittura sacrifica la sua vita per noi. Nella morte in croce si compie dunque “quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale”, nel quale si manifesta cosa significhi che “Dio è amore” (1 Gv 4,8) e si comprende anche come debba definirsi l’amore autentico (cfr Enc. Deus caritas est, nn. 9-10 e 12).

Proprio perché ci ama veramente, Dio rispetta e salva la nostra libertà. Al potere del male e del peccato non oppone un potere più grande, ma - come ci ha detto il nostro amato Papa Giovanni Paolo II nell’Enciclica Dives in misericordia e, da ultimo, nel libro Memoria e identità – preferisce porre il limite della sua pazienza e della sua misericordia, quel limite che è, in concreto, la sofferenza del Figlio di Dio. Così anche la nostra sofferenza è trasformata dal di dentro, è introdotta nella dimensione dell’amore e racchiude una promessa di salvezza. Cari fratelli e sorelle, tutto questo Giovanni Paolo II non lo ha soltanto pensato, e nemmeno soltanto creduto con una fede astratta: lo ha compreso e vissuto con una fede maturata nella sofferenza. Su questa strada, come Chiesa, siamo chiamati a seguirlo, nel modo e nella misura che Dio dispone per ciascuno di noi. La croce ci fa giustamente paura, come ha provocato paura e angoscia in Gesù Cristo (cfr Mc 14,33-36): essa però non è negazione della vita, da cui per essere felici occorra sbarazzarsi. È invece il “sì” estremo di Dio all’uomo, l’espressione suprema del suo amore e la scaturigine della vita piena e perfetta: contiene dunque l’invito più convincente a seguire Cristo sulla via del dono di sé. Qui mi è caro rivolgere un pensiero di speciale affetto alle membra sofferenti del corpo del Signore: esse, in Italia come ovunque nel mondo, completano quello che manca ai patimenti di Cristo nella propria carne (cfr Col 1,24) e contribuiscono così nella maniera più efficace alla comune salvezza. Esse sono i testimoni più convincenti di quella gioia che viene da Dio e che dona la forza di accettare la croce nell’amore e nella perseveranza.

Sappiamo bene che questa scelta della fede e della sequela di Cristo non è mai facile: è sempre, invece, contrastata e controversa. La Chiesa rimane quindi “segno di contraddizione”, sulle orme del suo Maestro (cfr Lc 2,34), anche nel nostro tempo. Ma non per questo ci perdiamo d’animo. Al contrario, dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza, come ci invita a fare la prima Lettera di San Pietro (3,15), che avete scelto assai opportunamente quale guida biblica per il cammino di questo Convegno. Dobbiamo rispondere “con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (3,15-16), con quella forza mite che viene dall’unione con Cristo. Dobbiamo farlo a tutto campo, sul piano del pensiero e dell’azione, dei comportamenti personali e della testimonianza pubblica. La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l’evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi.

L’educazione
In concreto, perché l’esperienza della fede e dell’amore cristiano sia accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione all’altra, una questione fondamentale e decisiva è quella dell’educazione della persona. Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza, senza trascurare quelle della sua libertà e capacità di amare. E per questo è necessario il ricorso anche all’aiuto della Grazia. Solo in questo modo si potrà contrastare efficacemente quel rischio per le sorti della famiglia umana che è costituito dallo squilibrio tra la crescita tanto rapida del nostro potere tecnico e la crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali. Un’educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà. Da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione vengono i nostri “no” a forme deboli e deviate di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile. In verità, questi “no” sono piuttosto dei “sì” all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è stato creato da Dio. Voglio esprimere qui tutto il mio apprezzamento per il grande lavoro formativo ed educativo che le singole Chiese non si stancano di svolgere in Italia, per la loro attenzione pastorale alle nuove generazioni e alle famiglie. Tra le molteplici forme di questo impegno non posso non ricordare, in particolare, la scuola cattolica, perché nei suoi confronti sussistono ancora, in qualche misura, antichi pregiudizi, che generano ritardi dannosi, e ormai non più giustificabili, nel riconoscerne la funzione e nel permetterne in concreto l’attività.

Testimonianze di carità
Gesù ci ha detto che tutto ciò che avremo fatto ai suoi fratelli più piccoli lo avremo fatto a Lui (cfr Mt 25,40). L’autenticità della nostra adesione a Cristo si verifica dunque specialmente nell’amore e nella sollecitudine concreta per i più deboli e i più poveri, per chi si trova in maggior pericolo e in più grave difficoltà. La Chiesa in Italia ha una grande tradizione di vicinanza, aiuto e solidarietà verso i bisognosi, gli ammalati, gli emarginati, che trova la sua espressione più alta in una serie meravigliosa di “Santi della carità”. Questa tradizione continua anche oggi e si fa carico delle molte forme di nuove povertà, morali e materiali, attraverso la Caritas, il volontariato sociale, l’opera spesso nascosta di tante parrocchie, comunità religiose, associazioni e gruppi, singole persone mosse dall’amore di Cristo e dei fratelli. La Chiesa in Italia, inoltre, dà prova di una straordinaria solidarietà verso le sterminate moltitudini dei poveri della terra. È quindi quanto mai importante che tutte queste testimonianze di carità conservino sempre alto e luminoso il loro profilo specifico, nutrendosi di umiltà e di fiducia nel Signore, mantenendosi libere da suggestioni ideologiche e da simpatie partitiche, e soprattutto misurando il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo: è importante dunque l’azione pratica ma conta ancora di più la nostra partecipazione personale ai bisogni e alle sofferenze del prossimo. Così, cari fratelli e sorelle, la carità della Chiesa rende visibile l’amore di Dio nel mondo.

Responsabilità civili e politiche dei cattolici
Il vostro Convegno ha giustamente affrontato anche il tema della cittadinanza, cioè le questioni delle responsabilità civili e politiche dei cattolici. Cristo infatti è venuto per salvare l’uomo reale e concreto, che vive nella storia e nella comunità, e pertanto il cristianesimo e la Chiesa, fin dall’inizio, hanno avuto una dimensione e una valenza anche pubblica. Come ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est (cfr nn. 28-29), sui rapporti tra religione e politica Gesù Cristo ha portato una novità sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più libero, attraverso la distinzione e l’autonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22,21). La stessa libertà religiosa, che avvertiamo come un valore universale, particolarmente necessario nel mondo di oggi, ha qui la sua radice storica. La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta ad essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato: qui di nuovo c’è per la Chiesa uno spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo.

Una speciale attenzione e uno straordinario impegno sono richiesti oggi da quelle grandi sfide nelle quali vaste porzioni della famiglia umana sono maggiormente in pericolo: le guerre e il terrorismo, la fame e la sete, alcune terribili epidemie. Ma occorre anche fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale. La testimonianza aperta e coraggiosa che la Chiesa e i cattolici italiani hanno dato e stanno dando a questo riguardo sono un servizio prezioso all’Italia, utile e stimolante anche per molte altre Nazioni. Questo impegno e questa testimonianza fanno certamente parte di quel grande “sì” che come credenti in Cristo diciamo all’uomo amato da Dio.

Essere uniti a Cristo
Cari fratelli e sorelle, i compiti e le responsabilità che questo Convegno ecclesiale pone in evidenza sono certamente grandi e molteplici. Siamo stimolati perciò a tenere sempre presente che non siamo soli nel portarne il peso: ci sosteniamo infatti gli uni gli altri e soprattutto il Signore stesso guida e sostiene la fragile barca della Chiesa. Ritorniamo così al punto da cui siamo partiti: decisivo è il nostro essere uniti a Lui, e quindi tra noi, lo stare con Lui per poter andare nel suo nome (cfr Mc 3,13-15). La nostra vera forza è dunque nutrirci della sua parola e del suo corpo, unirci alla sua offerta per noi, come faremo nella Celebrazione di questo pomeriggio, adorarlo presente nell’Eucaristia: prima di ogni attività e di ogni nostro programma, infatti, deve esserci l’adorazione, che ci rende davvero liberi e ci dà i criteri per il nostro agire. Nell’unione a Cristo ci precede e ci guida la Vergine Maria, tanto amata e venerata in ogni contrada d’Italia. In Lei incontriamo, pura e non deformata, la vera essenza della Chiesa e così, attraverso di Lei, impariamo a conoscere e ad amare il mistero della Chiesa che vive nella storia, ci sentiamo fino in fondo parte di essa, diventiamo a nostra volta “anime ecclesiali”, impariamo a resistere a quella “secolarizzazione interna” che insidia la Chiesa nel nostro tempo, in conseguenza dei processi di secolarizzazione che hanno profondamente segnato la civiltà europea.

Cari fratelli e sorelle, eleviamo insieme al Signore la nostra preghiera, umile ma piena di fiducia, affinché la comunità cattolica italiana, inserita nella comunione vivente della Chiesa di ogni luogo e di tutti i tempi, e strettamente unita intorno ai propri Vescovi, porti con rinnovato slancio a questa amata Nazione, e in ogni angolo della terra, la gioiosa testimonianza di Gesù risorto, speranza dell’Italia e del mondo.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca


Francesca.Pisa
Thursday, October 19, 2006 6:15 PM
la messa di stasera
Papa a Verona. Il testo integrale dell'omelia della messa

di Mattia Bianchi/ 19/10/2006

Il testo integrale dell'omelia della Santa Messa presieduta da Benedetto XVI allo stadio Bentegodi di Verona. "La Chiesa in Italia riparta da questo Convegno come sospinta dalla parola del Signore risorto".

- LA CRONACA DELLA MESSA

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio!
Cari fratelli e sorelle!

In questa Celebrazione eucaristica viviamo il momento centrale del IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia, che si raccoglie quest’oggi attorno al Successore di Pietro. Il cuore di ogni evento ecclesiale è l’Eucaristia, nella quale Cristo Signore ci convoca, ci parla, ci nutre e ci invia. E’ significativo che il luogo prescelto per questa solenne liturgia sia lo stadio di Verona: uno spazio dove abitualmente si celebrano non riti religiosi, ma manifestazioni sportive, coinvolgendo migliaia di appassionati. Oggi, questo spazio ospita Gesù risorto, realmente presente nella sua Parola, nell’assemblea del Popolo di Dio con i suoi Pastori e, in modo eminente, nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Cristo viene oggi, in questo moderno areopago, per effondere il suo Spirito sulla Chiesa che è in Italia, perché, ravvivata dal soffio di una nuova Pentecoste, sappia “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, come propongono gli Orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale Italiana per il decennio 2000-2010.

A voi, venerati Fratelli Vescovi, con i Presbiteri e i Diaconi, a voi, cari delegati delle Diocesi e delle aggregazioni laicali, a voi religiose, religiosi e laici impegnati rivolgo il mio più cordiale saluto, che estendo a quanti si uniscono a noi mediante la radio e la televisione. Saluto e abbraccio spiritualmente l’intera Comunità ecclesiale italiana, Corpo di Cristo vivente. Desidero esprimere in modo speciale il mio apprezzamento a quanti hanno a lungo faticato per la preparazione e l’organizzazione di questo Convegno: il Presidente della Conferenza Episcopale Cardinale Camillo Ruini, il Segretario Generale Mons. Giuseppe Betori con i collaboratori dei vari uffici; il Cardinale Dionigi Tettamanzi e gli altri membri del Comitato preparatorio; il Vescovo di Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro, al quale sono grato per le cortesi parole che mi ha rivolto all’inizio della celebrazione a nome anche di questa amata comunità veronese che ci accoglie. Un deferente pensiero va anche al Signor Presidente del Consiglio dei Ministri e alle altre distinte Autorità presenti; un cordiale ringraziamento infine agli operatori della comunicazione che seguono i lavori di quest’importante assise della Chiesa in Italia.

Le Letture bibliche, che poc’anzi sono state proclamate, illuminano il tema del Convegno: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. La Parola di Dio pone in evidenza la risurrezione di Cristo, evento che ha rigenerato i credenti a una speranza viva, come si esprime l’apostolo Pietro all’inizio della sua Prima Lettera. Questo testo ha costituito l’asse portante dell’itinerario di preparazione a questo grande incontro nazionale. Quale suo successore, anch’io esclamo con gioia: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Pt 1,3), perché mediante la risurrezione del suo Figlio ci ha rigenerati e, nella fede, ci ha donato una speranza invincibile nella vita eterna, così che noi viviamo nel presente sempre protesi verso la meta, che è l’incontro finale con il nostro Signore e Salvatore. Forti di questa speranza non abbiamo paura delle prove, le quali, per quanto dolorose e pesanti, mai possono intaccare la gioia profonda che ci deriva dall’amore di Dio. Egli, nella sua provvidente misericordia, ha dato il suo Figlio per noi e noi, pur senza vederlo, crediamo in Lui e Lo amiamo (cfr 1 Pt 1, 3–9). Il suo amore ci basta.

Dalla forza di questo amore, dalla salda fede nella risurrezione di Gesù che fonda la speranza, nasce e costantemente si rinnova la nostra testimonianza cristiana. E’ lì che si radica il nostro “Credo”, il simbolo di fede a cui ha attinto la predicazione iniziale e che continua inalterato ad alimentare il Popolo di Dio. Il contenuto del “kerygma”, che costituisce la sostanza dell’intero messaggio evangelico, è Cristo, il Figlio di Dio fatto Uomo, morto e risuscitato per noi. La sua risurrezione è il mistero qualificante del Cristianesimo, il compimento sovrabbondante di tutte le profezie di salvezza, anche di quella che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, tratta dalla parte finale del Libro del profeta Isaia. Dal Cristo Risorto, primizia dell’umanità nuova, rigenerata e rigenerante, è nato il popolo dei “poveri” che hanno aperto il cuore al Vangelo e sono diventati “querce di giustizia”, “piantagione del Signore per manifestare la sua gloria”, ricostruttori di rovine, restauratori di città desolate, stimati da tutti come stirpe benedetta dal Signore (cfr Is 61,3-4.9). Il mistero della risurrezione del Figlio di Dio, che, salito al cielo accanto al Padre, ha effuso su di noi lo Spirito Santo, ci fa abbracciare con un solo sguardo Cristo e la Chiesa: il Risorto e i risorti, la Primizia e il campo di Dio, la Pietra angolare e le pietre vive, per usare un’altra immagine della Prima Lettera di Pietro (cfr 2,4-8). Così avvenne all’inizio, con la prima comunità apostolica, e così deve avvenire anche ora.

Dal giorno della Pentecoste, infatti, la luce del Signore risorto ha trasfigurato la vita degli Apostoli. Essi ormai avevano la chiara percezione di non essere semplicemente discepoli di una dottrina nuova ed interessante, ma testimoni prescelti e responsabili di una rivelazione a cui era legata la salvezza dei loro contemporanei e di tutte le future generazioni. La fede pasquale riempiva il loro cuore di un ardore e di uno zelo straordinario, che li rendeva pronti ad affrontare ogni difficoltà e persino la morte, ed imprimeva alle loro parole un’irresistibile energia di persuasione. E così, un manipolo di persone, sprovviste di umane risorse e forti soltanto della loro fede, affrontò senza paura dure persecuzioni e il martirio. Scrive l’apostolo Giovanni: “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede” (1 Gv 5,4b). La verità di quest’affermazione è documentata anche in Italia da quasi due millenni di storia cristiana, con innumerevoli testimonianze di martiri, di santi e beati, che hanno lasciato tracce indelebili in ogni angolo della bella Penisola nella quale viviamo. Alcuni di loro sono stati evocati all’inizio del Convegno e i loro volti ne accompagnano i lavori.

Noi siamo gli eredi di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio da questa costatazione nasce la domanda: che ne è della nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla? La certezza che Cristo è risorto ci assicura che nessuna forza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Ci anima anche la consapevolezza che soltanto Cristo può pienamente soddisfare le attese profonde del cuore umano e rispondere agli interrogativi più inquietanti sul dolore, l’ingiustizia e il male, sulla morte e l’aldilà. Dunque, la nostra fede è fondata, ma occorre che questa fede diventi vita in ciascuno di noi. C’è allora un vasto e capillare sforzo da compiere perché ogni cristiano si trasformi in “testimone” capace e pronto ad assumere l’impegno di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima ( cfr 1Pt 3, 15). Per questo occorre tornare ad annunciare con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo umano. Solo da Dio può venire il cambiamento decisivo del mondo. Soltanto a partire dalla Risurrezione si comprende la vera natura della Chiesa e della sua testimonianza, che non è qualcosa di staccato dal mistero pasquale, bensì ne è frutto, manifestazione e attuazione da parte di quanti, ricevendo lo Spirito Santo, sono inviati da Cristo a proseguire la sua stessa missione (cfr Gv 20,21-23).

“Testimoni di Gesù risorto”: questa definizione dei cristiani deriva direttamente dal brano del Vangelo di Luca oggi proclamato, ma anche dagli Atti degli Apostoli (cfr At 1,8.22). Testimoni di Gesù risorto. Quel “di” va capito bene! Vuol dire che il testimone è “di” Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua presenza. E’ esattamente il contrario di quello che avviene per l’altra espressione: “speranza del mondo”. Qui la preposizione “del” non indica affatto appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza, che è Cristo, è nel mondo, è per il mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è “il Santo” (in ebraico Qadosh ). Cristo è speranza per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è Dio. Anche i cristiani possono portare al mondo la speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla vita nuova dell’amore, del perdono, del servizio, della non-violenza. Come dice sant’Agostino: “Hai creduto, sei stato battezzato: è morta la vita vecchia, è stata uccisa sulla croce, sepolta nel battesimo. E’ stata sepolta la vecchia, nella quale malamente sei vissuto: risorga la nuova” (Sermone Guelf. IX, in M. Pellegrino, Vox Patrum, 177). Solo se, come Cristo, non sono del mondo, i cristiani possono essere speranza nel mondo e per il mondo.

Cari fratelli e sorelle, il mio augurio, che sicuramente voi tutti condividete,è che la Chiesa in Italia possa ripartire da questo Convegno come sospinta dalla parola del Signore risorto che ripete a tutti e a ciascuno: siate nel mondo di oggi testimoni della mia passione e della mia risurrezione (cfr Lc 24,48). In un mondo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre lo stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza! Nel suo nome recate a tutti l’annuncio della conversione e del perdono dei peccati, ma date voi per primi testimonianza di una vita convertita e perdonata. Sappiamo bene che questo non è possibile senza essere “rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49), cioè senza la forza interiore dello Spirito del Risorto. Per riceverla occorre, come disse Gesù ai discepoli, non allontanarsi da Gerusalemme, rimanere nella “città” dove si è consumato il mistero della salvezza, il supremo Atto d’amore di Dio per l’umanità. Occorre rimanere in preghiera con Maria, la Madre che Cristo ci ha donato dalla Croce. Per i cristiani, cittadini del mondo, restare in Gerusalemme non può che significare rimanere nella Chiesa, la “città di Dio”, dove attingere dai Sacramenti l’“unzione” dello Spirito Santo. In questi giorni del Convegno ecclesiale nazionale, la Chiesa che è in Italia, obbedendo al comando del Signore risorto, si è radunata, ha rivissuto l’esperienza originaria del Cenacolo, per ricevere nuovamente il dono dall’Alto. Ora, consacrati dalla sua “unzione”, andate! Portate il lieto annuncio ai poveri, fasciate le piaghe dei cuori spezzati, proclamate la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgate l’anno di misericordia del Signore (cfr Is 61,1-2). Ricostruite le antiche rovine, rialzate gli antichi ruderi, restaurate le città desolate (cfr Is 61,4). Sono tante le situazioni difficili che attendono un intervento risolutore! Portate nel mondo la speranza di Dio, che è Cristo Signore, il quale è risorto dai morti, e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca






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