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Francesca.Pisa
Monday, September 11, 2006 4:31 PM
Omelia Benedetto XVI Altotting 11 9 2006


Papa ad Altötting: ''Lasciamoci guidare da Maria verso il suo figlio''

di Mattia Bianchi/ 11/09/2006

E' una intensa riflessione mariana l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel corso della celebrazione eucaristica nel celebre santuario bavarese. Lo stile della madre di Gesù come esempio da seguire.

Cari fratelli e sorelle!

Nella prima lettura, nel responsorio e nel brano evangelico di questo giorno incontriamo tre volte, in modo sempre diverso, Maria, la Madre del Signore, come persona che prega. Nel Libro degli Atti la troviamo in mezzo alla comunità degli Apostoli che si sono riuniti nel Cenacolo e invocano il Signore asceso al Padre, affinché adempia la sua promessa: "Sarete battezzati in Spirito Santo fra non molti giorni" (At 1,5). Maria guida la Chiesa nascente nella preghiera; è quasi la Chiesa orante in persona. E così, insieme con la grande comunità dei santi e come loro centro, sta ancora oggi davanti a Dio ed intercede per noi, chiedendo al suo Figlio di mandare nuovamente il suo Spirito nella Chiesa e nel mondo e di rinnovare la faccia della terra.

Noi rispondiamo a questa lettura cantando insieme con Maria la grande lode intonata da lei, quando Elisabetta la chiamò beata a motivo della sua fede. È questa una preghiera di ringraziamento, di gioia in Dio, di benedizione per le sue grandi opere. Il tenore di quest'inno emerge subito nella prima parola: "L'anima mia magnifica – cioè rende grande – il Signore". Rendere Dio grande vuol dire dargli spazio nel mondo, nella propria vita, lasciarlo entrare nel nostro tempo e nel nostro agire: è questa l'essenza più profonda della vera preghiera. Dove Dio diventa grande, l'uomo non diventa piccolo: lì diventa grande anche l'uomo e diventa luminoso il mondo.

Nel brano evangelico, Maria rivolge al suo Figlio una richiesta in favore degli amici che si trovano in difficoltà. A prima vista, questo può apparire un colloquio del tutto umano tra Madre e Figlio e, infatti, è anche un dialogo pieno di profonda umanità. Tuttavia Maria si rivolge a Gesù non semplicemente come a un uomo, sulla cui fantasia e disponibilità a soccorrere sta contando. Lei affida una necessità umana al suo potere – a un potere che va al di là della bravura e della capacità umana. E così, nel dialogo con Gesù, la vediamo realmente come Madre che chiede, che intercede. Vale la pena di andare un po' più a fondo nell'ascolto di questo brano evangelico: per capire meglio Gesù e Maria, ma proprio anche per imparare da Maria a pregare nel modo giusto. Maria non rivolge una vera richiesta a Gesù. Gli dice soltanto: "Non hanno più vino" (Gv 2,3). Le nozze in Terra Santa si festeggiavano per una settimana intera; era coinvolto tutto il paese, e si consumavano quindi grandi quantità di vino. Ora gli sposi si trovano in difficoltà, e Maria semplicemente lo dice a Gesù. Non dice a Gesù che cosa Egli deve fare. Non domanda una cosa precisa, e per niente chiede che Egli compia un miracolo mediante il quale produrre del vino. Semplicemente affida la cosa a Gesù e lascia a Lui la decisione su come reagire. Vediamo così nella semplice parola della Madre di Gesù due cose: da una parte, la sua sollecitudine affettuosa per gli uomini, l'attenzione materna con cui avverte l'altrui situazione difficile; vediamo la sua bontà cordiale e la sua disponibilità ad aiutare. È questa la Madre, verso la quale la gente da generazioni si mette in pellegrinaggio qui ad Altötting. A lei affidiamo le nostre preoccupazioni, le necessità e le situazioni penose. La bontà pronta ad aiutare della Madre, alla quale ci affidiamo, è qui nella Sacra Scrittura, che la vediamo per la prima volta. Ma a questo primo aspetto molto familiare a tutti noi se ne unisce ancora un altro, che facilmente ci sfugge: Maria rimette tutto al giudizio del Signore. A Nazaret ha consegnato la sua volontà immergendola in quella di Dio: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1, 38). Questo è il suo permanente atteggiamento di fondo. E così ci insegna a pregare: non voler affermare la nostra volontà e i nostri desideri di fronte a Dio, ma lasciare a Lui di decidere ciò che intende fare. Da Maria impariamo la bontà pronta ad aiutare, ma anche l'umiltà e la generosità di accettare la volontà di Dio, dandogli fiducia nella convinzione che la sua risposta sarà il nostro vero bene.

Se in questa luce possiamo capire molto bene l'atteggiamen­to e le parole di Maria, ci resta ancor più difficile comprendere la risposta di Gesù. Già l'appellativo non ci piace: "Donna" – perché non dice: madre? In realtà, questo titolo esprime la posizione di Maria nella storia della salvezza. Esso rimanda al futuro, all'ora della crocifissione, in cui Gesù le dirà: "Donna, ecco il tuo figlio – figlio, ecco la tua madre!" (cfr Gv 19, 26-27). Indica quindi in anticipo l'ora in cui Egli renderà la donna, sua madre, madre di tutti i suoi discepoli. D’altra parte, il titolo evoca il racconto della creazione di Eva: Adamo, in mezzo alla creazione con tutta la sua ricchezza, come essere umano si sente solo. Allora viene creata Eva, e in lei egli trova la compagna che aspettava e che chiama con il titolo di "donna". Così, nel Vangelo di Giovanni, Maria rappresenta la nuova, la definitiva donna, la compagna del Redentore, la Madre nostra: l'appellativo apparentemente poco affettuoso esprime invece la grandezza della sua missione.

Ma ancora meno ci piace tutto il resto della risposta che Gesù a Cana dà a Maria: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2, 4). Noi vorremmo obiettare: Molto hai da fare con lei! È stata lei a darti carne e sangue, il tuo corpo. E non soltanto il tuo corpo: con il “sì” proveniente dal profondo del suo cuore ti ha portato in grembo e con amore materno ti ha introdotto nella vita e ambientato nella comunità del popolo d’Israele. Se così parliamo con Gesù, siamo già sulla buona strada per comprendere la sua risposta. Poiché tutto ciò deve richiamare alla nostra memoria che nella Sacra Scrittura esiste un parallelismo con il dialogo che Maria aveva avuto con l’Arcangelo Gabriele, nel quale ella dice: “Avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38). Questo parallelismo si trova nella Lettera agli Ebrei che, con parole tratte dal Salmo 40 ci racconta del dialogo tra Padre e Figlio – quel dialogo nel quale si s'avvia l’incarnazione. L’eterno Figlio dice al Padre: “Tu non hai voluto né sacrifici né offerte, un corpo invece mi hai preparato… Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà” (Ebr 10,5-7; cfr Sl 40,6-8). Il “si” del Figlio: “Vengo per fare la tua volontà”, e il “sì” di Maria: “Avvenga di me quello che hai detto” – questo duplice “sì” diventa un unico “sì”, e così il Verbo diventa carne in Maria. In questo duplice “sì” l’obbedienza del Figlio si fa corpo, Maria gli dona il corpo. “Che ho da fare con te, o donna?” Quello che nel più profondo hanno da fare l’uno con l’altra, è questo duplice “sì”, nella cui coincidenza è avvenuta l’incarnazio­ne. È a questo punto della loro profondissima unità che il Signore mira con la sua parola. Lì, in questo comune “sì” alla volontà del Padre, si trova la soluzione. Dobbiamo incamminarci anche noi verso questo punto; lì emerge la risposta alle nostre domande.

Partendo da lì comprendiamo anche la seconda frase della risposta di Gesù: “Non è ancora giunta la mia ora”. Gesù non agisce mai solamente da sé; mai per piacere agli altri. Egli agisce sempre partendo dal Padre, ed è proprio questo che lo unisce a Maria, perché là, in questa unità di volontà col Padre, ha voluto deporre anche lei la sua richiesta. Per questo, dopo la risposta di Gesù, che sembra respingere la domanda, lei sorprendentemente può dire ai servi con semplicità: “Fate quello che vi dirà!” (Gv 2,5). Gesù non fa un prodigio, non gioca col suo potere in una vicenda in fondo del tutto privata. Egli pone in essere un segno, col quale annuncia la sua ora, l’ora delle nozze, dell’unione tra Dio e l’uomo. Egli non “produce” semplicemente vino, ma trasforma le nozze umane in un’immagi­ne delle nozze divine, alle quali il Padre invita mediante il Figlio e nelle quali Egli dona la pienezza del bene. Le nozze diventano immagine della Croce, sulla quale Dio spinge il suo amore fino all’estremo, dando se stesso nel Figlio in carne e sangue – nel Figlio che ha istituito il Sacramento, in cui si dona a noi per tutti i tempi. Così la necessità viene risolta in modo veramente divino e la domanda iniziale largamente oltrepassata. L’ora di Gesù non è ancora arrivata, ma nel segno della trasformazione dell'acqua in vino, nel segno del dono festivo, anticipa la sua ora già in questo momento.

La sua “ora” definitiva sarà il suo ritorno alla fine dei tempi. Egli però anticipa continuamente questa ora nell’Eucari­stia, nella quale viene sempre già ora. E sempre di nuovo lo fa per intercessione della sua Madre, per intercessione della Chiesa, che lo invoca nelle preghiere eucaristiche: "Vieni, Signore Gesù!" Nel Canone la Chiesa implora sempre di nuovo questa anticipazione dell’"ora", chiede che venga già adesso e si doni a noi. Così vogliamo lasciarci guidare da Maria, dalla Madre delle grazie di Altötting, dalla Madre di tutti i fedeli, verso l’"ora" di Gesù. Chiediamo a Lui il dono di riconoscerlo e di comprenderlo sempre di più. E non lasciamo che il ricevere sia ridotto solo al momento della Comunione. Egli rimane presente nell’Ostia santa e ci aspetta continuamente. L’adorazio­ne del Signore nell'Eucaristia ha trovato a Altötting nella vecchia camera del tesoro un luogo nuovo. Maria e Gesù vanno insieme. Mediante lei vogliamo restare in dialogo col Signore, imparando così a riceverlo meglio. Santa Madre di Dio, prega per noi, come a Cana hai pregato per gli sposi! Guidaci verso Gesù – sempre di nuovo! Amen!


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca








Francesca.Pisa
Monday, September 11, 2006 6:21 PM
I vespri a Altotting
Il papa: ''Solo chi sta con il Signore impara a conoscerlo''

di Daniele Lorenzi/ 11/09/2006

Benedetto XVI a sacerdoti e religiosi: stare con il Signore ed essere da lui inviati è il centro della missione alla quale siamo stati chiamati. L'importanza della preghiera, della messa, dell'adorazione". "Signore, manda operai per la tua messe".

Cari amici!

In questo luogo di grazia, Altötting, ci siamo riuniti – seminaristi in cammino verso il sacerdozio, sacerdoti, religiose e religiosi e membri dell’Opera Pontificia per le Vocazioni di speciale consacrazione – nella Basilica di Sant’Anna, di fronte al santuario della sua figlia, la Madre del Signore. Ci siamo riuniti per interrogarci sulla nostra vocazione al servizio di Gesù Cristo e per comprendere questa nostra vocazione sotto gli occhi di Sant’Anna, nella cui casa è maturata la vocazione più grande della storia della salvezza. Maria ricevette la sua vocazione dalla bocca dell’Angelo. Nella nostra camera l’Angelo non entra in modo visibile, ma con ciascuno di noi il Signore ha un suo progetto, ciascuno viene da Lui chiamato per nome. Il nostro compito è quindi di diventare persone in ascolto, capaci di percepire la sua chiamata, coraggiose e fedeli, per seguirlo e, alla fine, essere trovati servi affidabili che hanno operato bene col dono loro assegnato.

Sappiamo che il Signore cerca operai per la sua messe. L’ha detto Egli stesso: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,37s). Perciò ci siamo qui riuniti: per lanciare questa richiesta al padrone della messe. Sì, la messe di Dio è grande ed aspetta degli operai: nel cosiddetto Terzo Mondo – in America Latina, in Africa, in Asia – la gente aspetta araldi che portino il Vangelo della pace, il messaggio del Dio fatto uomo. Ma anche nel cosiddetto Occidente, da noi in Germania, come pure nelle vastità della Russia è vero che la messe potrebbe essere molta. Mancano, però, gli uomini che siano disposti a farsi operai nella messe di Dio. È oggi come allora, quando il Signore fu preso da compassione per le folle che gli parevano come pecore senza pastore – persone che probabilmente sapevano molte cose, ma non erano in grado di vedere come orientare bene la loro vita. Signore, guarda la tribolazione di questa nostra ora che abbisogna di messaggeri del Vangelo, di testimoni per Te, di persone che indichino la via verso la "vita in abbondanza"! Vedi il mondo e lasciati prendere anche adesso dalla compassione! Guarda il mondo e manda operai! Con questa domanda bussiamo alla porta di Dio; ma con questa domanda bussa poi il Signore anche al nostro stesso cuore. Signore, mi vuoi Tu? Non è forse troppo grande per me? Non sono forse io troppo piccolo per questo? “Non temere”, ha detto l’Angelo a Maria. “Non temere, ti ho chiamato per nome”, dice mediante il profeta Isaia ( 43,1) a noi – a ciascuno di noi.

Dove andiamo, se diciamo “sì” alla chiamata del Signore? La descrizione più concisa della missione sacerdotale – che vale analogamente anche per religiose e religiosi – ci è data dall’evangeli¬sta Marco che, nel racconto della chiamata dei Dodici dice: “Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli” (Mc 3, 14). Stare con Lui e, come inviati, essere in cammino verso la gente – queste due cose vanno insieme e, insieme, costituiscono l’essenza della vocazione spirituale, del sacerdozio. Stare con Lui ed essere mandati – due cose inscindibili tra loro. Solo chi sta “con Lui” impara a conoscerlo e può annunciarlo veramente. Chi sta con Lui, non trattiene per sé ciò che ha trovato, ma deve comunicarlo. Avviene come ad Andrea che disse al suo fratello Simone: “Abbiamo trovato il Messia!” (Gv 1,41). “E lo condusse da Gesù”, aggiunge l’evangelista (Gv 1,42). San Gregorio Magno, in una sua omelia, disse una volta che gli angeli, a qualunque distanza vadano con le loro missioni, si muovono sempre in Dio. Sono sempre con Lui. Partendo dagli angeli, san Gregorio pensò anche ai vescovi e ai sacerdoti: ovunque vadano, dovrebbero sempre “stare con Lui”. La prassi lo afferma: dove i sacerdoti, a causa dei grandi compiti, permettono che lo stare col Signore si riduca sempre di più, lì perdono infine, nonostante la loro attività forse eroica, la forza interiore che li sostiene. Quello che fanno diventa un vuoto attivismo. Stare con Lui – come si può realizzare? Bene, la prima cosa e la più importante per il sacerdote è la Messa quotidiana, celebrata sempre con profonda partecipazione interiore. Se la celebriamo veramente da persone oranti, se uniamo la nostra parola e il nostro agire alla parola che ci precede e al rito della celebrazione eucaristica, se nella comunione ci lasciamo veramente abbracciare da Lui e Lo accogliamo – allora stiamo con Lui.

Un modo fondamentale dello stare con Lui è la Liturgia delle Ore: in essa preghiamo da uomini bisognosi del dialogo con Dio, coinvolgendo però anche tutti gli altri che non hanno il tempo e la possibilità per una tale preghiera. Perché la nostra Celebrazione eucaristica e la Liturgia delle Ore rimangano colme di significato, dobbiamo dedicarci sempre di nuovo alla lettura spirituale della Sacra Scrittura; non soltanto decifrare e spiegare parole del passato, ma cercare la parola che il Signore rivolge a me personalmente, ora e qui. Solo così saremo in grado di portare la Parola sacra agli altri come Parola presente e vivente di Dio.

Un modo essenziale dello stare col Signore è l’Adorazione eucaristica. Altötting, grazie al Vescovo Schraml, ha ottenuto una nuova “camera del tesoro”. Laddove una volta si custodivano i tesori del passato, oggetti preziosi della storia e della pietà, si trova adesso il luogo per il vero tesoro della Chiesa: la presenza permanente del Signore nel Sacramento. Il Signore, in una delle sue parabole, ci racconta del tesoro nascosto nel campo; chi l’ha trovato vende tutti i suoi averi per poter comprare il campo, perché il tesoro nascosto supera ogni altro valore. Il tesoro nascosto, il bene sopra ogni altro bene, è il Regno di Dio – è Gesù stesso, il Regno in persona. Nell’Ostia sacra Egli è presente, il vero tesoro, sempre per noi raggiungibile. Solo nell’adorazio¬ne di questa sua presenza impariamo a riceverlo in modo giusto – impariamo il comunicarci, impariamo dall'interno la celebrazione dell’Eucari¬stia. Vorrei citare in questo contesto una bella parola di Edith Stein, la santa Compatrona d’Europa: “Il Signore è presente nel tabernacolo con divinità e umanità. Egli è lì, non per sé stesso, ma per noi: perché è la sua gioia stare con gli uomini. E perché sa che noi, così come siamo, abbiamo bisogno della sua vicinanza personale. La conseguenza per quanti pensano e sentono normalmente è quella di sentirsi attratti e di soffermarsi lì ogniqualvolta e finché è loro concesso” (Gesammelte Werke VII, 136f). Amiamo lo stare col Signore! Là possiamo parlare con Lui di tutto. Possiamo esporgli le nostre domande, le nostre preoccupazioni, le nostre angosce. Le nostre gioie. La nostra gratitudine, le nostre delusioni, le nostre richieste e le nostre speranze. Là possiamo anche ripetergli sempre di nuovo: “Signore, manda operai nella tua messe! Aiutami ad essere un buon lavoratore nella tua vigna!”

Qui, in questa Basilica, il nostro pensiero va a Maria, che ha vissuto la sua vita totalmente nello “stare con Gesù” e che perciò era, ed è tuttora, anche totalmente a disposizione degli uomini: le tavolette votive lo dimostrano in modo concreto. E pensiamo alla sua santa madre Anna, e con lei all’importan¬za delle madri e dei padri, delle nonne e dei nonni, pensiamo all’importanza della famiglia come ambiente di vita e di preghiera, dove si impara a pregare e dove possono maturare le vocazioni.

Qui, a Altötting, pensiamo naturalmente in modo particolare al buon frate Konrad. Egli ha rinunciato ad una grande eredità, perché voleva seguire Gesù Cristo senza riserve ed essere totalmente con Lui. Come il Signore propone nella parabola, egli ha scelto per sé veramente l’ultimo posto, quello dell’umile frate portinaio. Nella sua portineria ha realizzato proprio ciò che san Marco ci dice degli Apostoli: lo “stare con Lui” e l’ “essere mandato” verso gli uomini. Dalla sua cella poteva sempre guardare verso il tabernacolo, sempre “stare con Lui”. Da questo sguardo ha imparato la bontà inesauribile, con cui trattava la gente che quasi ininterrottamente suonava alla sua porta – a volte anche in modo piuttosto cattivo per provocarlo, a volte con impazienza e schiamazzi. A tutti loro egli, mediante la sua bontà e umanità, ha donato senza grandi parole un messaggio che valeva più di semplici parole. Preghiamo il frate san Konrad perché ci aiuti a tenere lo sguardo fisso sul Signore e che in questo modo ci aiuti a portare l’amore di Dio agli uomini. Amen!


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca








Francesca.Pisa
Tuesday, September 12, 2006 11:35 AM
Ecco la splendida omelia di Oggi a Regensburg

Regensburg, 12 settembra 2006


La giornata dell’incontro nella città dove Joseph Ratzinger ha insegnato per anni all’università. Stamani ad accoglierlo sono arrivate oltre 350mila persone che il papa ha salutato con commozione, ringraziando tutti di cuore. Una festa della fede, insomma, che Benedetto XVI ha voluto suggellare con un’omelia che spiega le radici stesse del cristianesimo e la dimensione di un Dio dal volto umano. Ancora una volta, il papa propone un approccio razionale ai temi della fede e lo fa riflettendo sul Credo che può essere riassunto nella formula del "Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". “La fede è semplice”, dice il papa, spiegando che i cristiani credono in un “Dio che entra in relazione con noi esseri umani, che è per noi origine e futuro”. “Così la fede, - continua - è sempre anche speranza, è la certezza che noi abbiamo un futuro e non cadremo nel vuoto. E la fede è amore, perché l'amore di Dio vuole contagiarci”.

Ma Benedetto XVI vuole anche mostrare la ragionevolezza della fede, mai scalfita nemmeno da correnti storiche come l’illuminismo che cercava “una spiegazione del mondo, in cui Dio diventasse superfluo”. Eppure, “ogniqualvolta poteva sembrare che ci si fosse quasi riusciti – dice - sempre di nuovo appariva evidente: i conti non tornano!”. Questo perché Dio non è irrazionalità e l’uomo un semplice prodotto casuale: Dio, chiarisce Benedetto XVI, “è Ragione creatrice, lo Spirito che opera tutto e suscita lo sviluppo”. “Con questa fede non abbiamo bisogno di nasconderci, non dobbiamo temere di trovarci con essa in un vicolo cieco. Siamo lieti di poter conoscere Dio! E cerchiamo di dimostrare anche agli altri la ragionevolezza della fede”. C’è poi un ulteriore salto da fare, perché “la ragione creativa è bontà, è Amore”. Un Dio dal volto umano che si mostra agli uomini “per liberarli dalla paura di Dio”, “un sentimento dal quale, in definitiva, nacque l’ateismo moderno”. “Solo questo Dio – dice il papa - ci salva dalla paura del mondo e dall’ansia di fronte al vuoto della propria esistenza”.

Come si concilia tutto questo con l’ombra del giudizio universale e certe visioni millenaristiche? Il papa risponde con un’altra domanda: “Non vogliamo forse che l’eccesso di ingiustizia e di sofferenza, che vediamo nella storia, alla fine si dissolva; che tutti in definitiva possano diventare lieti, che tutto ottenga un senso?”. Un modo per ribadire che “la fede non vuole farci paura”, ma “chiamarci alla responsabilità”. “Non dobbiamo sprecare la nostra vita, né abusare di essa; neppure dobbiamo tenerla per noi stessi; di fronte all’ingiusti­zia non dobbiamo restare indifferenti, diventandone conniventi o addirittura complici”. “Non paura ma responsabilità – responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza, e per la salvezza di tutto il mondo”. Il testo integrale.



Ecco il testo integrale dell'omelia di Benedetto

Il papa a Regensburg: la ragionevolezza della fede

di Mattia Bianchi/ 12/09/2006

L'omelia di Benedetto XVI alla Santa Messa di Regensburg. A oltre 350mila persone, il papa spiega la ragionevolezza della fede. La traduzione italiana...

Cari fratelli e sorelle!
"Chi crede non è mai solo" è il motto di questi giorni. Lo vediamo qui realizzato. La fede ci riunisce e ci dona una festa. Ci dona la gioia in Dio, la gioia per la creazione e per lo stare insieme. Io so che in precedenza questa festa ha richiesto molta fatica e molto lavoro. Attraverso i resoconti dei giornali ho potuto un po' rendermi conto di quante persone hanno impegnato il loro tempo e le loro forze per preparare questa spianata in modo così degno; grazie a loro c’è la Croce qui sulla collina come segno di Dio per la pace nel mondo; le vie di accesso e di partenza sono libere; la sicurezza e l'ordine sono garantite; sono stati approntati alloggi ecc. Non potevo immaginare – e anche adesso lo so solo sommariamente – quanto lavoro fin nei minimi particolari sia stato necessario perché potessimo ora trovarci tutti insieme in questo modo. Per tutto ciò non posso che dire semplicemente "Grazie di cuore!". Il Signore Vi ricompensi per tutto, e la gioia che noi ora possiamo sperimentare grazie alla vostra preparazione, ritorni centuplicata a ciascuno di voi! Mi sono commosso, quando ho sentito quante persone, in particolare delle scuole professionali di Weiden ed Amberg, come anche ditte e singole persone, uomini e donne, hanno collaborato per abbellire la mia casa e il mio giardino. Un po' confuso di fronte a tanta bontà, posso anche in questo caso dire soltanto un umile "Grazie!" per un tale impegno. Non avete fatto tutto ciò soltanto per un singolo uomo, per la mia povera persona; l'avete fatto nella solidarietà della fede, lasciandovi guidare dall'amore per il Signore e per la Chiesa. Tutto questo è un segno di vera umanità, che nasce dall'essere toccati da Gesù Cristo.

Ci siamo riuniti per una festa della fede. Ora, però, emerge la domanda: Ma che cosa crediamo in realtà? Che cosa significa: credere? Può una tale cosa di fatto ancora esistere nel mondo moderno? Vedendo le grandi "Somme" di teologia redatte nel Medioevo o pensando alla quantità di libri scritti ogni giorno in favore o contro la fede, si è tentati di scoraggiarsi e di pensare che questo è tutto troppo complicato. Alla fine, vedendo i singoli alberi, non si vede più il bosco. È vero: la visione della fede comprende cielo e terra; il passato, il presente, il futuro, l'eternità – e perciò non è mai esauribile. E tuttavia, nel suo nucleo è molto semplice. Il Signore, infatti, ne parla col Padre dicendo: "Hai voluto rivelarlo ai semplici – a coloro che sono capaci di vedere col cuore" (cfr Mt 11,25). La Chiesa, da parte sua, ci offre una piccola "Somma", nella quale tutto l'essenziale è espresso: è il cosiddetto "Credo degli Apostoli". Esso viene di solito suddiviso in dodici articoli – secondo il numero degli Apostoli – e parla di Dio, Creatore e Principio di tutte le cose, di Cristo e dell'opera della salvezza, fino alla risurrezione dei morti e alla vita eterna. Ma nella sua concezione di fondo, il Credo è composto solo di tre parti principali, e secondo la sua storia non è nient'altro che un'amplificazione della formula battesimale, che il Signore risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi quando disse loro: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19).

In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice. Crediamo in Dio – in Dio, principio e fine della vita umana. In quel Dio che entra in relazione con noi esseri umani, che è per noi origine e futuro. Così la fede, contemporaneamente, è sempre anche speranza, è la certezza che noi abbiamo un futuro e non cadremo nel vuoto. E la fede è amore, perché l'amore di Dio vuole "contagiarci".

Come seconda cosa possiamo costatare: il Credo non è un insieme di sentenze, non è una teoria. È, appunto, ancorato all'evento del Battesimo – ad un evento d'incontro tra Dio e l'uomo. Dio, nel mistero del Battesimo, si china sull'uomo; ci viene incontro e in questo modo ci avvicina anche tra noi. Perché il Battesimo significa che Gesù Cristo, per così dire, ci adotta come suoi fratelli e sorelle, accogliendoci con ciò come figli nella famiglia di Dio stesso. In questo modo fa quindi di tutti noi una grande famiglia nella comunità universale della Chiesa. Sì, chi crede non è mai solo. Dio ci viene incontro. Incamminiamoci anche noi verso Dio e andiamo così gli uni incontro agli altri! Non lasciamo solo, per quanto sta nelle nostre forze, nessuno dei figli di Dio!

Noi crediamo in Dio. Questa è la nostra decisione di fondo. Ma è possibile ancora oggi? È una cosa ragionevole? Fin dall'illuminismo, almeno una parte della scienza s'impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo, in cui Dio diventi superfluo. E così Egli dovrebbe diventare inutile anche per la nostra vita. Ma ogniqualvolta poteva sembrare che ci si fosse quasi riusciti – sempre di nuovo appariva evidente: i conti non tornano! I conti sull'uomo, senza Dio,non tornano, e i conti sul mondo, su tutto il vasto universo, senza di Lui non tornano. In fin dei conti, resta l'alternativa: che cosa esiste all'origine? La Ragione creatrice, lo Spirito che opera tutto e suscita lo sviluppo, o l'Irrazionalità che, priva di ogni ragione, stranamente produce un cosmo ordinato in modo matematico e anche l'uomo, la sua ragione. Questa, però, sarebbe allora soltanto un risultato casuale dell'evoluzione e quindi, in fondo, anche una cosa irragionevole. Noi cristiani diciamo: "Credo in Dio Padre, Creatore del cielo e della terra" – credo nello Spirito Creatore. Noi crediamo che all'origine c'è il Verbo eterno, la Ragione e non l'Irrazionalità. Con questa fede non abbiamo bisogno di nasconderci, non dobbiamo temere di trovarci con essa in un vicolo cieco. Siamo lieti di poter conoscere Dio! E cerchiamo di dimostrare anche agli altri la ragionevolezza della fede, come san Pietro ci esorta a fare nella sua Prima Lettera (cfr 3,15)!

Noi crediamo in Dio. Lo affermano le parti principali del Credo e lo sottolinea soprattutto la sua prima parte. Ma ora segue subito la seconda domanda: in quale Dio? Ebbene, crediamo appunto in quel Dio che è Spirito Creatore, Ragione creativa, da cui proviene tutto e da cui proveniamo anche noi. La seconda parte del Credo ci dice di più. Questa Ragione creativa è Bontà. È Amore. Essa possiede un volto. Dio non ci lascia brancolare nel buio. Si è mostrato come uomo. Egli è tanto grande da potersi permettere di diventare piccolissimo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù (Gv 14,9). Dio ha assunto un volto umano. Ci ama fino al punto da lasciarsi per noi inchiodare sulla Croce, per portare le sofferenze dell’umani­tà fino al cuore di Dio. Oggi, che conosciamo le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione, le distruzioni dell’immagine di Dio a causa dell’odio e del fanatismo, è importante dire con chiarezza in quale Dio noi crediamo e professare convinti questo volto umano di Dio. Solo questo ci libera dalla paura di Dio – un sentimento dal quale, in definitiva, nacque l’ateismo moderno. Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo e dall’ansia di fronte al vuoto della propria esistenza. Solo guardando a Gesù Cristo, la nostra gioia in Dio raggiunge la sua pienezza, diventa gioia redenta. Volgiamo durante questa celebrazione solenne dell’Eucaristia il nostro sguardo sul Signore e chiediamo a Lui la grande gioia che Egli ha promesso ai suoi discepoli (cfr Gv 16,24)!

La seconda parte del Credo si conclude con la prospettiva del Giudizio finale e la terza con quella della risurrezione dei morti. Giudizio – non è che con ciò ci viene inculcata nuovamente la paura? Ma, non desideriamo forse tutti che un giorno sia fatta giustizia per tutti i condannati ingiustamente, per quanti hanno sofferto lungo la vita e poi da una vita piena di dolore sono stati inghiottiti nella morte? Non vogliamo forse che l’eccesso di ingiustizia e di sofferenza, che vediamo nella storia, alla fine si dissolva; che tutti in definitiva possano diventare lieti, che tutto ottenga un senso? Questa affermazione del diritto, questo congiungimento di tanti frammenti di storia che sembrano privi di senso, così da integrarli in un tutto in cui dominino la verità e l’amore: è questo che s’intende col concetto di Giudizio del mondo. La fede non vuol farci paura; vuole piuttosto – e questo sicuramente – chiamarci alla responsabilità. Non dobbiamo sprecare la nostra vita, né abusare di essa; neppure dobbiamo tenerla per noi stessi; di fronte all’ingiusti­zia non dobbiamo restare indifferenti, diventandone conniventi o addirittura complici. Dobbiamo percepire la nostra missione nella storia e cercare di corrispondervi. Non paura ma responsabilità – responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza, e per la salvezza di tutto il mondo sono necessarie. Quando, però, responsabilità e preoccupazione tendono a diventare paura, allora ricordiamoci della parola di san Giovanni: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto” (1 Gv 2,1). “Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri – Dio è più grande del nostro cuore ed Egli conosce ogni cosa” (1 Gv 3,20).

Celebriamo oggi la festa del “Nome di Maria”. A quante portano questo nome – la mia mamma e mia sorella ne facevano parte – vorrei quindi esprimere i miei più cordiali auguri per questo loro onomastico. Maria, la Madre del Signore, dal popolo fedele ha ricevuto il titolo di Advocata, essendo lei la nostra avvocata presso Dio. Così la conosciamo fin dalle nozze di Cana: come la donna benigna, piena di sollecitudine materna e di amore, la donna che avverte le necessità altrui e, per aiutare, le porta davanti al Signore. Oggi abbiamo sentito nel Vangelo, come il Signore la dona come madre al discepolo prediletto e, in lui, a tutti noi. In ogni epoca, i cristiani hanno accolto con gratitudine questo testamento di Gesù, e presso la Madre hanno trovato sempre di nuovo quella sicurezza e quella fiduciosa speranza, che ci rendono lieti in Dio. Accogliamo anche noi Maria come la stella della nostra vita, che ci introduce nella grande famiglia di Dio! Sì, chi crede non è mai solo. Amen!

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca



Francesca.Pisa
Tuesday, September 12, 2006 7:02 PM
la "lezione" di Benedetto XVI.......

Il papa all'università: ''Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio''

di Mattia Bianchi/ 12/09/2006

Dalla cattedra dell'università di Regensburg Benedetto XVI riflette su religione e violenza dal versante della ragione. Cristianesimo e ellenismo, cultura moderna e fede. Il dialogo fra culture e i pericoli per l'occidente.

Fede, ragione e università.
Ricordi e riflessioni.


Illustri Signori, gentili Signore!
È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all’università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile una vera esperienza di universitas: il fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insie¬me dell'università, era una convinzione indiscussa.

Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi probabilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non le risposte dell'erudito persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le "tre Leggi": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Vorrei toccare in questa lezione solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura del dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.

Nel settimo colloquio (d???e??? – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperato¬re tocca il tema della jihad (guerra santa). Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione (s?? ????) è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'ani¬ma ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazn si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.

Qui si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il ?????". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogar¬si greco.

In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Anti¬co Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sono soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamen¬to allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'inti¬ma natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.

Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazn e potrebbero portare fino all'immagi¬ne di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio (cfr Lat IV). Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-logos, per cui il culto cristiano è ?????? ?at?e?a – un culto che concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).

Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.

Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della dis-ellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della dis-ellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.

La dis-ellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati fondamentali della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.

La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della dis-ellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento. Non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di dis-ellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di ciò è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'universi¬tà: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico o cartesiano.

Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.

Torneremo ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, semplicemente insufficiente.

Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della dis-ellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.

Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinse¬co suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno". L'occiden¬te, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così può subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione (con il logos) è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.

Nota: Di questo testo il Santo Padre si riserva di offrire, in un secondo momento, una redazione fornita di note. L’attuale stesura deve quindi considerarsi provvisoria.

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca






Francesca.Pisa
Tuesday, September 12, 2006 8:25 PM
Vespri in duomo a Regensburg
Il papa a ortodossi e protestanti: Cristo ci unisce

di Mattia Bianchi/ 12/09/2006

Una riflessione ecumenica per mettere al centro Cristo. Benedetto XVI partecipa alla recita dei Vespri insieme ai cristiani ortodossi e protestanti nel duomo di Regensburg.

Cari fratelli e sorelle in Cristo!

Ci siamo riuniti – cristiani ortodossi, cattolici e protestanti – per cantare insieme le Lodi serali di Dio. Il cuore di questa liturgia sono i salmi, nei quali confluiscono l'Antica e la Nuova Alleanza e la nostra preghiera si unisce all'Israele credente che vive nella speranza. Questa è un'ora di gratitudine per il fatto che noi possiamo così pregare insieme e nel nostro rivolgerci al Signore, possiamo crescere contemporaneamente nell'unità anche tra noi.

Tra i partecipanti a questi Vespri vorrei salutare cordialmente innanzitutto i rappresentanti della Chiesa ortodossa. Ritengo già da sempre un grande dono della Provvidenza il fatto che, come professore a Bonn, ho avuto modo di conoscere e di amare la Chiesa ortodossa, per così dire, personalmente, cioè nelle persone di due giovani Archimandriti, diventati poi Metropoliti, Stylianos Harkianakis e Damaskinos Papandreou. A Ratisbona, grazie alle iniziative del Vescovo Graber, si aggiungevano ulteriori incontri: nei Simposi sul "Spindlhof" e a causa dei borsisti che hanno studiato qui. Sono lieto di poter rivedere qualche volto a me familiare e di trovare ravvivate le vecchie amicizie. Fra pochi giorni si riprenderà a Belgrado il dialogo teologico sul tema fondamentale della koinonia – nelle due dimensioni che la Prima Lettera di Giovanni ci indica subito all'inizio, nel primo capitolo. La nostra koinonia è anzitutto comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo nello Spirito Santo; è la comunione con lo stesso Dio Trino, resa possibile dal Signore mediante la sua incarnazione e l'effusione dello Spirito. Questa comunione con Dio crea poi anche la koinonia tra gli uomini, come partecipazione alla fede degli Apostoli e così come comunione nella fede – una comunione che nell'Eucari­stia diventa "corporea", edificando l'unica Chiesa che si espande oltre tutti i confini (cfr 1 Gv 1,3). Io spero e prego che questi colloqui portino frutti e che la comunione col Dio vivente che ci unisce, come la comunione tra noi nella fede tramandata dagli Apostoli, si approfondiscano e maturino fino a quell'unità piena, dalla quale il mondo può riconoscere che Gesù Cristo è veramente l'inviato di Dio, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo (cfr Gv 17,21). "Perché il mondo creda" è necessario che noi siamo una cosa sola: la serietà di questo impegno deve animare il nostro dialogo.

Saluto di cuore anche gli amici delle varie tradizioni della Riforma. Anche in questo contesto si risvegliano molti ricordi nel mio intimo: ricordi di amici del circolo Jäger-Stählin, che ormai sono deceduti; con questi ricordi si mescola la gratitudine per gli incontri di questa ora. Ovviamente, penso in particolare all'impegno di faticosa ricerca per trovare il consenso circa la giustificazione. Ricordo tutte le fasi di quel processo fino al memorabile incontro con il defunto Vescovo Hanselmann qui a Ratisbona – un incontro che poté contribuire in modo essenziale al raggiungimento della conclusione concorde. Sono lieto che nel frattempo anche il "Consiglio mondiale delle Chiese metodiste" abbia aderito a tale Dichiarazione. Il consenso circa la giustificazione resta per noi un grande impegno, in realtà non ancora totalmente adempiuto: nella teologia la giustificazione è un tema essenziale, ma nella vita dei fedeli – mi pare – oggi appena presente. Anche se a causa degli eventi drammatici del nostro tempo il tema del perdono reciproco si mostra di nuovo in tutta la sua urgenza – del fatto che ci è necessario innanzitutto il perdono da parte di Dio, la giustificazione per mezzo di Lui, si è poco consapevoli. In gran parte non risulta più alla coscienza moderna il fatto che davanti a Dio abbiamo veramente dei debiti e che il peccato è una realtà che può essere superata soltanto per iniziativa di Dio. Dietro a questo affievolirsi del tema della giustificazione e del perdono dei peccati sta in definitiva un indebolimento del nostro rapporto con Dio. Per questo, il nostro primo compito sarà forse quello di riscoprire in modo nuovo il Dio vivente nella nostra vita.

Ascoltiamo ora con questo proposito ciò che san Giovanni intendeva dirci poco fa nella lettura biblica. Vorrei sottolineare in modo particolare tre affermazioni di questo testo complesso e ricco. Il tema centrale di tutta la Lettera appare nel versetto 15: "Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio". Ancora una volta, come già prima nei versetti 2 e 3 del quarto capitolo, Giovanni mette in luce la confessione che, in fondo, ci distingue come cristiani: la fede, cioè, nel fatto che Gesù è il Figlio di Dio venuto nella carne. "Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato", si legge alla fine del prologo del quarto Vangelo (Gv 1,18). Chi è Dio, lo sappiamo da Gesù Cristo: dall'unico che è Dio. È mediante Lui che veniamo in contatto con Dio. Nell'epoca degli incontri multireligiosi siamo facilmente tentati di attenuare un po' questa confessione centrale o addirittura di nasconderla. Ma con ciò non rendiamo un servizio all'incontro, né al dialogo. Con ciò rendiamo soltanto Dio meno accessibile, per gli altri e per noi stessi. È importante che noi poniamo in discussione in modo completo e non soltanto frammentario la nostra immagine di Dio. Per esserne capaci, deve crescere ed approfondirsi la nostra comunione personale con Cristo e il nostro amore per Lui. In questa nostra comune confessione e in questo nostro comune compito non esiste alcuna divisione tra noi. Vogliamo pregare, affinché questo fondamento comune si rafforzi sempre di più.

Con ciò ci troviamo già dentro al secondo argomento che intendevo toccare. Di esso si parla nel versetto 14 dove si legge: "Noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo". La parola centrale di questa frase è: µ"DJLD@ص< – testimoniamo, siamo testimoni. La confessione deve diventare testimonianza. La parola soggiacente µVDJLH rievoca il fatto, che il testimone di Gesù Cristo deve affermare la sua testimonianza con l'intera sua esistenza, con la vita e con la morte. L'autore della Lettera dice di sé: "Noi abbiamo veduto". Perché ha veduto, egli può essere testimone. Presuppone, però, che anche noi – le generazioni successive – siamo capaci di diventare vedenti, al fine di potere, come vedenti, dare testimonianza. Preghiamo dunque il Signore di renderci vedenti! Aiutiamoci a vicenda a sviluppare questa capacità, per poter rendere vedenti anche gli uomini del nostro tempo, così che a loro volta, attraverso tutto il mondo da loro stessi costruito, riescano a riscoprire Dio! Perché, attraverso tutte le barriere storiche, possano di nuovo scorgere Gesù, il Figlio mandato da Dio, nel quale vediamo il Padre. Nel versetto 9 si dice che Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita. Non possiamo forse costatare oggi che solo mediante l'incontro con Gesù Cristo la vita diventa veramente vita? Essere testimone di Gesù Cristo significa soprattutto: essere testimone di un determinato modo di vivere. In un mondo pieno di confusione, noi dobbiamo dare nuovamente testimonianza degli orientamenti che rendono una vita veramente vita. Questo importante compito comune a tutti i credenti lo dobbiamo affrontare con grande decisione: è responsabilità dei cristiani, in questa ora, di rendere visibili quegli orientamenti di un giusto vivere, che a noi si sono chiariti in Gesù Cristo. Egli ha riassunto nel suo cammino di vita tutte le parole della Scrittura: "Ascoltatelo!" (Mc 9,7).

Con ciò siamo giunti alla terza parola che, in questa Lettura, volevo mettere in rilievo: agape – amore. È questa la parola guida di tutta la Lettera e specialmente del brano che abbiamo ascoltato. Agape non significa nulla di sentimentale e nulla di esaltato; è qualcosa di totalmente sobrio e realistico. Ho cercato di spiegarne qualcosa nella mia Enciclica Deus caritas est. L'agape (l'amore) è veramente la sintesi della Legge e dei Profeti. In essa è "avviluppato" tutto; un tutto, però, che nel quotidiano deve sempre di nuovo essere "sviluppato". Nel versetto 16 del nostro testo si trova la parola meravigliosa: "Noi abbiamo creduto all'amore". Sì, all'amore l'uomo può credere. Testimoniamo la nostra fede così che appaia come forza dell'amore, "perché il mondo creda" (Gv 17,21)! Amen!


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca


ratzi.lella
Wednesday, September 13, 2006 8:29 AM
IL PAPA A PAVIA
Pavia: la visita di Benedetto XVI nel 2007

PAVIA - Papa Benedetto XVI si rechera' a Pavia nel corso del 2007. Il Pontefice desidera poter pregare sulla tomba di Sant'Agostino, ospitata nella chiesa pavese di San Pietro in Ciel d'Oro. Il Papa quindi sara' a Pavia anche in occasione del 751esimo anniversario della fondazione dell'ordine agostiniano. (Agr)

Discipula
Wednesday, September 13, 2006 9:03 AM
Re: IL PAPA A PAVIA

Scritto da: ratzi.lella 13/09/2006 8.29
Pavia: la visita di Benedetto XVI nel 2007

PAVIA - Papa Benedetto XVI si rechera' a Pavia nel corso del 2007. Il Pontefice desidera poter pregare sulla tomba di Sant'Agostino, ospitata nella chiesa pavese di San Pietro in Ciel d'Oro. Il Papa quindi sara' a Pavia anche in occasione del 751esimo anniversario della fondazione dell'ordine agostiniano. (Agr)




Wooooooow, splendida notizia Lella, grazie!
ratzi.lella
Wednesday, September 13, 2006 9:17 AM
discipula
ratzi.lella
Thursday, September 14, 2006 8:27 AM
tutto pronto per la rivoluzione ratzinger...
VATICANO/ DAL 15 SETTEMBRE COMINCIA LA 'MISSIONE' DI BERTONE
Attesa nomina ministro esteri, poi pronta squadra di Ratzinger


Città del Vaticano, 13 set. (Apcom) - Prende forma la nuova squadra di Papa Benedetto XVI. I5 settembre, appena rientrato a Castel Gandolfo dal viaggio in Baviera, Ratzinger avrà accanto a sé un nuovo segretario di Stato, nel nome di Tarcisio Bertone. Nella residenza estiva del pontefice, venerdì si terrà la solenne cerimonia per il passaggio di consegne tra Sodano e Bertone, alla presenza dei vertici della Segreteria di Stato. Dalle 9 di mattina, Sodano riceverà tutto il personale della prima e seconda sezione della Segreteria per i saluti di rito.

Sempre venerdì, il Papa dovrebbe svelare il nome del Ministro degli Esteri, colui che prenderà il posto di monsignor Giovanni Lajolo, che lascia l'incarico per trasferirsi alla guida del Governatorato della Città del Vaticano. Proprio sul nome del post-Lajolo sono cominciate a rincorrersi le voci su chi sarà il nuovo ministro degli esteri vaticano. L'orientamento del Papa sembrerebbe quello di avere al timone degli esteri uno straniero, per poi nominare un italiano come Sostituto alla Segreteria di Stato (equivalente del Ministro degli Interni), al posto dell'argentino Leonardo Sandri. Tra i 'papabili' ministri degli Esteri, ci sono Christophe Pierre, francese, nunzio in Uganda, Andrè Dupuy, nunzio alle Comunità europee, anch'egli francese e monsignor Dominique Mamberti, nato a Marrakech, Nunzio in Eritrea, Somalia e Sudan, appartenente al clero di Ajaccio.

Il cardinale Bertone intanto porterà una ventata di innovazione nei Sacri Palazzi. Inizialmente abiterà nell'antica torre nei giardini vaticani, l'estiva residenza pontificia. "Un ambiente salubre e gratificante - aveva detto il porporato - una torre al termine delle mura leonine". Ristrutturata da Papa Roncalli e diventata l'abitazione provvisoria di Giovanni Paolo II, Bertone ha rivelato che "ora sarà rimessa a norma". Bertone presiederà la sua prima messa da neo-Segretario di Stato nella Capitale, domenica 17 settembre, nella Parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice al Tuscolano, che è la sua sede cardinalizia.

Si chiude così l'era di ferro di Sodano, quasi 16 anni spesi al vertice della Segreteria. Ratzinger ha voluto richiamare al suo fianco il cardinale che gli fu braccio destro nei lunghi anni alla Congregazione per la Dottrina della Fede durante il Pontificato Wojtyla. Benedetto XVI sceglie poi di affidare la guida della diplomazia a qualcuno che non proviene dalle sue file. Decisione rara ma non inedita: già Paolo VI aveva nominato Segretario di Stato un non diplomatico, il cardinale Jean Villot. Ma dopo lui, prima con Casaroli e poi con Sodano, si era ritrovata la linea della diplomazia. Altra curiosità: è la prima volta che il Papa annuncia la nomina, rendendola attuativa dopo pochi mesi.

Con la nomina del numero due (Segretario di Stato) e il numero tre (Ministro degli Esteri), comincia così a delinearsi la nuova squadra targata Joseph Ratzinger. La riforma è iniziata a marzo con uno snellimento della struttura curiale. Il Papa ha affidato al presidente del Pontificio consiglio per la cultura, il cardinale francese Paul Poupard, anche la presidenza del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso, rimasta scoperta dopo l'invio in Egitto del precedente capo, l'inglese Michael Fitzgerald, come nunzio apostolico al Cairo. Benedetto XVI ha unificato i due uffici "al fine di favorire un dialogo più intenso fra gli uomini di cultura e gli esponenti delle varie religioni". Lo stesso giorno, l'11 marzo, Papa Raztinger aveva accorpato altri due dicasteri, il Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti (dimissionario il cardinale giapponese Stephen Fumio Hamao) e il Pontificio consiglio per la Giustizia e la pace, affidandone la guida al presidente di quest'ultimo dicastero, il cardinale Renato Raffaele Martino.

I cambiamenti sono continuati con il cambio al vertice della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli. Benedetto XVI ha nominato nuovo prefetto il cardinale indiano Ivan Dias che ha sostituito Crescenzio Sepe, chiamato a guidare l'arcidiocesi di Napoli. Infine, l'11 luglio, il Papa ha nominato il nuovo direttore della sala stampa della Santa Sede, nelle vesti di padre Federico Lombardi, che ha sostituito lo storico portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls.



a proposito di bertone, su dagospia c'e' un articolo interessante...
il cardinale ha celebrato messa in una piccola chiesetta di grottarossa, molti vicina agli studi rai.
guardate un po' chi si e' mischiato fra i fedeli:



cos'e'? si e' "convertito" a ratzi? ci teniamo buono il segretario di stato? caro vespa, parli piu' spesso del papa e partecipi a meno festeggiamenti...


ministri della repubblica che reclamano lo stato laico ma poi eccoli li'!!!


eh si'...la messa e' sempre una bella occasione di incontri a tre...


toh!! c'e' anche il sindaco


sono presenti anche lo sport e la tv prestati alla politica...

ma guarda, che casualita'...tutti insieme appassionatamente




Sybella
Thursday, September 14, 2006 10:44 AM
Il Papa nella REPUBBLICA CECA
L'arcivescovo di Praga, cardinal Vlk, ha detto alla radio che
Benedetto XVI si recherà nella Repubblica Ceca nel 2007. Data probabile potrebbe essere la prima metà di settembre.

[Modificato da Sybella 14/09/2006 10.46]

josie '86
Friday, September 15, 2006 12:39 PM
Da Radio Vaticana

[DIM]15pt[=DIM][G]BENEDETTO XVI_Lettera di ringraziamento al card. Sodano al termine del suo ufficio di Segretario di Stato_Indirizzi di saluto al Papa del card. Sodano e del card. Bertone, nuovo Segretario di Stato[/G][/DIM]

[C][DIM]10pt[=DIM]Avvenimento 15/9/2006 Distribuzione 15 settembre 2006[/DIM][/C]


[C][DIM]11pt[=DIM]Al venerato Fratello
il Signor Cardinale ANGELO SODANO
Decano del Collegio Cardinalizio


Nel mese di settembre 2002, all’approssimarsi del compimento del Suo 75° genetliaco, venerato e caro Fratello, il mio compianto Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, Le chiese di continuare nell’ufficio di suo primo Collaboratore, a cui L’aveva chiamata dapprima come Pro-Segretario di Stato, il 1° dicembre 1990, e successivamente, il 29 giugno 1991, come Segretario di Stato.


Quando il Signore ha voluto che toccasse a me assumere il mandato di supremo Pastore del Popolo di Dio, ho ritenuto opportuno di domandarLe, Signor Cardinale, di proseguire nel prestarmi il Suo aiuto come mio diretto Collaboratore, condividendo le quotidiane sollecitudini per il governo della Chiesa universale, e per questo L’ho confermata nell’ufficio di Segretario di Stato, compito che Ella ha adempiuto con generosa dedizione e competenza sino ad oggi. Come ebbi modo di comunicare il 24 giugno scorso, con quest’oggi, 15 settembre, Le succede nel medesimo incarico l’Em.mo Signor Cardinale Tarcisio Bertone, già Arcivescovo di Genova.


In così significativa circostanza avverto l’intimo bisogno di rinnovarLe il più vivo ringraziamento per la fedeltà, l’illuminata competenza, la dedizione e l’amore che Ella ha posto nell’operare per il bene della Chiesa, accanto a diversi Successori dell’apostolo Pietro. Penso qui alle varie tappe del lungo ed intenso servizio da Lei reso alla Sede Apostolica fin dal 1961, sotto il Pontificato del Beato Giovanni XXIII: dapprima nelle Rappresentanze Pontificie in Ecuador, Uruguay e Cile e in seguito presso il Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa. Nominato quindi Nunzio Apostolico in Cile, dopo anni di non facile ma prudente e coraggiosa azione diplomatica e pastorale in quella cara nazione, Ella è stata richiamata in Vaticano quale Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, che nel frattempo assunse il nome di Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Alla fine del 1990, con la elevazione al gradino più alto della Segreteria di Stato, la Sua collaborazione al fianco dell’indimenticabile mio Predecessore si è fatta più stretta ed impegnativa, proseguendo per oltre tre lustri sino a quando egli, l’amato Giovanni Paolo II, ci ha lasciati il 2 aprile dello scorso anno. Successivamente, in questi primi mesi di Pontificato, ho potuto anch’io di persona apprezzare le doti del Suo animo di Pastore interamente dedicato al servizio della Sede Apostolica. Le sono particolarmente grato per la dedizione con cui ha seguito il lavoro quotidiano della Segreteria di Stato e delle Rappresentanze Pontificie nei vari Paesi del mondo, come della sollecitudine da Lei dimostrata verso tutto il loro personale.


Nel momento in cui Ella consegna al Suo Successore tale responsabilità, oltre ad esprimerLe i miei grati sentimenti, mi faccio interprete anche di quelli di tutti coloro che nel corso degli anni L’hanno conosciuta e hanno ammirato il buon senso, la prudente saggezza e l’indefesso zelo con cui, senza risparmio di energie, ha svolto la Sua missione, tenendo conto unicamente del bene supremo della Chiesa. La Santa Sede continuerà a beneficiare anche in futuro del Suo apporto, e di questo anche Le sono grato, perché Ella con eguale entusiasmo e generosità opererà nell’importante ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio e come Membro di diversi Dicasteri della Curia Romana e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Il Signore, a cui affido ogni desiderio del Suo animo sacerdotale, Le sia di conforto e La sostenga negli anni a venire, dandoLe salute fisica e infondendo nel suo animo gioia e serenità. Vegli su di Lei in maniera tutta speciale la Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina degli Angeli. La accompagni anche la costante assicurazione della mia stima e del mio affetto, mentre, in auspicio di copiose ricompense divine ed in pegno della mia fraterna vicinanza, di cuore Le imparto l’Apostolica Benedizione, che volentieri estendo a tutto il personale della Segreteria di Stato ed alle altre persone che Le sono care.



Da Castel Gandolfo, il 15 Settembre dell’anno 2006, secondo del mio Pontificato.[/DIM][/C]


[DIM]15pt[=DIM][G]Indirizzo di saluto al Santo Padre
da parte del Card. Angelo Sodano[/G][/DIM]

[C][DIM]8pt[=DIM](Castelgandolfo, 15 settembre 2006)[/DIM][/C]

*****

[DIM]10pt[=DIM][C]Beatissimo Padre,

Il 1° dicembre del 1990, il Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, convocava il personale della Segreteria di Stato nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, per ringraziare il compianto Cardinale Agostino Casaroli a motivo del suo lungo e generoso servizio e per presentare, successivamente, il sottoscritto come nuovo Segretario di Stato.
Oggi, Vostra Santità ha voluto rinnovare quel gesto paterno, invitando intorno a sé i collaboratori e le collaboratrici della Segreteria di Stato, per dare a me un saluto, nel momento in cui lascio in nuove mani la guida di detto Ufficio, e per dare il benvenuto ufficiale al Cardinale Tarcisio Bertone.
Anche a nome del mio Successore, ringrazio vivamente Vostra Santità per quest’incontro fraterno, assicurandoLa della venerazione e dell’affetto di tutti i presenti.
In realtà, si tratta di sacerdoti, di laici, di religiosi e di religiose, che sono lieti di dedicare il proprio lavoro quotidiano al servizio del Successore di Pietro. Animati da un profondo spirito di fede, essi costituiscono una comunità di lavoro, desiderosa di prestare al Papa un’opera silenziosa e discreta.
In varie sale del Vaticano ci è dato di poter ammirare le famose api che distinguono lo stemma del Papa Urbano VIII. Ebbene mi sembra che i presenti siano ben simboleggiati da quelle umili api poste dal Papa Barberini nel suo scudo.
Padre Santo, credo che oggi un ringraziamento debba essere rivolto non tanto a me, quanto a coloro che mi hanno aiutato in questi anni. Preziosa mi è stata, in particolare, la collaborazione dei successivi Sostituti per gli Affari Generali, gli Arcivescovi Re e Sandri, come dei Segretari per i Rapporti con gli Stati, gli Arcivescovi Tauran e Lajolo.
Tutti insieme, abbiamo potuto svolgere un lavoro di squadra, con un grande senso ecclesiale che ci ha accomunato nel servizio, prima intorno al venerato Giovanni Paolo II ed ora accanto a Lei, chiamato dallo Spirito Santo a raccoglierne l’eredità ed a guidare la nave della Chiesa verso nuovi lidi.
In questi ultimi anni, ho avuto l’occasione di concedere, a nome del Papa, molte medaglie “Pro Ecclesia et Pontifice” a persone benemerite presentate da Vescovi di tutto il mondo. Credo, però, che ognuno dei Collaboratori della Segreteria di Stato abbia pure meritato in questi anni il riconoscimento di aver lavorato “Pro Ecclesia et Pontifice”.
Ora essi continueranno a prestarLe generosamente la loro opera, sotto l’attenta guida del nuovo Segretario di Stato, ben lieti di proseguire in quella nobile tradizione di servizio che sempre li ha distinti, un servizio fatto di discrezione e di grande fiducia nel Signore, ricordando le parole del profeta Isaia: “In silentio et spe erit fortitudo vestra” (Is 30, 15). Del resto è questo il richiamo dei Santi: “Il bene non fa rumore ed il rumore non fa del bene”.
Spiritualmente presenti fra noi quest’oggi sono anche i membri delle Rappresentanze Pontificie sparse per il mondo. Essi svolgono un’opera preziosa presso i Vescovi e le autorità civili dei Paesi ove operano. Altrettanto fanno i Rappresentanti Pontifici presso le Organizzazioni Internazionali: è un’opera importante per portare il lievito del Vangelo nella vita dei popoli.
Personalmente ho lasciato come ricordo ad ognuno dei collaboratori un mio scritto che porta proprio questo titolo: “Il lievito del Vangelo: La presenza della Santa Sede nella vita dei popoli.”


Beatissimo Padre,
per tutti i presenti mi permetto di chiedere una Sua parola d’incoraggiamento perché sotto la guida premurosa del nuovo Segretario di Stato possano continuare ad aiutarLa nell’alta missione che lo Spirito Santo Le ha affidato.
Se la Chiesa è una nave che deve sempre affrontare nuove sfide per l’evangelizzazione del mondo, noi sappiamo bene che il Papa ne è il nocchiero e che la Santa Sede in generale, con tutta la sua struttura ben compaginata, è come la prora di questa nave.
Vincolati da questo comune impegno apostolico, tutti i membri della Segreteria di Stato Le porgono, per mezzo mio, il saluto più devoto e l’assicurazione della loro collaborazione e della loro preghiera.
Ci benedica, Padre Santo![/C][/DIM]



[DIM]15pt[=DIM][G]Indirizzo di saluto al Santo Padre
da parte del Card. Tarcisio Bertone[/G][/DIM]

[DIM]8pt[=DIM][C](Castelgandolfo, 15 settembre 2006)[/C][/DIM]


[C][DIM]10pt[=DIM]Beatissimo Padre,

Nel giorno in cui assumo l’incarico di Segretario di Stato di Vostra Santità, il mio pensiero s’indirizza anzitutto a Lei, che mi ha chiamato a succedere al venerato Card. Angelo Sodano. A Lei, Padre Santo, rivolgo i sentimenti del mio più filiale e fedele ossequio, mentre ricevo quella “fiaccola” che un capace e fecondo ministero di primo Collaboratore del Santo Padre ha saputo far “ardere”, di generazione in generazione, a servizio della Chiesa e del mondo. Oggi porto con me la croce del Card. Agostino Casaroli, che un illustre Prelato mi ha benevolmente donato.
Intraprendo una missione peculiare e diversa rispetto a quelle che finora mi sono state affidate. Sono tuttavia lieto che la sua indole innegabilmente pastorale dia continuità alle missioni che ho già svolto e che ben s’incastoni nell’evidente specificità di questo ufficio. Confido, inoltre, che le esperienze che ho maturato in passato, guidato dalla sapiente mano della Divina Providenza, contribuiranno, in modo non indifferente, all’espletamento del compito che oggi assumo. Sono consapevole della pesante responsabilità che esso comporta, come pure della gravità e della complessità delle questioni che, quotidianamente, dovrò affrontare. Unica ambizione che nutro è quella di realizzare il motto del mio servizio episcopale: fidem custodire, concordiam servare, e mi conforta la convinzione che avrò l’opportunità di contribuire in modo speciale a realizzare tale ideale.
Mi è poi di grande incoraggiamento la certezza di poter contare, anzitutto, sulla guida sapiente e impareggiabile del Santo Padre e insieme sulla competenza, sull’esperienza e sulla laboriosità dei Superiori della Segreteria di Stato. Ma ho anche grande fiducia nel lavoro insostituibile e spesso nascosto che tutto il personale della Segreteria di Stato e delle Rappresentanze Pontificie svolge quotidianamente e con spirito di sincera ed ammirevole abnegazione. La comunione profonda che ci lega nel condiviso impegno a servizio della Chiesa - e quindi della dignità umana e della pacifica convivenza fra i Popoli – non potranno che tradursi in leale e fedele collaborazione, rafforzata per molti di noi dallo spirito sacerdotale e dalla carità pastorale che deve sempre animarci nelle nostre attività.
È dagli anni della mia precedente attività a Roma che elevo ogni mattina questa invocazione: “Ricordati Signore del Papa con i Suoi collaboratori presenti e futuri”. E proprio oggi ho scritto una lettera a molti monasteri contemplativi chiedendo loro l’aiuto permanente della preghiera di intercessione.
Fin d’ora quindi depongo con filiale confidenza questa collaborazione ed il mio nuovo ministero nelle mani di Maria, Madre della Chiesa. Ella ci aiuterà a fare tutto ciò che il Signore ci dirà, per il tramite di Vostra Santità!


Castelgandolfo, 15 settembre 2006[/DIM][/C]
josie '86
Friday, September 15, 2006 12:43 PM
Da Quotidiano.net

[G][DIM]15pt[=DIM]BENEDETTO XVI
'Il Papa chieda scusa all'Islam'
A rischio il viaggio in Turchia
Ancora polemiche sulle parole del Pontefice sull'Islam, ma dal Vaticano c'è stata la precisazione: 'Voleva solo contestare il nesso tra religione e violenza'[/DIM][/G]


[C][DIM]10pt[=DIM]Città del Vaticano, 15 settembre 2006 - Non c'è nessuna reazione ufficiale da parte della Chiesa cattolica turca alle critiche piovute sul Papa da parte dei leader musulmani in seguito al suo discorso idi Regensburg, tuttavia sul prossimo viaggio del Pontefice ad Istanbul in programma per la fine di novembre sin queste ore si sta addensando più di una nube.

Il nunzio apostolico ad Ankara, mons. Antonio Lucibello, fa sapere di condividere e di riconoscersi nelle parole del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi. «Non c'è altro da aggiungere», ha detto al Sir, l'agenzia stampa promossa dalla Cei, il nunzio. P adre Lombardi aveva affermato che da parte del Pontefice non c'era l'intento di muovere un attacco diretto all'Islam quanto piuttosto la volontà di contestare il nesso fra religione e violenza.

Da parte della nunziatura in Turchia non vi è stato ancora alcun commento nemmeno a quanto dichiarato dal capo del dipartimento Affari religiosi turco, Ali Bayakoglu, che aveva criticato il discorso del Papa. In quanto al rischio di annullamento del prossimo viaggio in Turchia per il nunzio «si tratta solo di speculazioni».

Da parte del presidente della Conferenza episcopale turca, mons. Ruggero Franceschini, arriva l'invito ai fedeli islamici a «rileggere con attenzione il discorso del Papa nel quale è chiaramente espresso ogni rifiuto delle motivazioni religiose della violenza. Un tema che rafforza le posizioni di un Islam moderato quale è quello turco».

«Il prossimo viaggio in Turchia di Benedetto XVI - ha spiegato al Sir il presidente dei vescovi turchi - servirà a rafforzare il dialogo interreligioso». Tuttavia il Papa nel suo intervento ha voluto anche precisare con puntualità cosa deve intendersi per Europa: e cioè la sintesi fra pensiero greco e tradizione giudiaco-cristiana, un passaggio molto netto che rispecchia del resto le idee pure espresse in altre occasioni dal cardinale Ratzinger.

Sullo sfondo di questa vicenda rimane infatti la contrarietà di Ratzinger all'ingresso della Turchia nell'Ue. La trattativa con Ankara da parte di Bruxelles è stata aperta ma il percorso è ancora lungo e gli ostacoli possono essere numerosi, dunque le parole del Pontefice potrebbero non essere piaciute troppo al governo di Ankara .

Inoltre, alla luce delle crisi in corso, bisognerà vedere, nel momento in cui il Papa si recherà in Turchia alla fine di novembre, se ci saranno le condizioni per un eventuale incontro fra Benedetto XVI e le autorità religiose del Paese. Da rilevare infatti che il dialogo preso in esame da Ratzinger dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo per svolgere la sua tesi su fede e ragione e su Islam e Cristianesimo, fu annotato dall'imperatore - ha affermato il Papa - durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402.

Certo, i fatti chiamati in causa sono vecchi di secoli, l'argomentazione del Pontefice era effettivamente più ampia di una polemica limitata all'Islam, eppure il clima dei tempi non aiuta a chiarire la situazione e le parole del pontefice affrontavano comunque il tema dell'identità occidentale e il confronto con la fede del Profeta . Fra l'altro, uno degli obiettivi principali del viaggio del Pontefice a Istanbul è l'incontro ecumenico con il patriarca ortodosso Bartolomeo I, ma questo aspetto della vicenda rischia di finire ormai in secondo piano. [/DIM][/C]

Sybella
Friday, September 15, 2006 1:20 PM
Altra nomina odierna
Il Papa ha nominato Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato (in pratica, ministro degli esteri) Mons. Dominique Mamberti, che finora era Nunzio Apostolico in Sudan e in Eritrea.


[Modificato da Sybella 15/09/2006 14.42]

josie '86
Friday, September 15, 2006 6:51 PM
Da Zenit.org

[DIM]15pt[=DIM][G]Il Vaticano spiega le interpretazioni delle parole del Papa sull’islam[/G][/DIM]

[C][DIM]10pt[=DIM]CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 15 settembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la dichiarazione consegnata ai giornalisti questo giovedì pomeriggio dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, S.J., sulle interpretazioni di alcuni brani del discorso che Papa Benedetto XVI ha pronunciato all’Università di Ratisbona.



* * *



A proposito delle reazioni di esponenti musulmani circa alcuni passi del discorso del Santo Padre all’Università di Regensburg, è opportuno rilevare che – come risulta da una attenta lettura del testo – ciò che sta a cuore al Santo Padre è un chiaro e radicale rifiuto della motivazione religiosa della violenza.

Non era certo nelle intenzioni del Santo Padre svolgere uno studio approfondito sulla jihad e sul pensiero musulmano in merito, e tanto meno offendere la sensibilità dei credenti musulmani.

Anzi, nei discorsi del Santo Padre appare chiaramente il monito, rivolto alla cultura occidentale, perché si eviti "il disprezzo di Dio e il cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà" (discorso del 10.9), la giusta considerazione della dimensione religiosa è infatti premessa essenziale per un fruttuoso dialogo con le grandi culture e religioni del mondo. Proprio nelle conclusioni del discorso all’Università di Regensburg, Benedetto XVI ha affermato: "Le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio nella esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture".

È chiara quindi la volontà del Santo Padre di coltivare un atteggiamento di rispetto e di dialogo verso le altre religioni e culture, evidentemente anche verso l’islam.[/DIM][/C]
Sybella
Saturday, September 16, 2006 10:23 AM
Ad ottobre
...(oppure inizi di novembre) pare secondo fonti di Curia, Benedetto riceverà il presidente della repubblica Napolitano per la sua prima visita ufficiale in Vaticano.
In seguito potrebbe essere il turno del premier Prodi.

[Modificato da Sybella 16/09/2006 21.02]

euge65
Saturday, September 16, 2006 12:57 PM
Dalla Santa Sede
UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO INTERNAZIONALE PROMOSSO DALLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA

A fine mattinata, nella Sala degli Svizzeri del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti al Congresso Internazionale sul tema: "Le cellule staminali: quale futuro in ordine alla terapia?" ed ha loro rivolto il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Signori, gentili Signore!

A tutti rivolgo il mio saluto cordiale. L'incontro con scienziati e studiosi come Voi, dediti alla ricerca finalizzata alla terapia di malattie che affliggono pesantemente l'umanità, è per me motivo di particolare conforto. Sono grato agli organizzatori che hanno promosso questo Congresso su di un argomento che ha acquistato in questi anni crescente rilevanza. Lo specifico tema del Simposio è opportunamente formulato con un interrogativo aperto alla speranza: "Le cellule staminali: quale futuro per la terapia?". Ringrazio il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Mons. Elio Sgreccia, per le parole gentili che mi ha rivolto anche a nome della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), associazione che ha cooperato alla organizzazione del Congresso ed è qui rappresentata dal Presidente uscente, Prof. Gianluigi Gigli e dal Presidente eletto Prof. Simon de Castellvi.

Quando la scienza si applica al sollievo della sofferenza e quando, su questo cammino, scopre nuove risorse, essa si dimostra due volte ricca di umanità: per lo sforzo dell'ingegno investito nella ricerca e per il beneficio annunciato a quanti sono afflitti dalla malattia. Anche coloro che forniscono i mezzi finanziari e incoraggiano le strutture di studio necessarie partecipano al merito di questo progresso sulla strada della civiltà. Vorrei ripetere in questa circostanza quanto ho avuto modo di affermare in una recente Udienza: "II progresso può essere progresso vero solo se serve alla persona umana e se la persona umana stessa cresce; se non cresce solo il suo potere tecnico, ma cresce anche la sua capacità morale" (Udienza Generale del 16 agosto). In questa luce, anche la ricerca sulle cellule staminali somatiche merita approvazione ed incoraggiamento quando coniuga felicemente insieme il sapere scientifico, la tecnologia più avanzata in ambito biologico e l'etica che postula il rispetto dell'essere umano in ogni stadio della sua esistenza. Le prospettive aperte da questo nuovo capitolo della ricerca sono in se stesse affascinanti, perché lasciano intravedere la possibilità di curare malattie che comportano la degenerazione dei tessuti, con i conseguenti rischi di invalidità e di morte per chi ne è affetto.

Come non sentire il dovere di lodare quanti si applicano a questa ricerca e quanti ne sostengono l'organizzazione e i costi? Vorrei in particolare esortare le strutture scientifiche che si rifanno per ispirazione e per organizzazione alla Chiesa Cattolica a incrementare questo tipo di ricerca e a stabilire i più stretti contatti fra loro e con quanti perseguono nei debiti modi il sollievo della sofferenza umana. Mi sia lecito anche rivendicare, di fronte a frequenti e ingiuste accuse di insensibilità rivolte alla Chiesa, il costante sostegno da essa dato nel corso della sua bimillenaria storia alla ricerca rivolta alla cura delle malattie e al bene dell'umanità. Se resistenza c'è stata - e c'è tuttora - essa era ed è nei confronti di quelle forme di ricerca che prevedono la programmata soppressione di esseri umani già esistenti, anche se non ancora nati. In tali casi la ricerca, a prescindere dai risultati di utilità terapeutica, non si pone veramente a servizio dell'umanità. Passa infatti attraverso la soppressione di vite umane che hanno uguale dignità rispetto agli altri individui umani e agli stessi ricercatori. La storia stessa ha condannato nel passato e condannerà in futuro una tale scienza, non solo perché priva della luce di Dio, ma anche perché priva di umanità. Vorrei ripetere qui quanto già scrivevo qualche tempo fa: "Qui c'è un nodo che non possiamo aggirare: nessuno può disporre della vita umana. Deve essere stabilito un confine invalicabile alle nostre possibilità di fare e sperimentare. L'uomo non è un oggetto di cui possiamo disporre, ma ogni singolo individuo rappresenta la presenza di Dio nel mondo" (J. Ratzinger, Dio e il mondo, pag. 119).

Di fronte alla diretta soppressione dell'essere umano non ci possono essere né compromessi né tergiversazioni; non si può pensare che una società possa combattere efficacemente il crimine, quando essa stessa legalizza il delitto nell'ambito della vita nascente. In occasione di recenti Congressi della Pontificia Accademia per la Vita ho avuto modo di ribadire l'insegnamento della Chiesa, rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, circa il valore umano del neo concepito, anche quando viene considerato prima del suo impianto in utero. Il fatto che voi, in questo Congresso, abbiate espresso l'impegno e la speranza di conseguire nuovi risultati terapeutici utilizzando cellule del corpo adulto senza ricorrere alla soppressione di esseri umani neo concepiti, e il fatto che i risultati stiano premiando il vostro lavoro, costituiscono una conferma della validità del costante invito della Chiesa al pieno rispetto dell'essere umano fin dal concepimento. Il bene dell'uomo va ricercato non soltanto nelle finalità universalmente valide, ma anche nei metodi utilizzati per raggiungerle: il fine buono non può mai giustificare mezzi intrinsecamente illeciti. Non è soltanto questione di sano criterio per l'impiego delle limitate risorse economiche, ma anche, e soprattutto, di rispetto dei fondamentali diritti dell'uomo nell'ambito stesso della ricerca scientifica.

Al vostro sforzo, certamente sostenuto da Dio che agisce in ogni uomo di buona volontà e agisce per il bene di tutti, auguro che Egli conceda la gioia della scoperta della verità, la sapienza nella considerazione e nel rispetto di ogni essere umano, e il successo nella ricerca di efficaci rimedi alla sofferenza umana. A suggello di questo auspicio imparto di cuore a tutti voi, ai vostri collaboratori e familiari, come pure ai pazienti cui andranno le vostre risorse di ingegno e il frutto del vostro lavoro, un'affettuosa benedizione, con l'assicurazione di uno speciale ricordo nella preghiera.

[01273-01.02] [Testo originale: Italiano]





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LE UDIENZE

ratzi.lella
Saturday, September 16, 2006 1:54 PM
DICHIARAZIONE DEL CARDINALE BERTONE
DICHIARAZIONE DELL’EM.MO CARD. TARCISIO BERTONE, SEGRETARIO DI STATO

Di fronte alle reazioni da parte musulmana circa alcuni passi del discorso del Santo Padre Benedetto XVI all’Università di Regensburg, ai chiarimenti e alle precisazioni già offerti tramite il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, desidero aggiungere quanto segue:

- La posizione del Papa sull’Islam è inequivocabilmente quella espressa dal documento conciliare Nostra Aetate: "La Chiesa guarda con stima i musulmani, che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano anche di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano però come profeta; onorano la sua madre vergine Maria e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio quando Dio ricompenserà tutti gli uomini risuscitati. Così pure essi hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno" (n. 3).


- L’opzione del Papa in favore del dialogo interreligioso e interculturale è altrettanto inequivocabile. Nell’incontro con i rappresentanti di alcune comunità musulmane a Colonia, il 20 agosto 2005, Egli ha detto che tale dialogo fra cristiani e musulmani "non può ridursi a una scelta stagionale", aggiungendo: "Le lezioni del passato devono servirci ad evitare di ripetere gli stessi errori. Noi vogliamo ricercare le vie della riconciliazione e imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro".

- Quanto al giudizio dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, da Lui riportato nel discorso di Regensburg, il Santo Padre non ha inteso né intende assolutamente farlo proprio, ma lo ha soltanto utilizzato come occasione per svolgere, in un contesto accademico e secondo quanto risulta da una completa e attenta lettura del testo, alcune riflessioni sul tema del rapporto tra religione e violenza in genere e concludere con un chiaro e radicale rifiuto della motivazione religiosa della violenza, da qualunque parte essa provenga. Vale la pena di richiamare al riguardo quanto lo stesso Benedetto XVI ha recentemente affermato nel Messaggio commemorativo del XX anniversario dell’incontro interreligioso di preghiera per la pace voluto dal Suo amato predecessore Giovanni Paolo II ad Assisi nell’ottobre del 1986: " … le manifestazioni di violenza non possono attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa nel tempo … Di fatto, testimonianze dell’intimo legame esistente tra il rapporto con Dio e l’etica dell’amore si registrano in tutte le grandi tradizioni religiose".

- Il Santo Padre è pertanto vivamente dispiaciuto che alcuni passi del Suo discorso abbiano potuto suonare come offensivi della sensibilità dei credenti musulmani e siano stati interpretati in modo del tutto non corrispondente alle sue intenzioni. D’altra parte, Egli, di fronte alla fervente religiosità dei credenti musulmani, ha ammonito la cultura occidentale secolarizzata perché eviti "il disprezzo di Dio e il cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà".

- Nel ribadire il Suo rispetto e la Sua stima per coloro che professano l’Islam, Egli si augura che siano aiutati a comprendere nel loro giusto senso le Sue parole, affinché, superato presto questo momento non facile, si rafforzi la testimonianza all’"unico Dio, vivente e sussistente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini" e la collaborazione per "difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (Nostra Aetate, n. 3)".


faccio l'avvocato del diavolo prevenuto: non si tratta di un testo di scuse, ma di una precisazione puntuale e molto polemica verso i giornalisti!!!


Sybella
Saturday, September 16, 2006 1:58 PM
Re: DICHIARAZIONE DEL CARDINALE BERTONE

Scritto da: ratzi.lella 16/09/2006 13.54
non si tratta di un testo di scuse, ma di una precisazione puntuale e molto polemica verso i giornalisti!!!





Bellissimo anche il preciso riferimento alla dichiarazione Nostra Aetate...mi dispiace che sia stato chiamato in causa appena dopo la nomina, ma...GRANDE BERTONE!!!
Ratzigirl
Sunday, September 17, 2006 12:50 PM
Angelus 17 Settembre 2006
Cari fratelli e sorelle,

il viaggio apostolico in Baviera, che ho compiuto nei giorni scorsi, è stato una forte esperienza spirituale, nella quale si sono intrecciati ricordi personali, legati a luoghi a me tanto familiari, e prospettive pastorali per un efficace annuncio del Vangelo nel nostro tempo. Ringrazio Dio per le interiori consolazioni che mi ha dato di vivere e sono riconoscente, al tempo stesso, a tutti coloro che hanno attivamente lavorato per la riuscita di questa mia visita pastorale. Di essa, come è ormai consuetudine, parlerò più diffusamente durante l’Udienza generale di mercoledì prossimo. In questo momento desidero solo aggiungere che sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso nell’Università di Regensburg, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani, mentre si trattava di una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale. Ieri il Signor Cardinale Segretario di Stato ha reso pubblica, a questo proposito, una dichiarazione in cui ha spiegato l’autentico senso delle mie parole. Spero che questo valga a placare gli animi e a chiarire il vero significato del mio discorso, il quale nella sua totalità era ed è un invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco.


Ora, prima della preghiera mariana, desidero soffermarmi su due recenti e importanti ricorrenze liturgiche: la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, celebrata il 14 settembre, e la memoria della Madonna Addolorata, celebrata il giorno dopo. Queste due celebrazioni liturgiche si possono riassumere visivamente nella tradizionale immagine della Crocifissione, che rappresenta la Vergine Maria ai piedi della Croce, secondo la descrizione dell’evangelista Giovanni, unico degli Apostoli a restare accanto a Gesù morente. Ma che senso ha esaltare la Croce? Non è forse scandaloso venerare un patibolo infamante? Dice l’apostolo Paolo: "Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani" (1 Cor 1,23). I cristiani, però, non esaltano una qualsiasi croce, ma quella Croce che Gesù ha santificato con il suo sacrificio, frutto e testimonianza di immenso amore. Cristo sulla Croce ha versato tutto il suo sangue per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato e della morte. Perciò, da segno di maledizione, la Croce è stata trasformata in segno di benedizione, da simbolo di morte in simbolo per eccellenza dell’Amore che vince l’odio e la violenza e genera la vita immortale. "O Crux, ave spes unica! O croce, unica speranza!". Così canta la liturgia.

Narra l’evangelista: ai piedi della Croce stava Maria (cfr Gv 19,25-27). Il suo dolore forma un tutt’uno con quello del Figlio. E’ un dolore pieno di fede e di amore. La Vergine sul Calvario partecipa alla potenza salvifica del dolore di Cristo, congiungendo il suo "fiat" a quello del Figlio. Cari fratelli e sorelle, spiritualmente uniti alla Madonna Addolorata, rinnoviamo anche noi il nostro "sì" al Dio che ha scelto la via della Croce per salvarci. Si tratta di un grande mistero che è ancora in atto, fino alla fine del mondo, e che chiede anche la nostra collaborazione. Ci aiuti Maria a prendere ogni giorno la nostra croce e a seguire fedelmente Gesù sulla via dell’obbedienza, del sacrificio e dell’amore.
ratzi.lella
Sunday, September 17, 2006 1:18 PM
grande papa
LE PRECISAZIONE FATTE (NON ERA OBBLIGATO VISTO CHE "CARTA CANTA")DIMOSTRANO CHE E' UN GRANDE PAPA OLTRE CHE UN GRANDE UOMO!!!
Sybella
Sunday, September 17, 2006 1:20 PM
Re: grande papa

Scritto da: ratzi.lella 17/09/2006 13.18
LE PRECISAZIONE FATTE (NON ERA OBBLIGATO VISTO CHE "CARTA CANTA")DIMOSTRANO CHE E' UN GRANDE PAPA OLTRE CHE UN GRANDE UOMO!!!



GRANDISSIMO!!! NOn l'ho mai sentito così convinto - e deciso - come oggi...
stupor-mundi
Sunday, September 17, 2006 2:27 PM
Re: Re: grande papa

Scritto da: Sybella 17/09/2006 13.20


GRANDISSIMO!!! NOn l'ho mai sentito così convinto - e deciso - come oggi...



E' VERO: IMMENSO BENEDETTO OGGI!!!!UNA VERA ROCCIA!!!
TU ES PETRUS: DIO E' CON TE!!!

LadyRatzinger
Sunday, September 17, 2006 4:02 PM
Re: Re: grande papa

Scritto da: Sybella 17/09/2006 13.20


GRANDISSIMO!!! NOn l'ho mai sentito così convinto - e deciso - come oggi...



Cià,neank'io!!!Grande Benny!!! Peccato ke quei chiapponi dei musulmani continuino a non capire e a insultarlo!!
Ratzigirl
Wednesday, September 20, 2006 3:57 PM
Udienza generale mercoledì 20 Settembre
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

vorrei quest’oggi ritornare con il pensiero ai vari momenti del viaggio pastorale che il Signore mi ha concesso di compiere, la scorsa settimana, in Baviera. Nel condividere con voi le emozioni e i sentimenti provati rivedendo i luoghi a me cari, sento innanzitutto il bisogno di ringraziare Iddio per aver reso possibile questa seconda visita in Germania e per la prima volta in Baviera, mia terra d’origine. Sono sinceramente grato anche a quanti – Pastori, sacerdoti, operatori pastorali, autorità pubbliche, organizzatori, forze dell’ordine e volontari – hanno lavorato con dedizione e pazienza perché ogni evento si svolgesse nel migliore dei modi. Come ho detto all’arrivo all’aeroporto di Monaco, sabato 9 settembre, lo scopo del mio viaggio era, nel ricordo di quanti hanno contribuito a formare la mia personalità, di riaffermare e confermare, come Successore dell’apostolo Pietro, gli stretti legami che uniscono la Sede di Roma con la Chiesa in Germania. Il viaggio dunque non è stato un semplice "ritorno" al passato, ma anche un’occasione provvidenziale per guardare con speranza al futuro. "Chi crede non è mai solo": il motto della visita voleva essere un invito a riflettere sull’appartenenza di ogni battezzato all’unica Chiesa di Cristo, all’interno della quale non si è mai soli, ma in costante comunione con Dio e con tutti i fratelli.

La prima tappa è stata la città di Monaco, detta "la Metropoli con il cuore" (Weltstadt mit Herz). Nel suo centro storico si trova la Marienplatz, la piazza di Maria, dove sorge la "Mariensäule", la Colonna della Madonna, con in cima una statua della Vergine Maria, in bronzo dorato. Ho voluto iniziare il mio soggiorno bavarese con l’omaggio alla Patrona della Baviera, che riveste per me un valore altamente significativo: là, in quella piazza e dinanzi a quell’effigie mariana, circa trent’anni fa fui accolto come Arcivescovo ed iniziai la mia missione episcopale con una preghiera a Maria; là tornai al termine del mio mandato, prima di partire per Roma. Questa volta ho voluto sostare ancora ai piedi della Mariensäule per implorare l’intercessione e la benedizione della Madre di Dio non soltanto per la città di Monaco e la Baviera, ma per tutta Chiesa e per il mondo intero. Il giorno appresso, domenica, ho celebrato l’Eucaristia sulla spianata della "Neue Messe" (Nuova Fiera) di Monaco, tra i fedeli convenuti numerosi da varie parti: sulla scorta del brano evangelico del giorno, ho ricordato a tutti che esiste una "debolezza d’udito" nei confronti di Dio di cui si soffre specialmente oggi. E’ compito di noi, cristiani in un mondo secolarizzato, proclamare e testimoniare a tutti il messaggio di speranza che la fede ci offre: in Gesù crocifisso Iddio, Padre misericordioso, ci chiama ad essere suoi figli e a superare ogni forma di odio e di violenza per contribuire al definitivo trionfo dell’amore.

"Facci forti nella fede": è stato il tema dell’appuntamento del pomeriggio di domenica con i bambini della prima comunione e con le loro giovani famiglie, con i catechisti, gli altri operatori pastorali e quanti cooperano all’evangelizzazione nella diocesi di Monaco. Insieme abbiamo celebrato i Vespri nella storica Cattedrale, nota come "Cattedrale di Nostra Signora", dove sono custodite le reliquie di san Benno, patrono della Città, e dove nel 1977 io venni ordinato Vescovo. Ai piccoli e agli adulti ho ricordato che Dio non è lontano da noi, in qualche luogo irraggiungibile dell’universo; al contrario, in Gesù, Egli ci si è avvicinato per stabilire con ciascuno un rapporto d’amicizia. Ogni comunità cristiana, ed in particolare la parrocchia, grazie all’impegno costante di ogni suo membro, è chiamata a diventare una grande famiglia, capace di procedere unita sul sentiero della vita vera.

La giornata di lunedì, 11 settembre, è stata in gran parte occupata dalla sosta ad Altötting, nella diocesi di Passau. Questa cittadina è conosciuta come "Herz Bayerns" (cuore della Baviera), e là è custodita la "Madonna nera", venerata nella Gnadenkapelle (Cappella delle Grazie), meta di numerosi pellegrini provenienti dalla Germania e dalle nazioni dell’Europa centrale. Nelle vicinanze c’è il convento cappuccino di sant’Anna, dove visse san Konrad Birndorfer, canonizzato dal mio venerato predecessore, Papa Pio XI, nell’anno 1934. Con i numerosi fedeli presenti alla Santa Messa, celebrata nella piazza antistante il Santuario, abbiamo riflettuto insieme sul ruolo di Maria nell’opera della salvezza, per imparare da lei la bontà servizievole, l’umiltà e la generosa accettazione della volontà divina. Maria ci conduce a Gesù: questa verità è stata resa ancor più visibile, al termine del divin Sacrificio, dalla devota processione in cui, portando con noi la statua della Madonna, ci siamo recati nella nuova cappella dell’Adorazione eucaristica (Anbetungskapelle), inaugurata per l’occasione. La giornata si è chiusa con i solenni Vespri mariani nella Basilica di Sant’Anna di Altötting, essendo presenti i religiosi e i seminaristi della Baviera insieme ai membri dell’Opera per le Vocazioni.

Il giorno dopo, martedì, a Regensburg, diocesi eretta da san Bonifacio nel 739 e che ha come patrono il Vescovo san Wolfgang, si sono avuti tre importanti appuntamenti. Al mattino la Santa Messa nell’Islinger Feld, durante la quale, riprendendo il tema della visita pastorale "Chi crede non è mai solo", abbiamo riflettuto sul contenuto del Simbolo della fede. Iddio, che è Padre, vuole raccogliere, mediante Gesù Cristo, tutta l’umanità in un’unica famiglia, la Chiesa. Per questo chi crede non è mai solo; chi crede non deve temere di finire in un vicolo cieco. Nel pomeriggio sono poi stato nel Duomo di Regensburg, noto anche per il suo coro di voci bianche, i "Domspatzen" (passerotti del Duomo), che vanta mille anni di attività e che per un trentennio è stato diretto da mio fratello Georg. Là si è tenuta la celebrazione ecumenica dei Vespri, a cui hanno preso parte numerosi rappresentanti di varie Chiese e Comunità ecclesiali in Baviera e i membri della Commissione ecumenica della Conferenza Episcopale Tedesca. E’ stata una provvidenziale occasione per pregare insieme, perché si affretti la piena unità fra tutti i discepoli di Cristo e per ribadire il dovere di proclamare la nostra fede in Gesù Cristo senza attenuazioni, ma in modo integrale e chiaro, e soprattutto per il nostro comportamento di amore sincero..

Un'esperienza particolarmente bella è stata per me in quel giorno tenere una prolusione davanti a un grande uditorio di professori e di studenti nell'Università di Regensburg, dove per molti anni ho insegnato come professore. Con gioia ho potuto incontrare ancora una volta il mondo universitario che, durante un lungo periodo della mia vita, è stato la mia patria spirituale. Come tema avevo scelto la questione del rapporto tra fede e ragione. Per introdurre l'uditorio nella drammaticità e nell'attualità dell'argomento, ho citato alcune parole di un dialogo cristiano-islamico del XIV secolo, con le quali l'interlocutore cristiano - l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo - in modo per noi incomprensibilmente brusco - presentò all’interlocutore islamico il problema del rapporto tra religione e violenza. Questa citazione, purtroppo, ha potuto prestarsi ad essere fraintesa. Per il lettore attento del mio testo, però, risulta chiaro che non volevo in nessun modo far mie le parole negative pronunciate dall'imperatore medievale in questo dialogo e che il loro contenuto polemico non esprime la mia convinzione personale. La mia intenzione era ben diversa: partendo da ciò che Manuele II successivamente dice in modo positivo, con una parola molto bella, circa la ragionevolezza che deve guidare nella trasmissione della fede, volevo spiegare che non religione e violenza, ma religione e ragione vanno insieme. Il tema della mia conferenza – rispondendo alla missione dell’Università – fu quindi la relazione tra fede e ragione: volevo invitare al dialogo della fede cristiana col mondo moderno ed al dialogo di tutte le culture e religioni. Spero che in diverse occasioni della mia visita - per esempio, quando a Monaco ho sottolineato quanto sia importante rispettare ciò che per gli altri è sacro - sia apparso con chiarezza il mio rispetto profondo per le grandi religioni e, in particolare, per i musulmani, che "adorano l’unico Dio" e con i quali siamo impegnati a "difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (Nostra Aetate, 3). Confido quindi che, dopo le reazioni del primo momento, le mie parole nell'Università di Regensburg possano costituire una spinta e un incoraggiamento a un dialogo positivo, anche autocritico, sia tra le religioni come tra la ragione moderna e la fede dei cristiani.

La mattina seguente, mercoledì 13 settembre, nella "Alte Kapelle" (Vecchia Cappella) di Regensburg, in cui è custodita un’immagine miracolosa di Maria, dipinta secondo la tradizione locale dall’evangelista Luca, ho presieduto una breve liturgia per la benedizione del nuovo organo. Prendendo spunto dalla struttura di questo strumento musicale formato da molte canne di diversa dimensione, tutte però tra loro bene armonizzate, ho ricordato ai presenti la necessità che i vari ministeri, doni e carismi operanti nella Comunità ecclesiale convergano tutti, sotto la guida dello Spirito Santo, a formare l’unica armonia della lode a Dio e dell’amore per i fratelli.

Ultima tappa, giovedì 14 settembre, è stata la città di Freising. Ad essa mi sento particolarmente legato perché venni ordinato sacerdote proprio nella sua Cattedrale, dedicata a Maria Santissima e a san Corbiniano, l’evangelizzatore nella Baviera. E proprio nel Duomo si è tenuto l’ultimo incontro in programma, quello con i sacerdoti e i diaconi permanenti. Rivivendo le emozioni della mia Ordinazione sacerdotale, ho ricordato ai presenti il dovere di collaborare col Signore nel suscitare nuove vocazioni a servizio della "messe" che anche oggi è "molta", e li ho esortati a coltivare la vita interiore come priorità pastorale, per non perdere il contatto con Cristo, fonte di gioia nella quotidiana fatica del ministero.

Nella cerimonia di congedo, ringraziando ancora una volta quanti avevano collaborato alla realizzazione della visita, ne ho ribadito nuovamente la finalità principale: riproporre ai miei concittadini le eterne verità del Vangelo e confermare i credenti nell’adesione a Cristo, Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per noi. Ci aiuti Maria, Madre della Chiesa, ad aprire il cuore e la mente a Colui che è "la Via, la Verità e la Vita" (Gv 14,16). Per questo ho pregato e per questo invito tutti voi, cari fratelli e sorelle, a continuare a pregare, ringraziandovi cordialmente per l’affetto con cui mi accompagnate nel quotidiano mio ministero pastorale. Grazie a voi tutti.
Ratzigirl
Thursday, September 21, 2006 2:05 PM
UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO DEI NUOVI VESCOVI

Cari Fratelli nell’Episcopato!

A ciascuno di voi il mio cordiale saluto. Lo rivolgo anzitutto al Signor Cardinale Giovanni Battista Re, il quale si è fatto interprete dei vostri sentimenti, e lo estendo con affetto a quanti hanno organizzato e coordinato questo vostro incontro. In questi giorni avete ascoltato l'esperienza di alcuni Capi Dicastero della Curia Romana e di Vescovi, che vi hanno aiutato a riflettere su taluni aspetti del ministero episcopale di grande importanza per i nostri tempi. Quest’oggi è il Papa che vi accoglie con gioia ed è lieto di condividere con voi i sentimenti e le attese che vivete in questi primi mesi del vostro ministero episcopale. Voi avrete certamente già fatto l'esperienza di come Gesù, il Buon Pastore, agisce nelle anime con la sua grazia. "Ti basta la mia grazia" (2 Cor 12,9), si sentì rispondere l'apostolo Paolo quando chiese al Signore di risparmiargli le sofferenze. Questa medesima consapevolezza alimenti sempre la vostra fede, stimoli in voi la ricerca delle vie per giungere al cuore di tutti con quel sano ottimismo che dovete sempre irradiare attorno a voi.

Nell’Enciclica Deus caritas est ho osservato che i Vescovi hanno la prima responsabilità di edificare la Chiesa come famiglia di Dio e come luogo di aiuto vicendevole e di disponibilità (cfr n. 32). Per poter compiere questa missione avete ricevuto, con la consacrazione episcopale, tre peculiari uffici: il munus docendi, il munus sanctificandi ed il munus regendi, che nel loro insieme costituiscono il munus pascendi. In particolare, la finalità del munus regendi è la crescita nella comunione ecclesiale, cioè la costruzione di una comunità concorde nell'ascolto dell'insegnamento degli apostoli, nella frazione del pane, nelle preghiere e nell'unione fraterna (cfr At 2,42). Strettamente congiunto con gli uffici di insegnare e di santificare, quello di governare – il munus regendi appunto - costituisce per il Vescovo un autentico atto di amore verso Dio e verso il prossimo, che si esprime nella carità pastorale. Lo ha indicato autorevolmente il Concilio Vaticano II nella Costituzione Lumen gentium, proponendo ai Vescovi come modello Cristo, Buon Pastore, venuto non per essere servito ma per servire (cfr n. 27). Su questa scia la Lettera apostolica post-sinodale Pastores gregis invita il Vescovo ad ispirarsi costantemente all'icona evangelica della lavanda dei piedi (cfr n. 42). Solo Cristo, che è l'amore incarnato di Dio (cfr Deus caritas est, 12), può indicarci in modo autorevole come amare e servire la Chiesa.

Cari Fratelli, sull’esempio di Cristo ognuno di voi, nella cura quotidiana del gregge, si faccia "tutto a tutti" (cfr 1 Cor 9,22) proponendo la verità della fede, celebrando i sacramenti della nostra santificazione e testimoniando la carità del Signore. Accogliete con animo aperto coloro che bussano alla vostra porta: consigliateli, consolateli e sosteneteli nella via di Dio, cercando di condurre tutti a quell’unità nella fede e nell’amore di cui, per volontà del Signore, nelle vostre Diocesi dovete essere il visibile principio ed il fondamento (cfr Lumen gentium, 23). Questa sollecitudine abbiate in primo luogo nei confronti dei sacerdoti. Agite sempre con loro come padri e fratelli maggiori che sanno ascoltare, accogliere, confortare e, quando necessario, anche correggere; ricercatene la collaborazione e siate loro vicini specialmente nei momenti significativi del loro ministero e della loro vita. Uguale sollecitudine cercate poi di rivolgere ai giovani che si preparano alla vita sacerdotale e religiosa.

In virtù dell’ufficio di governare (cfr Lumen gentium, 27), il Vescovo è chiamato inoltre a giudicare e disciplinare la vita del Popolo di Dio affidato alle sue cure pastorali con leggi, indicazioni e suggerimenti, secondo quanto è previsto dalla disciplina universale della Chiesa. Questo diritto e dovere del Vescovo è quanto mai importante affinché la Comunità diocesana sia unita nel suo interno e proceda in profonda comunione di fede, di amore e di disciplina con il Vescovo di Roma e con tutta la Chiesa. Vi esorto, pertanto, cari Fratelli nell’Episcopato, ad essere custodi attenti di questa comunione ecclesiale e a promuoverla e difenderla vigilando costantemente sul gregge di cui siete costituiti Pastori. Si tratta di un atto di amore che richiede discernimento, coraggio apostolico e paziente bontà nel cercare di convincere e di coinvolgere, perché le vostre indicazioni siano accolte di buon animo ed eseguite con convinzione e prontezza. Con la docile obbedienza al Vescovo, ogni fedele contribuisce responsabilmente all’edificazione della Chiesa. Ciò sarà possibile se, consapevoli della vostra missione e delle vostre responsabilità, saprete alimentare in ognuno di essi il senso di appartenenza alla Chiesa e la gioia della comunione fraterna, coinvolgendo gli appositi organismi previsti dalla disciplina ecclesiale. Costruire la comunione ecclesiale sia il vostro impegno quotidiano.

La Lettera apostolica Pastores gregis ed il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi insistono nell'indicare a ciascun Pastore che la sua autorità oggettiva deve essere sostenuta dall’autorevolezza della sua vita. La serenità nei rapporti, la finezza del tratto e la semplicità della vita sono doti che senza dubbio arricchiscono la personalità umana del Vescovo. Nella "Regola Pastorale", San Gregorio Magno scrive che "il governo delle anime è l'arte delle arti" (n. 1). Arte che richiede la crescita costante delle virtù, tra le quali desidero ricordare quella della prudenza, definita da San Bernardo madre della fortezza. La prudenza vi renderà pazienti con voi stessi e con gli altri, coraggiosi e fermi nelle decisioni, misericordiosi e giusti, unicamente preoccupati della salvezza vostra e dei vostri fratelli "con timore e tremore" (Fil 2,12). Il dono totale di voi stessi, che la cura del gregge del Signore domanda, ha bisogno del supporto di un’intensa vita spirituale, alimentata da assidua preghiera personale e comunitaria. Un costante contatto con Dio caratterizzi pertanto le vostre giornate e accompagni ogni vostra attività. Vivere in intima unione con Cristo vi aiuterà a raggiungere quel necessario equilibrio tra il raccoglimento interiore e il necessario sforzo richiesto dalle molteplici occupazioni della vita, evitando di cadere in un attivismo esagerato. Il giorno della vostra consacrazione episcopale avete fatto la promessa di pregare senza mai stancarvi per il vostro popolo. Cari Fratelli, rimanete sempre fedeli a questo impegno che vi renderà capaci di esercitare in modo irreprensibile il vostro ministero pastorale. Mediante la preghiera, le porte del vostro cuore si aprono al progetto di Dio, che è progetto di amore a cui Egli vi ha chiamati unendovi più intimamente a Cristo con la grazia dell’Episcopato. Seguendo Lui, il Pastore e Vescovo delle vostre anime (cfr 1 Pt 2,25), sarete spinti a tendere senza stancarvi alla santità, che è lo scopo fondamentale dell’esistenza di ogni cristiano.

Cari Fratelli, ringraziandovi per la vostra gradita visita, voglio assicurarvi del mio quotidiano ricordo al Signore per il vostro servizio ecclesiale, che affido alla Madonna Mater Ecclesiae. La sua protezione invoco su di voi, sulle vostre Diocesi e sul vostro ministero. Con questi sentimenti imparto a voi e a quanti vi stanno a cuore una speciale Benedizione Apostolica.
Sybella
Friday, September 22, 2006 10:51 AM
Lunedì 25 settembre...
...il Papa ha invitato per un incontro a Castel Gandolfo gli ambasciatori dei paesi a maggioranza musulmana accreditati presso la Santa Sede e diversi esponenti religiosi islamici.

...GRANDISSIMO BENEDETTO!!!!
Francesca.Pisa
Friday, September 22, 2006 11:01 AM
E poi lo accusano di non lavorare per il dialogo.....!!!!!!!!!! O peggio di averlo irrimediabilmente arrestato.... mahhhhh!!!
Davvero non ci sono parole se non di eterno ringraziamento allo Spirito Santo per il dono di questo angelo del paradiso!!!!


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca
ratzi.lella
Friday, September 22, 2006 11:23 AM
grande papa
l'islam moderato, se esiste, ora dovra' uscire allo scoperto!!! aspettiamo di vedere chi accettera' l'invito e come commentera' ad incontro finito
josie '86
Friday, September 22, 2006 12:12 PM
Re:
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: Francesca.Pisa 22/09/2006 11.01
E poi lo accusano di non lavorare per il dialogo.....!!!!!!!!!! O peggio di averlo irrimediabilmente arrestato.... mahhhhh!!!
Davvero non ci sono parole se non di eterno ringraziamento allo Spirito Santo per il dono di questo angelo del paradiso!!!!


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca[/DIM][/QUOTE]

[DIM]12pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]Davvero c'è bisogno di ringraziarLo per questo Dono Suo...A parole siamo tutti bravi, ma quando si parla di fatti...Io mi sto scocciando con questi che dicono faremo la Guerra Santa, faremo gli attentati, ma poi alla fine, ecco il quadro: attentati nel loro Paese (Guerra Santa tra di loro) e continui arresti di terroristi!!! Ora basta: o vedano bene l'interpretazione delle parole del Papa o si vadano a far friggere e, quindi, peggio per loro!!! [/FONT][/DIM]
josie '86
Friday, September 22, 2006 12:15 PM
Re: grande papa
[QUOTE][DIM]7pt[=DIM]Scritto da: ratzi.lella 22/09/2006 11.23
l'islam moderato, se esiste, ora dovra' uscire allo scoperto!!! aspettiamo di vedere chi accettera' l'invito e come commentera' ad incontro finito [/DIM][/QUOTE]

[DIM]13pt[=DIM][FONT]Verdana[=FONT]Fino ad adesso dei gruppi appartenenti all'Islam moderato hanno voluto vedere la vera interpretazione delle parole del Papa. Segno di apertura al dialogo... [/FONT][/DIM]
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