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ratzi.lella
Monday, August 28, 2006 2:39 PM
le dichiarazioni di angela merkel
ANGELA MERKEL DAL PAPA: ''ABBIAMO PARLATO ANCHE DELL' IRAN''



CITTA' DEL VATICANO - "Abbiamo parlato intensamente sulla politica del mondo, soprattutto sulla situazione del vicino Medio Oriente e anche di quello che sta facendo la comunità internazionale con l'Iran".

Il Cancelliere tedesco, Angela Merkel reduce dal lungo colloquio con Benedetto XVI (durato circa 40 minuti), lascia il palazzo papale di Castel Gandolfo per tornare in Germania dove l'attendono impegni di governo. Tra i temi dell'incontro assai cordiale anche la libertà religiosa e l'identità europea che, ha sottolineato la Merkel al Papa, "é stata formata dal cristianesimo".

Angela Merkel, Cancelliere del paese che il prossimo anno assumerà la presidenza di turno dell'Ue, rassicura Papa Ratzinger sul ruolo delle radici cristiane.

"Abbiamo parlato di libertà di religione e del ruolo dell'Europa e ho sottolineato al Papa che sono dell'idea che ci serva una identità europea sotto forma di un contratto di costituzione e, secondo me, questo contratto dovrebbe essere collegato al cristianesimo e a Dio. Perché il cristianesimo - ha detto la Bundeskanzlerin uscendo dal palazzo di Castel Gandolfo dopo la lunghissima udienza privata con Benedetto XVI - ha formato in maniera decisiva l'Europa". Poi, fermandosi a parlare con alcuni giornalisti prima di salire su una Maserati nera diretta a Ciampino, ha aggiunto: "Su questo argomento voi tanto sapete già tutto perché il Papa ha scritto tanti libri importanti".

Quanto al ruolo della CDU, l'ex Ragazza dell'Est, non ha mancato di far sapere che il suo partito "continuerà ad avere un ottimo rapporto col Papa. Ma oggi - ha concluso - sono venuta nei panni di Cancelliere e rappresento tutta la Germania. Sono molto felice di essere qui".

L'incontro avvenuto nella cornice del Palazzo di Castel Gandolfo precede di due settimane la visita in Baviera di Papa Ratzinger. "Siamo molto contenti di riceverlo in Baviera. Abbiamo intensamente parlato di molti argomenti". Quando la Cancelliera è entrata nella sala, Papa Ratzinger le ha dato il benvenuto ricordandole che la prima volta che si incontrarono "sia lei che io allora avevamo posizioni ancora diverse".


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ratzi.lella
Monday, August 28, 2006 2:53 PM
ulteriori dettagli sul "vertice" ratzinger-merkel
Vaticano/ Il Papa incontra Angela Merkel
Lunedí 28.08.2006 13:26

Medio Oriente e radici cristiane dell'Europa sono stati i temi del colloquio a quattr'occhi tra Benedetto XVI e il cancelliere tedesco Angela Merkel , ricevuta questa mattina in udienza privata a Castelgandolfo. Accolta da un picchetto d'onore, la Merkel era accompagnata da una delegazione di sei persone tra cui Christoph Heusgen, consigliere del cancelliere per questioni di politica estera e sicurezza, responsabile del piano sicurezza per il viaggio del Papa in Baviera, dal 9 al 14 settembre.

Al centro del colloquio, dunque, la situazione in Medio Oriente e l'Unione europea della quale la Germania assumerà la presidenza di turno dell'Ue il prossimo anno. "Ho avuto un colloquio molto intenso con il Papa. E' stato un piacere fare la mia prima visita da cancelliere al Papa qui a Castel Gandolfo", ha detto la stessa Merkel ai giornalisti uscendo dal palazzo pontificio. "Tutti noi ci rallegriamo per la visita del Papa in Germania", ha affermato. Angela Merkel ha riferito personalmente i temi del colloquio, durato 40 minuti.

"Abbiamo intensamente parlato sulla politica del mondo, soprattutto sulla situazione del vicino Medio Oriente", ha spiegato , sottolineando di aver parlato con il Papa anche di "come si comporta la comunità internazionale con l'Iran e sulla libertà religiosa e sul ruolo dell'Europa". In proposito, ha aggiunto il cancelliere tedesco, "ho sottolineato la necessità di inserire il riferimento alle radici religiose dell'Europa perché il cristianesimo ha formato in maniera decisiva l'Europa, come ha spiegato in tanti libri importanti il Santo Padre". Con Benedetto XVI, ha rivelato l'ex "ragazza dell'Est", il dialogo avviato oggi continuerà a Monaco: "Siamo molto contenti - ha assicurato - di ricevere il Papa in Baviera". "Sono contenta che questo scambio continuerà anche a Monaco: il colloquio di oggi per me è stato molto emozionante e molto interessante", ha detto ancora la Merkel precisando che la visita di oggi era come "cancelliere di tutta la Germania e non come leader della Cdu, anche se nell'incontro si è parlato anche dell'ottimo rapporto del partito con il Santo Padre".

Proprio nel saluto iniziale alla Merkel il Papa aveva accennato ad una consuetudine pregressa : "Ci siamo già visti - erano state le sue parole - ma sia lei che io avevamo posizioni diverse". A testimonianza di questa conoscenza anche il dono giunto da Berlino: una partitura musicale. Subito dopo il breve incontro con i giornalisti, il cancelliere tedesco ha lasciato Castelgandolfo a bordo di una Maserati a quattro porte del cerimoniale di stato.

(da "affari")

Francesca.Pisa
Tuesday, August 29, 2006 12:27 PM
Ieri dal Papa anche il nunzio apostolico a Cuba

CUBA/DA BENEDETTO XVI IL NUNZIO A L'AVANA,RAPPORTO SU SITUAZIONE
A Castel Gandolfo primo incontro dopo il ricovero di Fidel Castro

Castel Gandolfo - Strappo al 'rigido' protocollo vaticano questa mattina. Benedetto XVI ha ricevuto a Castel Gandolfo il Nunzio apostolico a Cuba, monsignor Luigi Bonazzi. Cosa piuttosto insolita visto che Papa Ratzinger è solito ricevere i Nunzi al termine dell'udienza generale. "E' stata una visita di routine, ma è presumibile pensare che il Nunzio abbia riferito al Papa anche della delicata situazione del Paese e della salute di Fidel Castro", fanno sapere ad Apcom autorevoli fonti vaticane.

Recentemente, in una intervista a '30 Giorni' era stato il cardinale Tarcisio Bertone che dal 15 settembre diventerà Segretario di Stato vaticano, a parlare del lider maximo. "A Cuba - aveva detto il porporato - ho incontrato anche Fidel Castro che aveva espresso il desiderio di vedermi. E' stato un bel colloquio, molto lungo. Castro ha espresso il desiderio di invitare a Cuba Benedetto XVI. 'E' un Papa che mi piace', avrebbe detto Castro a Bertone riferendosi a Ratzinger. 'E' una brava persona, l'ho capito subito guardando il suo volto, il volto di un angelo'. Tutte parole - aveva concluso Bertone - che ho riferito al Papa".

Il leader cubano Fidel Castro ha cominciato ad avere problemi di salute il primo agosto, e ha deciso così di trasferire i poteri a suo fratello Raul, attuale ministro della difesa.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca


euge65
Tuesday, August 29, 2006 1:44 PM
Dal Sito della Santa Sede
RINUNCE E NOMINE


NOMINA DELL’ARCIVESCOVO DI GENOVA (ITALIA)

Il Santo Padre, in vista della nomina a Segretario di Stato dell'Em.mo Cardinale Tarcisio Bertone, attualmente Arcivescovo di Genova, ha fin da ora nominato Arcivescovo di Genova S.E. Mons. Angelo Bagnasco, finora Ordinario Militare per l'Italia.

Ratzigirl
Wednesday, August 30, 2006 5:32 PM
Udienza Generale 30 Agosto 2006

CATECHESI DEL SANTO PADRE


Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perché le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo.

Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa "dono di Dio". Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: "il pubblicano" (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: "Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì" (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano "Levi". Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto "presso il mare" (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.

Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di "pubblicani e peccatori" (Mt 9,10; Lc 15,1), di "pubblicani e prostitute" (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come "capo dei pubblicani e ricco" (Lc 19,2), mentre l'opinione popolare li associava a "ladri, ingiusti, adulteri" (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l'importante dichiarazione: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mc 2,17).

Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, "il pubblicano ... non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»". E Gesù commenta: "Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato" (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo - "poiché non c'è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca" (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.

Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all'istante: "egli si alzò e lo seguì". La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi" (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l'adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.

Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: "Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva" (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: "Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza" (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.
euge65
Thursday, August 31, 2006 9:11 PM
APPELLO DI BENEDETTO XVI AI PARROCI DI ALBANO
Benedetto XVI: parrocchie incoraggiate il volontariato

di Redazione (redazione@vita.it)

31/08/2006




Benedtto XVI ai parroci di Albano





Benedtto XVI si intrattiene per piu' di un'ora coi parroci di Albano ricevuti in udienza a Castel Gandolfo. Ai parroci, ricordando la figura di San Francesco, raccomanda di mettere a punto una pastorale in grado di suscitare efficaci attrattive per ''cercare la conversione della gioventu', magari - afferma - collegandosi anche alla figura di san Francesco per arrivare ad una strada che allarga la vita perche' lui, prima di tutto, era una specie di play boy che sentiva che non era sufficiente la vita che faceva, egli ha sentito la voce del Signore che gli diceva di costruire la sua casa''. ''Bisogna tenere viva la fiamma della Giornata Mondiale della Gioventù'' ha detto ancora Benedetto XVI ricordando il grande appealing esercitato da questi eventi di massa su milioni di giovani in tutto il mondo. Alla parrocchia il compito di farsi carico di promuovere attivita' giovanili in grado di mostrare ai ragazzi che possono impegnarsi nel volontariato ''e dare tanto agli altri'', ''guidandoli verso un impegno positivo, verso un aiuto ispirato all'amore di Dio''.

Francesca.Pisa
Thursday, August 31, 2006 9:21 PM
grande!!
Grande papino!!!! Speriamo che i parroci ti ascoltino tu sai sempre indicare la retta via e come sempre hai le idee giuste e valide per tutte le occasioni, con te come luce la fiammo della GMG non pou' che accendersi sempre piu'!!!!

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca
Francesca.Pisa
Friday, September 01, 2006 9:16 AM
Loreto
Tra un anno, l’incontro dei giovani cattolici italiani a Loreto

di Mattia Bianchi/ 01/09/2006

Il primo settembre del 2007, grande evento nazionale nella città mariana, a cui parteciperà quasi sicuramente anche il papa. La macchina organizzativa sta per mettersi in moto. Già fissato a grandi linee il programma.

''Bisogna tenere viva la fiamma della Giornata Mondiale della Gioventù'', ha detto il papa ai sacerdoti di Albano, ricevuti in udienza giovedì. Un'occasione importante per dare concretezza a questo invito arriverà il prossimo anno. A distanza di 12 anni da Eurhope, il grande incontro dei giovani italiani ed europei con Giovanni Paolo II, Loreto è pronta a fare da scenario ad un evento simile. Il primo settembre del prossimo anno, si svolgerà l’Agorà dei Giovani italiani, tappa finale di un pellegrinaggio-incontro che coinvolgerà tutte le diocesi del Paese. L’iniziativa, a cui parteciperà molto probabilmente anche Benedetto XVI, si inserisce nell’itinerario triennale proposto dai vescovi già da quest’anno ai giovani.

Una sorta di cerniera tra l'anno dedicato all'ascolto (il 2006) e i due anni centrati sull’evangelizzazione, in vista della Giornata mondiale della gioventù di Sydney, nel luglio del 2008. “L’incontro di Loreto – fa sapere la Conferenza episcopale italiana - si propone di realizzare una sintesi delle iniziative di ascolto e di incontro con il mondo giovanile, mettendo a fuoco domande, desideri, aspettative, dubbi e speranze dei giovani italiani”. D’altra parte, “la manifestazione lauretana offrirà motivazioni e contenuti per il prosieguo del percorso, poiché fondamenti della missione sono l’incontro con la persona di Cristo e la comunione ecclesiale, entrambi vissuti e celebrati come centro dell’evento, che culmina con la rinnovazione della professione di fede ed il mandato missionario della Chiesa”.

L’evento di Loreto inizierà il 29 agosto ed è stato pensato per i giovani dai 16 anni in su (la stessa fascia d’età delle Giornate mondiali della gioventù). Ai ragazzi italiani di diocesi, gruppi e movimenti si uniranno anche delegazioni di ogni Paese europeo, come occasione di scambio e condivisione che sarà spalmata su tre momenti.

L’accoglienza nelle diocesi. Il periodo che va dal pomeriggio del 29 agosto alla mattina del 31 agosto sarà dedicato all'accoglienza, gestita da 30 diocesi della Romagna, delle Marche, dell’Umbria e dell’Abruzzo. Ogni realtà locale, in proporzione alla propria grandezza, ospiterà i gruppi delle altre regioni italiane, attraverso schemi e formule già sperimentati nei grandi incontri internazionali delle GMG: l’ospitalità nelle famiglie, ma anche eventi di festa e di conoscenza del territorio.

Il pellegrinaggio. La sera di venerdì 31 agosto i gruppi si completeranno con l’arrivo degli altri partecipanti, in vista della giornata di sabato, dedicata al pellegrinaggio. Al mattino, ogni diocesi si riunirà con il proprio vescovo nella località di alloggio (in chiese, piazze, stadi...), per celebrare un momento di preghiera. Nel pomeriggio, invece, spazio al cammino e alla riflessione per arrivare poi nella grande spianata di Montorso, vicino a Loreto, lo stesso luogo dove Giovanni Paolo II incontrò i giovani nel 1995 e i membri dell’Azione Cattolica nel 2004.

La “notte della fede”. In pieno stile GMG, l'intera notte tra sabato 1 e domenica 2 settembre è stata pensata come "notte di veglia". Sulla falsariga dei momenti fondamentali della notte pasquale, spiegano gli organizzatori, si propone ai giovani “di celebrare la gioia della speranza, la meraviglia dell'ascolto, la decisione della fede ed il coraggio della missione”. Il tutto, attraverso momenti di preghiera liturgica, spazi di condivisione, esibizioni artistiche e testimonianze. All'alba della domenica, infine, la Santa Messa conclusiva, alla quale seguirà immediatamente il rientro.

L’iniziativa richiamerà almeno 500mila persone di tutta Italia, a tal punto che il presidente della Regione Marche ha chiesto già da tempo lo status di grande evento. Per quanto riguarda la presenza del papa, non ci sono ancora informazioni precise, ma non è un mistero che si stia lavorando ad una sua partecipazione, con tutta probabilità alla celebrazione della domenica mattina.

Intanto, i giovani cattolici italiani possono mettersi in cammino, con una consapevolezza: se andare a Sydney per la Giornata mondiale della gioventù del 2008 non sarà facile (specie per ragioni di costo), Loreto sarà ugualmente una tappa importante, dove spiritualità e aggregazione si uniranno. In pieno stile GMG.

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca


Sybella
Friday, September 01, 2006 9:39 AM
Re: APPELLO DI BENEDETTO XVI AI PARROCI DI ALBANO
Stupendo!!!
Un Papa sempre più chiaro ed incisivo, anche e soprattutto quando parla a braccio...ed ha una parola per tutto e si preoccupa di tutti.
E certo che anche lui ha a cuore i giovani, e concretamente, 'anche...quelli che non fanno tanto uso della Chiesa', ed usa per farsi comprendere da loro e da TUTTI immagini chiarissime e 'moderne' come le parole spese per San Francesco...
Che dire? Beati i parroci di Albano che hanno potuto 'imparare' direttamente da lui!!!!
Francesca.Pisa
Friday, September 01, 2006 11:38 AM
dal tgcom
Papa: "Cerchiamo volto del Signore"
Il pontefice in visita a Manoppello
"Cerchiamo insieme di conoscere il volto del Signore e in lui troviamo la strada della nostra vita". Con queste parole Benedetto XVI ha spiegato ai fedeli il senso della sua visita al Santuario di Manoppello. "Cari fratelli e sorelle, vedo che qui è riunita la grande famiglia della Chiesa: dove c'è il Papa questa famiglia si riunisce con grande gioia e vedo tutta la bellezza del Sud d'Italia nei vostri volti".

Appena arrivato, vista l'immensa folla,con un fuori programma Benedetto XVI ha salutato la gente con un bel discorso di ringraziamento per il fatto di essere lì ad accoglierlo e a rebdere omaggio al Volto Santo, naturalmente prima si e' concesso a tutti salutando benedicendo e intrattenendosi con i fedeli.
Inoltre non so se e' gia stato rimarcato ma e' la prima volta che un Pontefice si reca in pellegrinaggio in questo luogo, Benedetto scherzando, nel suo diecorso all'interno del santuario, ha detto che sarebbe dovuto essere un pellegrinaggio privato ma visto il caso non si e' poi rivelato così privato. Il discorso che Bruno Forte ha rivolto al Santo Padre e' stato bellissimo, pieno di gratitudine, amore, affetto, sostegno e costante vicinanaza spirituale, egli ha rimarcato che tutta la comunita' con lui in testa sempre pregheranno per Benedetto, il suo magistero, la sua salute e le sue intenzioni particolari, un discorso quello di Forte che ha toccato il cuore di tutti i presenti e anche quello di Ratzinger visibilmente compiaciuto e felice. Il discorso del Papa poi e' stato denso sentito profondo a livello teologico e di contenuti davvero uno dei suoi migliori,riferendosi a Forte con una bellissima lezione di umilta' ha detto che egli stesso durante la collaborazione con Forte e la lettura dei suoi libri ha imparato molto da quest'uomo, poi ha chiesto a tutti i religiosi e religiose presenti all'interno del santuario ma anche a tutti i fedeli le continue preghiere per se'.
Queta visita e' stata un'emozione unica una stupenda lezione con un maesto perfetto che sa davvero come toccare i cuori della gente, che sa come insegnare anche i concetti piu' difficili, che sa come portare i fedeli verso il Signore, stamani Benedetto ha definito coloro che erano lì come "innamorati di Cristo" ,questo e' un Papa che ogni giorni di piu' sa come rendere tutti sempre piu' saldi nella fede e nell'amore verso Gesu', trasmettendo con serenita' umilta' dolcezza e gioia quello stesso amore verso Gesu' Cristo che regna nel suo cuore allargando la famiglia cristiana sempre piu' e creando insieme con tutti i fedeli un grandissimo cerchio d'amore attorno al Signore, il solo che e' amore e che come dimostrazione del suo essere amore e del suo immenso amore per gli uomini ha voluto a capo della Sua chiesa questo staordinario pastore mite e fermo, che sta guidando la barca della chiesa in acque davvero sicure e il porto e' ogni giorno piu' vicino.
Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

euge65
Friday, September 01, 2006 12:34 PM
altro articolo da Maloppello
BENEDETTO XVI AL SANTUARIO DI MANOPPELLO: PER RICONOSCERE IL VOLTO DI DIO SERVONO ‘MANI INNOCENTI’ E ‘CUORI PURI’

01/09/2006

“Per riconoscere il volto del Signore in quello dei fratelli e nelle vicende di ogni giorno sono necessarie ‘mani innocenti e cuori puri’”: lo ha detto oggi Benedetto XVI durante la visita “semplice e familiare” al santuario del Volto Santo di Manoppello (diocesi di Chieti-Vasto), alla presenza di numerosi sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi. “Mani innocenti, cioè esistenze illuminate dalla verità dell’amore che vince l’indifferenza, il dubbio, la menzogna e l’egoismo”, ha affermato, e “cuori puri”, cioè “rapiti dalla bellezza divina”. Dopo aver sostato in preghiera il Papa ha ricordato l’episodio del Vangelo di Giovanni in cui i primi due apostoli incontrano Gesù al fiume Giordano e lo riconoscono come Messia. “Ma in realtà – ha precisato -, quanta strada avevano ancora davanti a loro quei discepoli! Non potevano nemmeno immaginare quanto il mistero di Gesù di Nazareth potesse essere profondo; quanto il suo ‘volto’ potesse rivelarsi insondabile, imperscrutabile”. Perché, ha sottolineato, per “vedere Dio” bisogna conoscere Cristo e lasciarsi plasmare dal suo Spirito”. Per questo, ha detto il Papa, ”chi incontra Gesù, chi si lascia da Lui attrarre ed è disposto a seguirlo sino al sacrificio della vita, sperimenta personalmente, come Egli ha fatto sulla croce, che solo il ‘chicco di grano’ che cade nella terra e muore porta ‘molto frutto”. La via di Cristo, ha precisato, “è la via dell’amore totale che vince la morte” e chi la percorre “vive in Dio".
Francesca.Pisa
Friday, September 01, 2006 1:29 PM
maggiori dettagli dal tgcom

Papa: nuovo appello ambientalista
Da santuario del Volto Santo in Abruzzo
In occasione della prima Giornata per la salvaguardia del pianeta indetta dalla Chiesa, il Papa lancia un nuovo appello ambientalista. Ai piedi del Parco nazionale della Majella, in Abruzzo, Benedetto XVI ha invitato al rispetto della Natura. Un dono di Dio, ha detto dal santuario del Volto Santo di Manoppello, che "è sempre più esposto a seri rischi di degrado ambientale e va pertanto difeso e tutelato".

In un bagno di folla, dopo aver stretto centinaia di mani, il Pontefice ha invitato a "rispettare la natura, grande dono di Dio, che qui possiamo ammirare guardando le stupende montagne che ci circondano". Questo "dono - ha aggiunto dal santuario del Volto Santo di Manoppello - è sempre piu' esposto a seri rischi di degrado ambientale e va pertanto difeso e tutelato". Parole che mostrano come il tema rappresenti per il Papa una vera e propria "urgenza" ambientalista.

Atterrato dall'elicottero, Benedetto XVI ha trovato ad accoglierlo le autorità locali, il sindaco del paese che custodisce la Veronica, il misterioso volto di Cristo, impresso sul telo di lino che secondo la tradizione sarebbe stato usato dalla Veronica per asciugare il sangue e il sudore di Gesù durante la via Crucis, il vescovo di Chieti e il presidente della Regione, Ottaviano del Turco. Poi, a piedi, ha percorso i circa 300 metri dal piazzale al santuario davanti a 10 mila fedeli.

Dopo aver salutato i vescovi dell'Abruzzo e del Molise all'interno del Santuario, Benedetto XVI ha salito in silenzio i gradini che al lato destro dell'altare conducono alla nicchia dove è custodito il "Velo della Veronica". Il superiore locale dei cappuccini, padre Carmine Cucinelli, ha aperto il vetro per consentire al Pontefice di vedere meglio il telo che ha impressa l'immagine del volto di Cristo.

Poi il Papa ha pregato in silenzio dall'altare del santuario. Ma il momento più intenso della visita è arrivato quando, Benedetto XVI° è rimasto "rapito" dall'icona del Volto Santo vista da vicino. Mentre un coro intonava un canto gregoriano, il Papa è rimasto lungamente a guardare l'immagine, con gli occhi fissi a quel sudario. Quasi cinque minuti. Il pontefice è poi tornato sull'altare dove, dopo una breve preghiera, ha lasciato la parola all'arcivescovo Bruno Forte al quale è legato da una comune formazione teologica.

Successivamente, ai fedeli, Papa Ratzinger ha spiegato il senso della sua visita al Santuario di Manoppello. "Cerchiamo il volto del Signore, insieme cerchiamo di conoscere il volto del Signore e in lui troviamo la strada della nostra vita. Cari fratelli e sorelle - ha detto ancora salutando i fedeli nel piazzale del Santuario - grazie per questo benvenuto cordiale, vedo che è qui riunita la grande famiglia della Chiesa: dove c'è il Papa questa famiglia si riunisce con grande gioia e vedo tutta la bellezza del Sud d'Italia nei vostri volti. Saluto particolare ad ammalati, vicino a voi siete nelle nostre preghiere, pregate anche voi per noi".


In un giorno solo due bei primati per il nostro papino!!!!!!
Ma il piu' bello e' quello di essere il re incontrastato di tutti i cuori dei fedeli che sinceramente lo amano,lo ascoltano, lo seguono ovunque vada per stringerlo sempre in un lunghissimo e caldo abbraccio d'amore!!!!!!!!!!!!!!!!!
Lui lo sa e ne e' sempre immensamente felice e questa e' la sola cosa che alla fine conta: avere la certezza di essergli utili, di contribuire a dargli forza e renderlo felice.

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

Francesca.Pisa
Friday, September 01, 2006 1:31 PM
e questa e' l'ultima dell'ansa

PAPA A MANOPPELLO: L'ABBRACCIO DEI FEDELI, GRAZIE PER LA VOSTRA FEDE

PESCARA - E' durato poco piu' di un'ora e mezzo il pellegrinaggio di Papa Benedetto XVI al Volto Santo di Manoppello, ma si e' trattato di una visita intensa e piena di significato per il calore dei fedeli assiepati nella piccola piazza del santuario, per la disponibilita' e per i messaggi del pontefice. ''Pensavamo che fosse freddo. Invece e' semplice, disponibile, coinvolgente. E' come papa Wojtyla'', ha commentato un uomo.

In molti, sono rimasti colpiti ''dagli occhi buoni'' del Papa, dalla sua ''attenzione per i giovani''. Tra i circa ottomila fedeli - che potevano entrare nell'area del pellegrinaggio solo se muniti di pass nominativi - vi erano anche stranieri, tra cui una famiglia serba di religione ortodossa: ''E' comunque un momento importante di religiosita' - spiega in italiano stentato il padre -. Speriamo che un giorno le nostre chiese possano riunirsi''.

Un pellegrinaggio, quindi una visita privata, che, pero', e' poi diventato un abbraccio con i fedeli, lungo il tragitto che il Papa ha compiuto dal piazzale in cui e' atterrato con l'elicottero proveniente da Castel Gandolfo, fino al Santuario. Durante il per percorso Benedetto XVI ha spesso cambiato direzione per andare stringere le mani protese dei fedeli bloccati dalle transenne, per accarezzare i bambini, fare segni di benedizione.

Tra le migliaia di bandierine gialle e bianche, spuntavano cellulari, fotocamere e cineprese per immortalare il papa sorridente, acclamato anche con cori da stadio: ''Benedetto, Benedetto'', o ''viva il Papa'' mentre - sollecitato con moderazione e discrezione dal servizio d'ordine, per i ''tempi allungati del percorso'' - entrava nel Santuario.

Poco prima di varcare la soglia del tempio il Papa ha ringraziato per l'accoglienza - ''per l'entusiasmo e la vostra fede'' - e salutato i fedeli, in particolare gli ammalati e i giovani.

Una visita inconsueta anche per il protocollo, dato che sul sagrato Benedetto XVI si e' fermato improvvisamente e girandosi verso la folla ha evidenziato di vedere ''la bellezza del sud dell'Italia'', ha ringraziato i fedeli e ha fatto subito un esplicito riferimento alla Veronica: ''Noi tutti cerchiamo il volto del Signore e proprio questo e' il senso della mia visita a Manoppello. Un volto che insieme cerchiamo di conoscere sempre meglio'' per ''trovare la strada della nostra vita''.

Non e' stato l'unico messaggio del Pontefice fatto con chiaro riferimento al luogo (compreso nel Parco nazionale della Majella): ''Rispettare la natura, grande dono di Dio, che qui possiamo ammirare guardando le stupende montagne che ci circondano''; oppure: ''Cari sacerdoti, se resta impressa in voi, pastori del gregge di Cristo, la santita' del suo Volto'' anche ''i fedeli affidati alle vostre cure ne saranno contagiati e trasformati''.

Poi, prima di partire, un altro atto ''informale'': ancora una volta, dal sagrato, ha preso il microfono e si e' rivolto ai giovani: ''Cercate il volto di Cristo, e conoscetelo''.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

Francesca.Pisa
Friday, September 01, 2006 1:34 PM
E questa e' Asia news
VATICANO

Papa: Cercando il volto di Dio, il sacerdote trasformerà anche la vita dei fedeli

In pellegrinaggio al santuario del Volto Santo, Benedetto XVI torna ad indicare a preti e seminaristi la necessità di mostrare il loro amore verso Gesù. Le linee di una pastorale attenta ai giovani ed alla famiglia. Il vero San Francesco: un convertito, prima che un ambientalista e un pacifista.


Manoppello (AsiaNews) - Sacerdoti, religiosi e seminaristi facciano della ricerca di “vedere il volto di Dio”, per la quale i santi sono stati pronti ad offrire la vita, lo scopo della loro esistenza: in tal modo essi cambieranno anche la realtà di quanti sono loro affidati.

La ricerca di Gesù, l'amore alla "santità del suo Volto" sta diventando un leitmotiv negli incontri di Benedetto XVI con i sacerdoti. Oggi nel “pellegrinaggio privato” che il Papa ha compiuto al santuario del Volto Santo a Manoppello (Chieti), in Abruzzo, egli ha incoraggiato chi è o sta per essere ordinato ad “amare la santità del suo Volto”, con la certezza che “anche i fedeli affidati alle vostre cure ne saranno contagiati e trasformati”. Ieri, con i sacerdoti della diocesi di Albano (nella quale rientrano le ville pontificie di Castel Gandolfo), ha parlato della ricerca di Gesù come la “vera” realtà di San Francesco, uomo convertito al Signore, e non solo l’ecologista pacifista caro all’iconografia “laica”. E non ha mancato di raccomandare ai sacerdoti la cura dei giovani “lontani” e dei divorziati risposati.

Nel santuario di Manoppello, che conserva il “Volto Santo” o “vera icona” (e quindi Veronica), che la tradizione vuole sia l’immagine rimasta impressa sul velo che una donna porse a Gesù per asciugarsi sudore e sangue mentre saliva sul Golgota, Benedetto XVI ha parlato della ricerca e dell’amore per quel volto. “Chi incontra Gesù, chi si lascia da Lui attrarre ed è disposto a seguirlo sino al sacrificio della vita”, ha detto “vive in Dio già su questa terra, attratto e trasformato dal fulgore del suo volto. Questa è l’esperienza dei veri amici di Dio, i santi, che hanno riconosciuto e amato nei fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi, il volto di quel Dio a lungo contemplato con amore nella preghiera. Essi sono per noi incoraggianti esempi da imitare; ci assicurano che se percorriamo con fedeltà questa via, la via dell’amore, anche noi – come canta il Salmista – ci sazieremo della presenza di Dio (cfr Sal 16[17],15). Ma, “per entrare in comunione con Cristo e contemplarne il volto, per riconoscere il volto del Signore in quello dei fratelli e nelle vicende di ogni giorno, sono necessarie ‘mani innocenti e cuori puri’. Mani innocenti, cioè esistenze illuminate dalla verità dell’amore che vince l’indifferenza, il dubbio, la menzogna e l’egoismo; ed inoltre sono necessari cuori puri, cuori rapiti dalla bellezza divina, come dice la piccola Teresa di Lisieux nella sua preghiera al Volto Santo, cuori che portano impresso il volto di Cristo. Cari sacerdoti – ha proseguito il Papa - se resta impressa in voi, pastori del gregge di Cristo, la santità del suo Volto, non abbiate timore, anche i fedeli affidati alle vostre cure ne saranno contagiati e trasformati. E voi, seminaristi, che vi preparate ad essere guide responsabili del popolo cristiano, non lasciatevi attrarre da null’altro che da Gesù e dal desiderio di servire la sua Chiesa. Altrettanto vorrei dire a voi, religiosi e religiose, perché ogni vostra attività sia un visibile riflesso della bontà e della misericordia divina”.

L’esortazione che Benedetto XVI ha rivolto oggi a sacerdoti e religiosi è quasi una continuazione di quanto ieri aveva sostenuto nell’incontro con i sacerdoti di Albano. Rispondendo a braccio ad alcune loro domande ha parlato delle difficoltà quotidiane dei sacerdoti nelle diverse comunità, la liturgia, i giovani e la famiglia. Ha parlato anche di San Francesco, che in gioventù “era quasi un playboy”, per esortare ad aiutare i giovani a conoscerne la vera figura, “da dove ha bevuto questo santo, perché non era solo un ambientalista o un pacifista, ma era soprattutto un uomo convertito”, che “ha ascoltato la voce del Signore”.

Ai sacerdoti ha raccomandato di curare particolarmente la vita interiore e la preghiera: “non è un tempo sottratto alla nostra responsabilità pastorale, ma è proprio lavoro pastorale pregare, pregare anche per gli altri… sostituendo anche gli altri che forse non sanno pregare, non vogliono pregare, non trovano il tempo per pregare. Tenere così presente questo dialogo con Dio che è opera pastorale”. “Mi sembra – ha detto ancora - che i fedeli sentano se realmente siamo in colloquio con Dio con loro e attiriamo gli altri, in questa nostra preghiera comune, nella comunione con i figli di Dio o se facciamo solo una cosa esteriore. L’elemento fondamentale della vera ‘ars celebrandi’ è quindi questa consonanza, questa concordia tra quanto facciamo con le labbra e quanto fa il cuore”.

Prendendo infine spunto dalla celebrazione della prima Giornata per la salvaguardia del pianeta indetta dalla Chiesa italiana, Benedetto XVI ha invitato al rispetto della natura. Un dono di Dio, ha detto, che “è sempre più esposto a seri rischi di degrado ambientale e va pertanto difeso e tutelato”. (FP)

Sempre a finaco di Benedetto XVI.
Francesca

Francesca.Pisa
Friday, September 01, 2006 1:36 PM
Ancora sulla visita del Papa
MANOPPELLO (Chieti) - In ginocchio, in adorazione silenziosa, lo sguardo fisso al Volto Santo. È l’immagine più eloquente del pellegrinaggio di Benedetto XVI al santuario abruzzese di Manoppello, dove è conservato il velo attribuito alla Veronica, dove è impresso il volto di Cristo sul Calvario. Per dieci minuti, il papa ha venerato la reliquia per poi riflettere proprio sul suo significato. "Per riconoscere il volto del Signore in quello dei fratelli e nelle vicende di ogni giorno, - ha detto - sono necessarie 'mani innocenti e cuori puri", cioè "esistenze illuminate dalla verità dell'amore che vince l'indifferenza, il dubbio, la menzogna e l'egoismo; ed inoltre sono necessari cuori puri, cuori rapiti dalla bellezza divina", cuori "che portano impresso il volto di Cristo".

Secondo la tradizione, il Volto Santo sarebbe arrivato a Manoppello nel 1506, offerto da un pellegrino a Giacomantonio Leonelli. nel 1638 venne donato ai cappuccini che nel 1646 lo espongono alla venerazione del popolo cristiano. In questi ultimi anni, studi partiti dalla Germania hanno messo in discussione il contenuto di quella relazione proponendo altre strade attraverso cui il Volto Santo sarebbe giunto a Manoppello. È stato poi confrontato il Volto santo con le altre icone cristiane, e in special modo con la Sindone, rilevandone la perfetta sovrapponibilità.

Al di là di tutto, il pontefice non si è addentrato nel dibattito sull’autenticità della reliquia, messa in dubbio da alcuni, ma ha voluto lanciare un messaggio più profondo. Perché, "per vedere Dio bisogna conoscere Cristo e lasciarsi plasmare dal suo Spirito che guida i credenti alla verità tutta intera”. Un itinerario già percorso dai santi che "hanno riconosciuto e amato nei fratelli, specialmente i più poveri e bisognosi, il volto di quel Dio a lungo contemplato con amore nella preghiera”.

Il papa è arrivato in elicottero a Manoppello intorno alle 10, accolto dall'arcivescovo di Chieti Bruno Forte e dal presidente della regione Abruzzo Ottaviano Del Turco. Davanti al santuario del Volto Santo, oltre 7mila fedeli a cui Benedetto XVI si è rivolto con un breve saluto. “Grazie per questo benvenuto così cordiale; – ha detto - la Chiesa è una grande famiglia e si vede che dove c'è il papa, la famiglia si unisce nella gioia e nella pace che crea la fede. Sono gratissimo per questo benvenuto: così vedo la bellezza del sud dell'Italia qui nei vostri volti". "Un saluto speciale ai giovani e ai bambini di prima comunione - ha aggiunto Benedetto XVI - grazie per il vostro entusiasmo. Noi tutti cerchiamo il volto del Signore e questo è il senso della mia visita qui. Insieme, cerchiamo di conoscere sempre meglio il volto del Signore e dal suo volto troviamo la forza di amore e di pace che ci mostra anche la strada della nostra vita".

Non è mancato, infine, un nuovo appello per l'ambiente, in occasione della prima "Giornata per la salvaguardia e la difesa del creato", promossa dai vescovi italiani. "Ci aiuti la Madre del Creatore – ha pregato Benedetto XVI - a rispettare anche la natura, grande dono di Dio che qui possiamo ammirare guardando le stupende montagne che ci circondano". “Questo dono, però - ha aggiunto - è sempre più esposto a seri rischi di degrado ambientale e va pertanto difeso e tutelato”.

Una visita densa di contenuto, dunque, conclusasi in tarda mattinata con il rientro a Castel Gandolfo.

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca







dipl
Friday, September 01, 2006 5:05 PM
INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ALBANO , 01.09.2006

INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI CON I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ALBANO

Giovedì 31 agosto 2006, nella Sala degli Svizzeri, del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato i Sacerdoti della Diocesi di Albano, nel cui territorio si trova Castel Gandolfo.
Dopo l’indirizzo di omaggio del Vescovo di Albano, S.E. Mons. Marcello Semeraro, il Papa ha risposto ad alcune domande rivolte da 5 sacerdoti presenti all’Incontro.
Riportiamo qui di seguito le domande dei sacerdoti e le risposte del Santo Padre:


DOMANDE DEI SACERDOTI E RISPOSTE DEL SANTO PADRE

Alcuni problemi di vita dei preti

P. Giuseppe Zane, Vicario ad omnia, di 83 anni:

«Il nostro Vescovo Le ha illustrato, seppure brevemente, la situazione della nostra Diocesi di Albano. Noi sacerdoti siamo pienamente inseriti in questa Chiesa, vivendone tutti i problemi e le complessità. Giovani e anziani, ci sentiamo tutti inadeguati, in primo luogo perché siamo in pochi rispetto ai tanti bisogni e abbiamo provenienze diverse, soffriamo, inoltre, la scarsità di vocazioni al sacerdozio. Per questi motivi a volte ci scoraggiamo, cercando di tamponare un po' di qua e un po' di là, spesso costretti a fare solo cose di pronto soccorso senza progetti precisi. Vedendo le tante cose da fare, subiamo la tentazione di privilegiare il fare trascurando l'essere e questo inevitabilmente si riflette sulla vita spirituale, il colloquio con Dio, la preghiera e la carità (l'amore) verso i fratelli, specie i lontani. Santo Padre, cosa può dirci in merito? Io ho una certa età... ma questi giovani confratelli possono avere speranza?»

BENEDETTO XVI:

Cari fratelli, vorrei dirvi, innanzitutto, una parola di benvenuto e di ringraziamento. Grazie al Cardinale Sodano per la sua presenza, con la quale esprime il suo amore e la sua cura per questa Chiesa Suburbicaria. Grazie a Lei, Eccellenza, per le sue parole. Con poche espressioni, Lei mi ha presentato la situazione di questa Diocesi, che non conoscevo in questa misura. Sapevo che è la più grande delle Diocesi Suburbicarie, ma, non sapevo, che fosse cresciuta fino a cinquecentomila abitanti. Vedo così, una Diocesi ricca di sfide, di problemi, ma, certamente anche di gioie nella fede. E vedo, che tutte le questioni del nostro tempo sono presenti: l'emigrazione, il turismo, l'emarginazione, l'agnosticismo, ma anche una fede ferma.

Non ho la pretesa adesso di essere quasi come un «oracolo», che potrebbe rispondere in modo sufficiente a tutte le questioni. Le parole di san Gregorio Magno che Lei ha citato, Eccellenza - che ognuno conosca «infirmitatem suam» - valgono anche per il Papa. Anche il Papa, giorno per giorno, deve conoscere e riconoscere «infirmitatem suam», i suoi limiti. Deve riconoscere che solo nella collaborazione con tutti, nel dialogo, nella cooperazione comune, nella fede, come «cooperatores veritatis» - della Verità che è una Persona, Gesù - possiamo fare insieme il nostro servizio, ciascuno per la sua parte. In questo senso, le mie risposte non saranno esaustive ma frammentarie. Tuttavia, accettiamo proprio questo: che solo insieme possiamo comporre il «mosaico» di un lavoro pastorale che risponde alla grandezza delle sfide.

Lei, Cardinale Sodano, aveva detto che il nostro caro confratello, P. Zane, appare un po' pessimista. Ma, devo dire, che ognuno di noi ha momenti in cui può scoraggiarsi davanti alla grandezza di ciò che bisognerebbe fare e ai limiti di quanto invece può realmente fare. Questo, riguarda di nuovo anche il Papa. Che cosa devo fare in quest'ora della Chiesa, con tanti problemi, con tante gioie, con tante sfide che riguardano la Chiesa universale? Tante cose succedono giorno per giorno e non sono in grado di rispondere a tutto. Faccio la mia parte, faccio quanto posso fare. Cerco di trovare le priorità. E sono felice di essere coadiuvato da tanti buoni collaboratori. Posso dire già qui, in questo momento: vedo ogni giorno il grande lavoro che fa la Segreteria di Stato sotto la sua sapiente guida. E solo con questa rete di collaborazione, inserendomi con le mie piccole capacità in una totalità più grande, posso e oso andare avanti.

E così, naturalmente, ancora più un parroco che sta da solo, vede che tante cose ci sarebbero da fare in questa situazione da Lei, P. Zane, brevemente descritta. E può fare solo qualcosa, «tamponare» - come Lei ha detto -, fare una specie di «pronto soccorso», consapevole che si dovrebbe fare molto di più. Direi, allora, che la prima necessità di noi tutti è di riconoscere con umiltà i nostri limiti, riconoscere che dobbiamo lasciar fare la maggior parte delle cose al Signore. Oggi, abbiamo sentito nel Vangelo la parabola del servo fidato (Mt 24, 42-51). Questo servo - così ci dice il Signore - dà il cibo agli altri al tempo giusto. Non fa tutto insieme, ma è un servo saggio e prudente, che sa distribuire nei diversi momenti quanto deve fare in quella situazione. Lo fa con umiltà, ed è anche sicuro della fiducia del suo padrone. Così noi, dobbiamo fare il possibile per cercare di essere saggi e prudenti, e anche avere fiducia nella bontà del nostro «Padrone», del Signore, perché alla fine deve egli stesso guidare la sua Chiesa. Noi ci inseriamo con il piccolo dono nostro e facciamo quanto possiamo fare, soprattutto le cose sempre necessarie: i Sacramenti, l'annuncio della Parola, i segni della nostra carità e del nostro amore.

Quanto alla vita interiore, alla quale Lei ha accennato, direi che è essenziale per il nostro servizio di sacerdoti. Il tempo che ci riserviamo per la preghiera non è un tempo sottratto alla nostra responsabilità pastorale, ma è proprio «lavoro» pastorale, è pregare anche per gli altri. Nel «Comune dei Pastori» si legge come caratterizzante per il Pastore buono che «multum oravit pro fratribus». Questo è proprio del Pastore, che sia uomo di preghiera, che stia dinanzi al Signore pregando per gli altri, sostituendo anche gli altri, che forse non sanno pregare, non vogliono pregare, non trovano il tempo per pregare. Come si evidenzia così che questo dialogo con Dio è opera pastorale!

Direi, quindi, che la Chiesa ci dà, quasi ci impone - ma sempre come una Madre buona - di avere tempo libero per Dio, con le due pratiche che fanno parte dei nostri doveri: celebrare la Santa Messa e recitare il Breviario. Ma più che recitare, realizzarlo come ascolto della Parola che il Signore ci offre nella Liturgia delle Ore. Occorre interiorizzare questa Parola, essere attenti a che cosa il Signore mi dice con questa Parola, ascoltare poi il commento dei Padri della Chiesa o anche del Concilio, nella seconda Lettura dell'Ufficio delle Letture, e pregare con questa grande invocazione che sono i Salmi, con i quali siamo inseriti nella preghiera di tutti i tempi. Prega con noi - e noi preghiamo con esso - il popolo dell'antica Alleanza. Preghiamo con il Signore, che è il vero soggetto dei Salmi. Preghiamo con la Chiesa di tutti i tempi. Direi che questo tempo dedicato alla Liturgia delle Ore è tempo prezioso. La Chiesa ci dona questa libertà, questo spazio libero di vita con Dio, che è anche vita per gli altri.

E così mi sembra importante vedere che queste due realtà - la Santa Messa celebrata realmente in colloquio con Dio e la Liturgia delle Ore - sono zone di libertà, di vita interiore, che la Chiesa ci dona e che sono una ricchezza per noi. In esse, come ho detto, incontriamo non solo la Chiesa di tutti i tempi, ma il Signore stesso, che parla con noi e aspetta la nostra risposta. Impariamo così a pregare inserendoci nella preghiera di tutti i tempi e incontriamo anche il popolo. Pensiamo ai Salmi, alle parole dei Profeti, alle parole del Signore e degli Apostoli, pensiamo ai commenti dei Padri. Oggi abbiamo avuto questo meraviglioso commento di san Colombano su Cristo fonte di «acqua viva» alla quale beviamo. Pregando incontriamo anche le sofferenze del popolo di Dio, oggi. Queste preghiere ci fanno pensare alla vita di ogni giorno e ci guidano all'incontro con la gente di oggi. Ci illuminano in questo incontro, perché in esso non portiamo soltanto la nostra propria, piccola intelligenza, il nostro amore di Dio, ma impariamo, attraverso questa Parola di Dio, anche a portare Dio a loro. Questo essi aspettano: che portiamo loro l'«acqua viva», della quale parla oggi san Colombano. La gente ha sete. E cerca di rispondere a questa sete con diversi divertimenti. Ma comprende bene che questi divertimenti non sono l'«acqua viva» della quale ha bisogno. Il Signore è la fonte dell'«acqua viva». Egli però dice, nel capitolo 7 di Giovanni, che chiunque crede diventa una «fonte», perché ha bevuto da Cristo. E questa «acqua viva» (v 38) diventa in noi acqua zampillante, fonte per gli altri. Così cerchiamo di berla nella preghiera, nella celebrazione della Santa Messa, nella lettura: cerchiamo di bere da questa fonte perché diventi fonte in noi. E possiamo meglio rispondere alla sete della gente di oggi avendo in noi l'«acqua viva», avendo la realtà divina, la realtà del Signore Gesù incarnatosi. Così possiamo rispondere meglio ai bisogni della nostra gente. Questo per quanto riguarda la prima domanda. Che cosa possiamo fare? Facciamo sempre il possibile per la gente - nelle altre domande avremo la possibilità di ritornare su questo punto - e viviamo con il Signore per poter rispondere alla vera sete della gente.

La Sua seconda domanda è stata: abbiamo speranza per questa Diocesi, per questa porzione di popolo di Dio che è questa Diocesi di Albano e per la Chiesa? Rispondo senza esitazione: sì! Naturalmente abbiamo speranza: la Chiesa è viva! Abbiamo duemila anni di storia della Chiesa, con tante sofferenze, anche con tanti fallimenti: pensiamo alla Chiesa in Asia Minore, la grande e fiorente Chiesa dell'Africa del Nord, che con l'invasione musulmana è scomparsa. Quindi porzioni di Chiesa possono realmente scomparire, come dice san Giovanni nell'Apocalisse, o il Signore tramite Giovanni: «Se non ti ravvederai verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto» (2,5). Ma, d'altra parte, vediamo come tra tante crisi la Chiesa è risorta con una nuova giovinezza, con una nuova freschezza.

Nel secolo della Riforma, la Chiesa Cattolica appariva in verità quasi finita. Sembrava trionfare questa nuova corrente, che affermava: adesso la Chiesa di Roma è finita. E vediamo che con i grandi santi, come Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila, Carlo Borromeo ed altri, la Chiesa risorge. Trova nel Concilio di Trento una nuova attualizzazione e una rivitalizzazione della sua dottrina. E rivive con grande vitalità. Vediamo il tempo dell'Illuminismo, nel quale Voltaire ha detto: Finalmente è finita questa antica Chiesa, vive l'umanità! E cosa succede, invece? La Chiesa si rinnova. Il secolo XIX diventa il secolo dei grandi santi, di una nuova vitalità per tante Congregazioni religiose, e la fede è più forte di tutte le correnti che vanno e vengono. È così anche nel secolo passato. Ha detto una volta Hitler: «La Provvidenza ha chiamato me, un cattolico, per farla finita con il cattolicesimo. Solo un cattolico può distruggere il cattolicesimo». Egli era sicuro di avere tutti i mezzi per distruggere finalmente il cattolicesimo. Ugualmente la grande corrente marxista era sicura di realizzare la revisione scientifica del mondo e di aprire le porte al futuro: la Chiesa è alla fine, è finita! Ma, la Chiesa è più forte, secondo le parole di Cristo. È la vita di Cristo che vince nella sua Chiesa.

Anche in tempi difficili, quando mancano le vocazioni, la Parola del Signore rimane in eterno. E chi - come dice il Signore stesso - costruisce la sua vita su questa «roccia» della Parola di Cristo, costruisce bene. Perciò, possiamo essere fiduciosi. Vediamo anche nel nostro tempo nuove iniziative di fede. Vediamo che in Africa la Chiesa, pur con tutti i problemi, ha tuttavia una freschezza di vocazioni che incoraggia. E così, con tutte le diversità del panorama storico di oggi, vediamo - e non solo, crediamo - che le parole del Signore sono spirito e vita, sono parole di vita eterna. San Pietro ha detto, come abbiamo sentito domenica scorsa nel Vangelo (Gv 6, 69): «Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio». E vedendo la Chiesa di oggi, vedendo, con tutte le sofferenze, la vitalità della Chiesa, possiamo dire anche noi: abbiamo creduto e conosciuto che tu ci dai le parole di vita eterna, e quindi una speranza che non fallisce.

La pastorale «integrata»

Mons. Gianni Macella, Parroco in Albano:

«Negli ultimi anni, in sintonia con il progetto della Cei per il decennio 2000-2010, ci stiamo impegnando per realizzare un progetto di «pastorale integrata». Le difficoltà sono molte. Vale la pena ricordare almeno il fatto che tanti fra noi, sacerdoti, siamo ancora legati ad una certa prassi pastorale poco missionaria e che sembrava consolidata, tanto era legata a un contesto, come si dice, «di cristianità»; d'altra parte, molte fra le stesse richieste di tanti fedeli suppongono la parrocchia alla maniera di un «super market» di servizi sacri. Ecco, allora, vorrei domandarle, Santità: Pastorale integrata è solo questione di strategia, oppure c'è una ragione più profonda per la quale dobbiamo continuare a lavorare in questo senso?»

BENEDETTO XVI:

Devo confessare che ho dovuto imparare dalla sua domanda la parola «pastorale integrata»... Ho capito tuttavia il contenuto: cioè che dobbiamo cercare di integrare in un unico cammino pastorale sia i diversi operatori pastorali che esistono oggi, sia le diverse dimensioni del lavoro pastorale. Così, distinguerei le dimensioni dai soggetti del lavoro pastorale, e cercherei poi di integrare il tutto in un unico cammino pastorale.

Lei ha fatto capire, nella sua domanda, che c'è il livello diciamo «classico» del lavoro nella parrocchia per i fedeli che sono rimasti - e forse anche aumentano - dando vita alla nostra parrocchia. Questa è la pastorale «classica» ed è sempre importante. Distinguo di solito tra evangelizzazione continuata - perché la fede continua, la parrocchia vive - e evangelizzazione nuova, che cerca di essere missionaria, di andare oltre i confini di coloro che sono già «fedeli» e vivono nella parrocchia, o si servono, forse anche con una fede «ridotta», dei servizi della parrocchia.

Nella parrocchia, mi sembra che abbiamo tre impegni fondamentali, che risultano dall'essenza della Chiesa e del ministero sacerdotale. Il primo è il servizio sacramentale. Direi che il Battesimo, la sua preparazione e l'impegno di dare continuità alle consegne battesimali, ci mette già in contatto anche con quanti non sono troppo credenti. Non è un lavoro, diciamo, per conservare la cristianità, ma è un incontro con persone che forse raramente vanno in chiesa. L'impegno di preparare il Battesimo, di aprire le anime dei genitori, dei parenti, dei padrini e delle madrine, alla realtà del Battesimo, già può essere e dovrebbe essere un impegno missionario, che va molto oltre i confini delle persone già «fedeli». Preparando il Battesimo, cerchiamo di far capire che questo Sacramento è inserimento nella famiglia di Dio, che Dio vive, che Egli si preoccupa di noi. Se ne preoccupa fino al punto di aver assunto la nostra carne e di aver istituito la Chiesa che è il suo Corpo, in cui può assumere, per così dire, di nuovo carne nella nostra società. Il Battesimo è novità di vita nel senso che, oltre al dono della vita biologica, abbiamo bisogno del dono di un senso per la vita che sia più forte della morte e che perduri anche se i genitori un giorno non ci saranno più. Il dono della vita biologica si giustifica soltanto se possiamo aggiungere la promessa di un senso stabile, di un futuro che, anche nelle crisi che verranno - e che noi non possiamo conoscere -, darà valore alla vita, cosicché valga la pena di vivere, di essere creature.

Penso che nella preparazione di questo Sacramento o a colloquio con genitori che diffidano del Battesimo, abbiamo una situazione missionaria. È un messaggio cristiano. Dobbiamo farci interpreti della realtà che ha inizio con il Battesimo. Non conosco sufficientemente bene il Rituale italiano. Nel Rituale classico, ereditato dalla Chiesa antica, il Battesimo inizia con la domanda: «Che cosa chiedete alla Chiesa di Dio?». Oggi, almeno nel Rituale tedesco, si risponde semplicemente: «Il Battesimo». Questo non esplicita sufficientemente che cosa è da desiderare. Nell'antico Rituale si diceva: «La fede». Cioè, una relazione con Dio. Conoscere Dio. «E perché - si continua - chiedete la fede?». «Perché vogliamo la vita eterna». Vogliamo, cioè, una vita sicura anche nelle crisi future, una vita che ha senso, che giustifica l'essere uomo. Questo dialogo, in ogni caso, mi sembra che sia da realizzare già prima del Battesimo con i genitori. Solo per dire che il dono del Sacramento non è semplicemente una «cosa», non è semplicemente «cosificazione», come dicono i francesi, ma è lavoro missionario. C'è poi la Cresima, da preparare nell'età in cui le persone iniziano a prendere decisioni anche nei riguardi della fede. Certamente non dobbiamo trasformare la Cresima in una specie di «pelagianesimo», quasi che in essa uno si faccia cattolico da solo, ma in un intreccio tra dono e risposta. L'Eucaristia, infine, è la presenza permanente di Cristo nella celebrazione di ogni giorno della Santa Messa. È molto importante, come ho detto, per il sacerdote, per la sua vita sacerdotale, come presenza reale del dono del Signore.

Possiamo menzionare adesso ancora il matrimonio: anche questo si presenta come una grande occasione missionaria, perché oggi - grazie a Dio – vogliono ancora sposarsi in chiesa anche molti che non frequentano tanto la chiesa. È un'occasione per portare questi giovani a confrontarsi con la realtà che è il matrimonio cristiano, il matrimonio sacramentale. Mi sembra anche una grande responsabilità. Lo vediamo nei processi di nullità e lo vediamo soprattutto nel grande problema dei divorziati risposati, che vogliono accostarsi alla Comunione e non capiscono perché non è possibile. Probabilmente non hanno capito, nel momento del «sì» davanti al Signore, che cosa è questo «sì». È un allearsi con il «sì» di Cristo con noi. È un entrare nella fedeltà di Cristo, quindi nel Sacramento che è la Chiesa e così nel Sacramento del matrimonio. Perciò penso che la preparazione al matrimonio è un'occasione di grandissima importanza, di missionarietà, per annunciare di nuovo nel Sacramento del matrimonio il Sacramento di Cristo, per capire questa fedeltà è così far capire poi il problema dei divorziati risposati.

Questo, è il primo settore, quello «classico» dei Sacramenti, che ci dà l'occasione per incontrare persone che non vanno ogni domenica in chiesa, e quindi l'occasione di un annuncio realmente missionario, di una «pastorale integrata». Il secondo settore è l'annuncio della Parola, con i due elementi essenziali: l'omelia e la catechesi. Nel Sinodo dei Vescovi dello scorso anno i Padri hanno parlato molto dell'omelia, evidenziando come sia difficile oggi trovare il «ponte» tra la Parola del Nuovo Testamento, scritta duemila anni fa, e il nostro presente. Devo dire che l'esegesi storico-critica spesso non è sufficiente per aiutarci nella preparazione dell'omelia. Lo constato io stesso, cercando di preparare delle omelie che attualizzino la Parola di Dio: o meglio - dato che la Parola ha un'attualità in sé - per far vedere, sentire alla gente questa attualità. L'esegesi storico-critica ci dice molto sul passato, sul momento in cui è nata la Parola, sul significato che ha avuto al tempo degli Apostoli di Gesù, ma non ci aiuta sempre sufficientemente a capire che le parole di Gesù, degli Apostoli e anche dell'Antico Testamento, sono spirito e vita: in esso il Signore parla anche oggi. Penso che dobbiamo «sfidare» i teologi - il Sinodo lo ha fatto - ad andare avanti, ad aiutare meglio i Parroci a preparare le omelie, a far vedere la presenza della Parola: il Signore parla con me oggi e non solo nel passato. Ho letto, in questi ultimi giorni, il progetto dell'Esortazione Apostolica post-Sinodale. Ho visto, con soddisfazione, che ritorna questa «sfida» nel preparare modelli di omelia. Alla fine, l'omelia la prepara il parroco nel suo contesto, perché parla alla «sua» parrocchia. Ma, ha bisogno di aiuto per capire e per poter far capire questo «presente» della Parola, che non è mai una Parola del passato ma dell'«oggi».

Infine, il terzo settore: la caritas, la diakonia. Sempre siamo responsabili dei sofferenti, degli ammalati, degli emarginati, dei poveri. Dal ritratto della vostra Diocesi vedo che sono tanti ad aver bisogno della nostra diakonia e anche questa è un'occasione sempre missionaria. Così, mi sembra, che la «classica» pastorale parrocchiale si autotrascenda in tutti e tre i settori e diventi pastorale missionaria.

Passo ora, al secondo aspetto della pastorale, riguardo sia agli operatori che al lavoro da fare. Non può fare tutto il parroco! È impossibile! Non può essere un «solista», non può fare tutto, ma ha bisogno di altri operatori pastorali. Mi sembra, che oggi, sia nei Movimenti, sia nell'Azione Cattolica, nelle nuove Comunità che esistono, abbiamo operatori che devono essere collaboratori nella parrocchia per una pastorale «integrata». Vorrei dire che oggi è importante per questa pastorale «integrata» che gli altri operatori che ci sono, non solo siano attivati, ma si integrino nel lavoro della parrocchia. Il parroco non deve solo «fare» ma anche «delegare». Essi devono imparare ad integrarsi realmente nel comune impegno per la parrocchia, e, naturalmente, anche nell'autotrascendenza della parrocchia in un duplice senso: autotrascendenza nel senso che le parrocchie collaborano nella Diocesi, perché il Vescovo è il loro comune Pastore e aiuta a coordinare anche i loro impegni; e autotrascendenza nel senso che lavorano per tutti gli uomini di questo tempo e cercano anche di far arrivare il messaggio agli agnostici, alle persone che sono alla ricerca. E questo è il terzo livello, del quale in precedenza abbiamo già diffusamente parlato. Mi sembra che le occasioni indicate ci diano la possibilità di incontrare e di dire una parola missionaria a quelli che non frequentano la parrocchia, non hanno fede o hanno poca fede. Soprattutto questi nuovi soggetti della pastorale e i laici che vivono nelle professioni di questo nostro tempo, devono portare la Parola di Dio anche negli ambiti che per il parroco spesso sono inaccessibili. Coordinati dal Vescovo, cerchiamo insieme di coordinare questi diversi settori della pastorale, di attivare i diversi operatori e soggetti pastorali nel comune impegno: da una parte, di aiutare la fede dei credenti, che è un grande tesoro, e, dall'altra, di far giungere l'annuncio della fede a tutti coloro che cercano con cuore sincero una risposta appagante ai loro interrogativi esistenziali.



La pastorale «integrata»

D. Vittorio Petruzzi, Vicario Parrocchiale in Aprilia:

«Santità, per l'anno pastorale che sta per iniziare, la nostra Diocesi è stata chiamata dal Vescovo a prestare particolare attenzione alla liturgia, sia a livello teologico, sia a livello di prassi celebrativa. Le stesse settimane residenziali, cui parteciperemo nel prossimo mese di settembre avranno come centrale tema di riflessione il «progettare e attuare l'annuncio nell'anno liturgico, nei sacramenti e nei sacramentali». Noi, come sacerdoti siamo chiamati a realizzare una liturgia «seria, semplice e bella», per usare una bella formula presente nel documento Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia dell'Episcopato italiano. Padre Santo, può aiutarci a comprendere come tutto questo si può tradurre nell'ars celebrandi?»

BENEDETTO XVI:

Ars celebrandi: anche qui direi che ci sono dimensioni diverse. La prima dimensione è che la celebratio è preghiera e colloquio con Dio: Dio con noi e noi con Dio. Quindi, la prima esigenza per una buona celebrazione è che il sacerdote entri realmente in questo colloquio. Annunciando la Parola, si sente egli stesso in colloquio con Dio. È ascoltatore della Parola e annunciatore della Parola, nel senso che si fa strumento del Signore e cerca di capire questa Parola di Dio che poi è da trasmettere al popolo. È in colloquio con Dio, perché i testi della Santa Messa non sono testi teatrali o qualcosa di simile, ma sono preghiere, grazie alle quali, insieme con l'assemblea, parlo con Dio. Entrare quindi in questo colloquio è importante. San Benedetto, nella sua «Regola», dice ai monaci, parlando della recita dei Salmi: «Mens concordet voci». La vox, le parole precedono la nostra mente. Di solito non è così: prima si deve pensare e poi il pensiero diventa parola. Ma qui, la parola viene prima. La Sacra Liturgia ci dà le parole; noi dobbiamo entrare in queste parole, trovare la concordia con questa realtà che ci precede.

Oltre a questo, dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa. Nella misura in cui noi abbiamo interiorizzato questa struttura, compreso questa struttura, assimilato le parole della Liturgia, possiamo entrare in questa interiore consonanza e così non solo parlare con Dio come persone singole ma entrare nel «noi» della Chiesa che prega. E così trasformare anche il nostro «io» entrando nel «noi» della Chiesa, arricchendo, allargando questo «io», pregando con la Chiesa, con le parole della Chiesa, essendo realmente in colloquio con Dio.

Questa è la prima condizione: noi stessi dobbiamo interiorizzare la struttura, le parole della Liturgia, la Parola di Dio. Così il nostro celebrare diventa realmente un celebrare «con» la Chiesa: il nostro cuore è allargato e noi non facciamo un qualcosa, ma stiamo «con» la Chiesa in colloquio con Dio. Mi sembra che la gente avverta se veramente noi siamo in colloquio con Dio, con loro e, per così dire, attiriamo gli altri in questa nostra preghiera comune, attiriamo gli altri nella comunione con i figli di Dio; o se invece facciamo soltanto qualcosa di esteriore. L'elemento fondamentale della vera ars celebrandi è quindi questa consonanza, questa concordia tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che pensiamo con il cuore. Il «Sursum corda», che è un'antichissima parola della Liturgia, dovrebbe essere già prima del Prefazio, già prima della Liturgia, la «strada» del nostro parlare e pensare. Lo dobbiamo elevare al Signore, il nostro cuore, non solo come una risposta rituale, ma come espressione di quanto succede in questo cuore, che va in alto e attira in alto anche gli altri.

In altre parole, l'ars celebrandi non intende invitare ad una specie di teatro, di spettacolo, ma ad una interiorità che si fa sentire e diventa accettabile ed evidente per la gente che assiste. Solo se vedono che questa non è una ars esteriore, spettacolare - non siamo attori! - ma è l'espressione del cammino del nostro cuore, che attira anche il loro cuore, allora la Liturgia diventa bella, diventa comunione di tutti i presenti con il Signore.

Naturalmente, a questa condizione fondamentale, espressa nelle parole di san Benedetto: «Mens concordet voci» - il cuore sia realmente innalzato, elevato al Signore - devono associarsi anche cose esteriori. Dobbiamo imparare a pronunciare bene le parole. Qualche volta, quando ero ancora professore nella mia terra, i ragazzi hanno letto la Sacra Scrittura. E l'hanno letta come si legge un testo di un poeta che non si è capito. Naturalmente, per imparare a pronunciare bene, si deve prima aver capito il testo nella sua drammaticità, nel suo presente. Così anche il Prefazio. E la Preghiera Eucaristica. È difficile per i fedeli seguire un testo così lungo come quello della nostra Preghiera Eucaristica. Perciò nascono sempre queste nuove «invenzioni». Ma con Preghiere Eucaristiche sempre nuove non si risponde al problema. Il problema è che questo sia un momento che invita anche gli altri al silenzio con Dio e a pregare con Dio. Quindi solo se la Preghiera eucaristica è pronunciata bene, anche con i dovuti momenti di silenzio, se è pronunciata con interiorità ma anche con l'arte di parlare, le cose possono andare meglio.

Ne consegue che la recita della Preghiera eucaristica, richiede un momento di attenzione particolare per essere pronunciata in modo tale che coinvolga gli altri. Penso che dobbiamo anche trovare occasioni, sia nella catechesi, sia nelle omelie, sia in altre occasioni, per spiegare bene al popolo di Dio questa Preghiera Eucaristica, perché possa seguirne i grandi momenti: il racconto e le parole dell'istituzione, la preghiera per i vivi e per i morti, il ringraziamento al Signore, l'epiclesi, per coinvolgere realmente la comunità in questa preghiera.

Quindi le parole devono essere pronunciate bene. Poi ci deve essere una adeguata preparazione. I chierichetti devono sapere che cosa fare, i lettori devono sapere realmente come pronunciare. E poi il coro, il canto, siano preparati; l'altare sia ornato bene. Tutto ciò fa parte - anche se si tratta di molte cose pratiche - dell'ars celebrandi. Ma, per concludere, elemento fondamentale è questa arte di entrare in comunione con il Signore, che noi prepariamo con tutta la nostra vita di sacerdoti.

Famiglia

D. Angelo Pennazza, parroco in Pavona:

«Santità, nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo che «l'Ordine e il Matrimonio sono, ordinati alla salvezza altrui ... essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all'edificazione del popolo Dio» (n. 1534). Questo ci pare davvero fondamentale non soltanto per la nostra azione pastorale, ma anche per il nostro modo di essere preti. Cosa possiamo fare noi sacerdoti per tradurre in prassi pastorale questa proposizione e (secondo quanto Ella stessa ha ribadito di recente) come comunicare al positivo la bellezza del Matrimonio che sappia far innamorare ancora gli uomini e le donne del nostro tempo? La grazia sacramentale degli sposi, cosa può donare alla nostra vita di sacerdoti?»

BENEDETTO XVI:

Due grandi domande! La prima è: come comunicare alla gente di oggi la bellezza del matrimonio? Vediamo come molti giovani tardano a sposarsi in chiesa, perché hanno paura della definitività: anzi, tardano anche a sposarsi civilmente. La definitività appare oggi a molti giovani, e anche non tanto giovani, un vincolo contro la libertà. E il loro primo desiderio è la libertà. Hanno paura che alla fine non riescano. Vedono tanti matrimoni falliti. Hanno paura che questa forma giuridica, come essi la sentono, sia un peso esteriore che spegne l'amore.

Bisogna far capire che non si tratta di un vincolo giuridico, un peso che si realizza con il matrimonio. Al contrario, la profondità e la bellezza stanno proprio nella definitività. Solo così esso può far maturare l'amore in tutta la sua bellezza. Ma, come comunicarlo? Mi sembra un problema comune a tutti noi.

Per me, a Valencia - e Lei, Eminenza, potrà confermarlo - è stato un momento importante non solo quando ho parlato di questo, ma quando si sono presentate davanti a me diverse famiglie con più o meno bambini; una famiglia era quasi una «parrocchia», con tanti bambini! La presenza, la testimonianza di queste famiglie è stata veramente molto più forte di tutte le parole. Esse hanno presentato anzitutto la ricchezza della loro esperienza familiare: come una famiglia così grande diventa realmente una ricchezza culturale, opportunità di educazione degli uni e degli altri, possibilità di far convivere insieme le diverse espressioni della cultura di oggi, il donarsi, l'aiutarsi anche nella sofferenza, ecc.. Ma è stata importante anche la testimonianza delle crisi che hanno sofferto. Una di queste coppie era quasi arrivata al divorzio. Hanno spiegato come hanno poi imparato a vivere questa crisi, questa sofferenza dell'alterità dell'altro, ad accettarsi di nuovo. Proprio nel superare il momento della crisi, della voglia di separarsi, è cresciuta una nuova dimensione dell'amore e si è aperta una porta su una nuova dimensione della vita, che solo nel sopportare la sofferenza della crisi poteva riaprirsi.

Questo, mi sembra molto importante. Oggi si arriva alla crisi nel momento in cui si vede la diversità dei temperamenti, la difficoltà di sopportarsi ogni giorno, per tutta la vita. Alla fine, allora si decide: separiamoci. Abbiamo capito proprio da queste testimonianze che nella crisi, nel sopportare il momento in cui sembra che non se ne può più, realmente si aprono nuove porte e una nuova bellezza dell'amore. Una bellezza fatta solo di armonia non è una vera bellezza. Manca qualcosa, diventa deficitaria. La vera bellezza ha bisogno anche del contrasto. L'oscuro e il luminoso si completano. Anche l'uva per maturare ha bisogno non solo del sole, ma anche della pioggia, non solo del giorno ma anche della notte.

Noi stessi, sacerdoti, sia giovani che adulti, dobbiamo imparare la necessità della sofferenza, della crisi. Dobbiamo sopportare, trascendere questa sofferenza. Solo così, la vita diventa ricca. Per me ha un valore simbolico il fatto che il Signore porti per l'eternità le stimmate. Espressione dell'atrocità della sofferenza e della morte, esse sono adesso sigilli della vittoria di Cristo, di tutta la bellezza della sua vittoria e del suo amore per noi. Dobbiamo accettare, sia da sacerdoti sia da sposati, la necessità di sopportare la crisi dell'alterità, dell'altro, la crisi in cui sembra che non si possa più stare insieme. Gli sposi devono imparare insieme ad andare avanti, anche per amore dei bambini, e così conoscersi di nuovo, amarsi di nuovo, in un amore molto più profondo, molto più vero. Così, in un cammino lungo, con le sue sofferenze, realmente matura l'amore.

Mi sembra, che noi sacerdoti possiamo anche imparare dagli sposi, proprio dalle loro sofferenze e dai loro sacrifici. Spesso pensiamo che solo il celibato sia un sacrificio. Ma, conoscendo i sacrifici delle persone sposate - pensiamo ai loro bambini, ai problemi che nascono, alle paure, alle sofferenze, alle malattie, alla ribellione, e anche ai problemi dei primi anni, quando le notti trascorrono quasi sempre insonni a causa dei pianti dei piccoli figli - dobbiamo imparare da loro, dai loro sacrifici, il nostro sacrificio. E, insieme imparare che è bello maturare nei sacrifici e così lavorare per la salvezza degli altri. Lei, don Pennazza, giustamente, ha citato il Concilio, che afferma che il matrimonio è un Sacramento per la salvezza degli altri: anzitutto per la salvezza dell'altro, dello sposo, della sposa, ma anche dei bambini, dei figli, e infine di tutta la comunità. E, così, anche il sacerdote matura nell'incontrarsi.

Penso allora che dobbiamo coinvolgere le famiglie. Le feste della famiglia mi sembrano molto importanti. Nell'occasione delle feste conviene che appaia la famiglia, appaia la bellezza delle famiglie. Anche le testimonianze - per quanto forse un po’ troppo di moda - in certe occasioni possono realmente essere un annuncio, un aiuto per tutti noi.

Per concludere, per me rimane molto importante che nella Lettera di san Paolo agli Efesini le nozze di Dio con l'umanità tramite l'incarnazione del Signore si realizzino nella Croce, nella quale nasce la nuova umanità, la Chiesa. Il matrimonio cristiano nasce proprio in queste nozze divine. È, come dice san Paolo, la concretizzazione sacramentale di quanto succede in questo grande Mistero. Così dobbiamo sempre di nuovo imparare questo legame tra Croce e Risurrezione, tra Croce e bellezza della Redenzione, e inserirci in questo Sacramento. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad annunciare bene questo Mistero, a vivere questo Mistero, ad imparare dagli sposi come lo vivono loro, ad aiutarci a vivere la Croce, così da giungere anche ai momenti della gioia e della Risurrezione.

Giovani

D. Gualtiero Isacchi, responsabile del Servizio Diocesano di Pastorale Giovanile:

«I giovani sono al centro di una più decisa attenzione da parte della nostra Diocesi, come di tutta la Chiesa in Italia. Le Giornate Mondiali li hanno portati allo scoperto: sono tanti ed entusiasti. Eppure, generalmente, le nostre parrocchie non sono adeguatamente attrezzate per accoglierli; le comunità parrocchiali e gli operatori pastorali non sufficientemente preparati per dialogare con loro; i sacerdoti impegnati nelle diverse incombenze non hanno il tempo necessario per ascoltarli. Di loro ci si ricorda quando divengono un problema o quando ne abbiamo bisogno per animare una celebrazione o una festa... Come oggi un sacerdote può esprimere la scelta preferenziale per i giovani pur con una agenda pastorale affollata? Come possiamo servire i giovani a partire dai loro valori invece di servirci di loro per «le nostre cose»?

BENEDETTO XVI:

Vorrei anzitutto sottolineare quanto Lei ha detto. In occasione delle Giornate Mondiali della Gioventù, ed anche in altre occasioni - come recentemente alla Veglia di Pentecoste - appare che c'è un desiderio nella gioventù, una ricerca anche di Dio. I giovani vogliono vedere se Dio c'è e che cosa Dio ci dice. Esiste, quindi, una certa disponibilità, con tutte le difficoltà di oggi. Esiste anche un entusiasmo. Dobbiamo quindi fare il possibile per tener viva questa fiamma che si mostra in occasioni come le Giornate Mondiali della Gioventù.

Come fare? È una nostra domanda comune. Penso che proprio qui, dovrebbe realizzarsi una «pastorale integrata», perché in realtà non ogni parroco ha la possibilità di occuparsi sufficientemente della gioventù. Ha quindi bisogno di una pastorale che trascenda i limiti della parrocchia e trascenda anche i limiti del lavoro del sacerdote. Una pastorale che coinvolga anche molti operatori. Mi sembra che, sotto il coordinamento del Vescovo, si debba trovare il modo, da una parte, di integrare i giovani nella parrocchia, affinché siano fermento della vita parrocchiale; e, dall'altra, di trovare a questi giovani anche l'aiuto di operatori extra-parrocchiali. Le due cose devono andare insieme. Occorre suggerire ai giovani che, non solo nella parrocchia ma in diversi contesti, devono integrarsi nella vita della Diocesi, per poi ritrovarsi anche nella parrocchia. Bisogna perciò favorire tutte le iniziative che vanno in questo senso.

Penso che sia molto importante, adesso l'esperienza del volontariato. È importante che i giovani non siano lasciati alle discoteche, ma abbiano impegni nei quali vedono di essere necessari, si accorgono di poter fare qualcosa di buono. Sentendo questo impulso di fare qualcosa di buono per l'umanità, per qualcuno, per un gruppo, i giovani avvertono questo stimolo ad impegnarsi e trovano anche la «pista» positiva di un impegno, di un' etica cristiana. Mi sembra di grande importanza che i giovani abbiano realmente impegni che ne mostrino la necessità, che li guidano sulla strada di un servizio positivo nell'aiuto ispirato dall'amore di Cristo per gli uomini, cosicché loro stessi cerchino le fonti alle quali attingere per trovare la forza e l'impegno.

Un'altra esperienza sono i gruppi di preghiera, dove essi imparano ad ascoltare la Parola di Dio, ad imparare la Parola di Dio proprio nel loro contesto giovanile, ad entrare in contatto con Dio. Questo vuol dire anche imparare la forma comune della preghiera, la Liturgia, che forse in un primo momento appare abbastanza inaccessibile per loro. Essi imparano che c'è la Parola di Dio che ci cerca, pur con tutta la distanza dei tempi, che parla oggi a noi. Noi portiamo il frutto della terra e del nostro lavoro al Signore e lo troviamo trasformato in dono di Dio. Parliamo da figli col Padre e riceviamo poi il dono di Lui stesso. Riceviamo la missione di andare al mondo con il dono della sua Presenza.

Sarebbero anche utili le Scuole di Liturgia, alle quali i giovani possano accedere. Sono, d'altra parte, necessarie occasioni dove la gioventù possa mostrarsi e presentarsi. Qui, ad Albano, ho sentito, è stata fatta una rappresentazione della vita di san Francesco. Impegnarsi in questo senso vuol dire entrare nella personalità di san Francesco, del suo tempo, e così allargare la propria personalità. È soltanto un esempio, una cosa apparentemente abbastanza singolare. Può essere un'educazione ad allargare la personalità, ad entrare in un contesto di tradizione cristiana, a risvegliare la sete di conoscere meglio da dove ha attinto questo santo. Non era solo un ambientalista o un pacifista. Era soprattutto un uomo convertito. Ho letto con grande piacere che il Vescovo di Assisi, Mons. Sorrentino, proprio per ovviare a questo «abuso» della figura di san Francesco, in occasione dell'VIII centenario della sua conversione vuol indire un «Anno di conversione», per vedere qual è la vera «sfida». Forse tutti noi possiamo un po' animare la gioventù per far capire che cos'è la conversione, collegandoci anche alla figura di san Francesco, per cercare una strada che allarghi la vita. Francesco prima era quasi una specie di «play-boy». Poi, ha sentito che questo non era sufficiente. Ha sentito la voce del Signore: «Ricostruisci la mia Casa». Man mano ha capito cosa voleva dire «costruire la Casa del Signore».

Non ho, allora, risposte molto concrete, perché mi trovo di fronte ad una missione dove trovo già i giovani riuniti, grazie a Dio. Ma mi sembra che si debba far uso di tutte le possibilità che si offrono oggi nei Movimenti, nelle Associazioni, nel Volontariato, in altre attività giovanili. Occorre anche presentare la gioventù alla parrocchia, cosicché essa veda chi sono i giovani. È necessaria una pastorale vocazionale. Il tutto dev'essere coordinato dal Vescovo. Mi sembra che si trovino operatori pastorali attraverso la stessa autentica cooperazione dei giovani che si formano. E così, si può aprire la strada della conversione, la gioia che Dio c'è e si preoccupa di noi, che noi abbiamo accesso a Dio e possiamo aiutare altri a «ricostruire la sua Casa». Mi sembra questa, alla fine, la nostra missione, qualche volta difficile, ma in fin dei conti molto bella: quella di «costruire la Casa di Dio» nel mondo di oggi.

Vi ringrazio per la vostra attenzione e chiedo scusa per la frammentarietà delle mie risposte. Vogliamo collaborare insieme perché cresca la «Casa di Dio» nel nostro tempo, perché molti giovani trovino la strada del servizio al Signore.

Ratzigirl
Sunday, September 03, 2006 1:15 PM
Angelus 3 Settembre 2006
PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Il calendario romano ricorda oggi, 3 settembre, san Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa (540ca - 604). La sua figura singolare, direi quasi unica, è un esempio da additare sia ai Pastori della Chiesa che ai pubblici amministratori: fu infatti dapprima Prefetto e poi Vescovo di Roma. Come funzionario imperiale si distinse per capacità amministrativa ed integrità morale, così che a soli trent’anni ricoprì la più alta carica civile di Praefectus Urbis. Dentro di lui, però, maturava la vocazione alla vita monastica, che abbracciò nel 574, alla morte del padre. La Regola benedettina divenne da allora struttura portante della sua esistenza. Anche quando fu inviato dal Papa come suo rappresentante presso l’Imperatore d’Oriente, mantenne uno stile di vita monastico, semplice e povero.

Richiamato a Roma, pur vivendo in monastero fu stretto collaboratore del Papa Pelagio II e quando questi morì, vittima di una epidemia di peste, Gregorio fu acclamato da tutti come suo successore. Cercò in ogni modo di sfuggire a quella nomina, ma dovette alla fine arrendersi e, lasciato a malincuore il chiostro, si dedicò alla comunità, consapevole di adempiere a un dovere e di essere un semplice "servo dei servi di Dio". "Non è veramente umile - egli scrive - colui che capisce di dovere stare alla guida degli altri per decreto della volontà divina e tuttavia disprezza questa preminenza. Se invece è sottomesso alle divine disposizioni e alieno dal vizio dell’ostinazione ed è già prevenuto con quei doni coi quali può giovare agli altri, quando gli viene imposta la massima dignità del governo delle anime, egli col cuore deve rifuggire da essa, ma pur contro voglia deve obbedire" (Regola pastorale, I, 6). Con profetica lungimiranza, Gregorio intuì che una nuova civiltà stava nascendo dall’incontro tra l’eredità romana e i popoli cosiddetti "barbari", grazie alla forza di coesione e di elevazione morale del Cristianesimo. Il monachesimo si rivelava una ricchezza non solo per la Chiesa, ma per l’intera società.

Di salute cagionevole ma di forte tempra morale, san Gregorio Magno svolse un’intensa azione pastorale e civile. Ha lasciato un vasto epistolario, mirabili omelie, un celebre commento al Libro di Giobbe e gli scritti sulla vita di san Benedetto, oltre a numerosi testi liturgici, famosi per la riforma del canto, che dal suo nome fu detto "gregoriano". Ma l’opera più celebre è senz’altro la Regola pastorale, che ha avuto per il clero la stessa importanza che ebbe la Regola di San Benedetto per i monaci del Medioevo. La vita del pastore d’anime deve essere una sintesi equilibrata di contemplazione e di azione, animata dall’amore che "tocca vette altissime quando si piega misericordioso sui mali profondi degli altri. La capacità di piegarsi sulla miseria altrui è la misura della forza di slancio verso l’alto" (II, 5) . A quest’insegnamento, sempre attuale, si sono ispirati i Padri del Concilio Vaticano II per delineare l’immagine del Pastore di questi nostri tempi. Preghiamo la Vergine Maria perché l’esempio e l’insegnamento di san Gregorio Magno sia seguito dai Pastori della Chiesa e anche dai responsabili delle istituzioni civili.
Francesca.Pisa
Monday, September 04, 2006 1:03 PM
dal tg-com

Papa: "Giovani educati all'odio"

"Bisogna cercare di favorire incontro"
Da Assisi, in occasione del summit interreligioso, Benedetto XVI lancia un monito affiché si persegua il dialogo e si eviti il contrasto. "Tanti giovani - ha detto in un messaggio letto dal vescovo di Assisi monsignor Domenico Sorrentino - nelle zone del mondo segnati dai conflitti, sono educati a sentimenti di odio e di vendetta. Occorre abbattere tali steccati e favorire l'incontro".

Il Pontefice ha fatto arrivare al summit, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio in occasione del XX anniversario dell'incontro interreligioso di preghiera per la pace voluto da Papa Giovanni II nel 1986, un suo messaggio autografato nel quale esprime tutta la sua preoccupazione per la situazione di un mondo sul quale "il terzo millennio si è aperto con scenari di terrorismo e di violenza che non accennano a dissolversi".

Proprio in relazione a questo il Papa ha sottolineato l'importanza di queste iniziative di dialogo fra le religioni per superare gli scenari internazionali avvolti da conflitti e guerre in ogni angolo del mondo. "Queste iniziative pongono in evidenza il valore dell'intuizione avuta da Giovanni Paolo II - ha osservato il Papa - e ne mostrano l'attualità alla luce degli stessi eventi occorsi in questo ventennio e della situazione in cui versa la presente umanità". Benedetto XVI ha poi ricordato che nonostante "la caduta nell'Est europeo dei regimi di ispirazione comunista", che ha provocato la fine della guerra fredda, "il sogno di pace nel terzo millennio non si è avverato".

Papa Ratzinger ha tenuto ad affermare con forza il fatto che la religione non può essere usata come giustificazione per la guerra. "Le manifestazioni di violenza non possono attribuirsi alla religione in quanto tale - ha scritto - ma ai limiti culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa nel tempo". No, dunque al "triste fenomeno delle guerre di religione" ha ammonito ancora il Pontefice, sottolineando come la fede in Dio "non può che promuovere tra gli uomini relazioni di universale fraternità".


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca
Francesca.Pisa
Monday, September 04, 2006 1:05 PM
e questa e' l'ansa


IL PAPA: LA PACE VA COSTRUITA IN PRIMO LUOGO NEI CUORI

ASSISI - La pace non si costruisce solo con "le vie dell'ordine culturale, politico ed economico" perché "in primo luogo va costruita nei cuori". Papa Ratzinger in occasione del 20simo anniversario dell'incontro inter-religioso di Assisi davanti a "scenari di terrorismo e violenza che non accennano a dissolversi" insiste nel dire che la "religione non può che essere foriera di pace". In un lungo messaggio inviato al vescovo della cittadina umbra rinnova così il valore degli incontri inter-religiosi, "presupposto del dialogo tra le fedi" ma "é doveroso - mette in guardia - evitare inopportune confusioni" sincretiste.

La religione deve unire non dividere. "Occorre abbattere gli steccati e favorire l'incontro". Occorre una "efficace pedagogia della pace" per fermare il fenomeno dei kamikaze. Papa Ratzinger in un messaggio inviato al vescovo di Assisi in occasione del 20esimo anniversario dell'incontro inter-religioso voluto da Giovanni Paolo II, analizza con grande preoccupazione la possibile deriva di uno scontro tra civiltà. In particolare un passaggio del lungo testo fa riferimento al triste capitolo degli 'shahid', i martiri islamici, quei "giovani educati a sentimenti di odio e di vendetta entro contesti ideologici in cui si coltivano i semi di antichi rancori e si preparano gli animi a future violenze". I leader delle varie religioni, ha aggiunto Papa Ratzinger, devono poter mostrare a tutti come "il linguaggio della preghiera" ha capacità di unire e possa divenire "elemento determinante per una efficace pedagogia della pace, imperniata sull'amicizia, sull'accoglienza reciproca, sul dialogo tra uomini di diverse culture e religioni".

Parole che si inquadrano in un periodo storico particolare. Purtroppo, ha commentato con amarezza Benedetto XVI, "la storia conosce il triste fenomeno delle guerre di religione" ma "simili manifestazioni di violenza" non possono "attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali in cui essa viene vissuta e sviluppata da tempo".

Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

josie '86
Monday, September 04, 2006 2:37 PM
Da Toscana Oggi

[G][DIM]15pt[=DIM]Messaggio per l'Incontro interreligioso di Assisi
Edizione on line [/DIM][/G]

[C][DIM]11pt[=DIM]Pubblichiamo di seguito il Messaggio che Benedetto XVI ha inviato al Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, mons. Domenico Sorrentino, in occasione dell'incontro interreligioso di preghiera, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, ad Assisi (4-5 settembre 2006), nel ventesimo anniversario dell’Incontro Interreligioso per la Pace, voluto da Giovanni Paolo II[/DIM][/C]

[G][DIM]13pt[=DIM]Al Venerato Fratello
Mons. Domenico Sorrentino
Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino[/DIM][/G]

[C][DIM]10pt[=DIM]Ricorre quest’anno il ventesimo anniversario dell'Incontro Interreligioso di Preghiera per la Pace voluto dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, il 27 ottobre 1986, in codesta Città di Assisi. A tale incontro, com’è noto, egli invitò non solo i cristiani delle varie confessioni, ma anche esponenti delle diverse religioni. L’iniziativa ebbe larga eco nell’opinione pubblica: costituì un messaggio vibrante a favore della pace e si rivelò un evento destinato a lasciare il segno nella storia del nostro tempo. Si comprende pertanto che il ricordo di quanto allora accadde continui a suscitare iniziative di riflessione e di impegno. Alcune sono state previste proprio ad Assisi, in occasione del ventesimo anniversario di quell'evento. Penso alla celebrazione organizzata, d’intesa con codesta Diocesi, dalla Comunità di S. Egidio, sulla scia di analoghi incontri da essa annualmente realizzati. Nei giorni stessi dell’anniversario si terrà poi un Convegno a cura dell’Istituto Teologico Assisano, e le Chiese particolari di codesta Regione si ritroveranno nell’Eucaristia concelebrata dai Vescovi dell’Umbria nella Basilica di San Francesco. Infine, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso curerà costì un incontro di dialogo, di preghiera e di formazione alla pace per giovani cattolici e di altre provenienze religiose.

Queste iniziative, ciascuna col suo specifico taglio, pongono in evidenza il valore dell’intuizione avuta da Giovanni Paolo II e ne mostrano l’attualità alla luce degli stessi eventi occorsi in questo ventennio e della situazione in cui versa al presente l'umanità. La vicenda più significativa in questo arco di tempo è stata senza dubbio la caduta, nell'Est europeo, dei regimi di ispirazione comunista. Con essa è venuta meno la "guerra fredda", che aveva generato una sorta di spartizione del mondo in sfere di influenza contrapposte, suscitando l'allestimento di terrificanti arsenali di armi e di eserciti pronti ad una guerra totale. Fu, quello, un momento di generale speranza di pace, che indusse molti a sognare un mondo diverso, in cui le relazioni tra i popoli si sarebbero sviluppate al riparo dall’incubo della guerra, e il processo di "globalizzazione" si sarebbe svolto all’insegna di un pacifico confronto tra popoli e culture nel quadro di un condiviso diritto internazionale, ispirato al rispetto delle esigenze della verità, della giustizia, della solidarietà. Purtroppo questo sogno di pace non si è avverato. Il terzo millennio si è anzi aperto con scenari di terrorismo e di violenza che non accennano a dissolversi. Il fatto poi che i confronti armati si svolgano oggi soprattutto sullo sfondo delle tensioni geo-politiche esistenti in molte regioni può favorire l’impressione che, non solo le diversità culturali, ma le stesse differenze religiose costituiscano motivi di instabilità o di minaccia per le prospettive di pace.

Proprio sotto questo profilo, l’iniziativa promossa vent’anni or sono da Giovanni Paolo II assume il carattere di una puntuale profezia. Il suo invito ai leaders delle religioni mondiali per una corale testimonianza di pace servì a chiarire senza possibilità di equivoco che la religione non può che essere foriera di pace. Come ha insegnato il Concilio Vaticano II nella Dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, "non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati ad immagine di Dio" (n.5). Nonostante le differenze che caratterizzano i vari cammini religiosi, il riconoscimento dell'esistenza di Dio, a cui gli uomini possono pervenire anche solo partendo dall’esperienza del creato (cfr Rm 1,20), non può non disporre i credenti a considerare gli altri esseri umani come fratelli. A nessuno è dunque lecito assumere il motivo della differenza religiosa come presupposto o pretesto di un atteggiamento bellicoso verso altri esseri umani.

Si potrebbe obiettare che la storia conosce il triste fenomeno delle guerre di religione. Sappiamo però che simili manifestazioni di violenza non possono attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa nel tempo. Quando però il senso religioso raggiunge una sua maturità, genera nel credente la percezione che la fede in Dio, Creatore dell’universo e Padre di tutti, non può non promuovere tra gli uomini relazioni di universale fraternità. Di fatto, testimonianze dell'intimo legame esistente tra il rapporto con Dio e l’etica dell’amore si registrano in tutte le grandi tradizioni religiose. Noi cristiani ci sentiamo in questo confermati ed ulteriormente illuminati dalla Parola di Dio. Già l’Antico Testamento manifesta l’amore di Dio per tutti i popoli, che Egli, nell’alleanza stretta con Noè, riunisce in un unico grande abbraccio simboleggiato dall' "arco sulle nubi" (Gn 9,13.14.16) e che in definitiva, secondo le parole dei profeti, intentde raccogliere in un'unica universale famiglia (cfr Is 2,2ss; 42,6; 66,18-21; Ger 4,2; Sal 47). Nel Nuovo Testamento poi la rivelazione di questo universale disegno d'amore culmina nel mistero pasquale, in cui il Figlio di Dio incarnato, in uno sconvolgente atto di solidarietà salvifica, si offre in sacrificio sulla croce per l'intera umanità. Dio mostra così che la sua natura è l’Amore. È quanto ho inteso sottolineare nella mia prima Enciclica, che inizia appunto con le parole "Deus caritas est" (1 Gv 4,7). Questa affermazione della Scrittura non solo getta luce sul mistero di Dio, ma illumina anche i rapporti tra gli uomini, chiamati tutti a vivere secondo il comandamento dell’amore.

L’incontro promosso ad Assisi dal Servo di Dio Giovanni Paolo II pose opportunamente l’accento sul valore della preghiera nella costruzione della pace. Siamo infatti consapevoli di quanto il cammino verso questo fondamentale bene sia difficile e talvolta umanamente disperato. La pace è un valore in cui confluiscono tante componenti. Per costruirla, sono certo importanti le vie di ordine culturale, politico, economico. In primo luogo però la pace va costruita nei cuori. Qui infatti si sviluppano sentimenti che possono alimentarla o, al contrario, minacciarla, indebolirla, soffocarla. Il cuore dell'uomo, peraltro, è il luogo degli interventi di Dio. Pertanto, accanto alla dimensione "orizzontale" dei rapporti con gli altri uomini, di fondamentale importanza si rivela, in questa materia, la dimensione "verticale" del rapporto di ciascuno con Dio, nel quale tutto ha il suo fondamento. È proprio questo che il Papa Giovanni Paolo II, con l'iniziativa del 1986, intese ricordare con forza al mondo. Egli chiese una preghiera autentica, che coinvolgesse l’intera esistenza. Volle per questo che fosse accompagnata dal digiuno ed espressa nel pellegrinaggio, simbolo del cammino verso l’incontro con Dio. E spiegò: "La preghiera comporta da parte nostra la conversione del cuore" (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1986, vol. II, p.1253). Tra gli aspetti qualificanti dell’Incontro del 1986, è da sottolineare che questo valore della preghiera nella costruzione della pace fu testimoniato da esponenti di diverse tradizioni religiose, e ciò avvenne non a distanza, ma nel contesto di un incontro. In questo modo gli oranti delle varie religioni poterono mostrare, con il linguaggio della testimonianza, come la preghiera non divida ma unisca, e costituisca un elemento determinante per un'efficace pedagogia della pace, imperniata sull’amicizia, sull’accoglienza reciproca, sul dialogo tra uomini di diverse culture e religioni. Di questa pedagogia abbiamo più che mai bisogno, specialmente guardando alle nuove generazioni. Tanti giovani, nelle zone del mondo segnate da conflitti, sono educati a sentimenti di odio e di vendetta, entro contesti ideologici in cui si coltivano i semi di antichi rancori e si preparano gli animi a future violenze. Occorre abbattere tali steccati e favorire l’incontro. Sono lieto pertanto che le iniziative programmate quest’anno in Assisi vadano in questa direzione e che, in particolare, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso abbia pensato di farne una specifica applicazione per i giovani.

Per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come "spirito di Assisi", è importante non dimenticare l’attenzione che allora fu posta perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica. Proprio per questo, fin dalle prime battute, Giovanni Paolo II dichiarò: "Il fatto che noi siamo venuti qui non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. E neppure è una concessione al relativismo nelle credenze religiose..." (Insegnamenti, cit., p.1252). Desidero ribadire questo principio, che costituisce il presupposto di quel dialogo tra le religioni che quarant’anni or sono il Concilio Vaticano II auspicò nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (cfr Nostra aetate, 2). Colgo volentieri l'occasione per salutare gli esponenti delle altre religioni che prendono parte all’una o all’altra delle commemorazioni assisane. Come noi cristiani, anch'essi sanno che nella preghiera è possibile fare una speciale esperienza di Dio e trarne efficaci stimoli nella dedizione alla causa della pace. È doveroso tuttavia, anche in questo, evitare inopportune confusioni. Perciò, anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni. Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi. La convergenza dei diversi non deve dare l'impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla.

Per la sua iniziativa audace e profetica, Giovanni Paolo II volle scegliere il suggestivo scenario di codesta Città di Assisi, universalmente nota per la figura di San Francesco. In effetti, il Poverello incarnò in modo esemplare la beatitudine proclamata da Gesù nel Vangelo: "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5, 9). La testimonianza che egli rese nel suo tempo ne fa un naturale punto di riferimento per quanti anche oggi coltivano l’ideale della pace, del rispetto della natura, del dialogo tra le persone, tra le religioni e le culture. È tuttavia importante ricordare, se non si vuole tradire il suo messaggio, che fu la scelta radicale di Cristo a fornirgli la chiave di comprensione della fraternità a cui tutti gli uomini sono chiamati, e a cui anche le creature inanimate - da "fratello sole" a "sorella luna" - in qualche modo partecipano. Mi piace pertanto ricordare che, in coincidenza con questo ventesimo anniversario dell’iniziativa di preghiera per la pace di Giovanni Paolo II, ricorre anche l'ottavo centenario della conversione di San Francesco. Le due commemorazioni si illuminano reciprocamente. Nelle parole a lui rivolte dal Crocifisso di San Damiano - "Va’, Francesco, ripara la mia casa…" -, nella sua scelta di radicale povertà, nel bacio al lebbroso in cui s'espresse la sua nuova capacità di vedere ed amare Cristo nei fratelli sofferenti, prendeva inizio quell’avventura umana e cristiana che continua ad affascinare tanti uomini del nostro tempo e rende codesta Città meta di innumerevoli pellegrini.

Affido a Lei, venerato Fratello, Pastore di codesta Chiesa di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, il compito di portare queste mie riflessioni a conoscenza dei partecipanti alle varie celebrazioni previste per commemorare il ventesimo anniversario di quello storico evento che fu l’Incontro Interreligioso del 27 ottobre 1986. Voglia recare a tutti anche il mio saluto affettuoso, partecipando loro la mia Benedizione, che accompagno con l'augurio e la preghiera del Poverello di Assisi: "Il Signore vi dia pace!".

Da Castel Gandolfo, 2 settembre 2006[/DIM][/C]

[DIM]14pt[=DIM][C][S]BENEDICTUS P.P. XVI[/S][/C][/DIM]

Francesca.Pisa
Monday, September 04, 2006 4:16 PM
sempre su Assisi

La preghiera e il confronto. Ad Assisi, le religioni per la pace

di Simona Santi/ 04/09/2006

Lo spirito di Assisi, 20 anni dopo, soffia ancora. Si apre oggi la due giorni della Comunità di Sant'Egidio sul tema "Per un mondo di pace. Religioni e culture in dialogo". Il ricordo dell'incontro di papa Wojtyla nel 1986.

Lo spirito di Assisi, vent'anni dopo, soffia ancora. Non c'è il papa a "benedire" la Giornata mondiale di preghiera fra le diverse religioni a 20 anni esatti da quella voluta da Giovanni Paolo II. Ma la Santa Sede sbarca nella cittadina umbra con una delegazione di alto profilo, mentre Benedetto XVI ha inviato un messaggio di saluto ai numerosi partecipanti della due giorni che si è aperta oggi. All'incontro, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio in concomitanza con il ventennale dalla Giornata voluta da Wojtyla nel 1986, partecipano numerosi esponenti del mondo cattolico, ebraico, buddista, esperti, politici e studiosi che discuteranno - attraverso ben 16 panel tematici - sul ruolo della religione in un mondo complesso che ha bisogno della pace. A chiudere la manifestazione, arriverà anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che domani sera prenderà parte alla cerimonia finale che prevede la firma dell'Appello di pace 2006.

"Per un mondo di pace. Religioni e culture in dialogo", il tema scelto dalla Comunità di Sant'Egidio per la due giorni apertasi questa mattina con il saluto del vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino e la relazione del cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo Interreligioso. Tra gli interventi anche quelli di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, del giornalista Arrigo Levi e del rabbinio capo di Israele, Yona Metzger. Sono intervenuti anche il Patriarca della Chiesa ortodossa d'Etiopia Abune Paulos e il presidente del Burkina Faso, Blaise Compaorè. Nel pomeriggio, ecco il momento dei primi 8 panel. Tra gli altri, anche uno sul "Futuro del Libano", a cui prendono parte il consigliere politico del Gran Mufti del Libano, Mohammed Sammak, il ministro della cultura libanese, Tarek Mitri, l'arcivescovo maronita di Beirut, Paul Matar. E' invece il cardinale Jozef Glemp, arcivescovo di Varsavia e Primate di Polonia, a presidere la sessione su "Assisi: 1986-2006". Insieme a lui Giuseppe Laras, presidente dell'Assemblea dei Rabbini d'Italia e padre Giulio Berrettoni, ex custode del Sacro Convento dei francescani di Assisi. "La laicità: una questione per credenti e laici" è invece il tema del terzo panel presieduto dal vescovo di Terni, Vincenzo Paglia. Atteso l'intervento del ministro dell'Interno Giuliano Amato, che discute sul tema insieme al Priore di Bose, Enzo Bianchi, a Gad Lerner e Arrigo Levi.

Ma ad Assisi si parla anche di "Eurafrica: un futuro necessario" con il Patriarca della Chiesa ortodossa d'Etiopia Abuine Paulos, l'arcivescovo di Cotonou, in Benin, Marcel Honorat Leon Agboton e l'ex segretario della Cisl, Savino Pezzotta; di "La famiglia e le religioni" (con intervento del cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, del Metropolita ortodosso del Patriarcato ecumenico Emmanuel e del vescovo Luterano Jurgen Johannesdotter); di "Desiderio di Dio, domanda di pace" (con la presenza di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, con l'arcivescovo ortodosso del Patriarcato di Alessandria Seraphim e con l'abate di Montserrat, Josep Maria Soler). Sul tema "Civiltà del convivere in un tempo di guerra" intervengono il Nunzio in Italia, monsignor Paolo Romeo, il vescovo melkita in Israele, Elias Chacour e Israel Singer, del World Jewish Congress. Infine, l'ultimo panel si concentra su "Pace e solidarietà, la costruzione possibile".

Domani, invece, sarà la giornata dedicata al tema "I conflitti: una sfida per il dialogo" con la partecipazione del rabbino capo di Haifa, Shear Yashuv Cihen, con Ezzeddin Ibrahum, consigliere culturale del presidente degli Emirati Arabi. Negli altri panel si discuterà di "Amore di Dio, amore del prossimo", con il vescovo anglicano di Londra, Richard Chartres, il rabbino capo della Federazione russa, Berl Lazar, il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi; dibattito anche su "Preghiera alla radice della pace", "Religioni asiatiche: dialogo interreligioso e impegno per la pace". Infine, un omaggio a papa Wojtyla con una tavola rotonda su "Giovanni Paolo II: memoria e profezia" e l'intervento di Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dei cristiani ed Elio Toaff, ex rabbino capo di Roma che accolse il Papa polacco nella storica visita alla Sinagoga della Capitale. Tavola rotonda anche su "Globalizzare la solidarietà" con la presenza di Renzo Gattegna, presidente dell'Ucei e del cardinale Crescenzio Sepe, neo cardinale di Napoli, e su "Combattere la povertà" a cui prenderà parte anche il Sindaco della città Walter Veltroni.

La due giorni di Assisi si chiuderà in serata alle 17,30 con la preghiera per la pace (in luoghi diversi secondo la tradizione religiosa) a cui seguirà la processione di pace fino alla piazza di San Francesco dove avverrà la proclamazione, la firma e la consegna dell'Appello di Pace 2006. Una solenne cerimonia al quale parteciperà anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.



Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca






Francesca.Pisa
Monday, September 04, 2006 4:47 PM
da asia news
4 Settembre 2006
VATICANO


Papa: la religione non può che portare pace

In un messaggio per i 20 anni dell’incontro di Assisi, Benedetto XVI ripete che nessuno può usare la fede per giustificare la violenza. L’incontro interreligioso non ebbe e non deve avere neppure ora venature di sincretismo. Ricorda che a caratterizzare l’azione di San Francesco è stata la conversione.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La religione “non può che essere foriera di pace” e a nessuno è lecito usarla come motivo di violenza verso altri esseri umani. Le affermazioni di Giovanni Paolo II che hanno reso celebre l’incontro interreligioso di preghiera per la pace di Assisi del 1986 sono ripetute oggi da Benedetto XVI, in un messaggio per i 20 anni da quell’evento.

In questi anni, rileva il Papa, non si è avverato “il sogno di pace” suscitato dalla fine della guerra fredda. “Il terzo millennio si è anzi aperto con scenari di terrorismo e di violenza che non accennano a dissolversi. Il fatto poi che i confronti armati si svolgano oggi soprattutto sullo sfondo delle tensioni geo-politiche esistenti in molte regioni può favorire l’impressione che, non solo le diversità culturali, ma le stesse differenze religiose costituiscano motivi di instabilità o di minaccia per le prospettive di pace”.

Proprio sotto questo profilo, sottolinea Benedetto XVI, “l’iniziativa promossa vent’anni or sono da Giovanni Paolo II assume il carattere di una puntuale profezia”. “Nonostante le differenze che caratterizzano i vari cammini religiosi, il riconoscimento dell'esistenza di Dio, a cui gli uomini possono pervenire anche solo partendo dall’esperienza del creato (cfr Rm 1,20), non può non disporre i credenti a considerare gli altri esseri umani come fratelli. A nessuno è dunque lecito assumere il motivo della differenza religiosa come presupposto o pretesto di un atteggiamento bellicoso verso altri esseri umani”. Le stesse guerre di religione “non possono attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa nel tempo”.

L’incontro di Assisi si caratterizzò sul valore della preghiera nella costruzione della pace. “La pace è un valore in cui confluiscono tante componenti. Per costruirla, sono certo importanti le vie di ordine culturale, politico, economico. In primo luogo però la pace va costruita nei cuori. Qui infatti si sviluppano sentimenti che possono alimentarla o, al contrario, minacciarla, indebolirla, soffocarla”. Il “valore della preghiera nella costruzione della pace – ricorda il Papa - fu testimoniato da esponenti di diverse tradizioni religiose, e ciò avvenne non a distanza, ma nel contesto di un incontro”. Già nel 1986, prosegue Benedetto XVI, fu posta attenzione perché “l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica”.

Papa Ratzinger non le cita, ma allora, ed anche in seguito, ci sono state anche polemiche in tal senso. Da ciò, probabilmente, la sottolineatura con la quale, rivolgendo un saluto ai partecipanti alle manifestazioni di Assisi, promosse anche dalla Comunità di Sant’Egidio, il Papa definisce “doveroso” anche ora “evitare inopportune confusioni. Perciò, anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni. Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi. La convergenza dei diversi non deve dare l'impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla”.

La stessa attenzione Benedetto XVI torna a sollecitare, per la terza volta in pochi giorni, a proposito di San Francesco. “La testimonianza che egli rese nel suo tempo – scrive - ne fa un naturale punto di riferimento per quanti anche oggi coltivano l’ideale della pace, del rispetto della natura, del dialogo tra le persone, tra le religioni e le culture. È tuttavia importante ricordare, se non si vuole tradire il suo messaggio, che fu la scelta radicale di Cristo a fornirgli la chiave di comprensione della fraternità a cui tutti gli uomini sono chiamati, e a cui anche le creature inanimate - da "fratello sole" a "sorella luna" - in qualche modo partecipano”.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

euge65
Monday, September 04, 2006 7:28 PM
Ancora su Assisi agenzia AGI
IL PAPA: CONTRO IL TERRORISMO DIALOGO TRA RELIGIONI
(AGI) - Assisi, 4 set. - Di fronte agli "scenari di terrorismo e violenza che non accennano a dissolversi" occorre recuperare il grande insegnamento di Giovanni Paolo II sul ruolo del dialogo interreligioso per disinnescare i rischi anche oggi incombenti. Benedetto XVI ne e' convinto, la "religione non puo' che essere foriera di pace". Per questo, a vent'anni dalla storica giornata mondiale di preghiera per la pace convocata da papa Wojtyla ad Assisi e che ottenne di fermare per un giorno intero, il 27 ottobre 1986, tutte le guerre, il Pontefice riafferma il valore degli incontri inter-religiosi, "presupposto del dialogo tra le fedi". Nel messaggio inviato oggi da Benedetto XVI al meeting interreligioso promosso dalla comunita' di Sant'Egidio per celebrare il ventennale dell'evento wojtyliano, emerge la grande fiducia che il Papa nutre nel dialogo interreligioso per la sua potenziale capacita' di superare i conflitti tra popoli e culture diversi. Benedetto XVI nel messaggio letto oggi dal vescovo di Assisi Domenico Sorrentino - sottolinea come l'iniziativa promossa venti anni fa da Giovanni Paolo II assume il carattere di una puntuale profezia. Il suo invito ai leader delle religioni mondiali per una corale testimonianza di pace - riconosce - servi' a chiarire senza possibilita' di equivoco che la religione non puo' che essere foriera di pace".
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ratzi.lella
Tuesday, September 05, 2006 1:15 PM
PAPA/ SEMINARIO SU DARWIN, 'BENEDETTO XVI SCRIVERA' UN ARTICOLO'
Parla lo scienziato Schuster dopo l'incontro di Castel Gandolfo

Roma, 5 set. (Apcom) - Il Papa? "Una mente acuta, coglie subito le questioni centrali". Parola di scienziato. Il professor Peter Schuster, esperto di biologia molecolare evolutiva, direttore dell'Istituto di Chimica teorica all'università di Vienna e, dal 1 ottobre, presidente dell'Accademia austriaca delle scienze, racconta così la sua due-giorni alla residenza estiva di Benedetto XVI, a Castel Gandolfo ("Un posto bellissimo! Fuori ci sono molti turisti e religiosi, ma dentro i giardini è tranquillo e rilassante"), dove è stato invitato insieme agli ex allievi del 'professor' Ratzinger per discutere di 'creazione ed evoluzione'. E rivela: "Ho avuto l'impressione che in occasione della pubblicazione degli interventi, a novembre, il Papa scriverà un'introduzione. Non l'ha detto esplicitamente, ma penso che lo farà".

Da anni d'estate, Ratzinger raccoglie attorno a sé gli allievi dell'epoca in cui insegnava teologia, una consuetudine che non è andata persa con l'ascesa del 'professore' al soglio pontificio. Quest'anno, l'uno e due settembre, lo 'Schuelkreis' (cerchia di studenti). A discuterne sono stati invitati, oltre alla quarantina di 'habitués', anche il professor Schuster, il gesuita Paul Erbrich e il filosofo cattolico Robert Spaemann. Tra gli allievi di Ratzinger, è intervenuto con un suo discorso l'arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schoenborn, che in passato si è ripetutamente espresso sul tema, anche con un articolo apparso l'anno scorso sul 'New York Times' che suscitò le critiche della comunità scientifica. "E' stata una discussione molto buona e molto amichevole", sintetizza Schuster, raggiunto telefonicamente a Vienna. Il Papa si è dimostrato "molto interessato, ha fatto domande eccellenti. E alla fine ha sintetizzato la discussione in modo molto preciso. Sono rimasto impressionato".

Dopo una prima giornata senza Benedetto XVI, venerdì scorso, sabato il Papa ha raggiunto i suoi ex allievi. All'inizio Ratzinger ha raccontato loro le questioni che più gli stavano a cuore del suo 'mestiere'. "Ha parlato della situazione politica del mondo - racconta il biologo austriaco - di come pensa che il Vaticano possa aiutare per la pace in Libano, di alcune questioni che la Chiesa deve affrontare, ad esempio sul piano ecumenico". Poi si è arrivati a discutere di biologia, creazione, evoluzione. Tutti temi che, da Charles Darwin in poi, hanno più volte creato attriti tra uomini di fede e di scienza. E anche nella villa del Papa le divergenze di vedute non sono mancate. "Se non ci fossero non sarebbe un vero incontro", chiosa il professor Schuster.

Anche con il cardinal Schoenborn? "E' stata una discussione molto amichevole", risponde Schuster. "Nel viaggio di ritorno abbiamo viaggiato anche sullo stesso aereo, seduti uno accanto all'altro, e abbiamo continuato a discuterne per due ore", aggiunge. Pur precisando di non poter dire se le idee espresse sul 'New York Times' siano state equivocate o se l'arcivescovo di Vienna abbia cambiato idea, il presidente in pectore dell'Accademia austriace delle Scienze ha notato comunque alcune "chiarificazioni" da parte del porporato e afferma che "c'è stato senz'altro un progresso" nella discussione. Quanto alle tesi di Schoeborn, che pareva accusare gli epigoni di Darwin di ideologia, precisa: "Anch'io penso che se si prendono gli argomenti scientifici e li si trasferisce nel campo delle scienze sociali, ad esempio con nel caso del regime comunista e nazista con il darwinismo sociale, siamo di fronte ad una idologia. Ma questa non è scienza!".


Lo scienziato Schuster: convergenze con molti teologi

(Apcom) - Durante il seminario a porte chiuse sui Colli Albani, ad ogni modo, il professor Schuster ha registrato anche alcune convergenze, quanto meno con la "maggior parte" dei presenti. "Abbiamo concordato sul fatto che la biologia evolutiva è una scienza in sviluppo, e, come le altre teorie, presenta aspetti che ancora non sono stati spiegati, ed avrà bisogno di nuovi sviluppi e nuove risposte". "Credo anche - prosegue Schuster - che ci sia stato un accordo generale sul fatto che sarebbe estremamente sbagliato considerare come 'luogo di Dio' quelle parti ancora inesplorate dalla scienza".

Anche entrando nel merito della teoria evolutiva, il professore austriaco nota che a Castel Gandolfo i 'teologi' e i filosofi' si siano trovati in linea di principio d'accordo con lui, uomo di scienza. "Abbiamo concordato che non c'è contraddizione (con la teologia, ndr.) quando la scienza non vede tracce di 'disegno intelligente' nella biologia. Mi sembra che la maggior parte dei padri considera che si possa vedere il disegno del creatore nel processo nel suo insieme, da 'big bang' all'uomo. Su questo anch'io posso immediatamente concordare. Personalmente sono agnostico, ma non ho problemi con l'idea di un creatore che crea l'universo, il quale, poi, si sviluppa senza le sue interferenze".

Erano tutti d'accordo? "Non lo so, ma io l'ho espresso in questi termini e di certo non ci sono state obiezioni", risponde Schuster. E il Papa? "Il Papa ha detto che apprezzava". E' avvenuto un avvicinamento tra scienza e fede a Castel Gandolfo? "L'incontro è stato positivo, piacevole, e c'è stata una bella discussione", risponde lo scienziato. "Se è stata fatto un progresso tra la scienza e la Chiesa lo si vedrà dal risultato. Non è che sono scettico - precisa Schuster - ma bisogna vedere il risultato in forma scritta. Ad ogni modo mi è piaciuto molto".
Francesca.Pisa
Wednesday, September 06, 2006 1:37 PM
L'Udienza di oggi
Filippo

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nel tratteggiare le fisionomie dei vari Apostoli, come facciamo da alcune settimane, incontriamo oggi Filippo. Nelle liste dei Dodici, egli è sempre collocato al quinto posto (così in Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14; At 1,13), quindi sostanzialmente tra i primi. Benché Filippo fosse di origine ebraica, il suo nome è greco, come quello di Andrea, e questo è un piccolo segno di apertura culturale da non sottovalutare. Le notizie che abbiamo di lui ci vengono fornite dal Vangelo di Giovanni. Egli proveniva dallo stesso luogo d’origine di Pietro e di Andrea, cioè Betsaida (cfr Gv 1,44), una cittadina appartenente alla tetrarchìa di uno dei figli di Erode il Grande, anch’egli chiamato Filippo (cfr Lc 3,1).

Il Quarto Vangelo racconta che, dopo essere stato chiamato da Gesù, Filippo incontra Natanaele e gli dice: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Gv 1,45). Alla risposta piuttosto scettica di Natanaele (“Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?”), Filippo non si arrende e controbatte con decisione: “Vieni e vedi!” (Gv 1,46). In questa risposta, asciutta ma chiara, Filippo manifesta le caratteristiche del vero testimone: non si accontenta di proporre l’annuncio, come una teoria, ma interpella direttamente l’interlocutore suggerendogli di fare lui stesso un’esperienza personale di quanto annunciato. I medesimi due verbi sono usati da Gesù stesso quando due discepoli di Giovanni Battista lo avvicinano per chiedergli dove abita. Gesù rispose: “Venite e vedrete” (cfr Gv 1,38-39).

Possiamo pensare che Filippo si rivolga pure a noi con quei due verbi che suppongono un personale coinvolgimento. Anche a noi dice quanto disse a Natanaele: “Vieni e vedi”. L’Apostolo ci impegna a conoscere Gesù da vicino. In effetti, l’amicizia, il vero conoscere l’altro, ha bisogno della vicinanza, anzi in parte vive di essa. Del resto, non bisogna dimenticare che, secondo quanto scrive Marco, Gesù scelse i Dodici con lo scopo primario che “stessero con lui” (Mc 3,14), cioè condividessero la sua vita e imparassero direttamente da lui non solo lo stile del suo comportamento, ma soprattutto chi davvero Lui fosse. Solo così infatti, partecipando alla sua vita, essi potevano conoscerlo e poi annunciarlo. Più tardi, nella Lettera di Paolo agli Efesini, si leggerà che l’importante è “imparare il Cristo” (4,20), quindi non solo e non tanto ascoltare i suoi insegnamenti, le sue parole, quanto ancor più conoscere Lui in persona, cioè la sua umanità e divinità, il suo mistero, la sua bellezza. Egli infatti non è solo un Maestro, ma un Amico, anzi un Fratello. Come potremmo conoscerlo a fondo restando lontani? L’intimità, la familiarità, la consuetudine ci fanno scoprire la vera identità di Gesù Cristo. Ecco: è proprio questo che ci ricorda l’apostolo Filippo. E così ci invita a “venire”, a “vedere”, cioè ad entrare in un contatto di ascolto, di risposta e di comunione di vita con Gesù giorno per giorno.

Egli, poi, in occasione della moltiplicazione dei pani, ricevette da Gesù una precisa richiesta, alquanto sorprendente: dove, cioè, fosse possibile comprare il pane per sfamare tutta la gente che lo seguiva (cfr Gv 6,5). Allora Filippo rispose con molto realismo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno di loro possa riceverne anche solo un pezzo” (Gv 6,7). Si vedono qui la concretezza e il realismo dell’Apostolo, che sa giudicare gli effettivi risvolti di una situazione. Come poi siano andate le cose, lo sappiamo. Sappiamo che Gesù prese i pani e, dopo aver pregato, li distribuì. Così si realizzò la moltiplicazione dei pani. Ma è interessante che Gesù si sia rivolto proprio a Filippo per avere una prima indicazione su come risolvere il problema: segno evidente che egli faceva parte del gruppo ristretto che lo circondava. In un altro momento, molto importante per la storia futura, prima della Passione, alcuni Greci che si trovavano a Gerusalemme per la Pasqua “si avvicinarono a Filippo ... e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù” (Gv 12,20-22). Ancora una volta, abbiamo l’indizio di un suo particolare prestigio all’interno del collegio apostolico. Soprattutto, in questo caso, egli fa da intermediario tra la richiesta di alcuni Greci – probabilmente parlava il greco e potè prestarsi come interprete – e Gesù; anche se egli si unisce ad Andrea, l’altro Apostolo con un nome greco, è comunque a lui che quegli estranei si rivolgono. Questo ci insegna ad essere anche noi sempre pronti, sia ad accogliere domande e invocazioni da qualunque parte giungano, sia a orientarle verso il Signore, l'unico che le può soddisfare in pienezza. E’ importante, infatti, sapere che non siamo noi i destinatari ultimi delle preghiere di chi ci avvicina, ma è il Signore: a lui dobbiamo indirizzare chiunque si trovi nella necessità. Ecco: ciascuno di noi dev'essere una strada aperta verso di lui!

C'è poi un'altra occasione tutta particolare, in cui entra in scena Filippo. Durante l’Ultima Cena, avendo Gesù affermato che conoscere Lui significava anche conoscere il Padre (cfr Gv 14,7), Filippo quasi ingenuamente gli chiese: “Signore, mostraci il Padre, e ci basta» (Gv 14,8). Gesù gli rispose con un tono di benevolo rimprovero: “Filippo, da tanto tempo sono con voi e ancora non mi conosci? Colui che vede me, vede il Padre! Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? ... Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,9-11). Queste parole sono tra le più alte del Vangelo di Giovanni. Esse contengono una rivelazione vera e propria. Al termine del Prologo del suo Vangelo, Giovanni afferma: “Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Ebbene, quella dichiarazione, che è dell’evangelista, è ripresa e confermata da Gesù stesso. Ma con una nuova sfumatura. Infatti, mentre il Prologo giovanneo parla di un intervento esplicativo di Gesù mediante le parole del suo insegnamento, nella risposta a Filippo Gesù fa riferimento alla propria persona come tale, lasciando intendere che è possibile comprenderlo non solo mediante ciò che dice, ma ancora di più mediante ciò che egli semplicemente è. Per esprimerci secondo il paradosso dell’Incarnazione, possiamo ben dire che Dio si è dato un volto umano, quello di Gesù, e per conseguenza d’ora in poi, se davvero vogliamo conoscere il volto di Dio, non abbiamo che da contemplare il volto di Gesù! Nel suo volto vediamo realmente chi è Dio e come è Dio!

L’evangelista non ci dice se Filippo capì pienamente la frase di Gesù. Certo è che egli dedicò interamente a lui la propria vita. Secondo alcuni racconti posteriori (Atti di Filippo e altri), il nostro Apostolo avrebbe evangelizzato prima la Grecia e poi la Frigia e là avrebbe affrontato la morte, a Gerapoli, con un supplizio variamente descritto come crocifissione o lapidazione. Vogliamo concludere la nostra riflessione richiamando lo scopo cui deve tendere la nostra vita: incontrare Gesù come lo incontrò Filippo, cercando di vedere in lui Dio stesso, il Padre celeste. Se questo impegno mancasse, verremmo rimandati sempre solo a noi come in uno specchio, e saremmo sempre più soli! Filippo invece ci insegna a lasciarci conquistare da Gesù, a stare con lui, e a invitare anche altri a condividere questa indispensabile compagnia. E vedendo, trovando Dio, trovare la vera vita.


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Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins francophones présents ce matin. Puissiez-vous, à l’exemple de l’Apôtre Philippe, être toujours plus attentifs aux besoins de vos frères et leur faire rencontrer le Christ, qui est la source de toute joie !

I warmly welcome all the English-speaking pilgrims present at this audience, including members of the Brothers of Charity services in County Cork, Ireland, and the staff and students from St Joseph’s Institute in Copenhagen. May your time in Rome deepen your love of Christ and his Church. Upon you all I invoke God’s abundant blessings!

Einen ganz herzlichen und frohen Gruß richte ich heute an die zahlreichen Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache. Besonders begrüße ich die große Schar der Goldhaubenfrauen aus Bayern und Oberösterreich, die gemeinsam mit ihren Hirten, Bischof Wilhelm Schraml von Passau und Bischof Ludwig Schwarz von Linz, nach Rom gepilgert sind. Liebe Goldhaubenfrauen, tragt eure schöne Tracht zur Ehre Gottes und ziert euer Herz mit guten Werken, die der schönste Schmuck des Menschen sind! Ebenso herzlich begrüße ich die Bürgerschützen aus Paderborn mit Erzbischof Hans-Josef Becker, die Fußwallfahrer aus dem Bistum Regensburg sowie die weiteren Gruppen. Der Herr schenke euch die Gnade, Jesus zu begegnen und andere zu ihm zu führen, damit sie durch ihn den Vater finden. – In der Vorfreude auf meinen schon nahen Pastoralbesuch in Bayern erbitte ich euch allen Gottes reichen Segen.

Saludo cordialmente a los visitantes de lengua española, en especial a los de Logroño, con el Señor Cardenal Eduardo Martínez Somalo; a la peregrinación diocesana de Huelva y a los diversos grupos parroquiales de España. Saludo también a los peregrinos de Colombia, Chile y de otros Países Latinoamericanos. Os animo, como el apóstol Felipe, a dejaros conquistar por el Señor, invitando también a otros a participar de su vida y de su amor. ¡Que Dios os bendiga!

Saúdo com afeto os peregrinos de língua portuguesa aqui presentes. De modo especial desejo mencionar a presença do Seminário Maior de São José da Diocese de Bragança-Miranda, e um grupo de visitantes de Portugal e do Brasil. Rogo a Deus que este encontro com o Sucessor de Pedro os leve a um sempre maior compromisso com a Igreja reunida na caridade, ao conceder-vos uma propiciadora Bênção para vossas famílias e comunidades.

Saluto in lingua polacca:

Pozdrawiam obecnych tu Polaków. Apostol Filip, który w Jezusie rozpoznal zapowiedzianego przez proroków Mesjasza, zaprasza i nas do spotkania z Nim. Mówi: „Chodz i zobacz!” (J 1, 46). Jest to wezwanie do nasladowania i kontemplacji, do poznawania Chrystusa i do odpowiadania na Jego milosc przez zycie wierne milosci. Przyjmijmy to zaproszenie. Niech wam Bóg blogoslawi.

Traduzione italiana del saluto in lingua polacca:

Saluto i polacchi qui presenti. L’Apostolo Filippo, che in Gesù ha riconosciuto il Messia annunciato dai profeti, invita anche noi all’incontro con Lui. Dice: “Vieni e vedi!” (Gv 1, 46). Questa è una chiamata alla sequela e alla contemplazione, al conoscere Cristo e al rispondere al Suo amore con la vita fedele all’amore. Accogliamo quest’invito. Dio vi benedica.

Saluto in lingua croata:

Srdacno pozdravljam hrvatske hodocasnike, a osobito vjernike iz župe svetoga Alojzija Gonzage iz Popovace! Predragi, pred blagdan rodenja Blažene Djevice Marije molimo da i naš, po vjeri preporodeni život, bude radosno služenje Bogu! Hvaljen Isus i Marija!

Traduzione italiana del saluto in lingua croata:

Saluto cordialmente i pellegrini croati, particolarmente i fedeli della parrocchia di san Luigi Gonzaga di Popovaca! Carissimi, davanti alla festa della nascita della Beata Vergine Maria preghiamo che anche la nostra vita, rinata per la fede, sia un gioioso servizio a Dio! Siano lodati Gesù e Maria!

Saluto in lingua ceca:

Srdecne vítám a zdravím zde prítomné "vozíckáre" Petýrkova a jejich doprovod, jakož i poutníky z farnosti Hluk na Morave. Dekuji za Vaši návštevu zde ve Vatikánu. Rád vám žehnám! Chvála Kristu!

Traduzione italiana del saluto in lingua ceca:

Un cordiale benvenuto e un saluto ai presenti disabili, del Gruppo Petýrkova, con i loro accompagnatori, e ai pellegrini della Parrocchia di Hluk, in Moravia. Vi ringrazio della vostra visita qui in Vaticano. Volentieri vi benedico. Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua ungherese:

Most a magyar zarándokokat köszöntöm, foleg azokat, akik Szombatfalváról érkeztek. Isten hozott Benneteket! Ez a római út erosítsen meg hitetekben. Szívbol adom Rátok apostoli áldásomat. Dicsértessék a Jézus Krisztus!

Traduzione italiana del saluto in lingua ungherese:

Saluto cordialmente i fedeli di lingua ungherese, specialmente quelli che sono arrivati da Szombatfalva. Questo pellegrinaggio a Roma Vi conforti nella fede. Di cuore imparto a voi la Benedizione Apostolica! Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua slovacca:

Zo srdca pozdravujem pútnikov z Bratislavy, Trencianskych Teplíc, Drietomy a z Teologickej fakulty Trnavskej univerzity. Bratia a sestry, v týchto dnoch sa zacína školský rok. Vyprosujme si od Ducha Svätého jeho dary, predovšetkým pravú múdrost. S týmto želaním vás žehnám. Pochválený bud Ježiš Kristus!

Traduzione italiana del saluto in lingua slovacca:

Cordialmente saluto i pellegrini provenienti da Bratislava, Trencianske Teplice, Drietoma e dalla Facoltà di Teologia dell’Università di Trnava. Fratelli e sorelle, in questi giorni inizia l’anno scolastico. Imploriamo dallo Spirito Santo i suoi doni, specialmente la vera sapienza. Con questo desiderio vi benedico. Sia lodato Gesù Cristo!

***

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i partecipanti al Congresso internazionale dei laici carmelitani; le Figlie di Nostra Signora della Misericordia; i fedeli della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, accompagnati dal loro Pastore Mons. Eugenio Binini e i fedeli di Roccacasale e di Sulmona accompagnati dal Vescovo Mons. Giuseppe Di Falco; i numerosi gruppi sportivi del Sannio, qui convenuti con l’Arcivescovo di Benevento Mons. Andrea Mugione. Cari amici, auguro che la vostra visita alle tombe degli Apostoli vi rinsaldi nell'adesione a Cristo e vi renda suoi testimoni nelle famiglie e nelle comunità ecclesiali.

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, tornando dopo le vacanze alle consuete attività, riprendete anche il ritmo regolare del vostro dialogo con Dio, diffondendo attorno a voi la sua luce e la sua pace. Voi, cari malati, trovate conforto nel Signore Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un costante contatto con Dio, affinché il vostro amore sia sempre più vero, fecondo e duraturo.

Alla preghiera di tutti voi vorrei, infine, affidare il Viaggio Apostolico che compirò in Germania a partire da sabato prossimo. Ringrazio il Signore per l’opportunità che mi offre di recarmi, per la prima volta dopo la mia elezione a Vescovo di Roma, in Baviera mia terra di origine. Accompagnatemi, cari amici, in questa mia vista, che affido alla Vergine Santa. Sia Lei a guidare i miei passi: sia Lei a ottenere per il popolo tedesco una rinnovata primavera di fede e di civile progresso.


Sempre a fianco di Benedetto XVI.
Francesca

ratzi.lella
Friday, September 08, 2006 6:29 PM
PAPA: LA DEMOCRAZIA PER AFFERMARSI DEVE FONDARSI SULLA VERITA'

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 8 set - I politici cattolici non scendano a compromessi sui principi della fede cristiana: e' l'avvertimento di Benedetto XVI contenuto nel discorso ai presuli del Canada-Ontario, ricevuti stamani nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, in occasione della visita ad Limina. Nel suo intervento, il Papa si e' soffermato sul rapporto tra fede e cultura in un tempo caratterizzato da un marcato relativismo. Il Pontefice ha inoltre sottolineato che la democrazia, per avere successo, deve fondarsi sulla verita' e sul rispetto della persona umana. ''Certi valori - ha detto il Papa ai vescovi canadesi- staccati dalle loro radici morali e dal loro pieno significato radicato in Cristo, sono evoluti nei modi piu' inquietanti''. Il Canada, ha rilevato, ''nel nome della tolleranza ha accettato la follia della ridefinizione'' del concetto di coniuge. D'altro canto, ha proseguito, ''nel nome della liberta' di scelta'', i canadesi ''assistono ogni giorno alla distruzione di bambini non nati''. ''Quando il piano divino del Creatore e' ignorato - ha constatato con amarezza - si perde la verita' della natura umana''. Quindi, si e' soffermato su quelle ''false dicotomie'' che sono presenti ''anche all'interno della comunita' cristiana''. Il Papa ha fatto riferimento, in particolare, ai danni che i leader politici cristiani provocano quando ''sacrificano l'unita' della fede e sanzionano la disintegrazione della ragione e dei principi di natura etica'' per rincorrere ''effimere mode sociali'' o ''false richieste emerse dai sondaggi''. ''La democrazia - ha sottolineato inoltre Benedetto XVI - ha successo soltanto se si basa sulla verita' e su una corretta comprensione della persona umana''. Ancora, ha detto il Pontefice, ''l'impegno cattolico nella vita politica non puo' scendere a compromessi su questi principi'', altrimenti, la verita' cristiana ''verrebbe ridotta al silenzio'' e si affermerebbe ''l'autonomia dalla morale''. Ha cosi' incoraggiato i presuli del Canada-Ontario a mostrare ai leader politici che la fede cristiana ''lungi dall'essere un ostacolo al dialogo e', invece, un ponte che collega ragione e cultura''. ''Dobbiamo riconoscere - ha avvertito il Papa - che ogni riduzione'' del ''Regno di Dio'' a ''indefinito Regno di valori'' indebolisce ''l'identita' cristiana e sminuisce il contributo della Chiesa alla rigenerazione della societa'''. Quando ''il credere e' rimpiazzato dal fare'', e' stato il suo monito, e' allora ''urgente ritornare'' allo spirito dei primi discepoli di Cristo. Parlando poi delle scuole cattoliche canadesi, ha poi rivolto il pensiero all'importanza dell'evangelizzazione della cultura. E cio', ha affermato, e' ancor piu' vero oggi in una societa' ''dove e' presente in modo marcato il relativismo che non riconoscendo niente come definitivo considera i propri desideri come l'ultimo criterio'' di giudizio. Per questo, ha concluso il Papa, soprattutto pensando ai giovani, e' urgente proporre un ''apostolato dell'amore intellettuale'' che nell'essenziale unita' della conoscenza ''guidi i giovani verso la sublime soddisfazione di esercitare la loro liberta' in relazione con la verita'''.



PAPA: IN BAVIERA VOGLIO RISVEGLIARE LA GIOIA DELLA FEDE


(ASCA) - Citta' del Vaticano, 8 set - Benedetto XVI inizia domani pomeriggio in Germania il quarto viaggio internazionale del suo Pontificato: il Papa torna nella sua terra natale, la Baviera. Fino al 14 settembre, visitera' i luoghi della sua giovinezza: Marktl am Inn, dove e' nato 79 anni fa, e poi Altotting, Ratisbona, dove ha insegnato come docente universitario, e la citta' dove ha svolto il suo ministero episcopale, Monaco. In una lettera di saluto inviata alla sua ex arcidiocesi il 15 agosto scorso e pubblicata ieri sul settimanale diocesano, il Papa auspica che la visita nella sua Patria ''possa risvegliare di nuovo la gioia della fede'', in particolare nei giovani perche' ''superino i dubbi'' sulla Chiesa, aprendosi anche alla vocazione religiosa. Benedetto XVI ribadisce la responsabilita' della comunita' ecclesiale nella costruzione di ''un futuro piu' umano per tutti'' e ricorda il motto di questo viaggio: ''Chi crede non e' mai solo''. Infine si augura che la visita in Baviera lasci la forte convinzione ''che la Chiesa non dipende da noi e dai nostri successi, ma che e' sostenuta soltanto dall'amore di Cristo, e che su questo amore noi possiamo sempre confidare''. Domani il Papa arrivera' all'aeroporto internazionale di Monaco alle 15:30, qui sara' accolto dal presidente tedesco Horst Kohler, dal cancelliere tedesco Angela Merkel, dal ministro presidente della Baviera Edmund Stoiber e dall'arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Friedrich Wetter. Sara' presente alla cerimonia di benvenuto anche il presidente della Conferenza episcopale tedesca, il cardinale Karl Lehmann intervistato oggi da Radio Vaticana. Il porporato pone anzitutto l'accento sul contributo al risveglio religioso dato alla germania dall'elezione di Benedetto XVI. ''Credo - osserva Lehmann - che sia necessario innanzitutto tener conto che la vita, l'attivita' e la morte di Giovanni Paolo II hanno molto impressionato le persone fino ad oggi. E poi la grande gioia in Germania per il fatto che dopo 500 anni un cardinale tedesco e' diventato Papa. Bisogna riscontrare anche un po' di orgoglio. Penso che poi la GMG di Colonia con la presenza di Benedetto XVI abbia portato un forte cambiamento tra la gente. Ma i motivi del risveglio religioso non finiscono qui. Anche nel pensiero laico si osserva una certa disposizione al cambiamento. Il grande filosofo Jurgen Habermas crede che per plasmare la vita pubblica non sia alla lunga possibile rinunciare alle forze che provengono dalla religione. La societa' si chiede in modo sempre piu' insistente da dove debbano provenire le forze intellettuali e psichiche degli uomini per risolvere i grandi problemi della vita nelle singole nazioni ma anche globalmente, se non dalla profondita' della religione''. Sulla durata di questa ripresa religiosa il cardinale si dice prudente.''Perche' - osserva - viviamo in un tempo straordinariamente incline al cambiamento. Credo comunque che dobbiamo prenderci cura di questo risveglio in modo che non si disperda. Esiste qualche segno palpabile: per esempio, il numero della gente che abbandona la Chiesa nell' anno scorso e' diminuito di un terzo. Invece e' cresciuto, sempre di un terzo, il numero dei battesimi, soprattutto tra gli adulti, e assistiamo al fenomeno delle conversioni, di gente che decide di rientrare nella Chiesa. Per rientrare nella Chiesa, dopo esserne usciti, ci vuole davvero molto coraggio. Questo da' speranza, ma bisogna agire in modo che questi cambiamenti siano duraturi''. Lo stesso cardinale aveva rilasciato ieri a Famiglia Cristiana un'analoga intervista sottolineando la rilevanza della visita di Benmedetto XVI per l'intera Germania ma specialmente per la Baviera. Il viaggio del papa ha un altro significato di saluto: al cardinale Sodano che viaggia con il papa per l'ultima volta nella veste di segertario di Stato. Il Papa fara' ritorno a Roma il prossimo 14 settembre per procedere il giorno seguente al cambio di guardia alla Segreteria di Stato: lascia Sodano e arriva Bertone.



PAPA/DOMANI IN BAVIERA DEBUTTO ALL'ESTERO PER PADRE LOMBARDI
Il nuovo direttore sala stampa vaticana al banco di prova

Città del Vaticano, 8 set. (Apcom) - Primo viaggio di padre Federico Lombardi, nuovo direttore della sala stampa della Santa Sede, a fianco di Benedetto XVI. Domani, il successore di Joaquin Navarro-Valls, salirà a bordo del volo Alitalia per accompagnare Benedetto XVI in Baviera dove resterà fino al 14 settembre.

Padre Lombardi più volte ha chiarito il suo ruolo da 'direttore' della sala stampa e non 'portavoce' del Papa, come invece era solito identificarsi Navarro. Dal momento della sua nomina (avvenuta l'11 luglio), tutte le dichiarazioni emesse dalla sala stampa portavano la firma della Santa Sede e mai del direttore. Un ruolo dunque diverso da quello, più centrale, assunto in 24 anni, da Navarro.



emma3
Sunday, September 10, 2006 1:39 AM
I discorsi del Santo Padre


Cerimonia di benvenuto - aeroporto di Monaco

Con viva emozione metto oggi, per la prima volta dopo la mia elevazione alla Cattedra di Pietro, il piede su Terra tedesca e bavarese. Torno nella mia Patria, tra la mia gente, col programma di visitare alcuni luoghi che hanno avuto un'importan­za fondamentale nella mia vita. Sono grato al Signor Presidente della Repubblica, Dr. Horst Köhler, per le espressioni di cordiale benvenuto che mi ha rivolto. In esse ho percepito l'eco fedele dei sentimenti dell'intero nostro popolo. Ringrazio la Signora Cancelliere, Dr. Angela Merkel, e il Signor Ministro Presidente, Dr. Edmund Stoiber, per la gentilezza con cui hanno voluto onorare il mio arrivo in terra tedesca. Il mio saluto riconoscente si estende inoltre ai membri del Governo, alle Personalità ecclesiastiche, civili e militari qui convenute, come anche a tutti coloro che hanno voluto essere presenti per accogliermi in questa visita per me tanto importante.
In questo momento emergono nel mio animo molti ricordi degli anni passati a Monaco e Ratisbona: sono ricordi di persone e di vicende che hanno lasciato in me una traccia profonda. Consapevole di quanto ho ricevuto, sono qui innanzitutto per esprimere il vivo senso di riconoscenza che provo verso tutti coloro che hanno contribuito a formare la mia personalità. Ma sono qui anche come Successore dell'apostolo Pietro, per riaffermare e confermare i profondi legami che esistono tra la Sede di Roma e la Chiesa nella nostra Patria.
Sono legami che hanno una storia secolare, alimentata dalla ferma adesione ai valori della fede cristiana, una adesione della quale possono vantarsi in modo particolare proprio le regioni bavaresi. Ne danno testimonianza monumenti famosi, maestose cattedrali, statue e dipinti di grande valore artistico, opere letterarie, iniziative culturali e soprattutto tante vicende di singoli e di comunità nelle quali si rispecchiano le convinzioni cristiane delle generazioni che si sono succedute su questa Terra a me tanto cara. I rapporti della Baviera con la Santa Sede, pur con qualche momento di tensione, sono sempre stati improntati a rispettosa cordialità. Nelle ore decisive della sua storia, poi, il popolo bavarese ha sempre confermato la sua sincera devozione alla Cattedra di Pietro ed il fermo attaccamento alla fede cattolica. La Mariensäule, che s'innalza nella piazza centrale di Monaco, ne è eloquente testimonianza.
Il contesto sociale odierno è sotto molti aspetti diverso da quello del passato. Penso tuttavia che siamo tutti uniti nella speranza che le nuove generazioni restino fedeli al patrimonio spirituale che, attraverso tutte le crisi della storia, ha resistito. La mia visita alla Terra che mi ha dato i natali vuol essere anche un incoraggiamento in questo senso: la Baviera è una parte della Germania; appartenendo alla storia della Germania nei suoi alti e bassi, può con buona ragione essere fiera delle tradizioni ereditate dal passato. Il mio augurio è che tutti i miei compatrioti nella Baviera e nell'intera Germania si facciano parte attiva nella trasmissione dei valori fondamentali della fede cristiana ai cittadini di domani. Ben volentieri avrei esteso la mia visita anche ad altre parti della Germania, per toccare tutte le varie Chiese locali, in particolare quelle alle quali mi legano personali ricordi. Molti sono stati i segni di affetto che ho ricevuto da tutte le parti e specialmente dalle Diocesi bavaresi in questo inizio di Pontificato. Colgo volentieri anche questa occasione per esprimere a tutti la mia gratitudine, mentre affido alla Provvidenza la possibilità di futuri incontri con quelle Chiese particolari.
Adempio infine il gradito dovere di rivolgere una sentita parola di apprezzamento per quanto è stato fatto in preparazione degli appuntamenti previsti per i prossimi giorni per assicurare il sereno svolgimento delle varie fasi della visita. Inoltre desidero salutare con grande affetto tutti gli abitanti della Baviera e dell'intera Germania: non penso soltanto ai fedeli cattolici, ai quali la mia visita è in primo luogo diretta, ma anche agli aderenti alle altre Chiese e Comunità ecclesiali, in modo particolare ai cristiani luterani e ortodossi. Saluto infine i seguaci di altre religioni, come pure tutte le persone di buona volontà che hanno a cuore la pace e la serenità del Paese. Voglia il Signore benedire gli sforzi di tutti in vista dell'edificazio­ne di un futuro di autentico benessere umano a vantaggio dell'intera comunità nazionale. Affido questi voti alla Vergine Maria, venerata in questa Terra col titolo di Patrona Bavariae. Lo faccio con le parole di Jakob Balde, consegnate in una invocazione divenuta classica: Rem regem regimen regionem religionem conserva Bavaris, Virgo Patrona, tuis! - Conserva ai tuoi Bavaresi, o Vergine Patrona, i beni, l'autorità politica, il Paese, la religione! A tutti i presenti un cordiale "Grüß Gott!"


Discorso alla Mariensäule - Monaco

Signora Cancelliere e Signor Ministro Presidente,
Signori Cardinali,
Cari Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Signori, gentili Signore,
Cari fratelli e sorelle!

È per me motivo di particolare emozione trovarmi di nuovo in questa bellissima piazza ai piedi della Mariensäule – un luogo che già altre due volte ha registrato svolte decisive nella mia vita. Qui, quasi trent'anni fa, i fedeli mi accolsero con cordialità e gioia come loro nuovo Arcivescovo: cominciai allora il mio servizio con una preghiera alla Madonna. Qui, cinque anni dopo, essendo stato chiamato dal Papa a Roma, mi congedai dalla mia Diocesi, rivolgendo ancora una volta una preghiera alla Patrona Bavariae, per affidare alla sua protezione la "mia" città e la mia Patria. Oggi mi trovo di nuovo qui – questa volta come Successore di san Pietro.
Ringrazio il Signor Ministro Presidente, Dr. Edmund Stoiber, per il cordiale indirizzo di benvenuto che mi ha rivolto in nome del Governo bavarese. Ringrazio pure il mio caro successore come Pastore dell'Arcidiocesi di München-Freising, il Signor Cardinale Friedrich Wetter, per le parole calorose con cui ha interpretato i sentimenti dell'Arcidiocesi. Saluto la Signora Cancelliere, Dr. Angela Merkel, e tutte le Personalità politiche, civili e militari che hanno voluto partecipare a questo breve incontro di benvenuto e di preghiera. Un particolare saluto desidero riservare ai sacerdoti, specialmente a coloro con cui, come sacerdote e come Vescovo, ho collaborato nella mia Diocesi d'origine, München-Freising. Saluto infine con grande affetto tutti voi, cari compatrioti ed amici, convenuti in questa piazza per tributarmi la testimonianza del vostro simpatia! Vi ringrazio per la vostra accoglienza calorosa, con un particolare pensiero per tutti coloro che hanno collaborato nella preparazione di questo incontro e dell'intero mio viaggio!
Forse mi permettete di tornare in questa occasione su un pensiero che, nelle mie brevi memorie, ho sviluppato nel contesto della mia nomina di Arcivescovo di Monaco e Frisinga. Divenni successore di san Corbiniano. Della sua leggenda mi ha affascinato fin dalla mia infanzia la storia, secondo la quale un orso avrebbe sbranato l'animale da sella del santo, quando questi si trovò in viaggio verso Roma. Come punizione, racconta la leggenda, il santo caricò sulla schiena dell'orso il fardello portato prima dal cavallo. L'orso dovette così trasportarlo, valicando le Alpi, fino a Roma, e solo lì il santo lo lascio libero di andarsene. Nel 1977, messo davanti alla difficile scelta di accettare o no la nomina ad Arcivescovo di Monaco e Frisinga che mi avrebbe strappato alla mia amata attività universitaria, questo orso che porta il carico mi ricordò l'interpretazione che sant'Agostino dà dei versetti 22 e 23 del Salmo 73. Il salmista, interrogandosi sul perché della sofferenza di chi sta dalla parte di Dio, dice: "Ero stolto e non capivo, davanti a te stavo come una bestia. Ma io sono con te sempre". Agostino, vedendo nel termine "bestia" un riferimento all'animale da tiro che viene usato dal contadino per lavorare la terra, vi riconobbe un'immagine di se stesso sotto il carico del suo servizio episcopale, la "sarcina episcopalis". Aveva scelto la vita dell'uomo di studio e Dio lo aveva chiamato a fare "l'animale da tiro", la bestia da soma, il bravo bue che tira l'aratro nel campo di Dio che è questo mondo… Ma proprio qui il Salmo gli dava l'illuminazione pacificatrice: come l'animale da tiro è quello più vicino al contadino e, sotto la sua guida, compie per lui il lavoro pesante che gli è affidato, così il Vescovo, nel suo umile servizio, è vicinissimo a Dio, perché svolge un servizio importante per il suo Regno.
Sullo sfondo di questo pensiero del Vescovo di Ippona, l'orso di san Corbiniano mi incoraggia sempre di nuovo a compiere il mio servizio con gioia e fiducia – trent'anni fa come anche adesso nel mio nuovo incarico – dicendo giorno per giorno il mio "sì" a Dio: Sono divenuto per te come una bestia da soma, ma proprio così "io sono con te sempre" (Sal 73,23). L'orso di san Corbiniano, a Roma, fu lasciato libero. Nel mio caso, il "Padrone" ha deciso diversamente. Mi trovo, dunque, di nuovo ai piedi della Mariensäule per implorare l'intercessione e la benedizione della Madre di Dio, questa volta non solo per la città di Monaco e per la Baviera, ma per la Chiesa universale e per tutti gli uomini di buona volontà.


Preghiera alla Mariensäule - Monaco

Santa Madre del Signore,

i nostri antenati, in un periodo di tribolazione, hanno eretto qui, nel cuore della città di Monaco, la tua immagine, per affidarTi la città e il Paese. Sulle vie del loro quotidiano volevano incontrarTi sempre di nuovo ed imparare da Te come vivere in modo giusto la loro umana esistenza; imparare da Te come poter trovare Dio e così trovare l'accordo tra di loro. Essi Ti hanno donato la corona e lo scettro, che allora erano i simboli della signoria sul Paese, perché sapevano che così il potere e il dominio sarebbero stati nelle mani giuste – nelle mani della Madre.
Il tuo Figlio, poco prima dell'ora del congedo, ha detto ai suoi discepoli: "Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti" (Mc 10,43s). Tu, nell'ora decisiva della tua vita hai detto: "Eccomi, sono la serva del Signore" (Lc 1,38) e hai vissuto tutta la tua esistenza come servizio. Questo Tu continui a fare lungo i secoli della storia. Come una volta, a Cana, intercedesti silenziosamente e con discrezione per gli sposi, così fai sempre: Ti carichi di tutte le preoccupazioni degli uomini e le porti davanti al Signore, davanti al Figlio tuo. Il tuo potere è la bontà. Il tuo potere è il servire.
Insegna a noi – grandi e piccoli, dominatori e servitori – a vivere in questo modo la nostra responsabilità. Aiutaci a trovare la forza per la riconciliazione e per il perdono. Aiutaci a diventare pazienti ed umili, ma anche liberi e coraggiosi, come lo sei stata Tu nell'ora della Croce. Tu porti sulle tue braccia Gesù, il Bambino che benedice, il Bambino che pur è il Signore del mondo. In questo modo, portando Colui che benedice, sei diventata Tu stessa una benedizione. Benedici noi, questa città e questo Paese! Mostraci Gesù, il frutto benedetto del tuo seno! Prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen!

monaco di baviera, 9 settembre 2006








[Modificato da emma3 10/09/2006 1.40]

[Modificato da emma3 10/09/2006 1.40]

ratzi.lella
Sunday, September 10, 2006 2:01 PM
in attesa della traduzione ufficiale...
PAPA: 'L'ISLAM E' SPAVENTATO DA UN OCCIDENTE CHE OSCURA DIO'

MONACO DI BAVIERA - L'Islam cosi' come le popolazioni dell Africa e dell Asia si spaventano di fronte ad un Occidente che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo . La vera minaccia per la loro identita , mette in guardia Benedetto XVI, non viene vista nella fede cristiana, ma nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della liberta ed eleva l utilita a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca . Nell'omelia che ha pronunciato alla grande messa di Monaco di Baviera il Papa tedesco e' tornato sul grande tema del rispetto della liberta religiosa che l'anno scorso aveva scatenato la bufera delle vignette blasfeme contro Maometto.

Questo cinismo non é il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno - aggiunge Papa Ratzinger - comprende il timor di Dio, il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra. Durante l'omelia il pontefice ha insistito sul rispetto del "sacro per le altre religioni. Ma cio presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio. Questo senso di rispetto può essere rigenerato nel mondo occidentale soltanto se cresce di nuovo la fede in Dio, se Dio saràdi nuovo presente per noi ed in noi . Infine un cenno alla scottante questione del proselitismo: i cristiani, ammonisce, non impongono la fede a nessuno perche e una attivita contraria al cristianesimo . La fede puo svilupparsi solo nella liberta.

Benedetto XVI ha chiesto ai cattolici tedeschi di pregare affinche giustizia e amore diventino forze decisive nell ordine del mondo. La grande messa di Monaco si e' aperta con la speranza che Dio possa regnare sulla terra. E una preghiera che scuote il nostro cuore questa, ha affermato il pontefice nell omelia. Poi esorta a fare in modo che Dio diventi la forza determinante per la nostra vita e il nostro agire . Se tutti pensano e vivono secondo Dio allora diventiamo tutti uguali, diventiamo liberi e cosi nasce la vera fraternita . Tuttavia, lamenta il Papa tedesco, l'uomo di oggi e sordo al Vangelo. Esiste una debolezza di udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo . E la conseguenza di questo deficit riduce in modo drastico e pericoloso l'orizzonte della vita dell'uomo. Alla grande messa nella spianata del quartiere fieristico davanti ad oltre 250 mila persone il pontefice insiste sul concetto dell ordine sociale quale espressione irrinunciabile della nostra fede che parla logicamente anche di Dio di cui siamo figli.

E' necessario per la convivenza pacifica tra i popoli porre Dio al centro della realta' e come centro della nostra vita personale. Il Papa all'Angelus recitato al termine della grande messa celebrata a Monaco di Baviera davanti a centinaia di migliaia di persone affida alla Madonna le tribolazioni del mondo esortando la Chiesa a non smettere di invocare il suo aiuto. Domani Benedetto XVI si rechera ad Altoetting dove sorge uno dei santuari mariani piu cari ai tedeschi per inaugurare la nuova cappella dell Adorazione.

La spianata del quartiere fieristico dove e' stato montato l'altare per la grande messa di Benedetto XVI e' praticamente piena. Tutti i settori predisposti dagli organizzatori per meglio controllare il flusso delle persone si sono riempiti. I pellegrini attesi dalla diocesi di Monaco, secondo le stime della vigilia, erano circa 250 mila ma il loro numero potrebbe essere stato superato vista la massiccia affluenza, complice anche la bella giornata di sole.

Il secondo dei sei giorni di pellegrinaggio nella sua regione natale è consacrato ad una celebrazione in cui al centro della riflessione papale vi sarà il tema della riscoperta di Dio e della fede nella società contemporanea.

(ANSA)


PAPA: CARD.LEHMANN, NON ESAGERIAMO ATTESE DA VISITA, STAMPA

(ANSA) - BERLINO, 10 SET - Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, card. Karl Lehmann, in una dichiarazione al domenicale Frankfurter Allgemeine Sonntagzeitung di oggi invita i fedeli tedeschi a non caricare di eccessive aspettative la visita del papa Benedetto XVI in Germania, cominciata ieri. Il giornale usa come titolo la frase di Lehmann: "Il Papa per prima cosa è un essere umano". "Una cosa buona per noi è non sovraccaricare questa visita con attese verso il Papa e non cercare di usare questa visita nel proprio interesse", ha detto Lehmann al giornale. La visita in Baviera di Benedetto XVI ha una nota molto personale. "Permettiamo al Papa in questa visita di essere particolarmente un essere umano, senza per questo volerlo usare a favore o contro qualcosa - afferma Lehmann - questo può essere il nostro regalo al Santo Padre". (ANSA).

Ratzigirl
Sunday, September 10, 2006 2:18 PM
Omelia 10 settembre 2006 (Viaggio apostolico in Baviera, Monaco - ore 10.30)



Cari fratelli e sorelle!
Innanzitutto vorrei salutarvi tutti con affetto: sono lieto di potermi trovare di nuovo tra voi e celebrare insieme con voi la Santa Messa. Sono lieto di poter ancora una volta visitare i luoghi a me familiari, che hanno avuto un influsso determinante sulla mia vita, formando il mio pensiero e i miei sentimenti: i luoghi nei quali ho imparato a credere ed a vivere. È un'occasio¬ne per ringraziare tutti coloro – viventi e morti – che mi hanno guidato ed accompagnato. Ringrazio Dio per questa bella Patria e per le persone che me l'hanno resa e me la rendono tuttora Patria.

Abbiamo appena ascoltato le tre letture bibliche che la liturgia della Chiesa ha scelto per questa domenica. Tutte e tre sviluppano un duplice tema, che in fondo rimane un unico tema, accentuandone – a seconda delle circostanze – l'uno o l'altro aspetto. Tutte e tre le letture parlano di Dio come centro della realtà e come centro della nostra vita personale. "Ecco il vostro Dio!" grida il profeta Isaia (35,4). La Lettera di Giacomo e il brano evangelico dicono a loro modo la stessa cosa. Vogliono guidarci verso Dio, portandoci così sulla retta via. Con il tema "Dio", però, è connesso il tema sociale: la nostra responsabilità reciproca, la nostra responsabilità per la supremanzia della giustizia e dell'amore nel mondo. Questo viene espresso in modo drammatico nella seconda lettura, in cui Giacomo, un parente stretto di Gesù, ci parla. Egli si rivolge ad una comunità, nella quale si comincia ad essere superbi, perché in essa si trovano anche persone benestanti e distinte, mentre c'è il pericolo che la preoccupazione per il diritto dei poveri venga meno. Giacomo, nelle sue parole, lascia intuire l'immagine di Gesù, di quel Dio che si fece uomo e, pur essendo di origine davidica, cioè regale, diventò un uomo semplice tra uomini semplici, non si sedette su un trono, ma alla fine morì nella povertà estrema della Croce. L'amore del prossimo, che in primo luogo è sollecitudine per la giustizia, è la pietra di paragone per la fede e per l'amore di Dio. Giacomo lo chiama "legge regale" (cfr 2,8) lasciando intravedere la parola preferita di Gesù: la regalità di Dio, il dominio di Dio. Questo non indica un regno qualsiasi che arriverà una volta o l'altra, ma significa che Dio deve diventare la forza determinante per la nostra vita e il nostro agire. È questo che domandiamo, quando preghiamo: "Venga il tuo Regno". Non chiediamo una qualche cosa lontana, che noi stessi forse non desideriamo neanche di sperimentare. Preghiamo invece perché la volontà di Dio determini ora la nostra volontà e così Dio regni nel mondo; preghiamo dunque perché la giustizia e l'amore diventino forze decisive nell'ordine del mondo. Una tale preghiera si rivolge certamente in primo luogo a Dio, ma scuote anche il nostro stesso cuore. In fondo, lo vogliamo davvero? Stiamo orientando la nostra vita in quella direzione? Giacomo chiama la "legge regale", la legge della regalità di Dio, anche "legge della libertà": se tutti pensano e vivono secondo Dio, allora diventiamo tutti uguali, diventiamo liberi e così nasce la vera fraternità. Isaia, nella prima lettura, parlando di Dio parla al tempo stesso della salvezza per i sofferenti, e Giacomo, parlando dell'ordine sociale come espressione irrinunciabile della nostra fede, parla logicamente anche di Dio, di cui siamo figli.

Ma ora dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al Vangelo che racconta la guarigione di un sordo-muto da parte di Gesù. Anche lì incontriamo di nuovo i due aspetti dell'unico tema. Gesù si dedica ai sofferenti, a coloro che sono spinti ai margini della società. Li guarisce e, aprendo loro così la possibilità di vivere e di decidere insieme, li introduce nell'uguaglianza e nella fraternità. Questo riguarda ovviamente tutti noi: Gesù ci indica la direzione del nostro agire. Tutta la vicenda presenta però ancora una dimensione più profonda, che i Padri della Chiesa hanno messo in luce con insistenza e che concerne in modo speciale anche noi oggi. I Padri parlano degli uomini e per gli uomini del loro tempo. Ma quello che dicono riguarda in modo nuovo anche noi uomini moderni. Non esiste soltanto la sordità fisica, che taglia l'uomo in gran parte fuori della vita sociale. Esiste una debolezza d'udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo. Noi, semplicemente, non riusciamo più a sentirlo – sono troppe le frequenze diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che si dice di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al nostro tempo. Con la debolezza d'udito o addirittura la sordità nei confronti di Dio si perde naturalmente anche la nostra capacità di parlare con Lui o a Lui. Così, però, viene a mancarci una percezione decisiva. I nostri sensi interiori corrono il pericolo di spegnersi. Con il venir meno di questa percezione viene però circoscritto poi in modo drastico e pericoloso il raggio del nostro rapporto con la realtà. L'orizzonte della nostra vita si riduce in modo preoccupante.

Il Vangelo ci racconta che Gesù pose le dita negli orecchi del sordomuto, mise un po' della sua saliva sulla lingua del malato e disse: "Effatà" – "Apriti!" L'evangelista ha conservato per noi l'originale parola aramaica che Gesù allora pronunciò, trasferendoci così direttamente in quel momento. Quello che lì viene raccontato è una cosa unica, e tuttavia non appartiene ad un passato lontano: la stessa cosa Gesù la realizza in modo nuovo e ripetutamente anche oggi. Nel Battesimo Egli ha compiuto su di noi questo gesto del toccare e ci ha detto: "Effatà" – Apriti!", per renderci capaci di sentire Dio e per ridonarci così anche la possibilità di parlare con Lui. Ma questo evento, il Sacramento del Battesimo, non possiede niente di magico. Il Battesimo dischiude un cammino. Ci introduce nella comunità di coloro che sono capaci di ascoltare e di parlare; ci introduce nella comunione con Gesù stesso che, unico, ha visto Dio e quindi ha potuto parlare di Lui (cfr Gv 1,18): mediante la fede, Gesù vuole condividere con noi il suo vedere Dio, il suo ascoltare il Padre e parlare con Lui. Il cammino dell'essere battezzati deve diventare un processo di sviluppo progressivo, nel quale noi cresciamo nella vita di comunione con Dio, raggiungendo così anche uno sguardo diverso sull'uomo e sulla creazione.

Il Vangelo ci invita a renderci conto che in noi esiste un deficit riguardo alla nostra capacità di percezione – una carenza che inizialmente non avvertiamo come tale, perché appunto tutto il resto si raccomanda per la sua urgenza e ragionevolezza; perché apparentemente tutto procede in modo normale, anche se non abbiamo più orecchi ed occhi per Dio e viviamo senza di Lui. Ma è vero che tutto procede semplicemente, quando Dio viene a mancare nella nostra vita e nel nostro mondo? Prima di porre ulteriori domande vorrei raccontare un po' delle mie esperienze negli incontri con i Vescovi di tutto il mondo. La Chiesa cattolica in Germania è grandiosa nelle sue attività sociali, nella sua disponibilità ad aiutare ovunque ciò si riveli necessario. Sempre di nuovo, durante le loro visite "ad limina", i Vescovi, ultimamente quelli dell'Africa, mi raccontano con gratitudine della generosità dei cattolici tedeschi e mi incaricano di rendermi interprete di questa loro gratitudine. Anche i Vescovi dei Paesi Baltici, venuti recentemente, mi hanno parlato di come i cattolici tedeschi li hanno aiutati in modo grandioso nella ricostruzione delle loro chiese gravemente fatiscenti a causa dei decenni di dominio comunista. Ogni tanto, però, qualche Vescovo africano dice: "Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve“. Ovviamente esiste in alcuni l'idea che i progetti sociali siano da promuovere con massima urgenza, mentre le cose che riguardano Dio o addirittura la fede cattolica siano cose piuttosto particolari e di minor importanza. Tuttavia l'esperien¬za di quei Vescovi è proprio che l'evangelizzazione deve avere la precedenza, che il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto ed amato, deve convertire i cuori, affinché anche le cose sociali possano progredire, affinché s'avvii la riconciliazione, affinché – per esempio – l'AIDS possa essere combattuto affrontando veramente le sue cause profonde e curando i malati con la dovuta attenzione e con amore. Il fatto sociale e il Vangelo sono inscindibili tra loro. Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco. Allora sopravvengono ben presto i meccanismi della violenza, e la capacità di distruggere e di uccidere diventa la capacità prevalente per raggiungere il potere – un potere che una volta o l'altra dovrebbe portare il diritto, ma che non ne sarà mai capace. In questo modo ci si allontana sempre di più dalla riconciliazione, dall'impegno comune per la giustizia e l'amore. I criteri, secondo i quali la tecnica entra a servizio del diritto e dell'amore, si smarriscono; ma è proprio da questi criteri, che tutto dipende: criteri che non sono soltanto teorie, ma che illuminano il cuore portando così la ragione e l'agire sulla retta via.

Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra. Questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio. Questo senso di rispetto può essere rigenerato nel mondo occidentale soltanto se cresce di nuovo la fede in Dio, se Dio sarà di nuovo presente per noi ed in noi.

Questa fede non la imponiamo a nessuno. Un simile genere di proselitismo è contrario al cristianesimo. La fede può svilupparsi soltanto nella libertà. Facciamo però appello alla libertà degli uomini di aprirsi a Dio, di cercarlo, di prestargli ascolto. Noi qui riuniti chiediamo al Signore con tutto il cuore di pronunciare nuovamente il suo "Effatà!", di guarire la nostra debolezza d'udito per Dio, per il suo operare e per la sua parola, di renderci capaci di vedere e di ascoltare. Gli chiediamo di aiutarci a ritrovare la parola della preghiera, alla quale ci invita nella liturgia e la cui formula essenziale ci ha donato nel Padre nostro.

Il mondo ha bisogno di Dio. Noi abbiamo bisogno di Dio. Di quale Dio? Nella prima lettura, il profeta si rivolge a un popolo oppresso dicendo: “La vendetta di Dio verrà” (vgl 35,4). Noi possiamo facilmente intuire come la gente si immaginava tale vendetta. Ma il profeta stesso rivela poi in che cosa essa consiste: nella bontà risanatrice di Dio. La spiegazione definitiva della parola del profeta, la troviamo in Colui che è morto sulla Croce: in Gesù, il Figlio di Dio incarnato. La sua “vendetta” è la Croce: il “No” alla violenza, “l’amore fino alla fine”. È questo il Dio di cui abbiamo bisogno. Non veniamo meno al rispetto di altre religioni e culture, al profondo rispetto per la loro fede, se confessiamo ad alta voce e senza mezzi termini quel Dio che alla violenza oppone la sua sofferenza; che di fronte al male e al suo potere innalza, come limite e superamento, la sua misericordia. A Lui rivolgiamo la nostra supplica, perché Egli sia in mezzo a noi e ci aiuti ad essergli testimoni credibili. Amen!

Ratzigirl
Monday, September 11, 2006 12:43 AM
Celebrazione Vespri 10 Settembre 2006 - Viaggio Apostolico in Baviera

Benedetto XVI si rivolge ai bambini della prima comunione, ai loro genitori e ai loro insegnanti. L'invito ad essere persone luminose, a partecipare insieme alla messa, a pregare in casa. "La preghiera ci porta verso Dio e verso gli altri".



Cari bambini di Prima Comunione!
Cari genitori ed educatori!

La lettura che abbiamo appena ascoltato è un brano dell'ultimo libro degli scritti neotestamentari, la cosiddetta Apocalisse. Al veggente viene concesso uno sguardo verso l'alto, nel cielo, e in avanti, verso il futuro. Ma proprio così egli parla anche della terra e del presente, della nostra vita. Infatti durante la nostra vita siamo tutti in cammino, progredendo verso il futuro. E vogliamo trovare la strada giusta: scoprire la vita vera, non finire in un vicolo cieco o nel deserto. Non vogliamo dover dire alla fine: ho preso la strada sbagliata, la mia vita è fallita, è andata male. Noi vogliamo gioire della vita; vogliamo, come ha detto una volta Gesù, "avere la vita in abbondanza".

Ma ascoltiamo ora il veggente dell'Apocalisse. Che cosa dice? Egli parla di un mondo riconciliato. Di un mondo nel quale uomini "di ogni nazione, razza, popolo e lingua" (7, 9) sono riuniti nella gioia. Come può avvenire una tal cosa? Qual è la strada che vi porta? La prima cosa, la più importante è: queste persone vivono con Dio; Egli ha steso "la sua tenda sopra di loro" (7,15), dice la nostra Lettura. Che cosa è questa "tenda di Dio"? Dove si trova? Come possiamo arrivarci? Il veggente allude forse al primo capitolo del Vangelo di Giovanni, dove si legge: "E il Verbo si fece carne e pose la tenda fra noi" (1, 14). Dio non è lontano da noi, in qualche luogo molto distante dell'universo, dove nessuno può arrivare. Egli ha posto la sua tenda fra noi: in Gesù è divenuto uno di noi, con carne e sangue come noi. È questa la sua tenda. E nell'Ascensio¬ne non è andato in qualche luogo lontano da noi. La sua tenda, Egli stesso con il suo Corpo, rimane tra noi come uno di noi. Possiamo dargli del Tu e parlare con Lui. Egli ci ascolta, e se siamo attenti, sentiamo anche che Egli risponde.

Ripeto: in Gesù è Dio che si "attenda" tra noi. Ma ripeto anche: Dov'è che ciò avviene? Alla domanda la nostra Lettura dà due risposte. Essa dice degli uomini riconciliati che "hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello" (7, 14). Questo suona molto strano per noi. Nel linguaggio cifrato del veggente, ciò costituisce un accenno al Battesimo. La parola circa il "sangue dell'Agnello" allude all'amore di Gesù che Egli ha conservato fino alla morte cruenta. Questo amore divino e insieme umano è il lavacro nel quale Egli ci immerge nel Battesimo – il lavacro col quale ci lava, rendendoci così puliti da essere adatti a Dio, da poter vivere in compagnia con Lui. L'atto del Battesimo, però, è solo un inizio. Nel camminare con Gesù, nella fede e nella vita con Lui, il suo amore ci tocca per purificarci e renderci luminosi. Secondo l'idea del mondo antico, il bianco era il colore della luce. Le bianche vesti significano che nella fede diventiamo luce, deponiamo le tenebre, la menzogna, la finzione, il male in genere, diventiamo persone chiare, adeguate per Dio. L'abito battesimale come quello della Prima Comunione vogliono ricordarcelo e dirci: mediante la convivenza con Gesù e con la comunità dei credenti, con la Chiesa, diventa tu stesso una persona luminosa, una persona di verità e di bontà – una persona dalla quale traspare lo splendore del bene, della bontà di Dio stesso.

La seconda risposta alla domanda “dove troviamo Gesù” il veggente ce la dà nuovamente nel suo linguaggio cifrato. Egli dice che l’Agnello guida la moltitudine di persone di ogni cultura e nazione alle fonti d’acqua viva. Senza acqua non c’è vita. Lo sapevano bene persone, la cui patria confinava col deserto. Così l’acqua sorgiva è diventata per loro il simbolo per eccellenza della vita. L’Agnello, cioè Gesù, guida gli uomini alle fonti della vita. Fa parte di queste fonti della vita la Sacra Scrittura, in cui Dio ci parla e ci insegna a vivere in modo giusto. La vera fonte è Gesù stesso, nel quale Dio si dona a noi. E questo lo fa soprattutto nella santa Comunione, nella quale possiamo, per così dire, bere direttamente alla fonte della vita: Egli viene a noi e si unisce a ciascuno di noi. Possiamo costatarlo: mediante l’Eucaristia, il Sacramento della Comunione, si forma una comunità che oltrepassa tutti i confini e abbraccia tutte le lingue – la Chiesa universale, nella quale Dio parla e vive con noi. È in questo modo che dobbiamo ricevere la santa Comunione: come incontro con Gesù, con Dio stesso, che ci guida alle fonti della vita vera.
Cari genitori! Vorrei invitarvi vivamente ad aiutare i vostri bambini a credere, invitarvi ad accompagnarli nel loro cammino verso la Comunione, nel loro cammino verso Gesù e con Gesù. Vi prego, andate insieme con i vostri bambini in chiesa per partecipare alla Celebrazione eucaristica della domenica! Voi vedrete che questo non è tempo perso; è invece ciò che tiene la famiglia veramente unita, dandole il suo centro. La domenica diventa più bella, tutta la settimana diventa più bella, se insieme partecipate alla Liturgia domenicale. E, per favore, pregate anche a casa insieme: a tavola e prima di andare a dormire. La preghiera ci porta non solo verso Dio, ma anche l’uno verso l’altro. È una forza di pace e di gioia. La vita nella famiglia diventa più festosa e acquista un più ampio respiro, se Dio vi è presente e si sperimenta questa sua vicinanza nella preghiera.

Cari insegnanti di religione e cari educatori! Vi prego di cuore di tener presente nella scuola la ricerca di Dio, di quel Dio che in Gesù Cristo si è reso a noi visibile. So che nel nostro mondo pluralista è difficile avviare nella scuola il discorso sulla fede. Ma non è affatto sufficiente, che i bambini e i giovani acquistino nella scuola soltanto delle conoscenze e delle abilità tecniche, e non i criteri che alle conoscenze e alle abilità danno un orientamento e un senso. Stimolate gli alunni a porre domande non soltanto su questo e su quello, ma a chiedere sul “da dove” e sul “verso dove” della nostra vita. Aiutateli a rendersi conto che tutte le risposte che non giungono fino a Dio sono troppo corte.

Cari Pastori d’anime e tutti voi che svolgete attività di aiuto nella parrocchia! A voi chiedo di fare tutto il possibile per rendere la parrocchia una patria interiore per la gente – una grande famiglia, in cui sperimentiamo al contempo la famiglia ancora più grande della Chiesa universale, imparando mediante la liturgia, la catechesi e tutte le manifestazioni della vita parrocchiale a camminare insieme sulla via della vita vera.

Tutti e tre i luoghi della formazione – famiglia, scuola e parrocchia – vanno insieme e ci aiutano a trovare la strada verso le fonti della vita, verso “la vita in abbondanza”. Amen!

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