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Ratzigirl
Saturday, May 28, 2005 7:56 PM
Una nave per angelo custode
PAPA/NAVE SAN GIUSTO COI SUOI CANNONI E RADAR VIGILA SU RATZINGER

Predisposto 'normale' dispositivo sicurezza per il pontefice



L'angelo custode della messa di domani di Benedetto XVI si chiama "San Giusto". E' la nave super attrezzata della Marina Militare, dotata di sistemi di scoperta radar, cannone e mitragliere, in grado di colpire bersagli a corto e medio raggio. E' ormeggiata da due giorni a mezzo chilometro di distanza dal palco papale, nella spianata di Marisabella dove gli organizzatori del Congresso Eucaristico hanno allestito il grande palco a forma di conchiglia, rivolto a oriente. Avrà il compito di vigilare sul grande raduno di domani.

Guido Bertolaso ha definito la nave di "protezione civile" poiché a bordo vi è una ricca dotazione di strutture di pronto intervento sanitario ed un elicottero pronto ad alzarsi in volo in caso di necessità. Tutta la zona costiera è off limit alle imbarcazioni per un raggio di alcune miglia marine e vedette della Capitaneria garantiranno il monitoraggio dall'acqua. A questo si aggiungono unità di sommozzatori e reparti speciali antiterrorismo persino sotto il palco papale. Ma chi ha curato il piano relativo alla sicurezza spiega che è solo il normale dispositivo previsto per ogni trasferta del Papa.

Il clima a Bari è di attesa e tranquillità. Nessun tipo di allarme, né rischi particolari segnalati. Unica preoccupazione per gli organizzatori il caldo che domani potrebbe causare qualche malore. Per questo sono state dislocate 60 tra ambulanze e moto mediche. Finora al Congresso, in questi sei giorni di kermesse al centro fieristico, sono stati registrati 172 interventi sanitari. Nulla di grave, solo "codici verdi".

Ratzigirl
Sunday, May 29, 2005 2:10 AM
Evento disponibile
Dalle ore 9.00 la visita PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A BARI e la Celebrazione Eucaristica a conclusione del Congresso Eucaristico Nazionale e recita dell'ANGELUS DOMINI sarà disponibile per tutti gli utenti sky sul canale 819.



ATTENZIONE: L'EVENTO SI PUO' SEGUIRE ANCHE TRAMITE IL SERVIZIO DEL CENTRO TELEVISIVO VATICANO CLICCANDO QUI SEMPRE DALLE ORE 9.00

[Modificato da Ratzigirl 29/05/2005 2.11]

Ratzigirl
Sunday, May 29, 2005 2:46 PM
Omelia al Congresso Eucaristico - Bari



Il Papa in mezzo alla folla a Bari


OMELIA

“Glorifica il Signore, Gerusalemme, loda, Sion, il tuo Dio” (Sal. resp.). L’invito del Salmista, che riecheggia anche nella Sequenza, esprime molto bene il senso di questa Celebrazione eucaristica: ci siamo raccolti per lodare e benedire il Signore. E' questa la ragione che ha spinto la Chiesa italiana a ritrovarsi qui, a Bari, per il Congresso Eucaristico Nazionale. Anch’io ho voluto unirmi oggi a tutti voi per celebrare con particolare rilievo la Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo, e così rendere omaggio a Cristo nel Sacramento del suo amore, e rafforzare al tempo stesso i vincoli di comunione che mi legano alla Chiesa che è in Italia e ai suoi Pastori. A questo importante appuntamento ecclesiale avrebbe voluto essere presente anche il mio venerato Predecessore, il Papa Giovanni Paolo II. Sentiamo che Egli è vicino a noi e con noi glorifica il Cristo, buon Pastore, che egli può ormai contemplare direttamente.

Saluto con affetto tutti voi che partecipate a questa solenne liturgia: il Cardinale Camillo Ruini e gli altri Cardinali presenti, l’Arcivescovo di Bari, Monsignor Francesco Cacucci, i Vescovi della Puglia e quelli convenuti numerosi da ogni parte d’Italia; i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i laici; in particolare quanti in vari modi hanno cooperato all’organizzazione del Congresso. Saluto altresì le Autorità, che con la loro gradita presenza evidenziano anche come i Congressi Eucaristici facciano parte della storia e della cultura del popolo italiano.

Questo Congresso Eucaristico, che oggi giunge alla sua conclusione, ha inteso ripresentare la domenica come “Pasqua settimanale”, espressione dell’identità della comunità cristiana e centro della sua vita e della sua missione. Il tema scelto – “Senza la domenica non possiamo vivere” - ci riporta all'anno 304, quando l’imperatore Diocleziano proibì ai cristiani, sotto pena di morte, di possedere le Scritture, di riunirsi la domenica per celebrare l’Eucaristia e di costruire luoghi per le loro assemblee. Ad Abitene, una piccola località nell’attuale Tunisia, 49 cristiani furono sorpresi una domenica mentre, riuniti in casa di Ottavio Felice, celebravano l’Eucaristia sfidando i divieti imperiali. Arrestati, vennero condotti a Cartagine per essere interrogati dal Proconsole Anulino. Significativa, tra le altre, la risposta che Emerito diede al Proconsole che gli chiedeva perché mai avessero trasgredito l’ordine dell'imperatore. Egli disse: “Sine dominico non possumus”: senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucaristia non possiamo vivere. Ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere. Dopo atroci torture, i 49 martiri di Abitene furono uccisi. Confermarono così, con l’effusione del sangue, la loro fede. Morirono, ma vinsero: noi ora li ricordiamo nella gloria del Cristo risorto.

E’ un’esperienza, quella dei martiri di Abitene, sulla quale dobbiamo riflettere anche noi, cristiani del ventunesimo secolo. Neppure per noi è facile vivere da cristiani. Da un punto di vista spirituale, il mondo in cui ci troviamo, segnato spesso dal consumismo sfrenato, dall’indifferenza religiosa, da un secolarismo chiuso alla trascendenza, può apparire un deserto non meno aspro di quello “grande e spaventoso” (Dt 8,15) di cui ci ha parlato la prima lettura, tratta dal Libro del Deuteronomio. Al popolo ebreo in difficoltà Dio venne in aiuto col dono della manna, per fargli capire che “l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3). Nel Vangelo di oggi Gesù ci ha spiegato a quale pane Dio, mediante il dono della manna, voleva preparare il popolo della Nuova Alleanza. Alludendo all'Eucaristia ha detto: “Questo è il Pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia di questo Pane vivrà in eterno” (Gv 6,58). Il Figlio di Dio, essendosi fatto carne, poteva diventare Pane, ed essere così nutrimento del suo popolo in cammino verso la terra promessa del Cielo.

Abbiamo bisogno di questo Pane per affrontare le fatiche e le stanchezze del viaggio. La Domenica, Giorno del Signore, è l'occasione propizia per attingere forza da Lui, che è il Signore della vita. Il precetto festivo non è quindi semplicemente un dovere imposto dall'esterno. Partecipare alla Celebrazione domenicale e cibarsi del Pane eucaristico è un bisogno per il cristiano, il quale può così trovare l’energia necessaria per il cammino da percorrere. Un cammino, peraltro, non arbitrario: la strada che Dio indica mediante la sua Legge va nella direzione iscritta nell'essenza stessa dell’uomo. Seguirla significa per l’uomo realizzare se stesso; smarrirla equivale a smarrire se stesso.

Il Signore non ci lascia soli in questo cammino. Egli è con noi; anzi, Egli desidera condividere la nostra sorte fino ad immedesimarsi con noi. Nel colloquio che ci ha riferito poc'anzi il Vangelo Egli dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56). Come non gioire di una simile promessa? Abbiamo sentito però che, a quel primo annuncio, la gente, invece di gioire, cominciò a discutere e a protestare: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (Gv 6,52). Per la verità, quell'atteggiamento s'è ripetuto tante altre volte nel corso della storia. Si direbbe che, in fondo, la gente non voglia avere Dio così vicino, così alla mano, così partecipe delle sue vicende. La gente lo vuole grande e, in definitiva, piuttosto lontano da sé. Si sollevano allora questioni che vogliono dimostrare, alla fine, che una simile vicinanza è impossibile. Ma restano in tutta la loro icastica chiarezza le parole che Cristo pronunciò proprio in quella circostanza: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv 6,53). Di fronte al mormorio di protesta, Gesù avrebbe potuto ripiegare su parole rassicuranti: “Amici, avrebbe potuto dire, non preoccupatevi! Ho parlato di carne, ma si tratta soltanto di un simbolo. Ciò che intendo è solo una profonda comunione di sentimenti”. Ma Gesù non ha fatto ricorso a simili addolcimenti. Ha mantenuto ferma la propria affermazione, anche di fronte alla defezione di molti suoi discepoli (cfr Gv 6,66). Anzi, Egli si è dimostrato disposto ad accettare persino la defezione degli stessi suoi apostoli, pur di non mutare in nulla la concretezza del suo discorso: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67), ha domandato. Grazie a Dio Pietro ha dato una risposta che anche noi, oggi, con piena consapevolezza facciamo nostra: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68).

Nell'Eucaristia Cristo è realmente presente tra noi. La sua non è una presenza statica. E' una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a sé. Lo aveva ben compreso Agostino, che, provenendo da una formazione platonica, aveva stentato molto ad accettare la dimensione “incarnata” del cristianesimo. In particolare, egli reagiva di fronte alla prospettiva del “pasto eucaristico”, che gli sembrava indegno di Dio: nei pasti comuni, infatti, l’uomo risulta il più forte, in quanto è lui ad assimilare il cibo, facendone un elemento della propria realtà corporea. Solo in un secondo tempo Agostino capì che nell’Eucaristia le cose andavano nel senso esattamente opposto: il centro è Cristo che ci attira a sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi una cosa sola con lui (cfr Confess., VII,10,16). In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli.

Qui tocchiamo un’ulteriore dimensione dell’Eucaristia, che vorrei ancora raccogliere prima di concludere. Il Cristo che incontriamo nel Sacramento è lo stesso qui a Bari come a Roma, qui in Europa come in America, in Africa, in Asia, in Oceania. E' l’unico e medesimo Cristo che è presente nel Pane eucaristico di ogni luogo della terra. Questo significa che noi possiamo incontrarlo solo insieme con tutti gli altri. Possiamo riceverlo solo nell’unità. Non è forse questo che ci ha detto l’apostolo Paolo nella lettura ascoltata poc’anzi? Scrivendo ai Corinzi egli afferma: “Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane” (1 Cor 10,17). La conseguenza è chiara: non possiamo comunicare con il Signore, se non comunichiamo tra noi. Se vogliamo presentarci a Lui, dobbiamo anche muoverci per andare gli uni incontro agli altri. Per questo bisogna imparare la grande lezione del perdono: non lasciar lavorare nell’animo il tarlo del risentimento, ma aprire il cuore alla magnanimità dell’ascolto dell’altro, della comprensione nei suoi confronti, dell’eventuale accettazione delle sue scuse, della generosa offerta delle proprie.

L’Eucaristia – ripetiamolo – è sacramento dell’unità. Ma purtroppo i cristiani sono divisi, proprio nel sacramento dell’unità. Tanto più dobbiamo, sostenuti dall’Eucaristia, sentirci stimolati a tendere con tutte le forze a quella piena unità che Cristo ha ardentemente auspicato nel Cenacolo. Proprio qui, a Bari, città che custodisce le ossa di San Nicola, terra di incontro e di dialogo con i fratelli cristiani dell’Oriente, vorrei ribadire la mia volontà di assumere come impegno fondamentale quello di lavorare con tutte le energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Sono cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo (cfr Ai rappresentanti delle Chiese e comunità cristiane e di altre religioni non cristiane, 25 aprile 2005). Chiedo a voi tutti di prendere con decisione la strada di quell’ecumenismo spirituale, che nella preghiera apre le porte allo Spirito Santo, che solo può creare l’unità.

Cari amici venuti a Bari da varie parti d’Italia per celebrare questo Congresso eucaristico, noi dobbiamo riscoprire la gioia della domenica cristiana. Dobbiamo riscoprire con fierezza il privilegio di poter partecipare all’Eucaristia, che è il sacramento del mondo rinnovato. La risurrezione di Cristo avvenne il primo giorno della settimana, che per gli ebrei era il giorno della creazione del mondo. Proprio per questo la domenica era considerata dalla primitiva comunità cristiana come il giorno in cui ha avuto inizio il mondo nuovo, quello in cui, con la vittoria di Cristo sulla morte, è iniziata la nuova creazione. Raccogliendosi intorno alla mensa eucaristica, la comunità veniva modellandosi come nuovo popolo di Dio. Sant’Ignazio di Antiochia qualificava i cristiani come “coloro che sono giunti alla nuova speranza”, e li presentava come persone “viventi secondo la domenica” (“iuxta dominicam viventes”). In tale prospettiva il Vescovo antiocheno si domandava: “Come potremmo vivere senza di Lui, che anche i profeti hanno atteso?” (Ep. ad Magnesios, 9,1-2).

“Come potremmo vivere senza di Lui?”. Sentiamo echeggiare in queste parole di Sant’Ignazio l’affermazione dei martiri di Abitene: “Sine dominico non possumus”. Proprio di qui sgorga la nostra preghiera: che anche i cristiani di oggi ritrovino la consapevolezza della decisiva importanza della Celebrazione domenicale e sappiano trarre dalla partecipazione all’Eucaristia lo slancio necessario per un nuovo impegno nell’annuncio al mondo di Cristo “nostra pace” (Ef 2,14). Amen!
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Monday, May 30, 2005 1:03 PM
Incontro con la Conferenza Episcopale italiana



“L’uomo non può essere mai ridotto a mezzo, ma è un fine”. Benedetto XVI appoggia così l’impegno dei vescovi italiani sul referendum sulla fecondazione assistita. Incontrando i prelati nell’aula del Sinodo in Vaticano, a margine della 54ma assemblea generale della Cei, il papa ha espresso la sua vicinanza all’azione dei vescovi ''nel difendere la sacralità della vita umana e nel promuovere il ruolo famiglia nella società”. “Siete attualmente impegnati – ha detto - a illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum sulla procreazione assistita ormai imminenti: proprio nella sua chiarezza e concretezza questo vostro impegno è segno della sollecitudine di voi pastori verso ogni essere umano che non può mai essere ridotto a mezzo ma e' un fine, come insegna Cristo e come ci dice ragione umana”. “In tale impegno - ha proseguito - vi sono vicino con la parola e la preghiera confidando nella luce e nella grazia”. “Qui non lavoriamo per interessi cattolici, - ha aggiunto - ma sempre per l'uomo creatura di Dio”. “La stessa sollecitudine per il vero bene dell'uomo - ha rimarcato - si esprime nell'attenzione ai poveri che abbiamo tra noi, agli ammalati, agli immigrati, ai popoli decimati dalle malattie e dalle guerre”.

Benedetto XVI ha pronunciato un discorso di spessore che ha toccato numerosi temi. Dopo aver ricordato Giovanni Paolo II, “un padre, un esempio e un amico”, il pontefice ha ringraziato i vescovi e tutti gli italiani per averlo accolto e accettato nonostante “un'età un po' progredita e le debolezze”. Tra le priorità indicate, l’impegno a mantenere vivo il punto di vista cattolico nel dibattito culturale italiano, la difesa e la promozione della famiglia e il dialogo con i giovani che devono sentirsi “amati nella Chiesa”. Il papa ha parlato della necessità di “risvegliare nei giovani l'intenzione di credere con la Chiesa”, di “affidarsi alla fede della Chiesa, di dare fiducia alla Chiesa...”. Al termine dell’udienza, il saluto personale ad ogni prelato, con qualche fuori programma. Il vescovo di Aosta, per esempio, lo ha invitato a Les Combes per quest’estate e Benedetto XVI ha risposto con un "grazie", al quale significativamente è seguita una richiesta di informazioni più dettagliate sulle possibili passeggiate che da grande camminatore, intende fare quest'estate partendo dalla semplice e piccola casa fatta costruire per Giovanni Paolo II a Introd, nella frazione di Les Combes, accanto alla colonia dei salesiani.
Ratzigirl
Wednesday, June 01, 2005 3:11 AM
Motu Proprio de: Il Papa riorganizza S.Paolo fuori le Mura
Benedetto XVI ha deciso con un motu proprio di riorganizzare la vita della Basilica romana, affidata da secoli ai monaci benedettini. E' stato nominato un arciprete e specificata la vocazione del luogo a servizio dell'ecumenismo.




Riorganizzazione per la basilica di San Paolo fuori le Mura, alla quale Benedetto XVI ha tolto il carattere ''territoriale'', ha dato un arciprete, come l'hanno già le altre tre basiliche maggiori di Roma, ed affidato un ruolo speciale in campo ecumenico, affidando ai monaci benedettini il compito di ''organizzare, coordinare e sviluppare'' programmi in tale settore, ''in accordo con il Pontificio consiglio per la promozione dell'unita' dei cristiani''. Primo arciprete della basilica è stato nominato mons. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, 80 anni, torinese, già nunzio apostolico in Italia. La decisione di Benedetto XVI è contenuta in un 'motu proprio' in data odierna, intitolato 'L'antica e venerabile Basilica', che riguarda il ''rinnovato esercizio del culto nella Basilica Pontificia di San Paolo fuori le Mura'', ''la sua gestione amministrativa e il suo Complesso extraterritoriale'', per i quali annuncia l'emanazione di un futuro statuto. Nel documento il papa ricorda che la basilica di San Paolo, che per il Trattato lateranense appartiene alla Santa Sede, ''ha sempre avuto una peculiare importanza nella storia della cristianita''' e che accanto ad essa ''esiste poi da tredici secoli la prestigiosa omonima Abbazia dei Monaci Benedettini, per i quali la medesima Basilica riveste anche la funzione di Chiesa Abbaziale''. In primo luogo Benedetto XVI stabilisce che alla basilica ''sia preposto, al pari delle altre tre Basiliche Maggiori, un arciprete nominato dal Romano Pontefice'' che eserciterà la giurisdizione ordinaria ed immediata. L'abate di San Paolo, che era finora la massima autorità diverrà vicario dell'arciprete per la pastorale. L'abate del Monastero di San Paolo fuori le Mura, dopo essere stato canonicamente eletto, deve ricevere la conferma del Romano Pontefice. Egli gode di tutti i diritti e le prerogative quale superiore della Comunita' benedettina''.

Il testo del Motu proprio di Benedetto XVI

1. L’antica e venerabile Basilica di San Paolo fuori le Mura, che sorge nel luogo in cui secondo la tradizione avvenne il martirio dell’Apostolo delle Genti, ha sempre avuto una peculiare importanza nella storia della cristianità, insieme con le altre tre Basiliche Maggiori di Roma, meta di numerosi pellegrinaggi, particolarmente in occasione degli Anni Santi. Accanto alla Basilica di San Paolo esiste poi da tredici secoli la prestigiosa omonima Abbazia dei Monaci Benedettini, per i quali la medesima Basilica riveste anche la funzione di Chiesa Abbaziale.

2. Con il Trattato Lateranense del 1929 e con i successivi Accordi intercorsi fra la Santa Sede e l’Italia, è stato riconosciuto che le aree e gli edifici costituenti il complesso di San Paolo fuori le Mura appartengono alla Santa Sede e godono di uno specifico status giuridico, secondo le norme del Diritto internazionale. Sull’intero complesso extraterritoriale di San Paolo fuori le Mura il Sommo Pontefice esercita i poteri civili secondo le norme vigenti

3. Tenendo presente che nel passato la Santa Sede ha definito solamente alcuni aspetti delle competenze sia dell’Amministrazione Pontificia della Basilica, sia dell’Abbazia Benedettina, ritengo ora opportuno emanare alcune norme generali allo scopo di chiarire o definire i principali aspetti della gestione pastorale ed amministrativa del complesso di San Paolo fuori le Mura. Ciò consentirà di compilare poi uno Statuto che fissi le competenze dei soggetti interessati e ne regoli i rapporti.

4. Alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, che confermo quale ente canonico con personalità giuridica pubblica, stabilisco che sia preposto, al pari delle altre tre Basiliche Maggiori, un Arciprete nominato dal Romano Pontefice. In detta Basilica, l’Arciprete eserciterà la giurisdizione ordinaria ed immediata. Egli avrà un suo Vicario per la Pastorale nella persona dell’Abate dell’Abbazia Benedettina di San Paolo, nonché un suo Delegato per l’Amministrazione. L’Arciprete di San Paolo, inoltre, dovrà sovrintendere a tutto il complesso extraterritoriale, coordinando le varie amministrazioni ivi operanti, secondo le finalità proprie, salvo quanto rientra nelle competenze esclusive dell’Abate all’interno dell’Abbazia.

5. L’Abate del Monastero di San Paolo fuori le Mura, dopo essere stato canonicamente eletto, deve ricevere la conferma del Romano Pontefice. Egli gode di tutti i diritti e le prerogative quale Superiore della Comunità benedettina. Al fine di consentire all’Abate di attendere sempre più ai suoi doveri all’interno della Comunità monastica (cfr PAOLO VI, M. p. Catholica Ecclesia, del 23 ottobre 1976, in AAS 68 [1976] pp. 694-696), è stato disposto dal mio Venerato Predecessore Giovanni Paolo II che l’area extraterritoriale contigua all’Abbazia sia sottratta alla giurisdizione dell’Abate di San Paolo, il quale conserverà la sua giurisdizione ordinaria intra septa monasterii e la sua funzione liturgica all’interno della Basilica, come è definito nel presente documento e sarà specificato nel successivo Statuto.

6. L’Abbazia, a partire dal 7 marzo 2005, ha assunto la denominazione di "Abbazia di San Paolo fuori le Mura", essendo stato recentemente soppresso il carattere ed il titolo di circoscrizione "territoriale". Fatte salve perciò le competenze dell’Arciprete di San Paolo e quelle proprie dell’Abate, la potestà di giurisdizione pastorale ordinaria sull’intera area extraterritoriale di San Paolo fuori le Mura spetta al Cardinale Vicario di Roma, il quale la esercita mediante la parrocchia territorialmente competente della Diocesi.

7. Pertanto la "Pontificia Amministrazione della Patriarcale Basilica di San Paolo", costituita dal Papa Pio XI di v.m. con Chirografo del 30 aprile 1933 ed aggiornata dal Beato Giovanni XXIII con Chirografo del 20 dicembre 1962, è soppressa e tutte le sue funzioni sono trasferite all’Arciprete, il quale le eserciterà secondo quanto stabilito nello Statuto che sarà approvato dai competenti Uffici della Santa Sede.

8. Poiché mi sta particolarmente a cuore che nella Basilica di San Paolo fuori le Mura sia assicurato il ministero della Penitenza in favore di tutti i fedeli che la frequentano, sia di quelli appartenenti alla Diocesi dell’Urbe, sia dei numerosi pellegrini provenienti dalle varie parti del mondo, confermo volentieri quanto stabilito dal mio Predecessore il Papa Pio XI e cioè che l’amministrazione del sacramento della Penitenza continui ad essere affidato alla attenta cura di Penitenzieri, scelti fra i Monaci Benedettini e costituiti secondo quanto disporrà il prossimo Statuto.

9. In tempi recenti, la Santa Sede ha dimostrato particolare interesse nel promuovere nella Basilica, o nell’ambito dell’Abbazia, lo svolgimento di speciali eventi di carattere ecumenico. Sarà quindi compito dei Monaci, sotto la supervisione dell’Arciprete, organizzare, coordinare e sviluppare tali programmi, con l’aiuto anche di confratelli Benedettini di altre Abbazie ed in accordo con il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

10. L’Apostolo delle Genti illumini e protegga quanti svolgono le loro mansioni nella Basilica a lui dedicata e conceda aiuto e conforto a tutti i fedeli ed ai pellegrini che con sincera devozione si recano nel luogo sacro alla memoria del suo martirio, per ravvivare la loro fede ed invocare la sua protezione sul proprio cammino di santificazione e sull’impegno della Chiesa, per la diffusione del Vangelo nel mondo contemporaneo. Nonostante qualunque disposizione in contrario, anche se degna di speciale menzione.
Dato nella Città del Vaticano, il 31 maggio 2005, Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria.

Ratzigirl
Thursday, June 02, 2005 12:58 AM
Udienza generale 1 giugno 2005
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

1. In ogni celebrazione domenicale dei Vespri la liturgia ci ripropone il breve ma denso inno cristologico della Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11). È l’inno ora risuonato che consideriamo nella sua prima parte (cfr vv. 6-8), ove si delinea la paradossale «spogliazione» del Verbo divino, che depone la sua gloria e assume la condizione umana.

Cristo incarnato e umiliato nella morte più infame, quella della crocifissione, è proposto come un modello vitale per il cristiano. Questi, infatti, - come si afferma nel contesto - deve avere «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (v. 5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità.

2. Egli, certo, possiede la natura divina con tutte le sue prerogative. Ma questa realtà trascendente non è interpretata e vissuta all’insegna del potere, della grandezza, del dominio. Cristo non usa il suo essere pari a Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza come strumento di trionfo, segno di distanza, espressione di schiacciante supremazia (cfr v. 6). Anzi, egli «spogliò», svuotò se stesso, immergendosi senza riserve nella misera e debole condizione umana. La «forma» (morphe) divina si nasconde in Cristo sotto la «forma» (morphe) umana, ossia sotto la nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà, dal limite e dalla morte (cfr v. 7).

Non si tratta quindi di un semplice rivestimento, di un’apparenza mutevole, come si riteneva accadesse alle divinità della cultura greco-romana: quella di Cristo è la realtà divina in un’esperienza autenticamente umana. Dio non appare soltanto come uomo, ma si fa uomo e diventa realmente uno di noi, diventa realmente uno di noi, diventa realmente «Dio-con-noi», che non si accontenta di guardarci con occhio benigno dal trono della sua gloria, ma si immerge personalmente nella storia umana, divenendo «carne», ossia realtà fragile, condizionata dal tempo e dallo spazio (cfr Gv 1,14).

3. Questa condivisione radicale e vera della condizione umana, escluso il peccato (cfr Eb 4,15), conduce Gesù fino a quella frontiera che è il segno della nostra finitezza e caducità, la morte. Questa non è, però, frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: essa nasce dalla sua libera scelta di obbedienza al disegno di salvezza del Padre (cfr Fil 2,8).

L’Apostolo aggiunge che la morte a cui Gesù va incontro è quella di croce, ossia la più degradante, volendo così essere veramente fratello di ogni uomo e di ogni donna, anche di quelli costretti a una fine atroce e ignominiosa.

Ma proprio nella sua passione e morte Cristo testimonia la sua adesione libera e cosciente al volere del Padre, come si legge nella Lettera agli Ebrei: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8).

Fermiamoci qui nella nostra riflessione sulla prima parte dell’inno cristologico, concentrato sull’incarnazione e sulla passione redentrice. Avremo occasione in seguito di approfondire l’itinerario successivo, quello pasquale, che conduce dalla croce alla gloria. L'elemento fondamentale di questa prima parte dell'Inno mi sembra essere l'invito ad entrare nei sentimenti di Gesù. Entrare nei sentimenti di Gesù vuol dire non considerare il potere, la ricchezza, il prestigio come i valori supremi della nostra vita, perchè in fondo non rispondono alla più profonda sete del nostro spirito, ma aprire il nostro cuore all'Altro, portare con l'Altro il peso della nostra vita e aprirci al Padre dei Cieli con senso di obbedienza e fiducia, sapendo che proprio in quanto obbedienti al Padre saremo liberi. Entrare nei sentimenti di Gesù: questo sarebbe l'esercizio quotidiano da vivere come cristiani.





? Saluto in lingua italiana

Cari fratelli e sorelle,

vedo come la fede e l'amore per il Successore di Pietro in Italia è forte. E questo anche lo sento! Grazie per la vostra presenza, per il vostro affetto, per la vostra fede!

Rivolgo un cordiale pensiero ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i fedeli dell’Arcidiocesi di Cagliari, accompagnati dal loro Pastore Mons. Giuseppe Mani, come pure i rappresentanti dell’Associazione Scautistica Cattolica Italiana. Cari amici, nel ringraziarvi per questa vostra visita, auguro a tutti di impegnarsi generosamente nel testimoniare Cristo e il suo Vangelo.

Saluto ora i giovani, i malati e gli sposi novelli. Iniziamo proprio oggi il mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Soffermiamoci spesso a contemplare questo profondo mistero dell'Amore divino.

Voi, cari giovani, alla scuola del Cuore di Cristo imparate ad assumere con serietà le responsabilità che vi attendono. Voi, cari malati, trovate in questa sorgente infinita di misericordia il coraggio e la pazienza per compiere la volontà di Dio in ogni situazione. E voi, cari sposi novelli, restate fedeli all’amore di Dio e testimoniatelo con il vostro amore coniugale.



4. Concludiamo la nostra riflessione con un grande testimone della tradizione orientale, Teodoreto che fu Vescovo di Ciro, in Siria, nel V secolo: «L’incarnazione del nostro Salvatore rappresenta il più alto compimento della sollecitudine divina per gli uomini. Infatti né il cielo né la terra né il mare né l’aria né il sole né la luna né gli astri né tutto l’universo visibile e invisibile, creato dalla sua sola parola o piuttosto portato alla luce dalla sua parola conformemente alla sua volontà, indicano la sua incommensurabile bontà quanto il fatto che il Figlio unigenito di Dio, colui che sussisteva in natura di Dio (cfr Fil 2,6), riflesso della sua gloria, impronta della sua sostanza (cfr Eb 1,3), che era in principio, era presso Dio ed era Dio, attraverso cui sono state fatte tutte le cose (cfr Gv 1,1-3), dopo aver assunto la natura di servo, apparve in forma di uomo, per la sua figura umana fu considerato come uomo, fu visto sulla terra, con gli uomini ebbe rapporti, si caricò delle nostre infermità e prese su di sé le nostre malattie» (Discorsi sulla provvidenza divina, 10: Collana di testi patristici, LXXV, Roma 1988, pp. 250-251).

Teodoreto di Ciro prosegue la sua riflessione, mettendo in luce proprio lo stretto legame sottolineato dall’inno della Lettera ai Filippesi fra l’incarnazione di Gesù e la redenzione degli uomini. «Il Creatore con saggezza e giustizia lavorò per la nostra salvezza. Poiché egli non ha voluto né servirsi soltanto della sua potenza per elargirci il dono della libertà né armare unicamente la misericordia contro colui che ha assoggettato il genere umano, affinché quegli non accusasse la misericordia d’ingiustizia, bensì ha escogitato una via carica di amore per gli uomini e al contempo adorna di giustizia. Egli infatti, dopo aver unito a sé la natura dell’uomo ormai vinta, la conduce alla lotta e la dispone a riparare alla sconfitta, a sbaragliare colui che un tempo aveva iniquamente riportato la vittoria, a liberarsi dalla tirannide di chi l’aveva crudelmente fatta schiava e a recuperare la primitiva libertà»
Ratzigirl
Thursday, June 02, 2005 9:42 PM
Incontro con la CEI
Benedetto XVI ha offerto un’ampia riflessione sulle sfide della Chiesa italiana nell’udienza riservata all’assemblea generale della Cei, riunita a Roma.
Il Papa si è soffermato in particolare su “una questione nevralgica, che richiede la nostra più grande attenzione pastorale”: la famiglia.



“In Italia – ha detto il Papa - ancor più che in altri Paesi, la famiglia rappresenta davvero la cellula fondamentale della società, è profondamente radicata nel cuore delle giovani generazioni e si fa carico di molteplici problemi, offrendo sostegno e rimedio a situazioni altrimenti disperate. E tuttavia anche in Italia la famiglia è esposta, nell'attuale clima culturale, a molti rischi e minacce che tutti conosciamo. Alla fragilità e instabilità interna di molte unioni coniugali si assomma infatti la tendenza, diffusa nella società e nella cultura, a contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio”.

L’Italia, ha aggiunto il pontefice, “è una della nazioni in cui la scarsità delle nascite è più grave e persistente, con conseguenze già pesanti sull'intero corpo sociale. Perciò da molto tempo voi Vescovi italiani avete unito la vostra voce a quella di Giovanni Paolo II, anzitutto nel difendere la sacralità della vita umana e il valore dell'istituto matrimoniale, ma anche nel promuovere il ruolo della famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che sostengano le giovani famiglie nella generazione ed educazione dei figli.
Nel medesimo spirito siete attualmente impegnati a illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum ormai imminenti in merito alla legge sulla procreazione assistita: proprio nella sua chiarezza e concretezza questo vostro impegno è segno della sollecitudine dei Pastori per ogni essere umano, che non può mai venire ridotto a un mezzo, ma è sempre un fine, come ci insegna il nostro Signore Gesù Cristo nel suo Vangelo e come ci dice la stessa ragione umana. In tale impegno, e in tutta l'opera molteplice che fa parte della missione e del dovere dei Pastori, vi sono vicino con la parola e con la preghiera, con fidando nella luce e nella grazia dello Spirito che agisce nelle coscienze e nei cuori”.
Ratzigirl
Saturday, June 04, 2005 12:43 PM
Incontro con i pellegrini della diocesi di Verona - Aula Paolo VI
Cari fratelli e sorelle della Diocesi di Verona!

Sono lieto di accogliervi in questo vostro pellegrinaggio alle Tombe degli Apostoli. Tutti saluto cordialmente a cominciare dal vostro Vescovo, che ringrazio per essersi fatto interprete dei comuni sentimenti. Saluto i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i responsabili delle associazioni e dei movimenti ecclesiali, come pure le autorità civili che hanno voluto essere presenti a quest’incontro. Con l’odierno pellegrinaggio alla Sede Apostolica, voi volete esprimere, al termine del Sinodo diocesano, i vincoli di comunione che legano la Comunità diocesana di Verona alla Chiesa di Roma, e ribadire la vostra piena adesione al magistero del Successore di Pietro, costituito da Cristo "pastore di tutti i fedeli per promuovere sia il bene comune della Chiesa universale, sia il bene delle singole Chiese" (Decr. Christus Dominus, 2). Siete venuti per essere confermati nella fede ed io, da poco chiamato a questo grave compito, sono felice di salutare, attraverso di voi, un’antica ed insigne Comunità ecclesiale quale è quella di san Zeno, e di incoraggiarvi a perseverare nell’impegno di testimonianza cristiana nel mondo di oggi.



Il vostro Sinodo, iniziato 3 anni or sono, ha conosciuto la sua fase culminante nell’Anno dell’Eucaristia. Questa felice coincidenza aiuta a meglio comprendere che è l’Eucaristia il cuore della Chiesa e della vita cristiana. "Ecclesia de Eucharistia" - "la Chiesa vive dell’Eucaristia" -, così ci ha lasciato scritto il Servo di Dio Giovanni Paolo II nella sua ultima Enciclica. La vostra Diocesi deve vivere dell’Eucaristia in tutte le sue espressioni: dalle famiglie, piccole chiese domestiche, ad ogni articolazione sociale e pastorale delle parrocchie e del territorio. "Nell’Eucaristia - ho voluto ricordare a Bari domenica scorsa, al termine del Congresso Eucaristico Nazionale - Cristo è realmente presente tra noi. La sua non è una presenza statica. E’ una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a sé. Cristo ci attira a sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli e la comunione con il Signore è sempre anche comunione con le sorelle e con i fratelli". E’ vero: la nostra vita spirituale dipende essenzialmente dall’Eucaristia. Senza di essa la fede e la speranza si spengono, la carità si raffredda. Per questo, cari amici, vi esorto a curare sempre più la qualità delle celebrazioni eucaristiche, specialmente di quelle domenicali, affinché la domenica sia veramente il Giorno del Signore e conferisca pienezza di significato alle vicende e alle attività di tutti i giorni.

La famiglia è giustamente uno dei temi principali del vostro Sinodo, come lo è negli orientamenti pastorali della Chiesa, in Italia e nel mondo intero. Nella vostra Diocesi, infatti, come del resto anche altrove, sono aumentati i divorzi e le unioni irregolari, e ciò costituisce per i cristiani un urgente richiamo a proclamare e testimoniare in tutta la sua interezza il vangelo della vita e della famiglia. La famiglia è chiamata ad essere "intima comunità di vita e d’amore" (Cost. past. Gaudium et spes, 48), perché fondata sul matrimonio indissolubile. Nonostante le difficoltà e i condizionamenti sociali e culturali dell’attuale momento storico, gli sposi cristiani non cessino di essere con la loro vita segno dell’amore fedele di Dio; collaborino attivamente con i sacerdoti nella pastorale dei fidanzati, delle giovani coppie, delle famiglie e nell’educazione delle nuove generazioni.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo celebrato ieri la solennità del Sacro Cuore di Cristo: solo da questa fonte inesauribile di amore potrete attingere l’energia necessaria per la vostra missione. Dal Cuore del Redentore, dal suo costato trafitto è nata la Chiesa, che incessantemente si rinnova mediante i Sacramenti. Sia vostra preoccupazione alimentarvi spiritualmente con la preghiera e con un’intensa vita sacramentale; approfondite la personale conoscenza di Cristo e tendete con ogni sforzo a quella "misura alta della vita cristiana" che è la santità, come amava dire il caro Giovanni Paolo II. Maria Santissima, del cui Cuore Immacolato facciamo oggi memoria, ottenga in dono per tutti i membri della vostra Diocesi la totale fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. All’intercessione della celeste Madre del Redentore e al sostegno dei santi e beati della vostra Terra affido il cammino post-sinodale che vi attende. Quanto a me, vi assicuro un ricordo nella preghiera, mentre con affetto imparto al vostro Vescovo, a voi e all’intera Comunità diocesana una speciale Benedizione Apostolica

[Modificato da Ratzigirl 04/06/2005 14.04]

Ratzigirl
Saturday, June 04, 2005 12:47 PM
!!!*** Appuntamenti televisivi ***!!!

LUNEDI' 6 GIUGNO

In diretta dalla Basilica di San Giovanni in Laterano: Apertura del Convegno Diocesano sulla Famiglia. Presiede il Santo Padre BENEDETTO XVI.


PER I POSSESSORI DI SKY L'EVENTO E' DISPONIBILE SUL CANALE 819(per chi sta a Roma l'evento è disponibile dal vivo!!! )
Ratzigirl
Sunday, June 05, 2005 1:53 PM
Angelus - Domenica 5 maggio
Cari fratelli e sorelle!

Venerdì scorso abbiamo celebrato la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, devozione profondamente radicata nel popolo cristiano. Nel linguaggio biblico il "cuore" indica il centro della persona, la sede dei suoi sentimenti e delle sue intenzioni. Nel cuore del Redentore noi adoriamo l’amore di Dio per l’umanità, la sua volontà di salvezza universale, la sua infinita misericordia. Rendere culto al Sacro Cuore di Cristo significa, pertanto, adorare quel Cuore che, dopo averci amato sino alla fine, fu trafitto da una lancia e dall’alto della Croce effuse sangue e acqua, sorgente inesauribile di vita nuova.

La festa del Sacro Cuore è stata anche la Giornata Mondiale per la santificazione dei sacerdoti, occasione propizia per pregare affinché i presbiteri nulla antepongano all’amore di Cristo. Profondamente devoto al Cuore di Cristo fu il beato Giovanni Battista Scalabrini Vescovo, patrono dei migranti, di cui il 1° giugno abbiamo ricordato il centenario della morte. Egli fondò i Missionari e le Missionarie di San Carlo Borromeo, detti "Scalabriniani", per l’annuncio del Vangelo tra gli emigranti italiani. Ricordando questo grande Vescovo, rivolgo il mio pensiero a coloro che si trovano lontani dalla patria e spesso anche dalla famiglia ed auspico che incontrino sempre sul loro cammino volti amici e cuori accoglienti, capaci di sostenerli nelle difficoltà di ogni giorno.

Il cuore che più d’ogni altro rassomiglia a quello di Cristo è senza dubbio il cuore di Maria, sua Madre Immacolata, e proprio per questo la liturgia li addita insieme alla nostra venerazione. Rispondendo all’invito rivolto dalla Vergine a Fatima, affidiamo al suo Cuore Immacolato, che ieri abbiamo particolarmente contemplato, il mondo intero, perché sperimenti l’amore misericordioso di Dio e conosca la vera pace.



Varie regioni del mondo sperimentano, nell’ora presente, tensioni sociali e politiche, che rischiano in alcuni casi di sfociare in gravi conflitti. In questo momento, il mio pensiero va particolarmente alla Bolivia e alla preoccupante situazione che vi si sta vivendo. Mentre vi invito a pregare per quella cara popolazione, affido alla Madonna la mia speranza e il mio appello affinché prevalgano in tutti la ricerca del bene comune, il senso di responsabilità e la disponibilità al dialogo aperto e leale.

Volgendo ora il pensiero ad un altro teatro di tensioni e di scontri, unisco la mia voce a quella del Presidente della Repubblica Italiana, del Presidente dell’Afghanistan e dei popoli italiano ed afgano per chiedere la liberazione della volontaria italiana Clementina Cantoni. La dolorosa esperienza che questa nostra sorella sta vivendo sia di stimolo a ricercare con ogni mezzo la pacifica e fraterna intesa tra gli individui e le nazioni.

In Italia si celebra oggi la Giornata dello sport per tutti, istituita per tenere vivi i valori autentici dell’attività sportiva. In particolare, quest’anno viene sottolineato il legame tra lo sport e la natura, secondo il tema scelto dall’UNESCO per l’odierna Giornata Mondiale dell’Ambiente. Auspico che lo sport praticato in modo sano e armonico a tutti i livelli favorisca la fratellanza e la solidarietà tra le persone e il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente naturale.

Con gioia saluto ora il folto gruppo di aderenti al Movimento dei Focolari, provenienti da tutta l’Europa, che partecipano al convegno sul servizio alla parrocchia. Cari amici, siate segno di Cristo risorto nelle vostre comunità e in ogni ambiente di vita.


Saluto infine i pellegrini di lingua italiana, in particolare la comunità del Seminario di Otranto, con i familiari; i gruppi provenienti da Pisa, Mozzagrogna, Agosta, Guardia Perticara, Amaroni e San Piero in Bagno; come pure i ragazzi di San Marino, Cesenatico e Figline Valdarno. Il mio pensiero si estende anche all’Associazione Genitori Scuole Cattoliche e al Centro "L’Aquilone" di Taranto.
A tutti auguro una buona domenica e un sereno mese di giugno.

[Modificato da Ratzigirl 10/07/2005 12.42]

Ratzigirl
Monday, June 06, 2005 3:54 PM
Appuntamento Tv *****
Ore 19:30 In diretta dalla Basilica di San Giovanni in Laterano: Apertura del Convegno Diocesano sulla Famiglia. Presiede il Santo Padre BENEDETTO XVI.





PER POSSESSORI DI SKY CANALE 819 DALLE 19.25

POTETE SEGUIRE L'EVENTO ANCHE CLICCANDO ALLE 19.30 DIRETTAMENTE QUI
=Boccaccio=
Monday, June 06, 2005 6:44 PM
vorrei sapere cosa ne pensa il papa,per quanto concerne la ricerca sulle cellule staminali,se qualcuno ha delle info, posti,cercando magari di affiancare ai dati riportati un commento personale su cosa ne pensa a riguardo,grazie!
RATZGIRL
Monday, June 06, 2005 11:55 PM
Papa Ratzi è contrario a questi esperimenti,l'ha espresso in modo abbastanza chiaro durante il discorso di presentazione di stasera a San Giovanni in Laterano.

A proposito,grazie di cuore Ratzigirl per il video,sono riuscita a vederlo dall'inizio,un'esperienza stupenda!
Ratzigirl
Tuesday, June 07, 2005 12:10 AM
Ehehehe
Io l'ho registrato!!! A proposito di video e di stasera, prima di postare l'omelia (fra le altre cose, una delle più belle che io abbia mai sentito...) E' Stato dolcissimo quando la bambina della famiglia scelta per la rappresentanza ha letto il suo messaggio e poi si è avvicinata al Papa per salutarlo, è stata una scena tenerissima!!!
In attesa dell'omelia da pubblicare ecco alcuni momenti della serata (queste vanno anche nella sezione Foto Papa)GUARDATE CHE FOTOOOOO!!!!





Bellissima!!




Bambina super fortunataaaaa




Ratzigirl
Tuesday, June 07, 2005 1:24 AM
Appuntamenti in Tv^__^
MERCOLEDI' 8 GIUGNO ORE 10.30 - P.zza San Pietro

UDIENZA GENERALE del Santo Padre BENEDETTO XVI

PER I POSSESSORI DI SKY L'EVENTO SARA' DISPONIBILE SUL CANALE 819,ALTRIMENTI è VISIBILE CON MEDIAPLAYER CLICCANDO QUI




GIOVEDI' (REPLICA)
ORE 20:30 UDIENZA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI PELLEGRINI DELLA DIOCESI DI VERONA (Canale 819 Sky)

[Modificato da Ratzigirl 07/06/2005 1.28]

Ratzigirl
Tuesday, June 07, 2005 11:34 AM
Omelia del Congresso Diocesano
Alle 19.45 di lunedì 6 giugno, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato alla Basilica di San Giovanni in Laterano per presiedere l’apertura del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma su "Famiglia e Comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede".



Cari fratelli e sorelle,

ho accolto molto volentieri l’invito a introdurre con una mia riflessione questo nostro Convegno Diocesano, anzitutto perché ciò mi dà la possibilità di incontrarvi, di avere un contatto diretto con voi, e poi anche perché posso aiutarvi ad approfondire il senso e lo scopo del cammino pastorale che la Chiesa di Roma sta percorrendo.

Saluto con affetto ciascuno di voi, Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, e in particolare voi laici e famiglie che assumete consapevolmente quei compiti di impegno e testimonianza cristiana che hanno la loro radice nel sacramento del battesimo e, per coloro che sono sposati, in quello del matrimonio. Ringrazio di cuore il Cardinale Vicario e i coniugi Luca e Adriana Pasquale per le parole che mi hanno rivolto a nome di voi tutti.

Questo Convegno, e l’anno pastorale di cui esso fornirà le linee guida, costituiscono una nuova tappa del percorso che la Chiesa di Roma ha iniziato, sulla base del Sinodo diocesano, con la Missione cittadina voluta dal nostro tanto amato Papa Giovanni Paolo II, in preparazione al Grande Giubileo del 2000. In quella Missione tutte le realtà della nostra Diocesi - parrocchie, comunità religiose, associazioni e movimenti - si sono mobilitate, non solo per una missione al popolo di Roma, ma per essere esse stesse "popolo di Dio in missione", mettendo in pratica la felice espressione di Giovanni Paolo II "parrocchia, cerca te stessa e trova te stessa fuori di te stessa": nei luoghi cioè nei quali la gente vive. Così, nel corso della Missione cittadina, molte migliaia di cristiani di Roma, in gran parte laici, si sono fatti missionari e hanno portato la parola della fede dapprima nelle famiglie dei vari quartieri della città e poi nei diversi luoghi di lavoro, negli ospedali, nelle scuole e nelle università, negli spazi della cultura e del tempo libero.

Dopo l’Anno Santo, il mio amato Predecessore vi ha chiesto di non interrompere questo cammino e di non disperdere le energie apostoliche suscitate e i frutti di grazia raccolti. Perciò, a partire dal 2001, il fondamentale indirizzo pastorale della Diocesi è stato quello di dare forma permanente alla missione, caratterizzando in senso più decisamente missionario la vita e le attività delle parrocchie e di ogni altra realtà ecclesiale. Voglio dirvi anzitutto che intendo confermare pienamente questa scelta: essa infatti si rivela sempre più necessaria e senza alternative, in un contesto sociale e culturale nel quale sono all’opera forze molteplici che tendono ad allontanarci dalla fede e dalla vita cristiana.

Da ormai due anni l’impegno missionario della Chiesa di Roma si è concentrato soprattutto sulla famiglia, non solo perché questa fondamentale realtà umana oggi è sottoposta a molteplici difficoltà e minacce e quindi ha particolare bisogno di essere evangelizzata e concretamente sostenuta, ma anche perché le famiglie cristiane costituiscono una risorsa decisiva per l’educazione alla fede, l’edificazione della Chiesa come comunione e la sua capacità di presenza missionaria nelle più diverse situazioni di vita, oltre che per fermentare in senso cristiano la cultura diffusa e le strutture sociali. Su queste linee proseguiremo anche nel prossimo anno pastorale e perciò il tema del nostro Convegno è "Famiglia e comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede".

Il presupposto dal quale occorre partire, per poter comprendere la missione della famiglia nella comunità cristiana e i suoi compiti di formazione della persona e trasmissione della fede, rimane sempre quello del significato che il matrimonio e la famiglia rivestono nel disegno di Dio, creatore e salvatore. Questo sarà dunque il nocciolo della mia riflessione di questa sera, richiamandomi all’insegnamento dell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio (Parte seconda, nn. 12-16).

Il fondamento antropologico della famiglia

Matrimonio e famiglia non sono in realtà una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? cosa è l’uomo? E questa domanda, a sua volta, non può essere separata dall’interrogativo su Dio: esiste Dio? e chi è Dio? qual è veramente il suo volto? La risposta della Bibbia a questi due quesiti è unitaria e consequenziale: l’uomo è creato ad immagine di Dio, e Dio stesso è amore. Perciò la vocazione all’amore è ciò che fa dell’uomo l’autentica immagine di Dio: egli diventa simile a Dio nella misura in cui diventa qualcuno che ama.

Da questa fondamentale connessione tra Dio e l’uomo ne consegue un’altra: la connessione indissolubile tra spirito e corpo: l’uomo è infatti anima che si esprime nel corpo e corpo che è vivificato da uno spirito immortale. Anche il corpo dell’uomo e della donna ha dunque, per così dire, un carattere teologico, non è semplicemente corpo, e ciò che è biologico nell’uomo non è soltanto biologico, ma è espressione e compimento della nostra umanità. Parimenti, la sessualità umana non sta accanto al nostro essere persona, ma appartiene ad esso. Solo quando la sessualità si è integrata nella persona, riesce a dare un senso a se stessa.

Così, dalle due connessioni, dell’uomo con Dio e nell’uomo del corpo con lo spirito, ne scaturisce una terza: quella tra persona e istituzione. La totalità dell’uomo include infatti la dimensione del tempo, e il "sì" dell’uomo è un andare oltre il momento presente: nella sua interezza, il "sì" significa "sempre", costituisce lo spazio della fedeltà. Solo all’interno di esso può crescere quella fede che dà un futuro e consente che i figli, frutto dell’amore, credano nell’uomo. La libertà del "sì" si rivela dunque libertà capace di assumere ciò che è definitivo: la più grande espressione della libertà non è allora la ricerca del piacere, senza mai giungere a una vera decisione; è invece la capacità di decidersi per un dono definitivo, nel quale la libertà, donandosi, ritrova pienamente se stessa.

In concreto, il "sì" personale e reciproco dell’uomo e della donna dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e al tempo stesso è destinato al dono di una nuova vita. Perciò questo "sì" personale non può non essere un "sì" anche pubblicamente responsabile, con il quale i coniugi assumono la responsabilità pubblica della fedeltà. Nessuno di noi infatti appartiene esclusivamente a se stesso: pertanto ciascuno è chiamato ad assumere nel più intimo di sé la propria responsabilità pubblica. Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell’autorità, l’imposizione di una forma dal di fuori; è invece esigenza intrinseca del patto dell’amore coniugale.

Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il "matrimonio di prova", fino allo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell’uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell’uomo. Il suo presupposto è che l’uomo può fare di sé ciò che vuole: il suo corpo diventa così una cosa secondaria dal punto di vista umano, da utilizzare come si vuole. Il libertinismo, che si fa passare per scoperta del corpo e del suo valore, è in realtà un dualismo che rende spregevole il corpo, collocandolo per così dire fuori dall’autentico essere e dignità della persona.

Matrimonio e famiglia nella storia della salvezza

La verità del matrimonio e della famiglia, che affonda le sue radici nella verità dell’uomo, ha trovato attuazione nella storia della salvezza, al cui centro sta la parola: "Dio ama il suo popolo". La rivelazione biblica, infatti, è anzitutto espressione di una storia d’amore, la storia dell’alleanza di Dio con gli uomini: perciò la storia dell’amore e dell’unione di un uomo ed una donna nell’alleanza del matrimonio ha potuto essere assunta da Dio quale simbolo della storia della salvezza. Il fatto inesprimibile, il mistero dell’amore di Dio per gli uomini, riceve la sua forma linguistica dal vocabolario del matrimonio e della famiglia, in positivo e in negativo: l’accostarsi di Dio al suo popolo viene presentato infatti nel linguaggio dell’amore sponsale, mentre l’infedeltà di Israele, la sua idolatria, è designata come adulterio e prostituzione.

Nel Nuovo Testamento Dio radicalizza il suo amore fino a divenire Egli stesso, nel suo Figlio, carne della nostra carne, vero uomo. In questo modo l’unione di Dio con l’uomo ha assunto la sua forma suprema, irreversibile e definitiva. E così viene tracciata anche per l’amore umano la sua forma definitiva, quel "sì" reciproco che non può essere revocato: essa non aliena l’uomo, ma lo libera dalle alienazioni della storia per riportarlo alla verità della creazione. La sacramentalità che il matrimonio assume in Cristo significa dunque che il dono della creazione è stato elevato a grazia di redenzione. La grazia di Cristo non si aggiunge dal di fuori alla natura dell’uomo, non le fa violenza, ma la libera e la restaura, proprio nell’innalzarla al di là dei suoi propri confini. E come l’incarnazione del Figlio di Dio rivela il suo vero significato nella croce, così l’amore umano autentico è donazione di sé, non può esistere se vuole sottrarsi alla croce.

Cari fratelli e sorelle, questo legame profondo tra Dio e l’uomo, tra l’amore di Dio e l’amore umano, trova conferma anche in alcune tendenze e sviluppi negativi, di cui tutti avvertiamo il peso. Lo svilimento dell’amore umano, la soppressione dell’autentica capacità di amare si rivela infatti, nel nostro tempo, l’arma più adatta e più efficace per scacciare Dio dall’uomo, per allontanare Dio dallo sguardo e dal cuore dell’uomo. Analogamente, la volontà di "liberare" la natura da Dio conduce a perdere di vista la realtà stessa della natura, compresa la natura dell’uomo, riducendola a un insieme di funzioni, di cui disporre a piacimento per costruire un presunto mondo migliore e una presunta umanità più felice.




I figli


Anche nella generazione dei figli il matrimonio riflette il suo modello divino, l’amore di Dio per l’uomo. Nell’uomo e nella donna la paternità e la maternità, come il corpo e come l’amore, non si lasciano circoscrivere nel biologico: la vita viene data interamente solo quando con la nascita vengono dati anche l’amore e il senso che rendono possibile dire sì a questa vita. Proprio da qui diventa del tutto chiaro quanto sia contrario all’amore umano, alla vocazione profonda dell’uomo e della donna, chiudere sistematicamente la propria unione al dono della vita, e ancora più sopprimere o manomettere la vita che nasce.

Nessun uomo e nessuna donna, però, da soli e unicamente con le proprie forze, possono dare ai figli in maniera adeguata l’amore e il senso della vita. Per poter infatti dire a qualcuno "la tua vita è buona, per quanto io non conosca il tuo futuro", occorrono un’autorità e una credibilità superiori a quello che l’individuo può darsi da solo. Il cristiano sa che questa autorità è conferita a quella famiglia più vasta che Dio, attraverso il Figlio suo Gesù Cristo e il dono dello Spirito Santo, ha creato nella storia degli uomini, cioè alla Chiesa. Egli riconosce qui all’opera quell’amore eterno e indistruttibile che assicura alla vita di ciascuno di noi un senso permanente. Per questo motivo l’edificazione di ogni singola famiglia cristiana si colloca nel contesto della più grande famiglia della Chiesa, che la sostiene e la porta con sé. E reciprocamente la Chiesa viene edificata dalle famiglia, "piccole Chiese domestiche", come le ha chiamate il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 11; Apostolicam actuositatem, 11), riscoprendo un’antica espressione patristica (San Giovanni Crisostomo, In Genesim serm. VI,2; VII,1). Nel medesimo senso la Familiaris consortio afferma che "Il matrimonio cristiano… è il luogo naturale nel quale si compie l’inserimento della persona umana nella grande famiglia della Chiesa" (n. 14).

La famiglia e la Chiesa

Da tutto ciò scaturisce una conseguenza evidente: la famiglia e la Chiesa, in concreto le parrocchie e le altre forme di comunità ecclesiale, sono chiamate alla più stretta collaborazione per quel compito fondamentale che è costituito, inseparabilmente, dalla formazione della persona e dalla trasmissione della fede. Sappiamo bene che per un’autentica opera educativa non basta una teoria giusta o una dottrina da comunicare. C’è bisogno di qualcosa di molto più grande e umano, di quella vicinanza, quotidianamente vissuta, che è propria dell’amore e che trova il suo spazio più propizio anzitutto nella comunità familiare, ma poi anche in una parrocchia, o movimento o associazione ecclesiale, in cui si incontrino persone che si prendono cura dei fratelli, in particolare dei bambini e dei giovani, ma anche degli adulti, degli anziani, dei malati, delle stesse famiglie, perché, in Cristo, vogliono loro bene. Il grande Patrono degli educatori, San Giovanni Bosco, ricordava ai suoi figli spirituali che "l’educazione è cosa del cuore e che Dio solo ne è il padrone" (Epistolario, 4,209).

Centrale nell’opera educativa, e specialmente nell’educazione alla fede, che è il vertice della formazione della persona e il suo orizzonte più adeguato, è in concreto la figura del testimone: egli diventa punto di riferimento proprio in quanto sa rendere ragione della speranza che sostiene la sua vita (cfr 1 Pt 3,15), è personalmente coinvolto con la verità che propone. Il testimone, d’altra parte, non rimanda mai a se stesso, ma a qualcosa, o meglio a Qualcuno più grande di lui, che ha incontrato e di cui ha sperimentato l’affidabile bontà. Così ogni educatore e testimone trova il suo modello insuperabile in Gesù Cristo, il grande testimone del Padre, che non diceva nulla da se stesso, ma parlava così come il Padre gli aveva insegnato (cfr Gv 8,28).

Questo è il motivo per il quale alla base della formazione della persona cristiana e della trasmissione della fede sta necessariamente la preghiera, l’amicizia con Cristo e la contemplazione in Lui del volto del Padre. E la stessa cosa vale, evidentemente, per tutto il nostro impegno missionario, in particolare per la pastorale familiare: la Famiglia di Nazareth sia dunque, per le nostre famiglie e per le nostre comunità, oggetto di costante e fiduciosa preghiera, oltre che modello di vita.

Cari fratelli e sorelle, e specialmente voi, cari sacerdoti, conosco la generosità e la dedizione con cui servite il Signore e la Chiesa. Il vostro lavoro quotidiano per la formazione alla fede delle nuove generazioni, in stretta connessione con i sacramenti dell’iniziazione cristiana, come anche per la preparazione al matrimonio e per l’accompagnamento delle famiglie nel loro spesso non facile cammino, in particolare nel grande compito dell’educazione dei figli, è la strada fondamentale per rigenerare sempre di nuovo la Chiesa e anche per vivificare il tessuto sociale di questa nostra amata città di Roma.

La minaccia del relativismo

Continuate dunque, senza lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà che incontrate. Il rapporto educativo è per sua natura una cosa delicata: chiama in causa infatti la libertà dell’altro che, per quanto dolcemente, viene pur sempre provocata a una decisione. Né i genitori, né i sacerdoti o i catechisti, né gli altri educatori possono sostituirsi alla libertà del fanciullo, del ragazzo o del giovane a cui si rivolgono. E specialmente la proposta cristiana interpella a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla conversione. Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all’opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie,G e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione. Dentro a un tale orizzonte relativistico non è possibile, quindi, una vera educazione: senza la luce della verità; prima o poi ogni persona è infatti condannata a dubitare della bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune.

E’ chiaro dunque che non soltanto dobbiamo cercare di superare il relativismo nel nostro lavoro di formazione delle persone, ma siamo anche chiamati a contrastare il suo predominio nella società e nella cultura. E’ molto importante perciò, accanto alla parola della Chiesa, la testimonianza e l’impegno pubblico delle famiglie cristiane, specialmente per riaffermare l’intangibilità della vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale, il valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio e la necessità di provvedimenti legislativi e amministrativi che sostengano le famiglie nel compito di generare ed educare i figli, compito essenziale per il nostro comune futuro. Anche per questo impegno vi dico un grazie cordiale.

Sacerdozio e vita consacrata

Un ultimo messaggio che vorrei affidarvi riguarda la cura delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata: sappiamo tutti quanto la Chiesa ne abbia bisogno! Perché queste vocazioni nascano e giungano a maturazione, perché le persone chiamate si mantengano sempre degne della loro vocazione, è decisiva anzitutto la preghiera, che non deve mai mancare in ciascuna famiglia e comunità cristiana. Ma è anche fondamentale la testimonianza di vita dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, la gioia che essi esprimono per essere stati chiamati dal Signore. Ed è ugualmente essenziale l’esempio che i figli ricevono all’interno della propria famiglia e la convinzione delle famiglie stesse che, anche per loro, la vocazione dei propri figli è un grande dono del Signore. La scelta della verginità per amore di Dio e dei fratelli, che è richiesta per il sacerdozio e la vita consacrata, sta infatti insieme con la valorizzazione del matrimonio cristiano: l’uno e l’altra, in due maniere differenti e complementari, rendono in qualche modo visibile il mistero dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Cari fratelli e sorelle, vi affido queste riflessioni come contributo al vostro lavoro nelle serate del Convegno e poi durante il prossimo anno pastorale. Chiedo al Signore di darvi coraggio ed entusiasmo, perché questa nostra Chiesa di Roma, ciascuna parrocchia, comunità religiosa, associazione o movimento partecipi più intensamente alla gioia e alle fatiche della missione e così ogni famiglia e l’intera comunità cristiana riscopra nell’amore del Signore la chiave che apre la porta dei cuori e che rende possibile una vera educazione alla fede e formazione delle persone. Il mio affetto e la mia benedizione vi accompagnano oggi e per il futuro.
Ratzigirl
Wednesday, June 08, 2005 2:23 PM
Udienza generale 8 giugno (un po' ventosa)
SALMO 110

Renderò grazie al Signore con tutto il cuore,
nel consesso dei giusti e nell'assemblea. Grandi le opere del Signore,
le contemplino coloro che le amano.
Le sue opere sono splendore di bellezza,
la sua giustizia dura per sempre.
Ha lasciato un ricordo dei suoi prodigi:
pietà e tenerezza è il Signore.
Egli dà il cibo a chi lo teme,
si ricorda sempre della sua alleanza.

Mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere,
gli diede l'eredità delle genti.
Le opere delle sue mani sono verità e giustizia,
stabili sono tutti i suoi comandi,
immutabili nei secoli, per sempre,
eseguiti con fedeltà e rettitudine.
Mandò a liberare il suo popolo,
stabilì la sua alleanza per sempre.

Santo e terribile il suo nome.
Principio della saggezza è il timore del Signore,
saggio è colui che gli è fedele;
la lode del Signore è senza fine.





CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari Fratelli e Sorelle,

1. Oggi sentiamo il vento forte. Il vento nella Sacra Scrittura è simbolo dello Spirito Santo. Speriamo che lo Spirito Santo ci illumini adesso nella meditazione del Salmo 110 ora ascoltato. In questo Salmo si incontra un inno di lode e di ringraziamento per i tanti benefici che definiscono nei suoi attributi e nella sua opera di salvezza: si parla di «pietà», di «tenerezza», di «giustizia», di «potenza», di «verità», di «rettitudine», di «fedeltà», di «alleanza», di «opere», di «prodigi», persino di «cibo» che egli dona e, alla fine, del suo «nome» glorioso, ossia della sua persona. La preghiera è, quindi, contemplazione del mistero di Dio e delle meraviglie che egli opera nella storia della salvezza.

2. Il Salmo si apre col verbo del ringraziamento che sale non solo dal cuore dell’orante, ma anche da tutta l’assemblea liturgica (cfr v. 1). L’oggetto di questa preghiera, che comprende anche il rito del ringraziamento, è espresso con la parola «opere» (cfr vv. 2.3.6.7). Esse indicano gli interventi salvifici del Signore, manifestazione della sua «giustizia» (cfr v. 3), termine che nel linguaggio biblico indica prima di tutto l’amore che genera salvezza.

Pertanto il cuore del Salmo si trasforma in un inno all’alleanza (cfr vv. 4-9), a quel legame intimo che vincola Dio al suo popolo e che comprende una serie di atteggiamenti e di gesti. Così si parla di «pietà e tenerezza» (cfr v. 4), sulla scia della grande proclamazione del Sinai: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6).

La «pietà» è la grazia divina che avvolge e trasfigura il fedele, mentre la «tenerezza» è espressa nell’originale ebraico con un termine caratteristico che rimanda alle «viscere» materne del Signore, ancor più misericordiose di quelle di una madre (cfr Is 49,15).

3. Questo legame d’amore comprende il dono fondamentale del cibo e quindi della vita (cfr Sal 110,5) che, nella rilettura cristiana, si identificherà con l’Eucaristia, come dice san Girolamo: «Come cibo diede il pane disceso dal cielo: se ne siamo degni, cibiamoci!» (Breviarium in Psalmos, 110: PL XXVI, 1238-1239).

C’è poi il dono della terra, «l’eredità delle genti» (Sal 110,6), che allude alla grande vicenda dell’Esodo, quando il Signore si rivela come il Dio della liberazione. La sintesi del corpo centrale di questo canto è, quindi, da cercare nel tema del patto speciale tra il Signore e il suo popolo, come dichiara in modo lapidario il v. 9: «Stabilì la sua alleanza per sempre».

4. Il Salmo 110 è suggellato al termine dalla contemplazione del volto divino, della persona del Signore, espressa attraverso il suo «nome» santo e trascendente. Citando poi un detto sapienziale (cfr Pr 1,7; 9,10; 15,33), il Salmista invita ogni fedele a coltivare il «timore del Signore» (Sal 110,10), inizio della vera sapienza. Sotto questo termine non si cela la paura e il terrore, ma il rispetto serio e sincero, che è frutto dell'amore, l’adesione genuina e operosa al Dio liberatore. E, se la prima parola del canto era stata quella del ringraziamento, l’ultima è quella della lode: come la giustizia salvifica del Signore «dura per sempre» (v. 3), così la gratitudine dell’orante non conosce sosta, risuona nella preghiera «senza fine» (v. 10). Per riassumere, il Salmo ci invita alla fine a scoprire le tante cose buone che il Signore ci dà ogni giorno. Noi vediamo più facilmente gli aspetti negativi della nostra vita. Il Salmo ci invita a vedere anche le cose positive, i tanti doni che riceviamo, e così trovare la gratitudine, perchè solo un cuore grato può celebrare degnamente la grande liturgia della gratitudine, l'Eucaristia.

5. A conclusione della nostra riflessione vorremmo meditare con la tradizione ecclesiale dei primi secoli cristiani il versetto finale con la sua celebre dichiarazione reiterata altrove nella Bibbia (cfr Pr 1,7): «Principio della saggezza è il timore del Signore» (Sal 110,10).

Lo scrittore cristiano Barsanufio di Gaza (attivo nella prima metà del VI secolo) così lo commenta: «Che cosa è principio di sapienza se non astenersi da tutto ciò che è odioso a Dio? E in che modo uno può astenersene, se non evitando di fare alcunché senza aver domandato consiglio, o col non dir nulla che non si deve dire e inoltre stimando se stesso folle, stolto, disprezzabile e niente del tutto?» (Epistolario, 234: Collana di testi patristici, XCIII, Roma 1991, pp. 265-266).

Giovanni Cassiano (vissuto a cavallo tra il IV e il V secolo), tuttavia, preferiva precisare che «c'è molta differenza fra l'amore, al quale nulla manca e che è il tesoro della sapienza e della scienza, e l'amore imperfetto, denominato "inizio della sapienza"; questo, contenendo in sé l'idea del castigo, viene escluso dal cuore dei perfetti per il sopraggiungere della pienezza dell'amore» (Conferenze ai monaci, 2,11,13: Collana di testi patristici, CLVI, Roma 2000, p. 29). Così, nel cammino della nostra vita verso Cristo, al timore servile che c'è all'inizio si sostituisce un timore perfetto che è amore, dono dello Spirito Santo.



Saluto in lingua italiana

Saluto con grande cordialità e gioia tutti i pellegrini di lingua italiana. Sento il vostro fervore: grazie! In particolare, i partecipanti alle manifestazioni promosse per il VII centenario della morte di S. Nicola da Tolentino, le persone non udenti del Centro Beato don Smaldone in Roma, i soci del Lyons Club di Rieti, i fedeli della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo in Morcone.

Cari amici, auspico che il vostro pellegrinaggio alle tombe degli Apostoli sia per ciascuno stimolo a continuare con rinnovato fervore nel cammino di fede intrapreso.

Saluto, inoltre, il caro Cardinale Lubomyr Husar, Arcivescovo Maggiore di Lviv degli Ucraini, e i Vescovi greco-cattolici che lo accompagnano; a loro auguro ogni desiderato bene.

Infine rivolgo un pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli.

Cari giovani, la ricchezza del Cuore di Cristo e la tenerezza del Cuore di Maria vi sostengano sempre. Aiutino voi, cari ammalati, ad affidarvi con generoso abbandono nelle mani della Provvidenza divina; ed incoraggino voi, cari sposi novelli, a vivere la vostra unione familiare con paziente comprensione e reciproca dedizione. Dio vi benedica tutti!



Ratzigirl
Wednesday, June 08, 2005 8:52 PM
REPLICA!!
E' adesso in onda (ore 20.45) la replica dell'udienza generale di questa mattina in San Pietro!!

PER CHI HA SKY (non si vede dal computer) CANALE 819 !!!




CORRETE!!!!
RATZGIRL
Wednesday, June 08, 2005 11:31 PM
UFFY
Perché non ho Sky??
Com'era radioso e sereno oggi Papa Ratzi!Il mio cuore esulta di gioia quando lo vedo cosi'.
Ratzigirl
Thursday, June 09, 2005 12:57 PM
Appuntamento tv
Questa sera 9 Giungo ore 20.30 (in replica)

Canale 819 PER TUTTI I POSSESSORI DI SKY


UDIENZA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI PELLEGRINI DELLA DIOCESI DI VERONA.


RATZ, non puoi chiedere a qualcuno che conosci x farti il favore? alcuni appuntamenti sono davvero imperdibili!!Vedi l'udienza di ieri mattina...è davvero un peccato

Ah, però le udienze del mercoledì mattina puoi vederle dal pc!!

Sorry mi ero forse scordata di dirvelo!!

[Modificato da Ratzigirl 09/06/2005 12.58]

Ratzigirl
Thursday, June 09, 2005 2:56 PM
Udienza delegazione internazionale della Comunità Ebraica


Benedetto XVI ha ricevuto in udienza una delegazione dell'International Jewish Committeeon interreligious consultations. L’impegno a proseguire il dialogo sull’esempio di Paolo VI e Giovanni Paolo II.



CITTA’ DEL VATICANO - Continuare il dialogo tra cristiani ed ebrei, che assume particolare valore oggi a quaranta anni dalla dichiarazione Nostra Aetate, e allo stesso tempo non dimenticare la shoah, per proseguire insieme la strada della riconciliazione. È il messaggio di Benedetto XVI alla delegazione dell'International Jewish Committeeon interreligious consultations, ricevuta oggi in Vaticano insieme al suo presidente, il rabbino Israel Singer, e al presidente del World Jewish Congress, Edgar Bronfman. Il papa ha ricordato l'anniversario della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che condannava ''tutte le manifestazioni di odio, persecuzione e antisemitismo.




All'inizio del mio pontificato, desidero assicurare che la chiesa rimane fermamente convinta, nella sua catechesi e in ogni aspetto della sua vita, ad continuare in questo importante insegnamento”. Si tratta di percorrere “il sentiero tracciato dai predecessori, papa Paolo VI e, in modo particolare, Giovanni Paolo II che hanno fatto passi significativi per incrementare le relazioni con il popolo ebraico”. “La storia delle relazioni tra le nostre due comunità – ha aggiunto – è stata complessa e spesso dolorosa, ma sono convinto che il patrimonio spirituale, preservato da Cristiani ed Ebrei, è fonte di saggezza e di ispirazione capace di guidarci verso un futuro di speranza secondo il piano divino”. Allo stesso tempo, ha osservato il Pontefice, “la memoria del passato resta per le due comunità un imperativo morale ed una fonte di purificazione nei nostri sforzi di pregare e lavorare per la riconciliazione, la giustizia, il rispetto per la dignità umana e per la pace, che è un dono di Dio”.

L'International Jewish Committee on Interreligious Consultations (Ijcic) di New York, è un'organizzazione internazionale che comprende tutte le agenzie ebraiche del mondo impegnate nel dialogo interreligioso. Da 35 anni la Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l'ebraismo è in contatto con l'Ijcic, quale partner di dialogo, che si è mostrato molto utile in un contesto non sempre facile. Gli ospiti sono stati accompagnati all’udienza con il papa dal cardinale Walter Kasher, presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo e dal reverendo Norbert Hofmann, segretario. Sempre all'insegna dei rapporti interreligiosi, Benedetto XVI ha ricevuto in udienza questa mattina anche il cardinale Claudio Hummes, arcivescovo di Sao Paulo (Brasile); il cardinale Telesphore Placidus Toppo, arcivescovo di Ranchi (India); e monsignore Michel Sabbah, patriarca di Gerusalemme dei Latini.
Ratzigirl
Thursday, June 09, 2005 11:53 PM
SCAGIONATO DAGLI EBREI DAL PASSATO NELLA HITLER JUGEND
Rabbino Rosen: l'appartenenza era una scelta obbligata
I vertici dell'American Jewish Committee scendono in campo per difendere a spada tratta Papa Ratzinger dopo gli attacchi della stampa anglosassone che è andata a rispolverare il suo passato nella Hitler Jugend, la gioventù hitleriana. "E' semplicemente spazzatura". "Rubbish".

Il rabbino David Rosen non esita a far presente che "chi nutre preoccupazioni su questo Papa è evidente che non sa chi era il cardinale Ratzinger. Il suo comportamento è sempre stato evidente. E' sempre stato massimamente impegnato nel dialogo col popolo ebraico". Rosen è uno degli otto rabbini che stamattina sono stati ricevuti in Vaticano in udienza privata. "Chi conosce un minimo di storia sa che l'appartenenza alla gioventù hitleriana era una scelta obbligata per tutti i bambini tedeschi. E poi - ha rimarcato - un uomo adulto non è la stessa cosa di un giovane".


Il rabbino David Rosen

L'incontro che i rabbini hanno avuto stamattina con Benedetto XVI viene descritto con toni carichi di entusiasmo. "E' stato un incontro ancora più caloroso di quello avuto col suo predecessore. Papa Ratzinger è sceso dal suo trono, ha parlato con ognuno di noi, ci ha salutati con grande gentilezza. E' un uomo dolce, gentile e sorridente" ha aggiunto il rabbino Rosen.

Vengono percepite differenze nell'accoglienza tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI? "No non ce ne sono. Diciamo però - ha aggiunto il direttore dell'America Jewish Committee - che è stato il predecessore di Ratzinger ad aver permesso questo cammino e questa comunicazione. Wojtyla ha fatto passi da gigante in materia di dialogo interreligioso, e ora in Vaticano è normale che il Papa mostri tutto questo calore. Segno evidente di un rapporto tutto speciale col popolo ebraico".
RATZGIRL
Friday, June 10, 2005 12:39 AM
E'un piacere immenso per me(e per tutti coloro che come me amano Papa Ratzi)leggere notizie come questa.
Alla faccia di certi giornalisti!
Ratzigirl
Friday, June 10, 2005 2:40 AM
Anacronisticamente parlando...
Lo so che è anacronistico rispetto alla notizia precedente, ma è troppo bella quest'omelia per non postarla!!!


OMELIA DELLA VEGLIA DI PASQUA

DELL’EM.MO CARD. JOSEPH RATZINGER



La liturgia della notte santa di Pasqua– dopo la benedizione del cero pasquale – comincia con una processione dietro la luce e verso la luce. Questa processione riassume simbolicamente tutto il cammino catecumenale e penitenziale della Quaresima, ma riprende anche il lungo cammino di Israele nel deserto verso la terra promessa e simbolizza infine anche il cammino dell’umanità, che nelle notti della storia cerca la luce, cerca il paradiso, cerca la vera vita, la riconciliazione tra le genti, tra cielo e terra, la pace universale.

Così la processione implica tutta la storia come le parole della benedizione del cero pasquale proclamano: "Cristo ieri e oggi. Principio e fine… A lui appartengono il tempo e i secoli. A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno..." Ma la liturgia non si perde in idee generali, non si accontenta con utopie vaghe, ci offre invece indicazioni molto concrete circa il cammino da prendere e circa la meta del nostro cammino. Israele nel deserto fu guidato di notte da una colonna di fuoco, durante il giorno da una nuvola. La nostra colonna di fuoco, la nostra sacra nuvola è il Cristo risorto, simboleggiato dal cero pasquale acceso. Cristo è la luce; Cristo è via, verità e vita; seguendo Cristo, tenendo fisso lo sguardo del nostro cuore verso Cristo, troviamo la strada giusta. Tutta la pedagogia della liturgia quaresimale concretizza questo imperativo fondamentale. Seguire Cristo significa innanzitutto: essere attenti alla sua parola. La partecipazione alla liturgia domenicale settimana per settimana è necessaria per ogni cristiano proprio per entrare in una vera familiarità con la parola divina: l’uomo non vive solo del pane o del denaro o della carriera, vive della parola di Dio, che ci corregge, ci rinnova, ci mostra i veri valori portanti del mondo e della società: La parola di Dio è la vera manna, il pane del cielo, che ci insegna la vita, l’essere uomini. Seguire Cristo implica essere attenti ai suoi comandamenti – riassunti nel duplice comandamento di amare Dio ed il prossimo come noi stessi. Seguire Cristo significa avere compassione per i sofferenti, avere un cuore per i poveri; significa anche avere il coraggio di difendere la fede contro le ideologie; avere fiducia nella Chiesa e nella sua interpretazione e concretizzazione della parola divina per le nostre circostanze attuali. Seguire Cristo implica amare la sua Chiesa, il suo corpo mistico. Camminando così accendiamo piccole luci nel mondo, rompiamo le tenebre della storia.

Il cammino di Israele fu orientato verso la terra promessa, tutta l’umanità cerca qualcosa come la terra promessa. La liturgia pasquale è molto concreta su questo punto. La sua meta sono i sacramenti dell’iniziazione cristiana: il battesimo – la cresima – la santa eucaristia. La Chiesa ci dice così che questi sacramenti sono l’anticipazione del mondo nuovo, la sua presenza anticipata nella nostra vita. Nella Chiesa antica il Catecumenato era un cammino passo per passo verso il battesimo: un cammino di apertura dei sensi, del cuore, dell’intelletto a Dio, un apprendimento di un nuovo stile di vita, una trasformazione del proprio essere nella crescente amicizia con Cristo in compagnia con tutti i credenti. Così, dopo le diverse tappe di purificazione, di apertura, di conoscenza nuova l’atto sacramentale del battesimo era il dono definitivo di una vita nuova – era morte e risurrezione, come dice S. Paolo in una specie di autobiografia spirituale: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). La risurrezione di Cristo non è semplicemente il ricordo di un fatto passato. Nella notte pasquale, nel sacramento del battesimo, si realizza oggi realmente la risurrezione, la vittoria sulla morte. Perciò Gesù dice: "Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna ed… è passato dalla morte alla vita" (Giov 5,24). E nello stesso senso dice a Marta: "Io sono la risurrezione e la vita…" (11,25). Gesù è la risurrezione e la vita eterna; nella misura, in cui siamo uniti a Cristo, siamo già oggi "passati dalla morte alla vita", viviamo già adesso la vita eterna, che non è solo una realtà che viene dopo la morte, ma comincia oggi nella nostra comunione con Cristo. Passare dalla morte alla vita – questo è col sacramento del battesimo il nucleo reale della liturgia di questa notte santa. Passare dalla morte alla vita – questo è il cammino, del quale Cristo ha aperto la porta, a cui ci invita la celebrazione delle feste pasquali.




Cari fedeli, la maggior parte di noi ha ricevuto il battesimo da bambino, a differenza di questi cinque catecumeni, che ora si apprestano a riceverlo in età adulta. Essi sono qui pronti per proclamare ad alta voce la loro fede. Per la maggioranza di noi invece, sono stati i nostri genitori che hanno anticipato la nostra fede. Ci hanno donato la vita biologica senza poterci chiedere, se volevamo vivere o no, convinti giustamente, che è bene vivere, che la vita è un dono. Ma erano ugualmente convinti che la vita biologica è un dono fragile, anzi, in un mondo segnato da tanti mali, un dono ambiguo e divenga un vero dono solo, se si può, nello stesso momento, donare la medicina contro la morte, la comunione con la vita invincibile, con Cristo. Insieme col dono fragile della vita biologica ci hanno dato la garanzia della vera vita, nel battesimo. Sta adesso a noi appropriarci di questo dono, entrare sempre più radicalmente nella verità del nostro battesimo. La notte pasquale ci invita ogni anno, ad immergerci di nuovo nelle acque del battesimo, a passare dalla morte alla vita, a divenire veri cristiani.

"Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà", dice un antico canto battesimale, ripreso da S. Paolo nella lettera agli Efesini (5,14). "Svegliati, o tu che dormi… e Cristo ti illuminerà", dice oggi la Chiesa a noi tutti: Svegliamoci dal nostro cristianesimo stanco, privo di slancio; alziamoci e seguiamo Cristo la vera luce, la vera vita. Amen.
Ratzigirl
Sunday, June 12, 2005 10:29 PM
Angelus 12 giugno 2005
Cari fratelli e sorelle!

Prosegue l’Anno dell’Eucaristia, voluto dall’amato Papa Giovanni Paolo II per ridestare sempre più nelle coscienze dei credenti lo stupore verso questo grande Sacramento. In questo singolare tempo eucaristico, uno dei temi ricorrenti è quello della Domenica, il Giorno del Signore, tema che è stato al centro anche del recente Congresso Eucaristico italiano, svoltosi a Bari. Durante la Celebrazione conclusiva, io pure ho sottolineato come la partecipazione alla Messa domenicale debba esser sentita dal cristiano non come un’imposizione o un peso, ma come un bisogno e una gioia. Riunirsi insieme con i fratelli, ascoltare la Parola di Dio e nutrirsi di Cristo, immolato per noi, è un’esperienza che dà senso alla vita, che infonde pace al cuore. Senza la domenica noi cristiani non possiamo vivere.



Per questo i genitori sono chiamati a far scoprire ai loro figli il valore e l’importanza della risposta all’invito di Cristo che convoca l’intera famiglia cristiana alla Messa domenicale. In tale cammino educativo, una tappa quanto mai significativa è la Prima Comunione, una vera festa per la comunità parrocchiale, che accoglie per la prima volta i suoi figli più piccoli alla Mensa del Signore. Per sottolineare l’importanza di questo evento per la famiglia e per la parrocchia, il 15 ottobre prossimo, a Dio piacendo, terrò in Vaticano uno speciale incontro di catechesi con i bambini, in particolare di Roma e del Lazio, che durante quest’anno hanno ricevuto la Prima Comunione. Questo festoso raduno verrà a cadere quasi alla fine dell’Anno dell’Eucaristia, mentre sarà in corso l’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi incentrata sul mistero eucaristico. Sarà un circostanza opportuna e bella per ribadire il ruolo essenziale che il sacramento dell’Eucaristia riveste nella formazione e nella crescita spirituale dei fanciulli.

Affido fin d’ora questo incontro alla Vergine Maria, perché ci insegni ad amare sempre più Gesù, nella costante meditazione della sua Parola e nell’adorazione della sua presenza eucaristica, e ci aiuti a far scoprire alle giovani generazioni la "perla preziosa" dell’Eucaristia, che dà senso vero e pieno alla vita.



DOPO L’ANGELUS

Saluto i donatori di sangue del mondo intero, in particolare quelli presenti oggi in Piazza San Pietro, venuti in occasione della Giornata Mondiale del Donatore di Sangue, che ricorrerà dopodomani. Cari fratelli, so che avete partecipato alla santa Messa presieduta dal Cardinale Lozano Barragán, Presidente del Pontificio Consiglio della Salute. Cristo, che ci ha redenti con il suo Sangue, sia sempre il modello del vostro volontariato.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, de modo particular a los del Colegio San José de Reus y a los de las parroquias de Nuestra Señora del Carmen de Játiva y Valencia. Os exhorto con las mismas palabras de Jesús en el Evangelio de hoy: "Id y proclamad que el Reino de Cielos está cerca". ¡Qué Dios os bendiga!

Z veseljem pozdravljam romarje iz Preddvora v Sloveniji. Romanje na grob zavetnika vaše župnije naj poživi vašo vero in zvestobo evangeliju!

[Con piacere saluto i pellegrini da Preddvor in Slovenia. Il pellegrinaggio alla tomba del Patrono della vostra Parrocchia rafforzi la vostra fede e la vostra fedeltà al Vangelo!]

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Terni, Lodi, Pantigliate, Pergo di Cortona, Mirteto, Roma, Ruvo di Puglia, Leverano, Gioia Sannitica, Napoli, Bellizzi, Palau e Macomer, Catania e dalla diocesi di Ariano Irpino-Lacedonia. Saluto, inoltre, gli anziani della Comunità di Sant’Egidio, i bambini e gli insegnanti delle scuole di Nerviano e di San Benedetto del Tronto, la Banda musicale di Gallipoli e il Coro "Laurentianum" di Lizzanello.

Auguro a tutti una buona domenica.
Ratzigirl
Monday, June 13, 2005 9:24 PM
Il 28 giugno inizia il processo di beatificazione
Il 28 giugno il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II
A confermarlo è stato il Card. Camillo Ruini che ha annunciato per la festività di S.Pietro e Paolo l'apertura ufficiale del processo di beatificazioni per il Santo Padre Giovanni Paolo II.
A confermarlo è stato il Card. Camillo Ruini che ha annunciato per la festività di S.Pietro e Paolo l'apertura ufficiale del processo di beatificazioni per il Santo Padre Giovanni Paolo II.




“Martedì 28 giugno, alle ore 19.00, in questa Basilica di San Giovanni in Laterano, nei primi vespri della solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, apriremo ufficialmente la causa di beatificazione e canonizzazione (applausi) del nostro amatissimo vescovo e Papa, Giovanni Paolo II. Il vostro applauso testimonia ancora una volta il bene che tutti gli vogliamo e il bene che egli ci ha fatto. Sarà per tutti noi un grandissimo dono e uno straordinario motivo di rendere grazie al Signore" Questo è stato l'annuncio del Presidente dei Vescovi Italiani , Card. Camillo Ruini, nella Basilica di S.Giovanni in Laterano dove ha chiuso i lavori del Convegno della diocesi di Roma su famiglia e comunità cristiana.
Una notizia attesa fin dal 13 maggio scorso, giorno in cui Benedetto XVI aveva annunciato, sempre nella Basilica Lateranense, la dispensa dei 5 anni canonici di attesa per l’avvio del processo di beatificazione per Papa Wojtyla
Ratzigirl
Wednesday, June 15, 2005 3:09 AM
Udienza generale
10:30 In diretta dal Vaticano: UDIENZA GENERALE del Santo Padre BENEDETTO XVI

PER I POSSESSORI DI SKY L'EVENTO è DISPONIBILE SUL CANALE 819

L'EVENTO E' ALTRESI' VISIBILE TRAMITE MEDIAPLAYER COLLEGANDOSI AL CTV CLICCANDO QUA


(il collegamnto televisivo inizierà verso le 10.25 ca.)
Ratzigirl
Wednesday, June 15, 2005 2:33 PM
Udienza Generale mercoledì 15 giugno

Salmo 122

A te levo i miei occhi,
a te che abiti nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni;
come gli occhi della schiava,
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
gia troppo ci hanno colmato di scherni,
noi siamo troppo sazi
degli scherni dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.





CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari Fratelli e Sorelle,

avete purtroppo sofferto sotto la pioggia. Adesso speriamo che il tempo migliori.

1. In modo molto incisivo Gesù, nel Vangelo, afferma che l’occhio è un simbolo espressivo dell’io profondo, è uno specchio dell’anima (cfr Mt 6,22-23). Ebbene, il Salmo 122, ora proclamato, è tutto racchiuso in un incrociarsi di sguardi: il fedele leva i suoi occhi al Signore e attende una reazione divina, per cogliervi un gesto d’amore, un’occhiata di benevolenza. Anche noi eleviamo un po' gli occhi e aspettiamo un gesto di benevolenza dal Signore.

Non di rado nel Salterio si parla dello sguardo dell’Altissimo che «si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio» (Sal 13,2). Il Salmista, come abbiamo sentito, ricorre a un’immagine, quella del servo e della schiava che sono protesi verso il loro padrone in attesa di una decisione liberatrice.

Anche se la scena è legata al mondo antico e alle sue strutture sociali, l’idea è chiara e significativa: quell’immagine ripresa dal mondo dell’Oriente antico vuole esaltare l’adesione del povero, la speranza dell’oppresso e la disponibilità del giusto nei confronti del Signore.

2. L’orante è in attesa che le mani divine si muovano, perché esse opereranno secondo giustizia, distruggendo il male. Per questo spesso nel Salterio l’orante eleva il suo occhio colmo di speranza verso il Signore: «Tengo i miei occhi rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede» (Sal 24,15), mentre «i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio» (Sal 68,4).

Il Salmo 122 è una supplica in cui la voce di un fedele si unisce a quella dell’intera comunità: infatti, il Salmo passa dalla prima persona singolare - «levo i miei occhi» - a quella plurale - «i nostri occhi» e «pietà di noi» (cfr vv 1-3). Viene espressa la speranza che le mani del Signore si aprano per effondere doni di giustizia e di libertà. Il giusto attende che lo sguardo di Dio si riveli in tutta la sua tenerezza e bontà, come si legge nell’antica benedizione sacerdotale del Libro dei Numeri: «Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,25-26).

3. Quanto sia importante lo sguardo amoroso di Dio si rivela nella seconda parte del Salmo, caratterizzata dall’invocazione: «Pietà di noi, Signore, pietà di noi!» (Sal 122,3). Essa si pone in continuità con la finale della prima parte, ove si ribadisce l’attesa fiduciosa «finché il Signore nostro Dio abbia pietà di noi» (v. 2).

I fedeli hanno bisogno di un intervento di Dio perché si trovano in una situazione penosa di disprezzo e di scherni da parte di gente prepotente. L’immagine che ora il Salmista usa è quella della sazietà: «Già troppo ci hanno colmato di scherni, noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi» (vv. 3-4).

Alla tradizionale sazietà biblica di cibo e di anni, considerata un segno della benedizione divina, si oppone ora un’intollerabile sazietà costituita da un carico esorbitante di umiliazioni. E sappiamo come oggi tante Nazioni, tanti individui realmente sono colmati di scherno, troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi. Preghiamo per loro e aiutiamo questi nostri fratelli umiliati.

Per questo i giusti hanno affidato la loro causa al Signore ed egli non rimane indifferente a quegli occhi imploranti, non ignora la loro e la nostra invocazione, né delude la loro speranza.

4. In finale lasciamo spazio alla voce di sant’Ambrogio, il grande Arcivescovo di Milano, il quale, nello spirito del Salmista, scandisce poeticamente l’opera di Dio che ci raggiunge in Gesù Salvatore: «Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento»


Ratzigirl
Thursday, June 16, 2005 11:52 AM
Dichiarazione del direttore della sala stampa Navarro Valls
DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, DR. JOAQUÍN NAVARRO-VALLS



Il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Dr. Joaquín Navarro-Valls, ha rilasciato ai giornalisti la seguente dichiarazione:

"Il prossimo 28 giugno, nel corso di una solenne Celebrazione Liturgica alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI, sarà presentato il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica preparato da una Commissione speciale, presieduta dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger.

Il volume del Catechismo della Chiesa Cattolica era stato consegnato ai fedeli di tutto il mondo il 7 dicembre 1992 da Papa Giovanni Paolo II, che lo presentava come "testo di riferimento sicuro e autentico".

Successivamente, alla richiesta di una maggiore valorizzazione del Catechismo e per venire incontro a una diffusa esigenza emersa nel Congresso Catechistico Internazionale del 2002, fu istituita nel 2003 dal Santo Padre una Commissione speciale, presieduta dallo stesso Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con il compito di elaborare un Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, contenente una formulazione più sintetica e dialogica dei medesimi contenuti della fede e della morale cattolica.

L’avvio della sua diffusione avverrà a partire dal prossimo 29 giugno 2005, nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, colonne della Chiesa universale ed evangelizzatori esemplari del Vangelo. Tutta la Chiesa è invitata, ora, a imitarli nel loro slancio missionario e a pregare il Signore affinché le conceda di seguire anche oggi il loro insegnamento che ha portato il gioioso annuncio del Vangelo al mondo intero.

A quarant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II e nel cuore dell’anno dell’Eucaristia, il Compendio può rappresentare un prezioso sussidio per soddisfare la fame di verità che ogni persona umana di qualunque età e condizione avverte.

Il testo del Compendio sarà pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in coedizione con le Edizioni San Paolo, che ne cureranno anche la diffusione in tutta Italia. Mentre per le traduzioni e le edizioni nelle varie lingue saranno coinvolte le rispettive Conferenze Episcopali."
Ratzigirl
Friday, June 17, 2005 4:42 AM
Il papa: ''Il nostro impegno per l'unità dei cristiani è irreversibile''



Benedetto XVI ha ricevuto in udienza in Vaticano il pastore metodista Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec). La conferma dell'impegno dei cattolici sulla strada del dialogo.





CITTA' DEL VATICANO - "L'impegno della Chiesa cattolica nella ricerca dell'unità dei cristiani è irreversibile". Lo ha detto questa mattina Benedetto XVI ricevendo in udienza in Vaticano il pastore metodista Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), accompagnato da una delegazione dell'organismo. Soffermandosi sulle "relazioni sviluppatesi tra la Chiesa cattolica e il Cec durante il Concilio Vaticano II", il Papa ha ricordato la nascita del "Gruppo congiunto di lavoro" nel 1965, "come strumento di ulteriore contatto e cooperazione" nel cammino verso l'unità. "Il prossimo mese di novembre - ha proseguito Benedetto XVI - si svolgerà un'importante consultazione sul futuro del Gruppo per segnare il quarantesimo anniversario della sua fondazione. La mia speranza e la mia preghiera sono affinché i suoi propositi e la metodologia di lavoro vengano ulteriormente chiariti al fine di una sempre più effettiva comprensione, cooperazione e di un maggiore progresso ecumenico". Il Papa ha quindi espresso l'auspicio che la visita di Kobia "presso la Santa Sede sia stata fruttuosa e che abbia rafforzato i legami di comprensione e amicizia tra noi. L'impegno della Chiesa cattolica nella ricerca dell'unità dei cristiani - ha proseguito Benedetto XVI - è irreversibile. Desidero pertanto rassicurarla che essa è desiderosa di proseguire la cooperazione con il Consiglio mondiale delle Chiese". Infine, "una speciale parola di incoraggiamento" e l'assicurazione" che lei è nelle mie preghiere ed ha la mia salda amicizia".

Da parte sua, il pastore Samuel Kobia ha ringraziato il pontefice per la sua affermazione sull'assoluta priorità del suo papato sull'ecumenismo. "Teniamo a dirgli che siamo davvero pronti a lavorare insieme per dare visibilità all'unità dei cristiani''. "E' nostra intenzione - ha detto - continuare con maggiore impegno il lavoro insieme al Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani. Ci sono temi importanti in discussione, come ad esempio quello riferito al mutuo riconoscimento del battesimo, ma un tema importante su cui non sono stati fatti molti passi avanti e sul quale dobbiamo lavorare, è il tema dell'eucarestia. Auspichiamo davvero che su questo fronte sia possibile trovare delle convergenze. Altro tema che ci sta a cuore è quello dell'ecumenismo a livello locale. La chiesa cattolica è ormai membro di 70 diversi consigli nazionali di chiese in varie parti del mondo. Questo conferma un significativo sviluppo dell'ecumenismo locale. E' necessario che si accetti questa nuova realta', e che gli si dia il giusto valore''.
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