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Discipula
Friday, May 19, 2006 2:42 PM
Re: Re: Re: Cominciamo male...

Scritto da: stupor-mundi 18/05/2006 22.21


Se il mio post è stato frainteso mi spiace, intendevo semplicemente dire la i tempi della "classe operaia" come la intende il subcomandane (in)fausto bertinotti (ribadisco, un fossile vivente) sono finiti da un pezzo! IL fatto è che molta gente sembra non essersi accorta che la società italiana è cambiata rispetto a quella degli anni 50 e dei tempi di togliatti. Oggi gli operai non votano rifondazione e comunisti italiani: ti posso dire per certo che questi partiti sono votati da fior di professionisti, avvocati, che hanno i quadri di mirò alle pareti e, come bertinotti del resto, vanno in giro con il cachemire da 1000 euro...e poi però tacciano di oscurantismo il papa!! Chi è il reazionario!! Oggi, per me non c'è nulla di più reazionario che dirsi comunista...
By the way, non capisco però il tuo post, io non ho mai difeso il passato governo nè tantomeno tremonti..

[Modificato da stupor-mundi 18/05/2006 22.23]





Scusate se sono OT, ma vorrei rispondere a questo post di stupor-mundi che, evidentemente, ho male interpretato nel riferimento alla “non esistenza” degli operai e non ho difficoltà a dire che mi fa piacere essere in errore.

Nel tuo primo post mi era sembrato di cogliere una nota sarcastica nei confronti di questi lavoratori, ma ora che hai chiarito meglio ho capito che non è così.

Il fatto è che proprio in questi giorni ho avuto una breve discussione con un collega di lavoro che auspicava per il prossimo futuro la scomparsa, non fisica ovviamente , ma professionale, della figura “classica” dell’operaio e dell’impiegato visto che secondo lui dovrebbero trasformarsi tutti in “imprenditori di se stessi”, consulenti e lavoratori interinali. Io, pur essendo favorevole ad alcune forme di flessibilità, non ero d’accordo con la posizione del mio collega e quando ho letto il tuo post l’ho interpretato sulla falsa riga dell’incontro-scontro avuto con lui, sbagliando.

Indubbiamente ci sono state trasformazioni nel mondo del lavoro, che non è più quello di Togliatti, e per fortuna non tutti gli operai oggi votano Rifondazione, così come, ugualmente per fortuna, non tutti gli imprenditori votano Lega.


[Modificato da Discipula 19/05/2006 14.44]

[Modificato da Discipula 19/05/2006 14.52]

Sybella
Saturday, May 20, 2006 6:20 PM
Il Papa riceve l'ambasciatore spagnolo
Ricevendo il nuovo ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, Francisco Vazquez, Papa Benedetto ha ripetuto anche oggi che la famiglia - fondata sul matrimonio - non va 'soppiantata od offuscata' con altri tipi di istituzioni. Inoltre, occorre difendere il diritto alla vita sin dal momento del concepimento.

...magari a forza di sentirglielo ripetere con forza e determinazione tutti capiremo (...capiranno) che questi moniti rientrano fra i compiti primari di un Pontefice e di una Chiesa votata alla salvaguardia della vita...
Sybella
Regin
Saturday, May 20, 2006 7:19 PM
Re: Cominciamo male...

Scritto da: stupor-mundi 18/05/2006 20.49

Povera Italia, in quali abissi sei caduta!!!




Non si è ancora toccato il fondo. Il peggio deve ancora arrivare..
.


Che Dio ci aiuti!!!



Potrebbe anche non farlo!!!









Sihaya.b16247
Saturday, May 20, 2006 11:26 PM
Re: Re: Quoto con tutte e due.......

Scritto da: Sihaya.b16247 19/05/2006 0.06
Senza offesa, mi sa che Levada sta facendo fetecchia...deve svegliarsi un po' e RUGGIRE!!



Mi scuso con Levada...O forse mi è stato a sentire??
Ratzigirl
Sunday, May 21, 2006 6:12 PM
IL 3 GIUGNO MEETING COI MOVIMENTI, RICCHEZZA PER LA CHIESA

Attese 300 mila persone per grande evento,il primo con Ratzinger

Sarà il primo mega-raduno di Benedetto XVI con i movimenti ecclesiali di tutto il mondo. Per il 3 giugno è oramai iniziato il conto alla rovescia e proprio questa mattina, durante la preghiera del Regina Coeli, è stato lo stesso Papa ad annunciare l'atteso evento, invitando tutti a partecipare, a piazza San Pietro, sabato 3 giugno, per la recita dei Vespri.

"Il 3 giugno prossimo - ha affermato il Papa - avrò la gioia di incontrarmi in piazza San Pietro con numerosi aderenti a più di cento movimenti ecclesiali e nuove comunità provenienti da tutto il mondo. So bene - ha aggiunto Benedetto XVI - cosa significhi per la Chiesa la loro ricchezza formativa educativa e missionaria tanto apprezzata, sostenuta e incoraggiata dall'amato papa Giovanni Paolo II".

Per il meeting, definito dal consiglio dei Ministri grande evento, sono attese nella piazza vaticana oltre 300 mila persone, membri dei diversi movimenti. Sarà il primo incontro mondiale di questo genere con il nuovo Papa. A San Pietro giungeranno, tra gli altri, rappresentanti di Comunione e Liberazione, del Cammino Neocatecumenale, dei Focolarini, della Comunità di Sant'Egidio. Ci saranno Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale, Giancarlo Cesana, di Cl, Alba Spariglia per i focolarini. Molto improbabile la presenza di Chiara Lubich, la fondatrice dei focolarini che attualmente si trova in Svizzera per un periodo di riposo.

Saranno oltre 100 le realtà ecclesiali, riconosciute in gran parte a livello internazionale dalla Santa Sede. Ed ancora saranno presenti alcune aggregazioni riconosciute a livello diocesano, rappresentanti dei dicasteri della Curia Romana, membri e consultori del Pontificio Consiglio per i Laici, vescovi di tutto il mondo, osservatori di varie istituzioni cattoliche e delegati di altre Chiese e confessioni cristiane.

Inoltre, dal 31 maggio al 2 giugno, il Pontificio Consiglio per i Laici riunisce a Rocca di Papa, presso il Centro 'Mondo Migliore' oltre 300 persone provenienti da vari Paesi e diverse esperienze aggregative per il congresso sul tema "La bellezza di essere cristiani e la gioia di comunicarlo", per poi concludersi con l'incontro a San Pietro il 3 giugno.

Giovanni Paolo II concesse un'udienza simile il 30 maggio del 1998, sempre il sabato di Pentecoste. All'evento parteciparono oltre 50 tra movimenti e nuove comunità, tra cui membri di Comunione e Liberazione, dei Neocatecumenali, di Rinnovamento nello Spirito, dei Focolari, degli Scalabriniani. L'occasione fu il Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali, organizzato dal Pontificio Consiglio per i Laici a Roma, dal 27 al 29 maggio 1998. Quel giorno, il 30 maggio, Don Giussani (fondatore Cl), Chiara Lubich (fondatrice Focolari), Kiko Arguello (fondatore Neocatecumenali), pronunciarono la propria testimonianza alla presenza di Papa Wojtyla.

"I movimenti rappresentano uno dei frutti più significativi di quella primavera della Chiesa già preannunciata dal Concilio Vaticano II", aveva scandito Giovanni Paolo II nel suo messaggio ai movimenti che parteciparono al Congresso.

Ratzigirl
Sunday, May 21, 2006 6:16 PM
REGINA CÆLI 21 Maggio 2006



Cari fratelli e sorelle!

Il libro degli Atti degli Apostoli riferisce che Gesù, dopo la sua risurrezione, apparve ai discepoli per quaranta giorni e poi "fu elevato in alto sotto il loro occhi" (At 1,9). È l’Ascensione, festa che celebreremo giovedì 25 maggio, anche se in alcuni Paesi è trasferita alla prossima domenica. Il significato di quest’ultimo gesto di Cristo è duplice. Anzitutto, salendo verso l’"alto", Egli rivela in modo inequivocabile la sua divinità: ritorna là da dove è venuto, cioè in Dio, dopo aver compiuto la sua missione sulla terra. Inoltre Cristo ascende al Cielo con l’umanità che ha assunto e che ha risuscitato dai morti: quell’umanità è la nostra, trasfigurata, divinizzata, divenuta eterna. L’Ascensione, pertanto, rivela l’"altissima vocazione" (Gaudium et spes, 22) di ogni persona umana: essa è chiamata alla vita eterna nel Regno di Dio, Regno di amore, di luce e di pace.

Nella festa dell’Ascensione si celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, voluta dal Concilio Vaticano II e giunta ormai alla sua quarantesima edizione. Quest’anno ha per tema: "I media: rete di comunicazione, comunione e cooperazione". La Chiesa guarda con attenzione ai media, perché rappresentano un veicolo importante per diffondere il Vangelo e per favorire la solidarietà tra i popoli, attirandone l’attenzione sui grandi problemi che ancora li segnano profondamente. Quest’oggi, ad esempio, con l’iniziativa "Il mondo in marcia contro la fame" (Walk the World), indetta dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, si intende sensibilizzare i Governi e l’opinione pubblica sulla necessità di un’azione concreta e tempestiva per garantire a tutti, in particolare ai bambini, la "libertà dalla fame". Sono vicino con la preghiera a questa manifestazione, che si svolge a Roma e in altre città di circa 100 Paesi. Auspico vivamente che, grazie al contributo di tutti, possa superarsi la piaga della fame che ancora affligge l’umanità, mettendo a serio rischio la speranza di vita di milioni di persone. Penso, in primo luogo, all’urgente e drammatica situazione del Darfur, nel Sudan, dove persistono forti difficoltà nel soddisfare perfino i primari bisogni alimentari della popolazione.

Con la consueta recita del Regina Caeli affidiamo quest’oggi alla Vergine Maria particolarmente i nostri fratelli oppressi dal flagello della fame, quanti vengono in loro aiuto e coloro che attraverso i mezzi di comunicazione sociale contribuiscono a rinsaldare tra i popoli i vincoli della solidarietà e della pace. Chiediamo inoltre alla Madonna di rendere fruttuoso il viaggio apostolico in Polonia che, a Dio piacendo, compirò da giovedì a domenica prossimi nel ricordo dell’amato Giovanni Paolo II.


[00757-01.01] [Testo originale: Italiano]


DOPO IL REGINA CÆLI

Mentre urgono gli ultimi preparativi del mio viaggio apostolico in Polonia, ho anche presente nel cuore e nella preghiera l’importante appuntamento di sabato 3 giugno prossimo, vigilia di Pentecoste, quando avrò la gioia di incontrarmi in Piazza San Pietro con numerosi aderenti a più di cento movimenti ecclesiali e nuove comunità, provenienti da tutto il mondo. So bene che cosa significhi per la Chiesa la loro ricchezza formativa educativa e missionaria, tanto apprezzata, sostenuta e incoraggiata dall’amato Papa Giovanni Paolo II. Insieme celebreremo i Primi Vespri della solennità di Pentecoste invocando fiduciosi lo Spirito Santo, affinché riempia i cuori dei fedeli e a tutti sia annunciato il messaggio d’amore di Cristo, Salvatore del mondo.

In occasione della "Giornata del Sollievo", che si celebrerà in Italia domenica prossima, assicuro un particolare ricordo nella preghiera per i malati in fase terminale e per quanti li aiutano a vivere la sofferenza in modo umano.


Ratzigirl
Monday, May 22, 2006 12:09 AM
Vaticano-Spagna: nuovo ambasciatore, si apre nuova fase al dialogo

Il papa ha ricevuto ieri mattina il nuovo ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, Francisco Vazquez Vazquez, cattolico socialista scelto dal governo Zapatero per riportare su un binario equilibrato le relazioni diplomatiche tra Vaticano e Madrid.



Il papa ha ricevuto ieri mattina il nuovo ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede, Francisco Vazquez Vazquez, cattolico socialista scelto dal governo Zapatero per riportare su un binario equilibrato le relazioni diplomatiche tra Vaticano e Madrid. Duro il discorso che Benedetto XVI ha rivolto al neo-diplomatico: un nuovo no ai Pacs e all' aborto. "La Chiesa proclama senza riserve il diritto primordiale alla vita - ha detto il pontefice - dal suo concepimento fino al suo termine naturale, il diritto alla vita, a formare e vivere in famiglia, spesso minacciata e offuscata da altre forme o istituzioni diverse". Rivolgendosi così al nuovo ambasciatore, il papa ha voluto richiamare l'attenzione sulla famiglia e sul diritto del nascituro e ha ribadito che "la famiglia è fondata sul matrimonio, altissima vocazione e imprescindibile valore sociale". Benedetto XVI si è poi soffermato sulle relazioni diplomatiche tra Spagna e Santa Sede che "riflettono il vincolo costante del popolo spagnolo con la fede cattolica". "La grande vitalità che la Chiesa ha svolto e svolge nel Paese spagnolo - ha sottolineato il Pontefice - è un invito speciale a rafforzare queste relazioni e a produrre una collaborazione stretta tra la Chiesa e le istituzioni pubbliche, in modo rispettoso e leale - ha osservato Benedetto XVI - nelle rispettive competenze e autonomia, allo scopo di raggiungere il bene della persona umana". Per questo il Papa ha ricordato l'accordo sottoscritto tra la Spagna e la Santa Sede per "garantire alla Chiesa cattolica il libero e pubblico esercizio delle attività che le sono proprie e in special modo del culto, la giurisidizione e il magistero".

Benedetto XVI ha inoltre sottolineato l'importanza della "promozione e difesa dei diritti umani - ha affermato - così come la dignità della persona nella sua integrità, in qualunque luogo e situazioni si trovi"."La Chiesa insiste inoltre sul diritto inalienabile delle persone di professare senza ostacoli, tanto pubblici come privati, la propria fede religiosa - ha poi aggiunto il Papa - così come il diritto dei padri a che i figli ricevano una istruzione consona con i propri valori e credenze, senza discriminazione o esclusione esplicita alcuna". A tal proposito, Benedetto XVI ha ribadito l'importanza dell'insegnamento della "religione cattolica nelle scuole pubbliche spagnole, che significa che la popolazione riconosce l'importanza del diritto alla crescita, alla formazione personale e alla cultura dei giovani". Parlando infine delle relazioni diplomatiche tra la Spagna e la Santa Sede, Benedetto XVI ha espresso l'auspicio che "si rafforzino e progrediscano". E' stata un'udienza "cordiale e affettuosa". Da oggi "si apre una nuova fase per il dialogo" tra Vaticano e Madrid, ha riferito l'ambasciatore Vazquez. Il colloquio privato tra il Pontefice e l'ambasciatore è durato circa venti minuti, durante i quali sono stati discussi i temi "dell'insegnamento della religione nella scuola, dei valori cristiani, della famiglia. Ma non si è fatto alcun cenno alla legge sulle coppie gay", ha aggiunto l'ambasciatore. Vazquez - che con il Papa ha conversato in spagnolo - era accompagnato dalla moglie, dai figli e dai nipoti. Ha portato al pontefice una preziosa immagine intagliata a mano, rappresentante la Vergine Santissima del Rosario, patrona de La Coruna, città spagnola dove Vazquez fu sindaco per 23 anni. "Il Papa desidera fortemente venire da noi in Spagna", ha riferito l'ambasciatore, "e il governo vuole che tutto vada bene e che il Papa sia soddisfatto". Il diplomatico ha tuttavia riferito che nel corso dell'udienza non sono state affrontate le questioni tecniche sul prossimo viaggio che Benedetto XVI compirà a Valencia, l'8 e 9 luglio. L'ambasciatore è giunto a Roma già da tre settimane, durante le quali ha incontrato alcuni alti prelati della Segreteria di Stato, così come delle varie Congregazioni e Dicasteri.

Il 22 maggio, per un colloquio più politico, incontrerà il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato. Francisco Vazquez, cattolico e socialista, è stato designato dal premier José Luis Rodriguez Zapatero con il compito di rilanciare il dialogo con la Chiesa cattolica. I rapporti tra Madrid e Santa Sede sono recentemente migliorati dopo che il governo Zapatero è stato aspramente criticato dalla Chiesa cattolica per alcune iniziative come, ad esempio, la legalizzazione del matrimonio omosessuale o l'introduzione del divorzio-express. In occasione del concistoro nel quale, a fine marzo, Papa Ratzinger ha nominato, tra gli altri, il cardinale spagnolo Antonio Canizares, il governo spagnolo ha inviato a Roma un'importante delegazione, guidata dal vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega. La numero due di Zapatero è in contatto con il Vaticano anche per la preparazione, a luglio a Valencia, di un incontro internazionale sulla famiglia, tema su cui le prospettive di Madrid e della Santa Sede non coincidono.

Ratzigirl
Monday, May 22, 2006 7:50 PM
INCONTRO CON PRESIDENTE EX REPUBBLICA JUGOSLAVA DI MACEDONIA



Benedetto XVI ha incontrato oggi Branko Crvenkovski, Presidente dell'ex repubblica jugoslava di Macedonia. Il Presidente, che era accompagnato da un seguito di una quindicina di persone, e' stato trattenuto dal Pontefice a colloquio privato per 10 minuti. Successivamente c'e' stato uno scambio di doni e l'omaggio al papa da parte del seguito presidenziale.

Ratzigirl
Monday, May 22, 2006 7:54 PM
UDIENZA AI SUPERIORI E ALLE SUPERIORE GENERALI DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA
Signor Cardinale,

venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,

cari fratelli e sorelle!

E’ per me una grande gioia incontrarmi con voi, Superiori e Superiore Generali, rappresentanti e responsabili della Vita Consacrata. A tutti rivolgo il mio cordiale saluto. Con fraterno affetto saluto, in particolare, il Signor Cardinale Franc Rodè, e lo ringrazio per essersi fatto interprete, unitamente ad altri vostri rappresentanti, dei vostri sentimenti. Saluto il Segretario e i Collaboratori della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e delle Società di Vita Apostolica, grato per il servizio che questo Dicastero rende alla Chiesa in un ambito tanto importante come è quello della Vita Consacrata. Il mio pensiero va, in questo momento, con viva gratitudine a tutti i religiosi e le religiose, i consacrati e le consacrate e i membri delle Società di vita apostolica che effondono nella Chiesa e nel mondo il bonus odor Christi (cfr 2 Cor 2,15). A voi, Superiore e Superiori Maggiori, chiedo di trasmettere una parola di speciale premura a quanti sono in difficoltà, agli anziani ed ammalati, a quelli che stanno passando momenti di crisi e di solitudine, a chi soffre e si sente smarrito e, insieme, ai giovani e alle giovani, che anche oggi bussano alla porta delle vostre Case per chiedere di poter donare se stessi a Gesù Cristo, nella radicalità del Vangelo.

Desidero che questo momento di incontro e di comunione profonda con il Papa possa essere per ciascuno di voi di incoraggiamento e di conforto nel compimento di un impegno sempre esigente e talvolta contrastato. Il servizio d'autorità richiede una presenza costante, capace di animare e di proporre, di ricordare la ragion d'essere della vita consacrata, di aiutare le persone a voi affidate a corrispondere con una fedeltà sempre rinnovata alla chiamata dello Spirito. Questo vostro compito è spesso accompagnato dalla Croce e a volte anche da una solitudine che richiede un senso profondo di responsabilità, una generosità che non conosce smarrimenti e un costante oblio di voi stessi. Siete chiamati a sostenere e a guidare i vostri fratelli e le vostre sorelle in un’epoca non facile, segnata da molteplici insidie. I consacrati e le consacrate oggi hanno il compito di essere testimoni della trasfigurante presenza di Dio in un mondo sempre più disorientato e confuso, un mondo in cui le sfumature hanno sostituito i colori ben netti e caratterizzati. Essere capaci di guardare questo nostro tempo con lo sguardo della fede significa essere in grado di guardare l'uomo, il mondo e la storia alla luce del Cristo crocefisso e risorto, l'unica stella capace di orientare "l'uomo che avanza tra i condizionamenti della mentalità immanentistica e le strettoie di una logica tecnocratica" (Enc. Fides et ratio, 15).

La vita consacrata negli ultimi anni è stata ricompresa con spirito più evangelico, più ecclesiale e più apostolico; ma non possiamo ignorare che alcune scelte concrete non hanno offerto al mondo il volto autentico e vivificante di Cristo. Di fatto, la cultura secolarizzata è penetrata nella mente e nel cuore di non pochi consacrati, che la intendono come una forma di accesso alla modernità e una modalità di approccio al mondo contemporaneo. La conseguenza è che accanto ad un indubbio slancio generoso, capace di testimonianza e di donazione totale, la vita consacrata conosce oggi l’insidia della mediocrità, dell'imborghesimento e della mentalità consumistica. Nel Vangelo Gesù ci ha avvertito che due sono le vie: una è la via stretta che conduce alla vita, l'altra è la via larga che conduce alla perdizione (cfr Mt 7,13-14). La vera alternativa è, e sarà sempre, l'accettazione del Dio vivente attraverso il servizio obbediente per fede, o il rifiuto di Lui. Una condizione previa alla sequela di Cristo, quindi, è la rinuncia, il distacco da tutto ciò che non è Lui. Il Signore vuole uomini e donne liberi, non vincolati, capaci di abbandonare tutto per seguirLo e trovare solo in Lui il proprio tutto. C'è bisogno di scelte coraggiose, a livello personale e comunitario, che imprimano una nuova disciplina alla vita delle persone consacrate e le portino a riscoprire la dimensione totalizzante della sequela Christi.

Appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza: la nostra piccolezza è offerta a Lui quale sacrificio di soave odore, affinché diventi testimonianza della grandezza della sua presenza per il nostro tempo che tanto ha bisogno di essere inebriato dalla ricchezza della sua grazia. Appartenere al Signore: ecco la missione degli uomini e delle donne che hanno scelto di seguire Cristo casto, povero e obbediente, affinché il mondo creda e sia salvato. Essere totalmente di Cristo in modo da diventare una permanente confessione di fede, una inequivocabile proclamazione della verità che rende liberi di fronte alla seduzione dei falsi idoli da cui il mondo è abbagliato. Essere di Cristo significa mantenere sempre ardente nel cuore una viva fiamma d'amore, nutrita di continuo dalla ricchezza della fede, non soltanto quando porta con sé la gioia interiore, ma anche quando è unita alle difficoltà, all'aridità, alla sofferenza. Il nutrimento della vita interiore è la preghiera, intimo colloquio dell’anima consacrata con lo Sposo divino. Nutrimento ancor più ricco è la quotidiana partecipazione al mistero ineffabile della divina Eucaristia, in cui si rende costantemente presente nella realtà della sua carne il Cristo risorto.

Per appartenere totalmente al Signore le persone consacrate abbracciano uno stile di vita casto. La verginità consacrata non si può inscrivere nel quadro della logica di questo mondo; è il più "irragionevole" dei paradossi cristiani e non a tutti è dato di comprenderla e di viverla (cfr Mt 19,11-12). Vivere una vita casta vuol dire anche rinunciare al bisogno di apparire, assumere uno stile di vita sobrio e dimesso. I religiosi e le religiose sono chiamati a dimostrarlo anche nella scelta dell'abito, un abito semplice che sia segno della povertà vissuta in unione a Colui che da ricco che era si è fatto povero per farci ricchi con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9). Così, e solo così, si può seguire senza riserve Cristo crocifisso e povero, immergendosi nel suo mistero e facendo proprie le sue scelte di umiltà, di povertà e di mitezza.

L'ultima riunione plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha avuto come tema Il servizio d'autorità. Carissimi Superiori e Superiore Generali, è un'occasione per approfondire la riflessione su un esercizio dell'autorità e dell'obbedienza che sia sempre più ispirato al Vangelo. Il giogo di chi è chiamato ad assolvere il delicato compito di Superiore e di Superiora a tutti i livelli, sarà tanto più soave quanto più le persone consacrate sapranno riscoprire il valore dell'obbedienza professata, che ha come modello quella di Abramo, nostro padre nella fede, e ancor più quella di Cristo. Occorre rifuggire dal volontarismo e dallo spontaneismo per abbracciare la logica della Croce.

In conclusione, i consacrati e le consacrate sono chiamati ad essere nel mondo segno credibile e luminoso del Vangelo e dei suoi paradossi, senza conformarsi alla mentalità di questo secolo, ma trasformandosi e rinnovando continuamente il proprio impegno, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cfr Rm 12,2). E’ proprio questo il mio augurio, cari fratelli e sorelle; un augurio sul quale invoco la materna intercessione della Vergine Maria, modello insuperabile di ogni vita consacrata. Con questi sentimenti vi imparto con affetto l'Apostolica Benedizione, che estendo volentieri a quanti fanno parte delle vostre molteplici Famiglie spirituali.


josie '86
Wednesday, May 24, 2006 4:11 PM
Udienza Generale del 24/05/2006
Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 maggio 2006


[C][DIM]10pt[=DIM]Cari fratelli e sorelle,

in queste catechesi stiamo meditando sulla Chiesa. Abbiamo detto che la Chiesa vive nelle persone e perciò, nell'ultima catechesi, abbiamo cominciato a meditare sulle figure dei singoli Apostoli, iniziando da san Pietro. Abbiamo visto due tappe decisive della sua vita: la chiamata presso il lago di Galilea e poi la confessione di fede: "Tu sei il Cristo, il Messia". Una confessione, abbiamo detto, ancora insufficiente, iniziale e tuttavia aperta. San Pietro si pone in un cammino di sequela. E così questa confessione iniziale porta in sè, come in germe, già la futura fede della Chiesa. Oggi vogliamo considerare altri due avvenimenti importanti nella vita di san Pietro: la moltiplicazione dei pani-abbiamo sentito nel brano ora letto la domanda del Signore e la risposta di Pietro-e poi il Signore che chiama Pietro ad essere pastore della Chiesa universale.

Cominciamo con la vicenda della moltiplicazione dei pani. Voi sapete che il popolo aveva ascoltato il Signore per ore. Alla fine Gesù dice: Sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare da mangiare a questa gente. Gli Apostoli domandano: Ma come? E Andrea, il fratello di Pietro, attira l'attenzione di Gesù su di un ragazzo che portava con sè cinque pani e due pesci. Ma che sono per tante persone, si chiedono gli Apostoli. Ma il Signore fa sedere la gente e distribuire questi cinque pani e due pesci. E tutti si saziano. Anzi il Signore incarica gli Apostoli, e tra loro Pietro, di raccogliere gli abbondanti avanzi: dodici canestri di pane (cfr Gv 6,12-13). Successivamente la gente, vedendo questo miracolo-che sembra essere il rinnovamento, così atteso, di una nuova "manna", del dono del pane del cielo-vuole farne il proprio re. Ma Gesù non accetta e si ritira sulla montagna a pregare tutto solo. Il giorno dopo, Gesù sull'altra riva del lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il miracolo-non nel senso di una regalità su Israele con un potere di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma nel senso del dono di sè: "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Gesù annuncia la croce e con la croce la vera moltiplicazione dei pani, il pane eucaristico-il suo modo nuovo di essere re, un modo totalmente contrario alle aspettative della gente.

Noi possiamo capire che queste parole del Maestro-che non vuol compiere ogni giorno una moltiplicazione dei pani, che non vuol offrire ad Israele un potere di questo mondo-risultassero veramente difficili, anzi inaccettabili, per la gente. "Dà la sua carne": che cosa vuol dire questo? E anche per i discepoli appare inaccettabile quanto Gesù dice in questo momento. Era ed è per il nostro cuore, per la nostra mentalità, un discorso "duro" che mette alla prova la fede (cfr Gv 6,60). Molti dei discepoli si tirarono indietro. Volevano uno che rinnovasse realmente lo Stato di Israele, del suo popolo, e non uno che diceva :"Io do la mia carne". Possiamo immaginare che le parole di Gesù fossero difficili anche per Pietro, che a Cesarea di Filippo si era opposto alla profezia della croce. E tuttavia quando Gesù chiese ai Dodici:"Volete andarvene anche voi?", Pietro reagì con lo slancio del cuore generoso, guidato dallo Spirito Santo. A nome di tutti rispose con parole immortali, che sono anche le nostre parole:"Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (cfr Gv 6,66-69).

Qui, come a Cesarea, con le sue parole Pietro inizia la confessione della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca anche degli altri Apostoli e di noi credenti di tutti i tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era ancora una fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe arrivato alla vera pienezza solo mediante l'esperienza degli avvenimenti pasquali. Ma tuttavia era già fede, aperta alla realtà più grande-aperta soprattutto perchè non era fede in qualcosa, era fede in Qualcuno: in Lui, Cristo. Così anche la nostra fede è sempre una fede iniziale e dobbiamo compiere ancora un grande cammino. Ma è essenziale che sia una fede aperta e che ci lasciamo guidare da Gesù, perchè Egli non soltanto conosce la Via, ma è la Via.

La generosità irruente di Pietro non lo salvaguara, tuttavia, dai rischi connessi con l'umana debolezza. E' quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Mc 14,66-72). La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l'amarezza e l'umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l'umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.

In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L'incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E' l'evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo "filéo" esprime l'amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo "agapào" significa l'amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: "Simone...mi ami tu (agapas-me)?" con qusto amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15). Prima dell'esperienza del tradimento l'Apostolo avrebbe certamente detto: "Ti amo (agapo-se)incondizionatamente". Ora che ha conosciuto l'amara tristezza dell'infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: "Signore, ti voglio bene (filo-se)", cioè "ti amo del mio povero amore umano". Il Cristo insiste: "Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?". E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: "Kyrie, filo-se", "Signore, ti voglio bene come so voler bene". Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: "Fileis-me?", "mi vuoi bene?". Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l'unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: "Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filo-se)". Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E' proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell'infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: "Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi" (Gv 21,19).

Da quel giorno Pietro ha "seguito" il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l'ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sè del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell'adesione iniziale, passando attraverso l'esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d'amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. E' stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, "pietra" della Chiesa, perchè costantemente aperto all'azione dello Spirito di Gesù. Pietro stesso si qualificherà come "testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi" (1 Pt 5,1). Quando scriverà queste parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione della sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in grado, allora, di descrivere la gioia vera e di indicare dove essa può essere attinta: la sorgente di Cristo creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede, nonostante la nostrà fragilità. Perciò scriverà ai cristiani della sua comunità, e lo dice anche a noi: "Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime" (1 Pt 1,8-9) [/DIM][/C]

Ciao a tutti
josie '86
Wednesday, May 24, 2006 4:14 PM
Udienza Generale del 24/05/2006
Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 maggio 2006


[C][DIM]10pt[=DIM]Cari fratelli e sorelle,

in queste catechesi stiamo meditando sulla Chiesa. Abbiamo detto che la Chiesa vive nelle persone e perciò, nell'ultima catechesi, abbiamo cominciato a meditare sulle figure dei singoli Apostoli, iniziando da san Pietro. Abbiamo visto due tappe decisive della sua vita: la chiamata presso il lago di Galilea e poi la confessione di fede: "Tu sei il Cristo, il Messia". Una confessione, abbiamo detto, ancora insufficiente, iniziale e tuttavia aperta. San Pietro si pone in un cammino di sequela. E così questa confessione iniziale porta in sè, come in germe, già la futura fede della Chiesa. Oggi vogliamo considerare altri due avvenimenti importanti nella vita di san Pietro: la moltiplicazione dei pani-abbiamo sentito nel brano ora letto la domanda del Signore e la risposta di Pietro-e poi il Signore che chiama Pietro ad essere pastore della Chiesa universale.

Cominciamo con la vicenda della moltiplicazione dei pani. Voi sapete che il popolo aveva ascoltato il Signore per ore. Alla fine Gesù dice: Sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare da mangiare a questa gente. Gli Apostoli domandano: Ma come? E Andrea, il fratello di Pietro, attira l'attenzione di Gesù su di un ragazzo che portava con sè cinque pani e due pesci. Ma che sono per tante persone, si chiedono gli Apostoli. Ma il Signore fa sedere la gente e distribuire questi cinque pani e due pesci. E tutti si saziano. Anzi il Signore incarica gli Apostoli, e tra loro Pietro, di raccogliere gli abbondanti avanzi: dodici canestri di pane (cfr Gv 6,12-13). Successivamente la gente, vedendo questo miracolo-che sembra essere il rinnovamento, così atteso, di una nuova "manna", del dono del pane del cielo-vuole farne il proprio re. Ma Gesù non accetta e si ritira sulla montagna a pregare tutto solo. Il giorno dopo, Gesù sull'altra riva del lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il miracolo-non nel senso di una regalità su Israele con un potere di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma nel senso del dono di sè: "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Gesù annuncia la croce e con la croce la vera moltiplicazione dei pani, il pane eucaristico-il suo modo nuovo di essere re, un modo totalmente contrario alle aspettative della gente.

Noi possiamo capire che queste parole del Maestro-che non vuol compiere ogni giorno una moltiplicazione dei pani, che non vuol offrire ad Israele un potere di questo mondo-risultassero veramente difficili, anzi inaccettabili, per la gente. "Dà la sua carne": che cosa vuol dire questo? E anche per i discepoli appare inaccettabile quanto Gesù dice in questo momento. Era ed è per il nostro cuore, per la nostra mentalità, un discorso "duro" che mette alla prova la fede (cfr Gv 6,60). Molti dei discepoli si tirarono indietro. Volevano uno che rinnovasse realmente lo Stato di Israele, del suo popolo, e non uno che diceva :"Io do la mia carne". Possiamo immaginare che le parole di Gesù fossero difficili anche per Pietro, che a Cesarea di Filippo si era opposto alla profezia della croce. E tuttavia quando Gesù chiese ai Dodici:"Volete andarvene anche voi?", Pietro reagì con lo slancio del cuore generoso, guidato dallo Spirito Santo. A nome di tutti rispose con parole immortali, che sono anche le nostre parole:"Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (cfr Gv 6,66-69).

Qui, come a Cesarea, con le sue parole Pietro inizia la confessione della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca anche degli altri Apostoli e di noi credenti di tutti i tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era ancora una fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe arrivato alla vera pienezza solo mediante l'esperienza degli avvenimenti pasquali. Ma tuttavia era già fede, aperta alla realtà più grande-aperta soprattutto perchè non era fede in qualcosa, era fede in Qualcuno: in Lui, Cristo. Così anche la nostra fede è sempre una fede iniziale e dobbiamo compiere ancora un grande cammino. Ma è essenziale che sia una fede aperta e che ci lasciamo guidare da Gesù, perchè Egli non soltanto conosce la Via, ma è la Via.

La generosità irruente di Pietro non lo salvaguara, tuttavia, dai rischi connessi con l'umana debolezza. E' quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Mc 14,66-72). La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l'amarezza e l'umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l'umiltà. Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione.

In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L'incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E' l'evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo "filéo" esprime l'amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo "agapào" significa l'amore senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a Pietro la prima volta: "Simone...mi ami tu (agapas-me)?" con qusto amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15). Prima dell'esperienza del tradimento l'Apostolo avrebbe certamente detto: "Ti amo (agapo-se)incondizionatamente". Ora che ha conosciuto l'amara tristezza dell'infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: "Signore, ti voglio bene (filo-se)", cioè "ti amo del mio povero amore umano". Il Cristo insiste: "Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?". E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: "Kyrie, filo-se", "Signore, ti voglio bene come so voler bene". Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: "Fileis-me?", "mi vuoi bene?". Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l'unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: "Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filo-se)". Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E' proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell'infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: "Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: "Seguimi" (Gv 21,19).

Da quel giorno Pietro ha "seguito" il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l'ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sè del Risorto. Dagli ingenui entusiasmi dell'adesione iniziale, passando attraverso l'esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d'amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. E' stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, "pietra" della Chiesa, perchè costantemente aperto all'azione dello Spirito di Gesù. Pietro stesso si qualificherà come "testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi" (1 Pt 5,1). Quando scriverà queste parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione della sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in grado, allora, di descrivere la gioia vera e di indicare dove essa può essere attinta: la sorgente di Cristo creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede, nonostante la nostrà fragilità. Perciò scriverà ai cristiani della sua comunità, e lo dice anche a noi: "Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime" (1 Pt 1,8-9) [/DIM][/C]

Ciao a tutti
ratzi.lella
Thursday, May 25, 2006 3:38 PM
oggi a varsavia...
La prima visita pastorale rinsalda il legame con il predecessore
Omaggio ad Auschwitz "per capire com'è potuto succedere"


Benedetto XVI in visita in Polonia
"Sulle orme di Karol Wojtyla"

Il Papa all'arrivo: "Itinerario di fede che spero fruttuoso per tutti"
Nazione mobilitata: dirette tv e un giorno di vacanza



VARSAVIA - Lo hanno atteso per ore sulla strada dall'aeroporto a Varsavia, assiepati lungo 11 chilometri, per non perdere un minuto della sua visita in Polonia. I polacchi accolgono il successore del "loro" pontefice con le città parate a festa, con la nazione intera mobilitata per salutare Benedetto XVI. E Ratzinger per prima cosa renderà omaggio a Giovanni Paolo II, perché il suo secondo viaggio dopo l'elezione è "sulle orme di Karol Wojtyla". Benedetto XVI è arrivato oggi poco dopo le 11 all'aeroporto di Varsavia, prima tappa del viaggio che fino al 28 maggio lo porterà, oltre che nella capitale, a Czestochowa, Cracovia, Wadowice, Kalwaria Zebrzydowska e nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

E proprio alla visita al campo di sterminio ha accennato Ratzinger poco prima del decollo dell'aereo partito da Fiumicino, dove lo ha salutato il presidente del Consiglio Romano Prodi. "Finiamo il viaggio
col campo di sterminio di Auschwitz pensando ai tanti morti, ma anche per imparare com'è stato possibile che l'uomo sia caduto sotto la sua dignità calpestando gli altri - ha detto il Papa - Speriamo che proprio da Auschwitz nasca un nuovo senso di umanesimo e una visione dell'uomo come immagine di Dio. Speriamo che questo serva per impedire in futuro simili cose".



Le parole di saluto. Benedetto XVI è arrivato in
un aeroporto di Varsavia blindatissimo, dove è stato ricevuto dal nunzio apostolico, monsignor Jozef Kowalczyk, e dal presidente della Repubblica, Lech Kaczynski, accompagnato dalla moglie. Benedetto XVI si è rivolto ai connazionali del suo predecessore ricordando di essere arrivato "per seguire le sue orme lungo l'itinerario della sua vita, dalla fanciullezza fino alla partenza per il memorabile conclave del 1978". "Non si tratta solo di un viaggio sentimentale", ha detto Ratzinger, piuttosto "è un itinerario di fede" che si spera "sia fruttuoso per tutti".

"Sulle orme di Karol Wojtyla". Si tratta del primo vero viaggio di Ratzinger, che dalla sua elezione, nell'aprile 2005, è stato solo a Colonia, ma per un appuntamento, quello della Giornata mondiale della gioventù, già in calendario e deciso dal suo predecessore. Il caso volle che la prima trasferta all'estero di Benedetto XVI si svolgesse proprio nella sua terra natale e ora il Papa visita invece la terra natale di Karol Wojtyla, con una scelta conseguente alla rapidità con cui Ratzinger ha voluto far partire immediatamente dopo la sua morte la causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II.

Gli incontri con le autorità politiche. La visita del Papa non vivrà solo di passato, Ratzinger infatti percorrerà un Paese di forte tradizione cattolica, di recente entrato nell'Ue, che sta vivendo anch'esso un processo di secolarizzazione. Nell'ambito della visita Benedetto XVI incontrerà il nuovo capo di Stato polacco, Lech Kaczynski, uscito vittorioso dalle presidenziali dello scorso ottobre.

L'attenzione dei media. Il viaggio del Papa sarà seguito con particolare attenzione dalla televisione polacca, che non trasmetterà in questi giorni programmi e spot con contenuti erotici. Un canale della tv di Stato (Tvp) seguirà 24 ore su 24 il viaggio del Papa, e il 26 maggio è stato concesso a studenti e impiegati un giorno di vacanza per permettere loro di partecipare agli incontri con il Pontefice.

Il calendario del viaggio. Il motto della visita in Polonia scelto dal Papa è tratto dalla prima Lettera di S. Paolo ai Corinzi: 'State saldi nella fede'. Il programma prevede diversi incontri sia con le autorità ecclesiastiche che con quelle civili, il Pontefice inoltre avrà modo di coltivare il dialogo ecumenico con i rappresentanti di altre confessioni cristiane.


(La repubblica.it del 25 maggio 2006)
emma3
Thursday, May 25, 2006 4:11 PM
La cerimonia di benvenuto.



Il testo integrale del discorso di papa Benedetto XVI, pronunciato all'aeroporto di Varsavia, durante la cerimonia di benvenuto.


Signor Presidente,
Illustri Signori e Signore,
Signori Cardinali e Fratelli nell'Episcopato,
Cari fratelli e sorelle in Cristo,

Sono lieto di poter oggi essere tra voi sulla terra della Repubblica Polacca. Ho tanto desiderato questa visita nel Paese e tra la gente da cui proveniva il mio amato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Sono venuto per seguire le sue orme lungo l’itinerario della sua vita, dalla fanciullezza fino alla partenza per il memorabile conclave del 1978. Su questo cammino voglio incontrare e conoscere meglio le generazioni dei credenti che lo hanno offerto al servizio di Dio e della Chiesa, e quelle che sono nate e maturate per il Signore sotto la sua guida pastorale da sacerdote, da vescovo e da Papa. Il nostro comune cammino sarà accompagnato dal motto: "Rimanete forti nella fede". Lo ricordo fin dall’inizio per affermare che non si tratta semplicemente di un viaggio sentimentale, pur valido anche sotto questo aspetto, ma di un itinerario di fede, iscritto nella missione affidatami dal Signore nella persona di Pietro apostolo, che fu chiamato per confermare i fratelli nella fede (cfr Lc 22, 32). Anche io voglio attingere dalla fonte abbondante della vostra fede, che scaturisce ininterrottamente da più di un millennio.
Saluto il Signor Presidente e lo ringrazio di cuore per le parole che mi ha rivolto a nome delle autorità della Repubblica e della Nazione. Saluto i Signori Cardinali, gli Arcivescovi e i Vescovi. Un saluto rivolgo anche al Signor Primo Ministro e a tutto il Governo, ai rappresentanti del Parlamento e del Senato, ai membri del Corpo Diplomatico con il Decano, il Nunzio Apostolico in Polonia. Sono lieto della presenza delle Autorità regionali con il Sindaco di Varsavia. Voglio rivolgere un saluto anche ai rappresentanti della Chiesa ortodossa, della Chiesa evangelica-ausburgica e delle altre Chiese e Comunità ecclesiali. Lo faccio anche nei confronti della comunità ebraica e dei seguaci dell’islam. Infine saluto di cuore tutta la Chiesa in Polonia: i sacerdoti, le persone consacrate, gli alunni dei Seminari, tutti i fedeli, e soprattutto i malati, i giovani e i bambini. Vi chiedo di accompagnarmi con il pensiero e con la preghiera, affinché questo viaggio sia fruttuoso per noi tutti e ci porti all’approfondimento e al rafforzamento della nostra fede.
Ho detto che il percorso del mio cammino in questo viaggio in Polonia è segnato dalle tracce della vita e del servizio pastorale di Karol Wojtyla e dall’itinerario che ha percorso da Papa pellegrino nella propria patria. Così ho scelto di fermarmi principalmente in due città così care a Giovanni Paolo II: la capitale della Polonia, Varsavia e la sua sede arcivescovile, Cracovia. A Varsavia mi incontrerò con i sacerdoti, con le diverse Chiese e Comunità ecclesiali non cattoliche, e con le Autorità statali. Spero che questi incontri portino abbondanti frutti per la nostra comune fede in Cristo e per le realtà sociali e politiche in cui vivono gli uomini e le donne di oggi. E’ prevista una breve sosta a Czestochowa e un incontro con i rappresentanti dei religiosi e religiose, con i seminaristi e con i membri dei movimenti ecclesiali. Lo sguardo benevolo di Maria ci accompagnerà nella nostra comune ricerca di un legame profondo e fedele a Cristo, suo Figlio. E infine mi fermerò a Cracovia, per poter da lì recarmi a Wadowice, a Kalwaria, a Lagiewniki, alla Cattedrale di Wawel. So bene che questi sono i luoghi più amati da Giovanni Paolo II, perché legati alla sua crescita nella fede e al suo servizio pastorale. Non mancherà un incontro con i malati e i sofferenti nel luogo forse più appropriato per un appuntamento con loro – il Santuario della Divina Misericordia in Lagiewniki. Non potrò neanche mancare, quando i giovani si raduneranno per la veglia di preghiera. Sarò con loro volentieri e spero di godere della loro testimonianza di fede giovane e vigorosa. La domenica ci incontreremo sul prato delle Blonia per celebrare la solenne S. Messa di ringraziamento per il pontificato del mio amato Predecessore e per la fede in cui ci ha sempre confermato con la parola e l’esempio della sua vita. E infine mi recherò ad Auschwitz. Lì spero di incontrare soprattutto i superstiti delle vittime del terrore nazista, provenienti da diverse nazioni, che hanno sofferto la tragica oppressione. Pregheremo tutti insieme affinché le piaghe del secolo scorso guariscano sotto la medicazione che il buon Dio ci indica chiamandoci al perdono reciproco, e ci offre nel mistero della sua misericordia.
"Rimanete forti nella fede" – ecco il motto di questo viaggio apostolico. Vorrei tanto che questi giorni portassero un consolidamento nella fede per noi tutti – per i fedeli della Chiesa che è in Polonia e per me stesso. Per coloro che non hanno la grazia della fede, ma nutrono nel cuore la buona volontà, sia questa mia visita un tempo di fratellanza, di benevolenza e di speranza. Questi eterni valori dell’umanità costituiscono un fondamento saldo per creare un mondo migliore, in cui ognuno possa trovare la prosperità materiale e la felicità spirituale. Lo auguro a tutto il popolo polacco. Ringraziando ancora una volta il Signor Presidente e l’Episcopato polacco per l’invito, abbraccio cordialmente tutti i polacchi e chiedo loro di accompagnarmi con la preghiera in questo cammino di fede.



emma3
Thursday, May 25, 2006 4:16 PM
L'incontro con il clero polacco nella cattedrale di Varsavia.


"Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi… Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io" (Rm 1,8-12).

Con queste parole dell’apostolo Paolo mi rivolgo a voi, cari sacerdoti, perché in esse trovo perfettamente rispecchiati i miei odierni sentimenti e pensieri, i desideri e le preghiere. Saluto in particolare il Cardinale Józef Glemp, Arcivescovo di Varsavia e Primate di Polonia, al quale porgo le mie più cordiali felicitazioni per il 50° di Ordinazione sacerdotale che ricorre proprio oggi. Sono giunto in Polonia, nella diletta Patria del mio grande Predecessore Giovanni Paolo II, per attingere – come egli era solito fare – da questo clima di fede in cui vivete e per "comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati". Ho fiducia che il mio peregrinare di questi giorni "rinfrancherà la fede che abbiamo in comune, voi e io".
Mi incontro oggi con voi nell’arcicattedrale di Varsavia, la quale con ogni pietra ricorda la storia dolorosa della vostra capitale e del vostro Paese. A quali prove siete stati esposti in tempi non tanto lontani! Ricordiamo gli eroici testimoni della fede, che offrirono la loro vita a Dio e agli uomini, santi canonizzati e anche uomini comuni, che perseverarono nella rettitudine, nell’autenticità e nella bontà, senza cedere mai alla sfiducia. In questa cattedrale ricordo particolarmente il Servo di Dio Card. Stefan Wyszynski, da voi chiamato «il Primate del Millennio», il quale, abbandonandosi a Cristo e alla sua Madre, seppe servire fedelmente la Chiesa pur in mezzo a prove dolorose e prolungate. Ricordiamo con riconoscenza e gratitudine coloro che non si sono lasciati sopraffare dalle forze delle tenebre, da loro impariamo il coraggio della coerenza e della costanza nell’adesione al Vangelo di Cristo.
Mi incontro oggi con voi, sacerdoti chiamati da Cristo a servirlo nel nuovo millennio. Siete stati scelti tra il popolo, costituiti nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Credete nella potenza del vostro sacerdozio! In virtù del sacramento avete ricevuto tutto ciò che siete. Quando voi pronunciate le parole "io" o "mio" ("Io ti assolvo… Questo è il mio Corpo…"), lo fate non nel nome vostro, ma nel nome di Cristo, "in persona Christi", che vuole servirsi delle vostre labbra e delle vostre mani, del vostro spirito di sacrificio e del vostro talento. Al momento della vostra Ordinazione, mediante il segno liturgico dell’imposizione delle mani, Cristo vi ha preso sotto la sua speciale protezione; voi siete nascosti sotto le sue mani e nel suo Cuore. Immergetevi nel suo amore, e donate a Lui il vostro amore! Quando le vostre mani sono state unte con l’olio, segno dello Spirito Santo, sono state destinate a servire al Signore come le sue mani nel mondo di oggi. Esse non possono più servire all’egoismo, ma devono trasmettere nel mondo la testimonianza del suo amore.
La grandezza del sacerdozio di Cristo può incutere timore. Si può essere tentati di esclamare con Pietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore" (Lc 5, 8), perché facciamo fatica a credere che Cristo abbia chiamato proprio noi. Non avrebbe potuto scegliere qualcun altro, più capace, più santo? Ma Gesù ha fissato con amore proprio ciascuno di noi, e in questo suo sguardo dobbiamo confidare. Non lasciamoci prendere dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. Non bisogna scoraggiarsi per il fatto che la preghiera esige uno sforzo, né per l’impressione che Gesù taccia. Egli tace ma opera. Mi piace ricordare, a questo proposito, l’esperienza vissuta lo scorso anno a Colonia. Fui testimone allora di un profondo, indimenticabile silenzio di un milione di giovani, al momento dell’adorazione del Santissimo Sacramento! Quel silenzio orante ci unì, ci donò tanto sollievo. In un mondo in cui c’è tanto rumore, tanto smarrimento, c’è bisogno dell’adorazione silenziosa di Gesù nascosto nell’Ostia. Siate assidui nella preghiera di adorazione ed insegnatela ai fedeli. In essa troveranno conforto e luce soprattutto le persone provate.
Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa: che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica. Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale. A tal fine, quando un giovane sacerdote fa i suoi primi passi, occorre che possa far riferimento ad un maestro sperimentato, che lo aiuti a non smarrirsi tra le tante proposte della cultura del momento. Di fronte alle tentazioni del relativismo o del permissivismo, non è affatto necessario che il sacerdote conosca tutte le attuali, mutevoli correnti di pensiero; ciò che i fedeli si attendono da lui è che sia testimone dell’eterna sapienza, contenuta nella parola rivelata. La sollecitudine per la qualità della preghiera personale e per una buona formazione teologica porta frutti nella vita. Il vivere sotto l’influenza del totalitarismo può aver generato un’inconsapevole tendenza a nascondersi sotto una maschera esteriore, con la conseguenza del cedimento ad una qualche forma di ipocrisia. È chiaro che ciò non giova all’’autenticità delle relazioni fraterne e può condurre ad un’esagerata concentrazione su se stessi. In realtà, si cresce nella maturità affettiva quando il cuore aderisce a Dio. Cristo ha bisogno di sacerdoti che siano maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale. Perché ciò accada, serve l’onestà con se stessi, l’apertura verso il direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia.
Il Papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo ha più volte esortato i cristiani a far penitenza delle infedeltà passate. Crediamo che la Chiesa è santa, ma in essa vi sono uomini peccatori. Bisogna respingere il desiderio di identificarsi soltanto con coloro che sono senza peccato. Come avrebbe potuto la Chiesa escludere dalle sue file i peccatori? È per la loro salvezza che Gesù si è incarnato, è morto ed è risorto. Occorre perciò imparare a vivere con sincerità la penitenza cristiana. Praticandola, confessiamo i peccati individuali in unione con gli altri, davanti a loro e a Dio. Conviene tuttavia guardarsi dalla pretesa di impancarsi con arroganza a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi e in altre circostanze. Occorre umile sincerità per non negare i peccati del passato, e tuttavia non indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le differenti pre-comprensioni di allora. Inoltre la confessio peccati, per usare un’espressione di sant’Agostino, deve essere sempre accompagnata dalla confessio laudis – dalla confessione della lode. Chiedendo perdono del male commesso nel passato dobbiamo anche ricordare il bene compiuto con l’aiuto della grazia divina che, pur depositata in vasi di creta, ha portato frutti spesso eccellenti.
Oggi la Chiesa in Polonia si trova dinanzi ad una grande sfida pastorale: quella di prendersi cura dei fedeli che hanno lasciato il Paese. La piaga della disoccupazione costringe numerose persone a partire verso l’estero. È un fenomeno diffuso su vasta scala. Quando le famiglie vengono in tal modo divise, quando si infrangono i legami sociali, la Chiesa non può rimanere indifferente. È necessario che le persone che partono siano accompagnate da sacerdoti che, collegandosi con le Chiese locali, assumano il lavoro pastorale in mezzo agli emigrati. La Chiesa che è in Polonia ha già dato numerosi sacerdoti e religiose, che svolgono il loro servizio non soltanto in favore dei Polacchi fuori dei confini del Paese, ma anche, e a volte in condizioni difficilissime, nelle missioni dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e in altre regioni. Non dimenticate, cari sacerdoti, questi missionari. Il dono di numerose vocazioni, con cui Dio ha benedetto la vostra Chiesa, deve essere accolto in prospettiva veramente cattolica. Sacerdoti polacchi, non abbiate paura di lasciare il vostro mondo sicuro e conosciuto, per servire là dove mancano i sacerdoti e dove la vostra generosità può portare un frutto copioso.
Rimanete saldi nella fede! Anche a voi affido questo motto del mio pellegrinaggio. Siate autentici nella vostra vita e nel vostro ministero. Fissando Cristo, vivete una vita modesta, solidale con i fedeli a cui siete mandati. Servite tutti; siate accessibili nelle parrocchie e nei confessionali, accompagnate i nuovi movimenti e le associazioni, sostenete le famiglie, non trascurate il legame con i giovani, ricordatevi dei poveri e degli abbandonati. Se vivrete di fede, lo Spirito Santo vi suggerirà cosa dovrete dire e come dovrete servire. Potrete sempre contare sull’aiuto di Colei che precede la Chiesa nella fede. Vi esorto ad invocarla sempre con le parole a voi ben note: "Siamo vicino a Te, Ti ricordiamo, vegliamo".

A tutti la mia Benedizione!

emma3
Thursday, May 25, 2006 8:52 PM
L'incontro ecumenico

Il testo integrale del discorso di Benedetto XVI pronunciato durante l'incontro ecumenico nella chiesa della Santa Trinità di Varsavia.

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

“Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra” (Ap 1, 4-5). Con le parole del Libro dell’Apocalisse, con cui San Giovanni saluta le sette Chiese dell’Asia, voglio rivolgere il mio caloroso saluto a tutti coloro che sono qui presenti, prima di tutto ai rappresentanti delle Chiese e delle Comunità Ecclesiali associate nel Consiglio Ecumenico Polacco. Ringrazio l’Arcivescovo Jeremiasz della Chiesa Ortodossa Autocefala per il saluto e le parole di spirituale unione indirizzatemi poc’anzi. Saluto l’Arcivescovo Alfons Nossol, Presidente del Consiglio Ecumenico della Conferenza Episcopale Polacca.

Ci unisce oggi qui il desiderio di incontrarci, per rendere, nella comune preghiera, gloria e onore al nostro Signore Gesù Cristo: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1, 5-6). Siamo riconoscenti al nostro Signore, perché ci raccoglie insieme, ci concede il suo Spirito e ci permette – al di là di ciò che ancora ci separa – di invocare “Abbà, Padre”. Siamo convinti che è Lui stesso ad intercedere incessantemente in nostro favore, chiedendo per noi: “Siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 23). Insieme a voi ringrazio per il dono di questo incontro di comune preghiera. Vedo in esso una delle tappe per realizzare il fermo proposito che ho fatto all’inizio del mio pontificato, quello di considerare una priorità del mio ministero la restituzione della piena e visibile unità tra i cristiani. Il mio amato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, quando visitò questa chiesa della Santissima Trinità, nell’anno 1991, sottolineò: “Per quanto noi ci impegniamo per l’unità, essa rimane sempre un dono dello Spirito Santo.

Saremo disponibili a ricevere questo dono nella misura in cui avremo aperto le nostre menti e i nostri cuori a lui attraverso la vita cristiana e soprattutto attraverso la preghiera”. Infatti, non sarà possibile per noi «fare» l’unità con le nostre sole forze. Come ho ricordato durante l’incontro ecumenico dello scorso anno a Colonia: “La possiamo soltanto ottenere come dono dello Spirito Santo”. È per questo che le nostre aspirazioni ecumeniche devono essere pervase dalla preghiera, dal perdono reciproco e dalla santità della vita di ognuno di noi. Esprimo il mio compiacimento per il fatto che qui, in Polonia, il Consiglio Ecumenico Polacco e la Chiesa cattolica romana intraprendono numerose iniziative in questo ambito.

“Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero” (Ap 1, 7). Le parole dell’Apocalisse ci ricordano che tutti siamo in cammino verso il definitivo incontro con Cristo, quando Egli svelerà dinanzi a noi il senso della storia umana, il cui centro è la croce del suo sacrificio salvifico. Come comunità di discepoli, siamo diretti verso quell’incontro con la speranza e la fiducia che sarà per noi il giorno della salvezza, il giorno del compimento di tutto ciò a cui aneliamo, grazie alla nostra disponibilità a lasciarci guidare dalla reciproca carità che suscita in noi il suo Spirito. Edifichiamo tale fiducia non sui meriti nostri, ma sulla preghiera nella quale Cristo svela il senso della sua venuta sulla terra e della sua morte redentrice: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo” (Gv 17, 24). In cammino verso l’incontro con Cristo che “viene sulle nubi”, con la nostra vita annunziamo la sua morte, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta. Sentiamo il peso della responsabilità che tutto questo comporta; il messaggio di Cristo, infatti, deve giungere ad ogni uomo sulla terra, grazie all'impegno di coloro che credono in Lui e che sono chiamati a testimoniare che Lui è veramente mandato dal Padre (cfr Gv 17, 23). Bisogna dunque che, annunziando il Vangelo, siamo mossi dall’aspirazione a coltivare relazioni reciproche di sincera carità, in modo che, alla luce di esse, tutti conoscano che il Padre ha mandato suo Figlio e ama la Chiesa e ognuno di noi, così come ha amato Lui (cfr Gv 17, 23). Compito dei discepoli di Cristo, compito di ciascuno di noi, è dunque quello di tendere ad una tale unità, così da diventare, come cristiani, segno visibile del suo messaggio salvifico, indirizzato ad ogni essere umano.

Concedetemi, di richiamarmi una volta ancora all’incontro ecumenico avvenuto in questa chiesa con la partecipazione del vostro grande Connazionale Giovanni Paolo II e al suo intervento, nel quale egli delineò nel modo seguente la visione degli sforzi miranti alla piena unità dei cristiani: “La sfida che si pone è di superare a poco a poco gli ostacoli (…) e crescere insieme in quella unità di Cristo che è una sola, quella unità della quale dotò la Chiesa sin dall’inizio. La serietà del compito vieta ogni precipitazione o impazienza, ma il dovere di rispondere alla volontà di Cristo esige che restiamo saldi sulla via verso la pace e l’unità tra tutti i cristiani. Sappiamo bene che non siamo noi quelli che rimargineranno le ferite della divisione e che ristabiliranno l’unità; siamo semplici strumenti che Dio potrà utilizzare. L’unità tra i cristiani sarà dono di Dio, nel suo tempo di grazia. Umilmente tendiamo a quel giorno, crescendo nell’amore, nel reciproco perdono e nella reciproca fiducia”.

Da quell’incontro molto è cambiato. Dio ci ha concesso di fare molti passi verso la reciproca comprensione e l’avvicinamento. Permettetemi di richiamare alla vostra attenzione alcuni eventi ecumenici, che in quel tempo ebbero luogo nel mondo: la pubblicazione dell’enciclica Ut unum sint; le concordanze cristologiche con le Chiese precalcedoniane; la sottoscrizione ad Augsburg della “Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione”; l’incontro in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000 e la memoria ecumenica dei testimoni della fede del XX secolo; la ripresa del dialogo cattolico-ortodosso a livello mondiale, il funerale di Giovanni Paolo II con la partecipazione di quasi tutte le Chiese e Comunità ecclesiali. Sono a conoscenza del fatto che anche qui, in Polonia, questa aspirazione fraterna all’unità può vantare concreti successi. Vorrei menzionare in questo momento: la firma, nell’anno 2000, avvenuta anche in questo tempio, da parte della Chiesa cattolica romana e delle Chiese associate nel Consiglio Ecumenico Polacco, della dichiarazione del reciproco riconoscimento della validità del battesimo; l’istituzione della Commissione per il Dialogo, della Conferenza Episcopale Polacca e del Consiglio Ecumenico Polacco, alla quale appartengono i Vescovi cattolici e i Capi di altre Chiese; l’istituzione delle commissioni bilaterali per il dialogo teologico tra cattolici e ortodossi, luterani, membri della Chiesa nazionale polacca, mariaviti e avventisti; la pubblicazione della traduzione ecumenica del Nuovo Testamento e del Libro dei Salmi; l’iniziativa chiamata “Opera natalizia di aiuto ai Bambini”, nella quale collaborano le organizzazioni caritative delle Chiese: cattolica, ortodossa ed evangelica.

Notiamo molti progressi nel campo dell’ecumenismo e tuttavia attendiamo sempre ancora qualcosa di più. Concedetemi di far notare oggi due questioni, forse più dettagliatamente. La prima riguarda il servizio caritativo delle Chiese. Sono numerosi i fratelli che attendono da noi il dono dell’amore, della fiducia, della testimonianza, di un aiuto spirituale e materiale concreto. A tale problema ho fatto riferimento nella mia prima Enciclica Deus caritas est. Ho osservato in essa: “L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare, fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore” (n. 20). Non possiamo dimenticare l’idea essenziale che fin dall’inizio costituì il fondamento molto forte dell’unità dei discepoli: “all’interno della comunità dei credenti non deve esservi una forma di povertà tale che a qualcuno siano negati i beni necessari per una vita dignitosa” (ibid.). Questa idea è sempre attuale, sebbene nell’arco dei secoli siano mutate le forme dell’aiuto fraterno; l’accettare le sfide caritative contemporanee dipende in grande misura dalla nostra reciproca collaborazione. Mi rallegro perché questo problema trova una vasta eco nel mondo sotto forma di numerose iniziative ecumeniche. Noto con apprezzamento che nella comunità della Chiesa cattolica e nelle altre Chiese e Comunità ecclesiali si sono diffuse diverse nuove forme di attività caritative e ne sono riapparse di antiche con slancio rinnovato. Sono forme che spesso uniscono l’evangelizzazio­ne e le opere di carità (cfr ibid., 30b). Sembra che, nonostante tutte le differenze che vanno superate nell’ambi­to del dialogo interconfessionale, sia legittimo attribuire l'impegno caritativo alla comunità ecumenica dei discepoli di Cristo nella ricerca di una piena unità. Tutti possiamo inserirci nella collaborazione a favore dei bisognosi, sfruttando questa rete di reciproche relazioni, frutto del dialogo tra noi e dell’azione comune. Nello spirito del comandamento evangelico dobbiamo assumere questa premurosa sollecitudine nei riguardi dei fratelli che si trovano nel bisogno, chiunque essi siano. A questo proposito nella mia Enciclica ho scritto che: “Per uno sviluppo del mondo verso il meglio, è necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno «per il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi» (n. 30b). A tutti coloro che partecipano al nostro incontro auguro oggi che la pratica della caritas fraterna ci avvicini sempre più e renda più credibile la nostra testimonianza in favore di Cristo di fronte al mondo.

La seconda questione alla quale voglio far riferimento, riguarda la vita coniugale e quella familiare. Sappiamo che tra le comunità cristiane, chiamate a testimoniare l’amore, la famiglia occupa un posto particolare. Nel mondo di oggi, nel quale si stanno moltiplicando relazioni internazionali ed interculturali, sempre più spesso si decidono a fondare una famiglia giovani provenienti da diverse tradizioni, da diverse religioni, da diverse confessioni cristiane. Più volte, per i giovani stessi e per i loro cari, è una decisione difficile che comporta vari pericoli riguardanti sia la perseveranza nella fede sia la costruzione futura dell’ordine familiare, come anche la creazione di un clima di unità della famiglia e di condizioni opportune per la crescita spirituale dei figli. Tuttavia, proprio grazie alla diffusione su una più vasta scala del dialogo ecumenico, la decisione può dare origine al formarsi di un laboratorio pratico di unità. Per questo sono necessarie la vicendevole benevolenza, la comprensione e la maturità nella fede di entrambe le parti, come anche delle comunità da cui provengono. Voglio esprimere il mio apprezzamento per la Commissione Bilaterale del Consiglio per le Questioni dell’Ecumenismo della Conferenza Episcopale Polacca e del Consiglio Ecumenico Polacco che hanno avviato la elaborazione di un documento in cui viene presentata la comune dottrina cristiana sul matrimonio e sulla famiglia e vengono stabiliti principi, accettabili per tutti, per contrarre matrimoni interconfessionali, indicando un comune programma di sollecitudine pastorale per tali matrimoni. Auguro a tutti che in tale delicata questione, si accresca la reciproca fiducia tra le Chiese e la collaborazione che rispetta pienamente i diritti e la responsabilità dei coniugi per la formazione nella fede della propria famiglia e per l’educazione dei figli.

“Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17, 26). Fratelli e sorelle, ponendo tutta la nostra fiducia in Cristo, che ci fa conoscere il suo nome, camminiamo ogni giorno verso la pienezza della riconciliazione fraterna. La sua preghiera faccia sì che la comunità dei suoi discepoli sulla terra, nel suo mistero e nella sua visibile unità, diventi sempre più una comunità d’amore in cui si rispecchia l'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Discipula
Friday, May 26, 2006 3:16 PM
Polonia, la prima volta del papa, le tante volte di Ratzinger
di Daniele Lorenzi/ 26/05/2006

Il debutto di Benedetto XVI, ma non di Joseph Ratzinger, già più volte presente in terra polacca. Nei suoi precedenti viaggi, il percorso di riavvicinamento vissuto da Polonia e Germania (e dalle chiese dei due paesi) negli ultimi quarant’anni.




VARSAVIA - Il paese del suo “amato predecessore Giovanni Paolo II”, il paese di quel papa che vide eletto nel secondo conclave del 1978 e dal quale ricevette poi la chiamata per lavorare fianco a fianco, per lunghi decenni. Joseph Ratzinger conosceva bene Karol Wojtyla, e conosce bene anche la Polonia, che visita ora per la prima volta da pontefice. Un rapporto difficile, quello fra la Chiesa polacca e quella tedesca, come complicato è stato e per certi versi è tuttora il rapporto fra Polonia e Germania, nazioni che nella storia ritroviamo frequentemente una contro l’altra, fra invasioni, aggressioni e mutamenti di confine. Un papa tedesco in terra di Polonia: a suo modo è una primizia, una novità assoluta. Per il papa, ma non per Joseph Ratzinger.

La prima volta che da cardinale mise piede in Polonia fu nel lontano 1979. Occasione, la visita di una delegazione della Conferenza episcopale tedesca alla chiesa polacca. L’anno successivo, settembre 1980, i tedeschi visitano Jasna Góra, Trzebnica, Wroclaw, Opole, Katowice, Oswiecim e Cracovia: c’è anche Ratzinger, che prega per la prima volta nella cella di San Massimiliano Kolbe, ad Auschwitz. Sono anni delicati: si preparano sconvolgimenti sul terreno politico e sociale, si raccolgono i primi frutti di un riavvicinamento fra le chiese dei due paesi.

Un percorso, quest’ultimo, che aveva preso in largo nel novembre 1965, pieno Concilio Vaticano II: una lettera firmata da 36 vescovi polacchi e indirizzata ai “colleghi” tedeschi, e contenente un riferimento alla storia passata fra i due popoli, aveva provocato shock e sconcerto in numerose ambienti. “Perdoniamo e domandiamo il perdono”, avevano scritto i polacchi con riferimento alle lotte del passato e del presente, scatenando le ire del governo comunista dell’epoca, che censurò l’iniziativa come una inammissibile interferenza nella politica estera della Repubblica di Polonia. Fu solo un primo passo, cui ne seguirono molti altri, in un’opera di costante riavvicinamento che già un anno più tardi – era il luglio 1966 – portò i vescovi tedeschi a dichiarare solennemente che “i cattolici tedeschi, riconoscendo i diritti inalienabili della loro nazione, faranno ogni sforzo per far si che il popolo tedesco rispetti il diritto all’esistenza nella nazione polacca”. Un cammino lungo, che solo poco prima dell’elezione di Giovanni Paolo II portò alla prima visita ufficiale dei vescovi polacchi in Germania: la guidavano due cardinali, Stefan Wyszynski e, appunto, Karol Wojtyla (20-25 settembre 1978).

Nel dicembre 1981 in Polonia è imposta la legge marziale: Ratzinger, a Monaco di Baviera, inaugura una iniziativa di preghiera per la Polonia.
Ci torna, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, prima nel 1983, poi nel 1988, quando gli viene conferita – fatto inedito all’epoca – una laurea ad honerem dall’Università di Lublino. Nel 1999 è di nuovo a Cracovia, nel 2000 riceve un’altra laura dalla Pontificia Facoltà di Teologia a Wroclaw. Nel 2002 è a Radom, dove durante il mese di maggio presiede l’ordinazione episcopale di Zygmunt Zimowski, per diciannove anni suo valido collaboratore a Roma nel palazzo dell’ex Sant’Uffizio. Il giorno dopo, 26 maggio 2002, va ancora a Jasna Góra, per la sua seconda visita al più grande santuario mariano polacco. L’anno successivo, maggio 2003, Giovanni Paolo II lo manda a Cracovia e a Szczepanów come legato pontificio per le celebrazioni del 750esimo anniversario della canonizzazione di San Stanislao.

Ora, ad un anno dalla morte di papa Wojtyla, ad un anno dall’elezione di Benedetto XVI, ad un anno dalla lettera congiunta con la quale polacchi e tedeschi hanno salutato il 40esimo anniversario di quel famoso scritto, “Perdoniamo e chiediamo di perdonare”, va in scena un ulteriore capitolo della storia dei rapporti – spesso controversi – fra popolo tedesco e popolo polacco. Con due papi protagonisti d’eccezione.




Discipula
Friday, May 26, 2006 8:41 PM
Fonte
Prima che Teresa mi "sgridi" (scherzo eh! : )perché non scrivo le fonti degli articoli che posto, vi dico che l'ultimo articolo che ho inserito qui sopra è tratto dal sito

www.korazym.org





Ratzigirl
Friday, May 26, 2006 9:29 PM
SANTA MESSA NELLA PIAZZA PILSUDSKI DI WARSZAWA 26.05.2006


Sia lodato Gesù Cristo!

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo Signore, "insieme con voi desidero elevare un canto di gratitudine alla Provvidenza, che mi permette di stare qui oggi come pellegrino". Con queste parole, 27 anni fa, iniziò la sua omelia a Varsavia il mio amato predecessore Giovanni Paolo II. Le faccio mie e ringrazio il Signore che mi ha concesso di poter giungere oggi in questa storica Piazza. Qui, alla vigilia della Pentecoste, Giovanni Paolo II pronunciò le significative parole della preghiera: "Discenda il tuo Spirito, e rinnovi la faccia della terra". Ed aggiunse: "Di questa terra!". In questo stesso luogo fu congedato con solenne cerimonia funebre il grande Primate della Polonia Cardinale Stefano Wyszynski, di cui in questi giorni ricordiamo il 25mo anniversario della morte.

Dio unì queste due persone non solo mediante la stessa fede, speranza e amore, ma anche mediante le stesse vicende umane, che hanno collegato l’una e l’altra così fortemente alla storia di questo popolo e della Chiesa che vive in esso. All’inizio del pontificato Giovanni Paolo II scrisse al Cardinale Wyszynski: "Sulla Sede di Pietro non ci sarebbe questo Papa polacco, che oggi pieno di timore di Dio, ma anche di fiducia, inizia il nuovo pontificato, se non ci fosse stata la Tua fede, che non si è piegata davanti alla prigione e alla sofferenza, la Tua eroica speranza, il Tuo fidarti fino in fondo della Madre della Chiesa; se non ci fosse stata Jasna Góra e tutto questo periodo di storia della Chiesa nella nostra Patria, legato al Tuo servizio di Vescovo e di Primate" (Lettera di Giovanni Paolo II ai Polacchi, 23 ottobre 1978). Come non ringraziare oggi Dio per quanto si è realizzato nella vostra Patria e nel mondo intero, durante il pontificato di Giovanni Paolo II? Davanti ai nostri occhi sono avvenuti cambiamenti di interi sistemi politici, economici e sociali. La gente in diversi Paesi ha riacquistato la libertà e il senso della dignità. "Non dimentichiamo le grandi opere di Dio" (cfr Sal 78,7). Ringrazio anche voi per la vostra presenza e per la vostra preghiera. Grazie al Cardinale Primate per le parole che mi ha rivolto. Saluto tutti i Vescovi qui presenti. Sono lieto della partecipazione del Signor Presidente e delle Autorità statali e locali. Abbraccio con il cuore tutti i polacchi che vivono in patria e all’estero.

"Rimanete saldi nella fede!". Abbiamo sentito poc’anzi le parole di Gesù: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre e Egli vi darà un altro Consolatore, perché rimanga con voi per sempre – lo Spirito di Verità" (Gv 14,15-17a). In queste parole Gesù rivela il profondo legame che esiste tra la fede e la professione della Verità Divina, tra la fede e la dedizione a Gesù Cristo nell’amore, tra la fede e la pratica della vita ispirata ai comandamenti. Tutte e tre le dimensioni della fede sono frutto dell’azione dello Spirito Santo. Tale azione si manifesta come forza interiore che armonizza i cuori dei discepoli col Cuore di Cristo e rende capaci di amare i fratelli come Lui li ha amati. Così la fede è un dono, ma nello stesso tempo è un compito.

"Egli vi darà un altro Consolatore – lo Spirito di Verità". La fede, come conoscenza e professione della verità su Dio e sull’uomo, "dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo", dice san Paolo (Rm 10,17). Lungo la storia della Chiesa gli Apostoli hanno predicato la parola di Cristo preoccupandosi di consegnarla intatta ai loro successori, i quali a loro volta l’hanno trasmessa alle successive generazioni, fino ai nostri giorni. Tanti predicatori del Vangelo hanno dato la vita proprio a causa della fedeltà alla verità della parola di Cristo. E così, dalla premura per la verità è nata la Tradizione della Chiesa. Come nei secoli passati così anche oggi ci sono persone o ambienti che, trascurando questa Tradizione di secoli, vorrebbero falsificare la parola di Cristo e togliere dal Vangelo le verità, secondo loro, troppo scomode per l’uomo moderno. Si cerca di creare l’impressione che tutto sia relativo: anche le verità della fede dipenderebbero dalla situazione storica e dalla valutazione umana. Però la Chiesa non può far tacere lo Spirito di Verità. I successori degli Apostoli, insieme con il Papa, sono responsabili per la verità del Vangelo, ed anche tutti i cristiani sono chiamati a condividere questa responsabilità accettandone le indicazioni autorevoli. Ogni cristiano è tenuto a confrontare continuamente le proprie convinzioni con i dettami del Vangelo e della Tradizione della Chiesa nell’impegno di rimanere fedele alla parola di Cristo, anche quando essa è esigente e umanamente difficile da comprendere. Non dobbiamo cadere nella tentazione del relativismo o dell’interpretazione soggettivistica e selettiva delle Sacre Scritture. Solo la verità integra ci può aprire all’adesione a Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.

Cristo dice infatti: "Se mi amate...". La fede non significa soltanto accettare un certo numero di verità astratte circa i misteri di Dio, dell’uomo, della vita e della morte, delle realtà future. La fede consiste in un intimo rapporto con Cristo, un rapporto basato sull’amore di Colui che ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 11), fino all’offerta totale di se stesso. "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5, 8). Quale altra risposta possiamo dare ad un amore così grande, se non quella di un cuore aperto e pronto ad amare? Ma che vuol dire amare Cristo? Vuol dire fidarsi di Lui anche nell’ora della prova, seguirLo fedelmente anche sulla Via Crucis, nella speranza che presto verrà il mattino della risurrezione. Affidandoci a Cristo non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso. L’amore per Cristo si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri e i sentimenti del suo Cuore. Questo si realizza mediante l’unione interiore basata sulla grazia dei Sacramenti, rafforzata con la continua preghiera, la lode, il ringraziamento e la penitenza. Non può mancare un attento ascolto delle ispirazioni che Egli suscita mediante la sua Parola, le persone che incontriamo, le situazioni di vita quotidiana. AmarLo significa restare in dialogo con Lui, per conoscere la sua volontà e realizzarla prontamente.

Ma vivere la propria fede come rapporto d’amore con Cristo significa anche essere pronti a rinunciare a tutto ciò che costituisce la negazione del suo amore. Ecco perché Gesù ha detto agli Apostoli: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti". Ma quali sono i comandamenti di Cristo? Quando il Signore Gesù insegnava alle folle, non mancò di confermare la legge che il Creatore aveva iscritto nel cuore dell’uomo ed aveva poi formulato sulle tavole del Decalogo. "Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure uno iota o un segno, senza che tutto si sia compiuto" (Mt 5,17-18). Gesù però ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai, cioè l’amore di Dio e del prossimo: "Amare [Dio] con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stessi vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici" (Mc 12,33). Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Mt 11,30). In questo spirito Gesù formulò il suo elenco degli atteggiamenti interiori di coloro che cercano di vivere profondamente la fede: Beati i poveri in spirito, quelli che piangono, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia… (cfr Mt 5,3-12)

Cari fratelli e sorelle, la fede in quanto adesione a Cristo si rivela come amore che spinge a promuovere il bene che il Creatore ha inserito nella natura di ognuno e ognuna di noi, nella personalità di ogni altro uomo e in tutto ciò che esiste nel mondo. Chi crede e ama così diventa costruttore della vera "civiltà dell’amore", di cui Cristo è il centro. Ventisette anni fa’, in questo luogo, Giovanni Paolo II disse: "La Polonia è divenuta ai nostri tempi terra di testimonianza particolarmente responsabile" (Varsavia, 2 giugno 1979). Vi prego, coltivate questa ricca eredità di fede a voi trasmessa dalle generazioni precedenti, l’eredità del pensiero e del servizio di quel grande Polacco che fu Papa Giovanni Paolo II. Rimanete forti nella fede, tramandatela ai vostri figli, testimoniate la grazia, che avete sperimentato in modo così abbondante attraverso lo Spirito Santo nella vostra storia. Che Maria, Regina della Polonia, vi mostri la strada verso il Figlio suo e vi accompagni nel cammino verso un futuro felice e pieno di pace. Non manchi mai nei vostri cuori l’amore per Cristo e per la sua Chiesa. Amen!

Ratzigirl
Saturday, May 27, 2006 12:39 AM
"Dalla finestra" incontro con i giovani - Palazzo Arcivescovile di Cracovia

Pontefice si affaccia da finestra per benedire e salutare fedeli

Due ali di folla lungo le vie del centro di Cracovia hanno accolto, tra gli applausi e le acclamazioni, l'arrivo di Papa Benedetto XVI a Cracovia. Il Papa, giunto in elicottero da Czestochowa per l'omaggio alla Madonna Nera, è arrivato a Cracovia accolto da una vera e propria fiumana di persone che si sono assiepate per ore ed ore lungo le strade per vederlo anche solo per un istante. Arrivato al palazzo dell'Acivescovado, Papa Ratzinger si è poi affacciato dalla finestra per benedire e salutare i giovani, che hanno risposto al suono di "Benedetto Benedetto, dzinkuje dzinkuje (grazie, grazie)".



"Dalla finestra" incontro con i giovani - Palazzo Arcivescovile di Cracovia

Carissimi fratelli e sorelle,
seguendo la consuetudine nata durante i soggiorni di Giovanni Paolo II a Cracovia, vi siete radunati davanti alla sede arcivescovile per salutare il Papa. Vi ringrazio per questa presenza e per la cordiale accoglienza.

So che il due di ogni mese, all’ora della morte del mio amato Predecessore, vi raccogliete qui per commemorarlo e pregare per la sua elevazione agli onori degli altari. Questa preghiera sostenga coloro che si occupano della causa, e arricchisca i vostri cuori di ogni grazia. Durante l’ultimo viaggio in Polonia, Giovanni Paolo II vi ha detto a proposito del tempo che passa: “Non possiamo rimediare. C’è un rimedio soltanto. È il Signore Gesù. «Io sono la risurrezione e la vita», vuol dire – malgrado la vecchiaia, malgrado la morte – la giovinezza è in Dio. Ve lo auguro. A tutta la gioventù di Cracovia, della Polonia e del mondo” (17.08.2002). Questa era la sua fede, la sua ferma convinzione, la sua testimonianza. E oggi malgrado la morte, egli – giovane in Dio – è tra noi. Ci invita a rinvigorire la grazia della fede, a rinnovarci nello Spirito e “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4, 24).

Vi ringrazio ancora una volta per la visita, che avete voluto farmi questa sera. Portate il mio saluto e la benedizione ai vostri famigliari e agli amici. Grazie

Ratzigirl
Saturday, May 27, 2006 2:51 PM
L'ABBRACCIO AI MALATI AL SANTUARIO DI SUOR FAUSTINA

"Siete i più eloquenti testimoni della misericordia di Dio"

Cracovia, 27 Maggio 2006


I malati sono "i più eloquenti testimoni della misericordia di Dio. Mediante la vostra sofferenza, Egli si china sull'umanità con amore". Con questo pensiero, Papa Benedetto XVI si è rivolto ai malati, assistenti, sacerdoti e fedeli incontrati al Santuario della Divina Misericordia di Lagiewniki, consacrato da Giovanni Paolo II nel suo ultimo viaggio in patria nel 2002 e dedicato a suor Faustina Kowalska.

"Ci insegnate - ha scandito Benedetto XVI - che non c'è una fede più profonda, una speranza più viva e un amore più ardente della fede, della speranza e dell'amore di chi nello sconforto si mette nelle mani sicure di Dio". "In questa circostanza - ha proseguito il Papa - stiamo davanti a due misteri: il mistero della sofferenza umana e il mistero della Divina Misericordia". Anche se "questi due misteri sembrano contrapporsi", ha aggiunto il Papa, "alla luce della fede essi si pongono inn reciproca armonia. E ciò grazie al mistero della croce di Cristo".


Ratzigirl
Saturday, May 27, 2006 2:53 PM
INCONTRO CON LA POPOLAZIONE NELLA PIAZZA RYNEK DI WADOWICE 27.05.2006
Diletti fratelli e sorelle!

Sono giunto con grande commozione nel luogo di nascita del mio grande Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella città della sua infanzia e della sua giovinezza. Wadowice non poteva mancare nel percorso del pellegrinaggio che sto compiendo in terra polacca sulle sue orme. Mi son voluto fermare proprio qui, a Wadowice, nei luoghi in cui la sua fede si è destata ed è maturata, per pregare insieme con voi affinché venga presto elevato alla gloria degli altari. Johann Wolfgang von Goethe, il grande poeta tedesco, disse: "Chi vuole comprendere un poeta, dovrebbe recarsi nel suo paese". Così anche per comprendere la vita e il ministero di Giovanni Paolo II, era necessario venire nella sua città natale. Egli stesso confessò che qui, a Wadowice, "è cominciato tutto: è cominciata la vita, è cominciata la scuola, gli studi, è cominciato il teatro… e il sacerdozio" (Wadowice, 16 giugno 1999).

Giovanni Paolo II, tornando a quegli inizi, si riferiva spesso ad un segno: quello del fonte battesimale, che egli circondava di particolare venerazione nella chiesa di Wadowice. Nel 1979, durante il suo primo pellegrinaggio in Polonia confessò: "A questo fonte battesimale, il 20 giugno 1920 mi fu concessa la grazia di divenire figlio di Dio, e di ricevere la fede nel mio Redentore e fui accolto nella comunità della sua Chiesa. Questo fonte battesimale l’ho già baciato una volta, solennemente, nell’anno del Millennio del Battesimo della Polonia, quando ero arcivescovo di Cracovia. In seguito lo feci un’altra volta (…) nel cinquantesimo del mio battesimo, quando ero cardinale, e oggi ho baciato questo fonte battesimale per la terza volta, giungendo da Roma come successore di San Pietro" (Wadowice, 7 giugno 1979). Sembra che in queste parole di Giovanni Paolo II sia racchiusa la chiave per comprendere la coerenza della sua fede, il radicalismo della sua vita cristiana e il desiderio della santità che egli manifestò continuamente. C’è qui la profonda consapevolezza della divina grazia, del gratuito amore di Dio per l’uomo, che mediante il lavacro con l’acqua e l’effusione dello Spirito Santo introduce il catecumeno nella moltitudine dei suoi figli redenti dal Sangue di Cristo. Ma c’è anche la consapevolezza che il battesimo che giustifica è anche una chiamata ad aver cura della giustizia scaturita dalla fede. Il programma più comune di una vita autenticamente cristiana si riassume nella fedeltà alle promesse del santo Battesimo. La parola d’ordine del presente pellegrinaggio: "Rimanete saldi nella fede", trova qui la sua concreta dimensione che si potrebbe esprimere con l’esortazione: "Rimanete saldi nell’osservanza delle promesse battesimali". Testimone di una tale fedeltà – che in questo luogo parla in modo tutto speciale - è il Servo di Dio Giovanni Paolo II.

Il mio grande Predecessore indicava la Basilica di Wadowice e la parrocchia nativa come un luogo di particolare importanza per lo sviluppo della sua vita spirituale e della vocazione sacerdotale che stava rivelandosi in lui. Una volta disse: "In questo tempio mi accostai alla prima confessione e alla S. Comunione. Qui fui chierichetto. Qui resi grazie a Dio per il dono del sacerdozio e – già come vescovo di Cracovia – qui vissi il mio giubileo del 25° di sacerdozio. Quanto bene, quante grazie ricevetti in questo tempio e in questa comunità parrocchiale, lo sa soltanto Colui che è Datore di ogni grazia. A Lui, Dio uno e trino, rendo oggi gloria sulla soglia di questa chiesa" (Wadowice, 16 giugno 1999). Il tempio è segno della comunione dei credenti uniti dalla presenza di Dio che dimora in mezzo a loro. Questa comunità è la Chiesa amata da Giovanni Paolo II. Il suo amore per la Chiesa nacque nella parrocchia di Wadowice. In essa egli vide l’ambiente della vita sacramentale, dell’evangelizzazione e della formazione ad una fede matura. Per questo, come sacerdote, come Vescovo e come Papa circondava di così grande premura le comunità parrocchiali. Nello spirito della stessa sollecitudine, durante la visita ad limina Apostolorum, ho chiesto ai Vescovi polacchi di fare il possibile affinché la parrocchia polacca sia realmente una "comunità ecclesiale" e una "famiglia della Chiesa".

Per terminare, lasciatemi ricordare ancora una caratteristica della fede e della spiritualità di Giovanni Paolo II, unita a questo luogo. Lui stesso ricordò più volte il profondo attaccamento degli abitanti di Wadowice all’effigie locale della Madonna del Perpetuo Soccorso e l’usanza della preghiera quotidiana dinanzi ad essa degli studenti del ginnasio di allora. Questo ricordo ci permette di arrivare alle sorgenti della convinzione che nutriva Giovanni Paolo II – la convinzione circa l’eccezionale posto occupato da Maria nella storia della salvezza e in quella della Chiesa. Da essa scaturiva anche la convinzione circa il posto eccezionale che la Madre di Dio aveva nella sua vita, una convinzione che si esprimeva nel "Totus tuus" colmo di dedizione. Sino agli ultimi istanti del suo pellegrinaggio terreno egli rimase fedele a questo affidamento.

Nello spirito di questa devozione, dinanzi a questa Effigie voglio rendere grazie a Dio per il pontificato di Giovanni Paolo II e come lui chiedere alla Madonna di prendersi cura della Chiesa della quale dalla volontà di Dio mi viene affidata la guida. Domando anche a voi, cari fratelli e sorelle, di accompagnarmi con la stessa preghiera con cui circondavate il vostro grande Connazionale. Benedico di cuore voi tutti qui presenti e tutti coloro che giungono a Wadowice per attingere alle sorgenti dello spirito di fede di Giovanni Paolo II.


Ratzigirl
Sunday, May 28, 2006 2:21 AM
UN MILIONE DI GIOVANI LO ABBRACCIA NEL PARCO DI CRACOVIA

Festa e canti nella spianta di Blonia della generazione Wojtyla


Un milione secondo la polizia, forse anche di più i giovani che si sono radunati nella spianata di Blonia, a Cracovia, per l'incontro con Benedetto XVI che ha attraversato la città a bordo della papamobile tra due ali di folla.

"Ti salutano i giovani di tutta la Polonia", ha esordito il cardinale Stanislao Dziwisz dando il benvenuto al Papa. "Sono venuti qui per incontrare Pietro - ha aggiunto - sono venuti qui per costruire il loro futuro sulla roccia, e hanno portato con loro una piccola pietra, ciascuno con il proprio nome e cognome, simbolo della loro identità cristiana". "Benedici tutti i giovani e noi che siamo giovani nello spirito", ha continuato il cardinale Dziwisz, che ha poi lasciato la parola a due giovani, un ragazzo e una ragazza, che in rappresentanza della gioventù polacca, hanno salutato e abbracciato Benedetto XVI.

Prima dell'incontro con i giovani, Papa Ratzinger ha visitato brevemente l'antica cattedrale del Wawel. Accompagnato dal card. Stanislao Dziwisz, il pontefice è stato accolto dai canonici del Capitolo della Cattedrale. Benedetto XVI si è inginocchiato per qualche minuto nella Cappella di San Leonardo, poi ha firmato il libro delle visite, e girando pagina, ha sorriso vedendo che in quella precedente spiccava la firma di Giovanni Paolo II.


Ratzigirl
Sunday, May 28, 2006 2:33 AM
Incontro con la popolazione di Wadowice Sabato 27 maggio

Diletti fratelli e sorelle!

Sono giunto con grande commozione nel luogo di nascita del mio grande Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella città della sua infanzia e della sua giovinezza. Wadowice non poteva mancare nel percorso del pellegrinaggio che sto compiendo in terra polacca sulle sue orme. Mi son voluto fermare proprio qui, a Wadowice, nei luoghi in cui la sua fede si è destata ed è maturata, per pregare insieme con voi affinché venga presto elevato alla gloria degli altari. Johann Wolfgang von Goethe, il grande poeta tedesco, disse: “Chi vuole comprendere un poeta, dovrebbe recarsi nel suo paese”. Così anche per comprendere la vita e il ministero di Giovanni Paolo II, era necessario venire nella sua città natale. Egli stesso confessò che qui, a Wadowice, “è cominciato tutto: è cominciata la vita, è cominciata la scuola, gli studi, è cominciato il teatro… e il sacerdozio” (Wadowice, 16 giugno 1999).

Giovanni Paolo II, tornando a quegli inizi, si riferiva spesso ad un segno: quello del fonte battesimale, che egli circondava di particolare venerazione nella chiesa di Wadowice. Nel 1979, durante il suo primo pellegrinaggio in Polonia confessò: “A questo fonte battesimale, il 20 giugno 1920 mi fu concessa la grazia di divenire figlio di Dio, e di ricevere la fede nel mio Redentore e fui accolto nella comunità della sua Chiesa. Questo fonte battesimale l’ho già baciato una volta, solennemente, nell’anno del Millennio del Battesimo della Polonia, quando ero arcivescovo di Cracovia. In seguito lo feci un’altra volta (…) nel cinquantesimo del mio battesimo, quando ero cardinale, e oggi ho baciato questo fonte battesimale per la terza volta, giungendo da Roma come successore di San Pietro” (Wadowice, 7 giugno 1979). Sembra che in queste parole di Giovanni Paolo II sia racchiusa la chiave per comprendere la coerenza della sua fede, il radicalismo della sua vita cristiana e il desiderio della santità che egli manifestò continuamente. C’è qui la profonda consapevolezza della divina grazia, del gratuito amore di Dio per l’uomo, che mediante il lavacro con l’acqua e l’effusione dello Spirito Santo introduce il catecumeno nella moltitudine dei suoi figli redenti dal Sangue di Cristo. Ma c’è anche la consapevolezza che il battesimo che giustifica è anche una chiamata ad aver cura della giustizia scaturita dalla fede. Il programma più comune di una vita autenticamente cristiana si riassume nella fedeltà alle promesse del santo Battesimo. La parola d’ordine del presente pellegrinaggio: “Rimanete saldi nella fede”, trova qui la sua concreta dimensione che si potrebbe esprimere con l’esortazione: “Rimanete saldi nell’osservanza delle promesse battesimali”. Testimone di una tale fedeltà – che in questo luogo parla in modo tutto speciale - è il Servo di Dio Giovanni Paolo II.

Il mio grande Predecessore indicava la Basilica di Wadowice e la parrocchia nativa come un luogo di particolare importanza per lo sviluppo della sua vita spirituale e della vocazione sacerdotale che stava rivelandosi in lui. Una volta disse: “In questo tempio mi accostai alla prima confessione e alla S. Comunione. Qui fui chierichetto. Qui resi grazie a Dio per il dono del sacerdozio e – già come vescovo di Cracovia – qui vissi il mio giubileo del 25° di sacerdozio. Quanto bene, quante grazie ricevetti in questo tempio e in questa comunità parrocchiale, lo sa soltanto Colui che è Datore di ogni grazia. A Lui, Dio uno e trino, rendo oggi gloria sulla soglia di questa chiesa” (Wadowice, 16 giugno 1999). Il tempio è segno della comunione dei credenti uniti dalla presenza di Dio che dimora in mezzo a loro. Questa comunità è la Chiesa amata da Giovanni Paolo II. Il suo amore per la Chiesa nacque nella parrocchia di Wadowice. In essa egli vide l’ambiente della vita sacramentale, dell’evangelizzazione e della formazione ad una fede matura. Per questo, come sacerdote, come Vescovo e come Papa circondava di così grande premura le comunità parrocchiali. Nello spirito della stessa sollecitudine, durante la visita ad limina Apostolorum, ho chiesto ai Vescovi polacchi di fare il possibile affinché la parrocchia polacca sia realmente una “comunità ecclesiale” e una “famiglia della Chiesa”.

Per terminare, lasciatemi ricordare ancora una caratteristica della fede e della spiritualità di Giovanni Paolo II, unita a questo luogo. Lui stesso ricordò più volte il profondo attaccamento degli abitanti di Wadowice all’effigie locale della Madonna del Perpetuo Soccorso e l’usanza della preghiera quotidiana dinanzi ad essa degli studenti del ginnasio di allora. Questo ricordo ci permette di arrivare alle sorgenti della convinzione che nutriva Giovanni Paolo II – la convinzione circa l’eccezionale posto occupato da Maria nella storia della salvezza e in quella della Chiesa. Da essa scaturiva anche la convinzione circa il posto eccezionale che la Madre di Dio aveva nella sua vita, una convinzione che si esprimeva nel “Totus tuus” colmo di dedizione. Sino agli ultimi istanti del suo pellegrinaggio terreno egli rimase fedele a questo affidamento.

Nello spirito di questa devozione, dinanzi a questa Effigie voglio rendere grazie a Dio per il pontificato di Giovanni Paolo II e come lui chiedere alla Madonna di prendersi cura della Chiesa della quale dalla volontà di Dio mi viene affidata la guida. Domando anche a voi, cari fratelli e sorelle, di accompagnarmi con la stessa preghiera con cui circondavate il vostro grande Connazionale. Benedico di cuore voi tutti qui presenti e tutti coloro che giungono a Wadowice per attingere alle sorgenti dello spirito di fede di Giovanni Paolo II.
Ratzigirl
Sunday, May 28, 2006 2:35 AM
Visita al Santuario di Kalwaria

Dovevano essere solo poche parole, solo un saluto, ai padri francescani del santuario di Kalwaria, dove Giovanni Paolo II chiese durante il suo primo viaggio in Polonia preghiere "in vita e dopo la morte". Poche parole per ricordare quella richiesta e per domandare a sua volta la preghiera di tutti per lui stesso e per tutta la Chiesa. Poi però a braccio, davanti all'entusiasmo della folla, il papa aggiunge: "Spero che la Provvidenza conceda presto la beatificazione e la canonizzazione del nostro amato papa Giovanni Paolo II".

Cari Padri (francescani),
Carissimi fratelli e sorelle,

durante il primo viaggio in Polonia Giovanni Paolo II visitò questo Santuario e dedicò il suo discorso alla preghiera. Alla fine disse: “E anche questo chiedo: chiedo che preghiate qui per me, durante la mia vita e dopo la mia morte”. Oggi ho voluto fermarmi un momento nella cappella della Madonna e con gratitudine pregare per lui, secondo quella sua richiesta. Seguendo l’esempio di Giovanni Paolo II, anch'io mi rivolgo a voi con la cordiale domanda di pregare per me e per tutta la Chiesa.

Benedizione in latino

(a braccio, in lingua italiana, poi tradotto in polacco)
Vorrei dire che anch'io, come il cardinale arcivescovo Stanislao, spero che la Divina Provvidenza conceda presto la beatificazione e la canonizzazione del nostro caro papa Giovanni Paolo II.



Ratzigirl
Sunday, May 28, 2006 2:38 AM
Incontro con i giovani - Parco di Blonie a Cracovia
Cari giovani amici,

vi porgo il mio cordiale benvenuto! La vostra presenza mi rallegra. Sono grato al Signore per questo incontro con il calore della vostra cordialità. Sappiamo che “dove due o tre sono uniti nel nome di Gesù, Egli è in mezzo a loro” (cfr Mt 18,20). Ma voi siete qui oggi ben più numerosi! Ringrazio per questo ciascuno e ciascuna di voi. Gesù dunque è qui con noi. Egli è presente tra i giovani della terra polacca, per parlare loro di una casa, che non crollerà mai, perché edificata sulla roccia. E’ la parola evangelica che abbiamo poc’anzi ascoltato (cfr Mt 7,24-27).

Nel cuore di ogni uomo c’è, amici miei, il desiderio di una casa. Tanto più in un cuore giovane c’è il grande anelito ad una casa propria, che sia solida, nella quale non soltanto si possa tornare con gioia, ma anche con gioia si possa accogliere ogni ospite che viene. E’ la nostalgia di una casa nella quale il pane quotidiano sia l’amore, il perdono, la necessità di comprensione, nella quale la verità sia la sorgente da cui sgorga la pace del cuore. E’ la nostalgia di una casa di cui si possa essere orgogliosi, di cui non ci si debba vergognare e della quale non si debba mai piangere il crollo. Questa nostalgia non è che il desiderio di una vita piena, felice, riuscita. Non abbiate paura di questo desiderio! Non lo sfuggite! Non vi scoraggiate alla vista delle case crollate, dei desideri vanificati, delle nostalgie svanite. Dio Creatore, che infonde in un giovane cuore l’immenso desiderio della felicità, non lo abbandona poi nella faticosa costruzione di quella casa che si chiama vita.

Amici miei, una domanda si impone: “Come costruire questa casa?”. E’ una domanda che sicuramente si è già affacciata molte volte al vostro cuore e che ancora tante volte ritornerà. E’ una domanda che è doveroso porre a se stessi non una volta soltanto. Ogni giorno deve stare davanti agli occhi del cuore: come costruire quella casa chiamata vita? Gesù, le cui parole abbiamo ascoltato nella redazione dell’evangelista Matteo, ci esorta a costruire sulla roccia. Soltanto così infatti la casa non crollerà. Ma che cosa vuol dire costruire la casa sulla roccia? Costruire sulla roccia vuol dire prima di tutto: costruire su Cristo e con Cristo. Gesù dice: “Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7,24). Non si tratta qui di parole vuote dette da una persona qualsiasi, ma delle parole di Gesù. Non si tratta di ascoltare una persona qualunque, ma di ascoltare Gesù. Non si tratta di compiere una cosa qualsiasi, ma di compiere le parole di Gesù.

Costruire su Cristo e con Cristo significa costruire su un fondamento che si chiama amore crocifisso. Vuol dire costruire con Qualcuno che, conoscendoci meglio di noi stessi, ci dice: “Tu sei prezioso ai miei occhi, … sei degno di stima e io ti amo” (Is 43, 4). Vuol dire costruire con Qualcuno che è sempre fedele, anche se noi manchiamo di fedeltà, perché egli non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2,13). Vuol dire costruire con Qualcuno che si china costantemente sul cuore ferito dell’uomo e dice: “Non ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (cfr Gv 8, 11). Vuol dire costruire con Qualcuno, che dall’alto della croce stende le sue braccia, per ripetere per tutta l’eternità: “Io dò la mia vita per te, uomo, perché ti amo”. Costruire su Cristo vuol dire infine fondare sulla sua volontà tutti i propri desideri, le attese, i sogni, le ambizioni e tutti i propri progetti. Significa dire a se stessi, alla propria famiglia, ai propri amici e al mondo intero e soprattutto a Cristo: “Signore, nella vita non voglio fare nulla contro di Te, perché Tu sai che cosa è il meglio per me. Solo Tu hai parole di vita eterna” (cfr Gv 6,68). Amici miei, non abbiate paura di puntare su Cristo! Abbiate nostalgia di Cristo, come fondamento della vita! Accendete in voi il desiderio di costruire la vostra vita con Lui e per Lui! Perché non può perdere colui che punta tutto sull’amore crocifisso del Verbo incarnato.

Costruire sulla roccia significa costruire su Cristo e con Cristo, che è la roccia. Nella Prima Lettera ai Corinzi san Paolo, parlando del cammino del popolo eletto attraverso il deserto, spiega che tutti “bevvero … da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,4). I padri del popolo eletto certamente non sapevano che quella roccia era Cristo. Non erano consapevoli di essere accompagnati da Colui il quale, quando sarebbe venuta la pienezza dei tempi, si sarebbe incarnato, assumendo un corpo umano. Non avevano bisogno di comprendere che la loro sete sarebbe stata soddisfatta dalla Sorgente stessa della vita, capace di offrire l’acqua viva per dissetare ogni cuore. Bevvero tuttavia a questa roccia spirituale che è Cristo, perché avevano nostalgia dell’acqua della vita, ne avevano bisogno. In cammino sulle strade della vita, forse a volte non siamo consapevoli della presenza di Gesù. Ma proprio questa presenza, viva e fedele, la presenza nell’opera della creazione, la presenza nella Parola di Dio e nell’Eucaristia, nella comunità dei credenti e in ogni uomo redento dal prezioso Sangue di Cristo, questa presenza è la fonte inesauribile della forza umana. Gesù di Nazaret, Dio che si è fatto Uomo, sta accanto a noi nella buona e nella cattiva sorte e ha sete di questo legame, che è in realtà il fondamento dell’autentica umanità. Leggiamo nell’Apocalisse queste significative parole: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Amici miei, che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Costruire sulla roccia significa anche costruire su Qualcuno che è stato rifiutato. San Pietro parla ai suoi fedeli di Cristo come di una “pietra viva rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (1 Pt 2,4). Il fatto innegabile dell’elezione di Gesù da parte di Dio non nasconde il mistero del male, a causa del quale l’uomo è capace di rigettare Colui che lo ha amato sino alla fine. Questo rifiuto di Gesù da parte degli uomini, menzionato da san Pietro, si protrae nella storia dell’umanità e giunge anche ai nostri tempi. Non occorre una grande acutezza di mente per scorgere le molteplici manifestazioni del rigetto di Gesù, anche lì dove Dio ci ha concesso di crescere. Più volte Gesù è ignorato, è deriso, è proclamato re del passato, ma non dell’oggi e tanto meno del domani, viene accantonato nel ripostiglio di questioni e di persone di cui non si dovrebbe parlare ad alta voce e in pubblico. Se nella costruzione della casa della vostra vita incontrate coloro che disprezzano il fondamento su cui voi state costruendo, non vi scoraggiate! Una fede forte deve attraversare delle prove. Una fede viva deve sempre crescere. La nostra fede in Gesù Cristo, per rimanere tale, deve spesso confrontarsi con la mancanza di fede degli altri.

Cari amici, che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Costruire sulla roccia vuol dire essere consapevoli che si avranno delle contrarietà. Cristo dice: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono sulla casa...” (Mt 7,25). Questi fenomeni naturali non sono soltanto l’immagine delle molteplici contrarietà della sorte umana, ma ne indicano anche la normale prevedibilità. Cristo non promette che su una casa in costruzione non cadrà mai un acquazzone, non promette che un’onda rovinosa non travolgerà ciò che per noi è più caro, non promette che venti impetuosi non porteranno via ciò che abbiamo costruito a volte a prezzo di enormi sacrifici. Cristo comprende non solo l’aspirazione dell’uomo ad una casa duratura, ma è pienamente consapevole anche di tutto ciò che può ridurre in rovina la felicità dell’uomo. Non vi meravigliate dunque delle contrarietà, qualunque esse siano! Non vi scoraggiate a motivo di esse! Un edificio costruito sulla roccia non equivale ad una costruzione sottratta al gioco delle forze naturali, iscritte nel mistero dell’uomo. Aver costruito sulla roccia significa poter contare sulla consapevolezza che nei momenti difficili c’è una forza sicura su cui fare affidamento.



Amici miei, consentitemi di insistere: che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Vuol dire costruire con saggezza. Non senza un motivo Gesù paragona coloro che ascoltano le sue parole e le mettono in pratica a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. E’ stoltezza, infatti, costruire sulla sabbia, quando si può farlo sulla roccia, avendo così una casa in grado di resistere ad ogni bufera. E’ stoltezza costruire la casa su un terreno che non offre le garanzie di reggere nei momenti più difficili. Chissà, forse è anche più facile fondare la propria vita sulle sabbie mobili della propria visione del mondo, costruire il proprio futuro lontano dalla parola di Gesù, e a volte perfino contro di essa. Resta tuttavia che chi costruisce in questo modo non è prudente, perché vuol persuadere se stesso e gli altri che nella sua vita non si scatenerà alcuna tempesta, che nessuna onda colpirà la sua casa. Essere saggio significa sapere che la solidità della casa dipende dalla scelta del fondamento. Non abbiate paura di essere saggi, cioè non abbiate paura di costruire sulla roccia!

Amici miei, ancora una volta: che cosa vuol dire costruire sulla roccia? Costruire sulla roccia vuol dire anche costruire su Pietro e con Pietro. A lui infatti il Signore disse: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,16). Se Cristo, la Roccia, la pietra viva e preziosa, chiama il suo Apostolo pietra, significa che egli vuole che Pietro, e insieme a lui la Chiesa intera, siano segno visibile dell’unico Salvatore e Signore. Qui, a Cracovia, la città prediletta del mio Predecessore Giovanni Paolo II, le parole sul costruire con Pietro e su Pietro non stupiscono certo nessuno. Perciò vi dico: non abbiate paura a costruire la vostra vita nella Chiesa e con la Chiesa! Siate fieri dell’amore per Pietro e per la Chiesa a lui affidata. Non vi lasciate illudere da coloro che vogliono contrapporre Cristo alla Chiesa! C’è un’unica roccia sulla quale vale la pena di costruire la casa. Questa roccia è Cristo. C’è solo una pietra su cui vale la pena di poggiare tutto. Questa pietra è colui a cui Cristo ha detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Voi giovani avete conosciuto bene il Pietro dei nostri tempi. Perciò non dimenticate che né quel Pietro che sta osservando il nostro incontro dalla finestra di Dio Padre, né questo Pietro che ora sta dinanzi a voi, né nessun Pietro successivo sarà mai contro di voi, né contro la costruzione di una casa durevole sulla roccia. Anzi, impegnerà il suo cuore ed entrambe le mani nell’aiutarvi a costruire la vita su Cristo e con Cristo.

Cari amici, meditando le parole di Cristo sulla roccia come fondamento adeguato per la casa, non possiamo non rilevare che l’ultima parola è una parola di speranza. Gesù dice che, nonostante lo scatenarsi degli elementi, la casa non è crollata, perché era fondata sulla roccia. In questa sua parola c’è una straordinaria fiducia nella forza del fondamento, la fede che non teme smentite perché confermata dalla morte e risurrezione di Cristo. Questa è la fede che, dopo anni, verrà confessata da san Pietro nella sua lettera: “Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso” (1 Pt 2,6). Certamente “Non resterà confuso…”. Cari giovani amici, la paura dell’insuccesso può a volte frenare perfino i sogni più belli. Può paralizzare la volontà e rendere incapaci di credere che possa esistere una casa costruita sulla roccia. Può persuadere che la nostalgia della casa è soltanto un desiderio giovanile e non un progetto per la vita. Insieme a Gesù dite a questa paura: “Non può cadere una casa fondata sulla roccia”! Insieme con san Pietro dite alla tentazione del dubbio: “Chi crede in Cristo non resterà confuso!”. Siate testimoni della speranza, di quella speranza che non teme di costruire la casa della propria vita, perché sa bene di poter contare sul fondamento che non crollerà mai: Gesù Cristo nostro Signore


Sihaya.b16247
Sunday, May 28, 2006 2:04 PM
CELEBRAZIONE EUCARISTICA Kraków-Blonie, 28 maggio 2006
OMELIA DEL SANTO PADRE

CELEBRAZIONE EUCARISTICA

Kraków-Blonie, 28 maggio 2006



“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,11).

Fratelli e sorelle, oggi, sulla spianata di Blonie di Cracovia risuona nuovamente questa domanda riferita negli Atti degli Apostoli. Questa volta essa viene rivolta a tutti noi: “Perché state a guardare il cielo?” Nella risposta a questa domanda è racchiusa la verità fondamentale sulla vita e sul destino dell’uomo.

La domanda in questione si riferisce a due atteggiamenti connessi con le due realtà, nelle quali è inscritta la vita dell’uomo: quella terrena e quella celeste. Prima la realtà terrena: “Perché state?” – Perché state sulla terra? Rispondiamo: Stiamo sulla terra, perché il Creatore ci ha posto qui come coronamento all'opera della creazione. L’onnipotente Dio, conformemente al suo ineffabile disegno d’amore, creò il cosmo, lo trasse dal nulla. E dopo aver compiuto quest’opera, chiamò all’esistenza l’uomo, creato a propria immagine e somiglianza (cfr Gn 1, 26-27). Gli elargì la dignità di figlio di Dio e l’immortalità. Sappiamo però che l’uomo si smarrì, abusò del dono della libertà e disse “no” a Dio, condannando in questo modo se stesso ad un’esistenza in cui entrarono il male, il peccato, la sofferenza e la morte. Ma sappiamo anche che Dio stesso non si rassegnò a una situazione del genere ed entrò direttamente nella storia dell’uomo e questa divenne storia della salvezza. “Stiamo sulla terra”, siamo radicati in essa, da essa cresciamo. Qui operiamo il bene sugli estesi campi dell’esistenza quotidiana, nell'ambito della sfera materiale, ed anche nell'ambito di quella spirituale: nelle reciproche relazioni, nell’edificazione della comunità umana, nella cultura. Qui sperimentiamo la fatica dei viandanti in cammino verso la meta lungo strade intricate, tra esitazioni, tensioni, incertezze, ma anche nella profonda consapevolezza che prima o poi questo cammino giungerà al termine. Ed è allora che nasce la riflessione: Tutto qui? La terra su cui ”ci troviamo” è il nostro destino definitivo?

In questo contesto, occorre soffermarsi sulla seconda parte dell’interrogativo riportato nella pagina degli Atti: “Perché state a guardare il cielo?” Leggiamo che quando gli Apostoli tentarono di attirare l’attenzione del Risorto sulla questione della ricostruzione del regno terrestre di Israele, Egli “fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”. Ed essi “stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava” (At 1,9-10). Stavano dunque fissando il cielo, poiché accompagnavano con lo sguardo Gesù Cristo, crocifisso e risorto, che veniva sollevato in alto. Non sappiamo se si resero conto in quel momento del fatto che proprio dinanzi ad essi si stava schiudendo un orizzonte magnifico, infinito, il punto d'arrivo definitivo del pellegrinaggio terreno dell’uomo. Forse lo capirono soltanto il giorno di Pentecoste, illuminati dallo Spirito Santo. Per noi, tuttavia, quell’evento di duemila anni fa è ben leggibile. Siamo chiamati, rimanendo in terra, a fissare il cielo, ad orientare l’attenzione, il pensiero e il cuore verso l’ineffabile mistero di Dio. Siamo chiamati a guardare nella direzione della realtà divina, verso la quale l’uomo è orientato sin dalla creazione. Là è racchiuso il senso definitivo della nostra vita.

Cari fratelli e sorelle, con profonda commozione celebro oggi l’Eucaristia sulla spianata di Blonie di Cracovia, luogo in cui più volte celebrò il Santo Padre Giovanni Paolo II durante i suoi indimenticabili viaggi apostolici nel Paese natale. Durante la liturgia si incontrava con il popolo di Dio quasi in ogni angolo del mondo, ma non vi sono dubbi, che ogni volta la celebrazione della Santa Messa sulla spianata di Blonie a Cracovia, era per lui un evento eccezionale. Qui tornava con il pensiero e con il cuore alle radici, alle fonti della sua fede e del suo servizio nella Chiesa. Da qui vedeva Cracovia e tutta la Polonia. Durante il primo pellegrinaggio in Polonia, il 10 giugno del 1979, terminando la sua omelia su questa spianata, disse con nostalgia: “Permettete che, prima di lasciarvi, rivolga ancora uno sguardo su Cracovia, questa Cracovia della quale ogni pietra e ogni mattone mi sono cari. E che guardi ancora da qui la Polonia…”. Durante l’ultima Santa Messa celebrata in questo luogo il 18 agosto 2002, nell’omelia disse: “Sono riconoscente per l’invito a visitare la mia Cracovia e per l’ospitalità offertami” (n. 2). Voglio accogliere queste parole, farle mie e ripeterle oggi: vi ringrazio di tutto cuore “per l’invito a visitare la mia Cracovia e per l’ospitalità offertami”. Cracovia, la città di Karol Wojtyla e di Giovanni Paolo II, è anche la mia Cracovia! E’ anche una Cracovia cara al cuore di innumerevoli moltitudini di cristiani in tutto il mondo, i quali sanno che Giovanni Paolo II giunse sul colle Vaticano da questa città, dal colle di Wawel, “da un paese lontano”, il quale, grazie a questo avvenimento, divenne un paese caro a tutti.

All’inizio del secondo anno del mio pontificato sono venuto in Polonia e a Cracovia per un bisogno del cuore, come pellegrino sulle orme del mio Predecessore. Volevo respirare l’aria della sua Patria. Volevo guardare la terra nella quale nacque e dove crebbe per assumere l’instancabile servizio a Cristo e alla Chiesa universale. Desideravo prima di tutto incontrare gli uomini vivi, i suoi connazionali, sperimentare la vostra fede dalla quale egli trasse la linfa vitale, ed assicurarmi che siete saldi in essa. Qui voglio anche pregare Dio di conservare in voi il retaggio della fede, della speranza e della carità lasciato al mondo, e in modo particolare a voi, da Giovanni Paolo II.

Saluto cordialmente tutte le persone radunate sulla spianata di Blonie di Cracovia fin dove arriva il mio sguardo e ancora oltre. A ciascuno di voi vorrei stringere la mano, guardandolo negli occhi. Abbraccio col cuore tutti coloro che partecipano alla nostra Eucaristia per mezzo della radio e della televisione. Saluto tutta la Polonia! Saluto i bambini e la gioventù, le famiglie e le persone sole, gli ammalati e coloro che soffrono nello spirito e nel corpo, che sono privi della gioia di vivere. Saluto tutti coloro che con il loro lavoro di ogni giorno moltiplicano il bene di questo Paese. Saluto i Polacchi che vivono fuori dei confini della Patria, nel mondo intero. Ringrazio il Cardinale Stanislao Dziwisz, Arcivescovo Metropolita di Cracovia, per le cordiali parole di benvenuto. Saluto il Signor Cardinale Francesco Macharski e tutti i Signori Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, le persone consacrate e i nostri comuni ospiti da numerosi Paesi, specialmente da quelli confinanti. Saluto il Signor Presidente della Repubblica, il Signor Primo Ministro, i rappresentanti delle Autorità dello Stato, di quelle territoriali e locali.

Cari fratelli e sorelle, il motto del mio pellegrinaggio in terra polacca, sulle orme di Giovanni Paolo II, è costituito dalle parole: “Rimanete saldi nella fede!”. L’esortazione racchiusa in queste parole è rivolta a tutti noi che formiamo la comunità dei discepoli di Cristo, è rivolta a ciascuno di noi. La fede è un atto umano molto personale, che si realizza in due dimensioni. Credere vuol dire prima di tutto accettare come verità ciò che la nostra mente non comprende fino in fondo. Bisogna accettare ciò che Dio ci rivela su se stesso, su noi stessi e sulla realtà che ci circonda, anche quella invisibile, ineffabile, inimmaginabile. Questo atto di accettazione della verità rivelata, allarga l’orizzonte della nostra conoscenza e ci permette di giungere al mistero in cui è immersa la nostra esistenza. Un consenso a tale limitazione della ragione non si concede facilmente. Ed è proprio qui che la fede si manifesta nella sua seconda dimensione: quella di affidarsi ad una persona – non ad una persona ordinaria, ma a Cristo. È importante ciò in cui crediamo, ma ancor più importante è colui a cui crediamo.

San Paolo ci parla di questo nel passo della Lettera agli Efesini che è stato letto oggi. Dio ci ha dato uno spirito di sapienza e “gli occhi della nostra mente per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo” (cfr Ef 1,17-20). Credere vuol dire abbandonarsi a Dio, affidare la nostra sorte a Lui. Credere vuol dire stabilire un personalissimo legame con il nostro Creatore e Redentore in virtù dello Spirito Santo, e far sì che questo legame sia il fondamento di tutta la vita.

Oggi abbiamo sentito le parole di Gesù: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Secoli fa queste parole giunsero anche in terra polacca. Esse costituirono e continuano costantemente a costituire una sfida per tutti coloro che ammettono di appartenere a Cristo, per i quali la sua causa è la più importante. Dobbiamo essere testimoni di Gesù che vive nella Chiesa e nei cuori degli uomini. È Lui ad assegnarci una missione. Il giorno della sua ascensione in cielo disse agli Apostoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura… Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano” (Mc 16,15). Cari fratelli e sorelle! Insieme all’elezione di Karol Wojtyla alla Sede di Pietro a servizio di tutta la Chiesa, la vostra terra è divenuta luogo di una particolare testimonianza di fede in Gesù Cristo. Voi stessi siete stati chiamati a rendere questa testimonianza dinanzi al mondo intero. Questa vostra vocazione è sempre attuale, e forse ancora più attuale dal momento della beata morte del Servo di Dio. Non manchi al mondo la vostra testimonianza!

Prima di tornare a Roma, per continuare il mio ministero, esorto tutti voi, ricollegandomi alle parole che Giovanni Paolo II pronunciò qui nell’anno 1979: “Dovete essere forti, carissimi fratelli e sorelle! Dovete essere forti di quella forza che scaturisce dalla fede! Dovete essere forti della forza della fede! Dovete essere fedeli! Oggi più che in qualsiasi altra epoca avete bisogno di questa forza. Dovete essere forti della forza della speranza, che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo! Dovete essere forti dell’amore, che è più forte della morte… Dovete essere forti della forza della fede, della speranza e della carità, consapevole, matura, responsabile, che ci aiuta a stabilire … il grande dialogo con l’uomo e con il mondo in questa tappa della nostra storia: dialogo con l’uomo e con il mondo, radicato nel dialogo con Dio stesso – col Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo – dialogo della salvezza” (10 giugno 1979, Omelia, n. 4).

Anch’io, Benedetto XVI, Successore di Papa Giovanni Paolo II, vi prego di guardare dalla terra il cielo – di fissare Colui che – da duemila anni – è seguito dalle generazioni che vivono e si succedono su questa nostra terra, ritrovando in Lui il senso definitivo dell'esistenza. Rafforzati dalla fede in Dio, impegnatevi con ardore nel consolidare il suo Regno sulla terra: il Regno del bene, della giustizia, della solidarietà e della misericordia. Vi prego di testimoniare con coraggio il Vangelo dinanzi al mondo di oggi, portando la speranza ai poveri, ai sofferenti, agli abbandonati, ai disperati, a coloro che hanno sete di libertà, di verità e di pace. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune, testimoniate che Dio è amore.

Vi prego, infine, di condividere con gli altri popoli dell’Europa e del mondo il tesoro della fede, anche in considerazione della memoria del vostro Connazionale che, come Successore di San Pietro, questo ha fatto con straordinaria forza ed efficacia. E ricordatevi anche di me nelle vostre preghiere e nei vostri sacrifici, come ricordavate il mio grande Predecessore, affinché io possa compiere la missione affidatami da Cristo. Vi prego, rimanete saldi nella fede! Rimanete saldi nella speranza! Rimanete saldi nella carità! Amen!

Ratzigirl
Sunday, May 28, 2006 3:34 PM
RECITA DEL REGINA CAELI 28.05.2006
Prima di concludere questa solenne liturgia con il canto del Regina caeli e con la benedizione, voglio ancora una volta salutare i cracoviani e tutti gli ospiti da tutta la Polonia che hanno voluto partecipare a questa Santa Messa. Alla Madre del Redentore affido tutti voi e Le chiedo di guidarvi nella fede. Vi ringrazio per la presenza e per la testimonianza della vostra fede. In modo particolare mi rivolgo alla gioventù, che ieri ha espresso il suo legame a Cristo e alla Chiesa. Ieri mi avete portato come dono il libro delle dichiarazioni: "Non la prendo, sono libero dalla droga". Vi chiedo come padre: siate fedeli a questa parola. Qui si tratta della vostra vita e della vostra libertà. Non lasciatevi soggiogare dalle illusioni di questo mondo. Voglio anche salutare i borsisti della Fondazione Opera del Nuovo Millennio. Vi auguro successi nell’apprendimento della scienza e nella preparazione del vostro futuro. Saluto tutti i rappresentanti delle più alte autorità della Repubblica Polacca. Sono grato all’Episcopato Polacco e ai rappresentanti degli Episcopati dei numerosi Paesi dell’Europa, che hanno voluto partecipare a questo mio pellegrinaggio in terra polacca. Saluto i professori e gli studenti degli Atenei di tutta la Polonia, rappresentati dai così numerosi Rettori. Ringrazio tutti, coloro che in vari modi, anche mediante lo sforzo di organizzare gli incontri con i fedeli, mi hanno dimostrato benevolenza. Maria interceda per voi e vi ottenga tutte le grazie necessarie.


Ratzigirl
Sunday, May 28, 2006 11:33 PM
DISCORSO FATTO A BIRKENAU - 28 Maggio 2006
Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.

Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: "Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro dello sterminio e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa". Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: "Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell'uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: “Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…”.

Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest'ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell'odio e sotto la violenza fomentata dall'odio.

Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell'Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo grido d'angoscia che l'Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d'aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l'uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l'umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l'uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell'indifferenza e dell'opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l'abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall'altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell'universo, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.

Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria, è il luogo della Shoah. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l'immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C'è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: "Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello" si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoah, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte. C'è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l'élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un'altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l'utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c'è la lapide in russo che evoca l'immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: hanno liberato i popoli da una dittatura, ma liberando i popoli dovevano servire anche a sottomettere gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell'ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell'Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell'intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell'orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: "Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d'oro che tu hai eretto" (cfr Dan 3,17s.).

Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera dell'odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all'orrore che la circonda: "Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare".

Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell'inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oswiecim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l'Olocausto. C'è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l'Accademia per i Diritti dell'Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell'orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.

L'umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una "valle oscura". Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d'Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni" (Sal 23, 1-4. 6).
josie '86
Monday, May 29, 2006 11:27 AM
Da Toscana Oggi
[G][DIM]15pt[=DIM]BENEDETTO XVI IN POLONIA: PRIMA DI RIPARTIRE PER ROMA, "COMPORTATEVI DA UOMINI, SIATE FORTI"[/DIM][/G]

[DIM]11pt[=DIM][C]29/05/2006

"Voglio concludere questa mia visita con le parole dell'apostolo Paolo che hanno accompagnato il mio pellegrinaggio in terra polacca: "Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Tutto si faccia tra voi nella carità". Sono le ultime parole di Benedetto XVI, ieri sera, prima di lasciare la Polonia, dopo quattro giorni nei quali, ha aggiunto, "ho percorso come pellegrino la vostra terra, visitando luoghi particolarmente importanti per la vostra identità storica e spirituale. Varsavia, Jasna Gora, Cracovia, Wadowice, Kalwaria Zebrzydowska, lagiewniki, Oswiecim-quanti ricordi evocano questi nomi! Quale ricchezza di significato essi hanno per i Polacchi!".

Prima di salire sull'aereo che lo riporterà a Roma Benedetto XVI ha voluto ricordare ancora Papa Wojtyla: "Quando quattro anni fa, congedandosi dalla sua Patria per l'ultima volta, il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II esortò la Nazione polacca a lasciarsi sempre guidare da sentimenti di misericordia, di fraterna solidarietà, di dedizione al bene comune, espresse la ferma fiducia che in tal modo essa non avrebbe trovato soltanto una collocazione appropriata nell'Europa Unita, ma avrebbe anche arricchito con la sua tradizione questo continente e il mondo intero". Infine un ultimo appello. "Oggi, mentre la vostra presenza nella famiglia degli Stati d'Europa va sempre più consolidandosi-ha detto il Papa-desidero di tutto cuore ripetere quelle parole di speranza. Vi prego di rimanere fedeli custodi del deposito cristiano, e di trasmetterlo alle generazioni future".

Nel lasciare la Polonia Benedetto XVI ha voluto esprimere ancora una volta la sua gratitudine: "Cari Polacchi! Vorrei confidarvi che questo pellegrinaggio durante il quale ho visitato luoghi particolarmente cari al grande Giovanni Paolo II, mi ha avvicinato ancor più a voi, nelle udienze in Vaticano, più volte ho sperimentato un legame di intensa preghiera e di spontanea simpatia. Vorrei che continuaste a ricordarmi nelle vostre preghiere, chiedendo al Signore di accrescere le mie forze nel servizio della Chiesa universale". L'aereo è decollato alle 21.47 con un rilevante ritardo sulla tabella di marcia. L'arrivo è previsto per le ore 23.30.[/C][/DIM]

[DIM]14pt[=DIM][FONT]Comic Sans MS[=FONT]Ciao a tutti [/FONT][/DIM]



Sybella
Monday, May 29, 2006 12:36 PM
Telegramma
Ecco il telegramma inviato ieri sera, al suo rientro, dal Papa al presidente Napolitano: 'Al rientro dal viaggio apostolico che mi ha condotto nella patria dell'indimenticabile pontefice Giovanni Paolo II mentre desidero rendere grazie a Dio per l'opportunità che mi ha concesso di incontrare le autorità e la gente di una nazione europea consapevolmente fiera delle proprie radici cristiane rinnovo di cuore a Lei signor presidente e al diletto popolo italiano il mio beneaugurante saluto'.

...difatti, l'abbiamo detto più volte in questi giorni, qui sul Forum, che in materia di fede - e di fede consapevole - dovremmo prendere esempio dalla Polonia, e dall'accoglienza che la gente ha riservato a Benedetto!!!
Sybella

[Modificato da Sybella 29/05/2006 12.38]

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