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Ratzigirl
Thursday, April 06, 2006 2:47 PM
Udienza Generale 5 Aprile 2006
"Il servizio alla comunione"

Cari fratelli e sorelle,

nella nuova serie di catechesi, iniziata poche settimane fa, vogliamo considerare le origini della Chiesa, per capire il disegno originario di Gesù, e così comprendere l’essenziale della Chiesa, che permane nel variare dei tempi. Vogliamo così capire anche il perché del nostro essere nella Chiesa e come dobbiamo impegnarci a viverlo all’inizio di un nuovo millennio cristiano.

Considerando la Chiesa nascente, possiamo scoprirne due aspetti: un primo aspetto viene fortemente messo in luce da sant’Ireneo di Lione, martire e grande teologo della fine del II° secolo, il primo ad averci dato una teologia in qualche modo sistematica. Sant’Ireneo scrive: “Dove c'è la Chiesa, lì c'è anche lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, lì c’è la Chiesa ed ogni grazia; poiché lo Spirito è verità” (Adversus haereses, III, 24, 1: PG 7,966). Quindi esiste un intimo legame tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Lo Spirito Santo costruisce la Chiesa e dona ad essa la verità, effonde – come dice san Paolo – nei cuori dei credenti l’amore (cfr Rm 5,5). Ma c’è poi un secondo aspetto. Questo intimo legame con lo Spirito non annulla la nostra umanità con tutta la sua debolezza, e così la comunità dei discepoli conosce fin dagli inizi non solo la gioia dello Spirito Santo, la grazia della verità e dell’amore, ma anche la prova, costituita soprattutto dai contrasti circa le verità di fede, con le conseguenti lacerazioni della comunione. Come la comunione dell’amore esiste sin dall'inizio e vi sarà fino alla fine (cfr 1 Gv 1,1ss), così purtroppo fin dall'inizio subentra anche la divisione. Non dobbiamo meravigliarci che essa esista anche oggi: “Sono usciti di mezzo a noi – dice la Prima Lettera di Giovanni -, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri” (2,19). Quindi c’è sempre il pericolo, nelle vicende del mondo e anche nelle debolezze della Chiesa, di perdere la fede, e così anche di perdere l’amore e la fraternità. E’ quindi un preciso dovere di chi crede alla Chiesa dell'amore e vuol vivere in essa, riconoscere anche questo pericolo e accettare che non è possibile poi la comunione con chi si è allontanato dalla dottrina della salvezza (cfr 2 Gv 9-11).

Che la Chiesa nascente fosse ben consapevole di queste tensioni possibili nell’esperienza della comunione lo mostra bene la Prima Lettera di Giovanni: non c'è voce nel Nuovo Testamento che si levi con più forza per evidenziare la realtà e il dovere dell'amore fraterno fra i cristiani; ma la stessa voce si indirizza con drastica severità agli avversari, che sono stati membri della comunità e ora non lo sono più. La Chiesa dell'amore è anche la Chiesa della verità, intesa anzitutto come fedeltà al Vangelo affidato dal Signore Gesù ai suoi. La fraternità cristiana nasce dall'essere costituiti figli dello stesso Padre dallo Spirito di verità: “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). Ma la famiglia dei figli di Dio, per vivere nell’unità e nella pace, ha bisogno di chi la custodisca nella verità e la guidi con discernimento sapiente e autorevole: è ciò che è chiamato a fare il ministero degli Apostoli. E qui arriviamo ad un punto importante. La Chiesa è tutta dello Spirito, ma ha una struttura, la successione apostolica, cui spetta la responsabilità di garantire il permanere della Chiesa nella verità donata da Cristo, dalla quale viene anche la capacità dell’amore.

Il primo sommario degli Atti esprime con grande efficacia la convergenza di questi valori nella vita della Chiesa nascente: “Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna (koinonìa), nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42). La comunione nasce dalla fede suscitata dalla predicazione apostolica, si nutre dello spezzare il pane e della preghiera, e si esprime nella carità fraterna e nel servizio. Siamo di fronte alla descrizione della comunione della Chiesa nascente nella ricchezza dei suoi dinamismi interni e delle sue espressioni visibili: il dono della comunione è custodito e promosso in particolare dal ministero apostolico, che a sua volta è dono per tutta la comunità.

Gli Apostoli e i loro successori sono pertanto i custodi e i testimoni autorevoli del deposito della verità consegnato alla Chiesa, come sono anche i ministri della carità: due aspetti che vanno insieme. Essi devono sempre pensare alla inseparabilità di questo duplice servizio, che in realtà è uno solo: verità e carità, rivelate e donate dal Signore Gesù. Il loro è, in tal senso, anzitutto un servizio di amore: la carità che essi devono vivere e promuovere è inseparabile dalla verità che custodiscono e trasmettono. La verità e l’amore sono due volti dello stesso dono, che viene da Dio e che grazie al ministero apostolico è custodito nella Chiesa e ci raggiunge fino al nostro presente! Anche attraverso il servizio degli Apostoli e dei loro successori l’amore di Dio Trinità ci raggiunge per comunicarci la verità che ci fa liberi (cfr Gv 8,32)! Tutto questo che vediamo nella Chiesa nascente ci spinge a pregare per i Successori degli Apostoli, per tutti i Vescovi e per i Successori di Pietro, affinché siano realmente insieme custodi della verità e della carità; affinché siano, in questo senso, realmente apostoli di Cristo, perché la sua luce, la luce della verità e della carità, non si spenga mai nella Chiesa e nel mondo.


ratzi.lella
Friday, April 07, 2006 12:43 PM
Vaticano/ Il Papa incontra i giovani
Benedetto XVI ha invitato decine di migliaia di ragazzi e ragazze a “rendere presente Dio nelle nostre società” partecipando per la prima volta come Vescovo di Roma ad una Giornata della Gioventù nella sua diocesi. Per l’incontro, svoltosi in previsione della Domenica delle Palme, giorno in cui celebrano questa Giornata le diocesi del mondo, piazza San Pietro si è riempita per la quarta volta in una settimana per assistere ad un dialogo spontaneo tra il Papa e cinque giovani.

All’inizio dell’atto, i presenti hanno accolto la Croce della Giornata Mondiale della Gioventù portata a spalla dai ragazzi dell’Arcidiocesi tedesca di Colonia, dove l’evento si è svolto nell’agosto scorso. Dopo la lettura di un breve brano del Vangelo, Simone, 21 anni, studente di ingegneria, ha chiesto al Santo Padre come percepire nella vita quotidiana la Bibbia come Parola di Dio.
“Bisogna leggere la Sacra Scrittura non come un libro storico”, come se fosse un classico di Ovidio, ha risposto il Santo Padre, “ma come Parola di Dio, cioè in colloquio con Dio”. “La Parola non si legge in un clima accademico, ma pregando e dicendo a Dio: ‘Aiutami a capire la tua Parola’”.

In secondo luogo, ha detto il Papa, non si può leggere la Scrittura “da soli”; è necessario lasciarsi “accompagnare dai maestri della Lectio divina, come il Cardinale Martini”, ha detto citando l’Arcivescovo emerito di Milano. In terzo luogo, ha aggiunto, “è importante leggerla nella grande compagnia del popolo di Dio”, in comunione con la Chiesa, che trasmette la Parola attraverso i secoli.

Anna, 19 anni, studentessa di Lettere, ha riconosciuto davanti al Papa che nel mondo di oggi risulta difficile vivere ciò che propone la Chiesa, soprattutto per quanto riguarda la morale sessuale.
Dopo aver ricordato che l’amore che rende felici è un amore di donazione, il Papa ha spiegato che “è bello che nelle prime pagine della Scrittura troviamo la definizione dell'amore e del matrimonio: L'uomo abbandonerà padre e madre, seguirà la donna e saranno una carne, un'unica esistenza”.

“E' una profezia del matrimonio che rimane identica anche nel Nuovo Testamento”, ha constatato. Citando i teologi medioevali, ha affermato che in un certo senso il matrimonio è stato il primo matrimonio, perché è stato istituito da Dio nella creazione, “è un sacramento iscritto nello stesso essere umano”. “Non è quindi invenzione della Chiesa”, ha spiegato, riconoscendo che a causa del peccato originale, della fragilità dell’essere umano, a volte sembra davvero difficile.

Per questo, ha segnalato, “per vivere questa vocazione, avremmo bisogno di un cuore nuovo, di carne come dice Ezechiele. Il Signore nel Battesimo ci impianta questo nuovo cuore. Non è un trapianto fisico, ma così come dopo un trapianto servono le cure, ciò vale anche in un trapianto spirituale”. “Così il matrimonio e l'affetto di un uomo e una donna diventa possibile anche se appare impossibile nel clima del nostro mondo”, e come prova di questo, ha constatato, “nonostante tanti modelli di vita, ci sono tante famiglie cristiane che vivono con gioia”.

Inelde, 17 anni, ha chiesto cosa si aspetta il Papa dai giovani: il Pontefice ha risposto che è meglio chiedersi “cosa si aspetta Dio da voi”. In un mondo che vive come se Dio non esistesse, in cui Dio rimane relegato nella sfera privata, il Papa ha invitato i ragazzi a “rendere presente Dio nelle nostre società e nella nostra vita”. “Quale Dio?”, si è chiesto, rispondendo che ci sono molte visioni di Dio, anche di un Dio violento, e ha aggiunto: “E' il Dio che ci ha mostrato il volto in Gesù, ci ha amato fino alla morte e ha vinto la violenza”.

Il Vescovo di Roma ha invitato a “fare esperienza di questo Dio insieme agli amici e alla grande compagnia della Chiesa”, spiegando che in questo consiste l’“apostolato”. Vittorio, 20 anni, ha chiesto al Papa di raccontare come ha deciso di diventare sacerdote e di dare consigli a quei giovani che pensano di poter consacrare la propria vita a Dio.

“Sono cresciuto in un mondo molto diverso da quello di oggi ma le cose si assimilano. Da una parte c'era il messaggio cristiano, dall'altro un regime nazista che profetizzava un mondo senza sacerdoti. E' di fronte a questa cultura antiumana che ho capito che il Vangelo e la fede ci indicano la strada giusta”, ha confessato Benedetto XVI. In questa situazione, ha aggiunto, “la vocazione è cresciuta in modo naturale, senza grandi elementi di conversione”. In particolare, ha menzionato due elementi che lo hanno aiutato quando era ragazzo. In primo luogo, ha detto, “ho scoperto la bellezza della liturgia, amandola perché in essa ci appare la bellezza divina e si apre il cielo”.

In secondo luogo, “ho scoperto la bellezza di Dio, entrando in un dialogo con lui attraverso la teologia, un lavoro millenario in cui Dio è con noi”. “Naturalmente le difficoltà non mancavano e mi sono chiesto se sarei riuscito a vivere per tutta la vita il celibato, consapevole che la teologia non era sufficiente per essere un buon sacerdote. La teologia è bella, ma era necessario essere semplici con i semplici. Il Signore mi ha aiutato, con la compagnia di buoni sacerdoti e amici”.

Quanto ai giovani che pensano di rispondere alla chiamata di Dio alla vita consacrata, ha raccomandato loro di entrare “in amicizia con Gesù, senza fermarsi ai libri, ma vivere una relazione personale per capire cosa dice proprio a me”. Sono necessari, ha detto, “coraggio e umiltà, fiducia e apertura per chiedersi cosa vuole il Signore. E' una grande avventura, ma la vita può essere vissuta solo con la fiducia che il Signore non lascia soli”. Giovanni, 17 anni, studente delle superiori, ha chiesto infine al Papa di spiegare qual è il rapporto tra Scienza e Fede.

Benedetto XVI ha affermato che la matematica è una creazione della mente umana, ma corrisponde alle leggi oggettive della natura. C’è, però, un’intelligenza che precede la matematica e le leggi naturali, l’intelligenza di Dio, vale a dire “un progetto intelligente”. “Le opzioni sono due”, ha riconosciuto, Dio esiste o non esiste, cioè “la priorità della ragione creatrice o la priorità irrazionale”, perché se non c’è Dio rimane solo il caos. “Non si può provare l'uno o l'altro progetto, ma l'opzione del cristianesimo è la prima e cioè che dietro tutto c'è una grande intelligenza a cui affidarsi”.

“Ci potremmo chiedere come il male sia compatibile con la razionalità del creatore. Qui abbiamo bisogno di tornare al Dio morto in croce per capire che la ragione non è solo matematica. Con fiducia possiamo elaborare una visione del mondo in base alla quale la ragione creatrice è amore e quindi Dio”, ha concluso. Il Papa ha consegnato simbolicamente ad alcuni giovani la Bibbia volendo proporla a tutti i presenti come “lampada” per i propri passi.
Al termine dell’incontro, Benedetto XVI ha ricordato un grande testimone della Parola di Dio, Giovanni Paolo II, pochi giorni dopo l’anniversario della sua morte ed è sceso, accompagnato da alcuni giovani, a pregare sulla sua tomba, nelle grotte vaticane.


ratzi.lella
Friday, April 07, 2006 3:33 PM
trascrizione completa delle domande e delle risposte di ieri...
INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I GIOVANI DELLA DIOCESI DI ROMA IN PREPARAZIONE ALLA XXI GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

Pubblichiamo di seguito il testo del dialogo tra il Santo Padre Benedetto XVI ed i giovani presenti in Piazza San Pietro nel pomeriggio di ieri, nel corso dell’incontro in preparazione alla XXI Giornata Mondiale della Gioventù:

1) Santità, sono Simone, della Parrocchia di San Bartolomeo, ho 21 anni e studio ingegneria chimica all'Università «La Sapienza» di Roma.
Innanzitutto ancora grazie per averci indirizzato il Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Gioventù sul tema della Parola di Dio che illumina i passi della vita dell'uomo. Davanti alle ansie, alle incertezze per il futuro, e anche quando mi trovo semplicemente alle prese con la routine del quotidiano, anch'io sento il bisogno di nutrirmi della Parola di Dio e di conoscere meglio Cristo, così da trovare risposte alle mie domande. Mi chiedo spesso cosa farebbe Gesù se fosse al posto mio in una determinata situazione, ma non sempre riesco a capire ciò che la Bibbia mi dice. Inoltre so che i libri della Bibbia sono stati scritti da uomini diversi, in epoche diverse e tutte molto lontane da me. Come posso riconoscere che quanto leggo è comunque Parola di Dio che interpella la mia vita? Grazie.


Rispondo sottolineando intanto un primo punto: si deve innanzitutto dire che occorre leggere la Sacra Scrittura non come un qualunque libro storico, come leggiamo, ad esempio, Omero, Ovidio, Orazio; occorre leggerla realmente come Parola di Dio, ponendosi cioè in colloquio con Dio. Si deve inizialmente pregare, parlare con il Signore: "Aprimi la porta". E’ quanto dice spesso sant’Agostino nelle sue omelie: "Ho bussato alla porta della Parola per trovare finalmente quanto il Signore mi vuol dire". Questo mi sembra un punto molto importante. Non in un clima accademico si legge la Scrittura, ma pregando e dicendo al Signore: "Aiutami a capire la tua Parola, quanto in questa pagina ora tu vuoi dire a me".

Un secondo punto è: la Sacra Scrittura introduce alla comunione con la famiglia di Dio. Quindi non si può leggere da soli la Sacra Scrittura. Certo, è sempre importante leggere la Bibbia in modo molto personale, in un colloquio personale con Dio, ma nello stesso tempo è importante leggerla in una compagnia di persone con cui si cammina. Lasciarsi aiutare dai grandi maestri della "Lectio divina". Abbiamo, per esempio, tanti bei libri del Cardinale Martini, un vero maestro della "Lectio divina", che aiuta ad entrare nel vivo della Sacra Scrittura. Lui che conosce bene tutte le circostanze storiche, tutti gli elementi caratteristici del passato, cerca però sempre di aprire anche la porta per far vedere che parole apparentemente del passato sono anche parole del presente. Questi maestri ci aiutano a capire meglio ed anche ad imparare il modo in cui leggere bene la Sacra Scrittura. Generalmente, poi, è opportuno leggerla anche in compagnia con gli amici che sono in cammino con me e cercano, insieme con me, come vivere con Cristo, quale vita ci viene dalla Parola di Dio.

Un terzo punto: se è importante leggere la Sacra Scrittura aiutati dai maestri, accompagnati dagli amici, i compagni di strada, è importante in particolare leggerla nella grande compagnia del Popolo di Dio pellegrinante, cioè nella Chiesa. La Sacra Scrittura ha due soggetti. Anzitutto il soggetto divino: è Dio che parla. Ma Dio ha voluto coinvolgere l’uomo nella sua Parola. Mentre i musulmani sono convinti che il Corano sia ispirato verbalmente da Dio, noi crediamo che per la Sacra Scrittura è caratteristica - come dicono i teologi – la "sinergia", la collaborazione di Dio con l’uomo. Egli coinvolge il suo Popolo con la sua parola e così il secondo soggetto – il primo soggetto, come ho detto, è Dio – è umano. Vi sono singoli scrittori, ma c’è la continuità di un soggetto permanente - il Popolo di Dio che cammina con la Parola di Dio ed è in colloquio con Dio. Ascoltando Dio, si impara ad ascoltare la Parola di Dio e poi anche ad interpretarla. E così la Parola di Dio diventa presente, perché le singole persone muoiono, ma il soggetto vitale, il Popolo di Dio, è sempre vivo, ed è identico nel corso dei millenni: è sempre lo stesso soggetto vivente, nel quale vive la Parola.

Così si spiegano anche molte strutture della Sacra Scrittura, soprattutto la cosiddetta "rilettura". Un testo antico viene riletto in un altro libro, diciamo cento anni dopo, e allora viene capito in profondità quanto non era ancora percepibile in quel precedente momento, anche se era già contenuto testo precedente. E viene riletto ancora nuovamente tempo dopo, e di nuovo si capiscono altri aspetti, altre dimensioni della Parola, e così in questa permanente rilettura e riscrittura nel contesto di una continuità profonda, mentre si succedevano i tempi dell’attesa, è cresciuta la Sacra Scrittura. Infine, con la venuta di Cristo e con l’esperienza degli Apostoli la Parola si è resa definitiva, così che non vi possono più essere riscritture, ma continuano ad essere necessari nuovi approfondimenti della nostra comprensione. Il Signore ha detto: "Lo Spirito Santo vi introdurrà in una profondità che adesso non potete portare".

Quindi la comunione della Chiesa è il soggetto vivente della Scrittura. Ma anche adesso il soggetto principale è lo stesso Signore, il quale continua a parlare nella Scrittura che è nelle nostre mani. Penso che dobbiamo imparare questi tre elementi: leggere in colloquio personale con il Signore; leggere accompagnati da maestri che hanno l’esperienza della fede, che sono entrati nella Sacra Scrittura; leggere nella grande compagnia della Chiesa, nella cui Liturgia questi avvenimenti diventano sempre di nuovo presenti, nella quale il Signore parla adesso con noi, così che man mano entriamo sempre più nella Sacra Scrittura, nella quale Dio parla realmente con noi, oggi.


2) Santo Padre, sono Anna, ho 19 anni, studio Lettere e appartengo alla Parrocchia di Santa Maria del Carmelo.
Uno dei problemi con i quali abbiamo maggiormente a che fare è quello affettivo. Spesso facciamo fatica ad amare. Fatica, sì: perché è facile confondere l'amore con l'egoismo, soprattutto oggi, dove gran parte dei media quasi ci impongono una visione della sessualità individualista, secolarizzata, dove tutto sembra lecito, e tutto è concesso in nome della libertà e della coscienza dei singoli. La famiglia fondata sul matrimonio sembra ormai poco più di un'invenzione della Chiesa, per non parlare, poi, dei rapporti prematrimoniali, il cui divieto appare, perfino a molti di noi credenti, cosa incomprensibile o fuori dal tempo... Ben sapendo che tanti di noi cercano di vivere responsabilmente la loro vita affettiva, vuole illustrarci cosa ha da dirci in proposito la Parola di Dio? Grazie.


Si tratta di una grande questione e rispondere in pochi minuti certamente non è possibile, ma cerco di dire qualcosa. La stessa Anna ha già dato delle risposte in quanto ha detto che l’amore oggi è spesso male interpretato, in quanto è presentato come un’esperienza egoistica, mentre in realtà è un abbandono di sé e così diventa un trovarsi. Lei ha anche detto che una cultura consumistica falsifica la nostra vita con un relativismo che sembra concederci tutto e in realtà ci svuota. Ma allora ascoltiamo la Parola di Dio a questo riguardo. Anna voleva giustamente sapere che cosa dice la Parola di Dio. Per me è una cosa molto bella costatare che già nelle prime pagine della Sacra Scrittura, subito dopo il racconto della Creazione dell’uomo, troviamo la definizione dell’amore e del matrimonio. L’autore sacro ci dice: "L’uomo abbandonerà padre e madre, seguirà la sua donna e ambedue saranno una carne sola, un’unica esistenza". Siamo all’inizio e già ci è data una profezia di che cos’è il matrimonio; e questa definizione anche nel Nuovo Testamento rimane identica. Il matrimonio è questo seguire l’altro nell’amore e così divenire un’unica esistenza, una sola carne, e perciò inseparabili; una nuova esistenza che nasce da questa comunione d’amore, che unisce e così anche crea futuro. I teologi medievali, interpretando questa affermazione che si trova all’inizio della Sacra Scrittura, hanno detto che tra i sette Sacramenti, il matrimonio è il primo istituito da Dio, essendo stato istituito già al momento della creazione, nel Paradiso, all’inizio della storia, e prima di ogni storia umana. E’ un sacramento del Creatore dell’universo, iscritto quindi proprio nell’essere umano stesso, che è orientato verso questo cammino, nel quale l’uomo abbandona i genitori e si unisce alla sua donna per formare una sola carne, perché i due diventino un’unica esistenza. Quindi il sacramento del matrimonio non è invenzione della Chiesa, è realmente "con-creato" con l’uomo come tale, come frutto del dinamismo dell’amore, nel quale l’uomo e la donna si trovano a vicenda e così trovano anche il Creatore che li ha chiamati all’amore. E’ vero che l’uomo è caduto ed è stato espulso dal Paradiso, o con altre parole, parole più moderne, è vero che tutte le culture sono inquinate dal peccato, dagli errori dell’uomo nella sua storia e così il disegno iniziale iscritto nella nostra natura risulta oscurato. Di fatto, nelle culture umane troviamo questo oscuramento del disegno originale di Dio. Nello stesso tempo, però, osservando le culture, tutta la storia culturale dell’umanità, costatiamo anche che l’uomo non ha mai potuto totalmente dimenticare questo disegno che esiste nella profondità del suo essere. Ha sempre saputo in un certo senso che le altre forme di rapporto tra l’uomo e la donna non corrispondevano realmente al disegno originale sul suo essere. E così nelle culture, soprattutto nelle grandi culture, vediamo sempre di nuovo come esse si orientino verso questa realtà, la monogamia, l’essere uomo e donna una carne sola. E’ così, nella fedeltà, che può crescere una nuova generazione, può continuarsi una tradizione culturale, rinnovandosi e realizzando, nella continuità, un autentico progresso.

Il Signore, che ha parlato di questo nella lingua dei profeti d’Israele, accennando alla concessione da parte di Mosè del divorzio, ha detto: Mosé ve lo ha concesso "per la durezza del vostro cuore". Il cuore dopo il peccato è divenuto "duro", ma questo non era il disegno del Creatore e i Profeti con chiarezza crescente hanno insistito su questo disegno originario. Per rinnovare l’uomo, il Signore - alludendo a queste voci profetiche che hanno sempre guidato Israele verso la chiarezza della monogamia – ha riconosciuto con Ezechiele che abbiamo bisogno, per vivere questa vocazione, di un cuore nuovo; invece del cuore di pietra – come dice Ezechiele – abbiamo bisogno di un cuore di carne, di un cuore veramente umano. E il Signore nel Battesimo, mediante la fede "impianta" in noi questo cuore nuovo. Non è un trapianto fisico, ma forse possiamo servirci proprio di questo paragone: dopo il trapianto, è necessario che l’organismo sia curato, che abbia le medicine necessarie per poter vivere con il nuovo cuore, così che diventi "cuore suo" e non "cuore di un altro". Tanto più in questo "trapianto spirituale", dove il Signore ci impianta un cuore nuovo, un cuore aperto al Creatore, alla vocazione di Dio, per poter vivere con questo cuore nuovo, sono necessarie cure adeguate, bisogna ricorrere alle medicine opportune, perché esso diventi veramente "cuore nostro". Vivendo così nella comunione con Cristo, con la sua Chiesa, il nuovo cuore diventa realmente "cuore nostro" e si rende possibile il matrimonio. L’amore esclusivo tra un uomo e una donna, la vita a due disegnata dal Creatore diventa possibile, anche se il clima del nostro mondo la rende tanto difficile, fino a farla apparire impossibile.

Il Signore ci dà un cuore nuovo e noi dobbiamo vivere con questo cuore nuovo, usando le opportune terapie perché sia realmente "nostro". E’ così che viviamo quanto il Creatore ci ha donato e questo crea una vita veramente felice. Di fatto, possiamo vederlo anche in questo mondo, nonostante tanti altri modelli di vita: ci sono tante famiglie cristiane che vivono con fedeltà e con gioia la vita e l’amore indicati dal Creatore e così cresce una nuova umanità.

E infine aggiungerei: sappiamo tutti che per arrivare ad un traguardo nello sport e nella professione ci vogliono disciplina e rinunce, ma poi tutto questo è coronato dal successo, dall’aver raggiunto una meta auspicabile. Così anche la vita stessa, cioè il divenire uomini secondo il disegno di Gesù, esige rinunce; esse però non sono una cosa negativa, al contrario aiutano a vivere da uomini con un cuore nuovo, a vivere una vita veramente umana e felice. Poiché esiste una cultura consumistica che vuole impedirci di vivere secondo il disegno del Creatore, noi dobbiamo avere il coraggio di creare isole, oasi, e poi grandi terreni di cultura cattolica, nei quali si vive il disegno del Creatore.


3) Beatissimo Padre, sono Inelida, ho 17 anni, sono Aiuto Capo Scout dei Lupetti nella Parrocchia di San Gregorio Barbarigo e studio al Liceo Artistico «Mario Mafai».
Nel suo Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Gioventù Lei ci ha detto che «è urgente che sorga una nuova generazione di apostoli radicati nella parola di Cristo». Sono parole così forti e impegnative che mettono quasi paura. Certo anche noi vorremmo essere dei nuovi apostoli, ma vuole spiegarci più dettagliatamente quali sono, secondo Lei, le maggiori sfide da affrontare nel nostro tempo, e come sogna che siano questi nuovi apostoli? In altre parole: cosa si aspetta da noi, Santità?


Tutti ci chiediamo che cosa si aspetta il Signore da noi. Mi sembra che la grande sfida del nostro tempo – così mi dicono anche i Vescovi in visita "ad limina", quelli dell’Africa ad esempio – sia il secolarismo: cioè un modo di vivere e di presentare il mondo come "si Deus non daretur", cioè come se Dio non esistesse. Si vuole ridurre Dio al privato, ad un sentimento, come se Lui non fosse una realtà oggettiva e così ognuno si forma il suo progetto di vita. Ma, questa visione che si presenta come se fosse scientifica, accetta come valido solo quanto è verificabile con l’esperimento. Con un Dio che non si presta all’esperimento immediato, questa visione finisce per lacerare anche la società: ne consegue infatti che ognuno si forma il suo progetto e alla fine ognuno si trova contro l’altro. Una situazione, come si vede, decisamente invivibile. Dobbiamo rendere nuovamente presente Dio nelle nostre società. Mi sembra questa la prima necessità: che Dio sia di nuovo presente nella nostra vita, che non viviamo come se fossimo autonomi, autorizzati ad inventare cosa siano la libertà e la vita. Dobbiamo prendere atto di essere creature, costatare che c’è un Dio che ci ha creati e che stare nella sua volontà non è dipendenza ma un dono d’amore che ci fa vivere.

Quindi, il primo punto è conoscere Dio, conoscerlo sempre di più, riconoscere nella mia vita che Dio c’è, e che Dio c’entra. Il secondo punto - se riconosciamo che Dio c’è, che la nostra libertà è una libertà condivisa con gli altri e che deve esserci quindi un parametro comune per costruire una realtà comune – il secondo punto, dicevo, presenta la questione: quale Dio? Ci sono infatti tante immagini false di Dio, un Dio violento, ecc. La seconda questione quindi è: riconoscere il Dio che ci ha mostrato il suo volto in Gesù, che ha sofferto per noi, che ci ha amati fino alla morte e così ha vinto la violenza. Occorre rendere presente, innanzitutto nella nostra "propria" vita, il Dio vivente, il Dio che non è uno sconosciuto, un Dio inventato, un Dio solo pensato, ma un Dio che si è mostrato, ha mostrato sé stesso e il suo volto. Solo così, la nostra vita diventa vera, autenticamente umana e così anche i criteri del vero umanesimo diventano presenti nella società. Anche qui vale, come avevo detto nella prima risposta, che non possiamo essere soli nel costruire questa vita giusta e retta, ma dobbiamo camminare in compagnia di amici giusti e retti, di compagni con i quali possiamo fare l’esperienza che Dio esiste e che è bello camminare con Dio. E camminare nella grande compagnia della Chiesa, che ci presenta nei secoli la presenza del Dio che parla, che agisce, che s’accompagna a noi. Quindi direi: trovare Dio, trovare il Dio rivelatosi in Gesù Cristo, camminare in compagnia con la sua grande famiglia, con i nostri fratelli e sorelle che sono la famiglia di Dio, questo mi sembra il contenuto essenziale di questo apostolato del quale ho parlato.


4) Santità, mi chiamo Vittorio, sono della Parrocchia di San Giovanni Bosco a Cinecittà, ho 20 anni e studio Scienze dell'Educazione all'Università di Tor Vergata.
Sempre nel Suo Messaggio Lei ci invita a non avere paura di rispondere con generosità al Signore, specialmente quando propone di seguirlo nella vita consacrata o nella vita sacerdotale. Ci dice di non avere paura, di fidarci di Lui e che non resteremo delusi. Molti tra noi, anche qui o tra chi ci segue da casa questa sera tramite la televisione, sono convinto che stiano pensando a seguire Gesù per una via di speciale consacrazione, ma non è sempre facile capire se quella sarà la via giusta. Ci vuol dire come ha fatto Lei a capire quale era la sua vocazione? Può darci dei consigli per capire meglio se il Signore ci chiama a seguirlo nella vita consacrata o sacerdotale? La ringrazio.


Quanto a me, sono cresciuto in un mondo molto diverso da quello attuale, ma infine le situazioni si somigliano. Da una parte, vi era ancora la situazione di "cristianità", in cui era normale andare in chiesa ed accettare la fede come la rivelazione di Dio e cercare di vivere secondo la rivelazione; dall’altra parte, vi era il regime nazista, che affermava a voce alta: "Nella nuova Germania non ci saranno più sacerdoti, non ci sarà più vita consacrata, non abbiamo più bisogno di questa gente; cercatevi un’altra professione". Ma proprio sentendo queste voci "forti", nel confronto con la brutalità di quel sistema dal volto disumano, ho capito che c’era invece molto bisogno di sacerdoti. Questo contrasto, il vedere quella cultura antiumana, mi ha confermato nella convinzione che il Signore, il Vangelo, la fede ci mostravano la strada giusta e noi dovevamo impegnarci perché sopravvivesse questa strada. In questa situazione, la vocazione al sacerdozio è cresciuta quasi naturalmente insieme con me e senza grandi avvenimenti di conversione. Inoltre due cose mi hanno aiutato in questo cammino: già da ragazzo, aiutato dai miei genitori e dal parroco, ho scoperto la bellezza della Liturgia e l’ho sempre più amata, perché sentivo che in essa ci appare la bellezza divina e ci si apre dinanzi il cielo; il secondo elemento è stata la scoperta della bellezza del conoscere, il conoscere Dio, la Sacra Scrittura, grazie alla quale è possibile introdursi in quella grande avventura del dialogo con Dio che è la Teologia. E così è stata una gioia entrare in questo lavoro millenario della Teologia, in questa celebrazione della Liturgia, nella quale Dio è con noi e fa festa insieme con noi.

Naturalmente non sono mancate le difficoltà. Mi domandavo se avevo realmente la capacità di vivere per tutta la vita il celibato. Essendo un uomo di formazione teorica e non pratica, sapevo anche che non basta amare la Teologia per essere un buon sacerdote, ma vi è la necessità di essere disponibile sempre verso i giovani, gli anziani, gli ammalati, i poveri; la necessità di essere semplice con i semplici. La Teologia è bella, ma anche la semplicità della parola e della vita cristiana è necessaria. E così mi domandavo: sarò in grado di vivere tutto questo e di non essere unilaterale, solo un teologo ecc.? Ma il Signore mi ha aiutato e, soprattutto, la compagnia degli amici, di buoni sacerdoti e di maestri, mi ha aiutato.

Tornando alla domanda penso sia importante essere attenti ai gesti del Signore nel nostro cammino. Egli ci parla tramite avvenimenti, tramite persone, tramite incontri: occorre essere attenti a tutto questo. Poi, secondo punto, entrare realmente in amicizia con Gesù, in una relazione personale con Lui e non sapere solo da altri o dai libri chi è Gesù, ma vivere una relazione sempre più approfondita di amicizia personale con Gesù, nella quale possiamo cominciare a capire quanto Egli ci chiede. E poi, l’attenzione a ciò che io sono, alle mie possibilità: da una parte coraggio e dall’altra umiltà e fiducia e apertura, con l’aiuto anche degli amici, dell’autorità della Chiesa ed anche dei sacerdoti, delle famiglie: cosa vuole il Signore da me? Certo, ciò rimane sempre una grande avventura, ma la vita può riuscire solo se abbiamo il coraggio dell’avventura, la fiducia che il Signore non mi lascerà mai solo, che il Signore mi accompagnerà, mi aiuterà.


5) Padre Santo, sono Giovanni, ho 17 anni, studio al Liceo Scientifico Tecnologico «Giovanni Giorgi» di Roma e appartengo alla Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia.
Le chiedo di aiutarci a comprendere meglio come la rivelazione biblica e le teorie scientifiche possono convergere nella ricerca della verità. Spesso si è indotti a credere che scienza e fede siano tra loro nemiche; che scienza e tecnica siano la stessa cosa; che la logica matematica abbia scoperto tutto; che il mondo è frutto del caso, e che se la matematica non ha scoperto il teorema-Dio è perché Dio, semplicemente, non esiste. Insomma, soprattutto quando studiamo, non è sempre facile ricondurre tutto ad un progetto Divino, insito nella natura e nella storia dell'Uomo. Così, a volte, la fede vacilla o si riduce a semplice atto sentimentale. Anch'io Santo Padre, come tutti i giovani, ho fame di Verità: ma come posso fare per armonizzare Scienza e Fede?


Il grande Galileo ha detto che Dio ha scritto il libro della natura nella forma del linguaggio matematico. Lui era convinto che Dio ci ha donato due libri: quello della Sacra Scrittura e quello della natura. E il linguaggio della natura – questa era la sua convinzione – è la matematica, quindi essa è un linguaggio di Dio, del Creatore. Riflettiamo ora su cos’è la matematica: di per sé è un sistema astratto, un’invenzione dello spirito umano, che come tale nella sua purezza non esiste. E’ sempre realizzato approssimativamente, ma - come tale - è un sistema intellettuale, è una grande, geniale invenzione dello spirito umano. La cosa sorprendente è che questa invenzione della nostra mente umana è veramente la chiave per comprendere la natura, che la natura è realmente strutturata in modo matematico e che la nostra matematica, inventata dal nostro spirito, è realmente lo strumento per poter lavorare con la natura, per metterla al nostro servizio, per strumentalizzarla attraverso la tecnica.

Mi sembra una cosa quasi incredibile che una invenzione dell’intelletto umano e la struttura dell’universo coincidano: la matematica inventata da noi ci dà realmente accesso alla natura dell’universo e lo rende utilizzabile per noi. Quindi la struttura intellettuale del soggetto umano e la struttura oggettiva della realtà coincidono: la ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura sono identiche. Penso che questa coincidenza tra quanto noi abbiamo pensato e il come si realizza e si comporta la natura, siano un enigma ed una sfida grandi, perché vediamo che, alla fine, è "una" ragione che le collega ambedue: la nostra ragione non potrebbe scoprire quest’altra, se non vi fosse un’identica ragione a monte di ambedue.

In questo senso mi sembra proprio che la matematica - nella quale come tale Dio non può apparire - ci mostri la struttura intelligente dell’universo. Adesso ci sono anche teorie del caos, ma sono limitate, perché se il caos avesse il sopravvento, tutta la tecnica diventerebbe impossibile. Solo perché la nostra matematica è affidabile, la tecnica è affidabile. La nostra scienza, che rende finalmente possibile lavorare con le energie della natura, suppone la struttura affidabile, intelligente della materia. E così vediamo che c’è una razionalità soggettiva e una razionalità oggettivata nella materia, che coincidono. Naturalmente adesso nessuno può provare - come si prova nell’esperimento, nelle leggi tecniche – che ambedue siano realmente originate in un’unica intelligenza, ma mi sembra che questa unità dell’intelligenza, dietro le due intelligenze, appaia realmente nel nostro mondo. E quanto più noi possiamo strumentalizzare il mondo con la nostra intelligenza, tanto più appare il disegno della Creazione.

Alla fine, per arrivare alla questione definitiva, direi: Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto - la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale - la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità. Non si può ultimamente "provare" l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del Cristianesimo è l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione. Questa mi sembra un’ottima opzione, che ci dimostra come dietro a tutto ci sia una grande Intelligenza, alla quale possiamo affidarci.

Ma il vero problema contro la fede oggi mi sembra essere il male nel mondo: ci si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come Egli non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche Amore. Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio.

ratzi.lella
Saturday, April 08, 2006 12:50 PM
VERSO L'ACCORDO CON I LEFEBVRIANI
LEFEBVRIANI, PAPA NOMINA CARD. LEVADA IN COMMISSIONE
E inoltre i cardinali Ricard (Bordeaux) e Canizares (Toledo)

Città del Vaticano, 8 apr. (Apcom) - Il cardinale William Joseph Levada, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, ma anche due neocardinali - il francese Jean-Pierre Ricard (arcivescovo di Bordeaux) e lo spagnolo Antonio Canizares Llovera (arcivescovo di Toledo) - sono stati nominati nella Pontificia commissione Ecclesia Dei, che si occupa dei rapporti tra la Santa Sede e gli scismatici lefebvriani (la Comunità sacerdotale San Pio X).

Recentemente si sono moltiplicati, da parte del Vaticano, i segnali favorevoli ad una 'ricucitura dello strappo' con la comunità fondata da monsignor Marcel Lefebvre e guidata, ora, da monsignor Bernard Fellay.


ratzi ha nominato membri di questa commissione TRE "SUOI" CARDINALI, nominati nel suo primo concistoro!!!

emma3
Sunday, April 09, 2006 12:36 AM
IL PAPA SARA' IN POLONIA DAL 25 AL 28 MAGGIO

Varsavia, il santuario mariano di Jasna Gora, Cracovia, Wadowice, il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e il santuario mariano di Kalwaria Zebrzydowska. Un pellegrinaggio nei luoghi simbolo della vita di Giovanni Paolo II, ma anche alcuni momenti significativi dedicati all'ecumenismo, ai giovani e al ricordo della Shoah. Sarà questo lo spirito della visita di Benedetto XVI in Polonia, in programma dal 25 al 28 maggio sul tema Siate saldi nella fede.

Ratzigirl
Sunday, April 09, 2006 2:17 PM
Omelia nel giorno della domenica delle Palme
OMELIA DEL SANTO PADRE

Da vent'anni, grazie a Papa Giovanni Paolo II, la Domenica delle Palme è diventata in modo particolare il giorno della gioventù – il giorno in cui i giovani in tutto il mondo vanno incontro a Cristo desiderando di accompagnarlo nelle loro città e nei loro paesi, affinché Egli sia in mezzo a noi e possa stabilire nel mondo la sua pace. Se noi vogliamo andare incontro a Gesù e poi camminare insieme con Lui sulla sua strada, dobbiamo però chiedere: Che via è quella su cui Egli intende guidarci? Che cosa ci aspettiamo da Lui? Che cosa Egli s’aspetta da noi?

Per capire quello che avvenne nella Domenica delle Palme e sapere che cosa essa, oltre che per quell'ora, significa per ogni tempo, si rivela importante un particolare, che diventò anche per i suoi discepoli la chiave per la comprensione dell'evento quando, dopo la Pasqua, ripercorsero con uno sguardo nuovo quelle giornate tumultuose. Gesù entra nella Città Santa cavalcando un asino, l'animale cioè della semplice gente comune della campagna, e per di più un asino che non gli appartiene, ma che Egli, per questa occasione, chiede in prestito. Non arriva in una sfarzosa carrozza regale, non a cavallo come i grandi del mondo, ma su un asino preso in prestito. Giovanni ci racconta che in un primo momento i discepoli questo non lo capirono. Solo dopo Pasqua si accorsero che Gesù, agendo così, dava compimento agli annunci dei profeti, che il suo agire derivava dalla Parola di Dio e la portava al suo adempimento. Si ricordarono, dice Giovanni, che nel profeta Zaccaria si legge: "Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto sopra un puledro d'asina" (Gv 12,15; cfr Zc 9, 9). Per comprendere il significato della profezia e così dello stesso agire di Gesù, dobbiamo ascoltare il testo intero di Zaccaria, che continua così: "Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme; l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti. Il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra" (9,10). Con ciò il profeta afferma tre cose sul re venturo.

In primo luogo dice che egli sarà un re dei poveri, un povero tra i poveri e per i poveri. La povertà s'intende in questo caso nel senso degli anawim d'Israele, di quelle anime credenti ed umili che incontriamo intorno a Gesù – nella prospettiva della prima Beatitudine del Discorso della montagna. Uno può essere materialmente povero, ma avere il cuore pieno di bramosia della ricchezza e del potere che deriva dalla ricchezza. Proprio il fatto che vive nell'invidia e nella cupidigia dimostra che egli, nel suo cuore, appartiene ai ricchi. Desidera di rovesciare la ripartizione dei beni, ma per arrivare ad essere lui stesso nella situazione dei ricchi di prima. La povertà nel senso di Gesù – nel senso dei profeti – presuppone soprattutto la libertà interiore dall'avidità di possesso e dalla smania di potere. Si tratta di una realtà più grande di una semplice ripartizione diversa dei beni, che resterebbe però nel campo materiale, rendendo anzi i cuori più duri. Si tratta innanzitutto della purificazione del cuore, grazie alla quale si riconosce il possesso come responsabilità, come compito verso gli altri, mettendosi sotto gli occhi di Dio e lasciandosi guidare da Cristo che, essendo ricco, si è fatto povero per noi (cfr 2 Cor 8,9). La libertà interiore è il presupposto per il superamento della corruzione e dell'avidità che ormai devastano il mondo; tale libertà può essere trovata soltanto se Dio diventa la nostra ricchezza; può essere trovata soltanto nella pazienza delle rinunce quotidiane, nelle quali essa si sviluppa come libertà vera. Al re che ci indica la via verso questa meta – Gesù – a Lui acclamiamo nella Domenica delle Palme; a Lui chiediamo di prenderci con sé sulla sua via.

Come seconda cosa, il profeta ci mostra che questo re sarà un re di pace: egli farà sparire i carri da guerra e i cavalli da battaglia, spezzerà gli archi ed annuncerà la pace. Nella figura di Gesù questo si concretizza mediante il segno della Croce. Essa è l'arco spezzato, in certo qual modo il nuovo, vero arcobaleno di Dio, che congiunge il cielo e la terra e getta un ponte sugli abissi tra i continenti. La nuova arma, che Gesù ci dà nelle mani, è la Croce – segno di riconciliazione, segno dell'amore che è più forte della morte. Ogni volta che ci facciamo il segno della Croce dobbiamo ricordarci di non opporre all'ingiustizia un'altra ingiustizia, alla violenza un'altra violenza; ricordarci che possiamo vincere il male soltanto con il bene e mai rendendo male per male.

La terza affermazione del profeta è il preannuncio dell'universalità: il regno del re della pace si estende "da mare a mare… fino ai confini della terra". L'antica promessa della Terra viene qui sostituita da una nuova visione: lo spazio del re messianico non è più un determinato paese che poi si separerebbe dagli altri e quindi inevitabilmente prenderebbe posizione contro altri paesi. Il suo paese è la terra, il mondo intero. Superando ogni delimitazione Egli, nella molteplicità delle culture, crea unità. Penetrando con lo sguardo le nubi della storia, vediamo qui emergere da lontano nella profezia la rete delle comunità eucaristiche che abbraccia tutto il mondo – una rete di comunità che costituiscono il "Regno della pace" di Gesù da mare a mare fino ai confini della terra. In tutte le culture e in tutte le parti del mondo, ovunque nelle misere capanne e nelle povere campagne, come anche nello splendore delle cattedrali, Egli viene. Dappertutto Egli è lo stesso, l'Unico, e così tutti gli oranti radunati, nella comunione con Lui, sono anche tra di loro uniti insieme in un unico corpo. Cristo domina facendosi Egli stesso il nostro pane e donandosi a noi. È in questo modo che Egli costruisce il suo Regno.

Questa connessione diventa del tutto chiara nell'altra parola anticotestamentaria che caratterizza e spiega la vicenda della Domenica delle Palme. La folla acclama Gesù: "Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore" (Mc 11,9; Sal 117[118], 25s). Questa parola fa parte del rito della festa delle capanne, durante il quale i fedeli si muovono in girotondo intorno all'altare portando nelle mani rami composti da palme, mirti e salici. Ora la gente eleva questo grido davanti a Gesù, nel quale vede Colui che viene nel nome del Signore: l'espressione "Colui che viene nel nome del Signore", infatti, era diventata la designazione del Messia. In Gesù riconoscono Colui che veramente viene nel nome del Signore e porta la presenza di Dio in mezzo a loro. Questo grido di speranza di Israele, questa acclamazione a Gesù durante il suo ingresso in Gerusalemme, con buona ragione è diventato nella Chiesa l'acclamazione a Colui che, nell'Eucaristia, viene incontro a noi in modo nuovo. Salutiamo Colui che, in carne e sangue, ha portato la gloria di Dio sulla terra. Salutiamo Colui che è venuto e tuttavia rimane sempre Colui che deve venire. Salutiamo Colui che nell'Eucaristia sempre di nuovo viene a noi nel nome del Signore congiungendo così nella pace di Dio i confini della terra. Questa esperienza dell'universalità fa parte dell'Eucaristia. Poiché il Signore viene, noi usciamo dai nostri particolarismi esclusivi ed entriamo nella grande comunità di tutti coloro che celebrano questo santo sacramento. Entriamo nel suo regno di pace e salutiamo in Lui in certo qual modo anche tutti i nostri fratelli e sorelle, ai quali Egli viene, per divenire veramente un regno di pace in mezzo a questo mondo lacerato.

Tutte e tre le caratteristiche annunciate dal profeta – povertà, pace, universalità – sono riassunte nel segno della Croce. Per questo, con buona ragione, la Croce è diventata il centro delle Giornate Mondiali della Gioventù. C'è stato un periodo – e non è ancora del tutto superato – in cui si rifiutava il cristianesimo proprio a causa della Croce. La Croce parla di sacrificio, si diceva, la Croce è segno di negazione della vita. Noi invece vogliamo la vita intera senza restrizioni e senza rinunce. Vogliamo vivere, nient'altro che vivere. Non ci lasciamo limitare da precetti e divieti; noi vogliamo ricchezza e pienezza – così si diceva e si dice ancora. Tutto ciò suona convincente e seducente; è il linguaggio del serpente che ci dice: "Non lasciatevi impaurire! Mangiate tranquillamente di tutti gli alberi del giardino!" La Domenica delle Palme, però, ci dice che il vero grande "Sì" è proprio la Croce, che proprio la Croce è il vero albero della vita. Non troviamo la vita impadronendoci di essa, ma donandola. L'amore è un donare se stessi, e per questo è la via della vita vera simboleggiata dalla Croce. Oggi la Croce, che è stata ultimamente al centro della Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia, viene consegnata ad una apposita delegazione perché cominci il suo cammino verso Sydney, dove nel 2008 la gioventù del mondo intende radunarsi nuovamente intorno a Cristo per costruire insieme con Lui il regno della pace. Da Colonia a Sydney – un cammino attraverso i continenti e le culture, un cammino attraverso un mondo lacerato e tormentato dalla violenza! Simbolicamente è come il cammino da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra. È il cammino di Colui che, nel segno della Croce, ci dona la pace e ci fa diventare portatori della sua pace. Ringrazio i giovani che ora porteranno per le strade del mondo questa Croce, nella quale possiamo quasi toccare il mistero di Gesù. Preghiamolo perché, nello stesso tempo, Egli tocchi noi ed apra i nostri cuori, affinché seguendo la sua Croce noi diventiamo messaggeri del suo amore e della sua pace. Amen.


euge65
Sunday, April 09, 2006 5:31 PM
Accordo Lefebvriani


Bella Mossa RATZI!!!!!!!!!!!!!!!

SEI IMMENSOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
ratzi.lella
Tuesday, April 11, 2006 7:50 AM
il papa ed i giovani...
Il papa ai giovani dell'Univ: i media e l'apostolato di amicizia

Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i giovani dell'Opus Dei, a Roma per l'Incontro internazionale Univ 2006, sul tema delle comunicazioni sociali. L'invito a "coltivare l'interiorità del rapporto con Dio", per essere "nuova generazione di apostoli".

Dobbiamo purtroppo constatare che non sempre in questo nostro tempo le nuove tecnologie e i mass media favoriscono le relazioni personali, il dialogo sincero, l'amicizia tra le persone". E' l'allarme che Benedetto XVI ha lanciato questa mattina incontrando in Aula Paolo VI oltre 3 mila 500 partecipanti all'Incontro internazionale Univ 2006 - il convegno promosso dall'Opus Dei per gli universitari europei.

"Non sempre - ha detto il pontefice - (i mezzi di comunicazione) aiutano a coltivare l'interiorità del rapporto con Dio. Per voi, lo so bene, l'amicizia e i contatti con gli altri, specialmente con i vostri coetanei, rappresentano una parte importante della vita quotidiana". Benedetto XVI batte dunque su questo tasto: "Solo se coltiverete l'amicizia con Gesù - ha aggiunto - se sarete assidui nella pratica dei Sacramenti e specialmente dei sacramenti della Penitenza dell'Eucaristia, sarete in grado di diventare la 'nuova generazione di apostoli - ha spiegato - radicati nella parola di Cristo, capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo e pronti a diffondere dappertutto il Vangelo".





Il papa ha infine voluto ringraziare tutti i giovani che hanno preso parte all'iniziativa, "proseguendo una tradizione che dura ormai da alcuni anni", oltre al prelato dell'Opus Dei, monsignor Javier Echevarria Rodriguez. All'udienza in Vaticano hanno preso parte studenti e docenti provenienti da 32 Paesi del mondo. Quello di questa mattina è stato il primo incontro degli universitari Univ con Benedetto XVI. Il tema dell'Univ di quest'anno è "Progettare la cultura: il linguaggio dei mezzi di comunicazione". Gli incontri UNIV, organizzati dall'Istituto per la Cooperazione Universitaria (ICU), sono nati nel 1968 con l'ispirazione e l'incoraggiamento di san Josemaría Escrivà, fondatore dell'Opus Dei. Da allora, tutti gli anni i partecipanti sono stati ricevuti dal pontefice, prima da Paolo VI, poi da Giovanni Paolo II.


Il testo integrale del discorso del papa

Cari amici,

porgo un cordiale saluto a tutti voi che, proseguendo una tradizione che dura ormai da alcuni anni, siete venuti a Roma per vivere la Settimana Santa e per partecipare all’incontro internazionale UNIV. Voi appartenete, come si può vedere, a numerosi Paesi e con assiduità vi interessate alle attività di formazione cristiana che la Prelatura dell’Opus Dei promuove nelle vostre città. Benvenuti a questo incontro e grazie per la vostra visita. Saluto, in particolare, il vostro Prelato Mons. Javier Echevarría Rodríguez, come pure il giovane vostro rappresentante, esprimendo loro gratitudine per i sentimenti manifestati a nome di tutti.

La vostra presenza a Roma, cuore del mondo cristiano, vi dà modo, durante la Settimana Santa, di vivere intensamente il mistero pasquale. Vi permette, in particolare, di incontrare Cristo più intimamente, specialmente attraverso la contemplazione della sua passione, morte e risurrezione. È Lui che, come ho scritto nel Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Gioventù, orienta i vostri passi, i vostri studi universitari e le vostre amicizie, negli andirivieni della vita quotidiana. Anche per ciascuno di voi, come avvenne per gli Apostoli, l’incontro personale con il divin Maestro che vi chiama amici (cfr Gv 15,15) può essere l’inizio di un’avventura straordinaria: quella di diventare apostoli tra i vostri coetanei, per condurli a fare la vostra stessa esperienza di amicizia con il Dio fatto Uomo, con Dio che si è fatto mio amico. Non dimenticate mai, cari giovani, che dall’incontro e dall’amicizia con Gesù dipende, in fin dei conti, la vostra, la nostra felicità.

Di grande interesse trovo il tema che state approfondendo nel vostro Congresso, e cioè la cultura e i mezzi di comunicazione sociale. Dobbiamo purtroppo constatare che non sempre in questo nostro tempo le nuove tecnologie e i mass media favoriscono le relazioni personali, il dialogo sincero, l’amicizia tra le persone; non sempre aiutano a coltivare l’interiorità del rapporto con Dio. Per voi, lo so bene, l’amicizia e i contatti con gli altri, specialmente con i vostri coetanei, rappresentano una parte importante della vita di ogni giorno. E’ necessario che riteniate Gesù come uno dei vostri amici più cari, anzi il primo. Vedrete allora come l’amicizia con Lui vi condurrà ad aprirvi agli altri, che considererete fratelli, intrattenendo con ciascuno un rapporto di amicizia sincera. Gesù Cristo, infatti, è proprio "l’amore incarnato di Dio" (cfr Deus caritas est, 12), e solo in Lui è possibile trovare la forza per offrire ai fratelli affetto umano e carità soprannaturale, in uno spirito di servizio che si manifesta soprattutto nella comprensione. E’ una grande cosa vedersi compreso dall’altro e cominciare a comprendere l’altro.

Cari giovani, permettete che vi ripeta quanto ebbi a dire ai vostri coetanei radunati a Colonia nell’agosto dello scorso anno: chi ha scoperto Cristo non può non portare anche altri verso di Lui, dato che una grande gioia non va tenuta per sé ma va comunicata. E’ questo il compito al quale vi chiama il Signore; è questo l’"apostolato di amicizia", che san Josemaría, Fondatore dell’Opus Dei, descrive come "amicizia ‘personale’, abnegata, sincera: a tu per tu, da cuore a cuore" (Solco, n. 191). Ogni cristiano è invitato ad essere amico di Dio e, con la sua grazia, ad attrarre a Lui i propri amici. L’amore apostolico diventa in tal modo un’autentica passione che si esprime nel comunicare agli altri la felicità che si è trovata in Gesù. E’ ancora san Josemaría a ricordarvi alcune parole chiavi di questo vostro itinerario spirituale: "Comunione, unione, comunicazione, confidenza: Parola, Pane, Amore" (Cammino, n. 535) le grandi parole che esprimono i punti essenziali del nostro cammino. Se coltiverete l’amicizia con Gesù, se sarete assidui nella pratica dei Sacramenti, e specialmente dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, sarete in grado di diventare la "nuova generazione di apostoli, radicati nella parola di Cristo, capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo e pronti a diffondere dappertutto il Vangelo" (Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Gioventù).

Vi aiuti la Vergine Santa a dire sempre il vostro "sì" al Signore che vi chiama a seguirlo, ed interceda per voi san Josemaría. Augurandovi di trascorrere la Settimana Santa nella preghiera e nella riflessione, a contatto con tante vestigia di fede cristiana presenti in Roma, con affetto benedico voi, quanti si occupano della vostra formazione e tutte le persone a voi care.

(da www.korazym.org/default.asp)



Il Papa festeggia in anticipo i suoi 79 anni

A San Pietro c'erano circa 5.000 studenti di 32 Paesi per l'incontro Univ. All'incontro anche Francesco Cossiga

Festa di compleanno anticipata per il Papa che il 16 aprile compirà 79 anni e che oggi è stato festeggiato dai giovani dell'Opus Dei. Questi gli hanno anche regalato una bella Sacher torte a forma di piano, in onore del suo genetliaco e dei 250 anni dalla nascita di Mozart. E il prelato dell'Opus Dei, Javier Echevarria è stato il primo a fare gli auguri pubblici di buon compleanno a Bendetto XVI.
Circa cinquemila tra studenti e insegnanti Opus Dei, giunti a Roma da 32 Paesi in occasione dell'incontro internazionale Univ, sono stati ricevuti dal Papa nell'aula Paolo VI in Vaticano.
Il convegno Univ è una tradizione nata nel '79 e si svolge a ridosso della settimana santa, e quest'anno è capitata a pochi giorni dal compleanno del Papa. E l'occasione dell'udienza papale è stata colta al volo per complimentarsi con Papa Ratzinger. Dopo gli auguri di Echevarria è toccato a uno studente africano rinnovare gli "auguri anticipati" e quando il Papa ha finito di rivolgere il suo discorso una studentessa, la bella Andrea Schorghuber, gli ha consegnato la torta: quaranta centimetri per quaranta, preparata a Vienna dalle ragazze del residence universitario "Waehring". Sembra che papa Ratzinger oltre che di strudel sia ghiotto anche di Sacher, e che abbia particolarmente gradito il regalo che gli ricorda anche il compositore tanto amato.
L'udienza in Vaticano è stata particolarmente animata e gli studenti si sono mostrati molto entusiasti, hanno a lungo applaudito il Papa sia per fargli gli auguri che per mostrare sintonia con quanto questi ha detto loro. «Non sempre in questo nostro tempo le nuove tecnologie e i mass media favoriscono le relazioni personali, il dialogo sincero, l'amicizia tra le persone, e non sempre aiutano a coltivare l'interiorità del rapporto con Dio», ha osservato Papa Ratzinger.
«Per voi lo so bene - ha aggiunto - che l'amicizia, i contatti con i vostri coetanei, rappresentano una parte importante della vita di ogni giorno».
Citando spesso il fondatore dell'Opus Dei san Josemaria Escrivà de Balaguer, Benedetto XVI ha esortato alla «amicizia con Gesù che - ha detto - vi condurrà ad aprirvi agli altri, che considererete fratelli, intrattenendo con ciascuno un rapporto di amicizia sincera: è una grande cosa sentirsi compreso e comprendere gli altri».
Grande festa anche quando Benedetto XVI è sceso dal palco per salutare i presenti, tra cui l'ex presidente italiano Francesco Cossiga, con il quale ha scambiato familiarmente alcune battute e che ha invitato a incontrarsi dopo Pasqua.
Il raduno internazionale degli universitari dell'Opus Dei si svolge a poche settimane dall'uscita negli Stati Uniti del film tratto dal "Codice da Vinci", una pellicola che preoccupa l'Opera, già scottata dall'immagine di sé data dal libro di Brown.

(dal "corriere canadese")


+Kiko+
Wednesday, April 12, 2006 4:01 PM
Qui troverete la pagina con la video, le fotografie e le parole del Santo Padre ai giovani dell'Opus Dei ch'erano a Roma domenica scorsa.

http://www.opusdei.it/art.php?p=14939
Ratzigirl
Wednesday, April 12, 2006 7:36 PM
Udienza Generale 12 aprile 2006
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

inizia domani il Triduo pasquale, che è il fulcro dell'intero anno liturgico. Aiutati dai sacri riti del Giovedì Santo, del Venerdì Santo e della solenne Veglia Pasquale, rivivremo il mistero della passione, della morte e della risurrezione del Signore. Questi sono giorni atti a ridestare in noi un più vivo desiderio di aderire a Cristo e di seguirlo generosamente, consapevoli del fatto che Egli ci ha amati sino a dare la sua vita per noi. Cosa sono, in effetti, gli eventi che il Triduo santo ci ripropone, se non la manifestazione sublime di questo amore di Dio per l’uomo? Apprestiamoci, pertanto, a celebrare il Triduo pasquale accogliendo l’esortazione di sant’Agostino: "Ora considera attentamente i tre giorni santi della crocifissione, della sepoltura e della risurrezione del Signore. Di questi tre misteri compiamo nella vita presente ciò di cui è simbolo la croce, mentre compiamo per mezzo della fede e della speranza ciò di cui è simbolo la sepoltura e la risurrezione" (Epistola 55, 14, 24: Nuova Biblioteca Agostiniana (NBA), XXI/II, Roma 1969, p. 477).

Il Triduo pasquale si apre domani, Giovedì Santo, con la Messa vespertina "in Cena Domini", anche se al mattino normalmente si tiene un’altra significativa celebrazione liturgica, la Messa del Crisma, durante la quale, raccolto attorno al Vescovo, l’intero presbiterio di ogni Diocesi rinnova le promesse sacerdotali, e partecipa alla benedizione degli oli dei catecumeni, dei malati e del Crisma, e così faremo domani mattina anche qui, in San Pietro. Oltre all’istituzione del Sacerdozio, in questo giorno santo si commemora l’offerta totale che Cristo ha fatto di Sé all’umanità nel sacramento dell’Eucaristia. In quella stessa notte in cui fu tradito, Egli ci ha lasciato, come ricorda la Sacra Scrittura, il "comandamento nuovo" - "mandatum novum" - dell'amore fraterno compiendo il gesto toccante della lavanda dei piedi, che richiama l’umile servizio degli schiavi. Questa singolare giornata, evocatrice di grandi misteri, si chiude con l’Adorazione eucaristica, nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del Getsemani. Preso da grande angoscia, narra il Vangelo, Gesù chiese ai suoi di vegliare con Lui rimanendo in preghiera: "Restate qui e vegliate con me" (Mt 26,38), ma i discepoli si addormentarono. Ancora oggi il Signore dice a noi: "Restate e vegliate con me". E vediamo come anche noi, discepoli di oggi, spesso dormiamo. Quella fu per Gesù l’ora dell’abbandono e della solitudine, a cui seguì, nel cuore della notte, l’arresto e l’inizio del doloroso cammino verso il Calvario.

Centrato sul mistero della Passione è il Venerdì Santo, giorno di digiuno e di penitenza, tutto orientato alla contemplazione di Cristo sulla Croce. Nelle chiese viene proclamato il racconto della Passione e risuonano le parole del profeta Zaccaria: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37). E il Venerdì Santo anche noi vogliamo realmente volgere lo sguardo al cuore trafitto del Redentore, nel quale - scrive san Paolo - sono "nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3), anzi "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9), per questo l’Apostolo può affermare con decisione di non voler sapere altro "se non Gesù Cristo e questi crocifisso" (1 Cor 2,2). E’ vero: la Croce rivela "l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità" – le dimensioni cosmiche, questo è il senso - di un amore che sorpassa ogni conoscenza – l’amore va oltre quanto si conosce - e ci ricolma "di tutta la pienezza di Dio" (cfr Ef 3,18-19). Nel mistero del Crocifisso "si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale" (Deus caritas est, 12). La Croce di Cristo, scrive nel V° secolo il Papa san Leone Magno, "è sorgente di tutte le benedizioni, e causa di tutte le grazie" (Disc. 8 sulla passione del Signore, 6-8; PL 54, 340-342).

Nel Sabato Santo la Chiesa, unendosi spiritualmente a Maria, resta in preghiera presso il sepolcro, dove il corpo del Figlio di Dio giace inerte come in una condizione di riposo dopo l’opera creativa della redenzione, realizzata con la sua morte (cfr Eb 4,1-13). A notte inoltrata inizierà la solenne Veglia pasquale, durante la quale in ogni Chiesa il canto gioioso del Gloria e dell’Alleluia pasquale si leverà dal cuore dei nuovi battezzati e dall’intera comunità cristiana, lieta perché Cristo è risorto e ha vinto la morte.

Cari fratelli e sorelle, per una proficua celebrazione della Pasqua, la Chiesa chiede ai fedeli di accostarsi in questi giorni al sacramento della Penitenza, che è come una specie di morte e di risurrezione per ognuno di noi. Nell’antica comunità cristiana, il Giovedì Santo si teneva il rito della Riconciliazione dei Penitenti presieduto dal Vescovo. Le condizioni storiche sono certamente mutate, ma prepararsi alla Pasqua con una buona confessione resta un adempimento da valorizzare appieno, perché ci offre la possibilità di ricominciare di nuovo la nostra vita e di avere realmente un nuovo inizio nella gioia del Risorto e nella comunione del perdono datoci da Lui. Consapevoli di essere peccatori, ma fiduciosi nella misericordia divina, lasciamoci riconciliare da Cristo per gustare più intensamente la gioia che Egli ci comunica con la sua risurrezione. Il perdono, che ci viene donato da Cristo nel sacramento della Penitenza, è sorgente di pace interiore ed esteriore e ci rende apostoli di pace in un mondo dove continuano purtroppo le divisioni, le sofferenze e i drammi dell’ingiustizia, dell’odio e della violenza, dell’incapacità di riconciliarsi per ricominciare di nuovo con un perdono sincero. Noi sappiamo però che il male non ha l'ultima parola, perché a vincere è Cristo crocifisso e risorto e il suo trionfo si manifesta con la forza dell’amore misericordioso. La sua risurrezione ci dà questa certezza: nonostante tutta l’oscurità che vi è nel mondo, il male non ha l’ultima parola. Sorretti da questa certezza potremo con più coraggio ed entusiasmo impegnarci perché nasca un mondo più giusto.

Questo auspicio formulo di cuore per tutti voi, cari fratelli e sorelle, augurandovi di prepararvi con fede e devozione alle ormai prossime feste pasquali. Vi accompagni Maria Santissima che, dopo aver seguito il Figlio divino nell’ora della passione e della croce, ha condiviso il gaudio della sua risurrezione.


Ratzigirl
Thursday, April 13, 2006 2:40 PM
SANTA MESSA DEL CRISMA NELLA BASILICA VATICANA , 13.04.2006


OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio,

cari fratelli e sorelle,

Il Giovedì Santo è il giorno in cui il Signore diede ai Dodici il compito sacerdotale di celebrare, nel pane e nel vino, il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue fino al suo ritorno. Al posto dell'agnello pasquale e di tutti i sacrifici dell'Antica Alleanza subentra il dono del suo Corpo e del suo Sangue, il dono di se stesso. Così il nuovo culto si fonda nel fatto che, prima di tutto, Dio fa un dono a noi, e noi, colmati da questo dono, diventiamo suoi: la creazione torna al Creatore. Così anche il sacerdozio è diventato una cosa nuova: non è più questione di discendenza, ma è un trovarsi nel mistero di Gesù Cristo. Egli è sempre Colui che dona e ci attira in alto verso di sé. Soltanto Lui può dire: "Questo è il mio Corpo – questo è il mio Sangue". Il mistero del sacerdozio della Chiesa sta nel fatto che noi, miseri esseri umani, in virtù del Sacramento possiamo parlare con il suo Io: in persona Christi. Egli vuole esercitare il suo sacerdozio per nostro tramite. Questo mistero commovente, che in ogni celebrazione del Sacramento ci tocca di nuovo, noi lo ricordiamo in modo particolare nel Giovedì Santo. Perché il quotidiano non sciupi ciò che è grande e misterioso, abbiamo bisogno di un simile ricordo specifico, abbiamo bisogno del ritorno a quell'ora in cui Egli ha posto le sue mani su di noi e ci ha fatti partecipi di questo mistero.

Riflettiamo perciò nuovamente sui segni nei quali il Sacramento ci è stato donato. Al centro c'è il gesto antichissimo dell'imposizione delle mani, col quale Egli ha preso possesso di me dicendomi: "Tu mi appartieni". Ma con ciò ha anche detto: "Tu stai sotto la protezione delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore. Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio delle mie mani e dammi le tue".

Ricordiamo poi che le nostre mani sono state unte con l'olio che è il segno dello Spirito Santo e della sua forza. Perché proprio le mani? La mano dell'uomo è lo strumento del suo agire, è il simbolo della sua capacità di affrontare il mondo, appunto di "prenderlo in mano". Il Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani affinché, nel mondo, diventino le sue. Vuole che non siano più strumenti per prendere le cose, gli uomini, il mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso, ma che invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a servizio del suo amore. Vuole che siano strumenti del servire e quindi espressione della missione dell'intera persona che si fa garante di Lui e lo porta agli uomini. Se le mani dell'uomo rappresentano simbolicamente le sue facoltà e, generalmente, la tecnica come potere di disporre del mondo, allora le mani unte devono essere un segno della sua capacità di donare, della creatività nel plasmare il mondo con l'amore – e per questo, senz'altro, abbiamo bisogno dello Spirito Santo. Nell'Antico Testamento l'unzione è segno dell'assunzione in servizio: il re, il profeta, il sacerdote fa e dona più di quello che deriva da lui stesso. In un certo qual modo è espropriato di sé in funzione di un servizio, nel quale si mette a disposizione di uno più grande di lui. Se Gesù si presenta oggi nel Vangelo come l'Unto di Dio, il Cristo, allora questo vuol proprio dire che Egli agisce per missione del Padre e nell'unità con lo Spirito Santo e che, in questo modo, dona al mondo una nuova regalità, un nuovo sacerdozio, un nuovo modo d'essere profeta, che non cerca se stesso, ma vive per Colui, in vista del quale il mondo è stato creato. Mettiamo le nostre mani oggi nuovamente a sua disposizione e preghiamolo di prenderci sempre di nuovo per mano e di guidarci.

Nel gesto sacramentale dell'imposizione delle mani da parte del Vescovo è stato il Signore stesso ad imporci le mani. Questo segno sacramentale riassume un intero percorso esistenziale. Una volta, come i primi discepoli, abbiamo incontrato il Signore e sentito la sua parola: "Seguimi!" Forse inizialmente lo abbiamo seguito in modo un po' malsicuro, volgendoci indietro e chiedendoci se la strada fosse veramente la nostra. E in qualche punto del cammino abbiamo forse fatto l'esperienza di Pietro dopo la pesca miracolosa, siamo cioè rimasti spaventati per la sua grandezza, la grandezza del compito e per l'insufficienza della nostra povera persona, così da volerci tirare indietro: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore!" (Lc 5, 8) Ma poi Egli, con grande bontà, ci ha preso per mano, ci ha tratti a sé e ci ha detto: "Non temere! Io sono con te. Non ti lascio, tu non lasciare me!" E più di una volta ad ognuno di noi è forse accaduta la stessa cosa che a Pietro quando, camminando sulle acque incontro al Signore, improvvisamente si è accorto che l'acqua non lo sosteneva e che stava per affondare. E come Pietro abbiamo gridato: "Signore, salvami!" (Mt, 14, 30). Vedendo tutto l'infuriare degli elementi, come potevamo passare le acque rumoreggianti e spumeggianti del secolo scorso e dello scorso millennio? Ma allora abbiamo guardato verso di Lui … ed Egli ci ha afferrati per la mano e ci ha dato un nuovo "peso specifico": la leggerezza che deriva dalla fede e che ci attrae verso l'alto. E poi ci dà la mano che sostiene e porta. Egli ci sostiene. Fissiamo sempre di nuovo il nostro sguardo su di Lui e stendiamo le mani verso di Lui. Lasciamo che la sua mano ci prenda, e allora non affonderemo, ma serviremo la vita che è più forte della morte, e l'amore che è più forte dell'odio. La fede in Gesù, Figlio del Dio vivente, è il mezzo grazie al quale sempre di nuovo afferriamo la mano di Gesù e mediante il quale Egli prende le nostre mani e ci guida. Una mia preghiera preferita è la domanda che la liturgia ci mette sulle labbra prima della Comunione: "…non permettere che sia mai separato da te". Chiediamo di non cadere mai fuori della comunione col suo Corpo, con Cristo stesso, di non cadere mai fuori del mistero eucaristico. Chiediamo che Egli non lasci mai la nostra mano…

Il Signore ha posto la sua mano su di noi. Il significato di tale gesto lo ha espresso nelle parole: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (Gv 15, 15). Non vi chiamo più servi, ma amici: in queste parole si potrebbe addirittura vedere l'istituzione del sacerdozio. Il Signore ci rende suoi amici: ci affida tutto; ci affida se stesso, così che possiamo parlare con il suo Io – in persona Christi capitis. Che fiducia! Egli si è davvero consegnato nelle nostre mani. I segni essenziali dell'Ordinazione sacerdotale sono in fondo tutti manifestazioni di quella parola: l'imposizione delle mani; la consegna del libro – della sua parola che Egli affida a noi; la consegna del calice col quale ci trasmette il suo mistero più profondo e personale. Di tutto ciò fa parte anche il potere di assolvere: Ci fa partecipare anche alla sua consapevolezza riguardo alla miseria del peccato e a tutta l'oscurità del mondo e ci dà la chiave nelle mani per riaprire la porta verso la casa del Padre. Non vi chiamo più servi ma amici. È questo il significato profondo dell'essere sacerdote: diventare amico di Gesù Cristo. Per questa amicizia dobbiamo impegnarci ogni giorno di nuovo. Amicizia significa comunanza nel pensare e nel volere. In questa comunione di pensiero con Gesù dobbiamo esercitarci, ci dice san Paolo nella Lettera ai Filippesi (cfr 2, 2-5). E questa comunione di pensiero non è una cosa solamente intellettuale, ma è comunanza dei sentimenti e del volere e quindi anche dell'agire. Ciò significa che dobbiamo conoscere Gesù in modo sempre più personale, ascoltandolo, vivendo insieme con Lui, trattenendoci presso di Lui. Ascoltarlo – nella lectio divina, cioè leggendo la Sacra Scrittura in un modo non accademico, ma spirituale; così impariamo ad incontrare il Gesù presente che ci parla. Dobbiamo ragionare e riflettere sulle sue parole e sul suo agire davanti a Lui e con Lui. La lettura della Sacra Scrittura è preghiera, deve essere preghiera – deve emergere dalla preghiera e condurre alla preghiera. Gli evangelisti ci dicono che il Signore ripetutamente – per notti intere – si ritirava "sul monte" per pregare da solo. Di questo "monte" abbiamo bisogno anche noi: è l'altura interiore che dobbiamo scalare, il monte della preghiera. Solo così si sviluppa l'amicizia. Solo così possiamo svolgere il nostro servizio sacerdotale, solo così possiamo portare Cristo e il suo Vangelo agli uomini. Il semplice attivismo può essere persino eroico. Ma l'agire esterno, in fin dei conti, resta senza frutto e perde efficacia, se non nasce dalla profonda intima comunione con Cristo. Il tempo che impegniamo per questo è davvero tempo di attività pastorale, di un'attività autenticamente pastorale. Il sacerdote deve essere soprattutto un uomo di preghiera. Il mondo nel suo attivismo frenetico perde spesso l'orientamento. Il suo agire e le sue capacità diventano distruttive, se vengono meno le forze della preghiera, dalle quali scaturiscono le acque della vita capaci di fecondare la terra arida.

Non vi chiamo più servi, ma amici. Il nucleo del sacerdozio è l'essere amici di Gesù Cristo. Solo così possiamo parlare veramente in persona Christi, anche se la nostra interiore lontananza da Cristo non può compromettere la validità del Sacramento. Essere amico di Gesù, essere sacerdote significa essere uomo di preghiera. Così lo riconosciamo e usciamo dall'ignoranza dei semplici servi. Così impariamo a vivere, a soffrire e ad agire con Lui e per Lui. L'amicizia con Gesù è per antonomasia sempre amicizia con i suoi. Possiamo essere amici di Gesù soltanto nella comunione con il Cristo intero, con il capo e il corpo; nella vite rigogliosa della Chiesa animata dal suo Signore. Solo in essa la Sacra Scrittura è, grazie al Signore, Parola viva ed attuale. Senza il vivente soggetto della Chiesa che abbraccia le età, la Bibbia si frantuma in scritti spesso eterogenei e diventa così un libro del passato. Essa è eloquente nel presente soltanto là dove c'è la "Presenza" – là dove Cristo resta in permanenza contemporaneo a noi: nel corpo della sua Chiesa.

Essere sacerdote significa diventare amico di Gesù Cristo, e questo sempre di più con tutta la nostra esistenza. Il mondo ha bisogno di Dio – non di un qualsiasi dio, ma del Dio di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto carne e sangue, che ci ha amati fino a morire per noi, che è risorto e ha creato in se stesso uno spazio per l'uomo. Questo Dio deve vivere in noi e noi in Lui. È questa la nostra chiamata sacerdotale: solo così il nostro agire da sacerdoti può portare frutti. Vorrei concludere questa omelia con una parola di Andrea Santoro, di quel sacerdote della Diocesi di Roma che è stato assassinato a Trebisonda mentre pregava; il Cardinale Cè l'ha comunicata a noi durante gli Esercizi spirituali. La parola dice: "Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne… Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù". Gesù ha assunto la nostra carne. Diamogli noi la nostra, in questo modo Egli può venire nel mondo e trasformarlo. Amen!
Ratzigirl
Friday, April 14, 2006 1:30 AM
Santa Messa nella Cena del Signore 13 Aprile 2006
Omelia del Santo Padre

"Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13, 1): Dio ama la sua creatura, l'uomo; lo ama anche nella sua caduta e non lo abbandona a se stesso. Egli ama sino alla fine. Si spinge con il suo amore fino alla fine, fino all'estremo: scende giù dalla sua gloria divina. Depone le vesti della sua gloria divina e indossa le vesti dello schiavo. Scende giù fin nell'estrema bassezza della nostra caduta. Si inginocchia davanti a noi e ci rende il servizio dello schiavo; lava i nostri piedi sporchi, affinché noi diventiamo ammissibili alla mensa di Dio, affinché diventiamo degni di prendere posto alla sua tavola - una cosa che da noi stessi non potremmo né dovremmo mai fare.

Dio non è un Dio lontano, troppo distante e troppo grande per occuparsi delle nostre bazzecole. Poiché Egli è grande, può interessarsi anche delle cose piccole. Poiché Egli è grande, l'anima dell'uomo, lo stesso uomo creato per l'amore eterno, non è una cosa piccola, ma è grande e degno del suo amore. La santità di Dio non è solo un potere incandescente, davanti al quale noi dobbiamo ritrarci atterriti; è potere d'amore e per questo è potere purificatore e risanante.

Dio scende e diventa schiavo, ci lava i piedi affinché noi possiamo stare alla sua tavola. In questo si esprime tutto il mistero di Gesù Cristo. In questo diventa visibile che cosa significa redenzione. Il bagno nel quale ci lava è il suo amore pronto ad affrontare la morte. Solo l'amore ha quella forza purificante che ci toglie la nostra sporcizia e ci eleva alle altezze di Dio. Il bagno che ci purifica è Lui stesso che si dona totalmente a noi - fin nelle profondità della sua sofferenza e della sua morte. Continuamente Egli è questo amore che ci lava; nei sacramenti della purificazione - il battesimo e il sacramento della penitenza - Egli è continuamente inginocchiato davanti ai nostri piedi e ci rende il servizio da schiavo, il servizio della purificazione, ci fa capaci di Dio. Il suo amore è inesauribile, va veramente sino alla fine.

"Voi siete mondi, ma non tutti", dice il Signore (Gv 13, 10). In questa frase si rivela il grande dono della purificazione che Egli ci fa, perché ha il desiderio di stare a tavola insieme con noi, di diventare il nostro cibo. "Ma non tutti" – esiste l'oscuro mistero del rifiuto, che con la vicenda di Giuda si fa presente e, proprio nel Giovedì Santo, nel giorno in cui Gesù fa dono di sé, deve farci riflettere. L'amore del Signore non conosce limite, ma l'uomo può porre ad esso un limite.

"Voi siete mondi, ma non tutti": Che cosa è che rende l'uomo immondo? È il rifiuto dell'amore, il non voler essere amato, il non amare. È la superbia che crede di non aver bisogno di alcuna purificazione, che si chiude alla bontà salvatrice di Dio. È la superbia che non vuole confessare e riconoscere che abbiamo bisogno di purificazione. In Giuda vediamo la natura di questo rifiuto ancora più chiaramente. Egli valuta Gesù secondo le categorie del potere e del successo: per lui solo potere e successo sono realtà, l'amore non conta. Ed egli è avido: il denaro è più importante della comunione con Gesù, più importante di Dio e del suo amore. E così diventa anche un bugiardo, che fa il doppio gioco e rompe con la verità; uno che vive nella menzogna e perde così il senso per la verità suprema, per Dio. In questo modo egli si indurisce, diventa incapace della conversione, del fiducioso ritorno del figliol prodigo, e butta via la vita distrutta.

"Voi siete mondi, ma non tutti". Il Signore oggi ci mette in guardia di fronte a quell’autosufficienza che mette un limite al suo amore illimitato. Ci invita ad imitare la sua umiltà, ad affidarci ad essa, a lasciarci "contagiare" da essa. Ci invita – per quanto smarriti possiamo sentirci – a ritornare a casa e a permettere alla sua bontà purificatrice di tirarci su e di farci entrare nella comunione della mensa con Lui, con Dio stesso.

Aggiungiamo un'ultima parola di questo inesauribile brano evangelico: "Vi ho dato l'esempio…" (Gv 13,15); "Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri" (Gv 13,14). In che cosa consiste il "lavarci i piedi gli uni gli altri"? Che cosa significa in concreto? Ecco, ogni opera di bontà per l'altro - specialmente per i sofferenti e per coloro che sono poco stimati - è un servizio di lavanda dei piedi. A questo ci chiama il Signore: scendere, imparare l'umiltà e il coraggio della bontà e anche la disponibilità ad accettare il rifiuto e tuttavia fidarsi della bontà e perseverare in essa. Ma c'è ancora una dimensione più profonda. Il Signore toglie la nostra sporcizia con la forza purificatrice della sua bontà. Lavarci i piedi gli uni gli altri significa soprattutto perdonarci instancabilmente gli uni gli altri, sempre di nuovo ricominciare insieme per quanto possa anche sembrare inutile. Significa purificarci gli uni gli altri sopportandoci a vicenda e accettando di essere sopportati dagli altri; purificarci gli uni gli altri donandoci a vicenda la forza santificante della Parola di Dio e introducendoci nel Sacramento dell'amore divino.

Il Signore ci purifica, e per questo osiamo accedere alla sua mensa. Preghiamolo di donare a tutti noi la grazia di potere un giorno essere per sempre ospiti dell'eterno banchetto nuziale. Amen!
Ratzigirl
Friday, April 14, 2006 7:50 PM
A S.PIETRO SI PREGA IN ARABO PER GOVERNANTI E PACE MONDO

Papa si stende a terra in adorazione a inizio celebrazione


Città del Vaticano, 14 apr. (Apcom)


Si è pregato per i governanti, in lingua araba, "perché il Signore illumini la loro mente e il loro cuore a cercare il bene comune nella vera libertà e nella vera pace" durante la solenne messa del Venerdì Santo che si è tenuta a San Pietro questo pomeriggio.

Durante le preghiere nelle diverse lingue, si è pregato anche per gli ebrei, in portoghese, "primi fra tutti gli uomini ad accogliere la parola del Signore, affinchè li aiuti a progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza", e per i non cristiani, "affinchè possano entrare anch'essi nella via della salvezza".

All'inizio della celebrazione, Benedetto XVI si è prostato a terra, steso completamente sul tappeto rosso, ed è rimasto in adorazione per qualche minuto.

Ratzigirl
Sunday, April 16, 2006 2:49 AM
VIA CRUCIS AL COLOSSEO PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE , 14.04.2006
PAROLE DEL SANTO PADRE



Cari fratelli e sorelle,

abbiamo accompagnato Gesù nella «Via Crucis». Lo abbiamo accompagnato qui, sulla strada dei martiri, nel Colosseo, dove tanti hanno sofferto per Cristo, hanno dato la vita per il Signore, dove il Signore stesso ha sofferto di nuovo in tanti.

E così abbiamo capito che la «Via Crucis» non è una cosa del passato, e di un determinato punto della terra. La Croce del Signore abbraccia il mondo; la sua «Via Crucis» attraversa i continenti ed i tempi. Nella «Via Crucis» non possiamo essere solo spettatori. Siamo coinvolti pure noi, perciò dobbiamo cercare il nostro posto: dove siamo noi?

Nella «Via Crucis» non c'è la possibilità di essere neutrali. Pilato, l'intellettuale scettico, ha cercato di essere neutrale, di stare fuori; ma, proprio così, ha preso posizione contro la giustizia, per il conformismo della sua carriera.

Dobbiamo cercare il nostro posto.

Nello specchio della Croce abbiamo visto tutte le sofferenze dell'umanità di oggi. Nella Croce di Cristo oggi abbiamo visto la sofferenza dei bambini abbandonati, abusati; le minacce contro la famiglia; la divisione del mondo nella superbia dei ricchi che non vedono Lazzaro davanti alla porta e la miseria di tanti che soffrono fame e sete.

Ma abbiamo anche visto «stazioni» di consolazione. Abbiamo visto la Madre, la cui bontà rimane fedele fino alla morte, e oltre la morte. Abbiamo visto la donna coraggiosa, che sta davanti al Signore e non ha paura di mostrare la solidarietà con questo Sofferente. Abbiamo visto Simone il Cireneo, un africano, che porta con Gesù la Croce.

Abbiamo visto, infine, attraverso queste «stazioni» di consolazione che, come non finisce la sofferenza, anche le consolazioni non finiscono. Abbiamo visto come, sulla «via della Croce», Paolo ha trovato lo zelo della sua fede e ha acceso la luce dell'amore. Abbiamo visto come sant’Agostino ha trovato la sua strada: così san Francesco d'Assisi, san Vincenzo de' Paoli, san Massimiliano Kolbe, Madre Teresa di Calcutta. E così anche noi siamo invitati a trovare la nostra posizione, a trovare con questi grandi, coraggiosi santi, la strada con Gesù e per Gesù: la strada della bontà, della verità; il coraggio dell'amore.

Abbiamo capito che la «Via Crucis» non è semplicemente una collezione delle cose oscure e tristi del mondo. Non è neppure un moralismo alla fine inefficiente. Non è un grido di protesta che non cambia niente. La «Via Crucis» è la via della misericordia, e della misericordia che pone il limite al male: così abbiamo imparato da Papa Giovanni Paolo II. È la via della misericordia e così la via della salvezza. E così veniamo invitati a prendere la via della misericordia e a porre con Gesù il limite al male.

Preghiamo il Signore perché ci aiuti, perché ci aiuti ad essere «contagiati» dalla sua misericordia. Preghiamo la Santa Madre di Gesù, la Madre della Misericordia, affinché anche noi possiamo essere uomini e donne della misericordia e così contribuire alla salvezza del mondo; alla salvezza delle creature; per essere uomini e donne di Dio.

Amen!


Ratzigirl
Sunday, April 16, 2006 12:52 PM
MESSAGGIO URBI ET ORBI - 16 APRILE 2006 - PASQUA DEL SIGNORE
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Christus resurrexit! - Cristo è risorto!

La grande Veglia di questa notte ci ha fatto rivivere l’evento decisivo e sempre attuale della Risurrezione, mistero centrale della fede cristiana. Innumerevoli ceri pasquali si sono accesi nelle chiese a simboleggiare la luce di Cristo che ha illuminato e illumina l’umanità, vincendo per sempre le tenebre del peccato e del male. E quest’oggi riecheggiano potenti le parole che lasciarono stupefatte le donne giunte al mattino del primo giorno dopo il sabato al sepolcro, dove la salma di Cristo, calata in fretta dalla croce, era stata deposta nella tomba. Tristi e sconsolate per la perdita del loro Maestro, avevano trovato il grande masso rotolato via ed entrando avevano visto che il suo corpo non c’era più. Mentre stavano lì incerte e smarrite, due uomini in vesti sfolgoranti le sorpresero dicendo: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato" (Lc 24,5-6). "Non est hic, sed resurrexit" (Lc 24,6). Da quel mattino, queste parole non cessano di risuonare nell’universo quale annuncio di gioia che attraversa i secoli immutato e, al tempo stesso, carico di infinite e sempre nuove risonanze.

"Non è qui … è risuscitato". I messaggeri celesti comunicano innanzitutto che Gesù "non è qui": non è restato nel sepolcro il Figlio di Dio, perché non poteva rimanere prigioniero della morte (cfr At 2,24) e la tomba non poteva trattenere "il Vivente" (Ap 1,18), che è la sorgente stessa della vita. Come Giona nel ventre del pesce, allo stesso modo il Cristo crocifisso è restato inghiottito nel cuore della terra (cfr Mt 12,40) per il volgere di un sabato. Fu veramente "un giorno solenne quel sabato", come scrive l’evangelista Giovanni (19,31): il più solenne della storia, perché in esso il "Signore del sabato" (Mt 12,8) portò a compimento l’opera della creazione (cfr Gn 2,1-4a), elevando l’uomo e l’intero cosmo alla libertà della gloria dei figli di Dio (cfr Rm 8,21). Compiuta quest’opera straordinaria, il corpo esanime è stato attraversato dal soffio vitale di Dio e, rotti gli argini del sepolcro, è risorto glorioso. Per questo gli angeli proclamano: "non è qui", non può più trovarsi nella tomba. Ha pellegrinato sulla terra degli uomini, ha terminato il suo cammino nella tomba come tutti, ma ha vinto la morte e in modo assolutamente nuovo, per un atto di puro amore, ha aperto la terra e l’ha spalancata verso il Cielo.

La sua risurrezione, grazie al Battesimo che ci "incorpora" a Lui, diventa la nostra risurrezione. Lo aveva preannunciato il profeta Ezechiele: "Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele" (Ez 37,12). Queste parole profetiche assumono valore singolare nel giorno di Pasqua, perché oggi si compie la promessa del Creatore; oggi, anche in questa nostra epoca segnata da inquietudine e incertezza, riviviamo l’evento della risurrezione che ha cambiato il volto della nostra vita, ha cambiato la storia dell’umanità. Da Cristo risorto attendono speranza, talvolta anche inconsapevolmente, quanti sono tuttora oppressi da vincoli di sofferenza e di morte.

Lo Spirito del Risorto porti, in particolare, sollievo e sicurezza in Africa alle popolazioni del Darfur, che versano in una drammatica situazione umanitaria non più sostenibile; a quelle della regione dei Grandi Laghi, dove molte piaghe sono ancora non rimarginate; ai vari popoli dell’Africa che aspirano alla riconciliazione, alla giustizia e allo sviluppo. In Iraq sulla tragica violenza, che senza pietà continua a mietere vittime, prevalga finalmente la pace. Pace auspico vivamente anche per coloro che sono coinvolti nel conflitto in Terrasanta, invitando tutti ad un dialogo paziente e perseverante che rimuova gli ostacoli antichi e nuovi, evitando le tentazioni della rappresaglia ed educando le nuove generazioni ad un rispetto reciproco. La comunità internazionale, che riafferma il giusto diritto di Israele di esistere in pace, aiuti il popolo palestinese a superare le precarie condizioni in cui vive e a costruire il suo futuro, andando verso la costituzione di un vero e proprio Stato. Lo Spirito del Risorto susciti un rinnovato dinamismo nell’impegno dei Paesi dell’America Latina, perché siano migliorate le condizioni di vita di milioni di cittadini, estirpata l’esecranda piaga dei sequestri di persona e consolidate le istituzioni democratiche, in spirito di concordia e di fattiva solidarietà. Per quanto riguarda le crisi internazionali legate al nucleare, si giunga a una composizione onorevole per tutti mediante negoziati seri e leali, e si rafforzi nei responsabili delle Nazioni e delle Organizzazioni Internazionali la volontà di realizzare una pacifica convivenza tra etnie, culture e religioni, che allontani la minaccia del terrorismo.

Il Signore risorto faccia sentire ovunque la sua forza di vita, di pace e di libertà. A tutti oggi sono rivolte le parole con le quali nel mattino di Pasqua l’angelo rassicurò i cuori intimoriti delle donne: "Non abbiate paura! … Non è qui. E’ risuscitato" (Mt 28,5-6). Gesù è risorto e ci dona la pace; è Egli stesso la pace. Per questo con forza la Chiesa ripete: "Cristo è risorto – Christós anésti". Non tema l’umanità del terzo millennio di aprirGli il cuore. Il suo Vangelo ricolma pienamente la sete di pace e di felicità che abita ogni cuore umano. Cristo ora è vivo e cammina con noi. Immenso mistero di amore! Christus resurrexit, quia Deus caritas est ! Alleluia !


Ratzigirl
Monday, April 17, 2006 1:48 PM
RECITA DEL REGINA CÆLI , 17.04.2006
Cari fratelli e sorelle,

nella luce del Mistero pasquale, che la liturgia ci fa celebrare in tutta questa settimana, sono felice di ritrovarmi con voi e di rinnovare l’annuncio cristiano più bello: Cristo è risorto, alleluia! Il tipico carattere mariano di questo nostro appuntamento ci induce a vivere il gaudio spirituale della Pasqua in comunione con Maria Santissima, pensando a quale debba essere stata la sua gioia per la risurrezione di Gesù. Nella preghiera del Regina caeli, che in questo tempo pasquale si recita al posto dell’Angelus, noi ci rivolgiamo alla Vergine invitandola a rallegrarsi perché Colui che ha portato nel grembo è risorto: "Quia quem meruisti portare, resurrexit, sicut dixit". Maria ha custodito nel suo cuore la "buona notizia" della risurrezione, fonte e segreto della vera gioia e dell’autentica pace, che Cristo morto e risorto ci ha conquistato con il sacrificio della Croce. Chiediamo a Maria che, come ci ha accompagnato nei giorni della passione, continui a guidare i nostri passi in questo tempo di gioia spirituale, perché possiamo crescere sempre più nella conoscenza e nell’amore del Signore e diventare testimoni e apostoli della sua pace.

Nel contesto pasquale, mi piace quest’oggi condividere con voi anche la gioia di un anniversario molto significativo: 500 anni or sono, precisamente il 18 aprile 1506, il Papa Giulio II poneva la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro, che il mondo intero ammira nella possente armonia delle sue forme. Desidero ricordare con gratitudine i Sommi Pontefici che hanno voluto quest’opera straordinaria sulla tomba dell’Apostolo Pietro. Ricordo con ammirazione gli artisti che hanno contribuito con il loro genio a edificarla e decorarla, come pure sono grato al personale della Fabbrica di San Pietro che egregiamente provvede alla manutenzione e alla salvaguardia di un così singolare capolavoro d’arte e di fede. Possa la circostanza felice del cinquecentesimo anniversario risvegliare in tutti i cattolici il desiderio di essere "pietre vive" (1 Pt 2,5) per la costruzione della Chiesa santa, nella quale risplende la "luce di Cristo" (cfr Lumen gentium, 1), attraverso la carità vissuta e testimoniata davanti al mondo (cfr Gv 13,34-35).

La Vergine Maria, che le litanie lauretane ci fanno invocare quale "Causa nostrae laetitiae - Causa della nostra gioia", ci ottenga di sperimentare sempre la gioia di essere parte dell’edificio spirituale della Chiesa, "comunità d’amore" nata dal Cuore di Cristo.


Ratzigirl
Wednesday, April 19, 2006 11:34 PM
Udienza generale 19 aprile 2006
Cari fratelli e sorelle!

All’inizio dell’odierna Udienza generale, che si svolge nel clima gioioso della Pasqua, vorrei insieme a voi ringraziare il Signore, che dopo avermi chiamato esattamente un anno fa a servire la Chiesa come Successore dell’apostolo Pietro - grazie per la vostra gioia, grazie per la vostra acclamazione -, non manca di assistermi con il suo indispensabile aiuto. Come passa in fretta il tempo! È già trascorso un anno da quando, in maniera per me assolutamente inaspettata e sorprendente, i Cardinali riuniti in Conclave hanno voluto scegliere la mia persona per succedere al compianto e amato Servo di Dio, il grande Papa, Giovanni Paolo II. Ricordo con emozione il primo impatto che dalla Loggia centrale della Basilica ho avuto, subito dopo la mia povera elezione, con i fedeli raccolti in questa stessa Piazza. Mi resta impresso nella mente e nel cuore quell’incontro al quale ne sono seguiti tanti altri, che mi hanno dato modo di sperimentare quanto sia vero ciò che ebbi a dire nel corso della solenne concelebrazione con la quale ho iniziato solennemente l’esercizio del ministero petrino: "Sento viva la consapevolezza di non dover portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo". E sempre più sento che da solo non potrei portare questo compito, questa missione. Ma sento anche come voi lo portiate con me: così sono in una grande comunione e insieme possiamo portare avanti la missione del Signore. Mi è di insostituibile sostegno la celeste protezione di Dio e dei santi, e mi conforta la vicinanza vostra, cari amici, che non mi fate mancare il dono della vostra indulgenza e del vostro amore. Grazie di vero cuore a tutti coloro che in vario modo mi affiancano da vicino o mi seguono da lontano spiritualmente con il loro affetto e la loro preghiera. A ciascuno chiedo di continuare a sostenermi pregando Iddio perché mi conceda di essere pastore mite e fermo della sua Chiesa.

Narra l’evangelista Giovanni che Gesù proprio dopo la sua resurrezione chiamò Pietro a prendersi cura del suo gregge (cfr Gv 21, 15 .23). Chi avrebbe potuto allora umanamente immaginare lo sviluppo che avrebbe contrassegnato nel corso dei secoli quel piccolo gruppo di discepoli del Signore? Pietro insieme agli apostoli e poi i loro successori, dapprima a Gerusalemme e in seguito sino agli ultimi confini della terra, hanno diffuso con coraggio il messaggio evangelico il cui nucleo fondamentale e imprescindibile è costituito dal Mistero pasquale: la passione, la morte, la risurrezione di Cristo. Questo mistero la Chiesa celebra a Pasqua, prolungandone la gioiosa risonanza nei giorni successivi; canta l’alleluja per il trionfo di Cristo sul male e sulla morte. "La celebrazione della Pasqua secondo una data del calendario – nota il Papa san Leone Magno – ci ricorda la festa eterna che supera ogni tempo umano". "La Pasqua attuale – egli nota ancora – è l’ombra della Pasqua futura. E’ per questo che la celebriamo per passare da una festa annuale a una festa che sarà eterna". La gioia di questi giorni si estende all’intero anno liturgico e si rinnova particolarmente la domenica, giorno dedicato al ricordo della resurrezione del Signore. In essa, che è come la "piccola Pasqua" di ogni settimana, l’assemblea liturgica riunita per la Santa Messa proclama nel Credo che Gesù è risuscitato il terzo giorno, aggiungendo che noi aspettiamo "la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà". Si indica in tal modo che l’evento della morte e risurrezione di Gesù costituisce il centro della nostra fede ed è su quest’annuncio che si fonda e cresce la Chiesa. Ricorda in maniera incisiva sant’Agostino: «Consideriamo, carissimi, la Risurrezione di Cristo: infatti, come la sua Passione ha significato la nostra vita vecchia, così la sua risurrezione è sacramento di vita nuova…Hai creduto, sei stato battezzato: la vecchia vita è morta, uccisa nella croce, sepolta nel Battesimo. E’ stata sepolta la vecchia nella quale hai vissuto: risorga la nuova. Vivi bene: vivi così che tu viva, affinché quando sarai morto, tu non muoia» (Sermo Guelferb. 9, 3).

I racconti evangelici, che riferiscono le apparizioni del Risorto, si concludono abitualmente con l’invito a superare ogni incertezza, a confrontare l’evento con le Scritture, ad annunciare che Gesù, al di là della morte, è l’eterno vivente, fonte di vita nuova per tutti coloro che credono. Così avviene, ad esempio, nel caso di Maria Maddalena (cfr Gv 20,11-18), che scopre il sepolcro aperto e vuoto, e subito teme che il corpo del Signore sia stato portato via. Il Signore allora la chiama per nome, e a quel punto avviene in lei un profondo cambiamento: lo sconforto e il disorientamento si convertono in gioia ed entusiasmo. Con sollecitudine ella si reca dagli Apostoli e annunzia: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18). Ecco: chi incontra Gesù risuscitato viene interiormente trasformato; non si può "vedere" il Risorto senza "credere" in lui. Preghiamolo affinché chiami ognuno di noi per nome e così ci converta, aprendoci alla "visione" della fede. La fede nasce dall’incontro personale con Cristo risorto, e diventa slancio di coraggio e di libertà che fa gridare al mondo: Gesù è risorto e vive per sempre. E’ questa la missione dei discepoli del Signore di ogni epoca e anche di questo nostro tempo: "Se siete risorti con Cristo – esorta san Paolo – cercate le cose di lassù… pensate alle cose di lassù, e non a quelle della terra" (Col 3,1-2). Questo non vuol dire estraniarsi dagli impegni quotidiani, disinteressarsi delle realtà terrene; significa piuttosto ravvivare ogni umana attività come un respiro soprannaturale, significa farsi gioiosi annunciatori e testimoni della risurrezione di Cristo, vivente in eterno (cfr Gv 20,25; Lc 24,33-34).

Cari fratelli e sorelle, nella Pasqua del suo Figlio unigenito Dio rivela pienamente se stesso, la sua forza vittoriosa sulle forze della morte, la forza dell’Amore trinitario. La Vergine Maria, che è stata intimamente associata alla passione, morte e risurrezione del Figlio e ai piedi della Croce è diventata Madre di tutti i credenti, ci aiuti a comprendere questo mistero di amore che cambia i cuori e ci faccia pienamente gustare la gioia pasquale, per poter poi comunicarla a nostra volta agli uomini e alle donne del terzo millennio.
Ratzigirl
Saturday, April 22, 2006 3:19 PM
Il papa a Verona per il convegno nazionale Cei



Il papa interverra' il 19 ottobre al quarto Convegno Ecclesiale Nazionale, che si svolgera' a Verona (dal 16 al 20 ottobre). Benedetto XVI ha cosi' accolto l'invito della Presidenza della Cei. Il pontefice incontrera' i partecipanti alla Fiera di Verona dove rivolgera' la sua parola all'assemblea. Nel pomeriggio si rechera' allo Stadio comunale dove alle 16 presiedera' una messa. Il rientro a Roma e' previsto in serata.

Ratzigirl
Saturday, April 22, 2006 7:20 PM
Discorso per il 2579esimo Natale di Roma


Signor Presidente della Repubblica e distinte Autorità,
Signor Sindaco, Signori e Signore!

Ho accolto volentieri l’invito ad assistere a questo concerto nel nuovo Auditorium e sento il dovere di rivolgere un vivo ringraziamento al Signor Sindaco, che si è fatto promotore dell’iniziativa. Mentre lo saluto cordialmente, gli manifesto pure sincera gratitudine per le deferenti espressioni che mi ha indirizzato a nome di tutti i presenti. Il mio cordiale saluto si rivolge poi al Signor Presidente della Repubblica Italiana, che mi fa l’onore di essere presente, insieme con le altre Autorità che sono qui convenute. Un grazie particolare rivolgo infine al Prof. Bruno Cagli, sovrintendente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, all’orchestra e al coro diretto dal Maestro Vladimir Jurowski ed al soprano Laura Aikin che hanno eseguito celebri brani ed arie di quel genio musicale che fu Wolfang Amedeus Mozart. Molto volentieri ho accettato di presenziare alla manifestazione di questa sera, che diversi motivi concorrono a rendere solenne e al tempo stesso familiare.

Si celebra proprio oggi il Natale di Roma, a ricordo del tradizionale anniversario della fondazione dell’Urbe, ricorrenza storica che, riportandoci col pensiero alle origini della Città, diventa occasione propizia per comprendere meglio la vocazione di Roma ad essere faro di civiltà e di spiritualità per il mondo intero. Grazie all’incontro tra le sue tradizioni e il cristianesimo, Roma ha svolto nel corso dei secoli una peculiare missione, e continua ancor oggi ad essere importante richiamo per tanti visitatori attratti da un così ricco patrimonio artistico, in gran parte legato alla storia cristiana della Città.

Il concerto di questa sera vuole poi ricordare il primo anniversario del mio Pontificato. Da un anno la comunità cattolica di Roma, dopo la morte dell’amato e indimenticato Giovanni Paolo II, è stata affidata dalla Provvidenza divina alle mie cure pastorali. Quanto sia generoso, aperto ed accogliente il popolo romano l’ho potuto io stesso sperimentare già dal primo incontro con i fedeli raccolti in Piazza san Pietro, la sera del 19 aprile dello scorso anno. Altre occasioni mi hanno permesso in seguito di incontrare ancora questo singolare calore umano e spirituale. Come non ricordare, ad esempio, l’abbraccio con tanta gente che ogni domenica si rinnova nel tradizionale appuntamento della preghiera di mezzogiorno? Colgo anche questa opportunità per ringraziare della cordialità da cui mi sento circondato e che ricambio volentieri.

Un grazie sentito vorrei rivolgere questa sera a tutta la comunità cittadina, che ha voluto unire il ricordo del Natale di Roma a quello dell’anniversario della mia elezione a Vescovo di Roma. Grazie per questo gesto che apprezzo vivamente. Grazie inoltre perché è stato scelto un programma musicale tratto dalle opere di Mozart, grande compositore che ha lasciato un segno indelebile nella storia. Quest’anno ricorre il 250° anniversario della sua nascita e per questo varie iniziative sono programmate lungo tutto il 2006 che a giusto titolo viene chiamato anche "anno mozartiano". Le composizioni eseguite dall’orchestra e dal coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sono brani di Mozart assai noti, tra i quali alcuni di notevole afflato religioso. L’"Ave verum", ad esempio, che spesso viene cantato nelle celebrazioni liturgiche, è un mottetto con parole dense di teologia e un accompagnamento musicale che invita alla preghiera. Così la musica, elevando l’anima alla contemplazione, ci aiuta a cogliere anche le sfumature più intime del genio umano, in cui si riflette qualcosa della bellezza senza confronti del Creatore dell’universo.

Ancora grazie a coloro che a vario titolo hanno reso possibile l’odierna manifestazione di alto valore artistico, in particolare agli interpreti e ai musicisti e a quanti lavorano in questo Auditorium. A ciascuno assicuro il mio ricordo nella preghiera, avvalorato da una speciale benedizione che a tutti ora imparto volentieri, estendendola all’intera città di Roma.
emma3
Sunday, April 23, 2006 1:55 PM
Il papa sarà a Verona

di Mattia Bianchi/ 22/04/2006

Benedetto XVI, accogliendo l’invito della Presidenza della CEI, interverrà il giorno 19 ottobre 2006 al 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, appuntamento decennale della Chiesa italiana.




Benedetto XVI, accogliendo l’invito della Presidenza della CEI, interverrà il giorno 19 ottobre 2006 al 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, appuntamento decennale della Chiesa italiana, che si svolgerà a Verona (16-20 ottobre) sul tema “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”. Il programma della visita, comunicato dalla Prefettura della Casa Pontificia, è già definito e prevede l’arrivo del Santo Padre in aereo a Verona nella mattinata. Benedetto XVI incontrerà i partecipanti al Convegno nella sede dei lavori (Fiera di Verona) e, dopo il saluto del Cardinale Camillo Ruini, Presidente della CEI, e la presentazione dei lavori del Convegno, rivolgerà la sua parola all’Assemblea. Nel pomeriggio, il Santo Padre si recherà presso lo Stadio Comunale di Verona, dove, alle 16.00, presiederà la Santa Messa. A questa celebrazione sono invitati i fedeli di Verona e delle altre diocesi del Triveneto. Il rientro a Roma è previsto in serata. Al Convegno parteciperanno circa 2500 persone tra delegati delle diocesi, rappresentanti di istituti di vita consacrata, membri di aggregazioni laicali, invitati della Presidenza della CEI.



Ratzigirl
Sunday, April 23, 2006 2:19 PM
REGINA CÆLI , 23.04.2006
Cari fratelli e sorelle!

Nell’odierna domenica il Vangelo di Giovanni narra che Gesù risorto apparve ai discepoli, chiusi nel Cenacolo, la sera del "primo giorno dopo il sabato" (Gv 20,19), e che si mostrò ad essi nuovamente nello stesso luogo "otto giorni dopo" (Gv 20,26). Fin dall’inizio, dunque, la comunità cristiana cominciò a vivere un ritmo settimanale, scandito dall’incontro con il Signore risorto. È quanto sottolinea anche la Costituzione del Concilio Vaticano II sulla liturgia, affermando: "Secondo la tradizione apostolica, che trae origine dal giorno stesso della Risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o domenica (Sacrosanctum Concilium, 106).

Ricorda ancora l’Evangelista che in entrambe le apparizioni il Signore Gesù mostrò ai discepoli i segni della crocifissione, ben visibili e tangibili anche nel suo corpo glorioso (cfr Gv 20,20.27). Quelle sacre piaghe, nelle mani, nei piedi e nel costato, sono sorgente inesauribile di fede, di speranza e d’amore a cui ognuno può attingere, specialmente le anime più assetate della divina misericordia. In considerazione di ciò, il servo di Dio Giovanni Paolo II, valorizzando l’esperienza spirituale di un’umile Suora, Santa Faustina Kowalska, ha voluto che la Domenica dopo Pasqua fosse dedicata in modo speciale alla Divina Misericordia; e la Provvidenza ha disposto che egli morisse proprio alla vigilia di questo giorno. Il mistero dell’amore misericordioso di Dio è stato al centro del pontificato di questo mio venerato Predecessore. Ricordiamo, in particolare, l’Enciclica Dives in misericordia, del 1980, e la dedicazione del nuovo Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, nel 2002. Le parole che egli pronunciò in quest’ultima occasione sono state come una sintesi del suo magistero, evidenziando che il culto della misericordia divina non è una devozione secondaria, ma dimensione integrante della fede e della preghiera del cristiano.

Maria Santissima, Madre della Chiesa, a cui ora ci rivolgiamo con il Regina Caeli, ottenga per tutti i cristiani di vivere in pienezza la Domenica come "pasqua della settimana", gustando la bellezza dell’incontro con il Signore risorto e attingendo alla fonte del suo amore misericordioso, per essere apostoli della sua pace.


**************************************************************************

Il mio cordiale pensiero va ora ai nostri fratelli delle Chiese d’Oriente che celebrano quest’oggi la Pasqua. Il Signore risorto rechi a tutti i doni della sua luce e della sua pace. Christos anesti! Christos vaskries! E nel clima gioioso di questo giorno non posso non ricordare che molte di queste popolazioni, in Serbia, Romania e Bulgaria, soffrono a causa delle inondazioni dei giorni scorsi. Sono loro vicino con la preghiera ed auspico vivamente che, grazie al contributo di tutti, possano superare rapidamente questi difficili momenti.

Saluto ora i pellegrini italiani. In particolare saluto i numerosi fedeli giunti da diverse città d’Italia in occasione della festa della Divina Misericordia ed accompagnati da Mons. Angelo Comastri, che ha celebrato per loro la Santa Messa nella chiesa di Santo Spirito in Sassia. Saluto poi i pellegrini che vengono dalle parrocchie di Ambriola, Ascensione, Costa Serina, Rigosa con Sambusita, Trafficanti, Caprino Veronese, Rivanazzano, Chiesuola di Calvisano; dalle comunità parrocchiali di Santo Stefano protomartire di Tradate, Sacra Famiglia in Manfredonia, San Francesco d’Assisi in Castellana Grotte di Bari, la Visitazione di Maria Vergine in Bagnolo Mella, San Giuseppe di Sesto San Giovanni, San Martino Vescovo di Conselice, San Pietro in San Pietro in Volta, San Vincenzo in Nole; i giovani della parrocchia Sacro Cuore di Gesù di Villanova sul Clisi, le scuole materne parrocchiali di Rosà, i ragazzi delle parrocchie del decanato di Bollate venuti a Roma per la loro professione di fede sulla tomba di Pietro, i giovani e gli animatori delle parrocchie San Giovanni Battista in Orbassano e San Giuseppe Cafasso di Torino, dell’Oratorio Giovanni Paolo II di Villongo sant’Alessandro e degli Oratori degli Oblati di San Giuseppe, il gruppo parrocchiale San Giustino in Cesano Boscone, il gruppo di preghiera della Divina Misericordia della chiesa San Giovanni Bosco di Altamura; i genitori e gli alunni della scuola cattolica "Sancta Maria ad Nives" – Villa Augusta di Genova Pegli, il gruppo di fedeli con la banda del Comune di Veruno, il coro azzurro di Pieve di Bono, i componenti dell’Unione Sportiva Portatori Handicap di Carpi, i membri del Motoclub "I Briganti" di Montalto Uffugo e i Giovani Volontari Vincenziani, e ricordo che proprio oggi la Società di San Vincenzo de Paoli avvia la Campagna nazionale 2006 "Fatemi studiare, conviene a tutti" con una Giornata di sensibilizzazione sulla prevenzione della povertà dell’analfabetismo.

A tutti auguro una buona domenica!


stupor-mundi
Sunday, April 23, 2006 2:38 PM
Regina coeli di oggi...
Un grazie a tutti i pellegrini italiani oggi presenti numerosissimi e festosissimi in una Piazza San Pietro davvero stracolma!
Ratzigirl
Monday, April 24, 2006 1:00 PM
Altro viaggio Papale....nel 2007
Benedetto XVI in visita in Brasile il 31 maggio 2007


Papa Benedetto XVI si rechera' in visita in Brasile il 31 maggio 2007. La visita avverra' in occasione della chiusura della V Conferenza generale dell'Episcopato latinoamericano (Celam) che si svolgera' nel santuario di Nuestra Senora de Aparecida, la patrona del Brasile, a 129 chilometri da San Paolo. Lo rende noto l'arcivescovo monsignor Raymundo Damasceno Assis. Il papa sara' all'Aparecida per la messa domenicale.

ratzi.lella
Monday, April 24, 2006 5:26 PM
PAPA/ IL PRIMO MAGGIO AL DIVINO AMORE
Rosario con i fedeli, poi visita privata al novo Santuario

Città del Vaticano, 24 apr. (Apcom) - Il primo maggio Benedetto XVI visiterà il Santuario della Madonna del Divino Amore, a Roma, per la recita del rosario. "Il Papa vuole iniziare il mese di maggio - il mese dedicato al rosario e alla Madonna - con una visita al santuario tanto caro ai romani", ha detto monsignor Pasquale Filla, rettore e parroco del santuario. "E' già venuto tante volte come pellegrino quando era cardianle, ora farà ritorno da Papa. Sono molto contento".

La visita al Santuario, tanto caro ai romani, si terrà nel pomeriggio. L'elicottero papale lascerà il Vaticano alle 17 per raggiungere il Divino Amore, dove ad accogliere il Papa ci saranno il cardinale Camillo Ruini, il vescovo ausiliare del settore Sud, monsignor Paolo Schiavon e il rettore del Santuario, monsignor Pasquale Silla. Inizierà poi la recita del Rosario, al termine del quale Benedetto XVI rivolgerà un saluto ai fedeli. Successivamente il pontefice visiterà in forma privata il nuovo Santuario, che fu inaugurato da Giovanni Paolo II alla vigilia dell'anno santo del 2000. Poco prima delle 19, Benedetto XVI riprenderà infine l'elicottero per fare rientro in Vaticano.

Giovanni Paolo II visitò tre volte il Santuario: il primo maggio 1979, quando amministrò il Sacramento della Confermazione a un gruppo di ragazzi della Parrocchia; il 7 giugno 1987 per aprire l'Anno mariano straordinario in vista del Grande Giubileo del 2000 e il 4 luglio 1999, per la consacrazione del Nuovo Santuario.

Anche Benedetto XVI è fortemente legato al Santuario romano: da cardinale vi si recò più volte in forma privata - l'ultima delle quali nel giugno 2004 - per raccogliersi in preghiera davanti alla Vergine. Nella sua prima visita da Papa, Ratzinger troverà ad attenderlo le due famiglie religiose addette alla cura pastorale del Santuario: la Congregazione delle Suore Figlie della Madonnadel Divino Amore e l'Associazione clericale degli Oblati Figli della Madonna del Divino Amore.

La storia del Santuario del Divino Amore è legata ad un miracolo accaduto a un viandante, forse un pellegrino diretto a San Pietro, nell'anno 1740. Smarritosi nella campagna inospitale intorno a Castel di Leva, venne improvvisamente assalito da cani selvatici, quando vide sulla torre di un castello diroccato poco lontano l'immagine della Vergine con il Bambino sovrastata dalla colomba, simbolo dello Spirito Santo, il Divino Amore. Invocato l'aiuto della Vergine, vide con sollievo che i cani si fermavano quasi obbedendo a un ordine misterioso. Da quel momento la fama del miracolo - il primo di una lunga serie - si diffuse rapidamente ed iniziarono i pellegrinaggi diurni e notturni verso la Vergine di Castel di Leva, invocata con un titolo che proclama la maternità di Maria per opera dello Spirito Santo.

L'antico Santuario fu costruito nel 1744, su progetto dell'architetto napoletano Filippo Raguzzini, per accogliere l'immagine miracolosa. Durante l'Anno Santo del 1750, il 31 maggio, il cardinale Carlo Rezzonico - il futuro Clemente XIII - consacrò la Chiesa e il suo altare maggiore al Divino Amore. Nei due secoli successivi il legame tra l'Urbe e il Santuario non fece che aumentare, al punto che nel 1944, durante l'occupazione nazista del secondo conflitto mondiale, i romani si rivolsero ancora una volta a Maria, pregandola di salvare la città da nuovi lutti dopo il bombardamento del 1943, con la distruzione del quartiere San Lorenzo, e la successiva strage delle Fosse Ardeatine. Rispondendo all'invito di Pio XII i fedeli si riunirono alle 18 del 4 giugno nella chiesa di Sant'Ignazio, dove l'immagine della Vergine era stata portata dal Santuario di Castel di Leva, per invocare la liberazione di Roma, facendo voto a Maria di correggere la propria condotta morale, di rinnovare il Santuario e di realizzare un'opera di carità a Castel di Leva. Quasi contemporaneamente i tedeschi si ritirarono dalla città, mentre le truppe alleate vi entravano in modo pacifico: le suppliche dei romani erano state esaudite.

Dovettero passare alcuni decenni prima che si desse inizio, nel 1996, alla costruzione del nuovo Santuario. Gli architetti, il francescano padre Costantino Ruggeri e Luigi Leoni, progettarono una "chiesa-grotta", scavata nella collina, delimitata da una serie di alte vetrate, nelle quali spiccano la scritta di benvenuto - "Ave Maria" - un grande sole, il vento e il fuoco, simboli dello Spirito Santo, con fasce blu e azzurre, a richiamare il mare e il cielo. L'aula, con una capienza di duemila persone, è caratterizzata da due elementi di spicco: l'altare, un blocco di marmo bianco di Carrara, e la cappella dell'adorazione, in cui il fedele prega di fronte alla scultura del Sacramento, un pane dorato.

ciao
Ratzigirl
Tuesday, April 25, 2006 8:30 PM
Re: PAPA/ IL PRIMO MAGGIO AL DIVINO AMORE

Scritto da: ratzi.lella 24/04/2006 17.26
Rosario con i fedeli, poi visita privata al novo Santuario

ciao



Si avvicina quindi un altro grande appuntamento con Papa Ratzi!!! bene!!!
Ratzigirl
Tuesday, April 25, 2006 8:37 PM
Il sacerdozio non è un mezzo per elevare il livello di vita, avverte il Pontefice

Benedetto XVI ha spiegato questo lunedì che il sacerdozio non deve essere mai visto come un modo per migliorare il proprio standard di vita.

Incontrando i Vescovi cattolici del Ghana, che il 23 aprile hanno celebrato il centesimo anniversario dell’arrivo dei missionari nella zona settentrionale di questo Paese africano, il Papa ha riconosciuto che il dono di sé agli altri è “al centro del sacramento dell’ordine sacro”.

Quanti ricevono questo sacramento sono configurati in modo particolare a Cristo Capo della Chiesa. Sono quindi chiamati a donarsi completamente per il bene dei loro fratelli e delle loro sorelle”, ha spiegato.

Ciò può accadere solo quando la volontà di Dio non viene più vista come qualcosa imposto dall’esterno, ma diventa ‘la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso’”, ha detto citando la sua prima Enciclica, “Deus caritas est” (n. 17).

Per questo motivo, “il sacerdozio non deve essere mai visto come un modo per migliorare la propria posizione sociale o il proprio standard di vita”, ha sottolineato.

Se è così, allora il dono sacerdotale di sé e la docilità ai progetti di Dio lasceranno il posto a desideri personali, rendendo il sacerdote inefficace e insoddisfatto”.

Il Papa ha incoraggiato i Vescovi del Ghana “ad assicurare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e a garantire un’adeguata formazione sacerdotale a quanti stanno studiando per il sacro ministero”.

Dobbiamo sforzarci di aiutarli a discernere la volontà di Cristo e a nutrire questo dono di modo che possano diventare ministri efficaci e realizzati di questa gioia”, ha affermato nell’udienza con cui i Vescovi del Ghana hanno concluso la loro visita quinquennale al Successore di Pietro e ai suoi collaboratori di Curia.

[trovo molto interessante che Ratzi abbia voluto rivolgere queste parole a dei vescovi che provengono dalle zone più tormentate dalla povertà.Spesso infatti si notano degli avvicinamenti al sacerdozio per ovviare ad uno standard di vita pessimo...il fatto è che sacerdozio significa dedizione verso il prossimo...e con una situazione precaria addosso questa cura pastorale come diviene possibile?]

Sybella
Wednesday, April 26, 2006 1:42 PM
Viaggio Apostolico in Polonia
VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN POLONIA (25-28 MAGGIO 2006) - PROGRAMMA

I T A L I A

Giovedì 25 maggio 2006
Fiumicino (Roma)

08.40
Partenza in aereo dall’Aeroporto di Fiumicino (Roma) per Warszawa (Polonia).

P O L O N I A

Warszawa

11.00
Arrivo all’Aeroporto Internazionale di Okecie (Warszawa).


CERIMONIA DI BENVENUTO all’Aeroporto Internazionale di Okecie (Warszawa). Discorso del Santo Padre.

11.45
Trasferimento in auto panoramica dall’Aeroporto Internazionale di Okecie (Warszawa) alla Cattedrale di S. Giovanni di Warszawa.

12.30
INCONTRO CON IL CLERO nella Cattedrale di S. Giovanni di Warszawa. Discorso del Santo Padre.

13.30
Trasferimento in auto panoramica dalla Cattedrale di S. Giovanni di Warszawa al Palazzo Arcivescovile di Miodowa.

13.45
Arrivo al Palazzo Arcivescovile di Miodowa.

14.45
Trasferimento in auto dal Palazzo Arcivescovile di Miodowa alla Nunziatura Apostolica di Warszawa.

17.30
Trasferimento in auto dalla Nunziatura Apostolica al Palazzo Presidenziale di Warszawa.

17.45
VISITA DI CORTESIA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA nel Palazzo Presidenziale di Warszawa.

18.45
Trasferimento in auto dal Palazzo Presidenziale alla Chiesa Luterana della SS. Trinità di Warszawa.

19.00
INCONTRO ECUMENICO nella Chiesa Luterana della SS. Trinità di Warszawa. Saluto del Santo Padre.

19.45
Trasferimento in auto dalla Chiesa Luterana della SS. Trinità alla Nunziatura Apostolica di Warszawa.

20.00
Arrivo alla Nunziatura Apostolica di Warszawa.



Venerdì 26 maggio 2006

08.45
Trasferimento in auto panoramica dalla Nunziatura Apostolica alla Piazza Pilsudski di Warszawa.

09.15
Arrivo alla Sagrestia allestita nella Piazza Pilsudski di Warszawa.

09.30
SANTA MESSA nella Piazza Pilsudski di Warszawa. Omelia del Santo Padre.

11.45
Ritorno alla Sagrestia allestita nella Piazza Pilsudski di Warszawa.

12.00
Trasferimento in auto dalla Piazza Pilsudski alla Nunziatura Apostolica di Warszawa.

12.15
Arrivo alla Nunziatura Apostolica di Warszawa.

15.15
Congedo dalla Nunziatura Apostolica di Warszawa.

15.30
Trasferimento in auto dalla Nunziatura Apostolica dall’Aeroporto di Warszawa/Okecie.

15.45
Arrivo all’Aeroporto di Warszawa/Okecie.

16.00
Partenza in elicottero dall’Aeroporto di Warszawa/Okecie per Czestochowa.


Czestochowa

17.15
Arrivo all’Eliporto di Czestochowa.


Trasferimento in auto dall’Eliporto di Czestochowa al Convento di Jasna Góra.

17.30
VISITA AL SANTUARIO DI JASNA GÓRA.


INCONTRO CON RELIGIOSI, RELIGIOSE, SEMINARISTI E RAPPRESENTANTI DEI MOVIMENTI E DELLA VITA CONSACRATA al Santuario di Jasna Góra. Discorso del Santo Padre.

19.00
Trasferimento in auto dal Convento di Jasna Góra all’Eliporto di Czestochowa.

19.15
Partenza in elicottero dall’Eliporto di Czestochowa per Kraków.


Kraków

20.00
Arrivo all’Eliporto di Kraków.


Trasferimento in auto panoramica dall’Eliporto al Palazzo Arcivescovile di Kraków.

20.30
Arrivo al Palazzo Arcivescovile di Kraków.



Sabato 27 maggio 2006

07.30
Santa Messa in privato nella Cappella del Palazzo Arcivescovile di Kraków.

09.30
Partenza in auto dal Palazzo Arcivescovile di Kraków per Wadowice.


Wadowice

10.30
Arrivo a Wadowice.


VISITA ALLA BASILICA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE di Wadowice.


VISITA ALLA CASA NATALE DI PAPA GIOVANNI PAOLO II a Wadowice.


INCONTRO CON LA POPOLAZIONE nella Piazza Rynek di Wadowice. Discorso del Santo Padre.


Kalwaria Zebrzydowska

11.30
Trasferimento in auto dalla Piazza Rynek di Wadowice a Kalwaria Zebrzydowska.

12.00
VISITA AL SANTUARIO DELLA MADONNA DI KALWARIA a Kalwaria Zebrzydowska.


Kraków

12.15
Trasferimento in auto da Kalwaria Zebrzydowska a Kraków.

13.00
Arrivo al Santuario della Divina Misericordia di Kraków/Lagiewniki.


VISITA AL SANTUARIO DELLA DIVINA MISERICORDIA di Kraków/Lagiewniki.

13.30
Trasferimento in auto dal Santuario della Divina Misericordia di Kraków/Lagiewniki al Palazzo Arcivescovile di Kraków.

13.45
Arrivo al Palazzo Arcivescovile di Kraków.

17.45
Trasferimento in auto panoramica dal Palazzo Arcivescovile di Kraków alla Cattedrale di Wawel.

18.00
VISITA ALLA CATTEDRALE DI WAWEL.

18.30
Trasferimento in auto panoramica dalla Cattedrale di Wawel al Parco di Blonie a Kraków.

18.45
Arrivo al Parco di Blonie a Kraków.


INCONTRO CON I GIOVANI nel Parco di Blonie a Kraków.

20.15
Trasferimento in auto dal Parco di Blonie al Palazzo Arcivescovile di Kraków.

20.30
Arrivo al Palazzo Arcivescovile di Kraków.



Domenica 28 maggio 2006

09.00
Trasferimento in auto panoramica dal Palazzo Arcivescovile al Parco di Blonie a Kraków.

09.30
Arrivo alla Sagrestia allestita nel Parco di Blonie a Kraków.

09.45
SANTA MESSA nel Parco di Blonie a Kraków. Omelia del Santo Padre.


RECITA DEL REGINA CÆLI nel Parco di Blonie a Kraków. Parole del Santo Padre.

12.00
Ritorno alla Sagrestia allestita nel Parco di Blonie a Kraków.

12.15
Trasferimento in auto panoramica dal Parco di Blonie al Palazzo Arcivescovile di Kraków.

12.30
Arrivo al Palazzo Arcivescovile di Kraków.

15.45
Congedo dalla Residenza nel Palazzo Arcivescovile di Kraków.

16.00
Partenza in auto dal Palazzo Arcivescovile di Kraków per Auschwitz.

17.00
Arrivo al Campo di concentramento di Auschwitz.


VISITA AL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AUSCHWITZ.


VISITA AL CENTRO DI DIALOGO E PREGHIERA AD AUSCHWITZ.

17.30
PREGHIERA IN MEMORIA DELLE VITTIME AL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI BIRKENAU. Preghiera e discorso del Santo Padre.

18.30
Partenza in auto dal Campo di concentramento di Birkenau per l’Aeroporto di Balice (Kraków).

19.15
Arrivo all’Aeroporto di Balice (Kraków).


CERIMONIA DI CONGEDO nell’Aeroporto di Balice (Kraków). Discorso del Santo Padre.

20.00
Partenza in aereo dall’Aeroporto di Balice (Kraków) per Ciampino (Roma).

I T A L I A


Ciampino (Roma)

21.15
Arrivo all’aeroporto di Ciampino (Roma).

[Modificato da Sybella 10/05/2006 13.42]

Ratzigirl
Wednesday, April 26, 2006 8:02 PM
ìUDIENZA GENERALE 26.04.2006
Cari fratelli e sorelle,

grazie per il vostro affetto! Nella nuova serie di catechesi, iniziata poco tempo fa, cerchiamo di capire il disegno originario della Chiesa voluta dal Signore, per comprendere così meglio anche la nostra collocazione, la nostra vita cristiana, nella grande comunione della Chiesa. Finora abbiamo capito che la comunione ecclesiale è suscitata e sostenuta dallo Spirito Santo, custodita e promossa dal ministero apostolico. E questa comunione, che noi chiamiamo Chiesa, non si estende solo a tutti i credenti di un certo momento storico, ma abbraccia anche tutti i tempi e tutte le generazioni. Quindi abbiamo una duplice universalità: l’universalità sincronica – siamo uniti con i credenti in tutte le parti del mondo – e anche una universalità cosiddetta diacronica, cioè: tutti i tempi appartengono a noi, anche i credenti del passato e i credenti del futuro formano con noi un’unica grande comunione. Lo Spirito appare come il garante della presenza attiva del mistero nella storia, Colui che ne assicura la realizzazione nel corso dei secoli. Grazie al Paraclito l'esperienza del Risorto, fatta dalla comunità apostolica alle origini della Chiesa, potrà sempre essere vissuta dalle generazioni successive, in quanto trasmessa e attualizzata nella fede, nel culto e nella comunione del Popolo di Dio, pellegrino nel tempo. E così noi adesso, nel tempo pasquale, viviamo l’incontro con il Risorto, non solo come una cosa del passato, ma nella comunione presente della fede, della liturgia, della vita della Chiesa. In questa trasmissione dei beni della salvezza, che fa della comunità cristiana l'attualizzazione permanente, nella forza dello Spirito, della comunione originaria, consiste la Tradizione apostolica della Chiesa. Essa è detta così perché è nata dalla testimonianza degli Apostoli e della comunità dei discepoli al tempo delle origini, è stata consegnata sotto la guida dello Spirito Santo negli scritti del Nuovo Testamento e nella vita sacramentale, nella vita della fede, e ad essa – a questa Tradizione, che è tutta la realtà sempre attuale del dono di Gesù - la Chiesa continuamente si riferisce come al suo fondamento e alla sua norma attraverso la successione ininterrotta del ministero apostolico.

Gesù, ancora nella sua vita storica, limitava la sua missione alla casa d'Israele, ma faceva già capire che il dono era destinato non solo al popolo d’Israele, ma a tutto in mondo e a tutti i tempi. Il Risorto affida, poi, esplicitamente agli Apostoli (cfr Lc 6,13) il compito di fare discepole tutte le nazioni, garantendo la sua presenza e il suo aiuto fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,19s). L'universalismo della salvezza richiede, peraltro, che il memoriale della Pasqua sia celebrato senza interruzione nella storia fino al ritorno glorioso del Cristo (cfr 1 Cor 11,26). Chi attualizzerà la presenza salvifica del Signore Gesù mediante il ministero degli apostoli - capi dell'Israele escatologico (cfr Mt 19,28) - e attraverso l'intera vita del popolo della nuova alleanza? La risposta è chiara: lo Spirito Santo. Gli Atti degli Apostoli - in continuità col disegno del Vangelo di Luca - presentano dal vivo la compenetrazione fra lo Spirito, gli inviati di Cristo e la comunità da essi radunata. Grazie all’azione del Paraclito gli Apostoli e i loro successori possono realizzare nel tempo la missione ricevuta dal Risorto: "Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso..." (Lc 24,48s.). "Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (At 1,8). E questa promessa, all’inizio incredibile, si è realizzata già nel tempo degli Apostoli: "Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui" (At 5,32).

E’ dunque lo Spirito stesso che, mediante l'imposizione delle mani e la preghiera degli Apostoli, consacra e invia i nuovi missionari del Vangelo (così, ad esempio, in At 13,3s. e 1 Tm 4,14). E’ interessante osservare che, mentre in alcuni passi si dice che Paolo stabilisce i presbiteri nelle Chiese (cfr At 14,23), altrove si afferma che è lo Spirito a costituire i pastori del gregge (cfr At 20,28). L'azione dello Spirito e quella di Paolo risultano così profondamente compenetrate. Nell'ora delle decisioni solenni per la vita della Chiesa, lo Spirito è presente per guidarla. Questa presenza-guida dello Spirito Santo si sente particolarmente nel Concilio di Gerusalemme, nelle cui parole conclusive risuona l’affermazione: "Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi..." (At 15,28); la Chiesa cresce e cammina "nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo" (At 9,31). Questa permanente attualizzazione della presenza attiva di Gesù Signore nel suo popolo, operata dallo Spirito Santo ed espressa nella Chiesa attraverso il ministero apostolico e la comunione fraterna, è ciò che in senso teologico s'intende col termine Tradizione: essa non è la semplice trasmissione materiale di quanto fu donato all'inizio agli Apostoli, ma la presenza efficace del Signore Gesù, crocefisso e risorto, che accompagna e guida nello Spirito la comunità da lui radunata.

La Tradizione è la comunione dei fedeli intorno ai legittimi Pastori nel corso della storia, una comunione che lo Spirito Santo alimenta assicurando il collegamento fra l'esperienza della fede apostolica, vissuta nell'originaria comunità dei discepoli, e l'esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa. In altre parole, la Tradizione è la continuità organica della Chiesa, Tempio santo di Dio Padre, eretto sul fondamento degli Apostoli e tenuto insieme dalla pietra angolare, Cristo, mediante l’azione vivificante dello Spirito: "Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito" (Ef 2,19-22). Grazie alla Tradizione, garantita dal ministero degli Apostoli e dei loro successori, l’acqua della vita scaturita dal costato di Cristo e il suo sangue salutare raggiungono le donne e gli uomini di tutti i tempi. Così, la Tradizione è la presenza permanente del Salvatore che viene a incontrarci, redimerci e santificarci nello Spirito mediante il ministero della sua Chiesa, a gloria del Padre.

Concludendo e riassumendo, possiamo dunque dire che la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità. Ed essendo così, in questo fiume vivo si realizza sempre di nuovo la parola del Signore, che abbiamo sentito all’inizio dalle labbra del lettore: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo"
vallifra
Wednesday, April 26, 2006 9:40 PM
viaggio in Polonia
carissime
ho visto il programma dettagliato del viaggio in Polonia: sono rimasta esterefatta,ma è massacrante!!!!!!
guardatelo bene, sembra quasi che non preveda neppure le soste per i pranzi!!!
ma vogliono ucciderlo? ma chi è questo caspita di un laico che organizza i viaggi adesso?è l'ultimo residuo dell'esercito del Fuehrer? Mi sa che era meglio mons. Boccardo, tra l'altro niente male come veduta panoramica......
a parte gli scherzi, sono seriamente preoccupata per la massacrata che si prenderà l'Adorato nostro in quei 4 giorni. Io me ne starò appiccicata alla TV per osservare tutto(mi toccherà marcare malattia a scuola, ma per Benedetto questo e assai di più!!!) e, se necessario, farò denuncia alla corte internazionale per i diritti umani dell'Aja!!!
vi sarei estremamente grata se andaste a leggervi il programma e mi diceste il vostro parere.
per Benedetto un amore più grande dell'universo
vallifra
Sybella
Thursday, April 27, 2006 12:59 PM
Udienza di oggi, 27 aprile
UDIENZA AI MEMBRI DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

Ecco il link: www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20060427_pont-comm-biblica_it...

[Modificato da Sybella 07/05/2006 16.26]

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