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euge65
Monday, December 26, 2005 5:57 PM
Nota sull'Enciclica
Carissime, ho letto da poco una nota che porta la data di ieri,
del portavoce vaticano Navarro Vals sulla prima enciclica del nostro Benedetto. S'intitolerà DEUS EST CARITAS porterà la data del giorno di Natale,non sarà rivisionata e verra pubblicata a Gennaio. Non so se di questo eravate già informate, comunque vi posto ugualmente la notizia così come è stata pubblicata su Libero.
Saluti RATZOSI Eugenia
Sihaya.b16247
Wednesday, December 28, 2005 3:43 PM
L’UDIENZA GENERALE , 28.12.2005
L’Udienza Generale di questa mattina si svolge alle ore 10.30 in Piazza San Pietro dove il Santo Padre incontra gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, riprendendo il ciclo di catechesi sui Salmi e i Cantici, il Papa commenta il Salmo 138,13-18.23-24 - O Dio, tu mi scruti e mi conosci - Vespri del Mercoledì della 4a Settimana (Lettura: Sal 138,13-16.23-24).
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, Benedetto XVI rivolge particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si conclude con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica impartita insieme ai Vescovi presenti.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

1. In questa Udienza generale del mercoledì dell’Ottava di Natale, festa liturgica dei Santi Innocenti, riprendiamo la nostra meditazione sul Salmo 138, la cui lettura orante è proposta dalla Liturgia dei Vespri in due tappe distinte. Dopo aver contemplato nella prima parte (cfr vv. 1-12) il Dio onnisciente e onnipotente, Signore dell’essere e della storia, ora questo inno sapienziale di intensa bellezza e passione punta verso la realtà più alta e mirabile dell’intero universo, l’uomo, definito come il «prodigio» di Dio (cfr v. 14). Si tratta, in realtà, di un tema profondamente in sintonia con il clima natalizio che stiamo vivendo in questi giorni, nei quali celebriamo il grande mistero del Figlio di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza.

Dopo aver considerato lo sguardo e la presenza del Creatore che spaziano in tutto l’orizzonte cosmico, nella seconda parte del Salmo che meditiamo oggi, gli occhi amorevoli di Dio si rivolgono all’essere umano, considerato nel suo inizio pieno e completo. Egli è ancora «informe» nell’utero materno: il vocabolo ebraico usato è stato inteso da qualche studioso della Bibbia come rimando all’«embrione», descritto in quel termine come una piccola realtà ovale, arrotolata, ma sulla quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di Dio (cfr v. 16).

2. Il Salmista per definire l’azione divina all’interno del grembo materno ricorre alle classiche immagini bibliche, mentre la cavità generatrice della madre è comparata alle «profondità della terra», ossia alla costante vitalità della grande madre terra (cfr v. 15).

C’è innanzitutto il simbolo del vasaio e dello scultore che «forma», plasma la sua creazione artistica, il suo capolavoro, proprio come si diceva nel libro della Genesi per la creazione dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» (Gn 2,7). C’è, poi, il simbolo «tessile», che evoca la delicatezza della pelle, della carne, dei nervi «intessuti» sullo scheletro osseo. Anche Giobbe rievocava con forza queste e altre immagini per esaltare quel capolavoro che è la persona umana, pur percossa e ferita dalla sofferenza: «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte… Ricordati che come argilla mi hai plasmato… Non mi hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d’ossa e di nervi mi hai intessuto» (Gb 10,8-11).

3. Estremamente potente è, nel nostro Salmo, l’idea che Dio di quell’embrione ancora «informe» veda già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena. Torna così ad emergere la grandezza trascendente della conoscenza divina, che non abbraccia solo il passato e il presente dell’umanità, ma anche l’arco ancora nascosto del futuro.

Noi ora vorremmo affidarci alla riflessione che san Gregorio Magno, nelle sue Omelie su Ezechiele, ha intessuto sulla frase del Salmo da noi prima commentata: «Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro» (v. 16). Su quelle parole il Pontefice e Padre della Chiesa ha costruito un’originale e delicata meditazione riguardante quanti nella Comunità cristiana sono più deboli nel loro cammino spirituale.

Costoro, pur non costituendo la parte più perfetta, dell'edificio spirituale della Chiesa, vi «vengono tuttavia annoverati... in virtù del buon desiderio. È vero, sono imperfetti e piccoli, tuttavia per quanto riescono a comprendere, amano Dio e il prossimo e non trascurano di compiere il bene che possono. Anche se non arrivano ancora ai doni spirituali, tanto da aprire l'anima all'azione perfetta e all'ardente contemplazione, tuttavia non si tirano indietro dall'amore di Dio e del prossimo, nella misura in cui sono in grado di capirlo. Per cui avviene che anch'essi contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all'edificazione della Chiesa, poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo, tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell'amore, nel quale trovano la loro solidità» (2,3,12-13, Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 79.81).

Il messaggio di san Gregorio diventa, allora, un invito alla speranza rivolto a tutti, anche a coloro che procedono con fatica nel cammino della vita spirituale ed ecclesiale.

[01693-01.01] [Testo originale: Italiano]

SINTESI DELLA CATECHESI NELLE DIVERSE LINGUE

? Sintesi della catechesi in lingua francese

? Sintesi della catechesi in lingua inglese

? Sintesi della catechesi in lingua tedesca

? Sintesi della catechesi in lingua spagnola

? Sintesi della catechesi in lingua francese

Chers Frères et Sœurs,

Dans le temps de Noël où nous célébrons le mystère du Fils de Dieu fait homme pour notre salut, la lecture du Psaume 138 nous conduit à méditer la réalité la plus haute et la plus admirable de l’univers, l’homme, «prodige» de Dieu (v. 14). Sur cette merveille de la création, le Seigneur porte un regard d’amour, et il l’entoure de toute sa tendresse dès son origine, dès qu’il est dans le sein maternel; Dieu l’aime, car c’est Lui qui l’a façonné, qui l’a tissé dans le secret. Dieu connaît l’être humain alors même qu’il n’est qu’un tout petit embryon et qu’il n’est pas visible aux yeux des autres hommes, et, en raison de la grandeur transcendante de sa connaissance, il envisage déjà son avenir, car tous ses jours sont inscrits dans le livre de vie. Saint Grégoire le Grand assimile à ce petit être toutes les personnes qui sont faibles dans leur démarche spirituelle, invitant chacune à l’espérance, car le Seigneur accompagne tous les hommes avec amour.

Je salue cordialement les pèlerins francophones, notamment les membres du Conseil général élargi de la Congrégation de Jésus et Marie, et le groupe de la paroisse Saint-Victor de Meylan. À tous, je souhaite une heureuse et sainte année 2006, avec la Bénédiction apostolique

[01694-03.01] [Texte original: Français]

? Sintesi della catechesi in lingua inglese

Dear Brothers and Sisters,

As we celebrate the Octave of Christmas and the Feast of the Holy Innocents, we again focus our attention on Psalm 138. This hymn of praise proposes a theme that deeply resonates with the spirit of Christmas, when we commemorate the great mystery of the Son of God made man for our salvation. The second part of this psalm offers a meditation on God’s all-encompassing loving gaze upon human beings. In order to describe the divine action within a mother’s womb, the psalmist refers to classic biblical images. In particular, we see the Creator represented as a potter and sculptor who fashions his masterpiece from the "dust of the ground". Extremely powerful is the idea that from the moment of our conception God already sees the future: in the Lord’s book of life the experiences of our earthly existence are already written. In conclusion, let us together contemplate the message of my predecessor Saint Gregory the Great who offered hope and encouragement even to those who struggle on the spiritual and ecclesial journey: "those who have not yet obtained the spiritual gifts that would open their hearts to contemplation … need not hesitate to aspire to the love of God and neighbour".

I am pleased to welcome the English-speaking pilgrims present at this Audience, especially those from Japan and the United States of America. Upon all of you I invoke the blessings of this Christmas Season.

[01695-02.01] [Original text: English]

? Sintesi della catechesi in lingua tedesca

Liebe Brüder und Schwestern!

Die Katechese am heutigen Fest der Unschuldigen Kinder befaßt sich mit dem zweiten Teil von Psalm 139. Der Psalmist stellt uns darin die allmächtige und liebevolle Zuwendung Gottes vor Augen, die einen jeden Menschen vom Mutterschoß an begleitet. Gott kennt unsere Vergangenheit und hat einen Plan für unser Leben, den er uns Schritt für Schritt zu erkennen gibt. Darum können wir allezeit vertrauensvoll mit dem Psalm beten: „Sieh her, ob ich auf dem Weg bin, der dich kränkt, und leite mich auf dem altbewährten Weg!" (V. 24). Diesen „altbewährten Weg" beschreibt Gregor der Große in einer Predigt: Gott und den Nächsten lieben und das Gute nicht unterlassen, das wir zu tun vermögen.

In weihnachtlicher Freude begrüße ich euch, liebe Pilger und Besucher aus den Ländern deutscher Sprache. In der Menschwerdung Christi, die wir in diesen Tagen feiern, offenbart sich die Zuwendung Gottes zu uns Menschen in ihrer Fülle. Vor dem göttlichen Kind in der Krippe sollen auch wir unser Herz öffnen. Wir wollen es bitten, uns auf den Weg der Liebe und der Hingabe an den Nächsten zu führen. Unser Heiland, der in Bethlehem geboren ist, begleite euch mit seinem Segen.

[01696-05.01] [Originalsprache: Deutsch]

? Sintesi della catechesi in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas:

En sintonía con el clima navideño de estos días y la fiesta de hoy, los Santos Inocentes, el Salmo que se ha proclamado se refiere a la obra maestra de la Creación, el ser humano. Dios le presta una particular atención ya desde su primer momento de vida, cuando le "tejía en el seno materno", como dice el salmista. Ya entonces, Dios se fija en él con amor para completar su designio en esta obra prodigiosa que es el hombre. De cada uno conoce todo, su pasado y su futuro, sin descuidar nada ni a nadie. Por eso, como decía san Gregorio Magno, por pequeños e informes que sean, no se apartan del amor a Dios y al prójimo según sus posibilidades, contribuyendo a su modo a la edificación de la Iglesia. Este es, pues, un mensaje de esperanza, que se dirige también a los que aún son débiles en la vida espiritual.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que participan en esta audiencia. En estos días natalicios, invito a todos a contemplar en el Niño Jesús la grandeza del amor de Dios por todos nosotros.

Muchas gracias y, de nuevo, Feliz Navidad.

[01697-04.01] [Texto original: Español]

SALUTI PARTICOLARI NELLE DIVERSE LINGUE

? Saluto in lingua polacca

? Saluto in lingua italiana

? Saluto in lingua polacca

Pozdrawiam obecnych tu Polaków. W atmosferze swiat Bozego Narodzenia i bliskiego juz Nowego Roku zycze wszystkim wielu lask, a zwlaszcza daru pokoju i radosci. Nich wam Bóg blogoslawi!

[Saluto i polacchi qui presenti. Nell’atmosfera del Natale e dell’ormai vicino Anno Nuovo auguro a tutti tante grazie, soprattutto il dono della pace e della gioia. Dio vi benedica!]

[01698-09.01] [Testo originale: Polacco]

? Saluto in lingua italiana

Rivolgo un cordiale augurio natalizio ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto la Comunità dei Legionari di Cristo; i fedeli della parrocchia Santissimo Nome di Maria, in Caserta; i Volontari di Don Bosco e i rappresentanti del Comando provinciale Guardia di Finanza, di Livorno. Saluto, inoltre i giovani, i malati e gli sposi novelli.

La luce di Cristo, che nella Notte di Natale ha brillato sull’umanità, splenda su ciascuno di voi, cari amici, e vi guidi nell’impegno di una coraggiosa testimonianza cristiana.

Mi unisco, infine, al ricordo che in questi giorni accomuna le care popolazioni colpite un anno fa dallo tsunami, che ha causato innumerevoli vittime umane e ingenti danni ambientali. Preghiamo il Signore per loro e per quanti, anche in altre regioni del mondo, hanno subíto calamità naturali, e attendono ancora la nostra concreta e fattiva solidarietà.
Ratzigirl
Friday, December 30, 2005 7:34 PM
Ricordi....
Ehehehehe Sonia....ricordo bene queste parole dell'udienza....chissà perchè....
Ratzigirl
Friday, December 30, 2005 7:35 PM
VISITA DEL SANTO PADRE AL DISPENSARIO PONTIFICIO "SANTA MARTA"


Alle ore 11 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in visita al Dispensario Pontificio "Santa Marta". Accolto dalle Figlie della Carità e dai Medici dell’Ambulatorio, il Papa visita le varie stanze del Dispensario dove Medici e Volontari assistono i bambini. Quindi, nella Sala delle proiezioni del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il Santo Padre incontra le Religiose, i Medici, i Volontari e i bambini assistiti. Qui, introdotto dall’indirizzo di omaggio di un medico, il Papa rivolge ai presenti il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari amici!

Con grande affetto saluto tutti voi, che operate in questo Dispensario, che porta il nome di Santa Marta, sorella di Maria e di Lazzaro e modello di grande disponibilità nei confronti del divino Maestro. Vi ringrazio per la vostra accoglienza così familiare, come pure per le cortesi espressioni che, a nome di tutti, mi ha rivolto un vostro rappresentante. Saluto Suor Chiara e le altre Suore, i medici, i volontari e ciascuna delle famiglie che qui trovano un aiuto prezioso. Il servizio, che voi svolgete, si ispira all’esempio di Santa Marta, la quale si prendeva cura di Gesù, che essendo uomo aveva necessità umane: aveva fame e sete, era stanco del viaggio, aveva bisogno di un momento di riposo, di stare un po’ ritirato dalle folle e dalla città di Gerusalemme. Come lei, anche voi vi sforzate di servire Gesù nelle persone che incontrate.

Questa mia visita assume un significato singolare, perché si svolge nel periodo natalizio: in questi giorni il nostro sguardo si posa sul Bambino Gesù. Proprio Lui, venendo qui, ritrovo nei bambini da voi amorevolmente curati. Essi sono oggetto della vostra attenzione, così come il Messia appena nato è al centro delle cure di Maria e Giuseppe nel presepe. In ciascuno di loro, come nella grotta di Betlemme, Gesù bussa alla porta del nostro cuore, domanda di fargli spazio nella nostra vita. Dio è così: non si impone, non entra mai con la forza ma, come un bambino, chiede di essere accolto. In un certo senso, anche Dio si presenta bisognoso di attenzione; attende che gli apriamo il cuore e che ci prendiamo cura di Lui. Ed ogni volta che ci volgiamo con amore verso "uno solo di questi miei fratelli più piccoli", come ha detto il Signore, è a Lui che rendiamo servizio (cfr Mt 25,40).

Celebriamo quest’oggi la festa della Santa Famiglia di Nazaret. Trovandomi in mezzo a voi e vedendo il vostro impegno per i bambini e i genitori, desidero sottolineare la fondamentale vocazione della famiglia ad essere il primo e principale luogo di accoglienza della vita. La concezione moderna della famiglia, anche per reazione al passato, riserva grande importanza all’amore coniugale, sottolineandone gli aspetti soggettivi di libertà nella scelta e nei sentimenti. Si fa invece più fatica a percepire e comprendere il valore della chiamata a collaborare con Dio nel procreare la vita umana. Inoltre, le società contemporanee, pur dotate di tanti mezzi, non riescono sempre a facilitare la missione dei genitori, sia sul piano delle motivazioni spirituali e morali che su quello delle condizioni pratiche di vita. C’è un grande bisogno, tanto sotto il profilo culturale quanto sotto quello politico e legislativo, di sostenere la famiglia, ed iniziative come quella del vostro dispensario risultano al riguardo quanto mai utili. Si tratta di realtà piccole ma importanti e, grazie a Dio, la Chiesa ne è ricca e non cessa di metterle al servizio di tutti.

Cari fratelli e sorelle, prima di lasciarvi vi invito a pregare con me per tutte le famiglie di Roma e del mondo, specialmente per quelle che versano in condizioni difficili, soprattutto perché costrette a vivere lontano dalla loro terra d’origine. Preghiamo per quei genitori che non riescono ad assicurare ai figli il necessario per la salute, per l’istruzione, per un’esistenza dignitosa e serena. Per tutti invochiamo insieme la materna protezione di Maria: Ave Maria…

Ed ora imparto di cuore la Benedizione Apostolica a voi e ai vostri cari, augurando a tutti un nuovo anno colmo di pace e di ogni bene.
ratzi.lella
Saturday, December 31, 2005 1:01 PM
I PROSSIMI IMPEGNI DI PAPA RATZI
PAPA/ IL 26/3 VISITA PARROCCHIA ROMANA, IL 3/4 MESSA PER WOJTYLA
Via crucis al Colosseo il 15 aprile, il 16 aprile 'Urbi et Orbi'

Città del Vaticano, 31 dic. (Apcom) - Fitta l'agenda di Papa Benedetto XVI per i prossimi mesi. A partire da domani mattina, quando alle 10, Papa Ratzinger presiederà la sua prima messa di Capodanno da pontefice nella basilica vaticana. Per l'occasione si prevede il 'tutto esaurito': già 9mila, infatti, i biglietti distribuiti dalla Prefettura della Casa Pontificia. Il 6 gennaio, alle 9.30, Benedetto XVI presiederà la messa nella cappella papale di san Pietro per la solennità dell'Epifania, mentre l'8 gennaio battezzerà alcuni bambini nella Cappella Sistina (come era solito fare Giovanni Paolo II).

Ricco di impegni anche il mese di marzo. Si comincia con la processione dalla Chiesa di Sant'Anselmo, il primo mercoledì delle Ceneri, per la benedizione e imposizione delle Ceneri. Dal 5 all'11 marzo, invece, settimana dedicata agli esercizi spirituali, presso la Cappella 'Redemptoris Mater', mentre il 26 marzo Papa Ratzinger, continuando una tradizione di Giovanni Paolo II, visiterà la seconda parrocchia romana: quella di Dio Padre Misericordioso. La prima era avvenuta il 18 dicembre presso la Parrocchia di Santa Maria Consolatrice, la parrocchia di cui Ratzinger fu per anni cardinale titolare.

Il 3 aprile Benedetto XVI presiederà una messa in suffragio di Papa Wojtyla, nel suo primo anniversario della morte. Il 9 aprile, invece, processione e messa per la Domenica delle Palme, alle 9.30 in san Pietro. In quell'occasione si celebra anche la Giornata Mondiale della Gioventù, a livello diocesano. L'11 aprile, invece, Benedetto XVI presiederà il rito per la riconciliazione dei più penitenti con la confessione e l'assoluzione individuale. Il 13 aprile, invece, inizierà il triduo pasquale, con la messa, poi la Via Crucis al Colosseo (anche questo uno degli appuntamenti cari a Giovanni Paolo II), la veglia pasquale nella notte del 15 aprile e la messa di Pasqua, il 16 aprile, in cui ricorre anche il compleanno di Joseph Ratzinger, che compie 79 anni. La messa si conclude con la Benedizione 'Urbi et Orbi' dalla Loggia delle benedizioni, alle 12.

WAO!!!! quest'anno doppia festa il 16 aprile: pasqua e compleanno del nostro papino!!!



PAPA/TRE TRASFERTE PRIMA DI PASQUA,19 MARZO MESSA COI LAVORATORI
Una novità: l'11 aprile tiene rito della penitenza per Pasqua

Città del Vaticano, 31 dic. (Apcom) - Saranno tre le trasferte di Papa Ratzinger prima di Pasqua, il 19 aprile, che quest'anno coincide con il giorno del suo compleanno. Nei prossimi mesi, nel calendario di Benedetto XVI ci sono tre uscite fuori dal Vaticano: il 25 gennaio si recherà alla Basilica di san Paolo fuori le Mura per la festa della Conversione di san Paolo. Il Papa celebrerà i vespri alle 17.30.

La seconda trasferta si svolgerà il primo mercoledì di marzo, per la benedizione e imposizione delle Ceneri. Benedetto XVI si recherà dunque alla Basilica di s. Sabina, dove alle 17, presiederà la messa. Infine, una terza 'gita' fuori dal Vaticano per il pontefice si terrà il 26 marzo, per la visita alla parrocchia romana di Dio Padre Misericordioso. La seconda parrocchia della Capitale che Benedetto XVI visiterà è stata costruita il 26 ottobre del 2003 dall'architetto americano Richard Meier. Si trova nel quartiere Tor tre Teste ed è una di quelle poche parrocchie che Papa Wojtyla non riuscì a visitare. La parrocchia di Dio Padre Misericordioso è caratterizzata da tre grandi vele di calcestruzzo bianco che si gonfiano come sospinte da un vento da Est.

Il 19 marzo, invece, giorno del suo onomastico, il Papa tedesco ha deciso di incontrare i lavoratori, nella festa che la Chiesa dedica proprio a san Giuseppe lavoratore. Il pontefice celebrerà dunque una messa in loro onore. Tra le altre novità introdotte da Benedetto XVI nei prossimi mesi, c'è quella della celebrazione della Penitenza l'11 aprile, il martedì santo prima della Pasqua. Nella basilica vaticana, il Papa presiederà il rito per la riconciliazione con l'assoluzione individuale a tutti i fedeli che prenderanno parte al rito.


Ratzigirl
Saturday, December 31, 2005 5:42 PM
VATICANO: PAPA RATZINGER COME WOJTYLA INCONTRERA' I LAVORATORI

Papa Ratzinger come il suo predecessore incontrera' i lavoratori. Accadra' il 19 marzo, festa di San Giuseppe Lavoratore,quando il papa tedesco, mantenendo una consuetudine cara a Karol Wojtyla,incontrera' il mondo del lavoro celebrando una Santa Messa. Il Pontefice la celebrera' nella Basilica Vaticana come aveva fatto il papa polacco negli ultimi tempi quando la salute non gli consentiva piu' di viaggiare. Nel pieno del suo vigore, invece, papa Wojtyla incontrava i lavoratori direttamente nelle fabbriche. Come accadde, ad esempio, il 19 marzo del 1981 quando si reco' alle acciaierie di Terni, assistendo personalmente alle fasi della produzione.

Ratzigirl
Sunday, January 01, 2006 12:29 PM
CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO FINE ANNO


OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI


Cari fratelli e sorelle!

Al termine di un anno, che per la Chiesa e per il mondo è stato quanto mai ricco di eventi, memori del comando dell’Apostolo: "camminate… saldi nella fede... abbondando nell'azione di grazie" (Col 2,6-7), ci ritroviamo questa sera insieme per elevare un inno di ringraziamento a Dio, Signore del tempo e della storia. Il mio pensiero va, con profondo e spirituale sentimento, a dodici mesi fa, quando, come questa sera, l’amato Papa Giovanni Paolo II, per l’ultima volta, si è fatto voce del Popolo di Dio per rendere grazie al Signore dei numerosi benefici accordati alla Chiesa e all’umanità. Nella medesima suggestiva cornice della Basilica Vaticana tocca ora a me raccogliere idealmente da ogni angolo della terra il cantico di lode e di ringraziamento che si eleva a Dio, al compiersi del 2005 e alla vigilia del 2006. Sì, è un nostro dovere, oltre che un bisogno del cuore, lodare e ringraziare Colui che, eterno, ci accompagna nel tempo senza mai abbandonarci e sempre veglia sull’umanità con la fedeltà del suo amore misericordioso.

Potremmo ben dire che la Chiesa vive per lodare e ringraziare Dio. E’ essa stessa "azione di grazie", lungo i secoli, testimone fedele di un amore che non muore, di un amore che abbraccia gli uomini di ogni razza e cultura, disseminando in modo fecondo principi di vera vita. Come ricorda il Concilio Vaticano II, "la Chiesa prega e insieme lavora, affinché la totalità del mondo sia trasformata in Popolo di Dio, Corpo del Signore e tempio dello Spirito Santo, e in Cristo capo di tutti sia reso ogni onore e gloria al Creatore e Padre dell’universo" (Lumen gentium, 17). Sostenuta dallo Spirito Santo, essa "prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio" (Sant’Agostino, De Civitate Dei, XVIII, 51,2), traendo forza dall’aiuto del Signore. In questo modo, con pazienza e con amore, supera "le afflizioni e difficoltà tanto interne che esterne", e svela "fedelmente al mondo, anche se sotto l’ombra dei segni, il mistero del Signore, fino al giorno in cui finalmente risplenderà nella pienezza della luce" (Lumen gentium, 8). La Chiesa vive di Cristo e con Cristo. Egli le offre il suo amore sponsale guidandola lungo i secoli; ed essa, con l’abbondanza dei suoi doni, accompagna il cammino dell’uomo, affinché coloro che accolgono Cristo abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Questa sera mi faccio voce anzitutto della Chiesa di Roma, per innalzare verso il Cielo il comune cantico di lode e di azione di grazie. Essa, la nostra Chiesa di Roma, nei trascorsi dodici mesi è stata visitata da molte altre Chiese e Comunità ecclesiali, per approfondire il dialogo della verità nella carità, che unisce tutti i battezzati, e sperimentare insieme più vivo il desiderio della piena comunione. Ma anche molti credenti di altre religioni hanno voluto testimoniare la propria stima cordiale e fraterna a questa Chiesa e al suo Vescovo, coscienti che nell'incontro sereno e rispettoso si cela l'anima di un'azione concorde a favore dell'umanità intera. E che dire delle tante persone di buona volontà, che hanno rivolto il proprio sguardo a questa Sede per intessere un dialogo proficuo sui grandi valori concernenti la verità dell'uomo e della vita, da difendere e promuovere? La Chiesa vuol essere accogliente sempre, nella verità e nella carità.

Per quanto riguarda il cammino della Diocesi di Roma, mi piace soffermarmi brevemente sul programma pastorale diocesano, che quest’anno ha fissato la sua attenzione sulla famiglia, scegliendo come tema: "Famiglia e comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede". La famiglia è sempre stata al centro dell’attenzione dei miei venerati Predecessori, in particolare di Giovanni Paolo II, che ad essa ha dedicato molteplici interventi. Egli era persuaso, ed in più occasioni lo ha ribadito, che la crisi della famiglia costituisce un grave pregiudizio per la stessa nostra civiltà. Proprio per sottolineare l’importanza nella vita della Chiesa e della società della famiglia fondata sul matrimonio, anch’io ho voluto offrire il mio contributo intervenendo, la sera del 6 giugno scorso, al Convegno diocesano in San Giovanni in Laterano. Mi rallegro perché il programma della Diocesi sta procedendo positivamente con una capillare azione apostolica, che viene svolta nelle parrocchie, nelle prefetture e nelle varie aggregazioni ecclesiali. Conceda il Signore che il comune sforzo conduca a un autentico rinnovamento delle famiglie cristiane. Colgo qui l’occasione per salutare i rappresentanti della Comunità religiosa e civile di Roma presenti a questa celebrazione di fine anno. Saluto in primo luogo il Cardinale Vicario, i Vescovi Ausiliari, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli laici convenuti da varie parrocchie; saluto inoltre il Sindaco della Città e le altre Autorità. Estendo il mio pensiero all’intera comunità romana, della quale il Signore mi ha chiamato ad essere Pastore, e rinnovo a tutti l’espressione della mia vicinanza spirituale.

Illuminati dalla Parola di Dio, abbiamo cantato insieme con fede il "Te Deum". Tanti sono i motivi che rendono la nostra azione di grazie intensa, facendone una corale preghiera. Mentre consideriamo i molteplici eventi che hanno segnato il corso dei mesi in quest’anno che si avvia alla sua conclusione, voglio ricordare in modo speciale coloro che sono in difficoltà: le persone più povere e abbandonate, quanti hanno perso la speranza in un fondato senso della propria esistenza, o sono involontarie vittime di interessi egoistici, senza che a loro sia chiesta adesione o opinione. Facendo nostre le loro sofferenze, li affidiamo tutti a Dio, che sa volgere ogni cosa al bene; a Lui consegniamo la nostra aspirazione a che ogni persona veda accolta la propria dignità di figlio suo. Al Signore della vita chiediamo di lenire con la sua grazia le pene provocate dal male, e di continuare a dare vigore alla nostra esistenza terrena, donandoci il Pane e il Vino della salvezza, per sostentare il nostro cammino verso la patria del Cielo.

Mentre ci congediamo dall’anno che si conclude e ci avviamo verso il nuovo, la liturgia di questi primi Vespri ci introduce nella festa di Maria, Madre di Dio, Theotókos. A otto giorni dalla nascita di Gesù, celebriamo Colei che "quando venne la pienezza del tempo" (Gal 4,4) fu prescelta da Dio per essere la Madre del Salvatore. Madre è colei che dà la vita, ma che anche aiuta ed insegna a vivere. Maria è Madre, Madre di Gesù al quale ha dato il suo sangue, il suo corpo. Ed è Lei a presentarci il Verbo eterno del Padre, venuto ad abitare in mezzo a noi. Chiediamo a Maria di intercedere per noi. Ci accompagni la sua materna protezione oggi e sempre, perché Cristo ci accolga un giorno nella sua gloria, nell’assemblea dei Santi: Aeterna fac cum sanctis tuis in gloria numerari. Amen!

Ratzigirl
Sunday, January 01, 2006 12:30 PM
SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO E NELLA XXXIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
Domenica, 1° gennaio 2006


Cari fratelli e sorelle!

Nell’odierna liturgia il nostro sguardo continua ad essere rivolto al grande mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, mentre, con particolare risalto, contempliamo la maternità della Vergine Maria. Nel brano paolino che abbiamo ascoltato (cfr Gal 4,4), l’apostolo accenna in maniera molto discreta a colei per mezzo della quale il Figlio di Dio entra nel mondo: Maria di Nazaret, la Madre di Dio, la Theotòkos. All’inizio di un nuovo anno, siamo come invitati a metterci alla sua scuola, a scuola della fedele discepola del Signore, per imparare da Lei ad accogliere nella fede e nella preghiera la salvezza che Dio vuole effondere su quanti confidano nel suo amore misericordioso.

La salvezza è dono di Dio; nella prima lettura essa ci è stata presentata come benedizione: "Ti benedica il Signore e ti protegga…rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace" (Nm 6,24.26). Si tratta qui della benedizione che i sacerdoti usavano invocare sul popolo al termine delle grandi feste liturgiche, particolarmente nella festa dell’anno nuovo. Siamo in presenza di un testo assai pregnante, scandito dal nome del Signore che viene ripetuto all’inizio di ogni versetto. Un testo che non si limita ad una semplice enunciazione di principio, ma tende a realizzare ciò che afferma. Come è noto, infatti, nel pensiero semitico, la benedizione del Signore produce, per forza propria, benessere e salvezza, così come la maledizione procura disgrazia e rovina. L’efficacia della benedizione si concretizza poi, più specificamente, da parte di Dio nel proteggerci (v. 24), nell’esserci propizio (v. 25) e nel donarci la pace, cioè, in altri termini, nell’offrirci l’abbondanza della felicità.

Facendoci riascoltare questa antica benedizione, all’inizio di un nuovo anno solare, la liturgia è come se volesse incoraggiarci ad invocare a nostra volta la benedizione del Signore sul nuovo anno che muove i primi passi, perché sia per tutti noi un anno di prosperità e di pace. Ed è proprio questo augurio che vorrei rivolgere agli illustri Ambasciatori del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, i quali prendono parte all’odierna celebrazione liturgica. Saluto il Cardinale Angelo Sodano, mio Segretario di Stato. Insieme con lui, saluto il Cardinale Renato Raffaele Martino e tutti i componenti del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Ad essi sono particolarmente riconoscente per l’impegno profuso nel diffondere l’annuale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, diretto ai cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Un saluto cordiale anche ai numerosi pueri cantores, che con il loro canto rendono ancor più solenne questa Santa Messa con la quale invochiamo da Dio il dono della pace per il mondo intero.

Scegliendo per il Messaggio dell’odierna Giornata Mondiale della Pace il tema: "Nella verità, la pace", ho voluto esprimere la convinzione che "dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace" (n. 3). Come non vedere di ciò un’efficace ed appropriata realizzazione nel brano evangelico appena proclamato, dove abbiamo contemplato la scena dei pastori in cammino verso Betlemme per adorare il Bambino? (cfr Lc 2,16). Non sono forse quei pastori che l’evangelista Luca ci descrive nella loro povertà e nella loro semplicità obbedienti al comando dell’angelo e docili alla volontà di Dio, l’immagine più facilmente accessibile a ciascuno di noi, dell’uomo che si lascia illuminare dalla verità, divenendo così capace di costruire un mondo di pace?

La pace! Questa grande aspirazione del cuore d’ogni uomo e d’ogni donna si edifica giorno dopo giorno con l’apporto di tutti, facendo anche tesoro della mirabile eredità consegnataci dal Concilio Vaticano II con la Costituzione pastorale Gaudium et spes, dove si afferma, tra l’altro, che l’umanità non riuscirà a "costruire un mondo veramente più umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno tutti con animo rinnovato alla verità della pace" (n. 77). Il momento storico nel quale veniva promulgata la Costituzione Gaudium et spes, il 7 dicembre del 1965, non era molto diverso dal nostro; allora, come, purtroppo, anche ai nostri giorni, tensioni di vario genere si profilavano sull’orizzonte mondiale. Di fronte al permanere di situazioni di ingiustizia e di violenza che continuano ad opprimere diverse zone della terra, davanti a quelle che si presentano come le nuove e più insidiose minacce alla pace - il terrorismo, il nichilismo ed il fondamentalismo fanatico - diventa più che mai necessario operare insieme per la pace!

E’ necessario un "sussulto" di coraggio e di fiducia in Dio e nell’uomo per scegliere di percorrere il cammino della pace. E questo da parte di tutti: singoli individui e popoli, Organizzazioni internazionali e potenze mondiali. In particolare, nel Messaggio per l’odierna ricorrenza, ho voluto richiamare l’Organizzazione delle Nazioni Unite a prendere rinnovata coscienza delle sue responsabilità nella promozione dei valori della giustizia, della solidarietà e della pace, in un mondo sempre più segnato dal vasto fenomeno della globalizzazione. Se la pace è aspirazione di ogni persona di buona volontà, per i discepoli di Cristo essa è mandato permanente che impegna tutti; è missione esigente che li spinge ad annunciare e testimoniare "il Vangelo della Pace", proclamando che il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace. Possa questa consapevolezza crescere sempre più, sì che ogni comunità cristiana diventi "fermento" di un’umanità rinnovata nell’amore.

"Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). Il primo giorno dell’anno è posto sotto il segno di una donna, Maria. L’evangelista Luca la descrive come la Vergine silenziosa, in costante ascolto della parola eterna, che vive nella Parola di Dio. Maria serba nel suo cuore le parole che vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico, impara a comprenderle. Alla sua scuola vogliamo apprendere anche noi a diventare attenti e docili discepoli del Signore. Con il suo aiuto materno, desideriamo impegnarci a lavorare alacremente nel "cantiere" della pace, alla sequela di Cristo, Principe della Pace. Seguendo l’esempio della Vergine Santa, vogliamo lasciarci guidare sempre e solo da Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre!
Ratzigirl
Sunday, January 01, 2006 12:33 PM
ANGELUS 1 GENNAIO 2006


Cari fratelli e sorelle!

In questo primo giorno dell’anno la Chiesa fissa lo sguardo sulla celeste Madre di Dio, che stringe tra le braccia il Bambino Gesù, fonte di ogni benedizione. "Salve, Madre santa - canta la liturgia -: tu hai dato alla luce il Re che governa il cielo e la terra per i secoli in eterno". Nel cuore materno di Maria risuonò, colmandolo di stupore, l’annuncio degli angeli a Betlemme: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" (Lc 2,14). Ed il Vangelo aggiunge che Maria "serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). Come Lei, anche la Chiesa custodisce e medita la Parola di Dio, mettendola a confronto con le diverse e mutevoli situazioni che incontra lungo il suo cammino.

Guardando Cristo, venuto sulla terra per donarci la sua pace, noi celebriamo a Capodanno la "Giornata Mondiale della Pace", che ebbe inizio per volere del Papa Paolo VI trentotto anni or sono. Nel mio primo Messaggio per questa occasione, ho voluto quest’anno riprendere un tema ricorrente nel magistero dei miei venerati Predecessori, a partire dalla memorabile Enciclica del beato Papa Giovanni XXIII Pacem in terris: il tema della verità come fondamento di un’autentica pace. "Nella verità, la pace": è questo il motto che propongo alla riflessione d’ogni persona di buona volontà. Quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, diventa interiormente coraggioso artefice di pace. Dal tempo liturgico che stiamo vivendo viene a noi una grande lezione: per accogliere il dono della pace, dobbiamo aprirci alla verità che si è rivelata nella persona di Gesù, il quale ci ha insegnato il "contenuto" e insieme il "metodo" della pace, cioè l’amore. Dio, infatti, che è l’Amore perfetto e sussistente, si è rivelato in Gesù sposando la nostra condizione umana. In questo modo ci ha anche indicato la via della pace: il dialogo, il perdono, la solidarietà. Ecco l’unica strada che conduce alla vera pace.

Volgiamo lo sguardo a Maria Santissima, che oggi benedice il mondo intero mostrando il suo Figlio divino, il "principe della pace" (Is 9,5). Con fiducia invochiamone la potente intercessione, affinché la famiglia umana, aprendosi al messaggio evangelico, possa trascorrere l’anno che oggi inizia nella fraternità e nella pace. Con questi sentimenti rivolgo a tutti voi, qui presenti in Piazza San Pietro, e a quanti sono collegati mediante la radio e la televisione, i miei più cordiali auguri di pace e di bene.
Ratzigirl
Wednesday, January 04, 2006 7:47 PM
Udienza Generale 4 Gennaio 2006
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Cari fratelli e sorelle,

1. In questa prima Udienza generale del nuovo anno ci soffermiamo a meditare il celebre inno cristologico contenuto nella Lettera ai Colossesi, che è quasi il solenne portale d’ingresso di questo ricco scritto paolino ed è anche un portale di ingresso in questo anno. L’Inno proposto alla nostra riflessione è incorniciato da un’ampia formula di ringraziamento (cfr vv. 3.12-14). Essa ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi primi giorni del 2006, come pure il nostro cammino lungo l’intero arco del nuovo anno (cfr vv. 15-20).

La lode dell’Apostolo e così la nostra sale a «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 3), sorgente di quella salvezza che è descritta in negativo come «liberazione dal potere delle tenebre» (v. 13), cioè come «redenzione e remissione dei peccati» (v. 14). Essa è poi riproposta in positivo come «partecipazione alla sorte dei santi nella luce» (v. 12) e come ingresso «nel regno del Figlio diletto» (v. 13).

2. A questo punto si schiude il grande e denso Inno, che ha al centro il Cristo, del quale è esaltato il primato e l’opera sia nella creazione sia nella storia della redenzione (cfr vv. 15-20). Due sono, quindi, i movimenti del canto. Nel primo è presentato Cristo come il primogenito di tutta la creazione, Cristo, «generato prima di ogni creatura» (v. 15). Egli è, infatti, l’«immagine del Dio invisibile», e questa espressione ha tutta la carica che l’«icona» ha nella cultura d’Oriente: si sottolinea non tanto la somiglianza, ma l’intimità profonda col soggetto rappresentato.

Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il «Dio invisibile». In Lui vediamo il volto di Dio, attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede «tutte le cose» non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: «per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili... e tutte sussistono in lui» (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche «in vista di lui» (v. 16). E così San Paolo ci indica una verità molto importante: la storia ha una meta, ha una direzione. La storia va verso l’umanità in Cristo, va così verso l’uomo perfetto, verso l’umanesimo perfetto. Con altre parole san Paolo ci dice: sì, c’è progresso nella storia. C’è - se vogliamo - una evoluzione della storia. Progresso è tutto ciò che ci avvicina a Cristo e ci avvicina così all’umanità unita, al vero umanesimo. E così, dentro queste indicazioni, si nasconde anche un imperativo per noi: lavorare per il progresso, cosa che vogliamo tutti. Possiamo farlo lavorando per l’avvicinamento degli uomini a Cristo; possiamo farlo conformandoci personalmente a Cristo, andando così nella linea del verso progresso.

3. Il secondo movimento dell’Inno (cfr Col 1,18-20) è dominato dalla figura di Cristo salvatore all’interno della storia della salvezza. La sua opera si rivela innanzitutto nell’essere «capo del corpo, cioè della Chiesa» (v. 18): è questo l’orizzonte salvifico privilegiato nel quale si manifestano in pienezza la liberazione e la redenzione, la comunione vitale che intercorre tra il capo e le membra del corpo, ossia tra Cristo e i cristiani. Lo sguardo dell’Apostolo si protende alla meta ultima verso cui converge la storia: Cristo è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (v. 18), è colui che dischiude le porte alla vita eterna, strappandoci dal limite della morte e del male.

Ecco, infatti, quel pleroma, quella «pienezza» di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata (cfr v. 19). Con questa presenza vitale, che ci rende partecipi della divinità, siamo trasformati interiormente, riconciliati, rappacificati: è, questa, un’armonia di tutto l’essere redento nel quale ormai Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28) e vivere da cristiano vuol dire lasciarsi in questo modo interiormente trasformare verso la forma di Cristo. Si realizza la riconciliazione, la rappacificazione.

4. A questo mistero grandioso della redenzione dedichiamo ora uno sguardo contemplativo e lo facciamo con le parole di san Proclo di Costantinopoli, morto nel 446. Egli nella sua Prima omelia sulla Madre di Dio Maria ripropone il mistero della Redenzione come conseguenza dell’Incarnazione.

Dio, infatti, ricorda il Vescovo, si è fatto uomo per salvarci e così strapparci dal potere delle tenebre e ricondurci nel regno del Figlio diletto, come ricorda con questo inno della Lettera ai Colossesi. «Chi ci ha redento non è un puro uomo - osserva Proclo -: tutto il genere umano infatti era asservito al peccato; ma neppure era un Dio privo di natura umana: aveva infatti un corpo. Che, se non si fosse rivestito di me, non m'avrebbe salvato. Apparso nel seno della Vergine, Egli si vestì del condannato. Lì avvenne il tremendo commercio, diede lo spirito, prese la carne» (8: Testi mariani del primo millennio, I, Roma 1988, p. 561).

Siamo, quindi, davanti all’opera di Dio, che ha compiuto la Redenzione proprio perché anche uomo. Egli è contemporaneamente il Figlio di Dio, salvatore ma è anche nostro fratello ed è con questa prossimità che Egli effonde in noi il dono divino.

È realmente il Dio con noi. Amen!
Ratzigirl
Wednesday, January 04, 2006 7:48 PM
Cordoglio Per Le Vittime Del Palazzetto Ghiaccio In Germania
Benedetto XVI, tramite il suo segretario di Stato, ha espresso il proprio cordoglio per le vittime del crollo del Palazzetto del Ghiaccio avvenuto a Bad Reichenhall in Germania, nel quale hanno perso la vita 15 vittime. La partecipazione al dolore e al lutto da parte del Pontefice e' espressa in un messaggio indirizzato al cardinale Friedrich Wetter, arcivescovo di Monaco e Frisinga, la diocesi a cui appartiene la localita' dove e' avvenuto il tragico crollo.
ratzi.lella
Thursday, January 05, 2006 6:44 PM
PAPA: RINGRAZIA NETTURBINI E VISITA LORO PRESEPE
Benedetto XVI ha voluto esprimere personalmente questa sera la sua 'gratitudine' per il lavoro quotidiano dei 'cari operatori ecologici' che assicurano 'la pulizia e l'ordine nella vasta zona attorno a piazza San Pietro, frequentata da tanti pellegrini e turisti'. 'Voi svolgete un servizio che domanda dedizione e comporta non pochi sacrifici', ha detto il Pontefice visitando la sede dell'Ama a Porta Cavalleggeri, dove come ogni anno e' stato allestito un artistico presepe. 'Cari amici - ha aggiunto, sempre rivolto ai netturbini, molti dei quali aveva conosciuto da cardinale quando li incontrava recandosi a celebrare la messa - il Signore ci vuole vigili e attenti, senza lasciarci abbindolare dai fallaci richiami di tutto cio' che e' effimero e passeggero. Sia cosi' per voi tutti, cari amici, e il Signore vi accordi un anno nuovo sereno e proficuo. Accompagno questo auspicio con l'assicurazione della mia preghiera per voi e per i vostri cari, mentre di cuore tutti vi benedico'. Ad accogliere il Papa nella sede dell'Ama anche il sindaco di Roma, Walter Veltroni, insieme ai dirigenti e al personale dell'Azienda, con i loro familiari. Al suo arrivo, Papa Ratzinger ha ricordato che 'ogni anno, finche' gli e' stato possibile', Giovanni Paolo II era venuto ad ammirare il grande presepe, con le sue 100 casette e i 200 personaggi. 'Anch'io - ha detto - proseguendo questa bella consuetudine, sono venuto volentieri questa sera per incontrarvi e visitare il presepe che pure quest'anno avete realizzato: so che ci tenevate tanto a che il Papa non mancasse a questo tradizionale appuntamento natalizio, ma devo dirvi - ha concluso - che questo era anche il mio desiderio. Volevo, infatti, esprimervi di persona la mia gratitudine'.
ratzi.lella
Sunday, January 08, 2006 1:07 PM
GRANDE OMELIA QUELLA DI STAMATTINA
CITTA' DEL VATICANO - Sono i primi battesimi che Benedetto XVI amministra dall'inizio del suo pontificato: a ricevere il sacramento direttamente dalle mani del Papa, questa mattina nella magnificenza della Cappella Sistina, sono dieci bambini, tutti italiani, equamente ripartiti tra cinque maschietti e cinque femminucce.

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa del Battesimo di Gesù, Ratzinger riprende oggi l'usanza del suo predecessore Giovanni Paolo II, che all'inizio di ogni anno, fin dalla sua elezione, era solito impartire personalmente il sacramento battesimale a gruppi di bambini. In tutto sono stati 1.370 i battezzati da Giovanni Paolo II nell'arco del suo pontificato, bambini e adulti, sia a inizio d'anno che nelle veglie pasquali e in altre occasioni, fino a che la salute e l'età glielo hanno permesso.

Nella cerimonia di oggi, con la messa e i sacramenti celebrati da papa Ratzinger, i dieci piccoli battezzandi prenderanno i nomi di Giorgio, Maria Luce, Emanuele, Vittoria, Martina, Caterina, Massimo, Gioele, Marika e Lorenzo. Uno di loro come secondo nome avrà quello di Karol, un evidente omaggio al Papa polacco, mentre altri due avranno anche i nomi di Benedetto e Benedetta, analogamente all'attuale Pontefice.

"Aspettiamo per questi bambini una vita buona, la vera vita, la felicità anche in un futuro ancora sconosciuto". Così papa Benedetto XVI, in un'omelia pronunciata interamente "a braccio" e tralasciando il testo precedentemente predisposto, ha parlato del significato del sacramento battesimale, durante la messa nella Cappella Sistina per i primi dieci battesimi del suo pontificato.

"Noi non siamo in grado di dare questo dono per tutto l'arco del futuro sconosciuto - ha aggiunto, in una vera e propria lezione di catechismo sotto le splendide volte michelangiolesche durata circa mezz'ora - e perciò ci affidiamo al Signore per ottenere questo dono da lui. Nel Battesimo il bambino è inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai, nella vita e nella morte. Questa compagnia è la famiglia di Dio che porta in sé la promessa dell'eternità. Una compagnia che lo accompagnerà sempre anche nel giorni della sofferenza, nella valle oscura della vita e gli dà consolazione, conforto e luce".

"Questa famiglia gli dà la vita eterna - ha proseguito Benedetto XVI -. Gli dà l'indicazione giusta, gli offre la consolazione, il conforto e l'amore di Dio anche nella valle oscura e nella soglia della morte, gli dà amicizia, gli dà vita. Questa compagnia assolutamente affidabile non scompare mai. Nessuno di noi sa cosa succederà nel nostro pianeta e nella nostra Europa nei prossimi decenni. Ma siamo sicuri che che appartiene alla famiglia di Dio non è mai solo, ha sempre l'amicizia sicura di colui che è la vita".

"Questa famiglia di Dio, questa compagnia di amici - ha osservato ancora il Papa - è eterna perché è comunione di Colui che ha vinto la morte, che ha in mano le chiavi della vita. Essere nella compagnia della famiglia di Dio vuol dire essere in comunione di Cristo che è la vita e dà l'amore eterno oltre la morte. Amore e verità sono fonte di vita. La vita senza amore non è vita".

("ansa")
Discipula
Sunday, January 08, 2006 2:40 PM
Re: grande omelia quella di stamattina
Non sembra anche a voi che quando Papa Ratzi parla a braccio le sue omelie risultano ancora più appassionate e trascinanti?

Paparatzifan
Sunday, January 08, 2006 11:12 PM
Re: Re: grande omelia quella di stamattina

Scritto da: Discipula 08/01/2006 14.40
Non sembra anche a voi che quando Papa Ratzi parla a braccio le sue omelie risultano ancora più appassionate e trascinanti?



E' vero e ho notato che il suo sguardo diventa malinconicamente tenero...
Ratzigirl
Sunday, January 08, 2006 11:23 PM
Cià!!!
Le omelie a braccio di Papa Ratzi sono e rimangono le mie preferite...la prossima volta che vado alla messa sua spero di poterne ascoltare una!!!
Ratzigirl
Sunday, January 08, 2006 11:24 PM
Incontro del Papa con i dipendenti vaticani : I gentiluomini di Sua Santità

Questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i Gentiluomini di Sua Santità

Cari amici!
È per me motivo di grande piacere accogliervi questa mattina in speciale udienza e salutarvi con viva cordialità. È questa un’occasione propizia per conoscerci meglio e per manifestarvi i miei grati sentimenti per il servizio che rendete al Successore di Pietro. Vi vedo in occasione di cerimonie e ricevimenti ufficiali quando incontro Capi di Stato, Primi Ministri, Ambasciatori ed altre Autorità. Vi sono sinceramente grato per la vostra collaborazione! Quest’oggi siete venuti accompagnando non alte Personalità politiche, ma le vostre gentili consorti come ad una riunione di famiglia. Sono lieto di accogliere anche loro e di salutarle con paterno affetto. Il vostro, cari Gentiluomini, è un servizio d’onore che s’inserisce nella secolare tradizione della Casa pontificia. Oggi, certo, tutto in essa appare maggiormente semplificato, ma se rispetto al passato cambiano le funzioni e i ruoli, identico permane lo scopo di coloro che vi lavorano, quello cioè di servire il Successore dell’Apostolo Pietro. Ci incontriamo al termine del tempo natalizio, mentre il nuovo anno muove i primi passi. In questo periodo abbiamo guardato costantemente al Salvatore venuto sulla terra. È Lui che, nella disarmante semplicità della Notte Santa, ci ha portato la ricchezza della comunione con la sua stessa vita divina. Egli è la luce che mai si spegne, il centro della nostra esistenza, e noi, come i pastori di Betlemme e i Magi, giunti da Oriente per adorarlo, dopo aver sostato in preghiera dinanzi al presepe, ripartiamo per le nostre quotidiane attività, recando nel cuore la gioia di averne sperimentato la presenza. Avvolti da questo grande Mistero, iniziamo con serenità e fiducia questo nuovo anno sotto il segno dell’amore vivificante di Dio. In questa prospettiva, cari amici, mi piace augurarvi un proficuo 2006. Nella Chiesa ogni compito è importante, quando si coopera alla realizzazione del Regno di Dio. La barca di Pietro, per poter procedere sicura, ha bisogno di tante nascoste mansioni, che insieme ad altre più appariscenti contribuiscono al regolare svolgimento della navigazione. Indispensabile è non perdere mai di vista il comune obbiettivo, e cioè la dedizione a Cristo e alla sua opera di salvezza. Affido voi e le vostre famiglie a Maria, la Madre del Salvatore, perché vi accompagni e vi sostenga in tutti i momenti della vita, mentre vi auguro di sperimentare sempre più la gioia della presenza di Cristo nella vostra esistenza. E volentieri tutti vi benedico, assicurandovi uno speciale ricordo nella preghiera.

Discipula
Monday, January 09, 2006 1:57 PM
Discorso di Sua Santità Benedetto XVI al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede
Dal sito www.vatican.va:

Sala Regia
Lunedì, 9 gennaio 2006



Eccellenze,
Signore e Signori,

Vi accolgo tutti con gioia in questo tradizionale incontro con il Papa del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Dopo la celebrazione delle grandi feste cristiane del Natale e dell’Epifania, la Chiesa vive ancora della loro gioia: è una gioia grande, perché sorge dalla presenza dell’Emmanuele – Dio con noi –, ma è anche una gioia raccolta, quale vissuta tra le mura domestiche della Sacra Famiglia, di cui la Chiesa in questo tempo ripercorre con intima partecipazione la storia semplice ed esemplare; è una gioia al contempo bisognosa di comunicazione, perché la vera gioia non potrebbe isolarsi senza affievolirsi e spegnersi. A tutti voi dunque, Signore e Signori Ambasciatori, ai Popoli ed ai Governi che voi degnamente rappresentate, alle vostre care famiglie, ai vostri distinti Collaboratori, va il mio augurio di gioia cristiana. Sia essa la gioia dell’universale fratellanza portata da Cristo, una gioia ricca dei veri valori ed aperta alla generosa condivisione. Essa vi accompagni e cresca in ogni giorno dell’anno che da poco si è aperto.

Il vostro Decano, Signore e Signori Ambasciatori, ha espresso i voti augurali del Corpo Diplomatico, interpretando con finezza i vostri sentimenti. A lui e a voi il mio ringraziamento. Egli ha accennato anche ai non pochi e non lievi problemi che agitano il mondo di oggi. Essi sono oggetto della vostra sollecitudine come di quella della Santa Sede e della Chiesa Cattolica in tutto il mondo, solidale con ogni dolore, con ogni speranza e con ogni sforzo che accompagna il cammino umano. Ci sentiamo così uniti come in una comune missione, che ci pone sempre di fronte a nuove formidabili sfide. Noi le affrontiamo tuttavia con fiducia, nella volontà di sostenerci a vicenda – ciascuno secondo il compito suo proprio – verso grandi finalità comuni.

Ho detto “nostra comune missione”. E qual è essa, se non quella della pace? La Chiesa null’altro fa che diffondere il messaggio di Cristo, venuto – come scrive l’Apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini – ad annunziare la pace a coloro che erano lontani ed a coloro che erano vicini (cfr 2,17). E voi, esimi Rappresentanti diplomatici dei vostri Popoli, secondo lo statuto che vi è proprio avete tra i vostri nobili scopi quello di promuovere relazioni internazionali amichevoli, di cui appunto la pace si sostanzia (Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche, del 18 aprile 1961, art. 3, 1, e).

La pace – lo constatiamo con dolore – resta in molte parti del mondo impedita o ferita o minacciata. Qual è la via verso la pace? Nel Messaggio che ho rivolto per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho ritenuto di poter affermare: “Dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente la via della pace” (n. 3). Nella verità, la pace.

Guardando alla situazione del mondo di oggi, in cui accanto a funesti scenari di conflitti bellici, aperti o latenti, o solo apparentemente sopiti, si può – grazie a Dio – rilevare uno sforzo coraggioso e tenace da parte di tanti uomini e di tante istituzioni in favore della pace, vorrei, quasi a fraterno incoraggiamento, proporre qualche riflessione, che enucleo in alcuni semplici enunciati.

Il primo: l’impegno per la verità è l’anima della giustizia. Chi è impegnato per la verità non può non rifiutare la legge del più forte, che vive di menzogna e che – a livello nazionale ed internazionale – ha tante volte segnato di tragedie la storia dell’uomo. La menzogna si ammanta spesso di un’apparenza di verità, ma in realtà è sempre selettiva e tendenziosa, egoisticamente rivolta a strumentalizzare l’uomo e, in definitiva a sopraffarlo. Sistemi politici del passato, ma non solo del passato, ne sono un’amara esemplificazione. Sul versante opposto si collocano la verità e la veracità, che portano all’incontro dell’altro, al suo riconoscimento ed all’intesa: per quello splendore che le è proprio – lo splendor veritatis –, la verità non può non diffondersi; e l’amore del vero è, per suo intrinseco dinamismo, tutto rivolto alla comprensione imparziale ed equanime ed alla condivisione, nonostante qualsiasi difficoltà.

La vostra esperienza di diplomatici non può non confermare che, anche nei rapporti internazionali, la ricerca della verità riesce ad individuare le diversità fin nelle più sottili sfumature, e le relative esigenze, e per ciò stesso anche i limiti da rispettare e da non oltrepassare, nella tutela di ogni legittimo interesse delle parti. Questa medesima ricerca della verità vi porta al contempo ad affermare con forza ciò che vi è di comune, di appartenente alla medesima natura delle persone, di ogni popolo e di ogni cultura, e che dev’essere parimenti rispettato. E quando questi aspetti, distinti e complementari – la diversità e l’uguaglianza – sono conosciuti e riconosciuti, allora i problemi possono risolversi ed i dissidi ricomporsi secondo giustizia, e sono possibili intese profonde e durevoli, mentre quando uno di essi viene misconosciuto o non tenuto nel debito conto, è allora che subentra l’incomprensione, lo scontro, la tentazione della violenza e della sopraffazione.

Quasi con evidenza esemplare tali considerazioni mi sembrano applicabili in quel punto nevralgico della scena mondiale, che resta la Terra Santa. In essa lo Stato d’Israele deve poter sussistere pacificamente in conformità alle norme del diritto internazionale; in essa, parimenti, il Popolo palestinese deve poter sviluppare serenamente le proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e prospero.

Tali considerazioni assumono più vasta applicazione nell’odierno contesto mondiale, in cui non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà. Il pericolo è reso più acuto dal terrorismo organizzato, che si estende ormai a livello planetario. Numerose e complesse ne sono le cause, non ultime quelle ideologico-politiche, commiste ad aberranti concezioni religiose. Il terrorismo non esita a colpire persone inermi, senza alcuna distinzione, o a porre in essere ricatti disumani, inducendo nel panico intere popolazioni, al fine di costringere i responsabili politici ad assecondare i disegni dei terroristi stessi. Nessuna circostanza vale a giustificare tale attività criminosa, che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più deprecabile quando si fa scudo di una religione, abbassando così la pura verità di Dio alla misura della propria cecità e perversione morale.

L’impegno per la verità da parte delle Diplomazie, sia a livello bilaterale che plurilaterale, può dare un contributo essenziale, perché le innegabili diversità che caratterizzano popoli di differenti parti del mondo e le loro culture possano ricomporsi non solo in una coesistenza tollerante, ma in un più alto e più ricco disegno di umanità. In secoli passati gli scambi culturali tra giudaismo ed ellenismo, tra mondo romano e mondo germanico e mondo slavo, come anche tra mondo arabo e mondo europeo, hanno fecondato la cultura e favorito le scienze e le civiltà. Così oggi dovrebbe essere di nuovo, ed in maggior misura, essendo di fatto le possibilità di scambio e di reciproca comprensione assai più favorevoli. Per questo ciò che oggi si richiede è, anzitutto, che si tolga ogni ostacolo all’accesso all’informazione a mezzo della stampa e dei moderni mezzi informatici, ed, inoltre, che si intensifichino gli scambi di docenti e di studenti tra le discipline umanistiche delle università delle diverse regioni culturali.

Il secondo enunciato che vorrei proporre suona: l’impegno per la verità dà fondamento e vigore al diritto di libertà. La grandezza unica dell’essere umano ha la sua ultima radice in questo: l’uomo può conoscere la verità. E l’uomo la vuole conoscere. Ma la verità può essere raggiunta solo nella libertà. Ciò vale per tutte le verità, come appare dalla storia delle scienze; ma è vero in maniera eminente per le verità in cui è in giuoco l’uomo stesso in quanto tale, le verità dello spirito: quelle che riguardano il bene ed il male, le grandi mete e prospettive di vita, il rapporto con Dio. Perché esse non si possono attingere senza che ne derivino profondi riflessi sulla conduzione della propria vita. Ed una volta liberamente fatte proprie, hanno poi bisogno di spazi di libertà per poter essere vissute secondo tutte le dimensioni della vita umana.

È qui che si inserisce naturalmente l’attività di ogni Stato, così come l’attività diplomatica inter-statale. Negli odierni sviluppi del diritto internazionale si avverte con crescente sensibilità che nessun Governo può dispensarsi dal compito di garantire ai propri cittadini adeguate condizioni di libertà, senza pregiudicare per ciò stesso la propria credibilità come interlocutore nelle questioni internazionali. E ciò è giusto: perché nella tutela dei diritti inerenti alla persona in quanto tale, internazionalmente garantiti, non si può non riservare una valutazione prioritaria allo spazio dato ai diritti di libertà all’interno dei singoli Stati, sia nella vita pubblica come in quella privata, sia nei rapporti economici come in quelli politici, in quelli culturali come in quelli religiosi.

A questo proposito vi è ben noto, Signore e Signori Ambasciatori, come l’attività della diplomazia della Santa Sede sia per natura sua rivolta a promuovere, tra i vari ambiti in cui la libertà deve realizzarsi, l’aspetto della libertà di religione. Purtroppo in alcuni Stati, anche tra quelli che pure possono vantare tradizioni culturali plurisecolari, essa, lungi dall’essere garantita, è anzi gravemente violata, in particolare nei confronti delle minoranze. In merito vorrei solo ricordare quanto stabilito con grande chiarezza nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. I diritti fondamentali dell’uomo sono i medesimi sotto tutte le latitudini; e tra di essi un posto di primo piano deve essere riconosciuto al diritto di libertà di religione, perché riguarda il rapporto umano più importante, il rapporto con Dio. A tutti i responsabili della vita delle Nazioni vorrei dire: se non temete la verità, non potete temere la libertà! La Santa Sede, nel chiedere per la Chiesa Cattolica, ovunque, condizioni di vera libertà, le chiede parimenti per tutti.

Vorrei venire ad un terzo enunciato: l’impegno per la verità apre la via al perdono ed alla riconciliazione. Alla necessaria connessione tra l’impegno per la verità e la pace si solleva un’obiezione: le convinzioni diverse sulla verità danno luogo a tensioni, ad incomprensioni, a dispute, tanto più forti quanto più profonde sono le convinzioni stesse. Nel corso della storia esse hanno dato luogo anche a violente contrapposizioni, a conflitti sociali e politici e addirittura a guerre di religione. È vero, e non lo si può negare; ma ciò è sempre avvenuto per una serie di cause concomitanti, poco o nulla aventi a che fare con la verità e la religione, e sempre comunque perché ci si volle avvalere di mezzi in realtà non conciliabili con il puro impegno per la verità né con il rispetto della libertà richiesta dalla verità. Per quanto poi riguarda specificamente la Chiesa Cattolica, in quanto anche da parte di suoi membri e di sue istituzioni sono stati compiuti gravi errori in passato, essa li condanna, e non ha esitato a chiedere perdono. Lo esige l’impegno per la verità.

La richiesta di perdono, e la concessione del perdono, parimenti dovuta – perché per tutti vale il monito di Nostro Signore: chi è senza peccato scagli la prima pietra! (cfr. Gv. 8, 7) – sono elementi indispensabili per la pace. La memoria ne resta purificata, il cuore rasserenato, e si fa limpido lo sguardo su ciò che la verità esige per sviluppare pensieri di pace. Non posso non ricordare le parole luminose di Giovanni Paolo II: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Io le ripeto, umilmente e con profondo amore, ai responsabili delle Nazioni, in particolare di quelle dove più brucianti sono le ferite fisiche e morali dei conflitti e più impellente il bisogno di pace. Il pensiero va spontaneamente alla terra dove è nato Gesù Cristo, il Principe della Pace, che per tutti ha avuto parole di pace e di perdono; va al Libano, la cui popolazione deve ritrovare, anche con il sostegno della solidarietà internazionale, la sua vocazione storica alla collaborazione sincera e fruttuosa tra le comunità di diversa fede; e va a tutto il Medio Oriente, in particolare all’Iraq, culla di grandi civiltà, in questi anni quotidianamente funestato da sanguinosi atti terroristici. Esso va all’Africa, e soprattutto a Paesi della Regione dei Grandi Laghi, dove ancora si sentono le tragiche conseguenze delle guerre fratricide degli anni passati; va alle inermi popolazioni del Darfur, colpite da esecrabile ferocia, con pericolose ripercussioni internazionali; va a tante altre terre, in diverse parti del mondo, che sono teatro di cruenti contese.

Tra i grandi compiti della diplomazia deve essere sicuramente annoverato quello di far comprendere a tutte le parti in conflitto che, se sono amanti della verità, non possono non riconoscere gli errori – e non solo quelli degli altri – né possono rifiutare di aprirsi al perdono, richiesto e concesso. L’impegno per la verità – che certo sta loro a cuore – li convoca, attraverso il perdono, alla pace. Il sangue versato non grida vendetta, ma invoca rispetto della vita, e pace! A questa fondamentale esigenza dell’umanità possa la Peacebuilding Commission, recentemente istituita dall’ONU, rispondere efficacemente con volenterosa cooperazione da parte di tutti.

Un ultimo enunciato vorrei proporvi, Signore e Signori Ambasciatori: l’impegno per la pace apre a nuove speranze. È quasi una logica conclusione di quanto ho cercato di illustrare finora. Perché l’uomo è capace di verità! Lo è sui grandi problemi dell’essere, come sui grandi problemi dell’agire: nella sfera individuale e nei rapporti sociali, a livello di un popolo come dell’umanità intera. La pace, alla quale tale suo impegno può e deve portarlo, non è solo il silenzio delle armi; è, ben più, una pace, che favorisce il formarsi di nuovi dinamismi nei rapporti internazionali, dinamismi che a loro volta si trasformano in fattori di mantenimento della pace stessa. Ed essi sono tali solo se rispondenti alla verità dell’uomo e della sua dignità. E per questo non si può dire pace, là dove l’uomo non ha nemmeno l’indispensabile per vivere in dignità. Penso qui alle turbe sterminate di popolazioni che soffrono la fame. Non è pace, la loro, anche se non sono in guerra: della guerra, anzi, esse sono vittime inermi. Alla mente si affacciano spontaneamente anche le immagini sconvolgenti dei grandi campi di profughi o di rifugiati - in diverse parti del mondo - raccolti in condizioni di fortuna, per scampare a sorte peggiore, ma di tutto bisognosi. Non sono questi esseri umani nostri fratelli e sorelle? Non sono i loro bambini venuti al mondo con le stesse legittime attese di felicità degli altri? Il pensiero va anche a tutti coloro che condizioni di vita non degne spingono ad emigrare, lontano dal loro Paese e dai loro cari, nella speranza di una vita più umana. Né possiamo dimenticare la piaga del traffico di persone, che resta una vergogna del nostro tempo.

Di fronte a queste “emergenze umanitarie”, così come ad altri drammatici problemi dell’uomo, molte persone di buona volontà, diverse istituzioni internazionali ed organizzazioni non governative non sono rimaste inerti. Ma si richiede un accresciuto sforzo congiunto delle Diplomazie per individuare nella verità, e superare con coraggio e generosità, gli ostacoli che tuttora si frappongono a soluzioni efficaci e degne dell’uomo. E verità vuole che nessuno degli Stati prosperi si sottragga alle proprie responsabilità ed al dovere di aiuto, attingendo con maggiore generosità alle proprie risorse. Sulla base di dati statistici disponibili si può affermare che meno della metà delle immense somme globalmente destinate agli armamenti sarebbe più che sufficiente per togliere stabilmente dall’indigenza lo sterminato esercito dei poveri. La coscienza umana ne è interpellata. Alle popolazioni che vivono sotto la soglia della povertà, più a causa di situazioni dipendenti dai rapporti internazionali politici, commerciali e culturali, che non a motivo di circostanze incontrollabili, il nostro comune impegno nella verità può e deve dare nuova speranza.

Signore e Signori Ambasciatori!

Nel Natale di Cristo la Chiesa vede realizzata la profezia del Salmista: “misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno; la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (Sal 84, 11-12). Nel commentare queste parole ispirate, il grande Padre della Chiesa Agostino, facendosi interprete della fede di tutta la Chiesa esclama: «La verità è germogliata dalla terra: Cristo, che ha detto: Io sono la Verità, è nato dalla Vergine» (Sermo 185).

È di questa verità che la Chiesa sempre vive; ma di essa in particolare si illumina e gioisce in questa fase del suo anno liturgico. E alla luce di questa verità queste mie parole vogliono essere di fronte a voi e per voi, che qui rappresentate la maggior parte delle Nazioni del mondo, al contempo testimonianza ed augurio: nella verità, la pace!

In questo spirito, a tutti il mio augurio più cordiale di buon anno!

Ratzigirl
Tuesday, January 10, 2006 12:34 PM
SOLENNITÀ DELLA EPIFANIA DEL SIGNORE 6 gennaio 2006
Cari fratelli e sorelle!

La luce che a Natale è brillata nella notte illuminando la grotta di Betlemme, dove restano in silenziosa adorazione Maria, Giuseppe ed i pastori, oggi risplende e si manifesta a tutti. L'Epifania è mistero di luce, simbolicamente indicata dalla stella che guidò il viaggio dei Magi. La vera sorgente luminosa, il "sole che sorge dall'alto" (Lc 1, 78), è però Cristo. Nel mistero del Natale, la luce di Cristo si irradia sulla terra, diffondendosi come a cerchi concentrici. Anzitutto sulla santa Famiglia di Nazaret: la Vergine Maria e Giuseppe sono illuminati dalla divina presenza del Bambino Gesù. La luce del Redentore si manifesta poi ai pastori di Betlemme, i quali, avvertiti dall'angelo, accorrono subito alla grotta e vi trovano il "segno" loro preannunciato: un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia (cfr Lc 2, 12). I pastori, insieme con Maria e Giuseppe, rappresentano quel "resto d'Israele", i poveri, gli anawim, ai quali è annunciata la Buona Novella. Il fulgore di Cristo raggiunge infine i Magi, che costituiscono le primizie dei popoli pagani. Restano in ombra i palazzi del potere di Gerusalemme, dove la notizia della nascita del Messia viene recata paradossalmente proprio dai Magi, e suscita non gioia, ma timore e reazioni ostili. Misterioso disegno divino: "la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie" (Gv 3, 19).

Ma che cos'è questa luce? È solo una suggestiva metafora, oppure all'immagine corrisponde una realtà? L'apostolo Giovanni scrive nella sua Prima Lettera: "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre" (1 Gv 1, 5); e più avanti aggiunge: "Dio è amore". Queste due affermazioni, unite insieme, ci aiutano a meglio comprendere: la luce, spuntata a Natale, che oggi si manifesta alle genti, è l'amore di Dio, rivelato nella Persona del Verbo incarnato. Attratti da questa luce, giungono i Magi dall'Oriente. Nel mistero dell'Epifania, dunque, accanto ad un movimento di irradiazione verso l'esterno, si manifesta un movimento di attrazione verso il centro, che porta a compimento il movimento già inscritto nell'Antica Alleanza. La sorgente di tale dinamismo è Dio, Uno nella sostanza e Trino nelle Persone, che tutto e tutti attira a sé. La Persona incarnata del Verbo si presenta così come principio di riconciliazione e di ricapitolazione universale (cfr Ef 1, 9-10). Egli è la meta finale della storia, il punto di arrivo di un "esodo", di un provvidenziale cammino di redenzione, che culmina nella sua morte e risurrezione. Per questo, nella solennità dell'Epifania, la liturgia prevede il cosiddetto "Annuncio della Pasqua": l'anno liturgico, infatti, riassume l'intera parabola della storia della salvezza, al cui centro sta "il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto".

Nella liturgia del Tempo di Natale ricorre spesso, come ritornello, questo versetto del Salmo 97: "Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia" (v. 2). Sono parole che la Chiesa utilizza per sottolineare la dimensione "epifanica" dell'Incarnazione: il farsi uomo del Figlio di Dio, il suo entrare nella storia è il momento culminante dell'autorivelazione di Dio a Israele e a tutte le genti. Nel Bambino di Betlemme Dio si è rivelato nell'umiltà della "forma umana", nella "condizione di servo", anzi di crocifisso (cfr Fil 2, 6-8). È il paradosso cristiano. Proprio questo nascondimento costituisce la più eloquente "manifestazione" di Dio: l'umiltà, la povertà, la stessa ignominia della Passione ci fanno conoscere come Dio è veramente. Il volto del Figlio rivela fedelmente quello del Padre. Ecco perché il mistero del Natale è, per così dire, tutto una "epifania". La manifestazione ai Magi non aggiunge qualcosa di estraneo al disegno di Dio, ma ne svela una dimensione perenne e costitutiva, che cioè "i Gentili sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo" (Ef 3, 6).

Ad uno sguardo superficiale la fedeltà di Dio a Israele e la sua manifestazione alle genti potrebbero apparire aspetti fra loro divergenti; in realtà, sono le due facce della stessa medaglia. Infatti, secondo le Scritture, è proprio rimanendo fedele al patto di amore con il popolo d'Israele che Dio rivela la sua gloria anche agli altri popoli. "Grazia e fedeltà" (Sal 88, 2), "misericordia e verità" (Sal 84, 11) sono il contenuto della gloria di Dio, sono il suo "nome", destinato ad essere conosciuto e santificato dagli uomini di ogni lingua e nazione. Ma questo "contenuto" è inseparabile dal "metodo" che Dio ha scelto per rivelarsi, quello cioè della fedeltà assoluta all'alleanza, che raggiunge il suo culmine in Cristo. Il Signore Gesù è, nello stesso tempo e inseparabilmente, "luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele" (Lc 2, 32), come, ispirato da Dio, esclamerà l'anziano Simeone prendendo il Bambino tra le braccia, quando i genitori lo presenteranno al tempio. La luce che illumina le genti - la luce dell'Epifania - promana dalla gloria d'Israele - la gloria del Messia nato, secondo le Scritture, a Betlemme, "città di Davide" (Lc 2, 4). I Magi adorarono un semplice Bambino in braccio alla Madre Maria, perché in Lui riconobbero la sorgente della duplice luce che li aveva guidati: la luce della stella e la luce delle Scritture. Riconobbero in Lui il Re dei Giudei, gloria d'Israele, ma anche il Re di tutte le genti.

Nel contesto liturgico dell'Epifania si manifesta anche il mistero della Chiesa e la sua dimensione missionaria. Essa è chiamata a far risplendere nel mondo la luce di Cristo, riflettendola in se stessa come la luna riflette la luce del sole. Nella Chiesa hanno trovato compimento le antiche profezie riferite alla città santa Gerusalemme, come quella stupenda di Isaia che abbiamo ascoltato poc'anzi: "Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce... Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere" (Is 60, 1-3). Questo dovranno realizzare i discepoli di Cristo: ammaestrati da Lui a vivere nello stile delle Beatitudini, dovranno attrarre, mediante la testimonianza dell'amore, tutti gli uomini a Dio: "Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli" (Mt 5, 16). Ascoltando queste parole di Gesù, noi, membri della Chiesa, non possiamo non avvertire tutta l'insufficienza della nostra condizione umana, segnata dal peccato. La Chiesa è santa, ma formata da uomini e donne con i loro limiti e i loro errori. È Cristo, Lui solo, che donandoci lo Spirito Santo può trasformare la nostra miseria e rinnovarci costantemente. È Lui la luce delle genti, lumen gentium, che ha scelto di illuminare il mondo mediante la sua Chiesa (cfr Conc. Vat. II, Cost. Lumen gentium, 1).

"Come potrà avvenire questo?", ci chiediamo anche noi con le parole che la Vergine rivolse all'arcangelo Gabriele. E proprio lei, la Madre di Cristo e della Chiesa, ci offre la risposta: con il suo esempio di totale disponibilità alla volontà di Dio - "fiat mihi secundum verbum tuum" (Lc 1, 38) - Ella ci insegna ad essere "epifania" del Signore, nell'apertura del cuore alla forza della grazia e nell'adesione fedele alla parola del suo Figlio, luce del mondo e traguardo finale della storia.

Così sia!


Ratzigirl
Wednesday, January 11, 2006 12:23 AM
Omelia per la Festa del Battesimo del Signore, 8 gennaio 2006 A BRACCIO
SANTA MESSA NELLA CAPPELLA SISTINA E AMMINISTRAZIONE
DEL SACRAMENTO DEL BATTESIMO
OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Cappella Sistina




Cari genitori, padrini e madrine,
Cari fratelli e sorelle!

Che cosa succede nel Battesimo? Che cosa ci si aspetta dal Battesimo? Voi avete dato una risposta sulla soglia di questa Cappella: aspettiamo per i nostri bambini la vita eterna. Questo è lo scopo del Battesimo. Ma, come può essere realizzato? Come il Battesimo può dare la vita eterna? Che cosa è la vita eterna?

Si potrebbe dire con parole più semplici: aspettiamo per questi nostri bambini una vita buona; la vera vita; la felicità anche in un futuro ancora sconosciuto. Noi non siamo in grado di assicurare questo dono per tutto l'arco del futuro sconosciuto e, perciò, ci rivolgiamo al Signore per ottenere da Lui questo dono.

Alla domanda: «Come accadrà questo?» possiamo dare due risposte. La prima: nel Battesimo ciascun bambino viene inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai nella vita e nella morte, perché questa compagnia di amici è la famiglia di Dio, che porta in sé la promessa dell'eternità. Questa compagnia di amici, questa famiglia di Dio, nella quale adesso il bambino viene inserito, lo accompagnerà sempre anche nei giorni della sofferenza, nelle notti oscure della vita; gli darà consolazione, conforto, luce. Questa compagnia, questa famiglia gli darà parole di vita eterna. Parole di luce che rispondono alle grandi sfide della vita e danno l'indicazione giusta circa la strada da prendere. Questa compagnia offre al bambino consolazione e conforto, l'amore di Dio anche sulla soglia della morte, nella valle oscura della morte. Gli darà amicizia, gli darà vita. E questa compagnia, assolutamente affidabile, non scomparirà mai. Nessuno di noi sa che cosa succederà nel nostro pianeta, nella nostra Europa, nei prossimi cinquanta, sessanta, settanta anni. Ma, su un punto siamo sicuri: la famiglia di Dio sarà sempre presente e chi appartiene a questa famiglia non sarà mai solo, avrà sempre l'amicizia sicura di Colui che è la vita.

E così siamo arrivati alla seconda risposta. Questa famiglia di Dio, questa compagnia di amici è eterna, perché è comunione con Colui che ha vinto la morte, che ha in mano le chiavi della vita. Essere nella compagnia, nella famiglia di Dio, significa essere in comunione con Cristo, che è vita e dà amore eterno oltre la morte. E se possiamo dire che amore e verità sono fonte di vita, sono la vita - e una vita senza amore non è vita - possiamo dire che questa compagnia con Colui che è vita realmente, con Colui che è il Sacramento della vita, risponderà alla vostra aspettativa, alla vostra speranza.

Sì, il Battesimo inserisce nella comunione con Cristo e così dà vita, la vita. Abbiamo così interpretato il primo dialogo che abbiamo avuto qui, sulla soglia della Cappella Sistina. Adesso, dopo la benedizione dell'acqua, seguirà un secondo dialogo di grande importanza. Il contenuto è questo: il Battesimo come abbiamo visto è un dono; il dono della vita. Ma un dono deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono di amicizia implica un «sì» all'amico e implica un «no» a quanto non è compatibile con questa amicizia, a quanto è incompatibile con la vita della famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. E così, in questo secondo dialogo, vengono pronunciati tre «no» e tre «sì». Si dice «no» e si rinuncia alle tentazioni, al peccato, al diavolo. Queste cose le conosciamo bene, ma forse proprio perché le abbiamo sentite troppe volte, queste parole non ci dicono tanto. Allora dobbiamo un po' approfondire i contenuti di questi «no». A che cosa diciamo «no»?. Solo così possiamo capire a che cosa vogliamo dire «sì».

Nella Chiesa antica questi «no» erano riassunti in una parola che per gli uomini di quel tempo era ben comprensibile: si rinuncia così si diceva alla «pompa diabuli», cioè alla promessa di vita in abbondanza, di quell'apparenza di vita che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, dal suo modo di vivere solo secondo ciò che piaceva. Era quindi un «no» ad una cultura apparentemente di abbondanza di vita, ma che in realtà era una «anticultura» della morte. Era il «no» a quegli spettacoli dove la morte, la crudeltà, la violenza erano diventati divertimento. Pensiamo a quanto si realizzava nel Colosseo o qui, nei giardini di Nerone, dove gli uomini erano accesi come torce viventi. La crudeltà e la violenza erano divenuti un motivo di divertimento, una vera perversione della gioia, del vero senso della vita. Questa «pompa diabuli», questa «anticultura» della morte era una perversione della gioia, era amore della menzogna, della truffa, era abuso del corpo come merce e come commercio.

E se adesso riflettiamo, possiamo dire che anche nel nostro tempo è necessario dire un «no» alla cultura ampiamente dominante della morte. Un’«anticultura» che si manifesta, per esempio, nella droga, nella fuga dal reale verso l’illusorio, verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro, della solidarietà, della responsabilità per i poveri e per i sofferenti; che si esprime in una sessualità che diventa puro divertimento senza responsabilità, che diventa una «cosificazione» - per così dire - dell’uomo, che non è più considerato persona, degno di un amore personale che esige fedeltà, ma diventa merce, un mero oggetto. A questa promessa di apparente felicità, a questa «pompa» di una vita apparente che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo «no», per coltivare la cultura della vita. Per questo il «sì» cristiano, dai tempi antichi fino ad oggi, è un grande «sì» alla vita. Questo è il nostro «sì» a Cristo, il «sì» al vincitore della morte e il «sì» alla vita nel tempo e nell’eternità.

Come in questo dialogo battesimale il «no» è articolato in tre rinunce, così anche il «sì» è articolato in tre adesioni: «sì» al Dio vivente, cioè a un Dio creatore, ad una ragione creatrice che dà senso al cosmo e alla nostra vita; «sì» a Cristo, cioè a un Dio che non è rimasto nascosto ma che ha un nome, che ha parole, che ha corpo e sangue; a un Dio concreto che ci dà la vita e ci mostra la strada della vita; «sì» alla comunione della Chiesa, nella quale Cristo è il Dio vivente, che entra nel nostro tempo, entra nella nostra professione, entra nella vita di ogni giorno.

Potremmo anche dire che il volto di Dio, il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande «sì», si esprime nei dieci Comandamenti, che non sono un pacco di proibizioni, di «no», ma presentano in realtà una grande visione di vita. Sono un «sì» a un Dio che dà senso al vivere (i tre primi comandamenti); «sì» alla famiglia (quarto comandamento); «sì» alla vita (quinto comandamento); «sì» all'amore responsabile (sesto comandamento); «sì» alla solidarietà, alla responsabilità sociale, alla giustizia (settimo comandamento); «sì» alla verità (ottavo comandamento), «sì» al rispetto dell’altro e di ciò che gli è proprio (nono e decimo comandamento). Questa è la filosofia della vita, è la cultura della vita, che diviene concreta e praticabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che cammina con noi nella compagnia dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il Battesimo è dono di vita. È un «sì» alla sfida di vivere veramente la vita, dicendo il «no» all'attacco della morte che si presenta con la maschera della vita; ed è «sì» al grande dono della vera vita, che si è fatta presente nel volto di Cristo, il quale si dona a noi nel Battesimo e poi nell'Eucaristia.

Questo ho detto come breve commento alle parole che nel dialogo battesimale interpretano quanto si realizza in questo Sacramento. Oltre alle parole, abbiamo i gesti ed i simboli, ma sarò molto breve nell'indicarli. Il primo gesto lo abbiamo già compiuto: è il segno della croce, che ci viene dato come scudo che deve proteggere questo bambino nella sua vita; è come un «indicatore» per la strada della vita, perché la croce è il riassunto della vita di Gesù. Poi vi sono gli elementi: l'acqua, l'unzione con l'olio, il vestito bianco e la fiamma della candela. L'acqua è simbolo della vita: il Battesimo è vita nuova in Cristo. L'olio è simbolo della forza, della salute, della bellezza, perché realmente è bello vivere in comunione con Cristo. Poi il vestito bianco, come espressione della cultura della bellezza, della cultura della vita. Ed infine la fiamma della candela, come espressione della verità che risplende nelle oscurità della storia e ci indica chi siamo, da dove veniamo e dove dobbiamo andare.

Cari padrini e madrine, cari genitori, cari fratelli, ringraziamo in questo giorno il Signore, perché Dio non si nasconde dietro le nuvole del mistero impenetrabile, ma, come ha detto il Vangelo di oggi, ha aperto i cieli, si è mostrato, parla con noi ed è con noi; vive con noi e ci guida nella nostra vita. Ringraziamo il Signore per questo dono e preghiamo per i nostri bambini, perché abbiano realmente la vita, quella vera, la vita eterna. Amen.
Discipula
Wednesday, January 11, 2006 2:15 PM
Re: Omelia per la Festa del Battesimo del Signore, 8 gennaio 2006


Volete arrabbiarvi un po'? Leggete questi "illuminati" commenti
all'ultima (splendida) omelia di Papa Ratzi e indignatevi, come ho fatto io ...


liberoblog.libero.it/cronaca/bl2213.phtml


Kephas
Wednesday, January 11, 2006 8:32 PM
INDIGNATISSIMO!
Pazzesco...come si fa a prendersi la libertà di giudicare le parole del Papa che, oltre ad essere un grande Padre nella fede, è anche uno dei più grandi teologi al mondo?
Benedetto XVI aveva già preparato una lunga omelia per domenica mattina, tutti i giornalisti accreditati ne avevano già una copia, ma ha deciso QUELLA MATTINA, in QUEL MOMENTO di non servirsene e di parlare a braccio ai genitori e parenti presenti nella Sistina. Il nostro Santo Padre non è sicuramente così superficiale da non preparare nemmeno l'omelia di una celebrazione così importante... E poi è proprio vero che le parole che Benedetto pronuncia a braccio sono quelle sanno scavare più in profondità nel cuore...qualcuno ad ascoltare le sue omelie ride, io personalmente mi commuovo talvolta fino alle lacrime...come quel 24 aprile, in p.zza s.Pietro, quando mi disse "Con Cristo non sei mai solo". Grazie Benedetto di avermi dato questa consapevolezza.

A presto
Paparatzifan
Wednesday, January 11, 2006 9:40 PM
Re: Re: Omelia per la Festa del Battesimo del Signore, 8 gennaio 2006

Scritto da: Discipula 11/01/2006 14.15

Volete arrabbiarvi un po'? Leggete questi "illuminati" commenti
all'ultima (splendida) omelia di Papa Ratzi e indignatevi, come ho fatto io ...

liberoblog.libero.it/cronaca/bl2213.phtml



Leggete le risposte che hanno dato a Malvino, l'autore di questo infelice commento. Cliccate qui

Da parte mia, gli ho lasciato questo messaggio:

commento lasciato da Gloria il 11 Gennaio 2006 alle 21:34
Malvino, sei battezzato tu? Sei un uomo felice? Io sono battezzata, sono cattolica, sono felice ed amo il Papa!!!
Ratzigirl
Wednesday, January 11, 2006 10:06 PM
Udienza generale 11 Gennaio 2006


Aula Paolo VI
Mercoledì, 11 gennaio 2006




Salmo 143,1-8
Preghiera del Re per la vittoria e per la pace
Vespri - Giovedì 4a settimana


1. Il nostro itinerario nel Salterio usato dalla Liturgia dei Vespri giunge ora a un inno regale, il Salmo 143, del quale è stata proclamata la prima parte: la Liturgia, infatti, propone questo canto suddividendolo in due momenti.

La prima parte (cfr vv. 1-8) rivela in modo netto la caratteristica letteraria di questa composizione: il Salmista ricorre a citazioni di altri testi salmici articolandoli in un nuovo progetto di canto e di preghiera.

Proprio perché il Salmo è di epoca successiva, è facile pensare che il re che viene esaltato abbia ormai i contorni non più del sovrano davidico, essendo la regalità ebraica conclusa con l’esilio babilonese del VI secolo a.C., bensì egli rappresenti la figura luminosa e gloriosa del Messia, la cui vittoria non è più un evento bellico-politico, ma un intervento di liberazione contro il male. Al «messia» - vocabolo ebraico che indica il «consacrato», come lo era il sovrano - subentra, così, il «Messia» per eccellenza, che, nella rilettura cristiana, ha il volto di Gesù Cristo, «figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1).

2. L’inno si apre con una benedizione, ossia con un’esclamazione di lode rivolta al Signore, celebrato con una piccola litania di titoli salvifici: egli è la roccia sicura e stabile, è la grazia amorosa, è la fortezza protetta, il rifugio difensivo, la liberazione, lo scudo che tiene lontano ogni assalto del male (cfr Sal 143,1-2). C’è anche l’immagine marziale del Dio che addestra alla lotta il suo fedele così che sappia affrontare le ostilità dell’ambiente, le potenze oscure del mondo.

Davanti al Signore onnipotente l’orante, pur nella sua dignità regale, si sente debole e fragile. Egli emette, allora, una professione di umiltà che è formulata, come si diceva, con le parole dei Salmi 8 e 38. Egli, sente, infatti, di essere «come un soffio», simile a un’ombra passeggera, esile e inconsistente, immerso nel flusso del tempo che scorre, segnato dal limite che è proprio della creatura (cfr Sal 143,4).

3. Ecco, allora, la domanda: perché Dio si cura e si dà pensiero di questa creatura così misera e caduca? A questo interrogativo (cfr v. 3) risponde la grandiosa irruzione divina, la cosiddetta teofania che è accompagnata da un corteo di elementi cosmici e di eventi storici, orientati a celebrare la trascendenza del Re supremo dell’essere, dell’universo e della storia.

Ecco monti che fumano in eruzioni vulcaniche (cfr v. 5), folgori che sono simili a saette che disperdono i malvagi (cfr v. 6), ecco le «grandi acque» oceaniche che sono simbolo del caos dal quale è però salvato il re ad opera della stessa mano divina (cfr v. 7). Sullo sfondo rimangono gli empi che dicono «menzogne» e «giurano il falso» (cfr vv. 7-8), una raffigurazione concreta, secondo lo stile semitico, dell’idolatria, della perversione morale, del male che veramente si oppone a Dio e al suo fedele.

4. Noi ora, per la nostra meditazione, ci soffermeremo inizialmente sulla professione di umiltà che il Salmista compie e ci affideremo alle parole di Origene, il cui commento al nostro testo è giunto a noi nella versione latina di san Girolamo. «Il Salmista parla della fragilità del corpo e della condizione umana», perché «quanto alla condizione umana, l'uomo è un nulla. "Vanità delle vanità, tutto è vanità", disse l'Ecclesiaste». Ma torna allora la domanda stupita e riconoscente: «"Signore, che cos'è l'uomo per esserti manifestato a lui?"... Grande felicità per l'uomo, conoscere il proprio Creatore. In questo noi ci differenziamo dalle fiere e dagli altri animali, perché sappiamo di avere il nostro Creatore, mentre essi non lo sanno». Vale la pena meditare un po’ queste parole di Origene, che vede la differenza fondamentale tra l’uomo e gli altri animali nel fatto che l’uomo è capace di conoscere Dio, il suo Creatore, che l’uomo è capace della verità, capace di una conoscenza che diventa relazione, amicizia. E’ importante, nel nostro tempo, che noi non dimentichiamo Dio, insieme con tutte le altre conoscenze che abbiamo acquisito nel frattempo, e sono tante! Esse diventano tutte problematiche, a volte pericolose, se manca la conoscenza fondamentale che dà senso e orientamento a tutto: la conoscenza di Dio Creatore.

Ritorniamo a Origene. Egli dice: «Non potrai salvare questa miseria che è l'uomo, se tu stesso non la prendi su di te. "Signore, piega il tuo cielo e scendi". La tua pecora sbandata non potrà guarire se non sarà messa sulle tue spalle... Queste parole sono rivolte al Figlio: "Signore, piega il tuo cielo e scendi"... Sei disceso, hai abbassato i cieli e hai steso la tua mano dall'alto, e ti sei degnato di prendere su di te la carne dell'uomo, e molti credettero in te» (Origene - Gerolamo, 74 omelie sul libro dei Salmi, Milano 1993, pp. 512-515). Per noi cristiani Dio non è più, come nella filosofia precedente il cristianesimo, una ipotesi ma è una realtà, perché Dio "ha piegato il cielo ed è sceso". Il cielo è Egli stesso, ed è sceso in mezzo a noi. Giustamente Origene vede nella parabola della pecorella smarrita, che il pastore prende sulle sue spalle, la parabola dell’Incarnazione di Dio. Sì, nell’Incarnazione Egli è sceso e ha preso sulle sue spalle la nostra carne, noi stessi. Così la conoscenza di Dio è divenuta realtà, è divenuta amicizia, comunione. Ringraziamo il Signore perché "ha piegato il suo cielo ed è sceso", ha preso sulle sue spalle la nostra carne e ci porta sulle strade della nostra vita.

Il Salmo, partito dalla nostra scoperta di essere deboli e lontani dallo splendore divino, giunge alla fine a questa grande sorpresa dell’azione divina: accanto a noi c’è Dio-Emmanuele, che per il cristiano ha il volto amoroso di Gesù Cristo, Dio fatto uomo, fattosi uno di noi.
Ratzigirl
Wednesday, January 11, 2006 10:08 PM
Benedetto XVI incontra 29 bambini sopravvissuti all’attacco terroristico di Beslan

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 11 gennaio 2006 (ZENIT.org).-





Benedetto XVI ha incontrato questo mercoledì 29 bambini della scuola russa di Beslan, che nel 2004 è stata assediata dai ribelli ceceni in un’operazione che ha provocato più di 300 morti.

L’incontro, durato alcuni minuti, ha avuto luogo al termine dell’udienza generale in una delle sale attigue all’Aula Paolo VI del Vaticano.

Secondo un testimone oculare dell’agenzia italiana ANSA, il breve incontro è stato sufficiente “a far commuovere il Papa”.

Il Santo Padre ha accarezzato i testimoni della violenza del gruppo armato ceceno, si è fatto ritrarre in alcune foto con loro e, con l’aiuto di un interprete, ha chiesto come si chiamassero.

I bambini sono venuti in Italia per alcuni giorni grazie all’accoglienza del Servizio di Protezione Civile italiano, che è in contatto con loro fin da quando è avvenuta la tragedia.

Questi bambini hanno subito un trauma violentissimo. Aiutiamoli affinché possano dimenticare la tragedia ed affinché siano testimoni di pace per il futuro dell'umanità”, ha chiesto il Papa alle persone che li hanno accolti in questi giorni.

I bimbi studiavano nella scuola di Beslan, assaltata nel settembre 2004 da un gruppo armato che li ha sequestrati, insieme a insegnanti e genitori, per giorni fino all’intervento delle forze di sicurezza russe.

L’operazione, realizzata per ordine del Presidente russo Vladimir Putin, è costata la vita a più di 300 persone.

euge65
Wednesday, January 11, 2006 10:13 PM
Enciclica


Ciao a tutte volevo postarvi alcune notizie prese dalle news di Libero sulla prossima enciclica di Benedetto.
Ne dovrebbe parlare lui stesso, durante un congresso sulla carità il 20 e 21 Gennaio prossimi. Il 25 Gennaio invece il testo dell'enciclica, dovrebbe essere pubblicato su Famiglia Cristiana. Comunque la pubblicazione dovrebbe essere ormai imminente.

Saluti a tutte Eugenia
Ratzigirl
Wednesday, January 11, 2006 10:29 PM
Enciclica
Ecco gli aggiornamenti di cui parlava Eugenia

Con tutta probabilita' sara' lo stesso Benedetto XVI a parlare per primo della sua enciclica di imminente pubblicazione, prima che lo stesso documenta venga presentato ufficialmente dalla Sala Stampa Vaticana. L'intervento di papa Benedetto potrebbe avvenire con un intervento nel convegno promosso da Cor Unum e dalla Caritas per il 20 e 21 gennaio prossimo proprio sul tema della carita', lo stesso di cui trattera' sotto l'aspetto teorico e pratico l'enciclica. In contemporanea alla pubblicazione dell'enciclica, il 25 gennaio il testo del documento papale uscira' in anteprima su ''Famiglia Cristiana'' che, per l'occasione stampera' un milione di copie e costera' un euro in piu' . Questo particolare con la data di pubblicazione e' stato diffuso oggi dallo stesso settimanale cattolico, mentre la Sala Stampa Vaticana non ha rilasciato alcun commento.

Discipula
Thursday, January 12, 2006 12:45 AM
Re: Enciclica

Scritto da: Ratzigirl 11/01/2006 22.29
Ecco gli aggiornamenti di cui parlava Eugenia

In contemporanea alla pubblicazione dell'enciclica, il 25 gennaio il testo del documento papale uscira' in anteprima su ''Famiglia Cristiana'' che, per l'occasione stampera' un milione di copie e costera' un euro in piu' .



WOW, non vedo l'ora!!! Krazie per averci messo al corrente ...

Ratzigirl
Thursday, January 12, 2006 1:04 PM
UDIENZA AGLI AMMINISTRATORI DELLA REGIONE LAZIO, DEL COMUNE E DELLA PROVINCIA DI ROMA


Questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza gli Amministratori della Regione Lazio, del Comune di Roma e della Provincia di Roma, in occasione del tradizionale scambio di auguri per il nuovo anno.

Riportiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Illustri Signori e gentili Signore!

Sono lieto di ricevervi per il tradizionale scambio di auguri all’inizio di questo nuovo anno, che è anche il primo del mio ministero di Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa. È questa infatti l’occasione propizia per confermare e rinvigorire quei legami, maturati e consolidati attraverso due millenni di storia, che intercorrono tra il Successore di Pietro e la città di Roma, la sua provincia e la regione del Lazio. Porgo il mio cordiale e deferente saluto al Presidente della Giunta regionale del Lazio, Signor Pietro Marrazzo, al Sindaco di Roma, Onorevole Walter Veltroni, e al Presidente della Provincia di Roma, Signor Enrico Gasbarra, ringraziandoli per le gentili espressioni che mi hanno rivolto, anche a nome delle Amministrazioni da loro guidate. Insieme ad essi, saluto i Presidenti delle rispettive Assemblee consiliari e tutti voi qui riuniti.

Sento anzitutto il bisogno di far giungere, attraverso di voi, l’espressione del mio affetto e della mia sollecitudine pastorale a tutti i cittadini e gli abitanti di Roma e del Lazio. Lo faccio ricorrendo alle parole pronunciate dal mio amato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita in Campidoglio, il 15 gennaio 1998: "Il Signore ti ha affidato, Roma, il compito di essere nel mondo "prima inter Urbes", faro di civiltà e di fede. Sii all’altezza del tuo glorioso passato, del Vangelo che ti è stato annunciato, dei Martiri e dei Santi che hanno fatto grande il tuo nome. Apri, Roma, le ricchezze del tuo cuore e della tua storia millenaria a Cristo. Non temere, Egli non umilia la tua libertà e la tua grandezza. Egli ti ama e desidera renderti degna della tua vocazione civile e religiosa, perché tu continui ad elargire i tesori di fede, di cultura e di umanità ai tuoi figli e agli uomini del nostro tempo" (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXI/1, 1998, p. 119) . Le popolazioni di Roma e del Lazio hanno mostrato con straordinaria e toccante evidenza, nei mesi della malattia e della morte di Giovanni Paolo II, l’intensità della loro risposta di amore all’amore del Papa. Desidero, nella presente circostanza, manifestare la mia più viva gratitudine a voi, distinte Autorità, ed alle Istituzioni che rappresentate per il grande contributo che avete saputo offrire all’accoglienza di milioni di persone, convenute a Roma da ogni parte del mondo, per rendere l’estremo saluto al compianto Pontefice e poi anche in occasione della mia elezione alla Sede di Pietro.

In verità Roma e il Lazio, come del resto l’Italia e l’umanità intera, hanno vissuto in quei giorni una profonda esperienza spirituale, di fede e di preghiera, di fraternità e di riscoperta dei beni che rendono degna e ricca di significato la nostra vita. Una tale esperienza non deve rimanere priva di frutti anche nell’ambito della comunità civile, dei suoi compiti e delle sue molteplici responsabilità e relazioni. Penso in particolare a quel terreno assai sensibile, e decisivo per la formazione e la felicità delle persone come per il futuro della società, che è rappresentato dalla famiglia. Da ormai tre anni la Diocesi di Roma ha posto la famiglia al centro del suo impegno pastorale, per aiutarla a fronteggiare i motivi di crisi e di sfiducia largamente presenti nel nostro contesto culturale, prendendo più chiara e convinta coscienza della propria natura e dei propri compiti. Come dicevo infatti il 6 giugno scorso, parlando al Convegno che la Diocesi ha dedicato a queste tematiche, "matrimonio e famiglia non sono in realtà una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui". Aggiungevo pertanto: "Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell’autorità, l’imposizione di una forma dal di fuori, è invece esigenza intrinseca del patto dell’amore coniugale". Non si tratta qui di norme peculiari della morale cattolica, ma di verità elementari che riguardano la nostra comune umanità: rispettarle è essenziale per il bene della persona e della società. Esse interpellano quindi anche le vostre responsabilità di pubblici Amministratori e le vostre competenze normative, in una duplice direzione. Da una parte, sono quanto mai opportuni tutti quei provvedimenti che possono essere di sostegno alle giovani coppie nel formare una famiglia e alla famiglia stessa nella generazione ed educazione dei figli: al riguardo vengono subito alla mente problemi come quelli dei costi degli alloggi, degli asili-nido e delle scuole materne per i bambini più piccoli. Dall’altra parte, è un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna effettiva esigenza sociale.

Uguale attenzione ed impegno richiede la tutela della vita umana nascente: occorre aver cura che non manchino di concreti aiuti le gestanti che si trovano in condizioni di difficoltà ed evitare di introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell’aborto, come scelta contro la vita. In una società che invecchia diventano poi sempre più rilevanti l’assistenza agli anziani e tutte le complesse problematiche attinenti alla cura della salute dei cittadini. Desidero incoraggiarvi negli sforzi che state compiendo in questi ambiti e sottolineare che, in campo sanitario, i continui sviluppi scientifici e tecnologici, come anche l’impegno per il contenimento dei costi, vanno promossi tenendo ben fermo il superiore principio della centralità della persona del malato. Peculiare attenzione meritano i molti casi di sofferenza e di malattia psichica, anche per non lasciare senza aiuti adeguati le famiglie che non di rado si trovano a dover fronteggiare situazioni assai difficili. Sono lieto per lo sviluppo che hanno avuto in questi anni le varie forme di collaborazione tra le pubbliche Amministrazioni di Roma, della Provincia e della Regione e gli organismi del volontariato ecclesiale, nell’opera volta ad alleviare le povertà vecchie e nuove che purtroppo affliggono una parte non piccola della popolazione, e in particolare molti immigrati.

Distinte Autorità, vi assicuro la mia vicinanza e la mia quotidiana preghiera, per le vostre persone e per l’esercizio delle vostre alte responsabilità. Il Signore illumini i vostri propositi di bene e vi dia la forza di portarli a compimento. Con questi sentimenti, imparto di cuore a ciascuno di voi la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle vostre famiglie e a quanti vivono e operano a Roma, nella sua provincia e in tutto il Lazio.

Ratzigirl
Friday, January 13, 2006 2:16 PM
UDIENZA AI SEDIARI PONTIFICI
A fine mattinata, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza i Sediari Pontifici ed ha loro rivolto il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari amici!

Sono lieto di accogliervi e rivolgo a ciascuno il mio cordiale saluto, che estendo alle vostre gentili consorti, insieme con l’augurio di ogni bene per l’anno da poco iniziato. Ho modo di vedervi quasi quotidianamente nell’adempimento del mio ministero, specialmente quando ricevo personalità e gruppi. Quella odierna, però, è l’occasione propizia di incontrarvi tutti insieme, in un clima familiare, per esprimervi apprezzamento e riconoscenza per il contributo che rendete all’ordinato svolgimento delle udienze e delle celebrazioni pontificie. Solerzia, cortesia e discrezione sono i tratti che devono distinguervi nel vostro lavoro, manifestando concretamente il vostro amore per la Chiesa e la vostra dedizione al Successore di Pietro.

Quella di Sediario pontificio è una mansione antica, che nel corso dei secoli si è evoluta secondo diverse modalità, legate alle usanze e alle necessità dei tempi, ed è andata consolidandosi con l’affermarsi del ruolo singolare della Chiesa di Roma e del suo Vescovo. Come ricorda la stessa denominazione, il vostro è un compito da sempre legato alla Sede di Pietro. Del Collegio dei Sediari si ha, infatti, notizia fin dal secolo XIV. Essi furono addetti a varie mansioni, alle dipendenze del Prefetto dei Sacri Palazzi Apostolici o del Maggiordomo, mansioni che, pur in modo diverso, perdurano in buona sostanza fino ad oggi.

Tutto questo, cari amici, deve portarvi a vedere nella vostra attività, al di là dei suoi aspetti transitori e caduchi, il valore del legame con la Sede di Pietro. Il vostro lavoro, pertanto, si inserisce in un contesto dove tutto deve parlare a tutti della Chiesa di Cristo, e deve farlo in modo coerente, imitando Colui che "non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45). In quest’ottica vanno viste le recenti riforme attuate dai miei venerati Predecessori, in particolare dal Papa Paolo VI, cui spettò l’attuazione delle nuove istanze conciliari. E’ stato semplificato il cerimoniale, per ricondurlo a una maggiore sobrietà, meglio intonata al messaggio cristiano e alle esigenze dei tempi.

Il mio augurio, cari amici, è che possiate sempre essere, in Vaticano come a casa, in parrocchia e in ogni ambiente, persone servizievoli e attente al prossimo. E’ questo un insegnamento prezioso per i vostri figli e nipoti, che apprenderanno dal vostro esempio come l’essere al servizio della Santa Sede comporti prima di tutto una mentalità e uno stile di vita cristiano. Nel clima familiare di questo nostro incontro, desidero assicurare una preghiera speciale per le vostre intenzioni e per quelle dei vostri cari, invocando su tutti la materna protezione di Maria Santissima e di san Pietro. Il Signore vi aiuti a compiere sempre il vostro lavoro in spirito di fede e di sincero amore alla Chiesa. A voi, qui presenti, e ai vostri cari imparto di cuore la Benedizione Apostolica.


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