Il silenzio delle sirene
[G]"Il silenzio delle donne è sempre stato considerato uno degli enigmi della vita. E’ bene che resti tale, almeno fino a quando non interverrà lo stupido di turno a rivelarci che non sanno cosa rispondere o che stanno semplicemente pensando o che stupite ascoltano o che aspettano o che tacciono."[/G]
Il tema del 'silenzio delle donne' è un tema alto. Non si tratta di uno spunto antifemminista. Kafka ha scritto pagine memorabile nei racconti.
" “Il silenzio delle sirene” parte da uno degli episodi più seducenti dell’Odissea. Kafka s’inventa però una versione tutta sua, essenziale.
Si sa: Ulisse si fece legare all’albero maestro per ascoltare il canto calamitante delle sirene, senza tuttavia farsi trascinare da loro e così dimenticare la patria, la sua famiglia, se stesso. Aveva turato le orecchie dei compagni con della cera, perché non sentissero nulla, neppure la sua voce implorante di scioglierlo e lasciarlo in balìa di quelle creature.
Kafka invece la racconta diversamente: anche Ulisse si riempie le orecchie di cera. Una beffa: le corde che lo stringono all’albero della nave devono alimentare il suo alibi. Così sfila davanti a quelle incantatrici, impassibile e vittorioso. Loro stanno cantando invano, lui crede, perché non sanno che non può sentire.
Ma le sirene tacciono.
Non si sa per quale motivo; forse un uomo come Ulisse si può sconfiggere solo con il silenzio, oppure si fermano rapite dal suo sguardo luminoso. Resta il fatto che “arma ancora più temibile del canto è il silenzio delle sirene”, perché è meglio perdersi avendo conosciuto la bellezza di quella melodia ammaliante, piuttosto che salvarsi senza averla mai ascoltata. L’eterno conflitto dell’uomo è accedere alla conoscenza in cambio di un avvitamento luciferino, un tonfo nell’inferno della consapevolezza.
Forse lui lo sa bene, forse Ulisse si accorge di questo inganno reciproco, di questo valzer degli equivoci che renderebbero inutili cera e catene. Ma è la prova che il Fato non può raggiungere il suo cuore, che lui ha il potere di sottrarsi a ogni iniziazione. Al rito che tutti gli altri uomini cercano nell’illusione di respingere la morte, di accedere ad altre dimensioni senza pagare pedaggio. Un’illusione che lui, cinico anche verso se stesso, non ammette. " (Maria silvia Morciano)
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Il silenzio delle donne è tema maschile.
Rinvia alla domanda insistente e vana del maschio che chiede. L'impazienza maschile è stata rovesciata nel tema ben più alto dell'attesa d'amore.
Recentemente, lo scrittore Antonio Pascale ha proposto con [C]La manutenzione degli affetti[/C] uno sguardo discreto sulla realtà della donna. Alla moglie che lo tradisce egli non oppone la parola che smaschera la realtà che è anche sotto gli occhi dei figli...
Fino alla fine del racconto, con una scrittura tesa e ridotta all'essenziale Pascale insegna a tenere in vita un rapporto che cesserebbe se solo venisse pronunciata una parola.
Inno all'attesa d'amore, dunque.
Il mio aforisma è atto d'accusa nei confronti della stupidità maschile; elogio del femminile, del suo mistero, della potenza del femminile.
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[CENTER]Umberto Galimberti, [C]Nella testa di una madre che uccide suo figlio[/C], “la Repubblica”, 27 maggio 2005 [/CENTER]
Lecco come Cogne? In un certo senso sì. Cogne è diventato un paesaggio dell´anima a cui fare riferimento per collocare episodi che il sentimento umano fatica ad accettare come suoi. E anche se Cogne non ha ancora una soluzione giudiziaria e quindi una definizione di come i fatti sono andati, anche a Lecco, come a Cogne, la famiglia, e in un primo tempo anche i vicini di casa, si schierano a difesa della madre, perché è difficile ammettere che il terribile possa accadere tra noi, quando nessun segno lo lascia presagire.
Ma è proprio così? O la disattenzione che riserviamo a chi vive con noi o accanto a noi porta a non accorgerci di quanto avviene nel chiuso della nostra anima, che non si fida neppure della comunicazione, perché teme che le sue parole possano non essere raccolte o addirittura svilite. E quando la comunicazione collassa, quando la parola si sente vana, non resta che il gesto, per chiudere il discorso con una disperazione da cui non si sa come uscire. Qui gli psichiatri parlano di “depressione post partum”. Vero. Ma questa diagnosi rivela solo un sintomo non di una malattia, ma della condizione della maternità, di ogni maternità, dove l´amore per il figlio non è mai disgiunto dall´odio per il figlio, perché il figlio, ogni figlio, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo corpo, del suo tempo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti e anche amori, altri dall´amore per il figlio.
Se poi la madre, come sembra sia il caso della madre di Mirko, ha aspirazioni di autorealizzazione nel mondo dell´apparire (televisivo), in una cultura che ci ha insegnato che l´apparire è l´unica condizione per essere, per ottenere quel riconoscimento che è il fondamento della nostra identità, allora l´ambivalenza amore/odio, comune a tutte le madri, si potenzia e chiede una soluzione: l´accettazione della propria maternità o la sua soppressione. Accettare la realtà quando questa è troppo distante dal proprio desiderio è per chiunque di noi il lavoro che ci affatica ogni giorno. Quando questa fatica supera oggettivamente o soggettivamente i nostri limiti, si affaccia come via di uscita il più terribile degli eventi: l´evento della morte. La morte propria o quella dell´altro, o entrambe. Qui siamo in presenza della morte dell´altro, che avviene in quella tragicità spaesante quando l´altro è carne della nostra carne, e quindi non propriamente e per davvero un altro, ma io stesso nel corpo dell´altro.
Nel nostro caso il gesto omicida della madre lascia la madre viva e bene indaffarata a mettere in scena la finzione della rapina e a sostenere con ostinazione e lucidità la sequenza dei fatti che danno corpo alla finzione, allo scopo di salvare la propria vita e le proprie aspirazioni che erano già viste compromesse dalla maternità. I familiari fanno cerchio perché Cogne insegna. I membri della famiglia e i vicini di casa hanno una capacità sorprendente di ignorare o fingere di ignorare che cosa accade davanti ai loro occhi, come spesso succede con gli abusi sessuali, la violenza, l´alcolismo, la follia o la semplice infelicità. Esiste un livello sotterraneo dove tutti sanno quello che sta succedendo, ma in superficie si mantiene un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola di gruppo che impegna tutti a negare ciò che esiste e si percepisce.
Siamo al diniego che è il primo adattamento della famiglia alla devastazione causata da un membro, sia esso alcolista, o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o infanticida. La sua presenza deve essere negata, ignorata, sfuggita o spiegata come qualcos´altro, altrimenti si rischia di tradire la famiglia. Qui scatta quella che potremmo definire la “morale della vicinanza”, che è quanto di più pernicioso ci sia per la coscienza privata, e a maggior ragione per quella pubblica. Infatti, la morale della vicinanza tende a difendere il gruppo (familiare, comunitario) e a ignorare tutto il resto. E così finisce col sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all´altruismo, al sentimento della comunità, l´indifferenza, l´ottundimento emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l´alienazione, l´apatia, l´anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città.
Non nascondiamoci l´ambivalenza dell´amore e dell´odio che sempre accompagna la condizione della maternità. Non ci sarebbero tanti disperati nella vita se tutti, da bambini, fossero stati davvero amati e solo amati. Ma non nascondiamoci neppure dietro il diniego di fronte a ciò che accade. A colpi di negazione non c´è evoluzione e neppure speranza per chi ha drammaticamente deragliato dal più comune dei sentimenti umani.<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 28/05/2005 5.56</i>]</font></p>