La buona strada
Esattamente cinque anni fa, verso la fine di settembre, anche io sono entrato nella sala operatoria di un reparto di cardiochirurgia da cui sono uscito con il cuore rinnovato e meno stanco.
Antonio Tabucchi ha scritto nel 1994
Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa, in cui immagina che il grande scrittore portoghese incontri prima di morire tutti i suoi eteronimi.
Mentre viene accompagnato in Ospedale incontra un poliziotto che, in realtà, era Coelho Pacheco (uno degli eteronimi) e che gli indica una strada breve per arrivare in fretta all'Ospedale. "Che ci faceva Coelho Pacheco travestito da poliziotto? Forse lo aveva mandato il Maestro perché gli preparasse la buona strada. Pessoa alzò la mano e gli fece un segno esoterico. Anche Coelho Pacheco gli fece un segno esoterico, e il taxi prese la prima via a destra."
Mentre la mia barella a rotelle veniva spinta nella Sala operatoria ho alzato la mano sinistra e ho fatto un segno esoterico a mia figlia, che lo ha visto forse, ma non avrà capito, perché non avevo fatto in tempo a spiegarle che avevamo un linguaggio da condividere che non era solo un linguaggio per la comunicazione. Volevo dirle che quello che ci legava poteva essere riassunto in un gesto propiziatorio che era un arrivederci, non importa se in questa vita o da nessun'altra parte. Arrivederci e basta. Perché chi resta ha da far vivere comunque presso di sé chi se n'è andato.
Più avanti, Tabucchi lascia che Pessoa parli così ad Antonio Mora:
"Caro Antonio Mora, disse, Proserpina mi vuole nel suo regno, è ora di partire, è ora di lasciare questo teatro d'immagini che chiamiamo la nostra vita, sapesse le cose che ho visto con gli occhiali dell'anima, ho visto i contrafforti di Orione, lassù nello spazio infinito, ho camminato con questi piedi terrestri sulla Croce del Sud, ho attraversato notti infinite come una cometa lucente, gli spazi interstellari dell'immaginazione, la voluttà e la paura, e sono stato uomo, donna, vecchio, bambina, sono stato la folla dei grandi boulevards delle capitali dell'Occidente, sono stato il placido Buddha dell'Oriente del quale invidiamo la calma e la saggezza, sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere, ho conosciuto onori e disonori, entusiasmi e sfinimenti, ho attraversato fiumi e impervie montagne, ho guardato placide greggi e ho ricevuto sul capo il sole e la pioggia, sono stato femmina in calore, sono stato il gatto che gioca per strada, sono stato sole e luna, e tutto perché la vita non basta. Ma ora basta, mio caro Antonio Mora, vivere la mia vita è stato vivere mille vite, sono stanco, la mia candela si è consumata, la prego, mi dia i miei occhiali."
Di ritorno dal viaggio della malattia si conserva la sensazione semplice ma vera che è facile morire. Fin troppo facile. Si va incontro ai medici con serenità e senza paura. Sapendo bene che è possibile anche non tornare più a casa. L'Ospedale diventa luogo familiare. Il cibo tanto odiato e disprezzato diventa succo delicato e nettare. Sufficiente e gradevole, addirittura. Si diventa docili e disponibili. Attenti alle parole e ai consigli. Si depongono le ostilità e gli affanni. La vita appare bastevole. Basta quello che si è vissuto. Si pensa che è destinato quello che resta, quanto resta da vivere. Ma ogni pensiero lentamente si confonde con la considerazione che dopo tutto la vita di chi ritorna non è esemplare rispetto a quella di chi è rimasto a casa. Ogni pensiero sulla vita e sulla morte diventa poco utile e per niente educativo. Cosa dire al mondo? che è breve il tempo che ci è concesso? e che ogni attimo è prezioso? che si richiede un'altra saggezza? un altro ritmo di vita? Che bisogna essere generosi con se stessi e con gli altri? Che occorrono compassione e mitezza?
Si finisce per non dire niente. Tutt'al più, si propone una poesia, come ha fatto lucy a voi. Perché il dolore patito si trasformi in qualcosa di più alto e non sembri di averlo patito invano.