Full Version: "Lo spazio bianco"
Print   Search   Utenti   Join     Share : FaceboolTwitter
Achille Lorenzi
Saturday, January 19, 2008 8:56 AM
Un romanzo di una scrittrice napoletana dove si parla anche di TdG.

Madre nella città sospesa
Il trauma, il limbo e la rabbia: una storia intima che diventa paradigma della realtà

Titti Marrone La «Guappetella» è cresciuta: dopo due sorprendenti libri di racconti - Mosca più balena e Per grazia ricevuta, entrambi da Minumum Fax - e dopo l’interludio di un testo teatrale - Il verdetto- Io, Clitemnestra (Bompiani) - Valeria Parrella, il giovane talento femminile napoletano più promettente della narrativa italiana, arriva alla prova del nove del romanzo. Si lascia alle spalle i bozzetti delicati e pungenti di Napoli tratteggiati nei primi due libri. Archivia il personaggio saporoso della tosta ragazzetta dei Quartieri Spagnoli smaniosa di crescere e quello della spacciatrice-vedova di Ponticelli. Approda alla Einaudi e ne Lo spazio bianco (pagg. 112, euro 15: da martedì 22 in libreria) affronta il passo letterario più impegnativo. A volte è questione di trovare la storia giusta: quella scelta da Valeria Parrella le è stata evidentemente suggerita dalla recente esperienza di madre di Andrea, bimbo nato in anticipo sui tempi e oggi sanissimo. E però la sua voce narrativa, sommessa ma robusta, fa sfumare il realismo e l’autobiografismo in una vicenda densa, sorretta da una scrittura di tenera profondità. A questo approdo è stato necessario, in qualche modo, anche il libro precedente, il dialogo teatrale ispirato alla vicenda di Clitemnestra e rielaborato come dramma camorristico. Lì la scrittura era permeata da un continuo richiamo al sangue, a una pulsione omicida proveniente da un’antichità oscura e ancestrale. Qui nella storia circola una sotterranea carnalità, c’è ancora una centralità del sangue, ma legato alla nascita e alla vita. E come negli altri scritti della Parrella, qui confluiscono elementi di vita quotidiana della città che ancora e sempre conferma la sua forza generatrice di storie. Storie trasfigurate nella narrazione o storie dolorosamente vere, come quella del ragazzo Marcello Oddati scomparso nei mesi scorsi, evocato con discrezione dall’autrice nelle righe finali dei ringraziamenti come destinatario, insieme ai genitori Nicola e Enza, del suo romanzo. Ne Lo spazio bianco Valeria Parrella scrive di Maria, quarantaduenne napoletana per tre mesi condannata a un tempo di sospensione, nell’ospedale dove sua figlia Irene, partorita troppo presto, tra flebo e tubi per la respirazione aspetta di diventare viva. E scrive di un limbo che è luogo di attesa interiore. Racconta dunque un trauma, una rabbia, un patteggiamento continuo con i medici e con la città che fa alla donna da ostacolo e da compagnia. Le pagine trascinano il lettore nella teoria immobile dei giorni in cui la giovane madre arriva dalle strade sporche della città sgangherata e si sottomette ai riti della sterilizzazione, indossa il camice ed entra nella stanza dove la figlia lotta per conquistare l’autonomia del respiro. Intorno a Maria ci sono i medici con domande invece di risposte, come i «lei lo sa?» che sono rimbalzo di responsabilità. A Maria, insegnante di italiano in una scuola serale e vorace lettrice, diventano amiche figure di donne in verità da lei lontanissime, ma che nel padiglione Dorelli con lei condividono le boccate frenetiche di sigarette segrete e gli sperdimenti dell’attesa. Come Mina, che improvvisa in ospedale pic-nic proibiti a base di frittate di maccheroni. O come la ragazza accoltellata dal marito subito dopo il parto. O come la madre diciannovenne di due gemelli prematuri, pinza tra i capelli e tuta da ginnastica, precipitata nell’incubo del padiglione Dorelli dopo un’estate di baci inconsapevoli e gite in pattino a Baia Domizia. Spesso in queste storie umane ci sono sofferenze che male si conciliano con i burocratismi ospedalieri, che richiedono la fantasia di escamotage napoletani come quello inventato da Maria per aggirare il diniego di un padre Testimone di Geova ad autorizzare una trasfusione. È questa umanità dolente a sorreggere Maria nell’attesa, insieme con i ricordi della sua infanzia e con il pensiero del suo lavoro. Ed è da qui, dal lavoro di insegnante, che emergono le sole figure maschili positive, in una vicenda abitata, come nei precedenti libri della Parrella, da uomini sempre ectoplasmatici, dal padre di Irene a un giovane dottore dagli occhi azzurri. Solidi e sicuri sono invece gli allievi di Maria, camionisti troppo grossi per stare nei banchi o incapaci di dare il «lei», o extracomunitari in guerra con le pagine dei Promessi Sposi, ma capaci di fattive solidarietà verso la loro insegnante così provata. A questa policromia di figure fa più che da sfondo la sagoma scura di Napoli. È più feroce che negli scritti precedenti della Parrella, meno giocosa, quasi a testimoniare che negli ultimi anni, se cambiamento c’è stato, è stato in peggio. Evocata a sua volta in una dimensione di limbo e tempo sospeso, ha zone in mutazione come il Cavone abitato da spaesati bimbi indiani e srilankesi che giocano a cricket in piazza Dante. Ha giardinetti rifatti e già vecchi, scale immobili alle rampe del metrò, quartieri luccicanti di negozi come il Vomero, dove chi è povero sente di esserlo anche di più. È una città offesa da mali antichi cui se ne sono aggiunti di nuovi, e abitata dal paradosso della responsabilità collettiva di quelle ferite, che però proprio nessuno ha il coraggio di assumersi.

Link: www.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20080118&ediz=NAZIONALE&npag=21&file=...
Questa è la versione 'lo-fi' del Forum Per visualizzare la versione completa click here
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 3:45 AM.
Copyright © 2000-2013 FreeForumZone snc - www.freeforumzone.com