Terrorismo, 17 indagati. I due leader già in carcere da maggio«Combatterò l’Italia ovunque» Perquisita la moschea di VareseFiniti sotto inchiesta alcuni reduci della guerra in Bosnia
VARESE - «Combatterò l’Italia ovunque passino i miei piedi»: è per chiarire l’effettiva pericolosità di frasi come questa, intercettata il 21 dicembre dalla polizia (sfoghi di esaltati senza seguito o veri propositi criminali?), che gli agenti della Digos di Milano e Varese hanno perquisito ieri gli uffici della moschea di via Giusti e le case di 17 indagati tra città e provincia. L’ipotesi di reato è l’associazione per delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il blitz segna la chiusura di due anni d’indagini che erano rimaste segrete fino all’arresto, nel maggio scorso, dell’allora tesoriere della moschea, Mohammed Raouiane, e dell’imam Majid Zergout, entrambi marocchini. La Procura di Milano precisa che la perquisizione non ha riguardato la sala di preghiera, intitolata a uno dei figli del profeta Maometto, ma solo quattro uffici gestiti dagli indagati, tutti marocchini o tunisini con regolare permesso, all’interno di quell’ex magazzino industriale. L’ex imam e l’ex tesoriere sono ancora in carcere e restano gli unici imputati colpiti da «gravi indizi» di colpevolezza: nell’udienza preliminare del 6 febbraio il pm Elio Ramondini chiederà di processarli come presunti finanziatori del Gruppo islamico combattente marocchino (Gicm), l’organizzazione di reduci dall’Afghanistan al cui interno sarebbe maturata la spaventosa strage del 2003 a Casablanca (45 morti, tra cui 12 kamikaze). I due arresti eseguiti otto mesi fa dai carabinieri del Ros si fondavano su intercettazioni confermate dalle confessioni dei leader del Gicm detenuti in Marocco e in Francia, che per l’Italia hanno peraltro parlato solo di quei due fiancheggiatori.
Le perquisizioni in case e uffici dei restanti 17 indagati minori puntavano a verificare l’ipotesi (o meglio il timore) che il posto dei due arrestati fosse stato preso da altri personaggi pericolosi. Un sospetto nato il 7 luglio scorso, quando un indagato fu intercettato mentre esultava per gli attentati di Londra. Le 18 perquisizioni non hanno portato al sequestro di armi né di esplosivi, ma solo di cassette audio e video di propaganda radicale e più volantini trovati in moschea. Anche le intercettazioni confermano, secondo il primo rapporto della Digos, il «risentimento anti-occidentale» e «l’integralismo religioso», ma restano d’incerta rilevanza penale.
Tra gli i indagati le figure centrali ora sono il nuovo tesoriere Abdelmajid Kassous e il suo vice Abdellilah Atassi, entrambi marocchini e reduci dalla guerra in Bosnia. Il passato da combattenti è certo - Atassi è rimasto claudicante per una ferita in battaglia - e in altri casi ha segnato l’aggancio con cellule terroristiche, ma nei processi milanesi già aperti le difese hanno potuto ribattere che «in Bosnia i musulmani si difendevano dall’aggressione dei comunisti serbi ed erano appoggiati da tutto l’Occidente». Il reduce più temuto a Varese, Said Ben Faical, è già stato espulso dal ministero dell’Interno, ma oltre che in Bosnia aveva combattuto nel 2001 al fianco dei talebani in Afghanistan.
Paolo Biondani Claudio Del Frate
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Mi spaventano molto di più un gruppo di fanatici così che un semplice idiota come Alì Agca

....Il nemico non è più alle porte

ce lo siamo portati in casa

speriamo di non doverne pagare le conseguenze