Racconto autoironico di un'impresa
Ciao ragazzi sono nuovo del forum, anche se ne traggo ispirazione da mesi nell'anonimato! E' anche per "colpa" vostra che mi è venuta l'insana idea di fare la salita più dura d'Europa prima e quella più bella dopo, anche se sono un mediocre cicloamatore e per colpa del lavoro non riesco ad allenarmi come vorrei.
Tempo fa un amico romano come me e completamente scevro dal ciclismo mi ha invitato nella sua villetta di montagna. Non appena ho saputo dov'era, e cioè a 10 km da Ovaro, ho accettato ben conscio di quello che avrei voluto fare una volta arrivato lì.
E così, qualche giorno fa, arrivo a Invillino (fraz. di Villa Santina) e, dopo 2 giorni di acquazzoni infiniti, la terza mattina mi sveglio carico di ottimismo. Mi affaccio e con un po’ di rammarico vedo che il cielo è ancora coperto, ma l’aria è molto meno umida e non si vedono nuvole basse; finalmente riesco a vedere fino all’orizzonte, sulle vette c'è persino la neve e la temperatura a valle non supera i 15 gradi… E vabbè, vorrà dire che mi coprirò bene.. Colazione, ultimi preparativi, anzi impreparativi! non avendo previsto un tale freddo a fine luglio, sono costretto ad indossare una felpaccia. Così, con l’impressione di essere appesantito mi metto in bici diretto verso Ovaro, che dista 11 km da casa… C’è un po’ di vento, l’aria è fredda e vado nella direzione delle cime innevate, supero il punto dove nei 2 giorni precedenti avevo sempre fatto dietrofront per via degli acquazzoni, e a 3 km da Ovaro vedo un cartello “salita 15%”.. Tra me e me penso: “Di già????” Per fortuna è solo una collinetta che a malapena fa 10%, la scollino ed entro nel paesino di Ovaro, un paesino carino, molto curato e tranquillo. Tranquillo non sono io che sono ad un passo dal Kaiser, come lo chiamano qui; per uno come me abituato a fare la salita di Rocca di Papa (che ho sfruttato per allenarmi: 6km al 6% con brevissimi picchi al 14% ai Campi d’Annibale, dove passa il giro del Lazio), lo Zoncolan fa alzare i battiti e non sto scherzando, già sto oltre i 100 battiti ed è ancora pianura, anzi, è paura.
Ecco il fatidico bivio, ri-azzero il contakm e la strada inizia secca a salire al 10%, così, tanto per. So che dovrò passare due piccoli bivi, uno a Lenzone e uno a Liariis, entrambi graziose verdissime frazioni di Ovaro. Ci sono ancora degli striscioni del Giro D’Italia passato qui 2 mesi fa, e già sull’asfalto ben messo iniziano le scritte, alcune di puro incitamento sportivo (“bravi tutti”, “W il giro”), altre dedicate al beniamino di turno (su tutti Simoni), altre divertenti (“Viva la fuga” con la u strettissima, “Savoldelli… a voi!”), altre polemiche (“e il Crostis”?) e altre poco sportive come quella per Contador che lo invita con una freccia a deviare in un burrone. Arrivo a Liiaris, i pochi passanti mi salutano con rispetto perché sanno chiaramente che intenzioni ho, mentre uno striscione appeso ad una casa recita “Dal paradiso Crostis all’inferno Zoncolan”, e subito dopo “Lasciate ogni speranza voi che entrate”; sono ancora nei 400 mt pianeggianti che seguono la frazione di Liariis, poi si curva un po’ a sinistra e un rettilineo al 13-14% mi fa capire che non si gioca più, tanto che varco una soglia con su scritto “La porta dell’inferno” proprio a fianco di una fontanella che non sfrutterò dati i 2 litri che ho con me e che rendono la bici pesante 13 kg. E a proposito di dati tecnici, aggiungo pure che non ho la compatta e che al 39 abbino come ultimi pignoni il 23 ed un 29 fatto appositamente montare (sia benedetto). E’ inziato il tratto duro e il primo di una lunga serie di cartelloni raffiguranti un po' a caso i campioni del passato indica 0,000 km, facendomi perdere qualche punto di riferimento tachimetrico, visto che la salita inizia a Ovaro ed è lì il km 0.. vabbè, mi sento offeso perché i primi 2 km non mi sembravano proprio in pianura! Metto quindi il 29 e non toccherò più il cambio fino alla vetta. Supero una seconda fontanella (sarà l’ultima) e dopo poche terribili centinaia di metri sento il motore di una macchina. E’ il mio amico di famiglia che è venuto a curiosare sulla salita (mi confesserà poi di non aver avuto mai il coraggio di farla in macchina); io, preoccupato di non potermi più fermare perché so che i prossimi 6 km saranno al 15% medio (si narra che non si riesca a bere nemmeno nei tornanti, e si narra pure che se ti fermi non riesci più a ripartire a meno che non ti aiuti qualcuno), lo faccio fermare e un po’ in affanno mi fermo anche io per bere copiosamente, e soprattutto per consegnargli il casco e la felpa, dei quali non vedevo l’ora di liberarmi vista anche la temperatura divenuta più gradevole. Gli dico di ripartire e che ci saremmo rivisti in cima, e senza trattenermi in convenevoli inizio il tratto più duro. Avevo visto su salite.ch che in corrispondenza di un effigie di S. Antonio inizia il muro al 20% lungo 400 mt, ma vi assicuro che S. Antonio (con altri santi) lo vedo ormai ad ogni curva e paradossalmente mi perdo quello vero; in discesa, al ritorno, mi fermerò e noterò che era quasi impossibile non notarlo! Si vede che sono po’ preso dalla fatica, costantemente alzato sui pedali, ogni pedalata con quel 29 è un traguardo (ho letto che alcuni cicloamatori lo hanno fatto col 39/23: non ci crederò mai), nel frattempo perdo la sensibilità delle dita del piede sinistro e iniziano a far male la schiena e i polsi, tant’è che ogni tanto faccio una decina di metri seduto sul sellino; vorrei tanto procedere un po’ a zig zag, ma già andando dritto rischio di cadere perché si impenna la ruota davanti e non posso proprio permettermi di curvare, tra l’altro c’è un punto in cui la ruota anteriore (in curva) sfiora il pedale e alla notevole andatura di 5 km/h vorrebbe dire frenare la bici. Così, quei pochi momenti di riposo per la schiena e le braccia diventano un po’ stressanti mentalmente perché se dimenticassi di stare solo delicatamente appoggiato al manubrio e invece lo afferrassi per aiutarmi nella spinta, mi impennerei e finirei per terra. Per non parlare del brecciolino presente su alcuni tratti di asfalto dopo 2 giorni di pioggia intensa. Con piacere noto che nonostante la pendenza disumana e i muri, qualche tornante permette di bere e ci sono anche tanti punti a cui eventualmente appoggiarsi per ripartire, in caso di debacle improvvisa. Sfrutto i 3-4 tornanti larghi (si fa per dire) per bere sapendo che non potrò farlo nel punto che più temo, e cioè un rettilineo di 1 km al 16% medio, dal km 6 al km 7, che non passa mai. Siamo ancora nel bosco, incontro due ciclisti fermi a metà rettilineo (uno è al telefono, ogni scusa è buona per fermarsi), ci salutiamo e incitiamo ma vado avanti, passano un paio di moto ed una macchina, mi fanno dei cenni come a dire “Dài che ce la fai”, la fatica è tanta ma le gambe tengono e temo solo per lo sforzo della schiena e per il piede di cui non sento più le dita da parecchi minuti. Arrivo finalmente al bivio per Malga Pozof, so che vuol dire salvezza, e infatti la strada spiana “solo” al 10% prima e diventa poi pianeggiante per 300 mt. Inizio a rendermi conto che ce l’ho fatta, non ho messo piede a terra nei 5 km duri, e chi pensava che bastassero 750 km nelle gambe, senza salite vere, per riuscire nell’impresa col 39/29? Neanche faccio in tempo a pensarlo, che c’è un muretto breve al 15% che mi porta alla prima delle 3 gallerie, cementate (asfaltate è dire troppo), piene di infiltrazioni d’acqua e non illuminate, nonostante mi sembra ci siano delle lampade. Al termine della prima devo gridare per non farmi investire da una macchina, le altre due, più brevi, finiscono senza problemi. E’ quasi fatta, manca mezzo km ed è l’unico paesaggisticamente bello, complici il panorama e le tante mucche che pascolano (un po’ meno pittoreschi sono i cumuli di cacche sull’asfalto, ne troverò tracce abbondanti su tutto il telaio); la pendenza è sull’11% con picco del 16, ma a quel punto sembra del 2-3 perché intravedo tra le tante persone in vetta il mio amico che si sbraccia per farmi capire che sono arrivato. Schivando non senza titubare qualche mucca, arrivo finalmente in cima dopo 1 ora e mezza di scalata, meno tramortito di quello che mi aspettavo, o più probabilmente talmente emozionato e felice da non sentire più di tanto la fatica di quei km centrali. Intorno a me, le vette della Carnia e, un po’ più lontane, le Dolomiti innevate da un bizzarro clima invernale di fine… luglio! Sulla destra, il monumento allo scalatore, con la scritta che vale tutto lo sforzo: “Al ciclista scalatore, simbolo del sacrificio e dei migliori ideali sportivi”.
Felice di avervi reso partecipi, appena posso vi commenterò anche lo Stelvio!
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