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2/16/2011 2:56 PM | |
sarà peggio di quanto è accaduto in Tunisia e in Egitto? La rivolta arriva in Libia
Negli scontri ferite 38 persone
Manifestazioni a Bengasi per protestare contro il fermo di un militante del movimento dei diritti umani.
Ma il regime organizza dimostrazioni pro-Gheddafi in tutto il Paese
TRIPOLI - La polizia libica ha disperso con la forza i manifestanti che la scorsa notte hanno tenuto un sit-in contro il governo a Bengasi. Circa 38 persone sono rimaste ferite. Lo ha confermato Il direttore dell'ospedale Al Jala, Abdelkarim Gubeaili, raddoppiando un primo bilancio ufficiale che parlava di 14 contusi, anche se nessuno in condizioni preoccupanti.
Secondo quanto riporta il giornale Quryna, fedele al regime di Gheddafi, "un piccolo gruppo di giovani attivisti si è scontrato con persone che tentavano di portare scompiglio in città manifestando in piazza 'al-Shajra', innalzando cartelli contro il regime del popolo". Gli scontri non sarebbero stati tra polizia e manifestanti, ma tra "i sostenitori di Gheddafi e questo gruppo di provocatori che ha poi bloccato la via Jamal Abdel Naser dando fuoco a pneumatici. I sostenitori di Gheddafi marciavano mostrando le foto del colonnello e si sono incontrati con i manifestanti che tornavano dal sit-in tenuto davanti la sede della polizia per ottenere la liberazione dell'attivista arrestato ieri".
La situazione resta tesa. Secondo quanto riferisce il sito dell'opposizione libica Libia al-Mustaqbal la polizia libica avrebbe arrestato questa mattina due giornalisti di Bengasi, Idris al-Masmari e Mohammed Ashim. I due erano intervenuti nella notte in diretta telefonica su alcune emittenti satellitari arabe per dare notizie sulle proteste in corso in città. Al-Masmari è stato arrestato subito dopo aver parlato al telefono con l'edizione araba della Bbc. Al-Jazeera ha poi reso noto che la polizia libica ha fermato una sua troupe diretta in città per seguire la protesta. Dalla scorsa notte ci sono state difficoltà nei collegamenti telefonici e via Internet nel Paese. Alcuni quartieri di Bengasi sono rimasti senza corrente elettrica.
Le proteste dei giorni precedenti. Ieri i familiari dei detenuti rimasti uccisi nel 1996 in una sparatoria nella prigione di Abu Slim, a Tripoli, si erano radunati davanti a un commissariato di Bengasi per chiedere la liberazione del loro coordinatore, l'avvocato Fethi Tarbel. Secondo Human Rights Watch, furono almeno 1.200 i prigionieri uccisi dalle forze dell'ordine, in circostanze ancora poco chiare. Da anni le famiglie, di cui la maggior parte è originaria di Bengasi, non smettono di chiedere giustizia.
Arrestato per motivi ancora non precisati, Tarbel è stato rilasciato su pressione delle famiglie, precisa il giornale Quryna, vicino al figlio di Gheddafi, Seif al-Islam. Tuttavia, dopo il rilascio del legale, i familiari sono rimasti sul posto e altre persone si sono unite a loro, spingendo così le forze dell'ordine a disperderli con la forza. I dimostranti hanno scandito slogan contro il regime: "Bengasi svegliati, è il giorno che aspettavi", "il sangue dei martiri non è stato versato invano", o ancora "il popolo vuole metter fine alla corruzione".
In base alla versione fornita dal giornale libico, "la polizia è intervenuta solo in un secondo momento, dopo che i manifestanti, armati di coltelli, hanno lanciato una fitta sassaiola contro le forze dell'ordine e attaccato i sostenitori di Gheddafi". Il quotidiano nega che la polizia abbia usato i lacrimogeni per dividere i due gruppi. Centinaia di sostenitori del leader libico Muammar Gheddafi continuano a manifestare anche oggi in diverse città del paese, tra cui Sirte, Sebha e Tripoli.
L'appello europeo: "No alle violenze". L'alto rappresentante della politica estera della Ue Catherine Ashton ha lanciato un appello alle autorità libiche perché diano ascolto "alle richieste dei manifestanti e alle voci della società civile". Attraverso la sua portavoce, Maja Kocijancic, la Ashton ha chiesto ufficialmente alle autorità libiche di "permettere la libera espressione" delle opinioni e delle manifestazioni e che "siano evitate tutte le violenze".
Governo rilascerà 110 attivisti islamici. Secondo quanto rivela un'associazione per i diritti umani oggi saranno rilasciati 110 detenuti membri di un gruppo islamico fuorilegge, il Gruppo combattente islamico libico. Si tratta degli ultimi membri del gruppo, che lo scorso anno abiurò la violenza, a trovarsi ancora in carcere, ha detto Mohamed Ternish, presidente dell'Associazione libico per i diritti umani. La tempistica di queste nuove scarcerazioni fa pensare a un gesto destinato anche a placare la popolazione, che per il 17 febbraio ha convocato una manifestazione di protesta sulla scia di quelle in Egitto e in Tunisia.
Principe Adris: "Gheddafi assecondi il popolo". "La Libia è un paese ricco, che paradossalmente si confronta con una povertà estrema", ha detto il principe Idris Al Senussi. "Ci sono disoccupazione e corruzione dilaganti, una sanità allo sfascio. Gheddafi, che senza dubbio è un leader intelligente, deve rendersi conto che questa situazione non può durare a lungo, che anche se riuscirà a reprimere la manifestazione del 17, ne seguiranno altre e altre ancora", come al Cairo e a Tunisi, dove le piazze si sono svuotate solo dopo la caduta del regime. La rabbia dei giovani libici, secondo al-Senussi, che oggi vive tra Roma e Washington, è giustificata dal fatto che in Libia "non c'è una costituzione, non si sa cosa ci sarà dopo Gheddafi, chi prenderà il suo posto, in base a quali regole sarà gestito il passaggio dei poteri".
Fonte: Repubblica |
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2/18/2011 1:53 AM | |
A BENGASI CI SAREBBERO STATE ALTRE 7 VITTIME
Tensione in Libia: 15 morti negli scontri
Bahrein, la polizia carica: quattro i morti
Milizie governative secondo una ong hanno colpito i manifestanti ad Al Baida nell'est del Paese
MILANO - La tensione nell'area mediorientale e del Maghreb resta alta. Oggi è il «giorno della collera» in Libia e ci sono state grandi mobilitazioni contro il regime. A Tripoli e in altre città libiche si sono fronteggiati i manifestanti anti-regime e i sostenitori del leader Muhammar Gheddafi. Milizie giunte da Tripoli ad Al Baida, nell'est della Libia, avrebbero colpito i manifestanti causando almeno 15 morti e molti feriti. Lo ha detto oggi a Ginevra l'organizzazione Human Rights Solidarity. La situazione è grave, ha aggiunto l'ong. Altre sette persone sarebbero morte a Bengasi in scontri tra manifestanti e militari.
Già nei giorni scorsi le due fazioni erano state coinvolte in scontri e c'è il forte timore di una repressione autoritaria che faccia degenerare la situazione. La Farnesina mette in allerta gli italiani che dovessero recarsi nel Paese nordafricano indicando anche la giornata di venerdì come a rischio e consigliando di «evitare gli assembramenti di folla, di allontanarsi immediatamente dalle zone dove siano in corso manifestazioni e, in generale, di rimanere sempre aggiornati sull’attualità internazionale e regionale».
MORTI E FERITI - Su blog e social network, per tutta la giornata di mercoledì, si sono rincorse voci di incidenti in Libia. Lunghe ore di forte tensione che sono seguite a una notte di scontri, arresti, feriti e, secondo informazioni non confermate ufficialmente, ci sono anche delle vittime. Secondo siti vicino all'opposizione e alle ong libiche i morti a seguito delle colluttazioni di ieri tra manifestanti antigovernativi e polizia ad Al Baida, nell'est della Libia, sarebbero almeno nove. Sarebbero poi trentotto le persone rimaste ferite negli scontri avvenuti fino ad ora a Bengasi. Sostenitori del colonnello Muammar Gheddafi e polizia hanno caricato i manifestanti riuniti davanti a un commissariato, per chiedere la liberazione di un attivista.
LE PRESSIONI DEGLI USA - Gli Stati uniti hanno chiesto alle autorità di Tripoli di andare incontro alle aspirazioni della popolazione. «I Paesi della regione stanno affrontando le medesime difficoltà in materia di demografia, aspirazioni popolari e bisogno di riforme», ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato americano, Philip Crowley. «Incoraggiamo questi Paesi a prendere delle misure specifiche che rispondano alle aspirazioni, ai bisogni e alle speranze del loro popolo. La Libia rientra senza alcun dubbio in questa categoria», ha aggiunto il diplomatico statunitense. Crowley ha evitato di rispondere esplicitamente a chi gli chiedeva se non ritenesse Muammar Gheddafi «un dittatore». Ma il suo pensiero è emerso con chiarezza: «Non credo che sia arrivato al potere democraticamente», ha detto.
TENSIONI IN BARHEIN - Nel frattempo in un altro scenario, quello del Bahrein, si aggiorna il bilancio delle vittime. È salito a 4 il numero dei manifestanti uccisi nel centro della capitale Manama in seguito all'assalto sferrato prima dell'alba dalle forze di sicurezza contro un accampamento improvvisato, dove si erano sistemati i manifestanti che da martedì protestano contro il regime monarchico assoluto del piccolo emirato. Due dimostranti erano morti sul colpo. Il terzo è deceduto poco dopo a causa delle gravi lesioni da arma da fuoco riportate al torace, come hanno denunciato fonti dell'opposizione sciita. Ci sarebbe poi una quarta vittima, secondo quanto riportato da una fonte dell'opposizione, ma non ci sono ulteriori dettagli. I feriti accertati a causa del blitz ammontano a cinquanta. In nemmeno tre giorni le vittime della repressione sono state complessivamente almeno cinque anche se via web molte fonti non governative lasciano intendere che possano essere di più.
GRAN PREMIO A RISCHIO - Intanto le prove della Gp2 Asia, in programma sul circuito del Bahrein che il mese prossimo dovrà ospitare anche la gara di apertura della stagione della Formula 1, sono state rinviate. «Per via degli eventi in corso, lo staff medico normalmente in servizio al circuito è stato temporaneamente chiamato negli ospedali della città (per poter intervenire, ndr) in caso di emergenza», si legge in un comunicato diffuso dagli organizzatori della gara. «Per ovvie ragioni, gli organizzatori delle prove della Gp2 hanno deciso di rinviare a domani l'attività prevista per oggi», prosegue il testo.
Fonte: CorrieredellaSera |
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2/19/2011 10:12 AM | |
sarà peggio di quanto è accaduto in Tunisia e in Egitto? Dal sondaggio del Corriere della Sera:
Secondo voi,
se si espande la rivolta in Libia sarà peggio di quanto è accaduto in Tunisia e in Egitto?
Sì 85.5%
No 14.5%
Numero votanti: 124
Tre volte armato è chi difende il giusto; e inerme, sebbene coperto di ferro, è colui la cui coscienza è corrotta dall'ingiustizia.
Enrico VI - Willliam Sakespeare |
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2/19/2011 2:29 PM | |
Qualsiasi rivolta che si espande è sempre più pericolosa di una circoscritta
Gli esiti sono sempre imprevedibili, non è infatti detto che ad un regime dittatoriale segua necessariamente una democrazia, il pericolo fondamentalista è sempre in agguato.
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2/19/2011 3:18 PM | |
Libia, oltre 80 le vittime. Pd: 'Qui assurdo silenzio'
Veltroni: 'Nessuna reazione dal governo italiano'
Giallo su morte Ben Alì. Algeri, deputato in coma
IL CAIRO - Le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 84 persone in Libia in tre di giorni di manifestazioni. Lo afferma Human Rights Watch citando testimonianze di fonti mediche e di residenti. Ieri sera Amnesty international aveva fornito un bilancio di 46 morti. "Le autorità libiche devono porre fine immediatamente agli attacchi contro i manifestanti pacifici e proteggerli da gruppi antigovernativi", si legge in un comunicato dell'organizzazione umanitaria che ha sede a New York.
PANNELLA, BERLUSCONI E PD COMPLICI SOSTEGNO GHEDDAFI - "Il Pd è complice insieme a Silvio Berlusconi dell'indegnità del rapporto tra Italia e Libia". A dirlo è Marco Pannella che ha fatto un intervento al 39esimo congresso del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito. Prima di occuparsi delle vicende libiche, di ora in ora sempre più drammatiche, Pannella ha rivolto dure critiche al centrosinistra: "Il Pd ha lucidamente 'filiato' la tomba del governo Prodi, per fare poi un'alleanza con Di Pietro. Uso la parola 'filiare' perchénon posso usare il termine 'concepire'' nel senso che quelli politicamente non sono in grado di farlo". Tornando alla Libia, il ledear storico dei radicali ha criticato la linea tenuta "dai vari D'Alema e da Berlusconi in base alla quale si doveva aiutare la dittatura di Gheddafi contro il popolo libico fino a farlo diventare una specie di re di tutta l'Africa".
CASINI,GOVERNO RIFERISCA A CAMERE E CONDANNI VIOLENZE - "In Libia èin corso un silenzioso massacro di giovani intellettuali e lavoratori che protestano contro un regime liberticida. Le autorità italiane assistono in modo silenzioso e forse imbarazzato nel ricordare le indegne sceneggiate a cui ci ha costretto ad assistere il colonnello Gheddafi sul territorio italiano con la sola voce indignata di una parte dell'opposizione. Chiediamo che il Governo riferisca in Parlamento al più presto su quanto sta avvenendo e che le Camere esprimano una condanna netta e ferma per atti di violenza perpetrati nei confronti di spontanee manifestazioni di protesta popolare contro un regime tirannico". Lo afferma il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini.
A BENGASI IL BILANCIO PIU' PESANTE, 55 MORTI - E' Bengasi, capoluogo della Cirenaica tradizionalmente avversa a Gheddafi, la città dove ci sono state più vittime nella repressione delle proteste popolari contro il leader libico, al potere da 42 anni. Lo rivela sul suo sito la ong per i diritti umani Human Rights Watch, che accanto al bilancio complessivo di 84 morti, offre anche un conteggio delle vittime per ciascuna città. Secondo HRW, giovedì 17 febbraio ci sono stati 20 morti a Bengasi, 23 ad Al Baida, 3 ad Ajdabiya e 3 a Derna.
Ieri, venerdì 18 febbraio, le forze di sicurezza a Bengasi hanno ucciso 35 persone. Quasi tutte le vittime di ieri avevano ferite da arma da fuoco al petto, al collo e alla testa. Le proteste si sono concentrate nelle città dell'est del paese, dove il potere del leader della Jamahiriya è meno forte. Testimoni hanno riferito alla ong che dopo le sparatorie di ieri, in serata i manifestanti riuniti intorno al palazzo di giustizia hanno continuato ad aumentare, fino a diventare migliaia. A Baida ieri sono state sepolte le 23 persone uccise negli scontri il giorno prima: la polizia pattuglia le strade e non ci sono stati incidenti. Ad Ajdabiya ieri sera c'erano manifestazioni di proteste, ma nessuna violenza. HRW riferisce che la situazione nella capitale Tripoli è tranquilla, ma che un uomo è stato prelevato a casa insieme allo zio dalla polizia e portato in una località sconosciuta, a causa di messaggi che aveva postato su Facebook. "Le forze di sicurezza di Muammar Gheddafi stanno sparando su cittadini libici e uccidendone decine solo perché chiedono un cambiamento e che i governanti rispondano del loro operato - ha detto Jack Stork, vice direttore di Human Rights Watch per il medio Oriente e il Nordafrica -. Il governo libico non permette ai giornalisti e agli attivisti per i diritti umani di lavorare liberamente. Ma il mondo guarda cosa sta avvenendo e le forze violente e i loro comandanti possono essere chiamati a rispondere". Testimoni hanno riferito a HRW che ieri a Bengasi forze di sicurezza con uniformi gialle hanno aperto il fuoco su manifestanti vicino a una base delle stesse forze nel centro della città, la Fadil Bu Omar Katiba. Un alto funzionario dell'ospedale cittadino "Al Jalaa" ha detto alla Ong che la sua struttura ieri ha ricevuto i corpi di 35 persone uccise nella giornata. "Abbiamo chiesto a tutti i dottori di Bengasi di venire in ospedale e a tutti di donare sangue perché non ho mai visto niente di simile prima", ha dichiarato la fonte alla ong.
PROCURATORE ORDINA INCHIESTA SU VIOLENZE - Il procuratore generale libico Abdelrahman Al-Abbar ha ordinato l'apertura di una inchiesta sulle violenze durante le manifestazioni anti-regime, in particolare nell'est del paese. Lo ha riferito una fonte informata alla France Presse. "Il procuratore ha ordinato l'apertura di una inchiesta sulle ragioni e il bilancio degli avvenimenti in alcune città e ha chiesto di accelerare le procedure per giudicare tutti quelli che sono colpevoli di omicidio o di saccheggi", ha detto la fonte.
BLOCCATO L'ACCESSO AD INTERNET - L'accesso a Internet è stato completamente bloccato in Libia nel corso della notte. Lo riferisce Arbor Networks, una società specializzata nella sorveglianza del traffico internet basata negli Stati Uniti.La Libia ha "bruscamente interrotto" l'accesso a internet alle 02.15 locali (le 1.15 in Italia), ha precisato la società, aggiungendo che le connessioni internet erano già molto disturbate ieri. Nelle manifestazioni degli ultimi giorni in Libia, soprattutto nelle città della Cirenaica, nell'est del Paese, sono rimaste uccise dall'intervento delle forze di sicurezza almeno 46 persone, secondo quanto ha riferito Amnesty International.
Fonte: ANSA |
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2/21/2011 12:07 AM | |
"Razzi sulla folla, almeno 285 morti"
Bengasi, militari si uniscono alla rivolta
Repressione nel sangue. L'Unione Europea a Gheddafi: "Fermare le violenze". Ma Tripoli minaccia Bruxelles: stop a cooperazione sui clandestini se continuate a incoraggiare i manifestanti. Prime crepe nel regime: il rappresentante libico alla Lega Araba aderisce alla rivoluzione
TRIPOLI - Gravissimo il bilancio delle violenze in Libia: se Human Rights Watch, l'organizzazione per la difesa dei diritti umani basata a New York, alza a 104 il numero di morti registrati a Bengasi in quattro giorni di scontri fra manifestanti anti-regime e forze di sicurezza, le cifre riferite da fonti giornalistiche sono ancora più allarmanti. Il sito del quotidiano britannico Independent segnala la circolazione di "altre informazioni", secondo cui ci sono "200 morti e più di mille feriti". E fonti mediche dell'ospedale di al-Jala di Bengasi hanno riferito che i morti sono 285 e oltre 700 i feriti. Lo ha detto il medico Nabil al-Saaiti, che, in un collegamento telefonico con l'emittente qatariota, spiegando che "ieri agenti della sicurezza di origine africana reclutati dal regime hanno aperto il fuoco contro i manifestanti e il numero dei morti è tale che non riusciamo a metterli tutti nella camera mortuaria dell'ospedale per identificarli". A Bengasi ci sarebbero state 50 vittime nel solo pomeriggio di oggi. E violenze continuano a registrarsi in altri paesi arabi: Marocco, Yemen, Bahrein e Iran.
Una unità dell'esercito appoggia la rivolta. Verso sera, alcune truppe si sono schierate al fianco dei manifestanti. Sarebbero membri di un'unità dell'esercito libico, che hanno detto ai manifestanti di essere passati dalla parte dei rivoltosi, affermando che la città è stata "liberata" dalle forze filogovernative. Si tratterebbe delle prime crepe nei ranghi delle forze armate libiche: i comandanti hanno esortato l'opposizione a "liberare" Bengasi dalle forze pro-Gheddafi. Lo riferiscono fonti mediche, secondo cui alcuni soldati sono stati ricoverati per le ferite riportate negli scontri con la guardia personale di Gheddafi: "Ci hanno detto che hanno sopraffatto i pretoriani di Gheddafi, e si sono uniti alla rivolta", ha riferito l'avvocato Al-Mana.
Razzi sui manifestanti, appello degli ospedali. Sempre secondo Al Jazeera, l'esercito oggi ha sparato razzi Rpg sui manifestanti a Bengasi. Attraverso il sito Lybia Al Youm, gli ospedali hanno lanciato un appello perché dicono di non essere più in grado di gestire i feriti che stanno affluendo. Occorrono medici, sangue, attrezzature e se possibile, l'allestimento di ospedali da campo.
Dimissioni del rappresentante libico presso la lega araba. Abdel Moneim Al-Honi, rappresentante permanente della Libia presso la Lega Araba, ha annunciato ad alcuni giornalisti che si dimetterà per "unirsi alla rivoluzione" e protestare contro "la repressione e la violenza contro i manifestanti" nel suo paese.
Il figlio di Gheddafi parlerà in televisione. La televisione ha annunciato che Seif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, pronuncerà un discorso questa sera. Seif al-Islam è accreditato come incarnazione dell'ala "riformista" del regime, che ha aperto la strada alla normalizzazione dei rapporti fra Tripoli e l'Occidente. Dall'inizio della crisi libica il leader del Paese, Muammar Gheddafi, non ha fatto alcuna dichiarazione.
Scontri tra manifestanti a Tripoli. Gli scontri hanno raggiunto anche la capitale libica. Secondo Al Jazeera, manifestanti sono scesi in piazza e avanzano verso il palazzo presidenziale di Tripoli. Sul fronte opposto sostenitori del colonnello Muammar Gheddafi stanno cercando di fermarli. La polizia è intervenuta con un lancio di lacrimogeni, ma alcuni testimoni parlano di colpi d'arma da fuoco.
Ue: "Fermare le violenze subito". Un appello a fermare la violenza contro i manifestanti, a garantire il diritto di espressione e a ripristinare il libero accesso ad Internet e ai telefoni è stato rivolto alla Libia dall'Alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Asthon, al termine di una cena di lavoro tra i ministri esteri della Ue, dedicata alla situazione dei paesi del nord Africa. "Le legittime aspirazioni e richieste del popolo per le riforme devono essere accolte attraverso un dialogo aperto ed efficace a guida libica", afferma la Ashton. Preoccupazione è stata espressa anche dall'amministrazione degli Stati Uniti: "Bisogna porre fine a ogni violenza contro i manifestanti pacifici", ha detto il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley.
Tripoli minaccia l'Ue: "Stop collaborazione sull'immigrazione". Dure parole dal governo libico verso l'Unione Europea, colpevole secondo Tripoli di sostenere le rivolte: "Se continuate a incitare i manifestanti alle proteste nel nostro Paese, interromperemo la nostra cooperazione sul fronte immigrazione". Lo ha riferito l'ambasciatore di Ungheria, presidente di turno dell'Unione, convocato oggi dalle autorità libiche. A proposito di un possibile allarme immigrazione, Catherine Ashton ha dichiarato: "Abbiamo sentito delle minacce, ma alla fine dei conti la Ue fa ciò che è giusto", ribadendo che il Consiglio sarà "molto, molto chiaro sulla sua volontà che si ponga fine alla violenza", e che "E' molto importante che le voci della popolazione siano ascoltate, ed è quello che chiederemo".
Contestazione senza precedenti. Il regime di Gheddafi è in preda ad una contestazione senza precedenti contro un potere che dura da più di 40 anni e sta cercando di resistere alle proteste libertarie scoppiate sull'onda delle rivolte in Tunisia ed Egitto. Il leader libico ha reagito con la forza alle manifestazioni di protesta degli ultimi giorni, schierando la polizia in forze. Centinaia di tunisini che lavorano in Libia hanno lasciato il paese attraverso la frontiera di Ras-Jdir, per rifugiarsi nel loro territorio d'origine e fuggire da quella che descrivono come "una vera carneficina". Lo ha dichiarato Housine Betaieb, responsabile sindacale presente sul posto, aggiungendo: "E' gente che lavora in Libia e che fugge prima che le succeda qualcosa".
Estremisti prendono in ostaggio civili e poliziotti. Un gruppo di "estremisti islamici" ha preso oggi in ostaggio poliziotti e civili nell'est della Libia, ha reso noto un alto esponente libico. Il sequestro ha avuto luogo ad Al Baida. "Un gruppo di estremisti islamici, che si fa chiamare 'emirato islamico di Barka', tiene in ostaggio dei membri del servizio di sicurezza e alcuni cittadini", ha detto il responsabile libico, chiedendo di non essere identificato. Il sequestro, secondo quanto si è appreso, è avvenuto "durante gli scontri degli ultimi giorni", ha aggiunto la fonte di Tripoli, sottolineando che il gruppo "chiede la revoca dello stato d'assedio imposto dalle forze dell'ordine per evitare che gli ostaggi siano uccisi".
La Farnesina: "Non partite per la Libia". Il ministero degli Esteri "sconsiglia tassativamente qualsiasi viaggio non essenziale" in Libia. Nell'aggiornamento odierno del sito Viaggiare Sicuri 1, facente capo alla Farnesina, si ricorda che "manifestazioni di piazza stanno avendo luogo in questi giorni in varie città del Paese" e in particolare si sottolinea la "gravità della situazione" in Cirenaica nelle città di Bengasi, Ajdabya, Al Marj, Al Beida, Derna e Tobruk. La Farnesina consiglia anche di "evitare viaggi" in Bahrein sempre se non strettamente necessari.
La Farnesina comunica di "stare seguendo con la massima attenzione, attraverso l'ambasciata d'Italia a Tripoli, l'evoluzione della situazione in Libia con l'obiettivo di garantire al meglio la sicurezza dei connazionali residenti o temporaneamente presenti nel Paese nordafricano. Gli italiani in Libia che, in queste ore si sono messi in contatto con l'ambasciata stanno ricevendo informazioni e indicazioni di cautela, che vengono trasmessi dall'Ambasciata anche attraverso Sms e messaggi di posta elettronica". L'Unità di Crisi della Farnesina rimane a disposizione per raccogliere eventuali segnalazioni di criticità.
Fonte: Repubblica |
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2/21/2011 9:01 AM | |
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2/21/2011 11:24 AM | |
texdionis, 19/02/2011 14.29:
Qualsiasi rivolta che si espande è sempre più pericolosa di una circoscritta
Gli esiti sono sempre imprevedibili, non è infatti detto che ad un regime dittatoriale segua necessariamente una democrazia, il pericolo fondamentalista è sempre in agguato.
Il nocciolo è se l'esercito sparerà sulla folla o meno...
In quel caso o la rivolta si placa per paura, oppure inizia la guerra civile.
Sicuramente potrebbe ripresentarsi un nuovo Iran, cacciato lo scià è arrivato il fondamentalismo. Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.
(Voltaire)
 ma difendiamo anche la grammatica Italiana 
Sai cosa scrivere? Allora posta!
Non sai cosa scrivere? Allora spamma!
 <-- IO -->
I videogiochi non influenzano i bambini. Voglio dire, se Pac Man avesse influenzato la nostra generazione ora staremmo tutti saltando in sale scure, masticando pillole magiche e ascoltando musica elettronica ripetitiva."
(Kristian Wilson, Nintendo Inc., 1989)
Pochi anni dopo nacquero le feste rave, la musica techno e l'ecstasy...
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2/21/2011 1:47 PM | |
La Libia sull'orlo della guerra civile
A Tripoli brucia la sede del governo
«Gheddafi è scappato all'estero»
Ma il figlio nega. Stranieri in fuga
TRIPOLI
La rivolta in Libia contro il regime del colonnello Gheddafi non si limita più alla sola Cirenaica o al sud berbero. 'emittente satellitare araba al Jazeera riferisce notizie allarmanti da Tripoli. La rivolta ormai sembra dilagare anche nella capitale libica. Secondo fonti ospedaliere citate dalla televisione nella sola giornata di oggi ci sarebbero 61 morti nella capitale. L'edificio del governo, inoltre, sarebbe in fiamme mentre i rivoltosi stanno attaccando basi militari e commissariati di polizia. I manifestanti che nella notte dalle campagne e dai villaggi attorno alla capitale hanno raggiunto Tripoli hanno attraversato la città per dirigersi verso la centralissima Piazza Verde o Piazza dei Martiri.
Qui molti manifestanti si sono insediati e sono iniziati scontri con gruppi di sostenitori di Gheddafi, scesi in strada dopo il discorso del filo del colonnelo Saif in tarda serata. Ieri sera La sede di una televisione e di una radio pubbliche è stata saccheggiata a Tripoli, dove sono stati dati alle fiamme anche posti di polizia e alcuni edifici dei comitati rivoluzionari. "Il locale che ospita la televisione Al Jamahiriya 2 e la radio Al-Shababia è stato saccheggiato", ha detto alla France presse un testimone sotto anonimato. La diffusione dell'emittente televisiva e di quella radiofonica risultava sospesa ieri sera, ma è ripresa questa mattina. Al Jamahariya 2, seconda rete pubblica, e la radio Al Shababia, erano state lanciate nel 2008 dal figlio del leader libico Muammar Gheddafi, Saif Al Islam, prima di essere nazionalizzate.
Stando a diverse testimonianze raccolte dalla France presse, ieri sera sono stati dati alle fiamme diversi edifici pubblici, tra cui commissariati di polizia e locali dei Comitati rivoluzionari, situati in diversi quartieri di Tripoli, compresi quelli più vicini a Piazza Verde. I manifestanti, segnala al Jazeera, hanno attaccato anche un edificio dei servizi di intelligence e almeno due stazioni di polizia, una a Souq Jamaa, l'altra nel quartiere di Zawadahmany. Parlando in televisione, Saif Gheddafi ha detto che il padre è a Tripoli e da qui sta guidando la battaglia. "Distruggeremo i responsabili della rivolta", ha ammonito Saif , sottolineando che "l'esercito avrà ora un ruolo cruciale nell'imporre la sicurezza perché sono in gioco l'unità e la stabilità della Libia". "Il nostro morale - ha aggiunto - è più alto e il leader Muammar Gheddafi, qui a Tripoli, conduce la battaglia e noi lo sosterremo, come pure le nostre forze armate. Noi libereremo la Libia e combatteremo fino all'ultimo uomo, fino all'ultima donna e fino all'ultimo proiettile". Cionostante, voci non verficate si rincorrono da ore relativamente a una possibile fuga di Gheddafi all'estero. Secondo la tv Al Jazeera potrebbe addirittura trovarsi in Venezuela.
E' iniziata, intanto, la fuga degli stranieri dal Paese. Finmeccanica sta rimpatriando i propri dipendenti italiani e il ministero degli Esteri italiano «sconsiglia viaggi di qualsiasi titolo» in tutta la Libia. Anche la britannica Bp e la norvegese Statoil hanno iniziato l’evacuazione del personale. Il
gigante Bp completerà l’operazione entro le prossime 48, mentre la gran parte del personale della Stateoil ha già lasciato il Paese. Lo riferiscono le due compagnie petrolifere.
FonteDisapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.
(Voltaire)
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2/21/2011 3:55 PM | |
Rivolta anche a tripoli, sessanta le vittime
Paese in fiamme nel settimo giorno dall'inizio delle proteste.
Sessanta morti nella capitale
ROMA - Libia in fiamme nel settimo giorno dall'inizio della rivolta contro il governo che non risparmia più neppure Tripoli: nella capitale è stata saccheggiata la sede della tv di Stato, mentre l'ufficio del governo centrale ed altri uffici pubblici sono stati dati alle fiamme. Fonti mediche non confermate parlano di 61 morti nella sola giornata di oggi, mentre il bilancio delle vittime stimato da Human Rights Watch dall'inizio degli scontri è arrivato a quota 233 persone uccise. Cifre che Saif al Islam, il figlio di Muammar Gheddafi, ha negato nella tarda di ieri in un discorso in tv nel quale ha però ammesso che per la sua struttura tribale e per il petrolio la Libia potrebbe sprofondare nella guerra civile. Per il figlio del leader libico nel Paese è in atto un "complotto" ordito da un non meglio precisato "movimento separatista".
Fonti libiche hanno fatto sapere alla tv satellitare Al Jazira che all'interno dell'esercito vi sarebbero grandi tensioni, al punto da poter prevedere che il capo di stato maggiore aggiunto, El Mahdi El Arabi, possa dirigere un colpo di stato militare contro il colonnello Gheddafi. Sul sito web della tv si ipotizza che questo sviluppo potrebbe mettere fine ai disordini in corso. Una fonte imprecisata ha comunicato ad Al Jazira che "il popolo sentirà buone notizie entro la fine della giornata". Tuttora - secondo le stesse fonti - violenti scontri si sviluppano tra quello che resta delle Guardie dei Comitati Rivoluzionari pro-Gheddafi ed i militari ribelli, al comando del capo di stato maggiore. In questi scontri sarebbe rimasto gravemente ferito il comandante delle forze speciali, Abdalla El Senoussi, che potrebbe essere addirittura già morto.
Muammar Gheddafi non ha lasciato il Paese, ha poi assicurato Saif e oggi gli hanno fatto eco altre fonti locali - "sta guidando la lotta a Tripoli e vinceremo". Per quanto riguarda la protesta, il figlio del leader libico ha ammesso "errori" nella gestione della crisi e ha detto che in alcuni casi la reazione delle forze di sicurezza è stata "eccessiva". Intanto però, l'onda lunga della rivolta si propaga: gli ambasciatori libici in Cina e India si sono dimessi, il primo speculando su una "possibile fuga di Gheddafi all'estero", il secondo annunciando l'addio per protestare contro la repressione violenta delle dimostrazioni. E, mentre l'Ue valuta l'evacuzione dei cittadini europei dal Paese, con le compagnie petrolifere che hanno già avviato le operazioni di rientro, compresa Finmeccania, è unanime la condanna internazionale per quanto accade nel Paese. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha fatto appello a "non ricorrere all'uso della forza e a rispettare le libertà fondamentali", rivolgendosi alla Liba e alle altre rivolte che infiammano il mondo arabo. Gli Stati Uniti dal canto loro stanno valutando "tutte le azioni appropriate" in risposta alla violenta repressione delle manifestazioni.
FINMECCANICA STA RIMPATRIANDO DIPENDENTI - Finmeccanica sta rimpatriando i propri dipendenti italiani dalla Libia. Lo confermano fonti vicine all'azienda, precisando che si tratta di poche persone, meno di dieci, e che stanno rientrando in queste ore in Italia. I lavoratori italiani di Finmeccanica impegnati in Libia lavorano tutti nell'insediamento di Abu Aisha, 60 chilometri a sud di Tripoli, dove opera la joint venture tra Agusta Westland e Liatec (Libyan Italian Advanced Technology Company). I libici sono azionisti di Finmeccanica attraverso Lybian Investment Authority che detiene una quota del 2,01%.
BP E STATOIL INIZIANO EVACUAZIONE DIPENDENTI - La britannica Bp e la norvegese Statoil hanno iniziato l'evacuazione del personale dalla Libia. Il gigante Bp completerà l'operazione entro le prossime 48, mentre la gran parte del personale della Stateoil ha già lasciato il Paese. Lo riferiscono le due compagnie petrolifere.
ENI, IN CORSO RIMPATRIO DIPENDENTI NON OPERATIVI - E' in corso il rimpatrio sia dei famigliari dei dipendenti dell'Eni dalla Libia, come già previsto a seguito della chiusura anticipata delle strutture scolastiche nel Paese, sia dei dipendenti non strettamente operativi del gruppo petrolifero. Lo comunica l'Eni. "In questo momento - dice una nota - Eni non ravvisa alcun problema agli impianti e alle strutture operative. Le attività proseguono nella norma senza conseguenze sulla produzione. Eni, tuttavia, sta provvedendo a rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza a tutela di persone e impianti".
S.CRAXI, SE NECESSARIO PRONTI A EVACUARE ITALIANI - "Sono pronti i piani di evacuazione nel caso si rendessero necessari ma non è stato dato ancora il via". Lo ha affermato il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, parlando con l'ANSA della situazione dei cittadini italiani che si trovano in Libia. "Per ora - ha detto - stiamo invitando i connazionali a rimanere nelle abitazioni e a non farsi trovare in mezzo ai disordini. Come in altri casi, l'ambasciata italiana è perfettamente attrezzata per sostenere le nostre comunità all'estero". Comunque, ha concluso, "seguiamo gli avvenimenti che si stanno di ora in ora modificando".
1.500 GLI ITALIANI, FARNESINA CONSIGLIA DI PARTIRE - Gli italiani che vivono "stabilmente" in Libia sono 1.500 e la Farnesina e l'ambasciata "stanno consigliando di partire" con voli commerciali. Lo riferiscono a Bruxelles fonti della Farnesina, precisando che "al momento l'Italia non prevede un piano di evacuazione". Dei 1500 italiani che vivono stabilmente in Libia, 500 sono dipendenti di grandi imprese italiane. Pochissime unità vivono a Bengasi, la stragrande maggioranza è concentrata a Tripoli. "L'ambasciata italiana sta consigliando di partire, attraverso i voli Alitalia che sono ancora operativi", hanno riferito le fonti. "Chi vuole partire, con l'assistenza della nostra ambasciata, può partire. Tutte le opzioni sono allo studio, incluso un'intensificazione dei voli Alitalia", hanno aggiunto le fonti.
Fonte: ANSA |
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2/21/2011 11:51 PM | |
Tripoli in fiamme, centinaia di morti
Ue contro il raìs, l'esercito con la piazza
I manifestanti bombardati dall'aviazione. Centinaia di vittime.
Incendiato il Parlamento, mercenari sparano dalle macchine.
L'Europa condanna le violenze.
Piloti di caccia libici chiedono asilo a Malta: "Ci siamo rifiutati di bombardare".
L'Eni evacua il personale non operativo.
Giallo sulle sorti di Gheddafi. "E' in Venezuela", ma Caracas smentisce
TRIPOLI - Ormai a Tripoli è guerra civile. La protesta contro il regime ha raggiunto il suo culmine, migliaia di persone sono scese in piazza. L'aviazione ha bombardato i manifestanti, ci sarebbero circa 250 morti. I ribelli hanno dato alle fiamme il Palazzo del Popolo, uno dei principali edifici governativi. Caduta Bengasi, Sirte e altre città sono in rivolta, il bilancio ufficioso parla di quasi trecento morti. Alcune unità dell'esercito si schierano con la protesta. E' giallo sulla sorte di Gheddafi: alcune voci lo davano in Venezuela, ma Caracas prima, e poi il ministero degli Esteri di Tripoli smentiscono. Intanto si dimette il ministro della Giustizia in polemica con l'uso eccessivo della forza. La condanna dell'Onu e dell'Europa.
La giornata. Secondo alcuni residenti a Tripoli, nella capitale libica è in corso "un massacro". Le aree più colpite sono i quartieri di Tajura e Fashlum, dove i mercenari di Gheddafi avrebbero aperto indiscriminatamente il fuoco sui dimostranti, uccidendo anche molte donne. Durante la giornata, i manifestanti hanno incendiato Il palazzo del popolo, uno dei principali edifici del governo, nel centro della capitale. Secondo quanto riferito da testimoni oculari alla tv Al Jazeera, a Tripoli alcuni unità di soldati si sono unite ai manifestanti anti-Gheddafi. Diverse compagnie petrolifere hanno iniziato l'evacuazione del personale. In mattinata, si sono verificati dei saccheggi presso sedi istituzionali e banche di Tripoli, e sempre secondo Al Jazeera, i responsabili sarebbero agenti della polizia e della sicurezza libica.
Voci di golpe militare contro Gheddafi. Ci sarebbero forti dissidi nei vertici dell'esercito libico, al punto che sarebbe imminente un golpe militare contro Muammar Gheddafi guidato dal Capo di Stato Maggiore aggiunto, El Mahdi El Arabi. L'informazione arriva da Al Jazeera attraverso una fonte politica libica, che ha parlato sotto la copertura dell'anonimato dalla Gran Bretagna.
Ministri in fuga. Con l'arrivo della rivolta a Tripoli, si moltiplicano le defezioni nelle alte sfere del regime. Il ministro della Giustizia libico, Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil, si è dimesso "per l'eccessivo uso della violenza contro i manifestanti" anti-governativi. Gheddafi ha anche perso cinque pezzi nella diplomazia, dove si sono dimessi gli ambasciatori in Cina, in Gran Bretagna, in Indonesia e in India, oltre al rappresentante presso la Lega araba.
Gheddafi forse ancora in Libia. Le voci secondo cui Muammar Gheddafi avrebbe lasciato la Libia e si sarebbe rifugiato in Venezuela sono state smentite dall'opposizione che sostiene che il colonnello è ancora in Libia. Lo dimostrerebbe un video su YouTube, che riprenderebbe la fuga di Gheddafi con i suoi fedelissimi nella città desertica di Sebha, centro meridionale della Libia. Nel video, messo in rete il 20 febbraio, si vede quello che sembra un corteo presidenziale con oltre 75 fuoristrada, blindati, due pullman e due auto della polizia sfrecciare ad altissima velocità.
Lega Araba: "Fermate la violenza". Il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, ha espresso "Profonda preoccupazione per la repressione delle proteste in Libia". In una nota, Moussa chiede di "porre fine a ogni forma di violenza". "Le richieste di tutte le popolazioni arabe in cerca di riforme, sviluppo e cambiamento sono legittime - si legge nel comunicato - e sono condivise dal mondo arabo, soprattutto in questo momento cruciale della storia araba". Sulla crisi libica, la Lega Araba ha convocato una riunione straordinaria per domani al Cairo. Secondo quanto riferisce la tv araba Al Jazeera, la riunione è stata convocata in seguito alla richiesta dell'emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani, che ha chiamato il segretario Amr Moussa per avanzare una richiesta formale in questo senso.
Tarhouna e Gialo in mano ai ribelli. Oltre a Bengasi e Beida sarebbero caduta nelle mani dei ribelli almeno altre due città: Tarhouna e Gialo. Per quanto riguarda la prima, situata in Tripolitania, l'informazione arriva dall'attivista Khaled al Tarhouni, che dichiara anche che le forze dell'ordine si sarebbero unite ai ribelli in numerose città. Gialo è situata in pieno deserto libico circa 400 chilometri a sud della costa della Cirenaica. Secondo un testimone, il controllo della città sarebbe completamente nelle mani della popolazione e non ci sono forze di sicurezza nè polizia. Siamo alla mercè della folla: alcune aziende sono state incendiate. Non abbiamo cibo da due giorni, l'acqua è quasi finita e il combustibile anche".
Farnesina: "In arrivo voli speciali per i rimpatri". Nella mattinata di domani partirà per Tripoli un primo volo speciale, concordato con la Farnesina, che si affiancherà ai voli di linea previsti per il rientro dei connazionali. Lo comunica il ministero degli Esteri, che conferma la prossima attivazione un piano di rimpatri degli italiani in Tripolitania, in coordinamento con l'Alitalia, per consentire in tempi quando più rapidi il rientro dei connazionali. La prospettiva è completare con la massima rapidità consentita il rientro dei connazionali che intendono lasciare il Paese.
Dissidente: "Gheddafi pronto a inviare clandestini in Italia". Le milizie libiche starebbero rastrellando gli immigrati clandestini che si nascondono a Tripoli, per spedirli in Italia a bordo di imbarcazioni già pronte sulle spiagge presso la capitale. Lo dichiara un dissidente libico che vive a Parigi, citando "fonti sicure" in Libia. Gheddafi, afferma il dissidente, intenderebbe con ciò mettere in atto la minaccia di cessare la cooperazione con l'Europa in materia di immigrazione clandestina, se gli europei non smetteranno di prendere le parti dei rivoltosi.
Fonte: Repubblica |
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2/21/2011 11:52 PM | |
Ormai i tg parlano di guerra civile a Tripoli e di un bagno di sangue ... |
| | | | Post: 1,747 | Registered in: 7/31/2007 | Gender: Male | | | |
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2/22/2011 12:05 AM | |
Crisi infiamma petrolio, Brent a 105 dollari
ROMA - La crisi libica infiamma i mercati petroliferi. Il Brent sale a 105 dollari al barile, ai massimi da settembre 2008 e, se la situazione non dovesse stabilizzarsi in fretta, potrebbe mettere le ali e volare a livelli rischiosi per la ripresa economica mondiale che, come ha appena affermato il G20, procede, ma in maniera "disomogenea". La Libia è un Paese centrale dal punto di vista energetico, sia per il petrolio che per il gas. Si tratta infatti del quarto produttore africano di greggio, dietro Nigeria, Algeria e Angola, con una produzione di 1,8 milioni di barili al giorno, e sta acquisendo posizioni anche sul metano, con riserve accertate stimate dall'Opec in 1.540 miliardi di metri cubi ed esportazioni per oltre 10 miliardi di metri cubi l'anno.
In caso di arresto o riduzione della produzione, quindi, il mercato mondiale, in particolare quello europeo, si troverebbe privo di importanti quantità di idrocarburi. L'andamento dei prezzi di oggi, che non ha registrato ritmi particolarmente accelerati, suona però già come un campanello d'allarme. Il Brent, il greggio di riferimento quotato a Londra, ha superato i 105 dollari, raggiungendo un massimo di 105,08 dollari, mentre il Wti, il petrolio americano, ha evitato la tempesta grazie alla chiusura per festività della Borsa statunitense. "Al momento - ha spiegato il presidente dell'Unione petrolifera, Pasquale De Vita - non ci sono riflessi di nessun genere, ma speriamo che le tensioni durino il meno possibile, perché altrimenti alla lunga potrebbero esserci delle ripercussioni sui prezzi".
Fonte: ANSA |
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2/22/2011 12:09 AM | |
Borsa Milano: lunedì nero con Libia
MILANO B - Lunedì nero per Piazza Affari contagiata dalla crisi in Libia. Gli indici della Borsa di Milano, dove sono quotate aziende del calibro dell'Eni, UniCredit e Impregilo, particolarmente esposte verso il regime del Colonnello Gheddafi, hanno risentito più degli altri listini europei dello stato di agitazione che sta colpendo in queste ore Tripoli. L'indice Ftse Mib ha perso il 3,59% a 22.230 punti e il Ftse All Share il 3,48% a 22.817 punti.
EFFETTO TRIPOLI MANDA AL TAPPETO UNICREDIT E ENI. Maglia nera del listino principale di Piazza Affari è stata Impregilo (-6,1% a 2,31 euro) che, alla pari dell'Eni (-5,12% a 17,43 euro), ha avviato le procedure di rimpatrio dei dipendenti. Male inoltre UniCredit (-5,75% a 1,86 euro), con i libici che sono primi azionisti della banca con una quota che supera il 7 per cento.
Fonte: ANSA |
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2/22/2011 12:13 AM | |
Berlusconi, "Violenze inaccettabili"
E Frattini firma il documento europeo
La LIbria sull'orlo della guerra civile, lunga discussione a Bruxelles perché il titolare della Farnesima ha insistito nel sostenere la necessità del rispetto della sovranità dei popoli. Polemiche per il mancato intervento dell'Italia, poi in serata una nota di Palazzo Chigi: "Allarmati per l'aggravarsi degli scontri"
ROMA - La violenza sui civili è "inaccettabile". Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi "segue con estrema attenzione e preoccupazione l'evolversi della situazione in Libia e si tiene in stretto contatto con tutti i principali partner nazionali e internazionali per fronteggiare qualsiasi emergenza". Questo il contenuto di una nota diffusa in serata da Palazzo Chigi, nella quale il presidente del Consiglio si dice "allarmato per l'aggravarsi degli scontri e per l'uso inaccettabile della violenza sulla popolazione civile". L'Unione Europea e la Comunità internazionale, si legge ancora, "dovranno compiere ogni sforzo per impedire che la crisi libica degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili, e favorire invece una soluzione pacifica che tuteli la sicurezza dei cittadini così come l'integrità e stabilità del Paese e dell'intera regione".
Il messaggio di Silvio Berlusconi giunge al termine di una giornata che ha visto a Tripoli il culmine della protesta di piazza contro il regime di Gheddafi e, a Bruxelles, una lunga discussione fra i capi delle diplomazie europee al termine della quale è stato approvato un documento di condanna della repressione con una richiesta di stop immediato all'uso della forza. La situazione in Libia è "molto grave, sull'orlo di una guerra civile", ha detto Frattini al termine del vertice dei 27, e Tripoli deve ascoltare "la richiesta forte dell'Europa" a fermare le violenze sui civili, a cui l'Italia si associa "senza se e senza ma". Così il ministro degli Esteri ha spiegato la posizione "non isolata" dell'Italia. Il documento europeo è infatti uscito da una "mediazione non facile" tra chi voleva una presa di posizione "molto dura", come Germania e Gran Bretagna e chi, come Italia e Malta, ha insistito perché fosse chiaro che da parte dell'Ue non c'è alcuna interferenza né volontà di imporre un proprio modello di democrazia.
Frattini ha sottolineato la necessità che in Libia parta "un processo pacifico di riconciliazione nazionale che porti a una Costituzione", così come ventilato dal figlio di Gheddafi, Said al Islam. Un processo che l'Ue deve sì "sostenere", ma in cui "non deve interferire" perché, ha spiegato il titolare della Farnesina, non sarebbe "rispettoso della sovranità e dell'indipendenza dei popoli". Per questo, mentre si inseguono voci incerte sulla fuga di Gheddafi dalla Libia, Frattini ha avvertito: "Non siamo noi a dire chi deve restare chi se ne deve andare".
A preoccupare il governo italiano - che con la Libia ha firmato nel 2008 un Trattato di amicizia che prevede, tra l'altro, la collaborazione nel contrasto all'immigrazione clandestina - è soprattutto che dalle coste libiche possa arrivare "un flusso epocale di immigrati". "Chi ha parlato di centinaia di migliaia non ha esagerato. E l'Italia non può immaginare di essere lasciata sola", ha detto Frattini ricordando gli arrivi eccezionali dalla Tunisia per cui l'Ue ha deciso di lanciare la missione Frontex. Dall'Italia, a sorpresa, si è mosso il presidente della Camera Gianfranco Fini che in una lettera al presidente del Congresso generale del popolo, Muhammad Abu-al-Kasim, ha auspicato la fine immediata delle violenze, mentre la Fondazione Farefuturo aveva scritto chiaramente che "preoccupa l'atteggiamento del governo italiano sull'intera vicenda". "Forse vale la pena - si legge su ffwebmagazine - tornare un momento su questi 'amici' del premier, che uno dopo l'altro si trovano di frequente al centro dell'attenzione internazionale, non certo per questioni edificanti".
Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, aveva osservato che "il governo Berlusconi tace perché si è compromesso in un modo incredibile stracciando anche la nostra dignità", accuse che si intrecciano con quelle dell'Italia dei valori che, attraverso il senatore Stefano Pedica, chiede al Pd di "fare mea culpa" per aver a suo tempo votato sì al Trattato italo-libico, e con il portavoce Leoluca Orlando che accusa Frattini di "complicità con chi ha le mani sporche di sangue". In serata manifestazione dei Radicali davanti a Montecitorio per chiedere le dimissioni di FRattini e la revisione del Trattato di amicizia, attraverso il quale, secondo Marco Pannella, "Massimo D'Alema e Silvio Berlusconi hanno dato sostegno internazionale a Gheddafi, un dittatore assassino del suo popolo".
Fonte: Repubblica |
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2/22/2011 12:16 AM | |
ARRESTATE 120 PERSONE
Si infiamma anche il Marocco: 5 morti
Scontri a Larache, Al-Hoceima e Marrakech.
Migliaia in piazza pacificamente appoggiati dal cugino del re
MILANO - La rivolta che sta sconvolgendo il mondo arabo e in particolare il Nord Africa ha raggiunto anche il Marocco, finora rimasto indenne. Negli scontri di domenica avvenuti ad Al-Hoceima, nel nord del Paese magrebino, almeno cinque persone sono morte nell'incendio di una banca. Lo ha reso noto il ministro dell'Interno, Taib Cherkaoui, aggiungendo inoltre che 128 persone sono rimaste ferite, di cui 115 forze dell'ordine, nei tafferugli avvenuti in numerose città tra cui Al-Hoceima, Larache e Marrakech. Il ministro ha affermato che sono state arrestate 120 persone, compresi alcuni minorenni, attribuendo i disordini ai «provocatori». Manifestanti hanno attaccato la casa del governatore regionale di Larache e hanno dato fuoco a un distributore di benzina. Lo riferisce un ufficiale della sicurezza che preferisce rimanere anonimo. A Marrakech assaltato un McDonald's e un negozio di abbigliamento.
IL CUGINO DEL RE - La stampa marocchina luendì ha parlato di manifestazioni pacifiche e disciplinate avvenute domenica in una ventina di città del Marocco con bandiere tunisine ed egiziane. Migliaia di persone hanno chiesto riforme politiche e questa è la prova, dice la stampa, che anche gli oppositori possono esprimersi senza problemi. Un deputato islamico si è dimesso dal partito Giustizia e sviluppo (Pjd) che aveva invitato a non aderire alle manifestazioni. Le proteste erano state organizzate da un gruppo di giovani che su Facebook aveva lanciato il Movimento 20 febbraio per chiedere una nuova Costituzione per una maggiore giustizia sociale. In alcune città si sono uniti anche giovani islamici, membri dell'opposizione e militanti berberi. Il re, secondo il ministero dell'Interno, dovrebbe tenere presto un discorso per annunciare nuove riforme. Il cugino di Mohammed VI, Moulay Hicham El Aloui, docente alla Stanford University e conosciuto con il soprannome di «principe ribelle», ha dato il proprio appoggio ai manifestanti fintantoché le proteste proseguiranno in modo pacifico e tollerante.
Fonte: CorrieredellaSera |