PRIMO POSTO. Giro del Tournalin. Val d’Aosta, Italia. MTB (All Mountain, ciclabilità 85%)
87km con 3.100m di dislivello – altezza massima 3089m slm. 2 settembre 2010.
Perché?...
Nel 2010 ho percorso ben 11.289km.
Ho scalato oltre 260km di dislivello.
Ho superato quota duemilametri per 83 volte (e i tremilametri in tre occasioni).
Eppure io, quando ripenso alla stagione passata, il 99% delle volte rivivo quei pochissimi, incredibili ed eccitanti chilometri vissuti sul Colle Superiore delle Cime Bianche. Il momento più emozionante della mia stagione ciclistica, il culmine assoluto di un’estate passata tra BdC e MTB, l’apoteosi finale del connubio Bicicletta–Montagna–Natura, un’ora nella quale – in estasi – ho pedalato lungo il confine della sottile aria dei tremilametri.
Non c’è alcun dubbio...
Se, nello stilare la classifica, mi sono accorto di aver commesso qualche imperfezione ed aver dimenticato qualche percorso importante (ma non preoccupatevi: darò un cenno anche di quelli...), non ho mai avuto il minimo dubbio su chi far “vincere”.
Un percorso costellato di “avventure nell’avventura” (vi racconterò!), non organizzato nei minimi dettagli (tentando di andare un po’ alla cieca) e che mi ha visto perdermi a metà strada; un percorso pertanto modificato “in diretta”; un percorso sostanzialmente organizzato su una sola salita (ma non “una salita”: bensì “La Salita”), ma che nel 2011 riproporrò al completo (ossia con anche il Col di Nana) ben consapevole che mi regalerà altri momenti di immensa soddisfazione!
Breve descrizione del percorso:
Premessa: questa volta il racconto fotografico non sarà perfettamente in parallelo con la descrizione della salita. Delle 30 foto proposte, difatti, 28 si riferiscono alla prima salita/discesa al Colle Superiore delle Cime Bianche (20km) e solo 2 alla rimanente parte del percorso.
Questa volta il percorso non è di mia “invenzione”, ma l’idea è quella di provare a riproporre
questo giro scovato su un gran bel Sito Internet che consiglio a tutti gli amanti delle escursioni in MTB del nordovest delle Alpi.
Ho scritto “provare a riproporre” in quanto il giro indicato sul Sito è leggermente più corto e, soprattutto, percorso in due giorni. I miei dubbi sulla sua lunghezza (di tempo, più che altro, visto che alcune discese in MTB – con la mia “tecnica” – diventano quasi più lunghe delle salite... il Surenenpass è un incubo che ancora mi ossessiona!...). Il giro invece si rivelerà tranquillamente fattibile in giornata (certo: partenza rigorosamente all’alba!) ma per questa mia “prima volta” un paio di deviazioni (una voluta e l’altra per un errore) ed un guasto tecnico mi costringeranno ad un rientro via asfalto, passando per il Col de Joux, ed evitando gli sterrati del Col di Nana e del Colle delle Fontanelle.
D’altronde la partenza (alle 7:20) è posta sul lungolago di Maen (1320m slm), proprio per la sua grande versatilità che mi consentirà – di pomeriggio – il rientro sia attraverso la direttissima di Cheneil, sia mediante il traverso in quota Lod/Chamois/Magdeleine, sia attraverso il semplice asfalto del Col de Joux (come poi avverrà...).
I primi ottocento metri di dislivello si snodano su asfalto fino alla frazione di Cielo Alto (il punto più alto dove arriva l’asfalto a Cervinia).
Non scendo troppo nel dettaglio: è il duemilametri da me affrontato più volte (14 volte finora) e oramai ne conosco ogni singolo metro. Dopo un breve tratto pianeggiante, passiamo sul versante sinistro orografico della Valtournenche ed affrontiamo un paio di duri chilometri (8% medio) che, con alcune curve ed un paio di tornanti, ci portano fino al capoluogo della vallata.
La vallata è ancora all’ombra: il sole difatti non è ancora sorto dalle montagne, anche se i suoi raggi – proprio all’uscita del paese – illuminano la spettacolosa cornice montuosa, capeggiata (anche se la prospettiva non le rende giustizia) dalla Dent d’Hérens (4171m slm), che fa da contorno al Cervino (non ancora visibile in tutto il suo splendore).
Un breve tratto in cui rifiatare, lungo il quale trovo e saluto l’unico altro ciclista che incrocerò quest’oggi, quindi ci infiliamo nella stretta gola che ci permette, anche grazie ad un paio di gallerie illuminate, di superare il ripido balzo roccioso che ci separa dall’incantevole conca del Breuil. Il tratto più impegnativo precede la seconda breve galleria, dopodiché per almeno un paio di chilometri possiamo rifiatare; in pratica, fino allo sterrato che conduce al Colle Superiore delle Cime Bianche, non troveremo più rampe al 10%.
Lo spettacolo che ci attende subito usciti da quest’ultima galleria è sempre emozionante: una cornice di vette innevate e ghiacciai impressionante, dalle Grandes Murailles alla Dent d’Hérens, con il Cervino (con la cima momentaneamente nascosta da una piccolissima nuvola) protagonista indiscusso! Ogni volta che passo di qua mi emoziono come un bambino...
Chiaramente d’obbligo la sosta fotografica al Lago Bleu che, seppur non eccezionale in quanto lo specchio d’acqua è ancora in ombra, è l’immancabile simbolo del mio passaggio di qua.
Appena superato il celebre lago, decido di non raggiungere Cervinia ma di svoltare direttamente a destra in direzione Cielo Alto: così facendo dovrei ridurre i tempi di percorrenza della salita, in quanto da questa parte l’asfalto (chiaramente più scorrevole e “veloce” dello sterrato) mi accompagna fino quasi a 2200m. Purtroppo non riuscirò ad azzeccare la strada diretta per il Colle e mi troverò costretto ad una deviazione a piedi per ritornare sulla strada principale: niente di che, ma tenete in conto se osserverete la traccia GPS.
Finalmente, raggiunta a quota 2166m slm la splendida carrozzabile che conduce al Colle Superiore delle Cime Bianche (che parzialmente avevo già percorso, fino al Lago Goillet, l’anno scorso con la ciclocross) posso dire che “cominci veramente la giornata”: il Cervino è ora libero dalle nuvole, ritrovo finalmente il sole (immediatamente devo togliere manicotti e gambali) e la conca del Breuil – che già dominiamo dall’alto – spettacolare come non mai... Le giuste premesse per le ore più emozionanti del mio 2010 in MTB!
La salita subito si presenta per quello che è: una carrozzabile ciclabile e ben tenuta dalle incredibili pendenze (i primi 500m sono al 18% medio!). Un’impressionante sfida atletica, in un contesto alpino di prim’ordine, che considero complessivamente la “numero uno” delle Alpi (addirittura prima del Colle del Sommeiller). Dando fondo a tutte le mie energie (fisiche e mentali), e sfruttando il fatto che le punte massime di pendenza non sono mai proibitive (in questo tratto si arriva al 23/24%), riesco a superare la dura rampe senza mettere piede a terra!
Dopo aver così rapidamente guadagnato quota con un paio di larghi tornanti, ci immettiamo nel drittone (2270m slm) che, sostanzialmente, ci condurrà fino al Lago Goillet (2530m slm).
Non vorrei abusare dell’aggettivo “impressionante”, però vi giuro che non so come altro definire anche questo secondo troncone della salita. Ad un breve tratto in cui si può rifiatare (i secondi 500m sono al 14% medio), segue difatti un’altra lunga rampa di 500m – spezzata in due da una sorta di canalina di scolo – al 18% medio di pendenza.
A metà della rampa, scoraggiato dall’imponenza del muro davanti a me, decido per la “ritirata” mettendo il fatidico “piede a terra”. Purtroppo non riuscirò a ripartire: assolutamente impossibile ripartire da fermi, su sterrato, con pendenze superiori al 20%! Tengo però a sottolineare che il fondo è sempre buono, la pendenza massima nei “limiti dell’umano” (25%), e quindi possiamo considerare anche questo tratto pedalabile (magari non proprio da tutti,
per questa volta non da me, ma se c’è gente che ha scalato la Scanuppia oppure ha conquistato il Muro di Sormano con il 39 davanti...).
Terminato questa seconda impegnativa rampa ci uniamo ad una seconda strada che sale sempre da Cielo Alto (2410m slm) e proseguiamo con alcune ampie semicurve in direzione Goillet. Ci separa 1km dal fotogenico lago che caratterizza questo Paradiso delle Alpi; si tratta di 1km decisamente pedalabile, se raffrontato al resto della salita: 500m al 10% seguiti da 500m al 15% (è un delitto snocciolare questi numeri senza troppe spiegazioni: sembra quasi di voler ridurre questa ascesa ad un mero sforzo fisico, ma mi pare corretto ragguagliarvi al meglio sul suo andamento – dato che non ne esiste un’altimetria “ufficiale” e non ho mai il tempo per inviare i dati a
Livio).
Raggiunto l’incantevole laghetto artificiale, difficilmente non rimarrete stupiti dall’incredibile colore turchese delle sue acque. Impressionanti i contrasti di colore tra il Lago, i prati che lo circondano, le vette innevate ed i ghiacciai scintillanti: anche in questo caso la sosta fotografica è d’obbligo e ben ripagata da scatti indimenticabili. Ero già stato quassù l’anno scorso, ma devo ammettere che qualche nuvola di troppo aveva rovinato il panorama compromettendo il mio giudizio; quest’anno il meteo perfetto ha reso giustizia ad uno dei laghi più belli e fotogenici delle Alpi!
10 e lode quindi al Lago Goillet!
Dopo la sosta, riprendiamo in dura salita la nostra avventura: ci attendono subito altri 500m al 17% medio. Da qui fino alla funivia di Cime Bianchi Laghi si alternano tratti duri ad altri durissimi e di dubbia ciclabilità (io, persa già in precedenza la mia “personale sfida” con la salita, non ho neanche provato a pedalare sui due o tre strappi più impegnativi – anche se devo ammettere che nell’unico punto in cui “c’ho provato”, dato che mi stava superando una Panda è l’orgoglio del ciclista ha prevalso, sono riuscito a farcela...).
In questa parte del tracciato risaliamo la bastionata rocciosa che fa da argine al Lago, mentre davanti a noi i ghiacci del Plateau Rosa – sempre più vicini – dominano l’orizzonte; quindi con un lungo traverso puntiamo decisamente a nord, verso appunto Cime Bianchi Laghi. Come ho già accennato, in questo tratto in costa, le pendenze si fanno più discontinue e ci troviamo ad affrontare 3 o 4 “dossi” (25-26%) che, anche per colpa del fondo meno compatto che in precedenza, possono seriamente mettere in difficoltà: sono strappi brevissimi (30-40m al massimo) che presi singolarmente è probabile che non mettano in grande difficoltà ma che – uno dietro l’altro – sfiancano sia mentalmente che fisicamente. A conti fatti, a fine salita, non ho fatica ad ammettere che sarò costretto in tre occasioni a mettere il “piede a terra” ed a spingere la bici per circa 150-200 metri.
Nel frattempo, mentre lentamente raggiungiamo la funivia, il panorama si fa via via più grandioso: il Cervino si fa sempre più imponente e la sua caratteristica forma varia ad ogni pedalata, passando da quella “italiana” a quella “italo–svizzera” metro dopo metro; contemporaneamente, anche la Dent d’Hérens (da quello che ho capito il nome è femminile... quindi “la Dent d’Hérens” e non “il Dent d’Hérens”... ora capisco perché si dice “Dent Blanche”...) appare sempre più imponente e ci fa chiaramente capire di essere anche lei un “quattromilametri”! Il tutto impreziosito, oramai un centinaio di metri ai nostri piedi, dalle incantevoli acque del Goillet.
Arrivati sul pianoro del Lago delle Cime Bianche possiamo quasi definitivamente tirare il fiato: da lì al valico ci attendono meno di un paio di chilometri duri (la pendenza scenderà sotto il 10% solo per brevissimi tratti) ma mai proibitivi ed impreziositi da una serie di stretti tornanti.
Abbandonato il bivio per il Colle del Teodulo (in quella direzione, a quanto letto, poca bici, tante spinte, ma panorami grandiosi: inutile scrivere che abbia già “puntato” ai suoi 3322m slm!...), scompare ogni forma di vegetazione: stiamo oramai pedalando in un ambiente di Altissima Montagna, un’immensa e desolata pietraia cosparsa di piccoli nevai e laghetti glaciali; pietraia nella quale a volte si fa fatica a scorgere la strada “principale” in un intreccio di queste sterrate di servizio. In vita mia, solo sul Colle del Sommeiller (e per brevissimi tratti salendo al Rothorn) avevo pedalato tanto in alto in un contesto così austero, ma qui “è tutta un’altra roba”! Fatico non poco per mantenere la concentrazione necessaria a superare le rampe più impegnative degli stretti tornanti mentre gli occhi sono gonfi di lacrime.
Il Cervino ci segue silenzioso alle nostre spalle, mentre ci avviciniamo sempre più ai tremilametri e finalmente compaiono davanti a noi le Cime Bianche: la Gran Sometta (3166m) e, parzialmente nascosti dal valico vero e proprio, il Bec Carré (3004m) e la Pointe Sud (2973m). Le visuale, in questa direzione, è imponente e maestosa: dietro le Cime Bianche, l’orizzonte pare infinito e la cerchia delle montagne si chiude solo molto in lontananza sugli scintillanti ghiacci del Gran Paradiso.
Raggiungere il valico in questo contesto alpino grandioso, avendolo conquistato interamente con le proprie gambe ed avendo pedalato per quasi tutta la salita è un’emozione che vi resterà dentro per tutto l’inverno: posso assicurarvelo!
Ma non è finita!
Dubbioso sulla quota raggiunta (il valico è ufficialmente posto a 2982m slm, ma forse si riferisce al sottostante pianoro dove appunto ci sono cippo segnaletico e bacino artificiale, mentre il valico ciclabile dovrebbe essere a 2998m slm, stando al GPS e ad altre fonti) decido di spingermi verso gli impianti della funivia Gran Sometta, seguendo l’invitante sterrata che prosegue con pendenze vertiginose puntando direttamente al Ghiacciaio del Ventina.
Dopo una primissima rampa proibitiva (per me...), la strada prosegue ampia e ben ciclabile (anche se dal fondo un po’ molle, dato che le infiltrazioni nevose sono molteplici quassù) superando una recente costruzione (forse il Bar Ventina). Stiamo dirigendoci verso il Plateau Rosa e la Testa Grigia, della quale si distingue chiaramente la stazione terminale (3480m).
Ovviamente non potremo raggiungere la vetta in bici, in quanto la lingua del ghiacciaio – peraltro tagliata in maniera molto evidente dal “sentiero” – ce lo impedirà, ma avremo comunque la soddisfazione di pedalare fino alle sue prime propaggini: saremo fermati dalla neve a quota 3089m slm.
D’obbligo innumerevoli “foto cartolina” a Cervino, Dent d’Hérens ed alla mia fedele compagna d’avventura – questa volta meritatamente immortalata, oltre i tremilametri, laddove solo la neve ed il mio oramai proverbiale “terrore per i nevai” sono stati in grado di fermarla!
Dopo la prolungata sosta al Bar Ventina (ovviamente chiuso: lungo la salita ho sinora incrociato solo una Panda poco dopo il Goillet) mi preparo all’avventurosa discesa.
Fino al pianoro del Colle Inferiore delle Cime Bianche si segue la carrozzabile che precipita velocemente, con pendenze alpinistiche, dal Colle Superiore.
Anche in questo caso, sui due falsipiani, sono obbligatorie due soste prolungate.
Il Colle Superiore delle Cime Bianche, impreziosito dal bacino artificiale recentemente costruito, offre gli ultimi scorci sul Cervino ed anche belle vedute, camminando un po’, sul Grand Lac, la Gobba di Rollin ed il ghiacciaio del Ventina. Quassù raggiungerò l’apice della mia avventura odierna, incrociando – per la prima volta in vita mia! – una coppia di stambecchi. Non vi dico l’emozione nel vederli: animali di un’eleganza straordinaria che, nonostante svariate estati passate nel Parco del Gran Paradiso, mai avevo avuto la fortuna di incrociare!
Impossibile non emozionarsi quando poi ci si affaccia sul pianoro del Colle Inferiore delle Cime Bianche: il panorama, seppur colpevolmente deturpato dalla mano dell’uomo, è tra i più belli ch’io abbia mai visto sulle Alpi – con laghi e rocce dolomitiche che si intrecciano in un disegno di impagabile bellezza! Raggiunto il piccolo altopiano, da dove partono un “facile” sentiero che raggiunge la Gran Sometta (un altro obiettivo futuro) e la carrozzabile che scende direttamente a Valtournenche, ci prepariamo alla parte più avventurosa della discesa.
Aggirando il Lac de Rollin (2840m slm) scendiamo un po’ ad intuito, su tracce di sentiero ed a volte con la bici in spalla, fino a guadare il torrente che scende dal Grand Lac e ritrovare un sentiero vero e proprio (2730m slm).
Di qui la strada si fa più scorrevole; però non dovete certo credere di affrontare una “discesa vera e propria”: si tratta di un sentiero prettamente escursionistico che spesso vi costringerà al piede a terra per aggirare qualche sasso di troppo. Difficili fare previsioni sulla lunghezza (in termini di tempo) di questo tratto: molto dipende dalle capacità tecniche del “downhiller che c’è in voi”... Mettete comunque in preventivo, nella peggiore delle ipotesi, due ore dal Colle Inferiore fino al bivio per il Col di Nana a Saint Jacques (io ho impiegato 1h45’).
Alcuni balzi rocciosi, da affrontare preferibilmente con bici in spalla, ci faranno raggiungere dapprima la Conca del Rollin (2550m slm) e quindi l’Alpe Mase (2400m slm).
Quando superiamo l’Alpe Varda (2330m slm) e ci affacciamo finalmente sul Vallone del Curtot (2290m slm) si delinea chiaramente, sull’altro lato della valle, la sterrata che ci condurrà al Col di Nana. Qua non dovrete farvi prendere dalla fretta, come invece successo a me: il bivio per raggiungerla si trova molto più a valle (2085m slm) e dovrete superare ancora l’ultima serie di stretti tornanti pedonali prima di arrivarci. Io, scioccamente (perché avevo la mappa al mio seguito ma mi sono scordato di guardarla...), ho provato a cercare una scorciatoia in lungo e in largo, perdendo la bellezza di 45 minuti!
Quando finalmente arrivo al fatidico bivio, mentre i pini cominciano a fare la loro ricomparsa, sono le 14:04. Nel programmare la mia giornata mi ero detto: “se arriverò al bivio entro le 14:00 salirò anche al Col di Nana, altrimenti rientrerò a Valtournenche via asfalto”. Questo considerando che da lì mi attendono – attraverso il Col de Joux – poco meno di 4 ore di bici, mentre non so i tempi di percorrenza del tratto sterrato che, seppur breve (neanche 20km...), può essere pieno di insidie.
La scelta, seppur importante, non è neanche sofferta più tanto: le emozioni vissute quest’oggi sono tra le più intense del 2010 e mi pare una saggia decisione quella di riservare per il 2011 la degna conclusione di questo superlativo percorso All Mountain; inoltre l’alta Val d’Ayas manca ancora al mio palmarès, così come il versante orientale del Col de Joux.
Proseguo quindi dritto puntando verso Saint Jacques (1780m slm), sempre scendendo su un sentiero di dubbia ciclabilità – viste le mie scarse doti tecniche.
Poco prima di raggiungere il paesino alla testata della Val d’Ayas un ulteriore contrattempo mi attarda di circa 15 minuti: si sgancia leggermente la ruota posteriore ed io maldestramente faccio toccare le due pastiglie del freno! Riuscire a separarle ed a rimettere i freni in condizioni “normali” senza gli attrezzi necessari non sarà facile... ma, anche in questo caso, alla fine riuscirò ad averla vinta io!...
Alla fine, con tutti i ritardi e le soste accumulate, raggiungerò nuovamente l’asfalto solo alle 14:45.
Ricalcolo velocemente la mia tabella di giornata (che rispetterò con una tolleranza di 5 minuti!) e comincio la lunga (16km) discesa che mi condurrà a Brusson. La discesa è praticamente tutta pedalabile ed affrontarla con una MTB, seppur leggera, non certo scorrevole quanto una BdC, è un vero supplizio. In pochi tratti supero i 30km/h, anche per via del vento contrario.
La vallata, indicata come una delle più remunerative per i percorsi di MTB, è ampia e lussureggiante, anche se mancano grandi montagne ad impreziosire il panorama (alla sua testata c’è il Breithorn, ma dal fondovalle è difficile scorgerlo...).
In poco più di mezz’ora raggiungo infine Brusson, dove casualmente incontro due miei compaesani (piccolo il Mondo!). Persi altri 10 minuti per raccontare un po’ l’andamento della giornata, ed averli stupiti con il mio lungo ed impegnativo percorso (loro erano stati a piedi sul Colle Superiore pochi giorni prima!), li saluto e mi accingo ad iniziare la seconda salita di giornata.
Questo versante del Col de Joux è poco più di un cavalcavia: tant’è che non è neppure recensito dal nostro Sito. Però, la stanchezza della giornata (i tratti a piedi, anche in discesa, e con la bici in spalla, posso assicurarvi che si fanno sentire!) fa sì che i 350m di dislivello della salita mi impegnino per un’altra mezz’ora (tutto sommato una VAM accettabile...).
La salita, lunga esattamente 5,5km, è piacevolmente immersa nel bosco e non mette quasi mai in difficoltà (solo per brevi tratti la pendenza si avvicina al 10%). Le vedute non sono certo di prim’ordine (ogni tanto mi immagino cosa mi sono perso non salendo ai 2700m del Col di Nana!) ma tutto sommato per quest’oggi non mi posso lamentare.
Raggiunta la vetta mi riposo per pochi minuti, quindi mi tuffo nella lunga discesa: fino a Saint Vincent sono difatti oltre 1000m di dislivello e quasi 20km!
Belli i panorami su questa parte della Valle d’Aosta (la foto però non si riferisce a questo giro: avevo troppa fretta per fermarmi a scattare fotografie), dato che la discesa è quasi sempre esposta sulla Vallée (nelle giornate più limpide si può scorgere in lontananza anche il Monte Bianco).
Arrivato sul fondovalle inizia, forse, il tratto più ostico della giornata: avessi parcheggiato a Chatillon adesso avrei finito le fatiche, mentre ora mi attendono oltre 800m di dislivello con alcuni tratti che – lo so! – mi metteranno in seria difficoltà.
Trovare la forza, alle 16:40, per iniziare nuovamente una lunga salita (15km) – dopo aver vissuto una giornata come questa, ed aver addirittura visto gli stambecchi – posso assicurarvi che non è stato facile.
Ma la bici è sacrificio, noi lo sappiamo bene, e così chilometro dopo chilometro, cercando di tenere un ritmo “accettabile” (anche in questo caso sfiorerò i 700m/h di VAM), supero dapprima Antey Saint Andrè (che mi offre gli ultimi scorci, in lontananza, sul Cervino) e quindi la stretta e ripida gola in prossimità di Chamois, con le sue lunghe rampe al 10-12%.
Alla fine, poco prima delle 18:00, torno finalmente all’auto.
Conscio di avere vissuto un’avventura indimenticabile!
In definitiva...
Un giro di Altissima Montagna eccezionale!
Nonostante abbia viaggiato in lungo e in largo per l’arco alpino occidentale, compiendo quasi una trentina di escursioni di Alta Montagna, al primo posto della classifica è finito un “mezzo giro”! Non oso immaginare se l’avessi completato per intero...
È chiaro che la prima posizione è un’opinione esclusivamente personale e che di giri altrettanto splendidi ne ho fatti tanti (questo post ne è una testimonianza), ed è chiaro che il percorso appena descritto è finito al primo posto per una serie di fortunate coincidenze: il mio proverbiale affetto per Cervinia e il Cervino, il meteo da favola, il fatto di aver pedalato
veramente intorno ai tremilametri, il contatto diretto con la Natura e la Montagna che solo l’assenza di traffico ed escursionisti ti possono garantire (ad esempio l’incontro con gli stambecchi sarà forse irripetibile!), eccetera.
Indubbiamente però, a prescindere dal mio giudizio, il giro “per intero” (ossia con anche il Col di Nana: dopo inserirò la traccia GPS anche di questo) è quanto di meglio la Mountain Bike di Alta Montagna possa offrire: salite durissime e pedalabili al punto giusto (anche se francamente un paio di tornanti in più sul Colle Superiore – e ci sarebbe stato lo spazio per inserirli – non avrebbero guastato e avrebbero reso la pendenza accettabile praticamente da tutti), tratti a spinta e/o con bici in spalla (inutile negarlo: la “vera MTB” è anche quello...), discese tecniche al punto giusto (anche fin troppo: io ho preferito il Kleine Scheidegg e il Col d’Arp) e panorami eccezionali con vette innevate, laghi, ghiacciai, ruscelli, nevai e rocce strapiombanti.
L’unico difetto che gli si può imputare è che in alcuni punti, ahimè, la mano dell’uomo ha inferto ferite profonde alla Natura. Per questo, forse, i puristi potrebbero preferire escursioni lontane dal clamore degli sport invernali (mi viene in mente la Valdigne) oppure dove l’uomo ha saputo assecondare meglio la Montagna (nel Vallese, come per l’avventura vissuta con
Christian).
Io, in ogni caso, per ora – oltre alla più bella avventura del mio 2010 – considero questo giro come il “percorso di MTB per eccellenza”.
Staremo a vedere cosa mi riserverà il 2011!...
Panoramiche
Video Cervino
Emiliano
PS: ma non crediate che sia finita qui!...
[Edited by -Emiliano- 2/22/2011 12:14 AM]
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