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Facebook   Dodici giri per dodici mesi...Last Update: 2/4/2013 2:31 PM
12/10/2010 9:24 AM
 
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ma cos'é il paradiso ? ti mancava sola Beatrice

12/10/2010 10:46 PM
 
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Non solo devo farti i complimenti per le descrizioni dei tuoi giri(quello del klausen prima o poi...) ma anche ringraziarti per il link con l'"interessante" altimetria di haggenegg(che sin'ora avevo visto solo su quaeldich) e la segnalazione del bel sito in cui e' contenuta. Sempre fonte di ispirazione!




L'unica droga che mi piace e' l'endorfina.
12/23/2010 3:09 PM
 
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Col d’Arp e Colle della Croce. Val d’Aosta, Italia. MTB (All Mountain, ciclabilità 90%)

65km con 2.900m di dislivello – altezza massima 2639m slm. 12 ottobre 2010.



Perché?...

Quella che sto per descrivere è senza dubbi una delle giornate di ferie meglio spese di tutto il mio 2010: sia per lo splendido itinerario e l’ultimo “saluto” al Monte Bianco (protagonista, insieme al Cervino, del mio 2010 in MTB) e sia per il meteo che, come ben ricordiamo, ad ottobre ci ha “regalato” fine settimana poco “pedalabili”!
In verità, confrontato agli altri percorsi presenti in questa mia lista, questo giro a dir poco impallidisce: corto, breve e “brutto ciclisticamente” (perché non un vero anello, ma un “otto” mal disegnato), sopperisce ampiamente a questi suoi difetti garantendo al ciclista panorami entusiasmanti al cospetto del Monte Bianco e due salite/discese a traffico ZERO (...e quando scrivo “ZERO” intendo proprio ZERO...).
Inoltre lo spirito d’avventura e di scoperta che mi hanno animato nel percorrerlo trovano pochi eguali in tutta la mia annata: riuscire a scovare in Valdigne due salite pressoché inedite (non le conosceva bene neppure fricius, il mio mentore per questa parte delle Alpi), due salite tutto sommato ciclabili, posso garantirvi che non è stato facile. Grandissima emozione quindi scoprire, pedalata dopo pedalata, due ascese: una di una bellezza stratosferica, l’altra “un po’ meno”.
Infine, sempre sulle orme di fricius (il mio/nostro “ciclo–trekker” preferito...), questa escursione in Val d’Aosta ha avuto il grandissimo merito di vedere il mio battesimo in una nuova dimensione della Mountain Bike: quella appunto del “ciclo–trekking”!


Breve descrizione del percorso:



Si parte da Pré Saint Didier, paesino a due passi dal Monte Bianco dal quale cominciano tradizionalmente i rilievi altimetrici per il Passo del Piccolo San Bernardo.
Il percorso di oggi è un po’ “forzato”: pur avendo preso un giorno di ferie sono costretto a rientrare all’auto presto (16:00) e, dovendo partire giocoforza tardi rispetto ai miei standard (8:15), decido di ridurre notevolmente dislivello e chilometraggio. Sto inoltre per affrontare due salite e, soprattutto, due discese non sufficientemente recensite da nessuna parte: ne nasce, per prudenza, uno strano percorso “ad otto” che mi consentirebbe – in qualsiasi momento – un dietrofront ed un facile rientro all’auto tutto in discesa. A conti fatti, ora che so come sono le due salite, il percorso potrebbe essere modificato grazie all’enorme varietà di Colli in zona (San Carlo, Belvedere, Chavannes, Fourclaz).
Ma veniamo alla descrizione.



La giornata comincia subito in salita: percorro il primo rettilineo del Passo del Piccolo San Bernardo tra le case di Pré Saint Didier dopodiché, proprio in corrispondenza del primo tornante, abbandono la strada principale dirigendomi verso Champex. Qui comincia un breve tratto sterrato che, con pendenze intorno al 5%, mi porta a ritrovare l’asfalto della strada principale che sale da Courmayeur.
Sono appena all’inizio ma già ci sono diverse note positive riguardo alla giornata: il meteo semplicemente da favola (le previsioni erano invitanti, ma non così tanto!), l’asfalto che mi accompagnerà per buona parte della salita “mitigando” alcune rampe veramente impegnative, il fatto che – per la conformazione geografica della salita e della valle – mi ritrovo a pedalare costantemente al sole (con 0°C alla partenza questa è un’ottima notizia; tenetene conto se però vorrete affrontare l’ascesa in piena estate...).



Veramente inaspettato l’asfalto: tranne un breve tratto in prossimità dell’alpeggio di Planey, percorribile con attenzione anche in BdC, la salita è asfaltata fino a quota 1600m slm e risulta quindi – per gli splendidi panorami che offre sulle Grandes Jorasses – una splendida novità anche per gli amanti della Specialissima (anche se temo non molti si spingeranno fin quassù, vero Paradiso della MTB, con la bici da corsa).
Facile suddividere in quattro parti questa splendida ascesa.
La prima parte si conclude appunto all’alpeggio di Planey: quasi tutta aslfaltata, tutto sommato pedalabile, vede alcuni brevi strappi impegnativi oltre il 10% (in particolare uno prima del ponticello che segna l’inizio del breve tratto sterrato) che preannunciano quanto ci aspetterà da lì a poco.



La seconda parte ci conduce fino all’alpeggio di Chantore (laddove vedrò in lontananza le uniche persone incrociate lungo le due salite/discese di quest’oggi!). E’ un tratto veramente impegnativo che, con una serie di strettissimi tornanti immersi nella pineta (evidentemente asfaltati di recente), ci fa superare il balzo roccioso che fiancheggia il torrente che scende dalla Tete du Grand Mont (che domina il panorama, impressionantemente vicina!). Brevi tratti in cui si può “tirare il fiato” sono alternati a strappi micidiali che superano anche il 15%: anche se ovviamente nel corso della mia annata ho affrontato ben di peggio, posso assicurarvi che questo segmento dell’ascesa all’Alpe d’Arp lascierà il segno.



La terza parte inizia simbolicamente quando, circa a quota 1600m slm, superiamo l’alpeggio principale del Vallone ed abbandoniamo definitivamente l’asfalto: ci attende a questo punto uno dei tratti pedalati più duri ed emozionanti dell’intera Val d’Aosta! Si esce infatti definitivamente dal bosco e la visuale comincia a spaziare su buona parte del Massiccio del Bianco: alla nostra destrà fa bella mostra di sé l’elegante sagoma delle Grandes Jorasses, mentre davanti fa capolino – dietro alla Testa d’Arp – il “Monte Bianco in persona”!
Ciclisticamente, ahinoi, la salita è la naturale prosecuzione del tratto asfaltato precedente: numerosi tornanti, brevi falsipiani in cui riposare, alternati a strappi in cui si avvicina pericolosamente la soglia del 20%. Fortunatamente la sede stradale è sempre ampia e, nonostante le montagne intorno siano particolarmente “friabili”, in fondo è discreto e ciclabile; pertanto, pur con qualche “fisiologico” zigzag per cercare la strada più scorrevole, tra qualche sasso di troppo ed alcune sterpaglie, si riesce a pedalare ogni singolo metro della salita. Segnalo in questo tratto un paio di rettilinei in cui si supera, seppur di poco, il 20%: lì dovrete veramente tenere duro per riuscire a non mettere il piede a terra!



Nella quarta ed ultima parte dell’ascesa ad Alp d’Arp, oramai superati i duemilametri, le pendenze tornano a farci respirare definitivamente. Il Vallone si apre regalandoci vedute indimenticabili sul Massiccio del Bianco e buona parte dell’Alta Val d’Aosta. Poche centinaia di metri innanzi a noi vediamo distintamente i casolari dell’alpeggio, termine delle nostre fatiche, mentre percorriamo il tratto dal fondo peggiore – che scorre di fianco ad una parete rocciosa particolarmente franosa che in diversi punti ha lasciato qualche “regalino” sulla sede stradale. Fortunatamente, ripeto, qui le pendenze non sono eccessive: altrimenti, tra fondo sabbioso e massi da “circumnavigare”, sarebbe stato difficile riuscire a pedalare.



L’arrivo ad Alp d’Arp è entusiasmante; pur non scorgendo più la Cima del Bianco il panorama è da cinque stelle e, soprattutto, essere riusciti a portare a termine una salita dura, solitaria, immersa in un ambiente da favola e della quale non si sapeva praticamente nulla è una soddisfazione ciclistica enorme!



Ma non è ovviamente finita: siamo appena a 2138m slm e ci separano ancora circa 400m di dislivello al valico vero e proprio, il Col d’Arp (2570m slm). Dislivello da superare quasi completamente a piedi.
Tre i tronconi in cui può essere suddiviso quest’ultimo tratto.
Il primo ci fa risalire verso l’altopiano alla testata del Vallone: percorriamo un sentiero molto ripido, in mezzo al prato, che punta decisamente in direzione sud. Non ci sono problemi a portare la bici al fianco (anche se in qualche caso conviene mettersela in spalla...), ma è assolutamente impossibile pedalare.



Entriamo quindi nell’altopiano finale dove riusciamo a percorrere anche qualche tratto in sella, in parte lungo il sentiero sempre ben delineato e in parte tagliando direttamente sull’immenso pratone (in parte ancora in ombra) che lo contraddistingue. Davanti a noi, ben riconoscibile (anche per il cartello segnaletico giallo), la sella geografica del Col d’Arp.
Piano piano il valico si avvicina ed il percorso si fa decisamente impedalabile. Risaliamo gli ultimi 150m di dislivello con stretti tornantini lungo una pietraia; il sentiero è sempre ben delineato ed assolutamente sicuro, ma con la bici in spalla è una bella faticaccia! In ogni caso, in meno di un’ora dall’Alp d’Arp si arriva in cima: la fatica appena fatta si dimentica immediatamente ed è solo fonte di doppia soddisfazione!



Inutile sottolineare come il panorama di lassù sia entusiasmante. Eccezion fatta per il lato nord (ma rimedierò da lì a poco conquistando anche il Col de Youla!) la vista spazia con eccezionali vedute dappertutto: in lontananza su Gran Combin e Monte Rosa, e a sud – più vicino – sullo scintillante ghiacciaio del Rutor. Ai nostri piedi (è proprio il caso di dirlo, dato che il valico si trova su una sottile cresta rocciosa) si aprono da una parte il severo Vallone d’Arp e dall’altra il lussureggiante Vallone di Youla che percorreremo in discesa.



Ma non è finita qua...
Perché qui comincia la parte trekking della mia giornata: sulle orme di fricius decido di abbandonare la mia fedele Bianchi (tanto non c’è in giro NESSUNO: anche le marmotte sono oramai in letargo!...) e di raggiungere il Col de Youla, il cui valico è ben delineato e dista appena un quarto d’ora dal Col d’Arp. Certo: si à trattato di una semplice camminata su un tranquillo sentiero, nulla a che vedere con le arrampicate “over 3000m” a cui ci ha abituato il buon Massimiliano, ma questo è da vedere come un inizio (ad esempio anche dallo stesso Col de Youla si aprono percorsi trekking di notevole spessore...); l’anno prossimo spingerò senz’altro ancora più in là il mio limite!



Già comunque, posso assicurarvelo, il panorama da questo sconosciuto Colle non lascia indifferenti, una delle balconate sul Massiccio del Bianco più belle viste quest’estate: non oso immaginare raggiungendo i monti lì intorno (mi pare si possa salire fino al Berrio Blanc!).



Dopo le foto di rito ed aver ammirato dall’alto i numerosi sentieri della Val Veny percorsi qualche mese prima, ritorno sui miei passi e raggiungo nuovamente la MTB.
Comincio un po’ titubante la discesa lungo il Vallone di Youla; discesa che, oltre ogni più rosea aspettativa (la mia tecnica è pari a zero...), si rivelerà uno stupendo mix di tecnica (1%...) e paesaggi entusiasmanti (99%)!



Se si escludono i primi due tornantini, difatti, la si riesce a fare quasi completamente in sella; i primi duecentometri di dislivello si scendono in parte sul sentiero ed in parte “cercandolo” nell’immensa prateria mentre ci avviciniamo sempre più al fondovalle ed al torrente Youla.
Qualche volta bisogna mettere il piede a terra, ma anche per un “non amante” dei percorsi tecnici come me, devo ammettere che questo tratto è stato fonte di grande soddisfazione. Raggiunto il fondovalle in prossimità del Ricovero Reggiani (2360m slm) e facendo attenzione a lasciare il torrente alla propria destra, il sentiero diviene una veloce carrozzabile che – via via che si scende di quota – risulta sempre più comoda.



A quota 2050m, gettato un ultimo affascinato sguardo dietro di noi verso la vetta del Bianco, abbandoniamo il Vallone di Youla: la carrozzabile diviene a questo punto aperta al normale traffico motorizzato e, con ampi e splendidi tornanti, fiancheggiando una suggestiva cascata, ci fa perdere rapidamente quota. Ritroviamo l’asfalto a quota 1950m (peccato: sarebbe stato un duemilametri asfaltato completamente inedito e dai panorami entusiasmanti!), dopodiché entriamo nel bosco e la salita si fa più anonima (attenzione alla sede stradale sempre stretta ed alla quasi totale assenza di traffico, che potrebbe indurre una discesa “senza freni”).



Solo nel finale la discesa regala nuovi scorci sulla Valdigne, ed in lontananza sulla piana di La Thuile, degni di nota; ma il confronto con quanto visto più a monte è veramente impari!
Tocchiamo il fondovalle a La Balme (1300m slm): da lì ci attende un po’ di asfalto fino a raggiungere i 1950m del Colle San Carlo.



La prima parte si snoda lungo la Statale del Piccolo San Bernardo fino a La Thuile (1450m); qui consiglio vivamente di riempire le borracce: fuori stagione la “mitica” fontanella in cima al Colle è chiusa!!!
Quindi imbocchiamo a sinistra la deviazione per il Colle San Carlo (uno dei pochi valichi asfaltati della Val d’Aosta), magari percorrendo la “direttissima di Thovex” (1km ben oltre il 10% medio con punte del 18%) per risparmiare sul chilometraggio.
Nonostante meno celebre ciclisticamente dell’altro versante, anche da La Thuile posso assicurarvi che questo valico merita grande rispetto: anche se privo dell’impressionante regolarità del lato nord, ci troveremo difatti ad affrontare svariati strappi oltre il 10%, in una salita dalla pendenza media di tutto rispetto (8%).
Per il resto, la salita è molto aperta, ricca di tornanti dove “respirare” e garantisce buoni panorami sull’Alta Valdigne ed alcuni scorci degni di nota sulle Grandes Jorasses.
Il piazzale d’arrivo è, in verità, immerso nel bosco e privo di grandi vedute, ma – come mio solito – consiglio vivamente la deviazione (direzione nord) verso la Tete d’Arpy e l’impressionante Belvedere su Courmayeur e buona parte del Massiccio del Bianco.
Oggi però il mio programma è un altro: dopo aver letto il simpatico ed “invidioso” SMS di fricius (cito testualmente: “Hai visto che hai azzeccato anche oggi?”, immagino si riferisse al meteo) punto subito verso sud e mi appresto a scalare il Colle della Croce.
La strada è ampia e ben tenuta, nella prima parte facilmente percorribile anche in BdC (grigua ne sa qualcosa), e, con pendenze modeste, ci porta velocemente al bivio Colle della Croce / Lago d’Arpy. Siamo sempre immersi nella pineta, anche se a volte si aprono belle visuali su Arpy e la sua vallata.



Dopo il bivio decido di allungare il percorso e proseguire per il Lago d’Arpy (lo spettacolo è garantito!): da lì in avanti si trova qualche strappo più impegnativo (10-15%), ma il fondo risulta sempre ben compatto e ciclabile senza problemi in MTB. Quindi solo l’ultima rampa di 100m, per risalire il balzo roccioso che fa da argine naturale al lago, è al limite della ciclabilità (sia per il fondo meno compatto, che per la pendenza intorno al 20%, che per il traffico turistico a volte decisamente “antipatico”).



Raggiunto il Lago e la sua fiabesca conca, abbandono ancora la bici e ne percorro tutto il perimetro a piedi: spero che le foto rendano l’idea dello spettacolo al quale si può assistere in questa stagione.



Ritemprato da questa breve sosta fotografica, ritorno sui miei passi fino al bivio sopraccitato per affrontare l’ultima fatica di giornata: la salita al Colle della Croce.
La quale rappresenterà l’unica “nota stonata” in questa fantastica giornata: nell’unica scarsa (ed evidentemente datata...) recensione che avevo trovato in Internet, veniva definita come una “strada militare dalle pendenze sostenute ma pur sempre ciclabile”. Purtroppo, invece, la cruda realtà ha disatteso queste mie speranze.



La strada ha effettivamente pendenze regolari come tutte le strade militari (se si esclude il pianoro finale, dal bivio sono 400m di dislivello in 4km esatti) ma, dopo la prima parte immersa nella pineta – naturale prosecuzione della salita precedente – cominciano le note dolenti. Come peraltro già evidente dal Lago d’Arpy, la strada difatti è costruita su una montagna a dir poco franosa e numerosi sono i massi che invadono la sede stradale; a volte costringendoci a improponibili zigzag, altre volte inesorabilmente al “piede a terra”. Ricordo un tratto, lungo almeno 50m, in cui un’enorme frana ha invaso tutta la sede stradale, riducendola ad una sottile striscia lungo la quale (con un precipizio poco invitante alla mia destra) ammetto di non aver trovato il coraggio di pedalare.



Un vero peccato!
Anche perché, quando nel finale il fondo torna più compatto, ci si rende conto che con un minimo di manutenzione il percorso sarebbe completamente pedalabile. Ma va bene così: il comprensorio di La Thuile garantisce già fin troppe salite sterrate entusiasmanti e ciclabili...
Nell’ultimo tratto la salita si snoda all’ombra mentre il Massiccio del Monte Bianco si nasconde momentaneamente alla nostra vista; per apparire, raggiunto il valico, di un’eleganza con pochi paragoni (a mio parere questa è la prospettiva migliore per ammirarne la Cima).



Dal Colle della Croce (2381m slm) un facile sentiero conduce alla cima a nord, mentre un sentiero più impegnativo, ma credo “fattibile” l’anno prossimo (dovrò mettermi d’accordo con fricius!), porta fino ai 3024m del Monte Colmet.
Ma è già tempo di ripartire...



La discesa dal versante orientale è ripida ed impraticabile per i primi 200m di dislivello: tornantini stretti (in stile toboga) e fondo sconnesso vanno oltre i miei limiti tecnici, anche se immagino che qualche funambolico freerider si gongolerebbe felice scendendo di quassù. In ogni caso, in quarto d’ora e si mettono alle spalle.
Superato questo primo balzo roccioso, il sentiero si fa più ciclabile e – seppur costringendoci qualche volta a tratti camminati – possiamo raggiungere abbastanza velocemente l’alpeggio di Plan Praz (2065m slm). A questo punto non ci sono più problemi; la strada diventa una normale strada aperta al traffico veicolare e si alternano tratti sterrati ad altri asfaltati (in prossimità dei numerosi ed ampi tornanti): in un attimo, seppur a malincuore, siamo di nuovo a La Thuile.



Da lì si segue tranquillamente la Statale del Piccolo San Bernardo fino a Pré Saint Didier.
D’obbligo, lungo gli ultimi stretti tornanti che la caratterizzano poco a monte dal paesino valdostano, un ultimo saluto – per il 2010 – al Monte Bianco.


In definitiva...

Come ho già premesso, quello appena descritto più che un “anello ciclistico” vero e proprio è un “doppio consiglio” su due brevi anelli valdostani – fattibili tranquillamente in mezza giornata – di rara bellezza; il primo con partenza da Pré Saint Didier ed il secondo con partenza da La Thuile. Io, il 12 ottobre, li ho uniti così, più che altro per motivi di tempo e fotografici, ma nulla vi vieta di organizzarli diversamente.
Posso assicurarvi che poche altre volte pedalerete così indisturbati in un ambiente d’Alta Montagna tra i più belli ed imponenti delle Alpi: io (certo: giorno feriale e fuori stagione) ho complessivamente incrociato lungo le due salite/discese zero auto, zero persone, zero marmotte, zero camosci, poche mucche e quattro cavalli.
Inoltre poche altre volte riuscirete a trovare una salita che, come quella all’Alpe d’Arp, vi garantiranno grandi soddisfazioni ciclistiche in un contesto alpino superbo (che, se si aggiunge anche il finale trekking fino al Col de Youla, non teme il confronto con NULLA di alpino ch’io conosca!...).
Se volete “vivere” la vera Mountain Bike, almeno una volta nella vita dovrete venire quassù!


Panoramiche

Testa del Rutor


Alle prossime!
Emiliano
_____________________________

www.volleycornaredo.it

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12/23/2010 4:55 PM
 
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SPETTACOLARE Emiliano, semplicemente SPETTACOLARE !!!




Se questa carrellata fantastica di posti montani continuerà anche nei prossimi giorni / settimane, come tutti ci auguriamo, fino a completare il percorso "Dodici giri per dodici mesi ..." ho la netta sensazione che dovrò chiedere il permesso a mia moglie di acquistare la MTB.

I COMPLIMENTI sono il minimo dopo aver letto il tuo post.

Ciao

Giorgio
12/23/2010 7:54 PM
 
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Bellissimo! e molto ben raccontato, ancora complimenti!

-------------
Duc in altum!
12/23/2010 8:35 PM
 
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Che giro, che colori, che spettacolo!!!!
La tua capacità organizzativa e di "tracciatura" è eccelsa, il "fiuto" ancora di più... Hai tutta la mia invidia, piena di stima ovviamente!!
Prenderò certo spunto dal racconto per metterlo magari anche nella nostra pagina FB... Appena ho un po' di tempo.
Intanto, complimentissimi!!

Giorgio
12/26/2010 1:48 PM
 
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Giro della Gardetta. Piemonte, Italia. MTB (ciclocross)

133km con 3.400m di dislivello – altezza massima 2481m slm. 18 luglio 2010.



Perché?...

Il “Giro della Gardetta” è stato uno dei percorsi che più mi ha fatto sognare e che maggiormente ho studiato e pianificato nel corso del mio inverno 2010: dopo aver visto alcune foto di Rocca La Meja su un libro delle Alpi comprato “per sognare un po’”, e dopo esser stato costretto a non ammirare al meglio (meteo non eccelso) il Fauniera nel 2009, questo era uno degli obiettivi ai quali tenevo di più.
Un giro splendido che fa attraversare uno dei luoghi più suggestivi delle Alpi Marittime (l’Altopiano della Gardetta: ne ho già parlato a proposito dei dieci luoghi più belli che ho avuto la fortuna di ammirare in sella alla mia MTB) con un percorso che pare nato apposta per la mia ciclocross!
Ciclocross che purtroppo quest’anno è rimasta a casa (causa incidente), ma che è stata degnamente sostituita dalla MTB “attrezzata” con gomme semislik (il giro prevede circa 15km sterrati facilmente pedalabili ed il resto su asfalto).
Come per il percorso in Valdigne appena recensito, anche questo tracciato è suscettibile di modifiche (dato che i versanti da scalare sono quattro/cinque) e probabilmente quello affrontato quest’anno non è il migliore – ma è stato preferito in quanto dovevo scalare il Fauniera da Demonte (salita che ancora mancava alla mia lista di duemilametri).


Breve descrizione del percorso:



Si parte da Borgo San Dalmazzo, a pochi chilometri da Cuneo.
Purtroppo il percorso odierno presenta una lunga parte di trasferimento (equamente suddivisa tra l’inizio e la fine della giornata) che, specie se affrontata in MTB, può risultare eccessivamente noiosa: vedrò di rimediare “con fantasia” le prossime volte.
Ci attendono quindi poco più di una dozzina di chilometri in leggera salita per arrivare a Demonte, dove iniziano i rilievi altimetrici del Colle della Fauniera, valico alpino di secondaria importanza reso celebre dalle recenti imprese al Giro d’Italia.



Anche dopo aver abbandonato la Statale del Colle della Maddalena, in verità, all’inizio la salita – parzialmente immersa nella boscaglia – non regala splendide vedute.
Ci si innalza a strappi dal fondovalle attraversando le caratteristiche borgate di Demonte che puntellano il lussureggiante inizio del Vallone dell’Arma. Si alternano strappi, a volte anche decisamente impegnativi, a tratti in leggera contropendenza: una salita tutto sommato “normale”; nulla a che vedere con lo spettacolo che ci attenderà più a monte!



Questa prima parte termina simbolicamente dopo circa 10km, quando superiamo l’abitato di San Giacomo, in pratica l’ultimo che incroceremo lungo la salita, e la strada si restringe notevolmente: qui possiamo dire che inizia il “vero Colle della Fauniera”. Uno dei Colli più belli del ciclismo professionistico, contraddistinto da tre versanti accomunati da alcune caratteristiche: pendenze dure ed altalenanti, sede stradale strettissima (è difficoltoso addirittura incrociare una sola automobile), panorami grandiosi mentre si attraversano valloni selvaggi ed incontaminati.



Ed il Fauniera ci accoglie subito con un paio di rampe “delle sue”: d’altronde ci attendono in pratica 1100m di dislivello diluiti in 14km inesorabilmente esposti al sole (non ci sarà nemmeno un albero a rovinare la visuale dello splendido Vallone dell’Arma).
Come mio solito, posso suddividere l’ascesa in tre tronconi – più che altro dal punto di vista paesaggistico, dato che ciclisticamente è sempre un alternarsi di rampe dure ed altre più accessibili, anche se oramai mancano falsipiani e contropendenze lungo le quali rifiatare.



Dopo alcuni secchi tornanti, il Vallone dell’Arma comincia a presentarsi in tutto il suo splendore: mentre percorriamo un ripido tratto in costa – vertiginosamente alto rispetto al torrente sotto di noi – dall’altra parte della vallata affascinanti montagne, dal sapore dolomitico e puntellate da un’infinità di mucche al pascolo, alleviano col loro splendore tutte le nostre fatiche. Mentre lo percorro estasiato, sono veramente orgoglioso di aver scelto la giornata meteo ideale e di aver propenso, dopo numerosi dubbi e ripensamenti, su questo strano percorso ad otto (come detto ideato proprio per apprezzare al meglio il versante di Demonte).
A quota 1900m superiamo l’alpeggio di Gias Ciavera (rifornimento idrico) e, quasi senza accorgercene, entriamo nella seconda parte del Vallone dell’Arma. Ci ritroviamo così in una vallata molto ampia e ricca di rocce e pascoli, dove non è raro incrociare anche qualche marmotta. La strada prosegue tortuosa senza tratti in costa e, pertanto, senza neppure sequenze di tornanti da superare in serie. In lontananza possiamo già scorgere le tipiche rocce bianche che contraddistinguono il Colle Valcavera (che è la porta d’ingresso sull’Altopiano della Gardetta ma che non è il termine ultimo delle nostre fatiche, dato che noi stiamo puntando al Colle Fauniera, 100m più a monte...). Inutile sottolineare come, man mano che si pedala, il panorama verso valle si fa sempre più grandioso ed il paesaggio in cui ci troviamo sempre più brullo e selvaggio.



L’ultima parte della salita è quella che porta appunto dal Valcavera al Fauniera; parte che ripeteremo anche nel pomeriggio e nella quale la pendenza media (5%) non deve trarre in inganno: ci sono infatti due lunghe rampe micidiali che si faranno senza dubbio sentire (specie dopo tutta quella salita e specie se affrontate con una “pesante” MTB). Il finale è entusiasmante: pedaliamo in una sorta di “museo geologico a cielo aperto” (come avrò modo successivamente di definire l’intero Altopiano della Gardetta), sfiorando in più punti ripide pareti rocciose dai colori emozionanti.



Si arriva infine, quasi in falsopiano, sul valico – in verità non particolarmente affascinante (né per il panorama, né per il monumento a Pantani, un po’ kitsch per i miei gusti...).
Una breve sosta e siamo pronti a proseguire in discesa, lungo la Valgrana nella primissima parte ed in Val Maira nella seconda, una volta deviato a sinistra per il bivio del Colle Esischie. Quest’ultimo è (giustamente) il versante meno celebrato del Fauniera, ma nella parte finale è anch’esso molto remunerativo: splendide a nord le vedute sul Becco Grande, il Colle dei Morti (oramai impraticabile causa frane) e la conca sottostante ricca di pascoli; mentre a sud, quando il meteo lo consente, si ammira in lontananza “sua maestà” il Monviso.



Scesi sotto i duemilametri ed entrati nella boscaglia, la discesa si fa chiaramente più anonima, anche se il percorso tortuoso che segue, i continui tornanti, le pendenze discontinue e l’asfalto a tratti indecente, ci costringono a tenere sempre alta l’attenzione.



Si arriva così, piano piano, fino al bivio per Canosio (1250m slm), dove abbandoniamo il Vallone della Marmora ed iniziamo la dura salita verso il Colle del Preit – duemilametri completamente asfaltato (non lo sapevo!) che, se dotati di una bicicletta in grado di farci attraversare l’Altopiano della Gardetta, può essere considerato il quarto versante del Colle della Fauniera. Proprio come gli altri versanti è difatti contraddistinto dalle pendenze dure ed altalenanti, dalla sede stradale stretta e dal panorama finale quasi dolomitico.
Dopo aver attraversato il centro abitato principale della vallata (Canosio, appunto), proseguiamo immersi nella vegetazione fino al pianoro appena dopo il caseggiato di Preit, spesso costretti a superare rampe molto impegnative (decisamente oltre il 10%).
Entriamo così nel vallone finale dove comincia la seconda parte della salita. Innanzi a noi è già ben visibile la sella geografica del Colle, ed un occhio attento può già scorgere i tornanti finali intagliati sulle ripide pareti rocciose del Bric Servino. Dopo un breve falsopiano abbandoniamo il fondovalle ed iniziamo a risalire il versante occidentale con un paio di ripidissimi tornanti: l’ambiente è suggestivo e la vallata ampia ci consente vedute in ogni direzione, con una skyline sempre dominata – a nord – dal Monviso.



Come scritto, le pendenze sono decisamente impegnative (media dell’8% dal bivio Canosio), ma spesso riusciamo a rifiatare: tutto un altro discorso quando superiamo le ultime baite e cominciamo ad affrontare gli ultimi tornanti che, costeggiando l’impressionante parete del Bric Servino, ci fanno superare il balzo roccioso che ci separa dal Colle e dall’Altopiano della Gardetta. In questi ultimi due chilometri, asfaltati recentemente ma dalla sede stradale a tratti invasa da inquietanti detriti, la pendenza media si assesta sul 12%: siamo di fronte ad uno dei finali più terrificanti di tutti i duemilametri asfaltati da me percorsi!
Soddisfazione quindi doppia una volta raggiunto il Colle ed aperta la visuale sull’Altopiano della Gardetta: ad oriente si delinea facilmente riconoscibile Rocca La Meja, il “simbolo” di questo scorcio di Alpi, mentre il lussureggiante altopiano è costellato da rocce di tutti i colori e tagliato da un impressionante labirinto di strade bianche!



Non si creda, però, che a questo punto le fatiche siano finite.
La strada, nonostante abbiamo appena valicato un Colle, prosegue infatti in salita, sostituendo l’asfalto con uno sterrato – tutto sommato – compatto. Per fortuna le pendenze diminuiscono notevolmente e non si trovano più rampe oltre il 10%, anche se il fondo “sabbioso” (mangeremo parecchia polvere, visti i numerosi fuoristrada che saremo costretti ad incrociare lungo il percorso) accentua notevolmente la difficoltà della salita. Ma di salita ce n’è ancora, e parecchia: dobbiamo infatti proseguire verso ovest fino quasi a raggiungere il Passo della Gardetta (2437m slm), il punto culminante dell’intero altopiano e della carrozzabile militare che lo attraversa da est ad ovest.



“Quasi raggiungere” perché, giunti dopo 5km al Rifugio Gardetta (2330m) puntiamo in direzione est dirigendoci – sempre in leggera salita – verso il Colle Valcavera, già visto in mattinata, dove ritroveremo l’asfalto.



Ci attendono a questo punto 12km di saliscendi, costantemente pedalati tra i 2300 e i 2400 metri, di una bellezza entusiasmante: non a caso ho definito questa parte un “museo geologico a cielo aperto” e non a caso è rientrato nella mia “top ten” dei luoghi più belli che ho visitato quest’estate in MTB (se ci fate caso, l’unico senza ghiacci o laghi...).



Lungo il percorso “valicheremo” numerosi colletti (in Internet ho scoperto un signore che si vantava di aver valicato 5 duemilametri... mah!?...): il Colle Cologna (2394m slm), il Colle Margherina (2420m slm), il Colle Bandia (2408m slm) ed infine il Colle Valcavera (2416m slm). Peccato solo non si possa raggiungere agevolmente il Colle del Mulo (2527m slm), il più alto della zona, il quale valica verso l’Esisichie, come detto impraticabile a causa di una frana (ma senz’altro andrò ad ispezionarlo, le prossime stagioni...).
Poco altro da aggiungere: questa volta, è proprio il caso di scriverlo, è meglio far parlare le immagini!



Raggiunto finalmente l’asfalto, risaliamo nuovamente – carichi di polvere – il Vallone dei Morti fino a valicare per la seconda volta il Fauniera.



La discesa seguente, questa volta verso la Valgrana, è da percorrere con estrema attenzione; forse ancor più di quella dall’Esischie, visto che in direzione Pradleves l’asfalto è buono ed induce a velocità decisamente esagerate (in considerazione della ristretta sede stradale e del traffico tutto sommato sostenuto). Conviene quindi “tirare i freni” ed ammirare al meglio gli splendidi valloni che attraversiamo.



Raggiunto il Santuario di San Magno la discesa si fa più anonima (ma altrettanto stretta e pericolosa) fino a concludersi, poco a monte di Pradleves, attraversando le suggestive gole create dal Torrente Grana.



A questo punto ci attendono poco più di 20km di trasferimento, in leggera discesa (ma non mancano alcune antipatiche contropendenze), che ci portano dapprima a Caraglio ed infine a Borgo San Dalmazzo, da dove eravamo partiti in mattinata.


In definitiva...

Giro splendido, a metà strada tra MTB e ciclocross, che permette di scoprire uno dei luoghi più suggestivi delle Alpi Marittime: l’Altopiano della Gardetta.
Percorso che può essere notevolmente ridotto, allungato e modificato per via della geografia stessa dell’altopiano, essendo quest’ultimo facilmente raggiungibile da quattro salite (più una discesa) di notevole spessore tecnico. Peccato solo per il tratto asfaltato di trasferimento da Pradleves a Demonte, ma ho già individuato anche in questo caso una variante (ovviamente in salita!) per “ridurre il chilometraggio ed aumentare il dislivello” (CpC conosce bene il mio motto!).
Spero di far venire la voglia a qualcun altro di seguire questo mio percorso; così come spero che qualcuno di voi, oltre ad immedesimarsi in Salvoldelli, quando scenda dal Valcavera provi a risalire il breve colletto per ammirare in tutta la sua estensione questo splendido scorcio delle Alpi: sono sicuro che non ne rimarrà deluso!


Panoramiche

Purtroppo non ho ancora trovato nulla, in Internet, relativo a questa parte delle Alpi.


A presto,
Emiliano
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12/26/2010 2:34 PM
 
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Re: Giro della Gardetta. Piemonte, Italia. MTB (ciclocross)
-Emiliano-, 26/12/2010 13.48:



Panoramiche

Purtroppo non ho ancora trovato nulla, in Internet, relativo a questa parte delle Alpi.


A presto,
Emiliano



ecco qua:

Alpi Occidentali - Una visita virtuale con fotografie panoramicheUna visita virtuale.

http://pano.ica-net.it/

ciao, Max
[Edited by -Emiliano- 12/26/2010 2:55 PM]

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12/26/2010 3:11 PM
 
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x fricius

Grazie della segnalazione...
C'è anche il Col de Youla!
Peccato che le immagini siano in formato "mini", ma lo spettacolo è comunque garantito. Appena ho un attimo di tempo, organizzo le varie modifiche...

Emiliano

PS: sei pronto per il settimo posto della classifica?
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12/26/2010 9:52 PM
 
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Posti splendidi.
È fattibile in bici da corsa il tratto sterrato della Gardetta?
12/26/2010 10:38 PM
 
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Re: x fricius
-Emiliano-, 26/12/2010 15.11:


Grazie della segnalazione...
C'è anche il Col de Youla!
Peccato che le immagini siano in formato "mini", ma lo spettacolo è comunque garantito. Appena ho un attimo di tempo, organizzo le varie modifiche...

Emiliano

PS: sei pronto per il settimo posto della classifica?



Prontissimo, e avrò anche qualcosa da aggiungere...

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12/26/2010 11:14 PM
 
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Ho caricato questi due giri in FB (nella nostra pagina del forum), in due album fotografici... erano troppo belli per restare "solo" qui sul forum!
Che voglia di bici che ci fai venire Emiliano!!!

Giorgio
12/27/2010 12:17 AM
 
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Re:
MirkoBL, 26/12/2010 21.52:

È fattibile in bici da corsa il tratto sterrato della Gardetta?


Mah, bella domanda.
Lì per lì ti direi di no; ma quando l'ho affrontato io, circa a metà strada, ho incrociato un gruppo di ciclisti fermi e - tra di essi - ho notato proprio una bici da corsa!
Di sicuro conviene andare con un "muletto" e tanto spirito d'avventura, scegliendo il percorso dal Valcavera al Preit (quindi in discesa): qualche tratto lo reputo tranquillamente fattibile, ma in qualche punto bisognerà quasi certamente scendere di sella.
Magari attrezzandosi con gomme un po' più larghe del solito lo si può provare (però attenzione: mangerete tanta di quella polvere!...).

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1/1/2011 8:46 PM
 
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Gardetta

Mannaggia!...

In allegato il download con la traccia GPS.

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1/1/2011 10:23 PM
 
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Altopiano dell’Assietta. Piemonte, Italia. MTB (cross country)

126km con 3.800m di dislivello – altezza massima 2780m slm. 19 settembre 2010.



Perché?...

Eccomi finalmente arrivato a descrivere il mio “magico settembre”: mese che fino a pochi anni fa consideravo già “autunnale”, quest’anno mi ha saputo regalare momenti veramente indimenticabili!
Grazie ad un’attenta scelta delle giornate meteo e a percorsi nuovi o “innovativi”, ben quattro delle mie prime “sette giornate indimenticabili” sono racchiuse in questo mese.
Ha praticamente dell’incredibile che quasi tutte queste mie quattro uscite siano state accomunate da forti dubbi sul “farle o non farle?”...
Comincio con la descrizione a quattro mani (aiutato da fricius) della splendida esperienza in Piemonte, a cavallo della Cresta dell’Assietta, in una giornata meteo tanto azzardata (pioveva su quasi tutto l’Arco Alpino!) quanto azzeccata (le foto parleranno per me...).
Il percorso è superbo – non a caso consigliato da un vero intenditore di Alta Montagna quale il mio compagno di viaggio – e ci permette di scoprire non solo il Colle delle Finestre e l’Altopiano dell’Assietta, forse le due strade sterrate più famose delle Alpi Italiane, ma l’elevatissima Cima Ciantiplagna (sinora la terza ascesa sterrata più alta ch’io abbia completamente percorso in sella) ed anche – nella seconda parte della giornata – uno degli innumerevoli valichi sterrati a cavallo di Italia e Francia utilizzati a scopo militare durante i Conflitti Mondiali.
Giro effettivamente un po’ lungo, ma che può essere tranquillamente ridotto scendendo direttamente in Val di Susa dall’Altopiano dell’Assietta (come fatto da fricius) e gestibile quindi in poco più di mezza giornata.


Breve descrizione del percorso:



Ma andiamo per ordine...
Dopo il trasferimento in auto tra nebbie e piogge, l’arrivo a Susa baciato da un cielo limpidissimo e neanche una nuvola mentre il sole sorge tra i monti ha dell’incredibile (ma le previsioni l’avevano garantito): si preannuncia una giornata indimenticabile!
Inizio subito in salita la giornata affrontando in solitaria la prima, durissima parte del Colle delle Finestre; l’appuntamento con fricius è difatti non a Susa, ma più in alto: su sua simpatica iniziativa decidiamo di cimentarci in un “crono-inseguimento”. Lui quindi è partito con un leggero anticipo (leggero non troppo: sovrastimando eccessivamente le mie capacità, si è concesso un quarto d’ora di vantaggio, che ben difficilmente riuscirò a recuperare), stimolandomi a “dare il meglio di me” lungo la estenuante ascesa. Per me è un simpatico stimolo in più: il Colle delle Finestre non mi esalta eccessivamente (oramai so che con la MTB posso puntare decisamente più in alto...) e l’idea di mettermi in gioco mi da la voglia di affrontarla con più entusiasmo.



Dopo la prima parte di salita, che coincide con l’attraversamento della frazione di Meana e caratterizzata come scritto dalle rampe più impegnative dell’intero Finestre (anche se mitigate da tratti quasi in falsopiano), entriamo a quota 700m nella fitta boscaglia.
Inizia così uno dei tratti più caratteristici del Colle delle Finestre; tratto che, nonostante sia immerso nel bosco e pertanto “un po’ anonimo”, è reso addirittura esaltante da un turbinio di tornanti dal disegno indimenticabile. La pendenza è costante e dura, ma tutto sommato mitigata proprio dai numerosi tornanti (8% medio); ogni tanto guardo in alto, cercando di scorgere “la mia lepre”, ma sono sempre solo nella mia fatica.
A metà salita comincio ad uscire lentamente dalla galleria vegetale: si aprono splendide vedute su Susa, l’inizio della salita al Moncenisio ed il monte Rocciamelone che domina la conca dall’alto. Questo è uno dei segmenti con le pendenze più ostiche: pur senza rampe mozzafiato, difatti, questo tratto in costa che aggira il Monte Fasolino presenta una pendenza media di poco superiore al 10% diluita equamente lungo gli interminabili 3km.



Superata una secca curva verso sinistra entriamo nel “mitico” vallone finale mentre, dopo poche centinaia di metri, l’asfalto viene sostituito da un ottimo sterrato (ottimo sì: ma direi quasi improponibile in BdC). Il traffico è sempre ridottissimo: il valico non è certo sfruttato a fini “commerciali” e, ad eccezione di qualche mezzo agricolo e pochi turisti, non si incrocia veramente nessuno! Meglio: in questo modo viviamo in pieno la Salita e la Montagna e possiamo sempre scegliere la strada più scorrevole.
Man mano che si guadagna quota il panorama si fa sempre più grandioso. La salita, costante, non lascia respiro ed i numerosi continui tornanti, invece che mitigare le pendenze come prima, ora diventano fonte di preoccupazione (sono i tratti dal fondo più sconnesso): ma nonostante tutto si procede senza problemi, in una sorta di “estasi ciclistica”, mentre alterniamo la nostra pedalata tra l’ombra e il sole.



Ad un certo punto, mentre sono superato da un troppo numeroso stormo di moto e quad (c’è un ritrovo), sento un grido: è fricius, che mi precede di qualche centinaio di metri, il quale mi incita (vanamente...) a raggiungerlo! Provo a spingere un po’ di più sui pedali (non molto: mi attende ancora una lunga giornata) ma nulla da fare: il nostro ricongiungimento, gonfio comunque di soddisfazione, arriverà solamente sui 2176m slm della vetta...

Anche per me la giornata parte in maniera affascinante: in pochi km passo dalla pioggia con nubi basse della città all’azzurro splendido dell’alba.



In perfetto orario inizio a salire le rampe della lunghissima salita nel silenzio più assoluto, cercando di immaginare in quale punto dell’ascesa vedrò comparire a fianco il mio inseguitore Emiliano.
Il primo incontro è con una coppia di cervi che, forse disturbati dal mio passaggio, continuano a salire di fianco alla strada, e mi fanno così compagnia per alcuni tornanti. Intanto trascorre la prima ora, esco dal bosco ed inizio ad occhieggiare verso il basso, ma del mio collega nessuna traccia.



Quota 1800, ecco che mentre salgo compare un puntino bianco e nero giù nel vallone: sarà Emiliano?
Provo a lanciare un saluto, ma la distanza è troppa e mi resta il dubbio. Poco dopo ecco i tornanti finali ancora all’ombra, e in pochi minuti sono in cima. Ora guardo giù e poco sotto c’è proprio Emiliano.



Ed eccolo nello sprint finale. Alla fine mi ha recuperato 11 dei 15 minuti sui 1700 metri di dislivello della salita, e considerati i 30 kg ed i 6.000 km di differenza sono contento.



A parte pochi minuti nella confusione del Lautaret lo scorso luglio (e senza foto), questa è la prima volta che ci incontriamo per un giro in compagnia e dunque scattano le foto di rito:






Ci fermiamo un attimo al sole a mangiare qualcosa ammirando quasi nella sua interezza la Val Chisone (dalle nubi delle prealpi, fino al valico del Sestriere e terminando sul Mont Chaberton) e poi ripartiamo: il bello deve ancora venire e ci attendono altri 600m di dislivello – i quali, sommati ai 1700 che abbiamo percorso da Susa quasi senza soluzione di continuità, ci danno un’idea di quale terribile salita stiamo affrontando: una delle più lunghe ed estenuanti dell’intero Arco Alpino!
Da qui in avanti è uno spettacolo puro: non ringrazierò mai abbastanza fricius per avermi fatto conoscere quest’ascesa che altrimenti difficilmente avrei scoperto da solo, in Internet (la salita è infatti stata sistemata solo recentemente e tutte le sue recensioni parlano di “scarsa ciclabilità”, “numerose frane” e “diversi tratti esposti da superare a piedi” – un po’ come la salita al Colle della Croce che ho descritto qualche settimana fa...).
Personalmente (grazie all’aiuto il mio esperto compagno d’avventura, qui intento a pedalare su uno strapiombo di quasi mille metri!) mi ricordo tre grandi tronconi della salita alla Cima Ciantiplagna.



La prima parte, ben visibile anche dal Colle delle Finestre, risale – dopo un paio di tornanti dalla ciclabilità appena sufficiente – un ardito tratto in costa che regala panorami mozzafiato (a dir poco!) sulla Val Chisone. Rocce strapiombanti alla nostra destra ed un precipizio vertiginoso alla nostra sinistra, rendono la pedalata quasi surreale ed emozionante come poche altre volte in vita mia! La salita continua col suo andamento “militare”: pendenze dure e costanti (praticamente fisse tra il 9% e il 10%) ma nessuna rampa impossibile (anche se il fondo sterrato prova ad appiedarci in diverse occasioni).



La seconda parte è, pendenze escluse, più tranquilla. Abbandoniamo il tratto in costa ed i panorami sulla Val Chisone per dirigerci a nord attraverso il Vallon Barbier e puntando decisamente al Colle della Vecchia (2480m slm). Attraversiamo, con fondo decisamente buono e sotto un sole cocente, un vallone dai colori già autunnali; arrivando infine – dopo un’altra serie di tornanti – al Colle di Vallon Barbier (2605m slm), spartiacque tra le due valli principali dal quale si apre un’immensa panoramica sulla Val di Susa. Panoramica mozzafiato che spazia dal Massif des Ecrins fino al valico del Moncenisio (quasi timidamente ai nostri piedi), passando per il ghiacciaio della Vanoise!



Comincia così l’ultima parte della salita, quasi tutta in costa, la quale, con un fondo rovinato e pendenze costantemente a due cifre (11,5% medio!), mette veramente a dura prova le nostre capacità atletiche e di equilibrio (tenete però conto che io stavo pedalando con gomme semislik).



Forse, però, la vera difficoltà nel non perdere l’equilibrio sta nel fatto di dover pedalare ammirando costantemente il vertiginoso panorama che muta passando dal versante settentrionale, a quello orientale ed infine meridionale della Cima Ciantiplagna, che aggiriamo prima di giungere sul punto più alto della nostra gita – il tutto mentre fricius, vera enciclopedia ciclo–alpinistica della zona, mi descrive tutto quanto ci circonda!



L’aria sottile dei 2780m (valico più alto completamente ciclabile affrontato sinora in MTB, superato solo dai 2802m del Rifugio Duca d’Abruzzi e dai 2997m del Colle del Sommeiller) accoglie le meritatissime foto di rito.



A questo punto devo inserire lo scoop assoluto della giornata, uno scatto mai visto sul forum, che è rimasto gelosamente custodito per questo momento: il nostro ciclo-foto reporter in azione in cima al Ciantiplagna!



Inizia a questo punto, con una lunga e veloce discesa (anche da questa parte il tratto finale supera il 10% medio), l’emozionante traversata lungo la strada dell’Assietta che si concluderà al Colle Basset: oltre 25km in quota, tra continui saliscendi a cavallo dei 2400m slm, tutti completamente ciclabili che è quasi impossibile descrivere adeguatamente a parole o con immagini, ma che dovrebbero essere vissuti – almeno una volta nella vita – da ogni Salitomane d’Italia!



Mi pare corretto darne un’estesa descrizione, dato che spesso in Internet non se ne parla molto e che tutto sommato aggiunge ben 500m di dislivello al nostro percorso (quindi liquidarla con un semplice “un po’ di saliscendi tra il Ciantiplagna e l’Assietta” mi pare decisamente riduttivo).



Si comincia con l’entusiasmante tratto in discesa fino alla Caserma e al Colle del Gran Serin (2540m slm): un tratto in costa che alterna strapiombi e vedute mozzafiato, in rapida successione, prima sulla Val Chisone e dopo sull’Alta Val di Susa. La strada è sempre ampia ed è stata recentemente sistemata (bravi!) per garantire un percorso in assoluta sicurezza.



Raggiunta la caserma abbandonata, ci attende la brava salita alla Punta del Gran Serin (2610m slm) che ci divide dalla “tradizionale” Strada dell’Assietta: dal culmine possiamo infatti dominare quasi tutto l’altopiano e la serpentina sterrata che lo taglia da est ad ovest.



Poche centinaia di metri e siamo al Colle dell'Assietta (2470m slm): faccio notare che quasi tutto questi Colli sono dei veri e propri valichi geografici che mettono in comunicazione queste due grandi valli piemontesi e che sono raggiunti da strade sterrate per la maggior parte pedalabili; potete ben immaginare la varietà di percorsi che ne possono nascere!



La secca risalita alla Testa dell'Assietta (2570m slm) è il preludio di un lungo tratto di saliscendi, con ampie viste sulla Val Chisone, che termina ai 2380m slm del Colle Blegier.



A questo punto ci attende la dura salita al Monte Genevris (2530m slm), la più dura dell’intero Altopiano; salita che può mettere seriamente in difficoltà anche per il fondo accidentato che la caratterizza.



Con ampi tornanti si scende infine al Colle Bourget (2290m slm), dove possiamo finalmente iniziare l’ultimo estenuante tratto pedalato fino ai 2420m slm del Colle Basset, il valico più occidentale dell’altopiano, dove possiamo quasi considerare concluse le nostre fatiche!



Al Col Basset ci salutiamo; io ho quasi finito la benzina a mi lancio giù per le piste da sci di Sauze d’Oulx per poi affrontare il lungo rientro di fondovalle verso est con un notevole vento contrario.



Emiliano invece scende al Sestriere, per poi girovagare ancora un po’ sui Monti della Luna.


Risalito il breve tratto fino a Costa Treceira (2500m slm), posso difatti finalmente iniziare la veloce discesa verso Sestriere, cittadina quest’oggi quasi deserta. Strano valicare “in discesa” uno dei pochi duemilametri asfaltati che ancora manca alla mia lista: chissà se e quando riuscirò a farlo in salita!...



Affronto la successiva discesa verso Cesana Torinese non seguendo la Statale, bensì la stradina parallela che attraversa i vari paesini che caratterizzano la vallata: Bessè, Sauze di Cesana, Bousson. La seconda parte della mia giornata è difatti poco più di una lunga ispezione nella zona dei Monti della Luna, a cavallo di Valle Argentiera e Valle di Thures, alla ricerca del miglior itinerario per ideare un nuovo fantastico percorso tra Italia e Francia tra Monginevro e valle di Cervieres (dato che sul Mont Janus, nel 2011, ci devo assolutamente tornare!).



Questo pomeriggio focalizzerò le mie attenzioni sulla salita che, partendo proprio da Bousson, porta con una carrozzabile molto ben ciclabile al Lago Nero e, successivamente, con un tracciato dal fondo meno compatto – che in buona parte ricalca, seppur in senso inverso, il percorso seguito dalla “Claverissima” – ci porta fino al Colle Bercia. Contrariamente alle mie aspettative, non troverò una salita entusiasmante ma una discesa che senz’altro varrà la pena affrontare l’anno prossimo in senso inverso!
La salita difatti si svolge per buona parte immersa nel verde e non offre grandi vedute sullo straordinario paesaggio che abbiamo intorno. Le pendenze, fino al Lago Nero, sono regolari e di tutto rispetto (550m di dislivello in 6km esatti), mentre il fondo – seppur sempre ampio e totalmente ciclabile – in diversi punti ci costringe ad curiosi equilibrismi per rimanere in sella (non è certo l’autostrada sterrata dell’Assietta...).
Dopo il bivio per il Lago Nero affrontiamo il tratto più duro dell’ascesa: con una rapida serie di secchi tornanti ed ampie semicurve superiamo il balzo roccioso a monte del lago stesso. Non ho vergogna ad ammettere che le pendenze elevate (oltre il 15%) ed il fondo decisamente meno compatto mi hanno costretto in più punti al piede a terra (ad un certo punto mi sembrava di pedalare nella sabbia!). In questo tratto le pendenze sono meno regolari e, ciò nonostante, superiamo 250m di dislivello in soli 2km: questo a testimonianza del fatto che, quando la strada sale, lo fa decisamente sul serio!



Pedaliamo l’ultimo chilometro praticamente in falsopiano superando un’infinità di strade bianche e sentieri, in un vero paradiso delle MTB che avrebbe bisogno di settimane per poter essere analizzato con precisione. Per ora mi accontento di controllare le varie strade sul mio GPS, ammirando – scomparsa ormai quasi del tutto la vegetazione – lo spettacolo d’Alta Montagna che mi circonda; spettacolo dominato davanti a me dalla sagoma inconfondibile del Mont Chaberton ed impreziosito, dietro, dai Monti della Luna e da una varietà di colori che solo l’autunno riesce a regalare.
“Valico” intorno ai 2280m slm, tuffandomi in una veloce discesa che, tornata ora dal fondo compatto e facilmente ciclabile, mi porta in pochi attimi al Colle Bercia. Ho doverosamente scritto il verbo valicare “con le virgolette” in quanto non si tratta di un valico geografico vero e proprio: la strada proseguirebbe in salita per circa un altro centinaio di metri di dislivello, fino a giungere a valicare effettivamente in Francia ed a portarci sull’Altopiano dominato da Sommet des Anges e Mont Janus. Ma oggi “non ne ho proprio più” e mi conviene iniziare subito la discesa: per arrivare a Susa mi mancano ancora 50km che – seppur sostanzialmente in discesa – alcune contropendenze, il peso della MTB ed un vento contrario notoriamente fastidioso, renderanno particolarmente ostici!



Come ho già scritto, segnalo per bellezza ed alta ciclabilità, la discesa/salita sterrata da Colle Bercia a Cesana Torinese: 800m di dislivello, in poco meno di 12km, che senz’altro verrà la pena affrontare l’anno prossimo in salita – probabilmente la più bella e ciclabile “porta d’ingresso italiana” per il Lago dei Sette Colori, il Mont Janus ed il Sommet des Anges.



Una volta giunti a Cesana, la discesa prosegue “più anonima” fino a Susa. Ma – non preoccupatevi! – in quest’ultima ora, oltre a salutare il Mont Chaberton e la splendida Alta Valle Susa, la mia mente è già proiettata ad inventare nuovi fantastici percorsi per scoprire al meglio questa parte delle Alpi!


In definitiva...

Fin troppo semplice suddividere il percorso odierno in due parti.
La prima, splendida, parte da Susa e termina con l’entusiasmante discesa sterrata verso Sestriere: la salita al Colle delle Finestre, l’Altopiano dell’Assietta e – soprattutto – l’inedita salita alla Cima Ciantiplagna sono quanto di meglio un amante della MTB “cross country” possa chiedere. Strade stupende e quasi tutte dedicate ai ciclisti, una salita lunga e regolare seguita da repentini e numerosi cambi di pendenza, una cresta rocciosa lunga 30km che divide due splendide valli alpine e regala panorami di indimenticabile bellezza.
Purtroppo (un solo difetto!) un percorso che da solo non occupa un’intera giornata (caratteristica che reputo imprescindibile quando mi sposto così tanto in automobile): da qui l’idea di provare a pedalare la seconda parte alla ricerca di percorsi inediti tra Cesana Torinese e il Monginevro. È una naturale conseguenza, quindi, che le seconda metà della giornata sia stata meno entusiasmante della prima. La mia però è solo un’idea: ci sono un’infinità di salite, più o meno impegnative, che potrete scegliere e potranno completare al meglio questo eccezionale Tour dell’Assietta!

Emiliano

Da parte mia devo ringraziare Emiliano per la compagnia, per avermi aspettato con garbo e naturalezza nei tratti dov’ero un po’ in riserva (tirava fuori la macchina foto e scattava a ripetizione ), e per avermi spronato ad una uscita molto bella sfidando una perturbazione sul filo dei chilometri e dell’orologio.
Tutte cose che hanno reso davvero bella la giornata.

Fricius



Panoramiche

Cima Ciantiplagna

Monte Genevris

Monte Fraiteve

Nei pressi di Colle Bercia
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1/8/2011 10:11 PM
 
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Wow, finalmente l'hai pubblicato! E' un bel ricordo.

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1/14/2011 1:53 PM
 
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Prima...
...di inserire il nuovo "racconto", ecco la traccia GPS del giro effettuato insieme a fricius.

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Giro del Granon e Rochilles. Hautes Alpes, Francia. MTB (cross country)

115km con 3.300m di dislivello – altezza massima 2645m slm. 28 luglio 2010.



Perché?...

Un’altra mia “invenzione” grande protagonista di questo splendido 2010!
Studiato nel minimi dettagli durante l’inverno, per cercare di inserire in un anello inedito lo splendido Col du Granon sterrato, ho atteso il meteo ideale per metterlo in pratica in un assolato giorno di luglio.
L’anello in sé, pur valicando tre grandi Colli (molto vicini ma dagli scenari tanto diversi), non è particolarmente lungo e impegnativo (meno di 100km e 3000m di dislivello): pertanto decido di far cominciare le mie fatiche dal confine italo-francese del Col des Echelles, riservandomi per il ritorno la possibilità – poi sfumata – di rientrare in Italia attraverso il Col de Thures.
Dal punto di vista prettamente ciclistico, il tracciato pare nato apposta per una bici da ciclocross (o qualche MTB particolarmente leggera) ed è uno dei migliori che ho ideato quest’anno: tre salite quasi completamente sterrate e pedalabili, due discese completamente asfaltate e l’ultima che – seppur con tratti a piedi – non dà noie dal punto di vista “tecnico”.


Breve descrizione del percorso:



Come ho già scritto, per riservarmi la possibilità di allungare ulteriormente l’inedito percorso, le mie fatiche odierne non sono limitate al semplice anello Nevache–Nevache, bensì partono dal confine tra Bardonecchia e la Valle Stretta – laddove sostanzialmente si trova il punto più occidentale d’Italia.
Così facendo, in giornata, sarò “costretto” a valicare il Colle delle Scale – “costretto” va rigorosamente scritto “con le virgolette” in quanto il bellissimo Passo mette in collegamento due splendide valli, due vere perle delle Alpi che non a caso sono entrambe entrate a far parte dei miei “10 luoghi più belli” visitati quest’anno in MTB!
Non sono certo l’unico a dirlo: nonostante le misure “da nano”, chiunque abbia affrontato questo Colle lo annovera senz’altro tra i più belli percorsi.



Sia per il poco traffico che lo caratterizza e che dà l’idea di avere un grande valico (quasi) tutto dedicato a noi ciclisti, sia – appunto – per via degli splendidi e selvaggi panorami sull’imbocco della Valle Stretta che garantisce il versante “italiano”.
Pur breve, il versante italiano merita rispetto dal punto di vista ciclistico, dato che in più punti si incontrano strappi oltre il 10%: posso pertanto scrivere a ragione che la giornata parte immediatamente in salita!
L’ascesa è fortunatamente esposta tutta al sole e quindi anche di prima mattina le temperature sono gradevoli. Dopo una prima parte immersa a tratti in una rada boscaglia, usciamo difatti allo scoperto e percorriamo gli ultimi chilometri, aiutati da diversi tornanti, superando una vertiginosa parete rocciosa inquietantemente soggetta a frane. È proprio in questa parte che i panorami sono veramente di prim’ordine e non temono il confronto con altri, più “titolati”, valichi alpini: l’occhio può spaziare dall’imbocco della Valle Stretta, a Pian del Colle, fino in lontananza alle prime rampe del Colle del Sommeiller.



Altalenante l’andamento prettamente ciclistico della salita: poco meno di 400m di dislivello diluiti irregolarmente in 6km, con strappi a volte decisamente impegnativi (10-12%) seguiti da tratti riposanti (4-5%). Suggestivo l’attraversamento in successione, nelle ultime centinaia di metri, di alcune brevi gallerie intagliate “grossolanamente” nella roccia.
Infine, dopo una secca curva verso sinistra, giungiamo al cartello segnaletico del valico.
In realtà il valico non è immediatamente seguito dalla relativa discesa, in quanto dobbiamo percorrere per qualche chilometro un freddo pianoro (qui il sole non è ancora sorto): il Col des Echelles è difatti una sorta di “doppio valico” con due cartelli segnaletici distinti, anche se mi pare di aver letto da qualche parte che il valico idro-geografico “vero e proprio” sia quello posto sul versante di Bardonecchia (non dimentichiamoci che il colle è anche spartiacque tra il bacino idrografico del Po e quello del Rodano).
In ogni caso, valico o non valico, discesa o non discesa, conviene fin da subito indossare la mantellina: come ho già scritto, entriamo difatti nel “cono d’ombra” delle montagne che ci circondano e ritroveremo il sole a farci compagnia solo all’inizio del Col du Granon.
Ci attendono quindi una decina di chilometri, sostanzialmente in discesa, per raggiungere Val des Prés, dove cominciano le fatiche del Col du Granon e possiamo considerare che inizi “veramente” la nostra avventura!



Sulla salita in sé non scendo molto nel dettaglio: ne ho già parlato ampiamente nella mia descrizione dell’anno scorso (alla quale rimando) ed inoltre i numeri parlano abbastanza chiaramente (i primi 9km sono al 9% medio!).
Sostanzialmente la si può suddividere in tre tronconi: i primi due estremamente duri, l’ultimo un lungo ed affascinante falsopiano che offre ogni metro panorami sempre più entusiasmanti!
Il primo troncone è il più lungo (oltre 5km) e conduce a Granon, l’unico pittoresco e minuscolo centro di villeggiatura che la strada sfiora, subito dopo aver serpeggiato nella stretta gola che caratterizza i primi chilometri. In questo tratto ci sono le rampe più impegnative, fortunatamente addolcite da un’infinita di tornanti (i quali comunque non fanno scendere la pendenza media sotto al 10%!): non sempre il fondo ci consente una pedalata “in tranquillità”, ma l’ampia sede stradale (credo aperta al traffico “normale” proprio fino a Granon) garantisce in ogni caso la completa ciclabilità.



Superati gli ultimi casolari ed un breve falsopiano di alcune centinaia di metri, entriamo nel secondo troncone della salita: impossibile non notare, mentre intorno a noi la vegetazione si fa via via più rada, il deciso peggioramento del fondo. Le pendenze sono sempre impegnative, come nella prima parte della salita, ma ora siamo costretti a dribblare sassi e radici pedalando su un fondo che, seppur sempre compatto e ciclabile, amplifica enormemente le nostre fatiche!
Insomma: questo è probabilmente il tratto più impegnativo di tutta la giornata!...



Con un “però”: perché in prossimità del primo tornante verso sinistra, dalla strada principale parte una diramazione che si ricongiunge alla stessa circa 300m più a monte – percorrendo un tracciato dal fondo apparentemente più scorrevole. Questa diramazione è quella che consente di visitare anche alcuni dei numerosi Forti che contraddistinguono l’altopiano (Fort de l’Olive e Fort de Lenlon): sono sicuro che non mancherà l’occasione per percorrerla, la prossima volta; non preoccupatevi!
Le due strade si ricongiungono a quota 2300m slm, laddove il fondo torna facilmente pedalabile (a mio parere anche con una bici da corsa) e le pendenze calano definitivamente sotto la doppia cifra: ora dobbiamo solo affrontare 4km con pendenze che oscillano tra il 2% e il 4%. Possiamo finalmente riposarci e godere dei panorami faticosamente conquistati, immersi in un paesaggio lunare che non teme il confronto neppure con il famigerato Izoard!



Il tutto mentre davanti a noi il Massif des Ecrins fa a volte capolino tra le alture del lungo pianoro e dietro di noi il Mont Chaberton ci osserva severo con quei secchi e geometrici tornanti che lo intagliano, vero sogno di ogni “salitomane” che monti in sella ad una MTB!



In questo contesto spettacoloso diventa addirittura entusiasmante l’arrivo sul valico ed il ritorno all’asfalto: il Granon è difatti una stupenda balconata sul Massif des Ecrins, caratterizzato dal primo degli oltre 80 “quattromilametri” delle Alpi (sapete quanto io sia innamorato delle “mie” montagne!), su Briançon, Serre Chevalier e tutta l’alta valle della Guisane. Non posso che consigliare caldamente, mentre farete la vostra meritata sosta ristoratrice, di fare quattro passi lungo il prato a sud del parcheggio: non ne resterete delusi!



Bella – anzi: bellissima! – anche la discesa; discesa che regala nuovi scorci sui ghiacci dell’Ecrins e che, velocemente, ci fa piombare sul trafficato fondovalle poco a monte di Briançon.
Abbiamo appena terminato la discesa dal Granon (a mio parere uno dei più bei valichi delle Alpi Francesi, al pari di Bonette e Galibier), ma quest’oggi non c’è un attimo di tregua e stiamo difatti già percorrendo le prime rampe del Lautaret – uno dei “duemilametri meno duemilametri” dell’intero arco alpino!



Lo definisco uno dei “duemilametri meno duemilametri” delle Alpi, in quanto si tratta di un’enorme stradone, senza un tornante, che non fa minimamente pensare ad una strada d’Alta Montagna. In compenso, per fortuna, il traffico non dà per nulla fastidio (merito ovviamente dell’ampia sede stradale) ed il paesaggio è comunque sempre affascinante (specie negli ultimi chilometri, quando si cominciano a vedere i ghiaccio dell’Ecrins).
La prima parte, fino a Le Monetier-les-Bains, non è che un semplice falsopiano che ci fa guadagnare ben poco dislivello (da 1300 a 1500m slm) attraversando numerosi piccoli centri abitati. Dopodiché, in prossimità di Le Lauzet, si abbandona il fondovalle per risalire con pendenze pur sempre pedalabili (6-7% al massimo) il lato orientale della vallata, mentre in lontananza un occhio attento può già scorgere addirittura il valico stesso del Galibier!



Proprio mentre la strada compie una semicurva verso destra, segnalo la possibilità di seguire la vecchia carrozzabile sterrata (oggi con la MTB possiamo!) che prosegue a fianco della Guisane per alcuni chilometri prima di compiere con secchi tornanti l’ultimo balzo finale e ricongiungersi al moderno tracciato in prossimità del bivio per l’Ancienne Route du Galibier. La mia traccia GPS segue la strada asfaltata, scelta per comodità e panoramicità, ma posso assicurarvi che anche la variante sterrata può essere percorsa senza il minimo problema.



Come ho scritto, le due strade si ricongiungono poco prima dal valico del Lautaret e poco sotto i 2000m slm, proprio laddove comincia il secondo “piatto forte” della giornata: la sterrata e ben segnalata “Ancienne Route du Galibier” (letteralmente: la “vecchia strada del Galibier”). Per chi si fosse dimenticato i miei precedenti interventi, ricordo difatti che l’attuale percorso del celebre valico francese è stato realizzato solo dopo la Seconda Guerra Mondiale: in precedenza il versante meridionale aveva un andamento molto più tortuoso ed impegnativo che, seppur oramai abbandonato a se stesso, risulta ancora tranquillamente percorribile in MTB. Insomma: una vera “chicca” per salitomani che quest’estate non potevo certo lasciarmi sfuggire!



Una “chicca” che vi farà penare non poco per essere conquistata; il tratto sterrato pare costruito col goniometro: 500m in 5km con un 10% medio che presenta ben poche “variazioni sul tema”. Il fondo è estremamente variegato: si alternano tratti facilmente pedalabili ad altri particolarmente “sassosi” al altri ancora dove del tracciato è rimasto un misero sentiero quasi interamente sopraffatto dal verde. La salita è comunque tutta pedalabile, anche se in alcuni tratti dissestati over 10% bisogna chiaramente prestare molta attenzione a dove si mettono le ruote (tenete però conto che io montavo gomme “leggere”). Ad essere onesti, devo segnalare che in prossimità di due “guadi” ho preferito percorrere alcuni metri a piedi: sassi grossi come cocomeri, e all’apparenza appuntiti e taglienti, mi hanno indotto a far così onde evitare il rischio di una “foratura rovinagiornata”!



Dal punto di vista paesaggistico, l’Ancienne Route è indubbiamente più aperta e panoramica della gemella asfaltata e regala splendide cartoline sulla vallata della Guisane, sui ghiacci dell’Ecrins e sulla sella geografica del Lautaret. Però, in tutta onestà, è priva di quei passaggi rocciosi quasi a strapiombo e dei caratteristici anfratti che tanto mi piacciono del “Galibier tradizionale”: non vi resta che provarlo anche voi, per decidere dove far pendere l’ago della bilancia!
In ogni caso, tornati sull’asfalto, superiamo faticosamente gli ultimi due chilometri (chi l’ha fatto conosce bene la durezza delle ultime rampe!) ed infine raggiungiamo una delle mete più ambite del ciclismo internazionale: non sto a descrivere l’enorme soddisfazione che mi pervade ogni volta che si conquista questa cima; soddisfazione, per me, paragonabile solo a quella dello Stelvio...



Ed ecco che, dopo aver superato in rapida successione il “duemilametri meno duemilametri” ed il “valico più valico” del Grande Ciclismo, siamo pronti a tuffarci nella rapida discesa che, inoltrandosi in una parte delle Alpi di rara bellezza, ci conduce fino a Plan Lachat. Impossibile non fermarsi ad ammirare, in prossimità della balconata che precede les Granges du Galibier, la suggestiva serpentina sterrata del Col des Rochilles che da lì a poco percorreremo!



Raggiunto il bivio a Plan Lachat per l’ultima salita sterrata odierna, mi fermo un attimo ad ammirarmi introno: chissà quanti, salendo al Galibier, si sono chiesti dove conducesse quell’invitante strada bianca che s’inoltra a sinistra dalla strada principale... ebbene: oggi sono qua a rispondere a questa domanda!



Il primo impatto con la strada per il Rochilles è impressionante: il riverbero accecante del sole su quella strada completamente bianca lascia veramente senza fiato. Dopo la prima, preoccupante, breve rampa accidentata (probabilmente per via del passaggio e del parcheggio di svariate automobili) il fondo si fa subito ben pedalabile: da lì fino al valico ci sarà solo un attimo di tregua in corrispondenza del Forte che dà il nome al Passo, dopodiché l’inesorabile strada militare farà costantemente segnalare il 9% al nostro in clinometro (per la precisione: 520m di dislivello in 6km esatti, comprensivi di 300m pianeggianti). Difficile trovare una salita più costante di questa!



La carrozzabile è normalmente aperta al traffico (comunque quasi inesistente) fino a Les Mottets, alpeggio presso il quale una sbarra ed il primo dei 16 tornanti immortalati pochi minuti prima, indicano l’inizio del tratto più bello dell’intera salita. Purtroppo (nota negativa...) il tracciato svolta improvvisamente verso est e quindi abbandona la vallata che porterebbe dritta alla conca dei Cerces ed alla piccola catena di monti che tutti abbiamo ammirato dal Galibier: un vero peccato, perché – per ora vista solo in foto – la conca dev’essere di una bellezza inebriante. Ma non preoccupatevi: una breve deviazione dal Col des Rochilles (attraverso il parzialmente ciclabile Col des Cerces, 2574m slm) conduce in questo piccolo Paradiso, e posso assicurarvi che sarà senz’altro una deviazione obbligata la prossima volta che passerò di qui!
Ma torniamo lungo i tornanti del Rochilles, che s’inerpicano sinuosi sfiorando La Grande Paré mentre pedaliamo sul fondo ghiaioso (non molto compatto, ma che non rallenta di molto la nostra pedalata). Nella seconda parte della salita il panorama è meno aperto, ma lo spettacolo migliore deve ancora venire: quando entriamo nella conca del Camp des Rochilles, una vera perla alpina contornata da vette e rocce dai molteplici colori, sarà difficile non rimanere a bocca aperta!



Per un breve tratto la strada diviene pianeggiante e si confonde momentaneamente con il verde dell’erba; qui il tracciato potrebbe trarre in inganno: difatti non dovete seguire la via più breve per giungere al Colle (è il sentiero pedonale, assolutamente sconsigliato per fondo e pendenze!), bensì superare la conca con un ampio semicerchio ed un paio di durissimi tornanti.



Entusiasmante l’arrivo sul Passo: se fino ad allora l’ascesa vi ha regalato scenari alpini aridi e selvaggi tra i più belli della Francia, vi sembrerà quasi impossibile come dall’altra parte siano acqua e neve (sì: anche a luglio!) a “farla da padrone”. Poche, pochissime volte mi sono imbattuto in un valico dai panorami tanto diversi sui due versanti!



Questa volta, la sosta ad ammirare il Lac du Grand Ban ed il Lac Rond è doppiamente meritata...
Una volta ripartiti, costeggiamo i due laghi leggermente in falsopiano per alcune centinaia di metri fino a quando, in corrispondenza di un’enorme massa franosa, la ciclabilità s’interrompe improvvisamente. Un breve tratto con la bici al fianco ci consente di superare la piccola contropendenza che, geograficamente, ci porta nuovamente in Val Clarée proprio mentre davanti a noi si svela, in tutto il suo verde splendore, il Lac de la Clarée. Il contrasto di colori tra il cielo, le sue acque turchesi, le rocce strapiombanti e la neve ai suoi lati, sono sicuro che vi resterà impresso come uno dei più bei ricordi della giornata.



Siamo ora a quota 2440m slm e ci attendono circa 200m di dislivello che solo i grandi funamboli della MTB sono in grado di percorrere (quasi) interamente in sella: io mi limito – anche per via del traffico turistico ai limiti della sopportazione – ad alternare tratti a piedi, in corrispondenza dei balzi rocciosi a fianco della Clarée, a brevi tratti in sella, quando la strada spiana ed il sentierio si fa meglio delineato. Dopo aver superato un caratteristico acquitrino su enormi sassi, il tracciato volge con decisione verso sud, facendoci simbolicamente entrare nella Haute Clarée.



Il single trek si fa quasi completamente pedalabile, se si ha l’accortezza di scegliere il sentiero più scorrevole, anche se fino ai 2180m del Refuge des Drayères bisogna stare sempre all’erta...



A quel punto, finalmente, la strada torna una carrozzabile ampia e scorrevole che, nonostante sempre il traffico turistico “sopra le righe”, ci riporta velocemente e definitivamente sull’asfalto.



Le nostre peripezie sono sostanzialmente finite (c’è da valicare per la seconda volta l’Echelle, ma si tratta di poco più di un cavalcavia che ci impegnerà per un quarto d’ora), mentre lo spettacolo prosegue con una dozzina di splendidi chilometri di discesa che ci riportano nuovamente a Nevache per chiudere questo indimenticabile anello semisterrato.


In definitiva...

Dal punto di vista prettamente ciclistico, quello appena descritto è senz’ombra di dubbio il giro più “epico” che ho ideato nel 2010 (mi riferisco solo alla MTB). È ben difficile riunire tre salite sterrate che profumano, non solo di Alta Montagna e grandi panorami come la maggior parte delle salite “da MTB”, ma anche di Storia del Ciclismo: il Granon è ben conosciuto anche dagli appassionati della BdC, ma solo chi l’ha valicato ha potuto a mio parere apprezzarlo fino in fondo; il Galibier non credo abbia bisogno di presentazioni, ed anche in questo caso il versante sterrato regala forti emozioni “d’altri tempi” (non so se questo sia il versante “di Coppi”, ma io percorrendolo mi sono immedesimato nel Campionissimo...); il Rochilles è la naturale prosecuzione del Galibier, una sorta di “versante minore” che di “minore” non ha proprio nulla!
Oltretutto il percorso in sé, nudo e crudo, non è particolarmente lungo o impegnativo; questo dà la possibilità di allungarlo a proprio piacimento: o con il Col de l’Echelle, o con il Col de Thures, o con il Col des Cerces, o con una panoramica sull’Altopiano del Granon...
Insomma: questa è una splendida gita che mi sento di consigliare a quegli stradisti che, amanti del ciclismo epico, cominciano a prendere confidenza con gli sterrati e la MTB. Le salite sono poco tecniche, le discese perlopiù asfaltate, i posti leggendari, i panorami ineguagliabili; peccato solo per il tratto “camminato” di fianco ai laghi tra Rochilles e Clarée, ma è il giusto prezzo da pagare per chiudere l’anello ed ammirare una parte incontaminata ed unica delle Alpi Francesi!


Panoramiche

Col du Granon


A presto,
Emiliano
_____________________________

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1/14/2011 3:43 PM
 
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Il solito grande spettacolo! Complimenti ancora una volta.
M
1/18/2011 3:59 PM
 
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Registered in: 4/5/2009
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Re: Giro del Granon e Rochilles. Hautes Alpes, Francia. MTB (cross country)
-Emiliano-, 14/01/2011 14.30:


115km con 3.300m di dislivello – altezza massima 2645m slm. 28 luglio 2010.



Racconto meraviglioso! Adesso ho capito perchè quando ci eravamo sentiti su Fb qualche giorno fa, mi avevi detto di non perdermi la prossima puntata! Al Col de Rochilles eravamo stati a Luglio 2009 partendo dalla Val Claree facendo trekking: una giornata magnifica! Il tuo racconto ci ha fatto rivivere tante emozioni: si perchè oltre a me hanno già letto il post sia Flavio che Paola ( che ti fa i complimenti per il racconto). Il commento di Flavio è stato: a luglio ci andiamo anche noi? Così per colpa tua mi toccherà comperare 3 MTB!!!
Ciao!


[Edited by CaSe63 1/18/2011 4:00 PM]
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