Recensione di PIOGGIA AL NEON
Come sapete io amo le saghe poliziesche, tanto che ne ho già "aperte" una decina di mastodontiche, fatte di almeno 4 libri per ognuna.
Ebbene, se considero i primi numeri (le partenze di saga, insomma), questo Pioggia al neon di James Lee Burke è il meglio che io abbia letto. Solo lo straordinario Codice di Caccia di Sandford (probabilmente mai più ripetutosi a quei livelli) regge il confronto. E, off course, Dalia Nera, che peraltro è una forzatura considerare come parte di una saga perchè la quadrilogia di Los Angeles del buon James Ellroy è una creatura fuori da ogni schema (e da ogni possibilità di ripetizione, aggiungo).
Dunque Burke parte meglio di Connolly, Connelly, Lehane, Rankin, Crais, Deaver, Willeford, Peace, Genna.
Rileggendo questi nomi non si può dire che: sti cazzi!
Pioggia al neon è stato scritto nel 1987. Lo stesso anno di Dalia Nera e due anni prima di Codice di caccia. Cinque anni prima che iniziassero i best-buy di Connelly. Insomma, dei noir-heroes moderni solo Willeford è partito prima di Burke. Qualcosa vorrà pur dire.
Pioggia al neon è attualissimo, e l'impatto con il romanziere della Louisiana è avvincente: si intuisce da subito il grande tessuto narrativo, la splendida capacità descrittiva - piuttosto lirica - la competenza e la bravura nel gestire acceleratore e freno. I momenti d'azione (tanti, ma non spara-spara) si miscelano benissimo ai numerosi momenti intimisti e ai ricordi del protagonista, quel poliziotto cajoun di nome Dave Robicheaux che nulla ha da invidiare a colossi come Harry Bosch e John Rebus in materia di carisma.
Robicheaux è un tipo estremo, ha una testa più dura di quella di Bosch ed è più manesco. Già in questa prima puntata si caccia in guai enormi e gli costerà parecchio uscirne.
In questo Pioggia al neon (bel titolo metafora per i vizi alcolici del protagonista) ne succedono di tutti i colori, ma Burke non supera mai i livelli di credibilità; anzi, la collocazione sociale della storia è molto dettagliata e precisa, tanto che non si farà fatica a credere che tutto sia in effetti successo in quella splendida terra piena di "estremi" che è la Louisiana.
Un clima ballerino e violento come la gente, criminali cinici e di varia nazionalità (l'Italia offre la sua parte migliore), richiami al passato e alle varie etnie, e su tutto e tutti la lunga ombra del Vietnam, che ha segnato gli anni '80 di tanti reduci americani.
E' un grande, Burke, si vede subito. Ha tantissimo dentro e lo si capisce dalle storie dei personaggi secondari che lui butta dentro in modo egregio e che sono sempre interessanti e originali. Non credevo possibile che un libro del 1987 mi potesse sorprendere, dopo aver letto centinaia di libri di genere; eppure lui ci è riuscito, non con i colpi di scena ma con LA DENSITA' della sua narrazione.
Tanti eventi, tanto colore, e parecchio contorno ma senza la minima dispersione. Il romanzo è veloce, scorre bene eppure non è superficiale nè minimalista, anzi.
Stilisticamente Burke è in questo libro nella norma dei narratori anni 70-80: uno Stephen King non prolisso, per intenderci. Nessuna stranezza, nessuna soluzione originale. Solo una bella bellissima potenza di stampo classico.
Parlavo in apertura di thread di Burke come papà di Connolly: sì, ci siamo. John Connolly è il suo erede, decisamente. La stessa potenza espressiva, l'amore per la natura mostrato con espressive e d insistite descrizioni e le ampie riflessioni (anche metafisiche) sul male.
A mio parere Connolly ha un romanticismo e un lirismo leggermente superiori, e una capacità poetica davvero ineguagliabile. In compenso Burke è più veloce, meno tendente al ricamo. L'amore per la rappresentazione del Male, quello senza limiti e ancestrale, è invece identico.
Questo romanzo si presenta a piedi fermi e con le mani sui fianchi. E' serio, duro, competente. Grande ambientazione, personaggi riuscitissimi, bell'intreccio e buon divertimento con l'aggiunta di qualche occasione per riflettere.
Che volere di più? Un goccio di Rhum e salsa cajun?
Non mancate l'appuntamento con la Pioggia al neon.
Non so se sia vero che di troppe saghe si muore, ma se fate fatica a trovare libri da amplesso stand-alone, se i libri da una botta e via vi lasciano l'amaro in bocca (o lo lasciano a lei), se insomma non avete paura di perdere la vista, sparatevi quest'altra saga e godrete un sacco.
Agitare prima dell'uso.
VOTO 9- (il meno non è quel verbo)
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In qualche oscura forma, continuerò a esistere. L'angelo del silenzio - James Ellroy
Questi occhi dannati hanno letto nel 2005:
Il grande nulla (Ellroy), Le braci (Marai), L.A. Confidential (Ellroy), L'istinto della caccia (Hammett), L'ultimo vero bacio (Crumley), Finestra sul vuoto (Chandler), Per cosa si uccide (Biondillo), Io l'amavo (Gavalda), Luci nella notte (Simenon), Cerchi e croci (Rankin), Il buio fuori (McCarthy), Il mangiatore di pietre (Longo), L'impagliatore (Di Fulvio), Shella (Vachss), La verità bugiarda (Montanari), Il dubbio letale (Ellroy), Novecento (Baricco), Bad Chili (Lansdale), Figlio di Dio (McCarthy), Miami blues (Willeford), La missione di Clara Rinker (Sandford), Le anime grigie (Claudel), Seta (Baricco), White jazz (Ellroy), Giro di vento (De Carlo), Get Shorty (Leonard), Il giorno della civetta (Sciascia), Cuore di tenebra (Conrad), Giovinezza (Conrad), La signora nel lago (Chandler), Let it be (Grugni), Watchmen (Moore-Gibbons), Morte grezza (Rankin), All'inferno fumano tutti (Ridley), La perfezione (Montanari), Scarabeo (Giuttari), Che cosa hai fatto (Montanari), Tramonto e polvere (Lansdale), Bersaglio mobile (MacDonald), Pioggia al neon (Burke).
[Edited by Bad Desire 9/14/2007 9:48 PM]