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Facebook   Da leggereLast Update: 10/2/2003 2:58 PM
10/2/2003 9:52 AM
 
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Location: GENOVA
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Un affare da 345 milioni di euro. I rischi per le popolazioni locali
Troppi acquari tropicali: In pericolo l'ecosistema
Rapporto delle Nazioni Unite: ogni anno vengono pescati 20 milioni di pesci, interessate 1.471 specie
Il piacere del pesce domestico che fluttua silenzioso nell’acquario del soggiorno divertendo gli ospiti ha un prezzo insostenibile. Contro questo piacere punta il dito accusatorio un rapporto delle Nazioni Unite (From ocean to aquarium: the global trade in marine ornamentals). Il commercio dei piccoli, splendidi animali, affascinanti per forme e colori sta portando le diverse specie tropicali sull’orlo della crisi. E basta leggere qualche cifra del pescato per rendersi conto che l’allarme del rapporto è da considerare molto seriamente.
LE CIFRE — Ogni anno nei mari dei Tropici vengono catturati 20 milioni di pesci appartenenti a 1.471 specie. E incontriamo dal pesce farfalla rostrato alla castagnola verde, dal pesce mandarino al pesce farfalla quattrocchi, dal labride pulitore al pesce lima dal muso lungo. A questi si aggiungono ulteriori dieci milioni di creature di altre 500 specie comprendenti dai molluschi, ai gamberetti agli anemomi e 12 milioni di coralli.

PROGRAMMA AMBIENTALE — «Esibire pesci tropicali genera piacere a milioni persone nei continenti — dice Klaus Toepfer, direttore del programma ambientale delle Nazioni Unite —. Però la loro cattura pone ormai pesanti rischi agli ecosostemi come le barriere coralline dove si concentra gran parte della fauna ittica». Oltre l’estetica della natura c’è però il grande affare che fa lievitare sempre più il fenomeno il quale si traduce in un commercio annuale del valore di circa 300 milioni di dollari. E naturalmente il pesce assume diversi valori a seconda della destinazione. Alle Maldive, ad esempio, un chilogrammo di pesci venduti per gli acquari domestici costa 500 dollari mentre se finisce nel mercato alimentare lo stesso arriva appena a sei dollari. Una tonnellata di corallo vivo, sempre per l’acquario, raggiunge i 7 mila dollari contro i 60 dollari del corallo usato per fabbricare pietre ornamentali.

L’IMPATTO — C’è tuttavia un altro aspetto della vicenda più problematico da affrontare e di cui gli esperti delle nazioni Unite si rendono conto cercando di trovare una soluzione. «I pesci tropicali rappresentano una risorsa di cui hanno disperatamente bisogno alcune comunità locali che vivono di questo commercio — precisa Klaus Toepfer —. Infatti si tratta di un’attività legale che però deve essere meglio regolamentata». Nello Sri Lanka le vendite dei «pesci da mostra» garantiscono una rendita di 5,6 milioni di dollari che asicura la sopravvivenza a 50 mila persone.

I PERICOLI — Per cominciare a migliorare le cose, si fa notare nel rapporto, un passo avanti sarebbe rappresentato da un sistema di pesca più rispettoso dell’ambiente. «Ci sono alcune comunità dell’Indonesia — nota Colette Wabnitz, specialista coinvolta nell’indagine — che per catturare i pesci impiegano addirittura il cianuro di sodio iniettato in dosi quasi letali nelle barriere coralline dove la fauna vive e si ripoduce. E ciò, oltre ad uccidere molti animali, provoca danni alla stessa barriera riducendo le sue capacità ecologiche annientando pure altre specie. Interventi così devastanti, devono essere impediti».

TRASFERIMENTO — Un altro aspetto è rappresentato dalle operazioni di trasferimento spesso inadeguate. «Il pesce può sopravvivere all’esportazione — sottolinea Wabnitz — ma molto spesso finisce per morire poco dopo la vendita per varie malattie, comprese alcune al fegato provocate dall’avvelenamento. E ciò produce un aumento delle richieste». Per evitare quindi il collasso delle specie tropicali al fine di accontentare i piaceri domestici, gli esperti delle Nazioni Unite chiedono l’introduzione di regole più rispettose sia della pesca che del commercio arrivando ad una sorta di certificazione delle operazioni secondo uno standard elaborato dal Marine Aquarium Council.

Giovanni Caprara
2 ottobre 2003 -

non sò più cosa pensare.
Stefano
www.agafish.it
[img] www.agafish.it/images/Vasche%20allestite/Stefano_C.jpg [/img]
10/2/2003 1:33 PM
 
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Post: 1,078
Gender: Male
purtroppo è cosi...
non illudiamoci che tenere animali in cattività sia una cosa molto ambientalista questo vale per qualsiasi animale che non si riproduce nelle gabbie o nelle vasche ma necessità del suo habitat.
Se pensiamo che un solo pesce di barriera catturato per scopi ornamentali viene pagato dei bei dollaroni, molto di + di kili di pescato per scopi alimentari, un pescatore del terzo mondo trova + facile e + remunativo optare per questo tipo di pesca.
Per i pesci d'acqua dolce in amazzonia avviene lo stesso seppur in maniera meno massiccia grazie alla possibilità di riproduzione in cattività di molte specie.

bye Giulio
Scrivi i tuoi rancori sulla sabbia e le tue gioie sulla roccia.

10/2/2003 2:58 PM
 
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Post: 804
Location: AOSTA
Gender: Male
Avevo sentito il titolo dell'articolo questa mattina al TG5 ma non avevo poi visto l'articolo, grazie di averlo messo in post.
Penso che se questa è la situazione, bisognerà iniziare ad introdurre norme come quelle legate all'importazione di animali esotici (vedi pappagalli, scimmie ecc) che la VIETANO, in modo da limitare di fatto la scelta delle specie a quelle che possono riprodursi in cattività.
Mi sembra sensato, tenuto conto che per 1 pesce che arriva vivo al negozio ce ne sono molti che muoiono durante la cattura, il trasporto ecc.
Pensiamo poi a quelli che muoiono nelle vasche private, magari perchè sono mal gestite dai loro proprietari
Paolo
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