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Gli anni-Cesare PaveseLast Update: 8/19/2006 10:09 PM
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10/18/2003 9:39 PM
 
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GLI ANNI (di Cesare Pavese).

Di quel che ero allora non resta più niente: appena uomo, ero ancora
un ragazzo. Lo sapevo da un pezzo, ma tutto avvenne alla fine
dell'inverno, una sera e un mattino. Stavamo insieme, quasi nascosti, in
una stanza che dava su un viale. Silvia mi disse, quella notte, che dovevo
andarmene, o andarsene lei -non avevamo più niente da fare insieme. La
supplicai di lasciare che provassimo ancora; ero disteso al suo fianco e
l'abbracciavo. Lei mi disse: - A che scopo? - Parlavamo a voce bassa, nel
buio. Poi Silvia s'addormentò, e io tenni sino al mattino un ginocchio
contro il suo.
Comparve il mattino com'era sempre comparso, e faceva molto freddo;
Silvia aveva i capelli negli occhi e non si muoveva. Nella penombra io
guardavo il tempo passare, sapevo che passava e correva, e che fuori c'era
la nebbia. Tutto il tempo che ero stato con Silvia in quella stanza, era
come una sola giornata e una notte, che adesso finiva al mattino. Allora
capii che non sarebbe mai piu' uscita con me nella nebbia fresca.
Era meglio se mi vestivo e me ne andavo senza svegliarla. Ma adesso
avevo in mente ancora una cosa da chiederle. Aspettai, cercando di
assopirmi.
Quando fu sveglia, Silvia mi fece un sorriso. Riprendemmo a parlare.
Lei disse: - E' bello essere sinceri come noi. - Oh Silvia, - bisbigliai,
- che cosa farò uscendo di qui? dove andrò?- Era questo che avevo da
chiederle. Senza staccar la nuca dal cuscino, lei sorrise di nuovo,
beatamente. - Sciocco, -disse, - andrai dove vuoi. Non è bello esser
liberi? Conoscerai tante ragazze, farai tutte le cose che vuoi. Parola,
che t'invidio.
Adesso il mattino riempiva la stanza e non c'era un po' di calore che
nel letto. Silvia aspettava paziente. - Tu sei come una prostituta, -le
dissi, - e lo sei sempre stata.
Silvia non aprì gli occhi. - Ora che lo hai detto stai meglio? - mi
disse.
Allora me ne stetti come se lei non ci fosse, e guardavo il soffitto e
piangevo senza rumore. Le lacrime mi riempivano gli occhi e colavano sul
guanciale. Non valeva la pena di farmene accorgere. Tanto tempo è passato,
e adesso so che quelle lacrime mute furon l'unica cosa da uomo che feci
con Silvia; so che piangevo non per lei ma perchè avevo intravisto il mio
destino. Di quel che ero allora non resta piu' niente. Resta soltanto che
avevo capito chi sarei stato in avvenire.
Poi Silvia mi disse: - Adesso basta. Devo alzarmi.
Ci alzammo insieme, tutt'e due. Non la vidi vestirsi. Fui presto in
piedi, alla finestra, e guardavo le piante trasparire. Dietro la nebbia
c'era il sole, il sole che tante volte aveva intiepidito la stanza. Anche
Silvia fu presto vestita, e mi chiese se non portavo con me la mia roba.
Le dissi che prima volevo scaldarmi il caffè, e accesi il fornello.
Silvia, seduta alla sponda del letto, si mise a rifarsi le unghie. In
passato se l'era sempre rifatte al tavolino. Sembrava soprapensiero e i
capelli le cadevano continuamente negli occhi. Allora dava scosse con la
testa e si liberava. Io girai per la stanza e raccolsi la roba. Ne feci un
mucchio su una sedia e a un tratto Silvia saltò in piedi e corse a
spegnere il caffè che versava.
Poi tirai la valigia e ci misi la roba. Intanto, dentro mi sforzavo di
raccogliere tutti i ricordi spiacevoli che avevo di Silvia - le futilità,
i malumori, le parole irritanti, le rughe. Questo portavo via dalla sua
stanza. Quel che lasciavo era una nebbia.
Quande'ebbi finito era pronto il caffè. Lo prendemmo in piedi, accanto
al fornello. Silvia disse qualcosa, che quel giorno sarebbe andata da un
tale, a parlare di una faccenda. Poco dopo, deposi la tazza e me ne andai
con la valigia. Fuori la nebbia e il sole accecavano.



(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/18/2003 9:42 PM
 
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The cats will know

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l'alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno
Udrai parole antiche
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole -
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l'alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso,
che sorridi da sola,
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli,
Soffriremo nell'alba,
viso di primavera.


Cesare Pavese



(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/19/2003 6:24 PM
 
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Verrà la morte...
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese - Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

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10/19/2003 6:31 PM
 
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Estate
C'è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. E' una luce che sa di mare.
Tu respiri quell'erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.

Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un'erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d'aria
e il prodigio sei tu. C'è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.

Cesare Pavese - Lavorare stanca - 1943

Ciao Beren, grazie per aver riportato "Gli anni" di Cesare Pavese, è bellissimo.

Cat
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10/19/2003 6:40 PM
 
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Il mestiere di vivere
Il senso terribile che tutto quel che si fa è storto, e quel che si pensa e quel che si è.
Nulla può salvarti, perchè qualunque decisione tu prenda, sai che sei storto e così la tua decisione.

*****

Il sesso è un incidente: ciò che ne riceviamo è momentaneo e casuale; noi miriamo a qualcosa di più riposto e misterioso di cui il sesso è solo un segno, un simbolo.

da "Il mestiere di vivere" - Cesare Pavese

Madil
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10/19/2003 9:13 PM
 
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Lavorare stanca
I due, stesi sull'erba, vestiti, si guardano in faccia
tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli
e poi morde nell'erba. Sorride scomposta, tra l'erba.
L'uomo afferra la mano sottile e la morde
e s'addossa col corpo. La donna gli rotola via.
Mezza l'erba del prato è così scompigliata.
La ragazza, seduta, s'aggiusta i capelli
e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso.

Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia
nella sera, e i passanti non cessano mai.
Ogni tanto un colore più gaio li distrae.
Ogni tanto lui pensa all'inutile giorno
di riposo, trascorso a inseguire costei,
che è felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi.
Se le tocca col piede la gamba, sa bene
che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso
e un sorriso, e la donna è felice. Altre donne che passano
non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano
con un uomo stanotte. O che forse ogni donna
ama solo chi perde il suo tempo per nulla.

Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna è ancor rossa
alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine.
Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco,
interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia.
Stringe a sè il mazzo verde - raccolto sul sasso
di una grotta - di bel capevenere e volge al compagno
un'occhiata struggente. Lui fissa il groviglio
degli steli nericci tra il verde tremante
e ripensa alla voglia di un altro groviglio,
presentito nel grembo dell'abito chiaro,
che la donna gli ignora. Nemmeno la furia
non gli vale, perché la ragazza, che lo ama, riduce
ogni assalto in un bacio c gli prende le mani.

Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà:
tornerà a casa rotto di schiena e intontito,
ma assaporerà almeno nel corpo saziato
la dolcezza del sonno sul letto deserto.
Solamente, e quest'è la vendetta, s'immaginerà
che quel corpo di donna, che avrà come suo, sia,
senza pudori, in libidine, quello di lei

Cesare Pavese

(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/19/2003 9:28 PM
 
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You wind of march

You,
dappled smile
on frozen snows -
wind of March,
ballet of boughs
sprung on the snow,
moaning and glowing
your little "ohs"-
white-limbed doe,
gracious,
would I could know
yet
the gliding grace
of all your days,
the foam-like lace
of all your ways -
to-morrow is frozen
down on the plain
you, dappled smile,
you, glowing laughter
Tu,
screziato sorriso
su nevi gelate -
vento di Marzo,
balletto di rami
spuntati sulla neve,
gemendo e ardendo,
i tuoi piccoli "oh!" -
daina dalle membra bianche,
graziosa,
potessi io sapere
ancora
la grazia volteggiante
di tutti i tuoi giorni,
la trina di spuma
di tutte le tue vie -
domani è gelato
giù nella pianura -
tu, screziato sorriso,
tu, risata ardente

Cesare Pavese



(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/20/2003 6:36 PM
 
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Il mestiere di vivere
“Il mestiere di vivere” è un diario scritto dallo scrittore piemontese Cesare Pavese che fu ritrovato tra le sue carte dopo la sua morte. Un diario scritto dal 1935 al 1950, anno in cui si è suicidato.
Essendo un diario è un’opera personale e privata, non è stato pubblicato durante la vita dell’autore ma solo dopo la sua morte dopo essere stato ritrovato fra i suoi scritti, questo lo rende ancor più interessante.
In esso ci sono delle riflessioni personali, bilanci della sua vita sia d’uomo sia di scrittore, considerazioni letterarie e alcuni accenni ad alcune sue opere.
Tramite questo diario è possibile conoscere un Pavese diverso, più intimamente e più profondamente. I suoi interessi, alcune note della sua biografia, la sua vita. Un modo per riuscire a capire meglio questo scrittore.
Particolarmente interessanti sono le pagine finali, scritte poco prima del suicidio, ma nella lettura del diario si legge come egli negli ultimi anni sia già stato vicino più volte al suicidio.
Il suicidio avviene dopo una forte delusione d’amore con l’attrice americana Constance Dawling, che nel diario è indicata con C.
Nel diario ritroviamo spesso l’amore dell’autore per la Dawling, soprattutto verso la fine, una passione travolgente, a nello stesso tempo però viene reso evidente come Pavese abbia un rapporto difficile con le donne.
Le sue annotazioni assumono alla fine un tono cupo, annunciano la sua crisi che si concluderà poi con il suicidio avvenuto il 28 agosto del 1950 per avvelenamento in un albergo torinese.

Dal diario:
17 agosto 1950
“ … Questo il consuntivo dell’anno non finito e che non finirò.
… Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa qual è la loro pena, il loro cancro segreto? “

18 agosto 1950, ultimo giorno del diario, è un triste annuncio:
“Non parole. Un gesto. Non scriverò più.”

Cesare Pavese
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10/20/2003 9:14 PM
 
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Il Mestiere di Vivere

1938

10 marzo

Un uomo che soffre, lo si tratta come un ubriaco. "Su, andiamo, basta, via, ora
basta, non così, basta ..."

23 marzo

Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi.

Ciò che non si è saputo fare con la forza vergine dei venticinque anni, come è
possibile farlo con le tare dei trenta?

Farsi amare per pietà, quando l'amore nasce solo dall'ammirazione, è un'idea
molto degna di pietà.

Che non riusciremo mai a piantarci nel mondo (un lavoro, una normalità) è
chiaro.
Che non conquisteremo mai una donna (né un uomo) è chiaro, tanto per la
precedente debolezza quanto per quella che sai.
Che non c'innamoreremo mai di una di quelle idee per cui si accetta di morire, è
chiaro - vedi l'esperienza fatta.
Che non avremo mai il coraggio di ammazzarci, è chiaro - vedi quante volte
l'abbiamo pensato.

26 marzo

A che cosa ha servito questo lungo amore?
A scoprire tutte le mie tare, a provare la mia tempra e giudicarmi.
Vedo ora il perché del mio isolamento fino al '34. Sentivo inconsciamente che
per me l'amore sarebbe stato questo massacro.
Niente si è salvato. La coscienza si è spaccata: vedi lettera e tentazione
omicida. Il carattere si è piegato: vedi confino. L'illusione dell'ingegno è
svanita: vedi lo stupido libro e la mia natura di traduttore. La fermezza
dell'uomo comune, persino, è venuta meno: a trent'anni non ho un mestiere.
Sono arrivato al punto di sperare la salvezza dall'esterno, e non c'e'
l'oscuramento più grande: penso ancora che con lei potrei vivere e lottare. Ma
di quest'illusione fa giustizia lei stessa: mi ride in faccia e così risparmia
anche quest'ultima penosa esperienza.
"... Siamo pieni di vizi, di ticchi e di orrori
noi gli uomini, i padri ..."
Tutto giusto. Solo che non siamo stati nemmeno i padri.
Anche fisicamente, ora non sono più lo stesso.

Eppure è accaduto a molti che un amore li ha distrutti e ammazzati. Sono forse
il più bello perché non debba capitare a me?
La lotta ora non è più tra il sopravvivere o decidermi al salto. È tra decidermi
al salto da solo come sono sempre vissuto, o portare con me una vittima - perché
il mondo se ne ricordi.

Tutti i giorni, tutti i giorni, dal mattino alla sera, pensare così. Nessuno ci
crede: è naturale. È forse questa la mia vera qualità (non l'ingegno; non la
bontà, non niente): essere invasato d'un sentimento che non lascia cellula del
corpo sana.

È davvero l'ultimo orgoglio: nessuno per nove mesi avrebbe retto a uno strazio
simile. Anche lei che parla: un altro - chiunque - a quest'ora l'avrebbe già
uccisa.

....

La cosa segretamente e più atrocemente temuta, accade sempre.
Da bambino pensavo rabbrividendo alla situazione di un innamorato che vede il
suo amore sposarne un altro. Mi esercitavo a questo pensiero. E voilà.

27 marzo

Una domenica passata a vagolare col pensiero come una mosca legata, tutto
intontito corpo ed anima, percorso da brividi di rabbia, o stretto dalla mano di
ferro, o blandito da una vagula apprensione di futuro meno atroce.
Osservo che il dolore abbruttisce, intontisce, schiaccia.
Ogni tentacolo con cui una volta sentivo, provavo e sfioravo il mondo, è come
troncato e incancrenito al moncone. Passo la giornata come chi ha urlato uno
spigolo con la rotula interna del ginocchio; tutta la giornata come
quell'istante intollerabile. Il dolore è nel petto, che mi sembra sfondato e
ancora avido, pulsante di sangue che fugge e non ritorna, come da un'enorme
ferita.
Naturalmente, è tutta una fissazione. Dio mio, ma è perché sono solo, e domani
una rapida felicità, e poi di nuovo brividi, la stretta, lo squarcio. Non ho più
fisicamente la forza di star solo. Una volta sola mi è riuscito, ma ora è una
ricaduta e, come tutte le ricadute, è mortale.
Eppure a questo stato si aggiunge un'altra sofferenza, come chi, tagliato in
due, senta ancora mal di denti. È questa: che da Brancaleone ho scritto un 2
febbraio una lettera simile, quella della crosta. Quale è stata la mia vita da
allora? Valeva la pena di essere così vile, per ottenere che cosa? Altri
squarci, altra cancrena, altro sfottimento.
Sono diventato idiota. Mi chiedo e richiedo: che cosa le ho fatto di male? Abbi
il coraggio, Pavese, abbi il coraggio.

Pensa che hai un merito se spacci te solo. Ti sarà contato.

25 aprile

Perché - quando si è sbagliato - si dice "un'altra volta saprò come fare",
quando si dovrebbe dire: "un'altra volta so già come farò.

6 maggio

A tutto c'è rimedio. Pensi che sia l'ultima sera che passi in prigione. Respiri,
guardi la cella, ti intenerisci sui muri, sulle sbarre, sulla scarsa luce che
entra dalla finestra, sui rumori che sussultano da ogni parte e ormai
appartengono a un altro mondo.
Perché ti fa pena la cella? Perché è diventata cosa tua. Ma se ti dicono
improvvisamente che c'è un errore, che non uscirai domani, che resterai non sai
ancora quanto, meanterrai la calma?

Siamo sinceri. Se ti comparisse davanti Cesare Pavese e parlasse e cercasse di
fare l'amicizia, sei sicuro che non ti sarebbe odioso?
Ti fideresti di lui? Vorresti uscire con lui la sera a chiacchierare?



(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/20/2003 9:54 PM
 
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Forse non tutti sanno che nella canzone “Alice”, Francesco de Gregori fa un riferimento abbastanza esplicito allo scrittore.

“… e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
e rimane lì
a bagnarsi ancora un po’
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa…”

Si riferisce ad un episodio reale accaduto al giovane Pavese, ancora studente al ginnasio. È in questo periodo che si innamorò di una cantante ballerina che lavorava al caffè-concerto “La Meridiana”. Una sera prende il coraggio e le dà appuntamento per le sei del pomeriggio avendo avuto l’impressione nei giorni precedenti di risultare simpatico alla ragazza. Alle sei in punto il giovane è in attesa, ma la cantante non arriva né alle sei, né alle sette. Poi alle undici comincia a piovere e Cesare è sempre lì che aspetta e decide di tornarsene a casa solo a mezzanotte prostrato nel morale e nel fisico. Gli verrà pure una pleurite che lo costringerà a casa per tre mesi.

Chissà ,penso, sia stato lì tutta la vita , sotto la pioggia ad attendere un amore, che lo liberasse dal suo vizio assurdo e sembra di rivederlo i capelli bagnati, l'acqua che gli riga il volto forse insieme ad una lacrima di rabbia e di dolore.

Nella biografia di Davide Lajolo "Il vizio assurdo" scrive «L’immagine più caratteristica della sua infanzia, me l’aveva confidata Pavese stesso, il giorno che eravamo andati insieme, durante le ferie d’agosto, a rivedere a Santo Stefano la cascina di San Sebastiano dov’era nato. Mi aveva detto: “La gente qui mi ricorda come il bambino che stava spesso appollaiato sulla pianta del cortile a leggere un giornalino o un libro”»
Immagine questa che me lo rese ancora più vicino, così come molte altre cose della sua vita, anchio nato in una cascina e sempre appollaiato da qualche parte, appena potevo con un giornalino od un libro in mano...

e Cesare perduto nella pioggia
sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina
e rimane lì
a bagnarsi ancora un po’
e il tram di mezzanotte se ne va
ma tutto questo Alice non lo sa…”





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10/21/2003 8:16 PM
 
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Incontro
Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto
dell'infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l'alba su queste colline.
L'ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.

Cesare Pavese

Il legame con la propria terra d’origine sentito non solo come affetto, memoria che si custodisce e alimenta nell’animo, ma come qualcosa di fisico, è uno dei temi più ricorrenti in tutta l’opera di Pavese.


Non sapevo che il Cesare di "Alice" di De Gregori fosse lo scrittore nè del riferimento nella canzone ad un episodio realmente accadutogli...

Se mi comparisse davanti, e cercasse di fare amicizia, io accetterei di uscire una sera con lui per fare due chiacchiere, fosse anche solo per ritrovare nella sua angoscia il senso del dramma della cultura e della civiltà del nostro tempo.

Egli oscillò continuamente fra la seduzione del nulla, che tanto lo attirava e lo attraeva, e della morte, vissuta come pieno abbandono, e la ricerca ansiosa d’un nuovo umanesimo, fondato sulla razionalità, sull’esigenza di una comunicazione effettiva e costruttiva con gli uomini.
Tutto il problema della vita, ha scritto Pavese, è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri. All'arte egli chiese la soluzione di questo problema, cercando, con la serità e l'impegno del suo "mestiere" di scrittore di "dare poesia agli uomini" (e poesia significava, per lui, una consapevolezza più profonda dell’essere) e di trovare in questo la giustificazione della sua angoscia e del suo destino.

Madil

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10/22/2003 9:52 PM
 
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cara cat , è una buona occasione per riascoltare Alice di de gregori ,e rivedere Cesare perduto nella pioggia. ..quanto alla tua serata con lui..ti prego sii molto gentile e dolce con lui che di guai ne ha avuti già molti...

cmq c'è questo vecchio articolo di in ricordo di Cesare Pavese di una sua amica Natalia Ginzburg che ne traccia un profilo affettuoso
Ritratto d'un amico
di Natalia Ginzburg

Scritto a Roma nel 1957, uscito sul "Radiocorriere"

La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c'è
qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno
fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi.
Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d'una volta: nomi che
ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l'infanzia. Noi, ora,
abitiamo altrove, in un'altra città tutta diversa, e più grande: e
se ci incontriamo e parliamo della nostra città, ne parliamo senza
rammarico d'averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo più
viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l'atrio
della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci
proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni
volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e
sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più
ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città,
nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai
poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di
ombre.
La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle
mattine d'inverno, ha un suo particolare odore di stazione e
fuliggine, diffuso in tutte le strade e rn tutti i viali; arrivando
al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo
odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco,
che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli delle
piante; la neve, nelle strade e sui viali, e stata spalata e
radunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancora
sepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sulle
panchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l'orologio del
galoppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno un
quarto. Di là dal fiume s'alza la collina, anch'essa bianca di neve
ma chiazzata qua e là d'una sterpaglia rossastra; e in vetta alla
collina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare,
che fu un tempo l'Opera Nazionale Balilla. Se c'è un po’ di sole, e
risplende la cupola di vetro del Salone dell'Automobile, e il fiume
scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la
città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è
un'impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la
malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un
orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se
è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore
cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.
La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all'amico
che abbiamo perduto e che l'aveva cara; è, come era lui, laboriosa,
aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello
stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città
che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque
andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un
tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala,
la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi.
L'amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario;
si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svetto
del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la
sua brutta sciarpetta chiara; li attorcigliava intorno alle dita le
lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava
all'improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua
calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei
suoi versi, la città:
Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline,
E la sfumano come un ricordo...
I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla
città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano bei
versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l'immagine
della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li
ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e
scoprimmo, con profondo stupore, che stride della nostra grigia,
pesante e impoetica città si poteva fare poesia.
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino
all'ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli
adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio
per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare
sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra
pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell'incertezza di decidere
se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi
a un orario d'ufficio, accettare una professione definita; ma quando
acconsenti a sedere a un tavolo d'ufficio, divenne un impiegato
meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio
margine d'ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e
non dormiva mai.
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo,
che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a
diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di
ragazzo - la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora
non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei
sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovare; sedeva pallido,
con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o
sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una
sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine,
di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci
chiedevamo se la nostra compagnia l'aveva deluso, se aveva cercato
accanto a noi di rasserenarsi e non c era riuscito; o se invece si
era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto
una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d'altronde, non era mai facile, nemmeno quando
si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche
composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro.
Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo
spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di
migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri
imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo
essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e
disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e
non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo
sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una
madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma
poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai
vista prima, una persona magari veramente spregevole, lui si
mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d'appuntamenti e progetti.
facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti,
antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché
gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la
soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo
si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse
invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo
spiegava, e non l'abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di
qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e
la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma
nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e
scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma
soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza
di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non
si lasciava prendere in inganno.
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita
concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il
tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e
subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno,
un modo così' brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era,
lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel
separarsene: ma appena se n'era separato, subito se ne infischiava.
Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle
nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti:
perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand'erano
lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li
inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava
presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui
voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si
comportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte,
nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i
figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava
anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si
faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cosi
tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna semplice
conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e
di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli
l'attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e
impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in
lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e
ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche
volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma
non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e
accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell'ora
del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un
maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le
assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali
imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto
insegnargli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare
e respirabile: ma non ci riuscì mai d'insegnargli nulla, perché
quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e
diceva che lui sapeva già tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da
travagliati pensieri: ma conservò fino all'ultimo, nella figura, la
gentilezza d'un adolescente.
Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò
in nulla le sue abitudini schive né la modestia della sua
attitudine, né l'umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo
lavoro d'ogni giorno.
Quando gli chiedevamo se gli piaceva d'essere famoso, rispondeva,
con un ghigno superbo, che se l'era sempre aspettato: aveva, a
volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che
lampeggiava e spariva. Ma quell'esserselo sempre aspettato,
significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia:
perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le
aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essa
non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti,
non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non
avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi,
mortificati d'annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene
dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano
dell'esistenza che procede uniforme, e apparentemente senza segreti.
Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa
era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e
ribrezzo; e cosi non poteva che guardarla come da sconfinate
lontananze.
E’ morto d'estate. La nostra città, d'estate, è deserta e sembra
molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma
non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una
strada, senza spirare umidità, né frescura. S'alzano dai viali
folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi
di sabbia; l'asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che
cuociono nel catrame. All'aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i
tavolini dei caffè sono abbandonati e roventi.
Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di
quel torrido agosto; e scelsa la stanza d’un albergo nei pressi
della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva,
come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia
antica, di molti e molti anni prima:

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l'alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D'un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un'ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d'ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Andammo, poco tempo dopo la sua morte, in collina. C'erano osterie
sulla strada, con pergolati d'uva rosseggiante, giochi di bocce,
cataste di biciclette; c'erano cascinali con grappoli di pannocchie,
l'erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al
margine della città e sul limitare dell'autunno, che lui amava.
Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di
settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti
anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come
succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia,
cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l'uno
con l'altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera
misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai
presente, su quella proda della collina.
Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera
Sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come mare notturno è quest’ombra vaga
Di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
E ogni sera ritorna. Le voci morte
Assomigliano al frangersi di quel mare.



"...Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non
sapevamo essere, come lui, sobri,
né come lui modesti,
né come lui generosi
e disinteressati."


Natalia Ginzburg


(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/23/2003 9:28 PM
 
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Ritratto di un amico
Beren, sei un pozzo di informazioni...

Lo scritto della Ginzburg è davvero toccante, provoca in me emozioni contrastanti: il senso angoscioso della solitudine del poeta, il desiderio di superare tale condizione, la consapevolezza di non riuscire, la sua inquietudine, l’amore vissuto come una caotica oscillazione tra idealizzazione e delusione, un’instabile condizione dove sensazioni di estasi e beatitudine si mescolano con un senso di soffocamento e nausea mortale, dove l’impressione di aver finalmente trovato la risposta arriva insieme alla sensazione di non essere mai stati così disorientati. Accettare i compromessi di una realtà quotidiana è un prezzo insostenbile per il poeta.
E’ morto d’estate, un giorno qualunque di un torrido agosto. Aveva la mia età.

“Per tutti la morte ha uno sguardo” dice Cesare Pavese in una delle sue più belle poesie e per lui forse ha avuto lo sguardo della donna amata.

Madil
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10/24/2003 8:49 PM
 
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Last blues, to be read some day
'T was only a flirt
you sure did know
some one was hurt
long time ago.

All is the same
year has gone by-
some day you came
some day you 'll die.

Some one has died
long tine ago-
Some one who tried
but didn't know.

Cesare Pavese, 11 aprile 1950
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10/25/2003 10:41 PM
 
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I mari del sud

(A Monti)
Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell'ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo
- un grand'uomo tra idioti o un povero folle -
per insegnare ai suoi tanto silenzio.
Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. "Tu che abiti a Torino... "
mi ha detto "...ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant'anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono".
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent'anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel'hanno scalfito. E cammina per l'erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.
Vent'anni è stato in giro per il mondo.
Se n' andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
uomini, più gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e auguri di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un'isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell'Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E stacco il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.
Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall'ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.
Mio cugino è tornato, finita la guerra,
gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro.
I parenti dicevano piano: "Fra un anno, a dir molto,
se il è mangiati tutti e torna in giro.
I disperati muoiono cosi ".
Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno
nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento
con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina
e sul ponte ben grossa alla curva una targa-rèclame.
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi
e lui girò tutte le Langhe fumando.
S'era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza
esile e bionda come le straniere
che aveva certo un giorno incontrato nel mondo.
Ma usci ancora da solo. Vestito di bianco,
con le mani alla schiena e il volto abbronzato,
al mattino batteva le fiere e con aria sorniona
contrattava i cavalli. Spiegò poi a me,
quando fallì il disegno, che il suo piano
era stato di togliere tutte le bestie alla valle
e obbligare la gente a comprargli i motori.
"Ma la bestia" diceva "più grossa di tutte,
sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere
che qui buoi e persone son tutta una razza".
Camminiamo da più di mezz'ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d'un tratto e si volge: "Quest'anno
scrivo sul manifesto: - Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo - e che la dicano
quei di Canelli ". Poi riprende l'erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.
Mio cugino non paria dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell'altro
e pensa ai suoi motori.
Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.
Me ne accenna talvolta.
Ma quando gli dico
ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora
sulle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.


(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/26/2003 9:36 PM
 
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I mari del Sud
Questa lunga poesia-racconto ci mostra alcune costanti della narrativa di Pavese: l'emigrante, il mare come incentivo d'avventura, di distacco della terra, che preme come un destino. Il suo personale destino: l'avventura dell'adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina simile alla città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell'adolescenza. Solo che qui, per una forma di compensazione, la figura del cugino è quella di chi torna dalla città e dalla sua avventura con una forza intatta e riconquista la campagna o adolescenza (tema della festa), senza più quel senso di frustrazione e di solitudine che è di molti personaggi pavesiani, a cominciare dal ritratto di sè che egli delineò nel diario (Il mestiere di vivere).


Da "Le poesie" - C.Pavese

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10/26/2003 9:44 PM
 
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Anche tu sei l'amore
Anche tu sei l’amore

Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come che non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole – cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue – non altro.

Da "Le poesie" - C.Pavese

Nei versi di Pavese c'è un'urgente necessità di comunicare, di un contatto con l'altro. E il suo appello ha su di me una presa immediata, emotiva.

Madil

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10/27/2003 10:39 PM
 
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Mania di solitudine

Mangio un poco di cena alla chiara finestra
Nella stanza è già buio e si vede nel cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in campagna.
Mangio e guardo nel cielo - chi sa quante donne
stan mangiando a quest'ora - il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.

Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che tra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi, e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale , così com’è fermo il mio corpo.

Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusio di silenzio
Ogni cosa nel buio la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acqua tra l’ erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.

Non importa la notte. Il quadrato del cielo
mi sussurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte di nuovo, lontana dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.

Cesare Pavese

(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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10/27/2003 10:45 PM
 
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Il ragazzo che era in me

Va' a sapere perché fossi là quella sera nei prati.
Forse mi ero lasciato cadere stremato di sole,
e fingevo l'indiano ferito. Il ragazzo a queí tempi
scollinava da solo cercando bisonti
e tirava le frecce dipinte e vibrava la lancia.
Quella sera ero tutto tatuato a colori di guerra.
Ora, l'aria era fresca e la medica pure
vellutata profonda, spruzzata dei fiori
rossogrigi e le nuvole e il cielo
s'accendevano in mezzo agli steli. Il ragazzo riverso
che alla villa sentiva lodarlo, fissava quel cielo.
Ma il tramonto stordiva. Era meglio socchiudere gli occhi
e godere l'abbraccio dell'erba. Avvolgeva come acqua.

Ad un tratto mi giunse una voce arrochita dal sole:
il padrone del prato, un nemico di casa,
che fermato a vedere la pozza dov'ero sommerso
mi conobbe per quel della villa e mi disse irritato
di guastar roba mia, che potevo, e lavarmi la faccia.
Saltai mezzo dall'erba. E rimasi, poggiato le mani,
a fissare tremando quel volto offuscato.

Oh la bella occasione di dare una freccia nel petto di un uomo!
Se il ragazzo non ebbe il coraggio, m'illudo a pensare
che sia stato per l'aria di duro comando che aveva quell'uomo.
lo che anche oggi mi illudo di agire impassibile e saldo
me ne andai quella sera in silenzio e stringevo le frecce
borbottando, gridando parole d'eroe moribondo.
Forse fu avvilimento dinanzi allo sguardo pesante
di chi avrebbe potuto picchiarmi. O piuttosto vergogna
come quando si passa ridendo dinanzi a un facchino.
Ma ho il terrore che fosse paura. Fuggire, fuggii.
E, la notte, le lacrime e i morsi al guanciale
mi lasciarono in bocca sapore di sangue.

L'uomo è morto. La medica è stata diverta, erpicata
ma mi vedo chiarissimo il prato dinanzi
e, curioso, cammino e mi parlo, impassibile
come l'uomo alto e cotto dal sole parlò quella sera.

Cesare Pavese





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10/27/2003 10:58 PM
 
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cronaca di un addio


Cesare Pavese è morto il 26 agosto 1950 in una stanza dell'Albergo Roma, un bell'edificio in faccia alla stazione di Porta Nuova. Ha lasciato scritte un paio di righe: "Perdono tutti e chiedo perdono a tutti". Sul comodino c'era il libro diario: un grosso scartafaccio di fogli raccolti in una sbiadita cartella verde su cui è scritto a matita rossa "Il mestiere di vivere" di Cesare Pavese. Solo quattordici fogli sono dattiloscritti, i restanti scritti a penna o a matita, quasi sempre con correzioni e cancellature, come si trattasse di una prima stesura. Come se il mestiere di vivere procedesse per tentativi. Per prova ed errore. Sull'ultimo foglio leggiamo: "Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più".

Dopo la dichiarazione d'impotenza, non rimane che la morte. Dodici bustine di sonnifero lo consegnano al sonno. La mattina del 27 qualcuno bussa alla porta della sua stanza. Nessuno apre, la cameriera scende le scale in fretta, chiama il direttore: la porta non si apre, abbiamo una chiave di scorta? Certo, c'è sempre la chiave di scorta. Salgono ad aprire la porta. Pavese è sul letto, si vede lontano un miglio che non sta dormendo. Chiamate un dottore, fate in fretta. Non c'è un dottore in albergo? No, nessun dottore. La mattina è calda, meglio chiudere la finestra. Coprite il corpo con un lenzuolo.ma chi era? Era uno scrittore? Ci sono dei fogli, c'è una penna: certo, era uno scrittore. Arriva la polizia: entrano in fretta, il coroner tasta il polso: non c'è nulla da fare. Ha ingerito dodici bustine di sonnifero: voleva essere sicuro. Lo conoscevate? Era uno scrittore. Ha lasciato un biglietto. Proprio qui nel mio albergo, dice il direttore, questo non è bene. Il poliziotto redige un breve rapporto: "tale Pavesio Cesare ingerì dodici bustine di sonnifero".

Era uno scrittore, dice il dottore, quello de "La luna e i falò", lo conoscevate? No, francamente, no. Eppure era famoso: non avete letto "La bella estate" o "La casa in collina"? No, signore, però ci credo, la credo sulla parola. Cristo, scrivete almeno il nome giusto. Sì, signore, lo faremo, ma più tardi: ora bisogna spostare il corpo. L'ambulanza è qui sotto. I poliziotti scendono nel salone, è una mattinata calda e tranquilla, la gente beve Negroni nell'ombra della veranda. Che succede, maresciallo? Niente, niente, uno si è sentito male. Continuate a bere, non preoccupatevi. Il dottore è solo nella stanza: non resiste alla tentazione di leggere qualche riga del manoscritto:





9 Marzo
Battito, tremore, infinito sospirare. Possibile alla mia età? Non mi succedeva diverso a venticinque anni. Eppure ho un senso di fiducia, di (incredibile) tranquilla speranza. E' così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto lei mi ha cercato. Ma perché ho osato lunedì? Paura?
E' un passo terribile.

16 marzo
Il passo è stato terribile eppure è fatto. Incredibile dolcezza di lei, parole di speranza. Darling, sorriso, lungo ripetuto piacere di star con me. Le notti di Cervinia, le notti di Torino. E' una ragazza, una normale ragazza. Eppure è lei- terribile. Dal profondo del cuore: non meritavo tanto

Oh, mormora il dottore e quasi sorride, una donna. L'uomo disteso sul letto ha la compostezza di un morto molto più antico. Qualcuno gli ha chiuso gli occhi, ora non guardano più il soffitto.

14 agosto
E anche lei finisce allo stesso modo. Anche lei. Va bene. Sono onde di questo mare

17 agosto
I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. Chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce. Perché morire? Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente





Il dottore posa dolcemente l'incartamento sul comodino. Copre il viso del morto con il lenzuolo. Poi scende in fretta le scale e esce al fresco della veranda. Nella camera c'era molto caldo, e il caldo non giova ai morti. Ma l'ambulanza è nel cortile. Gli infermieri stanno salendo. Il dottore siede ad uno dei tavolini e ordina un bicchiere di Martini. "Fammelo doppio" dice al giovanissimo cameriere. Posa a lato della sedia la sua valigetta con dentro gli attrezzi del mestiere.
La guarda sconsolato e poi guarda le sue mani posate sul tavolo. Sono le grosse e stanche mani di un vecchio. Il cameriere si accosta, posa il Martini su un piattino argentato, il ghiaccio tintinna nel bicchiere. Il dottore solleva il bicchiere e beve in fretta. Posa il bicchiere sul tavolo e si alza per tornare nella stanza. Il ghiaccio lentamente si scioglie. Alla fine non rimane che acqua.

Jack Barron



(F.De Andrè) Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so... Lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho...

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